Essere altrove: la mostra “Strange worlds” di Modena

Nella canicola modenese ormai ufficialmente cominciata e già insostenibile, tregua di oggi a parte, chi non può lasciare la città avrebbe voglia di essere da un’altra parte. Non per forza al mare, ma diciamo altrove. Ovvero “da qualche altra parte”, come dice il dizionario: “in un altro luogo”. Perché il pianeta in cui viviamo è grande, molto grande, e tutti a volte vorremmo essere altrove. Se non fisicamente, almeno con la testa.

La mostra “Strange Worlds” che si aprirà al pubblico oggi, 9 luglio è esattamente questo: una rinfrescante sensazione di altrove. Fotografie e video provenienti da tutto il mondo. Circa 70 opere di 26 fotografi e artisti, che coprono più o meno tutto il pianeta: Brasile, Svizzera, Ghana, Francia, India, Cina, Russia, Nigeria, Argentina, solo per citarne alcuni.

Laura Glusman - Laisla, 2007 - Stampa a colori
Laura Glusman – Laisla, 2007 – Stampa a colori

Strani mondi, “un mosaico interattivo” – come lo definisce il curatore della mostra – del nostro presente. Un mix di culture, popoli, religioni, volti, paesaggi che raccontano il mondo in questo momento. Non si tratta ovviamente di una semplice collezione di cartoline – per quanto anche quelle diano sempre una forte sensazione di altrove – ma di una serie di opere forti che raccontano la vita in posti lontani da noi e che rappresentano uno stimolo alla riflessione sul presente.

Ketaki Sheth - Ridhi and Sidhi, Norbury, London, 1997 - Stampa alla gelatina d’argento - Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena
Ketaki Sheth – Ridhi and Sidhi, Norbury, London, 1997 – Stampa alla gelatina d’argento – Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena

La mostra “Strange worlds”, a cura della Fondazione Fotografia di Modena, sarà aperta al pubblico dal 9 luglio fino al 6 settembre 2015 presso il Foro Boario ed è organizzata in collaborazione con la Fondazione Cassa di risparmio di Modena, Comune di Modena e Unicredit.

Jodi Bieber Father and son trapeze act, Market Theatre Precinct, Newtown, 1994-2004 - stampa ai sali d’argento
Jodi Bieber
Father and son trapeze act, Market Theatre Precinct, Newtown, 1994-2004 – stampa ai sali d’argento

Tra i fotografi e gli artisti presenti: Claudia Andujar (Svizzera/Brasile), Philip Kwame Apagya (Ghana), Marika Asatiani (Georgia), Yto Barrada (Francia), Jodi Bieber (Sudafrica), Nikhil Chopra (India), Cao Fei (Cina), Yang Fudong (Cina), Laura Glusman (Argentina), David Goldblatt (Sudafrica), Pieter Hugo (Sudafrica), Amar Kanwar (India), Anastasia Khoroshilova (Russia), Goddy Leye (Camerun), Ma Liuming (Cina), Daniel Naudè (Sudafrica), George Osodi (Nigeria), Marco Pando (Perù), Rosangela Renno (Brasile), Mauro Restiffe (Brasile), Ketaki Sheth (India), Ahlam Shibli (Palestina), Raghubir Singh (India), Sebastian Szyd (Argentina), Guy Tillim (Sudafruca), David Zynk Yi (Perù).

Cao Fei - Hip Hop Fukuoka, 2005 - Frame da video - Courtesy l’artista e Lombard-Freid Projects - Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena
Cao Fei – Hip Hop Fukuoka, 2005 – Frame da video – Courtesy l’artista e Lombard-Freid Projects – Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena
Philip Gwame Apagya - Hello World, 1996 stampa a colori - Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena
Philip Gwame Apagya – Hello World, 1996 stampa a colori – Collezione Fondazione Cassa di risparmio di Modena

(Foto di copertina: Andujar, Yanomami, Serie A Casa)

Quel simbolo che da 2000 anni non smette di interrogarci

Da un progetto applaudito al festival Fotografia Europea, a un viaggio-documentario alla scoperta dell’Italia della Fede che ruota attorno alle croci di Dozulé, movimento spesso mal tollerato dalla Chiesa Cattolica. Lo scorso maggio, il modenese Tommaso Mori, classe 1988, diplomato in fotografia presso il Cfp Bauer di Milano, ha raccolto consensi presso la prestigiosa kermesse organizzata in terra reggiana con la serie di scatti “Simone di Cirene”, figura biblica che, stando alle Sacre Scritture, aiutò Gesù Cristo a trasportare la croce nella salita al Golgota: “Compare solamente per due versetti, si hanno pochissime informazioni sul suo conto – spiega Tommaso –. Ho preso spunto da questa figura per affrontare il tema del portare la croce”. Ora, da queste serie di dieci scatti, sta prendendo vita quello che a tutti gli effetti può avere i crismi per essere un documentario fotografico più ampio e circostanziato sul vivere la fede all’epoca della totale secolarizzazione.

