Quando l’azienda fa formazione e cultura

“La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia.
Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto?”

Adriano Olivetti

Avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro si può. A dirlo con potere persuasivo è la Federazione Maestri del Lavoro d’ItaliaConsolato provinciale di Modena che ieri mattina ha portato alla System di Fiorano Modenese – azienda leader internazionale nel campo della decorazione e delle automazioni per ceramica – 30 studenti delle classi terze dell’istituto Ferrari di Maranello, indirizzo professionale e tecnico, per una full immersion sul tema sicurezza sul luogo del lavoro«Noi vogliamo avvicinare i ragazzi alle realtà lavorative, due mondi che oggi hanno molta difficoltà ad incontrarsi. E noi ci mettiamo in mezzo per favorirne l’avvicinamento» spiega Sandro Malagoli, componente della Federazione Maestri del Lavoro di Modena. «Organizziamo incontri con gli studenti per portare a scuola la cultura, l’etica, i valori. Siamo un’associazione di persone che hanno già lavorato parecchi anni e vogliamo essere un trait d’union tra le scuole e il mondo del lavoro. Andiamo negli istituti, gratuitamente, con l’intento di sensibilizzare i ragazzi verso quei valori che noi e soprattutto la società ritiene importante nel percorso scolastico, nel lavoro e anche nella vita: la responsabilità, la motivazione, la voglia di fare».

prova massaggio cardiaco istituto Ferrari presso System_1

Che cos’è un infortunio? Come si spegne un principio d’incendio? Qual è la differenza tra rischio e pericolo? Si possono limitare i rischi sul luogo del lavoro? Che cos’è una squadra di soccorso? Sono state queste le domande affrontate nella prima parte della mattinata trascorsa alla System, prima di passare alle “Safety Activity”Divisi in due squadre, hanno affrontato vere esercitazioni guidati dal personale System addestrato per il soccorso. Hanno spento incendi (simulati, naturalmente), hanno capito l’importanza del saper fare tempestivamente un massaggio cardiaco o la disostruzione delle vie aeree a un collega.

System ha una forte vocazione sia nella formazione interna dei propri dipendenti e sia nell’appoggiare progetti come questo che coinvolgono studenti delle scuole di secondo grado. Franco Stefani, presidente System, commenta così l’esperienza offerta ai ragazzi: «Gli studenti devono venire a vedere che cosa facciamo in azienda. Esistono intorno a noi tante realtà che possono essere visitate alla pari di System. Nell’aprire le nostre porte vogliamo concorrere all’insegnamento e aiutare gli allievi ad affermare la propria identità offrendogli degli strumenti. In fondo, sono loro le nostre risorse del futuro: ne siamo consapevoli, per questo vogliamo aiutarli a costruire il loro universo intellettuale e mettiamo volentieri a disposizione i nostri spazi per esperienze di crescita come quella organizzata dai Maestri del Lavoro di Modena». 

visita in System_reparto costruzione macchinari

Il programma sarà ripetuto il venerdì 27 marzo con altri ragazzi dello stesso istituto. In soli tre mesi, da gennaio a marzo di quest’anno, i Maestri del Lavoro di Modena hanno coinvolto 1.200 studenti ed entro maggio saliranno a quota 2.150, ne hanno portati 400 in visita in 8 aziende: B.Braun, Caprari, CNH, EmmeGI, Rossi, Menu, Saima Avandero, e appunto alla System. Tutte realtà multinazionali con export intorno al 70-80% «infatti chiediamo loro di fare anche presentazioni in inglese quando possibile» aggiunge Sauro Malagoli. In 7 anni di attività, l’associazione ha incontrato circa 10.000 studenti, 438 classi di 33 istituti di Modena e provincia.

Solo in un percorso di crescita così concepito i costi spesi dalle aziende per la formazione, l’addestramento, gli aggiornamenti, i sistemi di sicurezza potranno essere vissuti, in età lavorativa, come un investimento che porta un “ritorno”. Nervo ancora scoperto per tante aziende italiane.

prova antincendio istituto Ferrari presso System_1

All’interno del progetto, un concorso sul tema della sicurezza nelle aziende. Classi e studenti vincitori saranno premiati in maggio con una somma in denaro (250/300/400 euro) che sarà convertita in uno strumento utile per la scuola e resterà di proprietà dell’istituto.«Vogliamo insegnargli il valore legato al lavorare in gruppo, li vogliamo abituare a lavorare insieme perché niente si fa da soli. Oggi lavorano per la scuola e il premio rimane alla scuola. Domani lavoreranno per un’azienda e porteranno valore aggiunto ad essa» conclude così, convinto, Sauro Malagoli.

