Brasile 2014: Sogno di una notte di mezza estate

Brasile 2014, non si parla d’altro.
Semifinale. Tu dove la guardi?

Berlino sfida la stagione delle piogge e si riversa nei mille bar che proiettano la partita.

10 pm, Brasile Germania, Belo Horizonte.
Lo stadio è GIALLO, come la maglia dei suoi giocatori.
La tensione sa di aspettative miste all’attesa.

Siedo in un bar dietro casa.
Al tavolo tutte donne
una tedesca-tedesca
un’anglo-tedesca,
2 americane
una tedesca-cilena
e un italiana.
Me.

ger1Cominciano i goal
Tra le mani, il telefono vibra senza sosta.
Dall’altra parte c’è qualcuno che sta guardando la partita insieme a te.

Amici, Amori, Famiglia.
La Germania fa ormai parte della tua vita,
Così come il Brasile e L’Argentina
Per non parlare dell’Italia.

Ci si scambia messaggi veloci
“Hi guys, never seen anything like this… Come on Germany!!”
E i goal continuano
“Non saprei quale delle due squadre è sotto l’uso di stupefacenti”
E i goal continuano
“me lo aspettavo… ma il primo tempo 5 a 0 no”
E i goal continuano.
Applausi.

ger2Le ragazze americane guardano divertite lo spettacolo.
Ogni tanto fanno domande
Il calcio non fa parte del loro immaginario quotidiano.
È proprio vero, “Tutto è relativo nella vita”
anche i mondiali di calcio!
Ma non ditelo ai tifosi brasiliani
Quelli che hanno fischiato i giocatori
lasciando lo stadio prima della fine della partita.
Loro, sono gli unici che hanno perso oggi.

Fischio dell’arbitro.
Germania batte Brasile 7 a 1.
La semifinale con più gol della storia del calcio.
Qualche pacca sulla spalla
Pochi abbracci gioiosi
La gente salta sul posto
esulta,
batte le mani
e riprende il suo posto.
Tra le mani una birra,
C’è bisogno di tempo per realizzare…
…che è fatta!

ger3Poi,
lentamente,
alcuni più sbronzi e vocianti di altri,
si incamminano verso casa.

Se li fermi per chiedergli dove festeggia la gente
Ti rispondono che “i turchi sicuro vanno a Kudamm”.
Ma che loro no.
“Domani si lavora!”
E quasi per rassicurare la mia espressione delusa
aggiungono con un sorriso sornione
“Ci rifaremo festeggiando domenica!”

Carpe diem Germania
Penso tra me e me
Carpe diem.

(Immagine di copertina tratta dalla pagina Facebook “Tua madre è leggenda“)

Sei a casa. Sei in Europa.

Si è votato in Europa. Con l’arrivo della primavera l’intera città di Berlino si è lentamente ma progressivamente riempita di cartelloni elettorali i cui slogan hanno cercato di avvicinare i cittadini tedeschi, e non, a un contesto sovranazionale non per tutti consueto. Frasi accattivanti e rime provocanti hanno cercato di calamitare l’attenzione dei più.

L’Europa vicina
Nella città meno tedesca della Germania (400 mila stranieri residenti), infatti, ogni cittadino europeo domiciliato può esercitare il suo diritto di voto attribuendo la sua preferenza, a scelta, a un connazionale o a un candidato del paese in cui vive. Questo meccanismo elettorale, se pur non perfettamente oliato e con grossi margini di miglioramento, vuole far sentire ciascun europeo “a casa”.
Per molti paesi, dove il voto per posta esiste, questa è solo una formalità ma per gli italiani residenti all’estero ma non (ancora) iscritti all’AIRE sovverte uno spiacevole paradigma. Niente treni, aerei, giorni di ferie per poter varcare la soglia del seggio elettorale nella vecchia scuola elementare e esercitare quello che rimane un doveroso diritto. Non importa in quale paese le circostanze della vita ti abbiano portato. Sei a casa. Sei in Europa.

L’Europa lontana
Non tutti sono informati o interessati su quello che succede o succederà nella Comunità europea. Molti sono scettici verso quella che accusano di essere un’Unione monetaria più che un’Unione di popoli. C’è chi paragona Bruxelles a una sfera di cristallo eretta per proteggere i privilegi di pochi e chi a una bolla di sapone pronta a esplodere. C’è chi si barrica dietro antipatie nazionaliste e chi, più consapevolmente, denuncia l’eccessivo – e non legittimo – potere attribuito alla Commissione.
Ciò che è certo è che alla vigilia della Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e dell’apertura del settimo programma quadro per l’innovazione e la ricerca Horizon 2014-2020, le conversazioni dedicate ai mondiali di calcio sono più frequenti di quelle sulle elezioni europee.

Tra astensionismo e populismo
Nessuno lo dice ma in molti lo pensano: “elezioni europee = elezioni di second’ordine”.
È difficile capire per chi si vota, quale sia l’agenda dei candidati e soprattutto in che modo ciascun voto influenzerà le politiche europee e, di rimbalzo, la politica di ciascun paese. È forse per questo che dal 1979, anno in cui si sono celebrate le prime elezioni europee, che l’astensionismo è stato un fenomeno in costante aumento e spesso cavalcato da partiti (un tempo) minoritari le cui politiche populiste giocano su Rabbia, Paura e Ignoranza.

