Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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orizzonte

 

Giovani, ribelli e non indifferenti

Gli indifferenti dei nostri giorni sono quelle persone che non danno il proprio contributo, anche minimo, alla storia, sono i “deboli di spirito” come li chiamava Dante Alighieri, quelli che non hanno niente da offrire, figure tristi. I ribelli, invece, sono quelli che rompono il muro dell’indifferenza e sacrificano una parte del proprio tempo per cambiare – anche a costo di andare contro le regole – la città, il territorio e il mondo. A parlare non sono professori, esperti, politologi o sociologi, ma i giovani di Modena che hanno partecipato al progetto “Ribelli del terzo millennio” che si è concluso con un convegno il 6 marzo promosso dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, l’Istituto storico della Resistenza e l’Istituto superiore d’arte Venturi. Trecento sono gli studenti che hanno risposto al questionario on-line i cui dati sono stati diffusi durante la mattinata. Quattrocento gli studenti che hanno ascoltato al convegno le testimonianze di Sergio Guttilla e Angelo Benigno attivisti di “Rivoluzione delle Matite” e di Elisa Fangareggi presidente di “Time4Life International”.

ribelli2Il questionario. Tra novembre-dicembre 2013 sono stati coinvolti 285 studenti (171 femmine e 114 maschi) delle classi 4 e 5 superiore di Modena per rispondere a un questionario on line: di questi frequenta il liceo (147), un istituto tecnico (69), un istituto professionale (35) e un istituto d’arte (34). La maggior parte degli intervistati (180) ha dichiarato di essere intenzionato a proseguire gli studi all’università, 40 hanno detto di voler concludere gli studi solo con le superiori e 42 di non essere ancora convinti sulle scelte future.
Salute, libertà e amicizia sono gli “ambiti” che i giovani considerano “prioritari” (voto 9 su 10) per la propria vita, seguono l’autorealizzazione, la famiglia, la pace, l’amore, l’istruzione, il lavoro… in ultimo la religione (voto 5). Alla domanda “Se tu fossi il presidente del consiglio mondiale, quali sarebbero i primi tre problemi a cui cercheresti di dare una soluzione?” la maggior parte delle persone hanno indicato: guerre, disoccupazione e corruzione… a seguire inquinamento, criminalità, violenza verso le donne e i minori, immigrazione e globalizzazione.

La ricerca ha posto particolare attenzione sulle proposte che i giovani sono disposti a mettere in campo per risolvere i “problemi” del mondo: il tempo (voto 7,8), la reputazione (7,4), i soldi (6,9), il lavoro (6,3), la vita (5,4), la salute (5,3) e la famiglia (4,1) sono le principali risposte. Con chi saresti disposto a farlo? Con amici (voto 7,8), attraverso un’associazione di volontariato (7), attraverso l’Onu (6,9)… a seguire l’Unione europea, la Nato, la famiglia, internet, i giornali, le forze dell’ordine, le televisioni (tutte con voto medio 6), da solo (5,8), con magistrati, sindacati, industriali, parrocchia e amministratori (voto medio 4) e partiti politici (4,1).
Quale delle seguenti parole associ maggiormente all’idea di ribellione? Protesta (voto 8,2), rivoluzione (8), opposizione (8)… a seguire resistenza, rifiuto, insurrezione, sacrificio, sommossa, solidarietà (5,8), solitudine (3,7) e obbedienza (2,6). Qual è il personaggio che incarna il tuo ideale di ribelle? Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara, Nelson Mandela e Borsellino sono i nomi più ricorrenti.