Alte più di sette metri, facilmente visibili grazie anche all’illuminazione al neon, le “croci d’amore di Dozulé” sono installazioni facilmente riconoscibili, soprattutto lungo strada Vignolese, nei pressi della chiesa di Collegarola, e ad Obici, frazione di Finale Emilia, nel santuario di Santa Maria degli Angeli, entrambe protagoniste nel progetto “Simone di Cirene”. Complessivamente, in tutta la penisola ne sono state censite circa duecentocinquanta che sono già comparse sulle pagine dei quotidiani, sia negli anni scorsi che in periodi più recenti. Il lavoro di Tommaso Mori, però, vuole discostarsi dalla mera cronaca: “Ho ricevuto lo stimolo più forte per sviluppare questo progetto fotografico da parte di Don Giancarlo Suffritti, sacerdote della parrocchia di Collegarola spesso non allineato con l’Arcidiocesi che ho incontrato lo scorso inverno”. Il prelato, fondatore della comunità terapeutica “L’Angolo”, ha spiegato al fotografo gli effetti positivi derivanti dall’installazione di una croce, benefici per la comunità e per la vita di chi si è occupato dell’opera: “Ciò ha stimolato la mia curiosità – ha aggiunto Tommaso Mori – e da ateo l’argomento mi ha affascinato perché mi sono dovuto scontrare con il tema della Fede”.

Il progetto, che attualmente porta il working title “People on the cross”, mira a svelare e raccontare le persone che, contando esclusivamente su ingenti investimenti privati, si sono prodigate nell’erezione delle croci d’amore. Quali sono i quesiti a cui vuole dare risposta questo nuovo progetto fotografico? “Perché credere in questo modo nel 2014? – replica Mori – A me interessa trovare persone che, oltre a sentire una forte presenza del Divino nella vita quotidiana, uniscono i propri sforzi per dare vita a iniziative di questo tipo in un’epoca di completa secolarizzazione”.

Per Tommaso Mori si tratta, in sintesi, passare da un pubblico di nicchia da mostra fotografica, ristretto e settoriale, al “volere stimolare in maniera più diffusa una riflessione sul cosa significa credere”. Si prospetta nei prossimi mesi un’opera finalizzata a tradursi in immagini da esporre in galleria, ma anche da presentare su libro fotografico e testimonianze video da raccogliere su dvd da qui a un anno: dopo un lavoro approfondito di ricerca e di editing, l’obiettivo è quello di arrivare a pubblicare i primi risultati delle interviste per avere un rapporto quotidiano con il pubblico di Facebook già all’avvio del 2015.

La disperazione silenziosa degli innocenti

Una mostra fotografica assolutamente da vedere. Quella che fino al 6 luglio prossimo si potrà visitare nel cortile d’onore del Palazzo Ducale di Modena promossa dal gruppo culturale Porte Vinciane: “Questo no!”. Più che una mostra, un percorso emozionale inaugurato sabato scorso, 21 giugno (orari tutti i giorni ore 10-12 e 17-20).

La mostra raccoglie 34 ritratti di vittime dell’alluvione nella Bassa Modenese del gennaio scorso negli scatti di Stefano Puviani. Persone che in molti casi erano state anche colpite direttamente dal terremoto del 2012. Facile dire, amaramente, che nel loro caso ha piovuto sul bagnato. I ritratti che li raccontano sono privi di qualsiasi retorica. Perfino di quella con cui solitamente si ammanta – comprensibilmente, ma non troppo – la duplice tragedia che ha colpito la Bassa nell’arco di questi ultimi due anni: quel “l’Emilia tiene botta” che si sente ripetere come un mantra. Oppure, come nel caso di questa mostra, la forzosa lettura (per chi qui vi scrive) di “un’acqua che ha invaso tutto, ma questi oggetti sono la nostra voglia di ripartire“.

Invece, nei volti di queste persone si legge solo disperazione e in qualche caso rabbia. Rabbia e disperazione giuste e sacrosante: contro gli uomini, contro Dio, contro il mondo intero. E forse, in questa umanità nuda e sola, si cela proprio quella forza silenziosa che fa continuare a vivere. Nonostante tutto e al di là di tutto, perfino della retorica. (dl)

 

Quando Facebook diventa una palestra narrativa

landi1Marco Landi, classe 1982, vive a Formigine, ed è laureato in economia e marketing aziendale. Fa il suo mestiere per pagare le spese che abbiamo tutti, poi prende chitarra e macchina fotografica e si rivela per ciò che è davvero, un artista. Dal suo profilo Facebook tantissimi “amici” diventano testimoni dei suoi concerti e di alcune mostre fotografiche. Negli ultimi 3 anni chi conosce Marco è diventato testimone anche di un dramma: il coma cerebrale della madre Cristina. Facebook è così diventato uno spazio come un altro su cui riversare malessere, angoscia, domande e nuove consapevolezze. Scrivere si è rivelato essere una necessità fisica ed emotiva, ancora più impellente dopo le frequenti visite alla madre.