Palmiro, l’omino che insegna a cambiare le regole del gioco

Tattiche di sopravvivenza in azienda e addirittura (s)management delle risorse umane: ma non sarà un po’ esagerato? «Per niente!». A rispondere è Arduino Mancini, consulente aziendale e coach specializzato in formazione e gestione del cambiamento, che di recente ha presentato a Sassuolo il libro “Palmiro e lo (s)management delle risorse umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale”. Il protagonista è… Palmiro. Attraverso brevi ed efficaci capitoli, a cui si aggiungono le vignette disegnate dallo stesso autore, parla dei problemi reali legati alla vita in azienda, alla libera professione, al ruolo della risorse umane, e aiuta a tracciare una personale road map di definizione della propria identità professionale. Come farsi aumentare lo stipendio? Come valuti la qualità del tuo lavoro? Ha senso investire nella formazione? Quanto vale l’ignoranza? Come si scrive una lettera di dimissioni? Come si costruisce l’anti-curriculum?

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Nel polo dell’industria ceramica «la gestione delle persone non è troppo diversa da quella che incontriamo in altri distretti» spiega il coach Mancini il cui operato è tendenzialmente richiesto in aziende di medie dimensioni. «A Sassuolo ho trovato spesso persone che potevano essere valorizzate meglio e una predisposizione alla creatività non completamente sfruttata, come il design ceramico» spiega Mancini.

Arduino Mancini, lei cosa intende per “tattiche di sopravvivenza” in azienda?
«Con questo termine ho voluto indicare quelle azioni che Palmiro, il protagonista del libro, mette tutti i giorni in atto per cavarsela, uscire da situazioni difficili e raggiungere i suoi obiettivi. Perché tattiche? Perché Palmiro tenta diverse soluzioni; a volte ce la fa, altre fallisce. Ma si rialza sempre e prova qualcosa di diverso».

Ci dà soluzioni?
«No, Palmiro non offre soluzioni già confezionate. Egli mette a disposizione il suo bagaglio di esperienza, ciò che ha funzionato e ciò che farebbe oggi in modo diverso. Ma lascia sempre il lettore libero di scegliere e di progettare le sue azioni».

Si parla ormai spesso di capitale intellettuale e di capitale umano. Gli HR manager (figure che gestiscono le risorse umane all’interno delle aziende) sono davvero consapevoli del “patrimonio” che gestiscono?
«Il cambiamento è in atto. Cresce il numero di giovani HR manager che ha capito che il business lo fanno le persone e che il capitale umano va coltivato con cura. Tuttavia troppi professionisti credono ancora che gestire il personale significhi amministrare un contratto di lavoro e produrre buste paga».

In poche parole che cos’è l’anti-curriculum a cui lei dedica un approfondimento nel libro?
«Riporta senza riserve la vita professionale, inclusi gli insuccessi e le situazioni in cui la sorte ha avuto un ruolo decisivo (in un senso o nell’altro): insomma, quello che non scriveresti mai in un CV ufficiale per timore di essere escluso dalla selezione. Perché impiegarlo? Perché i selezionatori in gamba non credono al CV di chi non ha mai sbagliato niente e se vuoi distinguerti…».

Il soffitto di cristallo esiste davvero?
«Il soffitto di cristallo è una barriera invisibile che impedisce alle donne e alle minoranze di accedere alle posizioni di responsabilità: le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, ma l’atmosfera che si respira in azienda è paritaria solo in apparenza. Mi domandi se esiste? Certo, ed è solidissimo. Specie in Italia».

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E come colpisce l’economia?
«Profondamente. Nel libro presento studi che mostrano come le donne alla guida delle imprese sappiano fare meglio degli uomini, poiché le aziende con un numero superiore di donne in C.d.A. producono utili significativamente più elevati. Inoltre, hanno livelli di istruzione più elevati e rappresentano un bagaglio di conoscenza enorme che teniamo a margine della produttività».

Che cosa ne pensa della “caccia ai giovani talenti”?
«Che sia dannosa. Essa si basa sulla convinzione che siano le persone più dotate a portare a casa i risultati, non l’organizzazione nella sua interezza. Una volta dichiarato che l’impresa investe sui talenti le altre persone si sentono autorizzate a tirare i remi in barca. Tutti devono avere la sensazione di poter offrire un contributo importante, altrimenti la motivazione finisce sotto i tacchi».