Qui in Germania la parola “Nazi” è spesso utilizzata in associazione a persone o partiti di estrema destra con tratti razzisti, che inneggiano a politiche economiche autarchiche e separatiste. Suona familiare? Tra i più noti National Front in Francia, Lega Nord in Italia, UKIP in Inghilterra, Alternative für Deutschland in Germania, FPÖ in Austria Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungeria. Ma ci sono anche partiti di estrema sinistra che vedono nell’Europa un vero e proprio rischio per la democrazia e l’economia del proprio paese: Die Linke in Germania e Syriza in Grecia. Poi ci sono quelli un po’ di qui e un po’ di lì, non è chiaro, come i 5 Stelle in Italia.

Perché votare è stato utile
Nei giorni scorsi 400 milioni di cittadini aventi diritto al voto in 28 Paesi hanno eletto 751 parlamentari tra i 16.351 candidati. Questi sono i numeri della seconda più grande democrazia al mondo e i neo eletti non avranno certo un compito facile. L’Europa di domani sarà infatti chiamata a risolvere non pochi problemi e ci auguriamo che riesca a proteggere altrettanti diritti.
La crisi economica e la delegittimazione politica che negli ultimi anni ha investito il vecchio continente dovrà essere combattuta a suon di partecipazione e di riforme. Quindi per oggi lasciamo lo scetticismo e la disillusione in cassetto. Mentre votiamo ricordiamoci che, in un mondo in cui la politica è spesso additata come la causa di ogni male, oggi siamo noi cittadini a far politica e a decidere chi ci rappresenterà.

Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

mazzi«L’integrazione è una bella cosa se si è in due a portarla avanti».
Questa la risposta di Lisa Mazzi, modenese emigrata in Germania negli anni ’70 e autrice del volume “Donne mobili“, quando le chiedo la sua idea a riguardo. E continua: “Negli ultimi anni le politiche mirate ad integrare i migranti nella società tedesca sono aumentate. Sembra che il Paese abbia capito che gli stranieri che vengono in Germania per lavorare non possono essere più trattati esclusivamente come Gastarbeiter (Lavoratori Ospiti), e stia finalmente cercando di recuperare il tempo perduto.”

Il tema dell’immigrazione è molto caro a Lisa Mazzi, che in questo suo ultimo libro, ha posto l’accento su un aspetto poco noto delle migrazioni avvenute nell’ultimo secolo tra Italia e Germania: le donne. Lo studio condotto dall’autrice ci apre gli occhi su un tema prima non documentato come quello della migrazione femminile, e su come questo fenomeno si sia intrecciato con l’evoluzione politico-economica dei due paesi.
Attraverso interviste e ricerche d’archivio l’autrice porta alla luce le storie di molte italiane che tra il 1890 e il 2010 hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro non per ricongiungersi a un familiare ma per iniziativa propria.Una vera e propria migrazione indipendente.
Dobbiamo sfatare questo mito” – dice Lisa – “non è vero che alla fine del 1800 solo gli uomini emigravano per trovare lavoro in Germania. Molte donne, specialmente provenienti dalla pianura padana, hanno fatto la stessa scelta coraggiosa disancorandosi da una società patriarcale e una morale cattolica che le voleva madri amorevoli e mogli onorate, per andare a fare le contadine nel sud della Germania”

Lisa Mazzi ha vissuto in prima persona il significato e i risultati del processo migratorio.
Da quarant’anni si è stabilita in Germania dove concilia la carriera accademica con il ruolo di madre e moglie.

donne mobiliCi siamo incontrate per la prima volta in una delle riunioni della Onlus Rete Donne Berlino e.V. dove donne italiane di tutte le età si incontrano e condividono la propria esperienza migratoria con l’obiettivo di contribuire alle politiche d’integrazione attraverso progetti e iniziative culturali sia a livello locale che federale.
Pochi giorni dopo la rivedo in un bar del quartiere Mitte per farle qualche domanda sull’Italia, sulla Germania e sull’importanza del Network tra connazionali.
Iniziamo parlando della Onlus dove ci siamo conosciute.

Qual è la tua opinione su Rete Donne ?
Rete Donne è la prima associazione sociale valida che si rivolge trasversalmente alle italiane che vivono in Germania. Ne fanno parte donne di vecchia come di nuova immigrazione che vogliono scambiare esperienze e competenze rendendosi attive nel loro nuovo paese senza perdere di vista le proprie radici. Rete Donne ha sede in diverse città della Germania tra cui Amburgo, Berlino e Francoforte. Pur non vivendo nella stessa città le persone che fanno parte di questo network hanno una meta e idee comuni. Questo ha fatto di Rete Donne un gruppo attivo e in crescita che vuole rispondere alle esigenze delle donne italiane facendo propria un’internazionalità non solo bi-nazionale ma aperta a 360 gradi.

Spesso in Italia si parla di politiche di genere. In cosa si differenziano le donne italiane e tedesche?
La donna tedesca è sempre stata più autonoma perché non ha mai dovuto combattere quelle battaglie civili che sono state così necessarie in Italia. Tutto quello che da noi è stato ottenuto a cavallo degli anni ’70, in Germania esisteva già dall’inizio del secolo. La fine del secondo conflitto mondiale e la morte di migliaia di uomini durante la guerra hanno portato le donne tedesche ad assumere un ruolo attivo nella ricostruzione delle città ma anche della società tedesca, ruolo che continua a venir loro riconosciuto. È importante però sottolineare come anche la donna italiana, attraverso le lotte del ’68, abbia portato avanti una lotta consapevole e agguerrita per raggiungere insieme all’emancipazione diritti civili importanti quali divorzio, aborto e il superamento della potestà familiare.

