“Barbablu” è arrivato: dal Teatro Tempio al Festival di Avignone

“Ero sola, nel bosco. C’era tanta gente. Sola. Due bambine. Una, una sola. Due bambine. L’una, sorrideva ingannandosi, l’altra subiva dimenandosi. Incrociate i pollici, alzate le orecchie, storcete il naso. Barbablu è arrivato, dentro e fuori. E son dolori.”

Cominciava così lo spettacolo teatrale “Barbablu”, realizzato dalla compagnia modenese Peso Specifico per la regia e drammaturgia di Roberta Spaventa. Una voce fuori campo e una silhouette di donna stagliata nel buio, inerme, con un cappio al collo, a gettare un’ombra inquietante sulla platea da 90 posti del TeTe – Teatro Tempio. Qui, un primo studio dello spettacolo andò in scena nel novembre 2013, seguito dalle vere e proprie rappresentazioni nel corso del 2014, allestite sia al Tempio sia in altri teatri dell’area modenese e non solo. Nel 2015, però, le repliche hanno dovuto forzatamente traslocare assieme alle numerose altre attività della compagnia: al termine dell’anno scorso, infatti, il nuovo parroco di S.Giuseppe Tempio Don Claudio Arletti decise di non rinnovare a Peso Specifico la gestione del teatro cominciata nel 2010, consegnandone la direzione ai frati Paolini.

Il TeTe
Il TeTe

In Francia il TeTe sarebbe stato annoverato fra i cosiddetti lieux intérmediaires et indépendents, ossia luoghi di cultura gestiti da compagnie teatrali e utilizzati sia come luoghi di creazione e rappresentazione per le stesse compagnie, sia come luoghi di aggregazione ed espressione a beneficio della comunità. Al TeTe, per esempio, oltre all’attività di produzione e rappresentazione di Peso Specifico, si tenevano tra le altre cose corsi di recitazione per bambini e adulti, workshop con ospiti italiani e stranieri, un mercatino settimanale di prodotti biologici e le serate estive Tempio d’Estate.

Ma tant’è, la Francia è lontana seppur sempre a portata di mano. “Barbablu”, lo spettacolo del cambiamento, andrà infatti in scena nella sua nuova versione francese “Barbe-bleue” alla 50esima edizione del Festival OFF di Avignone, l’evento più celebre del panorama teatrale indipendente. Già ospite ad Avignone nel 2013 con “Facevo il morto”, la compagnia Peso Specifico approda quest’anno nella città francese dei Papi con il sostegno e il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Comune di Modena e dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. Lo spettacolo sarà interpretato da Cristina Carbone, Santo Marino, Martina Raccanelli e Alessandra Amerio, e le rappresentazioni si terranno dal 4 al 26 luglio.

barbablu2

Ispirato alla macabra favola omonima, in cui il temibile uxoricida Barbablu nasconde nel suo castello uno stanzino con i corpi martoriati e senza vita delle sue mogli, lo spettacolo di Peso Specifico è una riflessione forte ed emotiva sulle dinamiche della violenza. Un male banale, purtroppo sempre attuale. Il filo conduttore alla scoperta della verità sono due bambine, che diventano ragazze e poi donne, due lati della stessa medaglia in cerca della propria identità al di fuori del proprio guscio. Ma l’inevitabile incontro con l’Altro rischia di divenire fatale, se l’Altro è Barbablu, un “mago mancato” dal fascino scintillante e dall’interiorità torbida: una volta aperta la porta segreta, riusciranno le due donne a sostenere la visione e ad affrontare la dura realtà?

Poiché non si può augurare buona fortuna agli attori – e dicendolo in francese per restare in tema -, “beaucoup de merde” a Peso Specifico e a “Barbe-bleue” che ad Avignone porteranno con loro un pezzo significativo della vita culturale della nostra città.

Charlie Hebdo e il clima delle piazze francesi

Tre mesi a Bordeaux. Non immaginavo che le ultime parole francesi che avrei imparato pochi giorni prima di ripartire sarebbero state fusillade, canarder e tuerie: sparatoria, impallinare, massacro. Non immaginavo nemmeno che avrei passato l’ultima domenica del mio soggiorno in mezzo a una manifestazione che ha fatto uscire di casa circa 140.000 persone in una città storicamente difficile da mobilitare.