Oggi ci sono libri che nascono da Facebook. Come vogliamo schierarci? Ricordo che dieci anni fa, forse di più, venivano dati alla stampa i primi libri nati dai blog. Non si sapeva cosa pensarne. A volte vinceva lo scetticismo verso le “fredde innovazioni tecnologiche”. E prendeva il sopravvento una perplessità che forse era solo invidia: “ma insomma… uno che scrive i propri sfoghi personali sul computer non si può dire che sia uno scrittore!”.

landi2Come e quando è avvenuta la metamorfosi dei tuoi racconti da post su facebook a un libro, “Vivace/Grave”, edizioni Terra Marique dove abbini racconti e fotografie?
Come e quando, chiedi… Beh, sicuramente nel momento in cui ho sentito la necessità, sempre più impellente, di chiudere il cerchio. Un social network mi stava “stretto”. Era come un’esigenza imprescindibile di imprimere l’accaduto, e tutto le emozioni che esso ha suscitato, su carta o su qualcosa che fosse, almeno all’apparenza, più “immortale”. Toccare con mano e avere nella facciata a fianco del racconto la foto che volevo abbinare era sicuramente più espressivo e comunicativo.

Non tutti i racconti narrano vicende relative al tuo dramma, alcuni sembrano delirare senza scopo, come per evadere completamente dalla razionalità. Cosa rappresentano questi racconti? Hai detto bene. Un’evasione in parte. Trasmettere consapevolezza degli stati d’animo estremi raggiungibili in situazioni logoranti come quella che ho vissuto. Sì, sottolineo nuovamente quello che dici tu; un delirio alienante.

Ora che puoi osservare con più distacco ciò che è accaduto, puoi tentare di spiegare come hai vissuto il rapporto con i tuoi lettori su Facebook? Beh, Io lo definirei un collaudo; un testare il terreno. Capire reazioni. Ho avuto modo di affrontare i più colorati feedback e fiutare se il mio lavoro sarebbe poFacetuto essere, post pubblicazione, effettivamente “fuori dalla massa” e discorde. Insomma, uno di quei rari libri che, terminata la lettura, rimarrà tatuato nel cuore e nella mente.

Le reazioni dei tuoi “amici” di facebook” sono state quindi determinanti nella decisione di pubblicare il libro? Se non ci fosse stato facebook avresti cercato il rapporto con il pubblico in un altro modo? Assolutamente sì. Il lavoro meritava di essere fatto, e fb o non fb, prima o dopo, la pubblicazione o qualsiasi altra tipologia di rapporto con il pubblico sarebbe stata inevitabile! D’altronde prima dei cellulari o dei social, libri di spessore o altre opere lodevoli avevano trovato il modo di spiccare, no?!

Galleria Civica: il fotogiornalismo ai tempi del rullino

Inquadrare un istante, più istanti. Scattare e fissarli su un rullino, dove restano imprigionati fino a che non c’è la possibilità di svilupparlo. Attendere il risultato finale, probabilmente con ansia se si tratta di un reportage di guerra o di immagini rubate in un frenetico secondo.

Erano i tempi del rullino, che gli adulti hanno dimenticato e i “nativi digitali” non hanno nemmeno conosciuto. A tal proposito, la Galleria Civica di Modena dedica a questa pratica del passato la mostra “Fotogiornalismo e reportage”, aperta fino al 13 aprile e tesa a fare conoscere parte della propria collezione nell’ambito della fotografia come testimonianza documentaria.

C’è il Subcomandante Marcos che fuma la pipa, il volto nascosto dal passamontagna, e c’è Che Guevara che solleva in aria un bambino per farlo divertire. Ci sono Stalin, Churchill e Roosevelt a Teheran, nella riunione che decise lo sbarco in Normandia. E poi Nelson Mandela appena uscito di prigione e Madre Teresa di Calcutta, minuta e solerte.

Ma i personaggi celebri non hanno l’esclusiva. Gli scatti esposti in mostra – che vantano peraltro paternità importanti tra cui H. Cartier-Bresson, R. Capa, G.B. Gardin, J. Phillips – gettano uno sguardo anche sulle storie dietro l’angolo della notorietà. Trovano spazio le donne algerine ritratte per la prima volta senza il velo negli ultimi anni di colonizzazione francese, le truci presenze della rivolta d’Ungheria e le pesanti assenze della dittatura di Pinochet, i bambini del Biafra che tanto hanno condizionato l’immagine dell’Africa in Occidente e la quotidianità di alcuni Nativi americani alla fine dell’Ottocento.

Rimbalziamo da una parte all’altra del mondo e della storia, così come queste immagini, una volta sviluppate, rimbalzavano sulla stampa periodica o quotidiana della propria epoca. Lontane dal tempo reale della fotografia digitale, sono intrinsecamente legate alle tempistiche dell’informazione passata, priva delle reti sociali, della globalizzazione e della velocità che oggi la contraddistinguono.

Quali sono, dunque, i mutamenti che l’innovazione tecnologica ha apportato al fotogiornalismo e al reportage? E la fotografia stessa, in questo ambito, come ha saputo essere a sua volta innovativa? L’insieme di fotografie esposte alla Galleria Civica, assurgendo a testimonianza, non esita a solleticare domande e a stimolare risposte nella diversa realtà che ci circonda.