«La ribellione per i giovani – ha spiegato Gianpietro Cavazza, presidente del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari – è per lo più un moto personale. È vero, rispetto al passato, se pensiamo per esempio alle rivoluzioni del ’68, sono venuti meno ideali e punti di riferimento, ma per i più giovani c’è ancora voglia di un cambiamento personale, talmente forte che può coinvolgere anche gli altri e creare movimento».

ribelli1Durante la mattinata sono intervenuti anche due giovani rappresentanti del gruppo “La rivoluzione delle Matite” nato a Bolognetta, piccolo comune della provincia di Palermo, in occasione delle elezioni del 2012. «E’ solo la paura che ci blocca, noi abbiamo capito che il futuro era nelle nostre mani e dovevamo fare di tutto per non farcelo rubare» hanno spiegato Sergio Guttilla e Angelo Benigno ricordando il lavoro fatto da un gruppo di giovani contro il “voto di parentela” e il “voto clientelare” nel proprio paese. Un impegno attivo che è costato loro anche minacce, superate con il sostegno di un gruppo di giovani impegnati in questa “rivoluzione” per portare la gente a votare secondo coscienza.

Anche Elisa Fangareggi, animatrice volontaria di Time4Life International, è impegnata in prima persona per portare aiuti alle popolazioni colpite dalla guerra in Siria e, in particolare, alle categorie più deboli e bisognose, i bambini. «Essere ribelli spesso ha una connotazione negativa – ha detto Elisa agli studenti – è possibile invece diffondere un messaggio positivo: se mi attivo, mi do da fare, anche trasgredendo le regole, quelle regole che non sento giuste, posso cambiare un piccolo pezzo di mondo».

(Immagine di copertina, photo credit: r.f.m II via photopin cc)

I desideri nascosti della classe dirigente

Nessun innamorato scriverebbe mai alla propria fidanzata delle lettere d’amore banali, affrettate, piene di contraddizioni e soprattutto false. Se spinto dalla passione, dedicherebbe alla propria amata frasi che trasmettono entusiasmo, racconti di attimi importanti della propria giornata e soprattutto parole vere. Nella pubblicazione del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari “Cara amica ti scrivo. Lettere d’amore alla città” sono state raccolte le testimonianze di politici, amministratori, volontari, studenti, insegnanti, liberi professionisti, dipendenti pubblici e cooperatori.

«Con questo progetto – spiega il presidente Gianpietro Cavazza – abbiamo voluto rendere pubblico un sentimento privato come quello dell’amore. Ognuno leggendo questo Quaderno può farsi un’idea di quanto hanno raccontato esponenti politici modenesi ma anche imprenditori e rappresentati delle associazioni, del sindacato e del volontariato del nostro territorio modenese. Stiamo registrando un decadimento della città e una minore fiducia nelle istituzioni e nei partiti. Sempre più spesso in pubblico vengono dette delle cose (dei proclami) ma i sentimenti veri vengono tenuti nascosti, e lo dimostra l’attuale inefficacia della politica e dell’economia, a livello nazionale così come a livello locale”.

Alle persone coinvolte nel progetto è stato chiesto che cosa vuol dire amare la città? Qual è il gesto d’amore più importante verso la città di cui sono stati testimoni? Cosa ostacola oggi la possibilità di amare la città? Cosa sarebbero disposti a fare o stanno facendo come gesto di amore per la loro città? Gli è stato chiesto di scrivere una lettera, non un messaggio pubblicitario e nemmeno un proclama elettorale.

«Le lettere che abbiamo raccolto – continua Cavazza – sono dei “segnali stradali” per non farsi ingannare da un sistema di comunicazione pubblico che vive di fatto sull’ambiguità del messaggio che si vuole trasmettere. Questo succede sia per i candidati politici, sia per i responsabili delle associazioni che per il mondo imprenditoriale e del volontariato. Scoprire le loro “passioni” è un modo per capire quanto si sono già spesi e riusciranno a spendersi per il bene della città».

Hanno risposto all’appello del Centro Ferrari: solo la metà degli amministratori politici; solo un sindacato su tre; nessun professionista “di grido” contattato in quanto “eccellenza” modenese; due soli rappresentanti di studenti (su un totale di una trentina di richieste); due dirigenti scolastici (su 26 richieste); due rappresentanti di categorie del lavoro (su 14 sigle); due rappresentanti di enti culturali (su 17 invii); nessun rappresentante di associazioni di stranieri; solo un esponente (su sei) dell’associazionismo giovanile.