Qualche giorno dopo il 7 gennaio, ho preso atto che quasi tutto il mondo è stato bombardato di parole, punti di vista, articoli, pensieri, frasi, dichiarazioni, riflessioni, vignette e quant’altro rispetto alla vicenda, a Charlie Hebdo, ai poliziotti coinvolti, agli ostaggi, alla satira, alla libertà d’espressione, a sono o non sono Charlie. Lo slogan geniale su fondo nero, tanto semplice quanto d’impatto, viene inventato da Joachim Roncin, direttore artistico e giornalista musicale del giornale “Stylist”, che lo posta su Twitter neanche un’ora dopo l’accaduto. “Je suis Charlie” diventa subito virale, travalica le frontiere, fa imparare a tutti il presente del verbo “essere” in francese e diventa una bandiera apolitica, apartitica e aconfessionale attorno cui non manca di ruotare il dibattito: siamo o non siamo Charlie? Se sì, perché? Se no, perché?

hebdo1

Date le dinamiche dell’attentato a Charlie Hebdo e del sequestro a Porte de Vincennes, nonché la multi-culturalità delle vittime e delle persone coinvolte, mi sembra che nel giro di tre giorni sia stato messo sul tavolo un quantitativo enorme di problematiche, alcune spesso sottovalutate, date per scontate o semplicemente ignorate. Tra queste, la libertà di espressione, di stampa e di satira, il significato stesso della satira, la paura degli attentati terroristici, l’antisemitismo, l’intolleranza o la tolleranza religiosa, la paura del diverso, l’islam, il razzismo strisciante, la vita quotidiana nella società occidentale, l’integrazione o la mancata integrazione, il fenomeno dei foreign fighters.

E’ dura da digerire in un colpo solo. E’ una digestione da pitone che non riguarda solo i francesi e personalmente mi auguro proseguirà attraverso l’utilizzo di strumenti quali il cervello. Nel mentre, sarà per la forza del mondo interconnesso o per un’atavica necessità di ritrovarsi assieme, molte persone hanno sentito un bisogno e sono scese in strada, fino a culminare nelle manifestazioni oceaniche del fine settimana.

hebdo3

Non ho ancora chiaro come queste strane giornate vengano vissute attualmente in Italia. Ma posso dire che a Bordeaux, tutto a un tratto, il giro in centro del sabato pomeriggio si fa assieme ai gendarmes in tenuta antiproiettile e mitra alla mano. Posso dire che qui la frase ricorrente è “Siamo solo all’inizio”, e non ci si riferisce solo al timore di altri attentati, ma proprio al fatto che tante cose sono rimesse in discussione e questo può portare ad un vasto ventaglio di esiti. Posso dire che è molto sentito il pericolo dell’ipocrisia di chi difende la satira solo quando è in linea con il proprio pensiero, solo quando ci scappa il morto, solo quando conviene, facendo diventare un simbolo una cosa che li prendeva in giro, i simboli.

hebdo4

Posso dire anche che il Ministero dell’Educazione Nazionale ha inviato una lettera ai professori invitandoli “a rispondere favorevolmente ai bisogni o alle domande di espressione che potrebbero avere luogo in classe”: in alcune classi si è discusso, in alcune no e in altre gli alunni si sono opposti al minuto di silenzio.  Posso infine dire che nel 2017 in Francia si vota ed è lì che si tireranno le somme nel paese: ne trarrà giovamento il popolo di François Hollande che ha guidato la marcia pacifica più colossale della storia francese radunando attorno a sé le teste di una cinquantina di paesi, oppure quello di Marine Le Pen che alle scorse europee ha sbaragliato gli avversari con il 24% e adesso (ri)parla di pena di morte?

Venerdì, quando saluterò Bordeaux in un aeroporto presumibilmente ancora super-pattugliato, non riuscirò a non portare con me queste riflessioni.

