F.A.C.E.: l’automa che prova emozioni ci spiega cos’è l’industria 4.0

Venerdì 2 dicembre si è concluso presso la Fondazione Collegio San Carlo un ciclo di conferenze dedicato al ruolo della tecnica nella cultura occidentale. Nell’ultimo appuntamento, il ricercatore e dottore in Automatica, Robotica e Bioningegneria Daniele Mazzei ha catapultato il pubblico – spesso in gran parte umanista – in un futuro già presente: la nuova frontiera dell’interazione uomo-macchina. Quello, insomma, dell’industria 4.0. Protagonista della conferenza è stato F.A.C.E., un robot con viso umano concepito e costruito dai ricercatori del centro interdipartimentale “E. Piaggio” dell’Università di Pisa, grazie a un team coordinato dallo stesso Mazzei.

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La storia di F.A.C.E., il robot dagli occhi azzurri.

F.A.C.E. sta per Facial Automation for Conveying Emotions: automazione facciale per veicolare emozioni. Nella sostanza è un robot, ma con un’aggiunta particolare: una maschera in silicone che riproduce un viso di donna capace di esternare emozioni attraverso espressioni facciali. Grazie ai 32 motori nascosti nel cranio, in risposta a stimoli esterni come l’interazione con persone fisiche, F.A.C.E. esprime felicità, rabbia, tristezza, disgusto, paura e stupore, ossia quelle espressioni dette “invarianti cross-culturali”, comuni a tutti gli esseri umani.

F.A.C.E. è completa di arti superiori e inserita in una nicchia che costituisce la sua “umwelt”, ossia il mondo dal suo punto di vista. È in questa nicchia che ha luogo il suo addestramento: qui l’automa viene “cresciuto” come un bambino, sottoposto a stimoli che gli permettono di imparare, imitare, definire la propria struttura relazionale. Il presupposto, infatti, è che le emozioni dipendano dall’esistenza di un corpo: gli umani usano il corpo per etichettare i ricordi, ed è il corpo che passa queste informazioni al cervello. F.A.C.E., a suo modo, vede e sente, percepisce, impara attraverso la sua “fisicità mentale” e diventa una “presenza” con un’ “intelligenza” data da un equilibrio di relazioni. Una presenza che interagisce, manifestando stati emotivi e riconoscendo quelli dei suoi interlocutori.

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Che cosa c’entra F.A.C.E. con l’industria 4.0.

F.A.C.E. è quindi una piattaforma di sviluppo per studiare l’interazione uomo-macchina dal punto di vista sociale, dunque in modo innovativo. È stato infatti dimostrato che, in questo ambito di studio, le sembianze umane di F.A.C.E. restituiscono risultati molto più performativi: in parole povere, se F.A.C.E. fosse un robot a forma di robot – e non umanoide -, i risultati raggiunti sarebbero di qualità inferiore.

E qui entra in scena la famigerata industria 4.0, tema su cui anche il governo uscente si è recentemente espresso proponendo un piano di investimenti (ma facendo più che altro scalpore con una frase poco felice sugli “ingegneri italiani a basso costo”). L’industria 4.0 non è altro che la conseguenza della quarta rivoluzione industriale. La prima è arrivata nel Settecento, con il vapore; la seconda nell’Ottocento con l’elettricità e la produzione di massa; la terza nel Novecento con l’automazione. Poi sono arrivati internet, il digitale, il mondo interconnesso: sistemi che potrebbero abbassare i costi di produzione e agire in un’ottica di maggiore eco-sostenibilità. L’industria 4.0 vedrà quindi protagoniste le tecnologie digitali: la connettività, l’analisi di dati, l’interazione fra macchine e fra uomo e macchina. E quest’ultima, è proprio la direttrice su cui lavora F.A.C.E.

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La tecnica ci salverà o ci distruggerà?