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Accade che professionisti siano al top delle loro energie tra i 30 e i 40 anni. Ma è noto che in Italia i passaggi di carriera importanti arrivano dopo i 40. Lei vede un’evoluzione nel futuro?
«Eurostat ci informa che in Italia solo il 27% dei manager ha meno di 40 anni, la percentuale più bassa in Europa. Si arriva a coprire posizioni di comando molto tardi e si tende e a rimanere ancorati alla mèta raggiunta fino alla pensione; in queste condizioni diminuisce drammaticamente la propensione al rischio e gli obiettivi dell’organizzazione vengono in secondo piano rispetto a quelli personali».

Il sospetto nasce. Dovremo forse aggiungere nel dizionario la parola smanagement (cattiva gestione) come il contrario di management (buona gestione)?
«Quando oltre la metà delle imprese che incontri ha una gestione delle persone improntata all’improvvisazione e quando, nella sua ricerca annuale circa l’impiego della tecnologia nella gestione del personale, il Politecnico di Milano sostiene che “la trasformazione dei processi di gestione rappresenta un percorso in atto che oscilla tra rivoluzioni già compiute per alcune Direzioni, e altre largamente incompiute”, come possiamo parlare di una gestione orientata a creare valore?».
…La domanda rimane aperta e sul blog Tibicon.net – gestito dall’autore – si possono dare le proprie risposte e scambiare esperienze con la community.

Stagisti seriali. Oggi il “lavoro” è solo così

Le province di Modena, Reggio Emilia, Bologna e Ferrara saranno presto protagoniste dell’ultima iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Il 7 ottobre, infatti, sono stati pubblicati tre bandi per reclutare centocinquanta neolaureati under 29 che verranno impiegati per sei mesi presso enti del Ministero attualmente in situazioni di emergenza.

Di questi, quindici saranno destinati alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna, con l’obiettivo di ripristinare la fruizione del patrimonio dell’area terremotataGli altri centotrentacinque verranno ingaggiati in Campania, in Abruzzo, presso le Biblioteche Nazionali di Roma e di Firenze, l’Archivio Centrale dello Stato e diversi Archivi di Stato sul territorio nazionale (tra cui quello di Bologna).

Per tutti i centocinquanta selezionati, la forma di ingaggio sarà lo stage e la retribuzione 1000 euro lordi al mese, ossia il doppio della quota media attualmente fissata per il rimborso degli stagisti in Italia. Ma certo molto meno  – guardandola dal punto di vista di un lavoro – di una paga da considerarsi minimamente dignitosa.

Un segno di vita o un’occasione a metà?

Giovani archeologi al lavoro. Immagine dal sito turistipercaso.it
Giovani archeologi al lavoro. Immagine dal sito turistipercaso.it

La buona notizia cela però una contraddizione, ossia la mancanza di una strategia a lungo termine nell’affrontare il nodo dell’occupazione negli enti periferici del MiBACT, dove spesso c’è penuria di risorse umane. Sarebbero addirittura seicento i posti vacanti, non proprio quisquilie.

I tirocini saranno finanziati tramite 1 milione di euro proveniente dal Fondo 1000 giovani per la Cultura, istituito per promuovere attività formative di alto livello nel settore dei beni culturali rivolte ai “giovani più capaci e meritevoli”. Peccato però che tale Fondo nasca in seno al famoso Decreto Legge del 2013 volto a definire “interventi urgenti per la promozione dell’occupazione”. Occupazione o formazione? Questo è il problema.

Nello stesso anno, tra l’altro, altri 2,5 milioni di euro sono stati destinati alla formazione dall’ex Ministro Massimo Bray per attivare 500 tirocini di un anno presso enti statali nell’ambito della digitalizzazione del patrimonio. Di nuovo, perché tirocini e non incarichi professionali o, magari, un concorso? Perché, spiegò Bray sul suo blog rispondendo alle polemiche, “il MiBACT non può assumere personale in base alle leggi vigenti”.

Archivio storico
Archivio storico

Formazione eterna e risorse umane che non ci sono

Lo stage si rivela quindi la via più immediata per reclutare personale e cominciare a risolvere qualche emergenza: il tutto necessariamente a breve termine, poiché uno stage nel settore pubblico non prevede un inserimento successivo. I 150 tirocini dei bandi in corso, poi,  potrebbero non essere svolti da veri e propri neolaureati. Nella valutazione dei titoli, infatti, la laurea vale dai 2 ai 14 punti. Un ulteriore diploma presso una Scuola di Specializzazione, però, ne vale 20, così come periodi di stage o collaborazioni pregresse nel settore, mentre un Dottorato ne vale 30.