Filosofia da esportazione: da Modena a Saint-Emilion

Nella regione francese dell’Aquitania, Modena fa rima con « aceto balsamico ». L’oro nero delle terre estensi precede la fama della città che, per il resto, rimane un luogo incerto. Potrebbe essere in montagna come al mare, al Nord come al Sud, un grande centro dinamico come un paesino sperduto. Non si sa, ma si sa che c’è le vinaigre balsamique.

phil7Eppure c’è un’altro elemento di Modena che dovrebbe essere conosciuto in Aquitania, se non altro nei pressi delle valli solcate dal fiume Dordogna e punteggiate di vitigni Merlot e Cabernet, lontani circa 1110 km dalla nostra città. Si tratta del Festival Filosofia.

phil1

Il perché è presto detto. Dal 2007, nel mese di maggio, la cittadina aquitana di Saint-Emilion assieme alle limitrofe Libourne e Pomerol, organizza un evento analogo. Si chiama Philosophia, dura tre giorni ed è a partecipazione gratuita, prevede conferenze e lezioni magistrali, proiezioni e atelier per bambini, attività all’aperto e nei luoghi di cultura, il tutto legato a un tema specifico che cambia a ogni edizione. Ricorda qualcosa ? Certo che sì, e non si tratta di plagio, poiché Philosophia è nato proprio come gemmazione del nostrano Festival Filosofia : Saint-Emilion come Modena, Libourne e Pomerol come Carpi e Sassuolo, e, sullo sfondo, i vigneti del Bordeaux come quelli del Lambrusco (che non temono il confronto, poiché il mosto per ricavare il pregiato balsamique viene anche da lì).

phil4Questa talea modenese nasce attraverso il musicista, compositore, scenografo e scrittore aquitano Eric Le Collen, oggi direttore di Philosophia. E’ il settembre 2005 e in Piazza Grande si parla dei Sensi. Le Collen, da semplice turista, si trova lì. «Ho colto, in quell’agorà, un desiderio di unione e comunità – racconterà in seguito -. A Modena regnava un’atmosfera di festa, una festa delle idee nella quale ognuno si ritagliava il compito di riflettere, ascoltare, esprimersi. »

La macchina entra presto in moto. Una genesi quasi fortuita e spensierata dà carburante alla filosofia da esportazione, alla « festa delle idee » formato francese, e Saint-Emilion è la scenografia scelta dal suo futuro direttore. Tappa fondamentale del turismo enogastronomico, con le sue 2000 anime è patrimonio dell’Unesco, ha un raro esempio di chiesa monolitica e vestigia di monasteri medievali, il tutto intervallato dai filari di vite e ammantato di foschia nei mesi freddi: molto pittoresco, direbbero gli inglesi.

phil8Philosophia vede così la luce proprio con una prima edizione dedicata ai Sensi, ricalcando non solo il format modenese ma anche la grafica e, tra visite reciproche e Apéritif Modène in Aquitania, il rapporto tra le due manifestazioni diventa istituzionale. Amore, Felicità, Mondo, Immaginazione, Libertà  Natura e Tempo sono gli altri temi proposti da Philosophia in questi anni. Non tutti nuovi alle orecchie di un modenese, hanno tuttavia progressivamente affrancato Philosophia dalla grafica nostrana, pur non avendo il festival francese ancora i flussi, la risonanza o il numero di amici social del « grand frère » emiliano.

phil5Tra filosofia, patrimonio Unesco e patrimonio enogastronomico, le due sorelle-non-gemelle Modena e Saint-Emilion tessono dunque a distanza i propri percorsi paralleli, che forse non sono così evidenti ai cittadini, ma tuttavia ci sono. E se nel 2008 l’allora sindaco della città francese, Bernard Lauret, auspicò un gemellaggio all’insegna della filosofia e della buona tavola, non resta che da domandarsi come mai non ci sia ancora stata, né in Emilia né in Aquitania, un’edizione del festival dedicata al cibo: visti i tempi che corrono, almeno da noi, potrebbe essere un’idea per il 2016.

 

Visti da fuori: guida pratica alle curiosità dei Francesi sull’Italia.