«Da questo emerge un punto di forza e uno di debolezza paradossalmente connessi – ha spiegato Riccardo Prandini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Bologna –. Il punto di forza è la tradizione civica che si riproduce ancora e che integra fortemente la città. Il punto di debolezza è che alla riproduzione di questa tradizione civica non riescono o non vogliono contribuire il mondo dei più giovani, il mondo degli immigrati e il mondo dell’economia».

GLI AUTORI DELLE LETTERE

William Ballotta, segretario provinciale della Cisl di Modena
Luca Barbari, avvocato presso uno studio legale di Modena
Meris Bellei, direttrice delle Biblioteche Comune di Modena
Gerardo Bisaccia, referente dell’Associazione Libera Modena
Giuseppe Boschini, assessore alle Politiche finanziarie e attuazione del programma del Comune di Modena
Marika Bronzato Davolio, presidente provinciale del CIF
Daria Denti, sindaco di Vignola
Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena
Albano Dugoni, portavoce del Forum Terzo Settore di Modena
Stefano Gobbi, presidente del Centro Sportivo Italiano di Modena
Andrea Landi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Flavio Lodi, Private Banker
Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali, sanitarie e abitative del Comune di Modena
Chiara Martinelli, studentessa del Liceo “A. Tassoni” di Modena
CIF Centro Italiano Femminile di Modena (le socie)
Giovanna Morini e Paolo Davoli, Preside dell’Istituto d’Arte Venturi di Modena e Preside dell’Istituto Selmi di Modena
Maddalena Notardonato, studentessa dell’Istituto d’Arte Venturi
Dino Piacentini, presidente di APMI-Confi mi Modena
Giorgio Pighi, sindaco del Comune di Modena
Laura Piretti, presidente dell’associazione UDI di Modena
Fabio Poggi, assessore alle Politiche giovanili del Comune di Modena
Vittorio Reggiani, presidente della Cooperativa Oltremare
Matteo Richetti, Deputato eletto nella circoscrizione XI Emilia-Romagna
Chiara Rubbiani, direttrice del Centro Servizi per il Volontariato di Modena
Emilio Sabattini, presidente della Provincia di Modena
Paolo Seghedoni, presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Modena
Kristina Starschinski, ex volontaria europea e studentessa presso la facoltà di Lettere e filosofi a dell’Università di Modena
Davide Torrini, segretario provinciale dell’UDC
Andrea Trenti, studente presso la facoltà di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Modena
UDI Unione Donne in Italia di Modena (Serena Ballista, Rosanna Galli, Judith Pinnock e Laura Piretti)

Rigenerare la città e trasformare i modenesi

Stop al consumo del suolo agricolo, congelamento di ogni nuova previsione insediativa fino all’adozione del PSC, costruzione e aggiornamento di un “Atlante del consumo del suolo” che possa essere consultato da tutti i cittadini. Puntare ai “poli culturali”, strategici per il futuro dello sviluppo sostenibile della città. Rigenerare il tessuto produttivo, proponendo uno sviluppo che pur garantendo benessere alle persone e alle famiglie sia equo e sostenibile in particolare puntando sul contenimento della bolletta energetica per le imprese. Rigenerare il mercato immobiliare a Modena che abbia come priorità il contrasto ad ogni forma di iniquità e di speculazione. Ripensare ai luoghi di aggregazione e alla sicurezza urbana, avendo come obiettivo la realizzazione di una città per tutti, accogliente e includente. Difendere la sostenibilità ambientale come scelta strategica e trasversale ti tutte le politiche di governo della città.