Donne e lavoro. Com’è la situazione in Germania?
Come ho scritto nel mio libro, il motivo per cui la mano d’opera femminile italiana è stata ricercata in Germania fin dalla fine dell’Ottocento sta nella sua economicità. Le donne venivano apprezzate in quanto billig und willig: costavano meno degli uomini e lavoravano molto.
Oggi, nonostante l’associazionismo femminile sia molto forte e il governo investa per migliorare le pari opportunità nel paese, questa differenza di salario tra i due sessi in Germania continua ad esistere ed è stata stimata intorno al 20%. Anche in Italia ci sono associazioni come Se non ora quando, che lavorano su questi temi importanti ma sfortunatamente la situazione politica del paese rimane un ostacolo al miglioramento delle politiche di genere.

it-ger1Siamo di fronte a una nuova ondata migratoria di giovani verso la Germania ma soprattutto verso Berlino. Cosa ne pensi?
Durante le ricerche fatte per il mio libro, mi sono resa conto che sono due le motivazioni ricorrenti alla base di una scelta migratoria: il “viaggio” e la “fuga”. Il viaggio come scoperta, e la fuga come risposta a condizioni materiali e sociali del paese d’origine. Penso che questi due elementi continuino ad essere oggi molto attuali.

In molti scelgono Berlino per lo spirito internazionale, l’offerta culturale e la grande vitalità che la città offre. Questo flusso rappresenta senz’altro una grande ricchezza per la città. A Fronte di questa grande potenzialità in arrivo però, spesso Berlino non è in grado di dare un lavoro a tutti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della città quest’anno ha raggiunto l’11%. In ogni caso è interessante vedere come gli stranieri che hanno scelto di vivere qui stiano apportando un grande impulso, anche identitario al tessuto socio-culturale della capitale.

In questo contesto in cambiamento il network diventa sempre più importante per orientarsi in un contesto nuovo per chi è appena arrivato, ma non solo. Proprio grazie a Rete Donne ho la fortuna di incontrare ragazze giovani a cui posso dare il mio contributo ma che al tempo stesso mi fanno aprire gli occhi su una esperienza migratoria molto diversa dalla mia. Io vivo questa nuova emigrazione come un’ondata di vitalità e di integrazione europea.

Quando pensi a Modena cosa ti manca?
La cucina rimane un luogo comune, anche se oggi non è più come trent’anni fa quando in Germania i ristoranti e i prodotti italiani non erano ancora così diffusi.
Mi mancano i portici, l’illuminazione di certi vicoli del centro storico come quelli della zona intorno a Calle di Luca e la familiarità che si prova nell’andare a prendere il caffè due giorni di seguito nello stesso bar.

Lisa Mazzi ha scritto racconti brevi e poesie in tedesco, trovando in quella che per molti è solo una lingua straniera una seconda casa. In una di queste ricompare Modena tra la nebbia.

Unreal city

Non c’era Dio ad attendermi alle porte di Modena,
L’ho incontrato piú tardi sul fiume nella nebbia.
Fear death by water
L’acqua scura é piena di ombre,
non pensavo fossero tante.
Luci nel profondo del fiume mi invitano a seguirle,
mi lusingano, cercano di sedurmi.
Vittima inerme, coraggiosa eroina?
Dio é la via
non so se questa sia giusta per me.
Troppo lontana é Modena, troppo irreale
La cittá con la sua torre stagliata nella nebbia.

[Unreal City. An den Toren von Modena habe ich Gott nicht getroffen/ Er ist mir später am Fluss im Nebel begegnet./ Fear death by water/ Das schwarze Wasser ist voller Gestalten/ Ich hätte nicht gedacht so viele./ Lichter in der Tiefe des Flusses laden mich ein,/ ihnen zu folgen, schmeicheln mich, versuchen mich zu verführen./ Wehrloses Opfer? Mutige Heldin?/ Gott der Wegweiser/ Ich weiß bloß nicht, ob dies der richtige Weg ist./ Zu weit weg ist Modena, zu unwirklich/ die Stadt mit ihrem hohen Turm im Nebel].

(Immagine in evidenza: photo credit: ♥KatB Photography♥ via photopin cc)

Piccola enciclopedia degli amici emigrati

Mi sento stretta, con poche vie d’uscita (e strette pure quelle), senza spazio per aprire le ali e portarmi in una zona con più aria. Cosa faccio? Vado via.

Andarevia è un verbo accattivante, quasi irresistibile, contagioso. S’attacca a ogni giovane. La scommessa è trovare il modo giusto per “andarevia” con profitto.
Ognuno di noi ha una collezione di amici “andativia” degna di un documentario sull’emigrazione dei giovani italiani. Vi metto a disposizione i miei.

Marco faceva il giornalista a Modena, dopo essersi laureato in lettere ha deciso di fare un’esperienza all’estero. Ha trovato lavoro in Svizzera come cameriere, paga minima (ma la paga per un apprendista in Svizzera compete con quella di un professionista in Italia). Da cameriere è diventato cuoco (perché il sangue italiano non mente), poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione ed è tornato in Italia in bicicletta dopo aver girato un po’ di Europa. Ora è capocuoco di un ristorante in Germania perché si è fidanzato con una tedesca incontrata in bici.