Alla fine dei conti, chi è più formato viene premiato con altra formazione. Pur edulcorando la pillola con un maggiore benefit economico, il concetto di long life learning sembra ridursi a quello di stagismo seriale e tale situazione è avallata non solo dal MiBACT, ma anche dai Ministeri del Lavoro e per la Semplificazione, tutti firmatari delle modalità di accesso al Fondo 1000 giovani.

Per concludere, il MiBACT ha senza dubbio ricominciato ad essere propositivo e la nostra regione ne trarrà beneficio. Tuttavia, cominciare a considerare le risorse umane formate dalle Università come un investimento sul lungo periodo e non come oggetto di misure assistenzialistiche potrebbe contribuire a fare davvero la differenza. Sia per “i giovani più capaci e meritevoli”, sia per il patrimonio del nostro paese.

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Per uscire dalla crisi gli italiani devono tornare a scuola

Ridare un futuro alla scuola e, con lei, a tutto il nostro Paese? Ridisegnare un orizzonte di speranza oltre la crisi economica e la sfiducia che come una cappa tiene l’Italia bloccata, in standby? Si può. Proprio a partire da uno degli ambiti più trascurati in questi ultimi anni: la scuola. Se ne è parlato il 29 gennaio scorso al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari in occasione della presentazione del volume “Quale futuro per la scuola (pubblica)?” di Giovanni Manzini, già Sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel Governo Amato. Oltre all’autore, è intervenuto Carlo Petracca, già ispettore e direttore generale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

(In copertina, una rielaborazione grafica da: photo credit: pellethepoet via photopin cc)

E siccome che l’unico che faceva i miracoli era Gesù…

Marcello D’Orta, nato a Napoli nel 1953, è un maestro di scuola elementare. Insegna prima a Secondigliano, un quartiere difficile dell’hinterland napoletano, e poi in altre scuole di periferia. Arriva ad Arzano, dove gli viene la brillante idea di raccogliere e pubblicare i migliori temi dei suoi alunni. Dopo diversi rifiuti, trova finalmente una casa editrice interessata a pubblicarlo. È il 1990 e il libro esce con il titolo Io speriamo che me la cavo.
Marcello D’Orta, da qualche giorno non è più quaggiù insieme a noi, ma la sua lezione rimane ancora viva ed urgente più che mai: ascoltare i bambini.

Il maestro-scrittore napoletano, il maestro sgarrupato, come lo chiamavano i suoi allievi, parte e riparte sempre nei i suoi libri dalle parole dei bambini, mettendo in evidenza non tanto i loro errori grammaticali, densi di un’eccezionale ironia, e neppure il loro continuo ricorso al dialetto, usato comunque con grande maestria, quanto piuttosto la loro stra-ordinaria saggezza; una saggezza profonda e vera che diventa scanzonata allegria anche di fronte ai drammi della vita.

Nel suo Io speriamo che me la cavo, i bambini salgono in cattedra e si mettono saggiamente a raccontare la loro realtà rispetto a temi realmente drammatici come la camorra e la prostituzione, il contrabbando e la povertà. In Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso, i bambini raccontano con saggezza adulta cosa ne pensano del divorzio e della verginità, dell’Aids e della violenza sessuale. E anche dell’amore. Ne Il maestro sgarrupato, ancora, i bambini raccontano la loro idea della scuola e dell’educazione, degli adulti e dei desideri. In Dio ci ha creato gratis, poi, quegli stessi bambini si cimentano a modo loro con i grandi temi esistenziali della vita e del creato. E uno di loro arriva a scrivere: Ma se ci ha creati Dio perché a mio fratello l’hanno messo in collegio?

Il maestro D’Orta – che da questo punto di vista ricorda un altro grande maestro del secolo scorso come don Lorenzo Milani, che col suo Lettera ad una Professoressa dà voce all’atto di accusa che i giovani muovono rispetto all’inadeguatezza della scuola di allora – ci insegna che i bambini possono tranquillamente spiegare agli adulti il loro stupore di fronte al mondo, insegnando a leggere anche le più drammatiche vicende della vita con ironico realismo. Il maestro ci fa capire che i bambini possono vedere le cose del mondo con occhi diversi, facendole diventare cose dell’altro mondo.