Cinque idee e altrettante proposte concrete per la redazione del nuovo Piano Strutturale Comunale di Modena. Cinque documenti su Cultura, Economia, Società, Ambiente e Territorio, che si possono sintetizzare nello slogan “Rigenerare la città, trasformare i cittadini”. È quanto è emerso dal lavoro svolto negli incontri del Laboratorio di politiche urbanistiche “facciaMOlacittà”, uno strumento partecipativo autonomo che si affianca al percorso promosso dal Comune di Modena.
Il documento verrà consegnato ai modenesi e agli amministratori del Comune di Modena, martedì 11 giugno.

In sintesi i capitoli del documento, frutto dei temi affrontati nei gruppi di lavoro.

TERRITORIO – coordinatore Carla Ferrari
E’ necessario che il PSC assuma l’obiettivo del consumo “zero” di suolo, sia delle aree ancora libere da edificazione all’interno della città costruita che di quello agricolo. Tutte le politiche insediative e di trasformazione del nuovo PSC devono essere ricondotte all’interno della città costruita, nelle aree dismesse (aree militari, aree ferroviarie, aree industriali) o in via di dismissione.
In una città con le dimensioni di Modena, ci sono tutte le condizioni per operare interventi di rigenerazione urbana e riqualificazione edilizia, riconoscendo centralità agli spazi pubblici, assegnando un ruolo innovativo alle funzioni commerciali e di servizio, rendendo la città più accogliente e solidale, energicamente efficiente, in grado di rispondere alla domanda di edilizia residenziale sociale, di servizi ai cittadini e alle imprese, di qualità, bellezza, sicurezza ed efficienza degli spazi urbani.

CULTURA – coordinatore Eriuccio Nora
Nessun Piano Urbanistico o Piano d’Azione, anche il migliore, è in grado di perseguire i suoi obiettivi efficacemente se non è condiviso e non è in sintonia con gli abitanti della città. La sua caratteristica vincente sarà data dalla qualità culturale, che consentirà di far dialogare la storia con il presente, l’identità con le differenze, il locale col globale, il particolare col tutto, l’empatia con la scienza, la tradizione con la creatività, la innovazione col futuro, la competitività con la cooperazione. Partiamo o ripartiamo dalla Cultura.

ECONOMIA – coordinatore Gianpietro Cavazza
Rigenerare il manifatturiero: per aumentare la capacità competitiva delle imprese si potrebbero abbassare alcune voci di costo tra le quali, oltre alla burocrazia, occupa un posto di rilevo la bolletta energetica (quindi educare a forme di risparmio energetico, favorire lo scambio di energia sul posto, incentivare sistemi di stoccaggio di energia, favorire la costruzione di reti locali di produzione e consumo di energia indipendenti dalla rete nazionale, incentivare la costituzione di cooperative di produttori/consumatori, correlare l’Imu alla classe energetica degli edifici e nel caso degli edifici abitativi alla condizione economica familiare).
Rigenerare il mercato immobiliare. La programmazione territoriale potrebbe: eliminare il consumo di suolo agendo direttamente sul patrimonio abitativo concentrando, con benefici fiscali, l’attività edilizia sulle aree già costruite; evitare di congestionare ulteriormente i tessuti urbani esistenti e anzi migliorandone i valori ambientali; prevedere interventi di densità misurata e ad alto valore ambientale nella riutilizzazione delle cosiddette “aree dismesse”; facilitare la rigenerazione e il cambio d’uso delle abitazioni per ristrutturazioni funzionali alle cure domestiche abbassando/eliminando gli oneri comunali.

SOCIETÀ – coordinatore Teresa Fiorito
L’obiettivo è di rendere davvero Modena una città per tutti, ma come intervenire? Ri-pensando alla scala urbana come quella del quartiere. Si richiede alla Pubblica Amministrazione il coinvolgimento diretto dei diversi attori sociali, attraverso una propria rappresentanza in tutte le fasi della progettazione, promuovendo misure volte al coinvolgimento sociale ed alla partecipazione inclusiva, ma dove, dopo la fase dell’ascolto dei bisogni, vi sia la risposta attraverso la condivisione di conoscenza sui temi dell’innovazione e della sostenibilità urbana, aperto ai contributi del mondo istituzionale e della ricerca, dell’impresa e della società civile.