Siamo di fronte a scienziati pazzi che assemblano Frankenstein dal cuore metallico? A nuovi Terminator pronti a mischiarsi fra gli umani? Certo che no. Siamo di fronte a piattaforme di studio per reagire al cambiamento tecnologico, ed essere pronti e competitivi sulle nuove frontiere dell’industria. “La tecnica non si può fermare – ha spiegato Mazzei -, al massimo si può solo rallentare. Ed è grazie allo sviluppo della tecnica che la qualità della vita è migliorata: viviamo di più grazie a questo, non certo perché mangiamo meglio, anzi.”

Di certo, si tratta di una bella storia di ricerca fra le tante che, purtroppo, fanno brillare l’Italia per scarsità di mezzi e risorse, resa possibile anche grazie ai contributi di quell’Unione Europea che molti non vogliono più. Chissà che faccia farebbe F.A.C.E. se lo sapesse.

La conferenza sarà disponibile a breve online sulla pagina Youtube della Fondazione Collegio San Carlo. 

Il progresso possibile, se ne discute a Modena

Tra le politiche decise nel Trattato di Lisbona del 2007, entrato in vigore nel 2009, ci sono due parole chiave: ricerca e spazio.

Spazio, inteso come area e ambito di ricerca. Il trattato infatti fornisce una base giuridica che dovrebbe stimolare la libera circolazione dei ricercatori, promuovendo ad esempio l’eliminazione di quegli ostacoli giuridici, fiscali e burocratici che spesso ostacolano la ricerca.

L’idea è di creare uno “spazio europeo della ricerca” e per farlo, dal 2007 al 2013, vengono dati 50,5 miliardi di euro.

 

Poi c’è lo spazio inteso in senso astronomico, cioè quell’affascinante vuoto tra i corpi celesti. L’Ue nel Trattato vuole favorire una “politica spaziale europea”, collaborando attivamente con l’Agenzia spaziale europa (agenzia internazionale non legata all’UE e concorrente della Nasa). Queste politiche legate allo sviluppo della ricerca in Europa hanno l’obiettivo di favorire anche la famosa competitività in tutti i possibili settori. Stimolare l’economia favorendo la ricerca. E’ anche questo il progresso, no? E’ anche di questo che si parlerà nei cinque appuntamenti del Centro Culturale della Fondazione Collegio San Carlo di Modena, da febbraio ad aprile. Titolo della serie di incontri: “Progresso. Tra istituzioni politiche e dinamiche sociali”.


 

“Nelle società è in corso il tentativo di coniugare lo sviluppo civile e politico con il progresso scientifico ed economico” spiega Carlo Altini, Direttore scientifico della Fondazione. “Appare però come un compito quanto mai arduo, reso ancora più complesso dalla crisi finanziaria degli ultimi anni. Questo compito richiede alle istituzioni europee lo sforzo di immaginare e mettere in pratica nuove forme di progettualità, capaci di governare anche il lato oscuro del progresso”.

Il rischio infatti è che il “progresso” lasci indietro qualcuno. Perché in una società democratica, il progresso è possibile solo se coinvolge tutti, se la società avanza e si sviluppa senza nascondere la polvere sotto il tappeto. “La distribuzione della ricchezza ha generato nuove forme di diseguaglianza, – afferma Roberto Franchini, presidente della Fondazione – erodendo il sistema europeo del welfare state ed esponendo gruppi sociali sempre più ampi al rischio di povertà e marginalizzazione”.

Il problema dunque non è solo erogare miliardi o promuovere meritevoli politiche di sviluppo tecnologico e scientifico e dunque economico. Ma anche dotare le società di strumenti di regolamentazione più efficace: “Da soli né il progresso economico né quello tecnologico possono rendere la vita dell’uomo più sicura e il mondo più stabile e ordinato” continua Franchini. “Dal punto di vista politico, infatti, la globalizzazione ha contribuito a ridisegnare l’ordine del mondo”.

E’ intorno a questi temi che si svilupperanno le cinque lezioni.