Si chiama saggezza quella cosa che aiuta a stupirsi del mondo e della realtà. Una saggezza che nelle persone semplici si riscontra all’inizio del processo mentale di comprensione della realtà, mentre nelle persone complesse si manifesta solamente alla fine di quello stesso processo mentale, e spesso solamente dopo un faticoso lavoro.
Per le persone complesse, per la gran parte degli adulti, ascoltare i bambini è un lavoro molto faticoso, essendo essi abituati ad essere ascoltati piuttosto che ad ascoltare, a comunicare piuttosto che ad essere comunicati. Il tema dei canali di comunicazione che si vengono ad accendere nel rapporto bambini-adulti è oggi un problema sempre più dirompente. Spesso gli adulti attivano canali di comunicazione-ascolto tipografici, one-way, mono-direzionali e mono-sensoriali. Essi pretendono di comunicare cose giuste ai bambini, e forse in un certo senso potrebbe anche essere così, senza preoccuparsi però a sufficienza di ascoltare quanto quei bambini stanno comunicando loro in modo pluri-direzionale e pluri-sensoriale.
Per le persone complesse ascoltare i bambini è un lavoro; ma un lavoro che può aiutarli a riscoprire quell’istinto naturale che ha la pretesa di diventare, in definitiva, saggezza-sgarruppata, come dimostrano le rappresentazioni cristallizzate dei bambini del maestro D’orta tra cui, in suo omaggio, vogliamo ricordare questa: E siccome che l’unico che faceva i miracoli era Gesù…

Compendio. Pillole di saggezza degli alunni del maestro Marcello D’Orta
Che ne saccio io di come si sono conosciuti i miei genitori, che non ero ancora nato? Maestro, certe volte voi date dei temi antiscolastici!
La fame nel mondo brulica come i vermi, come i lombrichi. Ci sono popoli ricchissimi, che non sanno neanche dove sta di casa la fame, ma c’è l’India, l’Africa e la Basilicata che lo sanno dove sta di casa, la fame!
La fame nel mondo è assai
Ad Arzano meno male che siamo tutti poveri
Mia mamma non produce latte
In India ci sono molte mucche
Se gli animali parlassero, chi sa quanti chi t’è muort ci menassero
Se mio padre facesse la caccia, vorrei bene solo a mia madre
I leoni non si fidano di noi, ma noi dei leoni non ci fidiamo il doppio
La Rivoluzione francese vide che c’era stata la Rivoluzione americana e fece la Rivoluzione francese
Maestro, come si dice sesso in Vaticano?

Tete spazio aperto. Il teatro dal palcoscenico alla città

IMG_3999La gestione di TeTe – Teatro Tempio è svolta dalla Parrocchia di San Giuseppe e, dal 2010, dall’associazione culturale Gruppo Darte Peso Specifico, composta da Santo Marino, Lisa Severo, Roberta Spaventa, Chiara Pellaccani, Cristina Carbone, Francesca Iacoviello.
“Tete si muove in maniera variopinta, per portare cultura alla cittadinanza. Non ci interessa cosa va di moda quanto piuttosto cosa può aderire alla poetica del posto. Il teatro di denuncia, anche se nasce da una necessità, non è sufficiente. A TeTe si vuole permettere allo spettatore di indagare una realtà sociale, politica e individuale per introdurre un elemento di cambiamento.” spiega Roberta.

Negli ultimi anni la zona del Tempio-Stazione dove si colloca la sede è stata interessata da segnali importanti di riqualificazione sociale ed economica, volti a contrastare la criminalità e il disagio anche attraverso la promozione di iniziative volte a favorire la “riappropriazione” del territorio.
Che la componente socio-educativa sia parte integrante della realtà artistica di TeTe è evidente già dalla sua programmazione.

IMG_4533Il laboratorio Vuoto a Rendere si è sviluppato lavorando direttamente con i bambini e gli anziani del quartiere, ed è incentrato sul lascito degli anziani ai più giovani, di come questo vada a riempire un vuoto. I corsi di Alta Formazione invece offrono la possibilità ai partecipanti di lavorare con professionisti come Marco Manchisi ed Elena Bucci. “Mantenere un intento pedagogico e formativo indica la cifra della possibilità di sviluppo e della costruzione sociale” dice Roberta.

