Integrazione? Nemmeno col terremoto

Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia si laurea con una tesi originale sulla convivenza tra italiani e stranieri nelle tendopoli dei terremotati. Per scoprire che nemmeno vivere fianco a fianco, condividere gli stessi identici problemi,  favorisce processi di integrazione. Bambini a parte. Ma una soluzione c’è: dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto.

Dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto. E’ quanto emerge dall’originale tesi “Conseguenze del terremoto in Emilia: la convivenza interetnica all’interno della tendopoli di Finale Emilia”, con cui si è laureato lo scorso novembre in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi Ferrara, Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia.

Nella sua tesi Giacomo ha affrontato un tema a cui nessuno, fino ad ora, per quanto riguarda il terremoto della Bassa modenese, si è mai dedicato e lo ha fatto seguendo la cosiddetta tecnica di ricerca qualitativa, che prevede l’osservazione sul campo del fenomeno che si intende analizzare, una serie di interviste semi strutturate ai soggetti interessati dal fenomeno e la ricerca di dati ad esso relativi presso i luoghi di pertinenza, in questo caso gli uffici comunali. La tendopoli di Finale presa in esame è stata costruita pochi giorni dopo la prima scossa del 20 maggio e smantellata il 21 ottobre 2012. Ha avuto il picco massimo di affluenza nel mese di giugno quando ha contato più di 2.000 ospiti. Al momento della chiusura gli ospiti erano 300, di cui il 90% extracomunitari, dato che va confrontato con quello del 13%, che sono gli extracomunitari residenti a Finale.

Gli studi sociologici fatti finora hanno sempre dimostrato come nelle situazioni di emergenza e difficoltà le relazioni si intensifichino e la solidarietà aumenti: «questo si è verificato anche nella tendopoli di Finale, ma solamente tra le persone appartenenti alla stessa comunità – afferma Guerzoni -. In generale, quello che ho rilevato, intervistando sia persone straniere che italiane, è che non c’è stata integrazione (sia tra italiani e stranieri che stranieri e stranieri, ndr.), per mancanza di interesse ad attuarla, nonostante le condizioni fisiche di convivenza così ristretta ed obbligata. Le uniche occasioni sono state offerte dai bambini quando giocavano insieme, “obbligando” i genitori a relazionarsi gli uni con gli altri, o in quei casi in cui le persone si conoscevano già da prima o di persone particolarmente intraprendenti che si facevano avanti per fare conoscenza».

Il terremoto in Emilia ha messo in evidenza la grande differenza di risorse, materiali e immateriali, che sussiste tra i terremotati autoctoni e quelli stranieri. Affinché entrambi i soggetti raggiungano il loro obiettivo celermente – riuscire cioè a tornare il prima possibile alla vita normale – è indispensabile che avvenga tra di loro un lavoro collaborativo, che si tramuta concretamente, secondo la tesi di laurea, «in occasioni di dialogo comune, di disponibilità di ascolto da parte dei funzionari dell’Amministrazione, e nella cooperazione di tutta la popolazione cittadina al fine di sostenere i disagi di coloro che hanno subìto i danni più ingenti e di accelerare il ripristino della vita normale». È conveniente, quindi, che «l’èlite e i volontari si preoccupino di adottare strategie comunicative funzionali ed efficaci al fine di rispondere a tutte le esigenze informative degli ospiti. La situazione di incertezza sulla condizione attuale e futura, e la mancanza di risorse cognitive a riguardo, sono causa di un aumento del grado di stress, già notevolmente aumentato durante tutto il periodo della prima emergenza. L’ospite si è sentito spesso umiliato da un certo modo di essere trattato dai volontari. Questo non costituisce sicuramente la maggioranza dei casi del comportamento dei volontari e della reazione degli ospiti, ma sarebbe importante che le linee guida di conduzione e gestione di un campo tenessero conto anche dell’approccio umano verso gli ospiti. Sicuramente a rendere più complicata questa dinamica è stato il turnarsi delle squadre di volontari settimanalmente senza elementi di continuità, che avrebbero favorito una maggiore elasticità nei comportamenti tenuti da quest’ultimi».

«Durante la mia ricerca – conclude Giacomo – mi ha colpito la facilità di dialogo con le persone straniere, molto più disponibili al confronto di quello che m’immaginavo. Credo che dall’esperienza di gestione di emergenze come questa si possa e si debba imparare tanto, soprattutto da un punto di vista culturale, approfondendo lo stimolante confronto tra comunità diverse, indipendentemente dai frutti che può dare».

Fonte immagine in CC: Il Fatto Quotidiano.