Giovanni faceva l’elettricista a Modena. Il lavoro era poco e non annunciava di aumentare, così ha pensato di andarsene finchè era giovane e poteva scommettere su sé stesso. Anche lui ha preso un treno per la Svizzera. Anche lassù, nel cantone tedesco, fa l’elettricista. Guadagna molto ma ritiene di lavorare troppo e ha la ragazza in Italia che pensa “vado o non vado? Vado o non vado?” E ora che la Svizzera ha messo un tetto all’ingresso di lavoratori dall’Unione Europea, cosa ne sarà di loro?

Paolo ha scelto la Russia. Aveva appena finito le scuole superiori e non sapeva cosa farsene di se stesso qui. Si è iscritto a un corso base di russo dopo aver ascoltato la storia dell’amica di un’amica che aveva fatto la cameriera in Russia con grande profitto. È partito con uno zaino e dopo un paio di settimane lavorava in un ristorante abbastanza lussuoso. Ottime mance. Ho incontrato Paolo qualche sera fa in palestra: “non sapevo fossi tornato!!”, “non vedo l’ora di ripartire”.

Liliana faceva la fotografa a Modena. Questa città le stava stretta e così si è trasferita a Bologna dal fidanzato. Bologna le è stata stretta dopo un anno e si è trasferita alle Canarie con il marito. Hanno gestito un ristorante, preparando piatti della tradizione emiliana, per un anno; poi le cose sono cambiate. Ora sono disoccupati ma non programmano comunque di rientrare in Italia. Quando scende la sera, il sole tramonta su una spiaggia da cartolina e Liliana scatta una foto.

liliana medici

(Immagine in evidenza: photo credit pamhule via photopin cc)

Ricordando il Muro che non c’è

Oggi a Berlino è festa. Oggi si ricorda il ventiquattresimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. Oggi si riflette su quel Muro che nell’estate del 1961 “nessuno” aveva intenzione di costruire.

“Tomorrow morning in old Berlin Where they lock you out or lock you in” After Berlin – Neil Young (1982)

«Nessuno ha intenzione di costruire un muro»: queste le parole che Walter Ulbricht, leader storico della Germania comunista, pronunciò in una conferenza stampa quella stessa estate. Pochi mesi dopo questa affermazione il settore EST e OVEST della città vennero prima chiusi e successivamente blindati da un muro fortificato che, con i suoi 32,4 chilometri, avrebbe attraversato la città cambiandone irreversibilmente aspetto e morfologia.
Edifici, strade, chiese e trasporti pubblici vennero demoliti, interrotti o modificati sotto gli occhi increduli degli abitanti di Berlino che si videro chiudere dentro (o fuori) da confine economico, politico e geografico che li avrebbe divisi fino alla fine della Guerra Fredda.

“follow the Moskva
Down, to Gorky Park
Listening to the wind of change
An August summer night
Soldiers passing by
Listening to the wind of change”
Wind of Change – Scorpions (1990)

muro2

Ma i confini disegnati a tavolino raramente resistono all’avanzare della Storia e quella Germania, che dopo la seconda Guerra Mondiale aveva accettato inerme di essere divisa e spartita come bottino di guerra, negli anni ’80 alza la voce e lo fa a ritmo di Rock.
Il vento, le onde radio e il contrabbando di cassette musicali portano dall’altra parte del muro gli ideali di libertà di un’America che per le nuove generazioni non rappresenta più il nemico. Così la Germania, ad Est come ad Ovest, inizia a rivendicare il cambiamento sociale, la fame di consumo e la rabbia contro un sistema per molti aspetti totalitario. Pressioni queste che finiranno per sfiancare una classe politica stanca e confusa da un’economia in crisi.

“Ora il mondo è cambiato la gente ci passa in quel posto. Ma se guardo per terra in mezzo a quei sassi. C’è ancora una pietra che porta una storia”. Il Muro – Nomadi 1988

«Die Mauer muss weg! – Il muro deve scomparire». Questo era il motto universale delle manifestazioni pubbliche a Berlino durante gli anni di lotta contro la divisione della città. E per questa volontà comune il muro è caduto e velocemente scomparso per lasciare spazio a una pianificazione urbanistica che avrebbe nuovamente incoronato Berlino come capitale del paese riunificato.

“Starry-eyed an’ laughing as I recall when we were caught
Trapped by no track of hours for they hanged suspended”
Chimes of Freedom – Bob Dylan (1964)

Ricordare il Muro nella sua assenza è una decisione politica significativa. Questo è il messaggio del memoriale a cielo aperto eretto a Berlino in Bernauer Straße, così come del percorso di mattoni appena delineato che ricalca il perimetro del vecchio confine.
Sono molti i turisti che passeggiano alla ricerca di quel Muro, simbolo di una città e di un’epoca, e non lo trovano. Alla domanda “dove si trova?” spesso la risposta è lapidaria perché non c’è più nessun muro a Berlino. Allora dissimulando un pizzico di delusione si dirigono verso i murales della East Side Gallery o a Check Point Charlie, il posto di controllo dove un tempo i carri armati sovietici e americani si fronteggiarono a pochi metri di distanza.

“I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns, shot above our heads (over our heads)
And we kissed, as though nothing could fall (nothing could fall)
And the shame, was on the other side”
Heroes – David Bowie (1977)

A ventiquattro anni dalla caduta del Muro e dalla sua successiva riunificazione politica, la Germania è un paese unito che appare socialmente coeso, economicamente forte e lungimirante per quanto riguarda le politiche sociali.
Ma la Germania è davvero unita? In molti annuiscono senza esserne troppo convinti. Per alcuni non c’è stato un forte sentimento di identità nazionale fino ai Mondiali del 2006.