Gli Italiani non lasciano indifferenti gli altri popoli del Pianeta. Sono amati e ammirati, ma anche criticati e odiati; a volte ammirati e odiati, più spesso amati e criticati. (…) L’Italiano accende le passioni degli altri che, sfortunatamente, tendono talvolta a emettere giudizi semplicistici e un po’ leggeri sulle situazioni, spesso ben complicate, della vita della penisola.”
Questo è un brano tradotto dal libro “Sacrés Italiens!”, edizioni Armand Colin, scritto all’inizio del 2014 dal giornalista Alberto Toscano per spiegare ai Francesi la strana complessità dell’Italia e dei suoi abitanti.

01E Berlusconi? E’ in prigione?”
Questa invece è la prima domanda alla quale deve rispondere, sempre nel 2014, l’Italiano che si trova in Francia. Il tono è quello che si usa per sapere che fine ha fatto lo zio burlone che non ne combina una da un po’.

E’ l’inizio di una storia che si svolge a Bordeaux, la città del Sud-Ouest dai maestosi palazzi in pietra dove la Garonna si allarga per gettarsi nell’Oceano Atlantico, dove nessuna automobile si ferma alle strisce pedonali e dove i pedoni attraversano con il rosso. Non ha la pretesa di sviscerare la verità assoluta su come è vista l’Italia dai fierissimi Francesi, bensì essere, nel suo piccolo, un termometro della situazione.

E dunque, dov’è finito Berlusconi? Lo chiede Evelyne, che è contabile da vent’anni per un’azienda vinicola e ama la Sardegna. Lo chiede suo marito Louis, che conosce il concetto di “mamma italiana”. Lo chiede Boulbaba, un signore tunisino che ha visto tutti i film di Fellini e chiama gli Italiani “cugini”. Lo chiede Fabien, un giovane responsabile di diffusione teatrale che conosce la parola “osso buco” e la serie tv di “Romanzo Criminale”.

In tutti i casi si finisce col parlare di case di riposo e di Nicolas Sarkozy, che per loro stessa ammissione è “il Berlusconi in salsa francese”, mentre il novello Matteo Renzi non suscita la benché minima curiosità. “Ah sì, abbiamo sentito dire che c’è un tipo nuovo che ha tante idee. Com’è che si chiama?” Et voilà, il riassunto della nuova credibilità internazionale dell’Italia è presto fatto in due parole: Renzi chi?

Anche il secondo prodotto da esportazione resta un grande classico. …Et la mafià italienne, si vede così tanto?”
Fortunatamente, l’eco degli arresti di Roma non arriva. Qui si parla piuttosto di problemi nazionali: scarti di bauxite versati in mare nell’area protetta delle calanques di Marsiglia, la regione del Midi di nuovo sott’acqua dopo le pesanti piogge, la nascita del blog “ruines d’université” dedicato alle Università più “sgarrupate” di Francia, i contratti a tempo indeterminato sempre più rari. Dopo il TG, se non fosse per il caffè, l’Italiano si sentirebbe quasi a casa.

02

A seconda dell’interlocutore, dopo le solite “Frequently Asked Questions”, la terza domanda può rivelarsi un gioco al massacro.
Perché non fate niente per lo ius soli?”
“Qual è quel posto dove c’erano tutti i rifiuti qualche anno fa?”
“Mi scusi, ho sentito che parlavate dell’Italia. Ma quante cose torbide avete nel vostro passato? E il Vaticano, soprattutto il Vaticano?!”
“Sono finiti i lavori per quel ponte nel sud?”
Ma in che situazione terribile vivono i vostri attori di teatro?”

Quest’ultima spunta durante una riunione presso Iddac, un ufficio pubblico di sostegno alla cultura. Svelatasi una presenza italiana al tavolo, un brusio concitato percorre i partecipanti che si scambiano sguardi terrorizzati. C’è un perché. In Francia, un sistema illuminato detto “intermittenza” permette da tempo agli artisti di avere una certa autonomia lavorativa. Ora che la crisi inizia a erodere i diritti e a chiudere i rubinetti con continue revisioni al ribasso, l’Italiano, proveniente da un paese che in barba alla sua storia reputa l’espressione artistica come l’ultima ruota del carro, non è altro che uno scomodo memento mori.