Ecco il calendario:

12 Febbraio 2015 – Rivoluzione digitale. Libertà e controllo nelle nuove forme di comunicazione, di Adriano Fabris, professore di Filosofia morale all’Università di Pisa

20 Febbraio 2015 – Nuove modernità. Produzione. Sostenibilità e comunità dopo la crisi, con Enzo Rulllani presidente del Centro studi TeDIS alla Venice International University

6 marzo 2015 – Giustizia globale. Tra sovranità nazionale e cosmopolitismo, di Sebastiano Maffettone, docente di Filosofia politica all’Università LUISS di Roma

27 marzo 2015 – Il progresso della felicità. Capitalismo ed etica del mercato, con Luigino Bruni, professore di Storia del Pensiero economico all’Università LUMSA di Roma

1 aprile 2015 – Pensare il futuro. Immaginazione e previsione sociale, di Roberto Poli, professore di Filosofia morale all’Università di Trento.

Tutte le conferenze si svolgeranno alle 17.30 presso il Centro Culturale della Fondazione Collegio San Carlo di Modena (via San Carlo, 5 – per info: 059.421240). La partecipazione è gratuita.

Inoltre sarà possibile seguirle anche online, in streaming, sul sito della Fondazione.

La filosofia delle Piccole Ragioni

piccole_ragioniE se durante la scuola dell’infanzia la conoscenza etica venisse considerata come un importante elemento di sviluppo nei bambini? Se si volesse stimolare fin dalla tenera età una “consapevolezza critica” che porti questi futuri adulti ad interiorizzare attivamente una serie di valori etici?

Domande di un certo peso, queste, che hanno preso vita all’interno del progetto Piccole Ragioni. Filosofia con i bambini, avviato nel 2010 per iniziativa della Fondazione Collegio San Carlo e dell’Assessorato all’Istruzione del Comune di Modena e giunto oggi al suo quarto anno. Lo scopo è quello di utilizzare i canali di comunicazione più congeniali ai bambini – il disegno, il gioco, il racconto – per trasmettere valori e significati che li aiutino, crescendo, a elaborare una visione del mondo che contribuisca a renderlo, un giorno, un luogo migliore in cui vivere.

Il connubio Modena-filosofia fa solitamente ricordare piazze piene, crocchi di persone, palchi e maxi-schermi. “Piccole ragioni”, però, non è niente di tutto questo. Come ha spiegato Carlo Altini, Direttore Scientifico della Fondazione, “non si tratta di una scatola-evento, ma di un percorso di lunga durata, per reagire in un momento di crisi istituzionale, culturale ed economica, chiamando in causa risorse ma anche competenze.”

La quarta edizione del progetto è stata presentata a ottobre 2013 presso la Fondazione Collegio San Carlo e si è conclusa a maggio 2014. Alla giornata inaugurale è seguito un lavoro attivo con le scuole dell’infanzia che hanno deciso di partecipare e che hanno infuso vita ai presupposti del progetto all’interno delle proprie classi. Quest’anno il tema cardine è stato “Autonomia”, un argomento complesso e profondo.

Autonomia significa letteralmente “legge propria”, ma può avere ben poco a che fare con l’individualismo così imperante oggigiorno, andando piuttosto a ripescare il principio cooperativo tra esseri umani intesi come “animali sociali”. Come ha spiegato durante la presentazione Alfonso M. Iacono, professore di Storia della Filosofia presso l’Università di Pisa e membro del comitato scientifico della Fondazione: “Il concetto di autonomia si può legare al concetto di “autolimitazione”, un tema teologico molto presente anche in Ratzinger e Francesco, i quali hanno compiuto passi indietro rispetto al concetto di onnipotenza: auto-limitarsi per dare spazio all’altro e non togliere spazio all’altro perché bisogna espandere il proprio.”

Una missione difficile? Una sfida umana e educativa? Forse, ma sicuramente “Piccole Ragioni” è un esempio di progetto che ha il pregio di essere inteso come continuativo, a lungo termine e di concentrarsi sull’educazione dei piccoli, ridando dignità al settore e investendo così sul futuro della società. Un caso raro e controcorrente, in un momento storico in cui tutto è diventato transitorio e casuale e dove i temi relativi a istruzione ed educazione sembrano spesso avanzare come i gamberi nella scala delle priorità.