Per i cittadini dell’Ovest l’unificazione è stata un mero atto formale attraverso il quale sono stati estesi i principi costituzionali della BRD (Repubblica Federale Tedesca) ai Länder orientali. Ma molti cittadini dell’Est ne sentono ancora la mancanza. Per usare le parole di Thomas Brussing “La DDR (Repubblica Democratica Tedesca) è scomparsa senza che la piangessimo. E l’Ostalgie (Nostalgia dell’Est) è il nostro lutto a scoppio ritardato”. Così lo scrittore tedesco ha descritto lo stato di molti cittadini della Germania Est in seguito alla caduta del muro di Berlino.

“Lights are shining in the German sky. Cosmic walls between the moon and I” Neil Young – After Berlin 1982

Oggi il Muro, se c’è, non è nella fisicità di barriere di pietra. Ma si trova in qualcosa di più sottile e profondo, che va cercato altrove.

Negli ultimi vent’anni molto è stato fatto per colmare le diseguaglianze successive alla caduta della DDR, ma le differenze restano molte. In questa foto di Berlino scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) per esempio si possono facilmente individuare i vecchi settori della città: a destra l’Est illuminato ancora con i suggestivi ma poco ecologici lampioni a gas, a sinistra l’Ovest con la sua illuminazione elettrica moderna dalle tonalità siderali.

Un’ altra testimonianza concreta viene proprio dagli ultimi risultati elettorali e da come i berlinesi hanno votato.


Questa mappa della capitale mostra in maniera estremamente efficace le preferenze di voto di ciascun seggio di Berlino durante le ultime elezioni (sul sito è possibile trovare informazioni più dettagliate a riguardo). I cittadini che vivono in quella che era la Berlino Ovest hanno prevalentemente votato per partiti conservatori (CDU o FDP colore nero) o per una sinistra moderata (SPD rosso), mentre gli abitanti della vecchia Berlino Est hanno dato la loro preferenza all’estrema sinistra (LINKE,e Grüne colore viola e verde) e alla sinistra moderata (SPD). muro4A ventiquattro anni dalla caduta del Muro insomma i cittadini tedeschi parlano, pensano, comprano e votano in modo diverso, formando un miscuglio eterogeneo. E guardando i colori di questa cartina è facile vedere il muro invisibile che resta presente.

“Now life devalues day by day
As friends and neighbours turn away
And there’s a change that, even with regret,
cannot be undone”
A Great Day for Freedom – Pink Floyd (1994)

Se da una parte non si può negare l’incredibile percorso che ha portato la Repubblica Federale Tedesca attraverso le fasi prima di “paese in macerie”, poi di “paese diviso” e infine di “potenza europea”, molti segni indicano che l’integrazione Est-Ovest non è completa.
Non si tratta solo delle battute canzonatorie che si sprecano tra Wessis e Ossis (termini leggermente dispregiativi con cui si apostrofano a vicenda i berlinesi dell’ovest e dell’est). Quello che si percepisce è un vero, se pur sottile, senso di diffidenza reciproca verso quel vicino di casa che non si è mai incontrato perché viveva “dall’altra parte” del Muro. Questi pregiudizi ancora così presenti sono stati certamente dettati da un sistema economico, politico e da valori divergenti e specifici di ideologie diametralmente opposte.

In questo giorno in cui Berlino celebra la caduta di un muro di pietra l’augurio rimane lo stesso che Bob Dylan pronunciò nel 1988 durante il più grande concerto rock che la DDR ricordi: «Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute».

Video della TV italiana

(photo credit: bicccio via photopin cc)

Keep calm and vote the Kanzlerin

cduNessuna sorpresa, il capo resta Lei. Oggi 62 milioni di cittadini tedeschi sono stati chiamati al voto e, per la terza volta consecutiva, hanno affidato il mandato di Kanzlerin della Repubblica Federale Tedesca ad Angela Merkel.
Problemi e scandali degli ultimi otto anni di governo, avvenuti dentro e fuori i confini nazionali, non sono riusciti a intaccare la reputazione del Premier uscente agli occhi del suo elettorato. Motivo di tale successo, oltre che nelle doti personali della “Cancelliera”, risiede nella comunicazione, da molti considerata demagogica, che il CDU ha tessuto con pazienza e perseveranza intorno alla figura fisica e mediatica della Merkel.
Negli ultimi vent’anni infatti Angela è passata dall’essere “la ragazza” (die Mädchen) designata da Kohln come sua legittima erede nel Partito, ad essere “la madre” (die Mutti) del popolo tedesco che in seno a lei ritrova sicurezza orgoglio prima sconosciuti.


cdu2The show must go on
. L’espressione “ci pensa Angie” è ormai entrata a far parte del linguaggio corrente. I suoi completi colorati ma austeri, il taglio di capelli unisex e la sua gestualità, a lungo considerati non sufficientemente appealing, si sono affermati oggi come un vero e proprio Brand. Prova ne è stato l’evento di chiusura della campagna del CDU tenutosi alla vigilia delle elezioni presso il Tempodrom di Berlino. Qui Angie ha parlato davanti a quasi 4.000 tifosi, i quali, rispettando le pause dell’oratoria Merkeliana, hanno contribuito a coreografare lo spettacolo con cartelli preparati ad hoc.