Ma una voce esce dal coro, determinata. “Anche io sono Italiano, però non so l’italiano”, afferma a sorpresa un signore in impermeabile di nome Dominique, al termine della stessa riunione. I suoi genitori pagarono il prezzo della discriminazione per essere figli di immigrati italiani e, per risparmiargli le stesse vessazioni, non gli insegnarono mai la loro lingua madre. Tuttavia Dominique, da grande, ha voluto ricucire i pezzi mancanti ed è andato a scoprire quell’Italia che gli appartiene: i dolci declivi dell’Umbria e il morbido tramonto dei laghi prealpini, “un luogo per innamorati”.

Come lui, ricostruisce i pezzi della sua italianità una ragazza senza nome che aspetta l’autobus notturno per tornare a casa, tra frotte di adolescenti alticci con iphone a pezzi e bottiglie di whiskey sottobraccio. La ragazza ha i nonni italiani, nelle Alpi piemontesi, e sul nostro paese non ha dubbi: “Avete un senso dell’ospitalità che noi Francesi dovremmo imparare. Sì, da voi c’è più crisi, ma i problemi sono dappertutto. Sì, parlate sempre a voce alta, ma è un segno di vitalità e comunica gioia di vivere. Ogni estate vado in Italia e se per qualche motivo non ci riesco, ci sto male. E’ il mio angolo di paradiso”.

pasta

E’ inutile, siamo troppo complicati. Siamo una contraddizione. Siamo belli e dannati. Abbiamo la dote rara di saper ridere di noi, ma in fondo non ci vogliamo abbastanza bene, perché le autocritiche che ci rivolgiamo, spesso, sono più distruttive che costruttive. Come è scritto in “Sacré Italiens!”, siamo “una splendida melodia e una terribile cacofonia allo stesso tempo”. E’ questo lo stereotipo più vero, mentre non è vero che è tutto oro ciò che luccica al di là dei nostri confini.

Per questo, anche il rumoroso e gesticolante popolo dello Stivale deve avere il diritto di sentirsi fiero nel rispondere alla domanda più bella (e più semplice):
E’ un meraviglioso accento italiano quello che sento?” Sì, proprio così.

La scuola di cinema è il cinema. Parola di regista.

“Volevo fare una storia russa, che si svolge il giorno in cui l’uomo è andato sulla luna. Mi sono chiesto: in Unione Sovietica, quando hanno capito di avere perso la corsa allo spazio, cosa hanno pensato? Cosa hanno fatto? Cosa succede all’uomo quando fallisce in modo catastrofico?”

Youcef MahmoudiYoucef Mahmoudi ha 28 anni, è un regista e sceneggiatore modenese di origini algerine e dal 2006 vive a Nizza. Racconta così la genesi di Kosmodrome, il suo terzo cortometraggio che, realizzato dopo anni di pausa, verrà presentato a maggio in anteprima presso The Art of Brooklyn Film Festival. Ma facciamo un passo indietro.

DA MODENA A NIZZA

Nato ad Algeri nel 1986, Youcef Mahmoudi cresce a Modena, città dove la sua famiglia si trasferisce quando lui ha appena un anno. Qui resta fino alla fine delle scuole superiori, quando i suoi genitori decidono di spostare la propria attività commerciale a Nizza. “I miei sono partiti a giugno 2005, io stavo passando la maturità – racconta -. All’inizio non volevo partire, poi mi sono fatto sedurre dalla bellezza della Costa Azzurra e a gennaio 2006 sono partito anche io.”

Nei mesi in cui Youcef rimane da solo a Modena lavora per la Croce Blu e realizza  Il Portafoglio, il suo secondo cortometraggio. Con il trasferimento, però, il desiderio di formarsi come regista e sceneggiatore subisce una battuta d’arresto. «Passare da una lingua all’altra è complicato: vuoi fare cinema, vuoi farlo in una lingua che non è la tua – continua -. Avevo tutti i contatti a Modena quindi per un po’ ho lasciato perdere. Poi nel 2012 mi sono iscritto all’Ecole Française d’Audiovisuel Sud di Nizza. Kosmodrome è nato nell’ambito di questi studi».