AMBIENTE E MOBILITÀ – coordinatore Paolo Silingardi
I fattori ambientali critici sono riconducibili per sintesi ad alcune aree definite che coinvolgono beni collettivi primari come: Acqua, Aria, Suolo, Rifiuti, Energia. Ognuno di questi ambiti, strettamente integrati fra loro, esprime delle criticità, degli indicatori e delle priorità di intervento per ottimizzare e migliorare le politiche ambientali, della mobilità, di governo del territorio finalizzate al raggiungimento della sostenibilità e alla tutela della salute e del benessere delle persone.
La sostenibilità, obiettivo trasversale a tutte le politiche di governo, è oggi più che mai una scelta strategica per raggiungere e garantire competitività e creare attrattività e lavoro nel territorio.

Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.

Note Modenesi in pdf – N. 1

Ogni fine mese Note Modenesi online raccoglie gli articoli più significativi dell’edizione web e li pubblica in pdf. Scarica il numero 1 di Note Modenesi in pdf

Anticipiamo qui l’Editoriale di Gianpietro Cavazza.

FALSI PROFETI

copertina1-smallIn questo primo mese di attività on line Note Modenesi ha cercato di porsi con uno spirito nuovo rispetto ai fatti della realtà locale senza per questo perdere di vista gli scenari nazionali e internazionali nei quali inevitabilmente si collocano. Diversi sono stati i temi trattati, le storie, i sentimenti. Tra questi è stata messa sotto i riflettori la politica e i suoi protagonisti: i profili dei canditati in particolare quelli selezionati dalle primarie del PD, la campagna elettorale, il ruolo del web. Nel rileggere questi articoli che vi proponiamo sotto forma di dossier mi sono ricordato di un recente editoriale di Ernesto Galli Della Loggia segnalatomi da un amico. Al termine del suo intervento su “Gli equivoci dell’antipolitica” sentenziava: “Ma naturalmente poche cose sono così sicure come il fatto che, al centro come a sinistra, coloro che risulteranno eletti con il crisma salvifico della società civile, anche loro, alla fine, si adegueranno disciplinatamente ai vincoli e agli obblighi della politica. Anche loro obbediranno a quella regola suprema della politica che chi ha più forza, più potere, comanda: e poiché la gran parte dei cosiddetti esponenti della società civile di forza propria ne hanno poca o nulla, proprio essi – c’è da scommetterci – risulteranno in definitiva i più obbedienti (Ernesto Galli Della Loggia, 14 gennaio 2013 Corriere della Sera).

Al momento sembrano essere circa una ventina i canditati presenti nelle diverse liste etichettati come società civile. Non escludendo che siano stati scelti con la logica del casting rimangono aperte alcune questioni così sintetizzate: innanzitutto conviene maturare fin da subito la consapevolezza di essere minoranza politica, questo è il primo passo per elaborare una strategia politica e poi dei comportamenti individuali e collettivi coerenti, sia all’interno del parlamento e soprattutto sui territori. Se si considerano una lobby delle organizzazioni del cosiddetto terzo settore sono destinati alla insignificanza in quanto diventa palese che non hanno idee e strategie per l’intera società che invece dovrebbero rappresentare. Agire come se quella che stanno vivendo è solo una tappa della propria vocazione (politica) e non come carriera.

Da essi ci si aspetta che sappiano integrare testimonianza e politica, etica dei principi ed etica della responsabilità. Queste due etiche non sono, come si potrebbe cinicamente pensare, «antitetiche ma si completano a vicenda, e solo congiunte formano il vero uomo, quel¬lo che può avere la “vocazione per la politica”». Questa interazione non è mai data per scontata e soprattutto comporta lavoro, creatività e soprattutto sacrificio. Queste tre caratteristiche sono correlate fra loro e soprattutto sono una costante. In caso contrario sono solo moralismo e colpo di teatro.