Nonostante tutto la Merkel piace. In molti si chiedono come questo sia possibile in un Paese dove, il salario minimo non è previsto, i contratti atipici aumentano e i contributi previdenziali diminuiscono. Gli effetti collaterali del così detto Sistema tedesco non sono un segreto per nessuno, ma neanche questo ostacola la campagna di Angie che, forte di slogan universali quali “Un’economia Forte”, “Un lavoro sicuro” e “Finanze solide”, “Di più per le famiglie”, riesce a posizionarsi con successo rispetto alla concorrenza e a guadagnarsi così la fedeltà degli elettori.

Europa über alles. La crisi europea è stata il centro della politica estera di Angela Merkel durante lo scorso mandato e Madame Non ci tiene a ricordarlo a chiunque sia all’ascolto. «Non può esistere una Germania forte se l’Europa non ritrova la perduta stabilità economica» e anche qui la retorica elettorale si fa sentire. «Quando in Grecia dimostrano contro l’Austerity, non mi dispiaccio – dice –. Io che ho vissuto la DDR in prima persona do grande importanza alla libertà di espressione, religione e movimento che l’Europa di oggi consente a tutti noi». E gli applausi non si fanno aspettare interrotti solo dalle note patriottiche dell’inno nazionale tedesco.

cdu3
“No candidates were disqualified or imprisoned on pretexts. No one will be exiled or shot. All parties accept the process and the verdict. That we take all this for granted is, in itself, extraordinarily heartening. Glückwunsch, Deutschland”

Non tutto era stato previsto. A superare la soglia di sbarramento del 5% necessaria per entrare nel Bundestag sono il CDU/CSU con il 41,5%, l’SPD con il 25,7%, Linke con l’8,6% e i Grüne con 8,4% dei voti. Grandi esclusi i Liberali dell’FPD con solo il 4,8% delle preferenze e i Pirati con il 2,2%. Durante gli scrutini non pochi hanno tirato un sospiro di sollievo quando la corsa del AFD, il partito antieuropeista, si è fermata a quota 4,7%.
Numeri alla mano è già tempo di strategie e congetture: con chi governerà Angie?
Le ipotesi che prevedono l’avvento di una Grande Coalizione con l’SPD non sono poche ma anche i verdi potrebbero rivelarsi un possibile alleato per l’Unione. In meno invece avanzano l’ipotesi di una coalizione Rosso-Rosso-Verde orientata a sinistra.
Quel che è certo e che domani gli slogan della campagna lasceranno spazio ad azioni concrete per dare al Paese un nuovo governo. Intanto, come scrive Daniel Hannan sulle pagine del Telegraph: «Nessuno dei candidati è stato squalificato o incarcerato con pretesti. Nessuno verrà esiliato o fucilato. Tutti I partiti accettano il processo come il verdetto. Il fatto che si dia tutto questo per scontato è, di per sé, straordinariamente confortante. Congratulazioni Germania».

Angaangaq, Billy Jean, Freddy Mercury e va tutto bene madamalamarchesa!

Sono appena tornata da un viaggio con le mie due figliole. Dopo il rito delle elezioni politiche, sentendomi sicura di aver fatto il mio dovere di cittadina e di aver contribuito a dare un governo stabile al Paese, sono partita per il deserto del Sahara, così tanto per abituarmi a come sarà il centro di Modena dopo la ristrutturazione di Piazza Roma. Nel Sahara però non ci sono ancora le strisce blu, ma su questo torneremo.
5951683083_7f15fe4bba_bPrima di partire ho portato la mia figlia più piccola, ancora da maritare, all’evento culturale modenese dell’anno: l’incontro al Forum Monzani con gli specialisti di cure alternative, rigenerazione spirituale ed energia mentale. La mia bambina cercava un filtro d’amore per fare innamorare un tale modenese che dicono guadagni 820.000 euro all’anno per dire che tutto va bene (madamalamarchesa). Abbiamo parlato con lo sciamano esquimese Angaangaq che ci ha risposto serafico: «se la avessimo noi quella pozione, con sti paio di igloo che resteremmo al freddo in Groenlandia a fare dei buchi nel ghiaccio…».
Purtroppo tra ossi di caribù, trecce di avena nordica e caraffe magiche, non abbiamo visto lo stand del Comune dove speravamo d’incontrare l’Assessore al Bilancio, occupato con fondi di caffé e zampe di gallina, a far quadrare i conti. Sembra che non gli abbiano accordato il pass in quanto le metodologie utilizzate per redigere l’importante documento, non sono state ancora certificate dai druidi della finanza internazionale… Vedremo se il prossimo anno gli organizzatori chiederanno al responsabile del culto degli antenati aborigeni di mettersi in contatto con il sindaco, per capire cosa bolle nel pentolone.