Presentato in una sua prima versione come elaborato finale per conseguire il diploma, Kosmodrome è uscito dalle pareti scolastiche per diventare un’opera indipendente, prodotta dallo stesso Youcef, che non esclude un’ulteriore evoluzione poiché «cambiare è un dovere e l’obiettivo è avere il miglior film possibile».

kosmodrome locandina“KOSMODROME”

Tutto inizia (o finisce) in un bunker siberiano, il 20 luglio 1969, con una ragazza che uccide con lo sguardo e un universo interiore che sparisce, un misterioso colonnello e il suo esercito di psiconauti. I 15 minuti di Kosmodrome hanno un ritmo serrato e mischiano diversi linguaggi: dalle atmosfere da Guerra Fredda si arriva alla fantascienza, passando per i concetti di propaganda, manipolazione psichica, fallimento e vendetta. Il risultato è una fusione di suggestioni legate agli anni ’60 intesi come «epoca d’oro dei film di fantascienza e di sperimentazioni psichedeliche, con questo sogno, questa volontà di esplorare lo spazio».

L’internazionalità è un altro aspetto di Kosmodrome. Molti attori sono russi, trovati grazie alla Maison de la Russie che riunisce la comunità russa della Costa Azzurra. «Alcuni di loro la Guerra Fredda l’hanno vissuta quindi ho cercato di includerli nel progetto creativo – continua Youcef –. Nella troupe c’erano anche francesi e italiani, tra cui Mirco Sgarzi che è membro dell’Associazione Italiana Autori della Fotografia e Tiziano Martella che ha lavorato per La Grande Bellezza di Sorrentino e Reality di Garrone. In post-produzione ho avuto Todd Warren, il sound designer del film Cube. Una troupe veramente internazionale… e il regista è arabo, in più!».

DA “IL PORTAFOGLIO” A “KOSMODROME”

kosmodrome 1Rimettersi in pista dopo diversi anni comporta molti cambiamenti. «Ne Il Portafoglio parlo di una violenza fisica, in Kosmodrome di una violenza mentale. Questa è l’unica connessione tra i due. Non c’è più molto di quello che avevo fatto a Modena anche se indubbiamente tutte le basi tecniche vengono da lì – spiega Youcef e conclude – . Questo film è stato una scuola di cinema, più della vera scuola di cinema. Lì mi sono fatto delle conoscenze, ma per fare cinema bisogna scrivere molto, tutti i giorni, prendere una telecamera, delle luci, cercare gente disposta a fare un film con te, girare, provare, far vedere quello che si è fatto, girare, girare, girare ed è così che si impara. Bisogna fare cinema per imparare a fare cinema».

 

Perché lasciare Modena per Parigi e vivere meglio

La collezione estate-inverno 2013 ha fatto tornare di moda la valigia, spesso in pendant con un biglietto aereo solo andata. L’emigrante 2.0 – ormai lo sappiamo bene – ha il profilo del laureato brillante, viene chiamato più elegantemente “cervello in fuga” e infesta le percentuali sciorinate dai media assieme all’altra figura cardine di questo periodo, il disoccupato cronico.

Lasciando da parte neologismi e statistiche, dietro ogni emigrazione c’è una storia, magari non strettamente legata alla crisi. Come quella di Marco Marchetti, modenese oggi 32enne che ha deciso di lasciare il Belpaese in tempi ancora non sospetti. Dopo aver studiato Cartoni Animati presso la Scuola di Cinema di Torino, nel 2005 si è trasferito in Francia, a Valence, dove si è specializzato in regia. Da lì si è spostato a Parigi nel 2007, dove ancora vive senza alcuna intenzione di fare ritorno in Italia poiché “in Francia le condizioni sono più allettanti”.

parigi1In questi anni Marco ha lavorato per la televisione francese nell’ambito delle serie tv, a livello sia tecnico, sia informatico. Le “condizioni allettanti” a cui fa riferimento sono legate innanzitutto alle politiche lavorative promulgate dai nostri cugini d’Oltralpe, in particolar modo quelle mirate al settore culturale. «Qui esiste l’intermittenza dello spettacolo – spiega -. Si tratta di un assegno sociale per chi lavora nel mondo dello spettacolo, un settore dove può esserci molta discontinuità lavorativa. Con quattro mesi di contratto a tempo determinato, cumulando un dato monte ore, si può arrivare fino a sette mesi di aiuto».