A Marzo 2014 prenderà il via anche la terza edizione della rassegna Funambola, che attraverso spettacoli e laboratori indaga l’equilibrio fra maschile e femminile nell’individuo e nelle relazioni.
Il 2013 si chiuderà invece con Ogni Mille Passi Doppi. La rassegna dedicata alle nuove realtà teatrali e musicali di respiro internazionale, che si inserisce nel più ampio contesto del festival Andante andrà in scena dal 17 al 24 Novembre.

TeTe spesso scende dal palcoscenico e occupa il vecchio spazio dell’oratorio, e da lì coinvolge il resto del quartiere e la città, muovendosi contemporaneamente oltre i suoi confini.
La cultura e il teatro assumono la forma di momenti di aggregazione, e i loro spazi, così aperti, sono restituiti alla cittadinanza come luoghi da vivere.

Una finestra sull’Europa

europa2-1Si chiama Europe Direct ed è l’intermediario tra i cittadini e le proposte promosse da Bruxelles. Coinvolge quasi 10 mila contatti all’anno e si occupa di orientare dal giovane appena uscito dall’Università al professionista a caccia di un’esperienza all’estero

Una mappa per orientarsi nelle opportunità offerte dall’Unione Europea. Il Centro Europe Direct risponde alle domande dei cittadini, italiani e non, relative a studio, formazione e lavoro. «Premesso che noi non siamo un centro per l’impiego e non ci occupiamo direttamente di mercato del lavoro – spiega Barbara Finessi, operatrice di front-desk e responsabile per il progetto “Servizio Volontario Europeo” –, la nostra attività principale riguarda l’orientamento, ovvero far conoscere alle persone che si rivolgono al Centro le iniziative promosse dall’Europa in tema di mobilità».

Il Centro è attivo dal 1997 e in sedici anni tante cose sono cambiate, a partire dall’utenza: «Prima si rivolgeva a noi un lavoratore di alto profilo, in cerca di esperienze di lavoro o formazione all’estero, per migliorare il proprio curriculum o per perfezionare la conoscenza linguistica. Nel corso degli anni, soprattutto a causa della crisi occupazionale, a chiedere informazioni è stato sempre più spesso un lavoratore di profilo più basso, a volte disoccupato, con precise esigenze. Il nostro utente tipo – prosegue la Finessi – rimane lo studente universitario, che prima arrivava ai nostri sportelli per caso, mentre oggi, grazie al lavoro che portiamo avanti nelle scuole e nelle Università, si rivolge a noi con maggiore consapevolezza e richieste mirate. Qualche esempio? Dipende dall’età: i giovani chiedono quali sono le opportunità di formazione e lavoro all’estero, gli adulti chiedono se il loro titolo di studio vale fuori dall’Italia, se sono coperti dal’assistenza sanitaria e come verranno trattati i contributi previdenziali. Da quando abbiamo aperto è cambiata anche la tecnologia a nostra disposizione, a partire dal sito, frutto di anni di lavoro di perfezionamento e che oggi risponde alle domande più frequenti». E gli stranieri cosa chiedono? «Le differenze in questo caso riguardano gli utenti comunitari ed extracomunitari. Gli utenti della prima tipologia si rivolgono a noi quando hanno difficoltà a far valere la loro cittadinanza europea, i secondi si rivolgono al Centro per lo più quando vogliono cambiare Paese».

europa2-2Alcuni numeri. Sono circa un centinaio gli utenti che ogni mese si rivolgono al Centro Europe Direct, anche se il servizio si caratterizza da una forte stagionalità, con picchi all’inizio e alla fine del’estate, nel periodo post esami (di laurea e di maturità). Nel 2012 sono stati 1132 gli utenti che si sono rivolti al servizio, circa 3,5 mila i contatti tra mail, telefonate e presenze, mentre le iniziative sparse nel territorio hanno coinvolto più di 4 mila persone. Tanti, ma quanti di questi si sentono davvero europei? «Difficile rispondere, posso dire che oggi i cittadini modenesi sono più consapevoli del loro contesto europeo, anche se questa consapevolezza è nata da un fattore negativo, la crisi. Non è un male, l’importante è che se ne parli, che cresca la consapevolezza di come l’azione di un governo nazionale e le sue scelte si inserisca all’interno di una serie di azioni e di scelte di altri governi nazionali. Il Parlamento europeo sta facendo un lavoro enorme, sono convinta – conclude la Finessi – che se i cittadini conoscessero come si lavora a Bruxelles e Strasburgo vorrebbero soltanto un governo europeo».

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Immagine di copertina: elaborazione grafica da una foto di Atilla Kefeli (Licenza CC)