In ogni caso, di ritorno dal Sahara ho trovato la situazione politica nazionale proprio come me la aspettavo, cioè all'”italiana”. Quel milioncino e più di radical chic, un po’ di destra, molti di sinistra, ma con anche tanti piccoli imprenditori illuminati, che hanno votato all’ultimo momento il Grillo, volendo far parte del 20% degli indignati-super-fighi (cioè, nella vulgata attuale, la parte intelligente e onesta del Paese…!!!!), hanno invece fatto sì che il Movimentone sia asceso al 30% circa, rendendo di fatto ingovernabile il Paese. Bravi! Ottima scelta! Da veri italianissimi che poi adesso si lamentano che manca un punto diPil!
5858858941_9579957aa8_bDa quel momento la situazione si è dipanata come segue: 1) Monti è così contento del suo partito che ha dichiarato di non volerne più essere il leader, perché non ne può più; 2) Bossi e il suo cerchio magico (vedi il Forum Monzani) hanno tirato calci ai Maroni degli altri leghisti e ora pensano di formare un altro partito (già vediamo il titolo: “il partito di Maroni si spacca: si va verso la soluzione di due testicoli indipendenti!); 3) nel Pd ci sono ormai più leader che iscritti e ognuno vuol fare fuori gli altri; 4) i grillini, tra una gita sui colli e l’altra (“s’annamo a divertì, nannì, nannì!”) fanno le quirinarie e i nomi che ne escono sono quanto di più vecchio, omologato, convenzionale e banale possa esistere (mancano solo il “Che”, Freddy Mercury e la Marylin, poi siamo al completo!). L’unico che fila dritto, non avendo problemi di partito (che non c’è) e di democrazia interna, è il solito Cav. che, tra un processo e l’altro, continua a rapprersentare al meglio ciò che l’italia davvero è: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!
In pratica il risultato sarà il seguente. Nuove elezioni a Giugno dove gli italiani si ricompatteranno su due grandi coalizioni, esattamente la situazione disastrosa per cui era stato necessario chiamare il tedesco Monti al capezzale. Abbiamo fatto il giro dell’oca e ora torniamo al punto di partenza!!! Questa volta però ci manderanno direttamente l’esercito teutonico a risolvere il problema.

Nel Paesello invece non succede proprio nulla, sempre le solite tre cose. Le piscine Dogali vengono date in gestione sempre agli stessi e gli altri si arrabbiano, però poi dicono che se anche vincono non le gestiscono loro (non svegliare il can che dorme!); c’è chi dice che i reati sono diminuiti, ma stranamente sono aumentate drammaticamente le rapine e i furti (va tutto bene… madamalamarchesa!); il Comune per far finta di essere ancora comunista (adesso si dice liberalsocialdemocratico) si inventa una Fondazione dove mettere dentro gli educatori dei nidi, ma solo per pagarli meno; la società che gestisce i parcheggi toglie un po’ di strisce bianche e le sostituisce con le blu, ma sempre più strette! Adesso per parcheggiare bisogna fare un corso all’autodromo di Maranello. Stranamente a questa stessa società va anche il 10% delle multe.

MJ1In conclusione solo due piccoli consigli. 1) Invece che fare le strisce blu e bianche con i parchimetri, fate delle strisce arcobaleno! Uno parcheggia poi quando torna scopre quale era il colore. Se era bianco, non paga; se era blu, paga anche una bella multa. Al sistema potreste collegare una specie di Lotteria Modena, e il 6 di gennaio fare una estrazione. Chi vince fa una settimana di vancanza da Longagnani a istruirsi. 2) Poiché si va verso la pedonalizzazione del centro strorico, perché non approffittarne? Io direi di pavimentare tutto il centro con dei rettangoli che si illuminano e si spengono a caso, come nel video “Billy Jean” di Michael Jackson (vi ricordate?). I pedoni camminano, poi a un certo punto scatta una sirena e tutti si devono fermare (tipo Uno, due, tre stella!): se siete su un cubo illuminato pagate una multina (1 euro) se invece siete su un cubo spento, potete proseguire.

Se il futuro non abita più qui

Quando mi imbatto in storie come quella del barbiere marocchino Nabil capace di affrontare ogni genere di avversità pur di offrire al proprio futuro opportunità migliori, quello che mi colpisce sempre è la feroce determinazione di queste persone. Persone capaci di privazioni indicibili pur di raggiungere il proprio obiettivo. Ma se il desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà o addirittura la fame sono, da sempre, motori formidabili per affrontare enormi difficoltà, dal crollo del muro di Berlino in poi bisogna aggiungere quella che si potrebbe chiamare “Variante d’Occidente“. Se con la fine della guerra fredda il modello capitalista ha conquistato il mondo, a spingere il resto del pianeta a omologarsi a noi, non è più solamente il comprensibile desiderio di sottrarsi a condizioni d’indigenza, ma piuttosto quello di potersi permettere esattamente il nostro stile di vita. A quanto pare, una benzina altrettanto potente almeno per qualche miliardo di persone (per chi non lo sapesse, dal 2011 sulla terra siamo oltre 7 miliardi).

Niente di nuovo, d’accordo. Lo si sa. Ma questa crisi la cui fine ancora non si intravede, potrebbe essere il punto di svolta di un cambiamento epocale.

Ogni volta che mi capita l’occasione cito un articolo di quasi dieci anni fa pubblicato su Internazionale (n.560 dell’8/14 ottobre 2004): “Quando i cinesi fanno shopping“. Un reportage che racconta lo smantellamento di una fabbrica tedesca ormai dismessa per la lavorazione del carbone. Per compiere l’operazione di smontaggio, impacchettamento e spedizione pezzo per pezzo nella madrepatria dove la Kaiserstuhl (questo il nome del complesso industriale) verrà ricostruita identica e rimessa in funzione, per quasi due anni centinaia di operai cinesi si trasferiscono a Dortmund. Direttore dei lavori, un manager – tal Mo Lishi – di un’impresa di chimica carbonifera della Cina orientale con 28.000 dipendenti. Insomma, uno che nel suo Paese, anche dieci anni fa, non se la cavava di sicuro malaccio. A lasciarmi a bocca aperta, mentre da noi quando si parla di manager si finisce inevitabilmente per discutere di stipendi da favola, è la descrizione dello stile di vita di Mo Lishi durante la lunghissima trasferta tedesca: “In ufficio, Mo sistema un letto, sopra il quale fissa una zanzariera. Trascina nella stanza la sua rigida valigia blu e pensa dove sistemare le sue cose. Armadi fuori uso e polverosi, un tavolo impiallacciato tutto coperto di graffi, una scopa logora, un paio di grucce, un rotolo di carta igienica: ecco la camera da letto e il salotto di Mo per il prossimo anno e mezzo. Intanto sua moglie abita da sola in uno spazioso appartamento accanto alla piscina pubblica di Zoucheng, in Cina“.