Non è una novità che la Francia abbia una maggiore sensibilità verso il settore culturale, per contro lungamente bistrattato in Italia (e qui la crisi non c’entra, ma di sicuro aggrava). Marco il baratro italiano lo vede da lontano, ma afferma che anche in Francia la situazione inizia a essere meno rosea. «Anche qui la crisi comincia a sentirsi. Nel mio settore le produzioni hanno meno finanziamenti e a volte si preferisce sfruttare i giovani che hanno più entusiasmo rispetto a ingaggiare chi ha più esperienza. Inoltre il solo curriculum vitae è spesso poco efficace, anche qui conta molto sviluppare una rete di conoscenze che si auto-alimenta con il lavoro stesso». Difficoltà per difficoltà, però, associato alla Francia ritorna nuovamente quell’aggettivo, allettante. «Ho intenzione di restare qua anche se con la crisi dovessi cambiare mestiere – afferma infatti -. Qui è la qualità della vita a essere migliore, a partire dalle piccole cose come i servizi e i trasporti: tutto funziona meglio, il sistema è più rodato a tutti i livelli».

Se gli italiani sono poetisanti e navigatori, quando si fanno trasmigratori, portano sempre con loro qualcosa di prezioso. «Il vantaggio italiano è che le cose sono sempre approssimative. Questo ci rende più flessibili, in Italia impariamo ad arrangiarci di più. Qua in Francia invece alcuni atteggiamenti di ipercorrettismo sfociano in rigidità – conclude Marco aggiungendo un commento sulla città natia -. Modena mi ha fornito delle origini originali da poter raccontare. In una città cosmopolita ci si omologa di più, si perde una forma di originalità che in provincia è più viva. La vita parigina è un po’ un cliché, tutti sanno com’è. Quella di Modena no, a partire dal clima e dal cibo, fino al dialetto e al modo di fare delle persone».

Proprio perché siamo poeti, santi e navigatori, ma anche eroi, pensatori, scienziati e artisti, quando diventiamo trasmigratori ricordiamoci sempre che in valigia portiamo con noi storie belle e uniche da raccontare.

Notizie, non missili

Parlare di giornalismo in campagna elettorale è pericolosissimo. Primo perché a qualche settimana dal voto è tutto più amplificato, i riflettori sono puntati più del solito sui partiti e sui politici, i microfoni sono aperti (quasi esclusivamente) alle dichiarazioni di candidati e portavoce. E’ un argomento rischioso anche perché puoi essere frainteso: il politico penserà che ti stai schierando, il sindacato – già in trincea – aspetterà l’inciampo per gridare allo scandalo, i diretti interessati (i giornalisti) storceranno il naso perché – secondo un’antica usanza – criticarsi tra colleghi non è mai da fare.

Per questo motivo accantono l’idea e parlerò più genericamente del “dovere della notizia” e del “doverla darla bene” la notizia. E parto da un episodio recentissimo, ahimè della campagna elettorale.

grilloEcco la notizia – la cronaca – in breve: Beppe Grillo, durante il comizio dello Tsunami tour del Movimento 5 stelle a Bologna, ha ribadito un concetto col suo solito linguaggio canzonatorio: Siamo contro la guerra; non accettiamo l’idea di essere alleati con i francesi che hanno deciso di bombardare il Mali; a noi i tuareg e i mussulmani non hanno fatto niente di male; se i francesi vogliono proprio bombardare qualcuno, che dirigano i propri missili verso il Parlamento italiano dove ci sono solo “politici morti” ecc. ecc. Questo il ritornello che il comico genovese sta ripetendo – uguale anche nelle virgole – da 15 giorni. E lo posso certificare dal momento che per lavoro, seguo i suoi comizi (in media 3 al giorno) in giro per l’Italia, dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria al Lazio. Unico concetto “nuovo”, nella tappa bolognese, è stato:  se Al Queda decide di fare una rappresaglia anche l’Italia è a rischio… e quindi? a chi dovremmo dare la colpa in quel caso?