Ad un certo punto a trovare Mo Lishi arriva la figlia Ziwei. Perfino lei rimane di sasso. E il dialogo tra i due è indimenticabile: “Quando Mo fa vedere alla figlia il suo alloggio, compreso l’ufficio, Ziwei si spaventa: ‘Papà, ma perché ti fai questo?’. A una finestra penzolano delle mutande che Mo ha steso ad asciugare. ‘Ma papà, tu sei un uomo potente: in Cina hai tanti amici, hai un bell’appartamento!’. Mo ascolta in silenzio. ‘A casa hai un ufficio con poltrone costose. Hai sette segretarie. Hai donne delle pulizie che vengono ogni giorno a mettere ordine. E poi, non sei più giovanissimo. Ma perché non te ne torni a casa?’. ‘Non sono mica vecchio’, replica dolcemente Mo. ‘Ho ancora da fare. Se fossi vecchio, non avrei più niente da fare’. ‘È una vita che lavori’, ribatte la figlia, ‘perché hai accettato questo incarico?’. La Kaiserstuhl  è tecnica moderna’, risponde Mo, ‘e io voglio portare questa fabbrica a casa, perché ne sono orgoglioso’.

Chissà se oggi, dieci anni dopo, nella Cina ormai divenuta la grande “fabbrica del mondo”, si troveranno ancora dei Mo Lishi disposti a simili sacrifici. Nel suo caso poi, nemmeno per un interesse personale diretto, ma in nome di quello che lui ritiene essere il progresso di un’intero Paese. Di sicuro nel mondo ormai globalizzato di Mo ce ne sono ancora parecchi, tutti determinatissimi a far propria la “Variante d’Occidente”. A confermarlo è un bellissimo reportage da Davos, la località svizzera che ogni anno riunisce capi di stato e grandi manager di tutto il mondo, scritto da Emmanuel Carrère, autore di uno dei più interessanti libri usciti l’anno scorso, Limonov, pubblicato originariamente sulla rivista francese Revue21 (e tradotto su Internazionale n. 983 del 18/24 gennaio 2013).

Abbiamo un’idea sbagliata del dibattito: quello che succede oggi (…) gli occidentali lo definiscono in termini di crisi e di disastro, ma per i paesi emergenti il discorso è completamente diverso, il nostro disastro è il loro trionfo. In altre parole, se nel tempo in cui cinque cinesi o indiani passano dalla povertà alla classe media, due europei o statunitensi fanno la strada inversa, ebbene non è un cattivo affare. L’unico problema è che questo non ci farà piacere. Noi eravamo i ricchi e loro i poveri, ma la situazione sta cambiando. E Davos è così appassionante proprio perché si assiste a questa mutazione come in laboratorio. Le star non sono più i responsabili delle grandi aziende quotate alla borsa di Parigi né i banchieri statunitensi né i capi di stato occidentali. Le star sono i cinesi, gli indiani, gli indonesiani, gli africani. Questo forum, che voi vedete (…) come la roccaforte di un’oligarchia sazia e assediata, è di fatto l’evoluzione di quello che un tempo era chiamato terzomondismo. Siete voi i pavidi, i retrogradi, le vostre facce spaventate da lettori di Le Monde Diplomatique sono solo le maschere del vostro panico. Sì, i vostri paesi stanno diventato il nuovo terzo mondo. Sì, i vostri piccoli risparmi si stanno volatilizzando. E se ci sarà una nuova rivoluzione del 1789, non sarà quella del 99 per cento di occidentali medi contro l’1 per cento di occidentali ricchi, ma quella degli ex dannati della Terra contro i loro ex padroni coloniali, cioè voi“.

Messaggio chiaro, no? Al di là delle motivazioni della crisi (tutte vere, per altro) che di solito ci vengono fornite – le speculazioni finanziarie, la crisi dei titoli subprime del 2006, la debolezza strutturale dei paesi mediterranei, il declino delle democrazie, ecc. ecc. – la questione fondamentale è che la torta è sempre quella, solo che a volere la propria fetta ci sono e ci saranno sempre più persone. Un punto di vista che rende gli scenari futuri, almeno per quel che ci riguarda, inquietanti. Al punto che – spero solo provocatoriamente – mi viene da concludere con un breve brano tratto dal già citato “Limonov” di Carrère:

In due ore di guerra, pensa Eduard (Limonov), si impara sulla vita e sugli uomini più che in quattro decenni di pace. La guerra è sporca, è vero, la guerra non ha senso, ma, cazzo!, neanche la vita civile ha senso, per quanto è tetra e ragionevole a forza di frenare gli istinti. La verità che nessuno osa dire è che la guerra è un piacere, il più grande dei piaceri, altrimenti finirebbe subito. (…)  Il piacere della guerra, della guerra vera, è innato negli uomini come quello della pace, ed è un’idiozia volerli mutilare di questo piacere ripetendo virtuosamente: la pace è buona, la guerra è cattiva. In realtà, pace e guerra sono come l’uomo e la donna, lo yin e lo yang: sono necessarie entrambe.