Un’agenzia di stampa nazionale, che seguiva in streaming il comizio, ha titolato (ha fatto un flash, in gergo giornalistico): “Grillo: Mali? Al Qaeda bombardi Roma invece”. Cinque minuti dopo un take (un lancio, un articolo per spiegare il flash) con un’aggiunta nel titolo: “Grillo: Mali? Se rappresaglia Al Qaeda bombardi Roma”. Il gestore del sito Repubblica.it, riprende l’agenzia e lancia “Dal palco allestito a piazza Maggiore a Bologna, tappa del suo tour elettorale, Beppe Grillo senza ombrello sotto la pioggia scrosciante lancia la sua ‘proposta shock’: “Al Qaeda bombardi Roma”. Fornisce le coordinate Gps, allude a una “ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna” e invita Al Qaeda, in caso di rappresaglie per l’escalation militare in Mali, a indirizzare lì i propri missili.”.

La notizia viene anche letta in diretta dal palco, dove Grillo sta ancora parlando alla folla.

Panico a Bologna. Tra colleghi delle altre agenzie stampa ci si guarda. Nessuno aveva sentito l’invito fatto ad Al Qaeda di bombardare l’Italia. Per scrupolo si ascolta la registrazione, e si decide di non dettare una notizia sbagliata (perché di notizia sbagliata si tratta). Ma il danno ormai è fatto: Repubblica non smentisce e – ancora più ridicolo – pubblica sul sito il video integrale dal quale si capisce benissimo il fraintendimento (come il bambino che rompe un bicchiere, si presenta dalla mamma col bicchiere rotto in mano e dice “mamma, io non ho rotto il bicchiere”). Diversi altri quotidiani (chi nell’articolo, chi anche solo nel titolo) il giorno dopo seguono il giornale diretto da Ezio Mauro.

Lo dico con rammarico, perché Grillo e il suo movimento fanno da sempre una battaglia contro i giornalisti: la categoria ha perso l’occasione per riscattarsi agli occhi del M5s. Difficile smentire il leader che ha così commentato: “Ma vi rendete conto di quello che scrivono? Aizzano le persone. Questo è il vero fascismo. Viene completamente rovesciato il senso della mia battuta. Ho espresso pubblicamente la mia contrarietà e estraneità a un qualsiasi coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Mali, così come prevede l’art. 11 della nostra Costituzione. Io non ho niente contro il Mali, nulla contro i tuareg che vengono massacrati dalle forze golpiste sostenute dai francesi. Le coordinate gps erano un suggerimento ai francesi, a cui noi dovremmo fornire le basi logistiche. Solo dei giornalisti di regime potevano stravolgere il senso delle mie parole”.

Nel moltiplicarsi di mezzi di comunicazione, alcune “coordinate” possono servire sia a chi dà le notizie sia a chi le riceve.

Raccontare la politica non è come fare la telecronaca di una partita di calcio o di una gara di Formula Uno, dove c’è un inizio, un primo tempo, un podio e semmai le dichiarazioni finali degli allenatori o dei piloti. La notizia è più “lunga”, ha bisogno di più tempo per essere raccontata e per essere letta.

La malizia di certi discorsi politici, va contrapposta con racconti semplici, lineari; ma questo non significa che il giornalista deve accendere il registratore e trascrivere il sermone del politico di turno; un cronista deve mediare, deve obbligatoriamente mediare e fare quello sforzo in più richiesto anche in condizioni difficili, sotto la pioggia o quando si è di fretta.

La politica – che si fonda sulla comunicazione – deve essere onesta: deve usare la stampa per farsi capire dal cittadino e in questo il giornalista può essere un compagno di viaggio.

Il cronista, però, non può perdere tempo con le finte storie e finte notizie; deve essere impaziente di soffermarsi sui dettagli, di studiare i programmi, di confrontare gli annunci e gli impegni presi dai rappresentanti delle istituzioni, dai segretari di partito e dai candidati. Ieri, invece, si è perso tempo. Prezioso. Mentre le elezioni sono alle porte.

Download dell’articolo in formato epub per tablet.