Filosofia da esportazione: da Modena a Saint-Emilion

Nella regione francese dell’Aquitania, Modena fa rima con « aceto balsamico ». L’oro nero delle terre estensi precede la fama della città che, per il resto, rimane un luogo incerto. Potrebbe essere in montagna come al mare, al Nord come al Sud, un grande centro dinamico come un paesino sperduto. Non si sa, ma si sa che c’è le vinaigre balsamique.

phil7Eppure c’è un’altro elemento di Modena che dovrebbe essere conosciuto in Aquitania, se non altro nei pressi delle valli solcate dal fiume Dordogna e punteggiate di vitigni Merlot e Cabernet, lontani circa 1110 km dalla nostra città. Si tratta del Festival Filosofia.

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Il perché è presto detto. Dal 2007, nel mese di maggio, la cittadina aquitana di Saint-Emilion assieme alle limitrofe Libourne e Pomerol, organizza un evento analogo. Si chiama Philosophia, dura tre giorni ed è a partecipazione gratuita, prevede conferenze e lezioni magistrali, proiezioni e atelier per bambini, attività all’aperto e nei luoghi di cultura, il tutto legato a un tema specifico che cambia a ogni edizione. Ricorda qualcosa ? Certo che sì, e non si tratta di plagio, poiché Philosophia è nato proprio come gemmazione del nostrano Festival Filosofia : Saint-Emilion come Modena, Libourne e Pomerol come Carpi e Sassuolo, e, sullo sfondo, i vigneti del Bordeaux come quelli del Lambrusco (che non temono il confronto, poiché il mosto per ricavare il pregiato balsamique viene anche da lì).

phil4Questa talea modenese nasce attraverso il musicista, compositore, scenografo e scrittore aquitano Eric Le Collen, oggi direttore di Philosophia. E’ il settembre 2005 e in Piazza Grande si parla dei Sensi. Le Collen, da semplice turista, si trova lì. «Ho colto, in quell’agorà, un desiderio di unione e comunità – racconterà in seguito -. A Modena regnava un’atmosfera di festa, una festa delle idee nella quale ognuno si ritagliava il compito di riflettere, ascoltare, esprimersi. »

La macchina entra presto in moto. Una genesi quasi fortuita e spensierata dà carburante alla filosofia da esportazione, alla « festa delle idee » formato francese, e Saint-Emilion è la scenografia scelta dal suo futuro direttore. Tappa fondamentale del turismo enogastronomico, con le sue 2000 anime è patrimonio dell’Unesco, ha un raro esempio di chiesa monolitica e vestigia di monasteri medievali, il tutto intervallato dai filari di vite e ammantato di foschia nei mesi freddi: molto pittoresco, direbbero gli inglesi.

phil8Philosophia vede così la luce proprio con una prima edizione dedicata ai Sensi, ricalcando non solo il format modenese ma anche la grafica e, tra visite reciproche e Apéritif Modène in Aquitania, il rapporto tra le due manifestazioni diventa istituzionale. Amore, Felicità, Mondo, Immaginazione, Libertà  Natura e Tempo sono gli altri temi proposti da Philosophia in questi anni. Non tutti nuovi alle orecchie di un modenese, hanno tuttavia progressivamente affrancato Philosophia dalla grafica nostrana, pur non avendo il festival francese ancora i flussi, la risonanza o il numero di amici social del « grand frère » emiliano.

phil5Tra filosofia, patrimonio Unesco e patrimonio enogastronomico, le due sorelle-non-gemelle Modena e Saint-Emilion tessono dunque a distanza i propri percorsi paralleli, che forse non sono così evidenti ai cittadini, ma tuttavia ci sono. E se nel 2008 l’allora sindaco della città francese, Bernard Lauret, auspicò un gemellaggio all’insegna della filosofia e della buona tavola, non resta che da domandarsi come mai non ci sia ancora stata, né in Emilia né in Aquitania, un’edizione del festival dedicata al cibo: visti i tempi che corrono, almeno da noi, potrebbe essere un’idea per il 2016.

 

Se l’Omino coi baffi è una gloria dimenticata di Modena

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Sì, sì sì… sembra facile fare una storia coi disegni animati. Ci vogliono un soggetto e una sceneggiatura, proprio come nei film o negli spettacoli teatrali. Ma non si tratta proprio di un film o di uno spettacolo, no, no… infatti ci vuole uno storyboard per tradurre in immagini la nostra storia. A questo punto bisogna cominciare a disegnare, disegnare e disegnare. Sembra facile, ma se la nostra storia va in tv occorrono 25 disegni per ogni secondo di animazione e questo vuol dire che se la nostra storia dura 5 minuti ci servono 7500 disegni. Che poi vanno inchiostrati, animati, montati e passati in post-produzione, dove vengono aggiunte le voci già registrate e le musiche.

E non basta avere un pezzo di carta e una matita, no no no. Ci vogliono anche buona tecnica, fantasia e spirito imprenditoriale. A Modena questi elementi non mancano e la città ha avuto un ruolo determinante nella storia del disegno animato italiano. Si può dire che sia parte integrante del suo genius loci assieme al maiale, ai motori e all’aceto balsamico. Ma, contrariamente agli altri tre casi, non tutti a Modena lo sanno.

Proprio per questo la Galleria D406 di Via Cardinal Morone ha inaugurato durante il Festival Filosofia la mostraDa Carosello a Supergulp!, aperta fino al 2 novembre e volta a mostrare per la prima volta al pubblico disegni, schizzi, bozze e rodovetri originali provenienti dall’avventura modenese del disegno animato. “Con questa mostra abbiamo voluto riportare in città un’esperienza troppo a lungo dimenticata – spiega Andrea Losavio, proprietario della galleria -. Si tratta di uno dei momenti più alti della creatività artistica italiana. Creativo, oggi, è un termine abusato, ma queste persone lo erano per davvero.”

GLI STUDI DI ANIMAZIONE, VECCHIE GLORIE DI MODENA

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Nel secondo dopoguerra il disegno animato italiano trova sbocco soprattutto nella pubblicità e, nella Modena degli anni ’70, vediamo la compresenza di ben tre studi di animazione. Capofila è la Paul-Film, fondata nel 1954 da Paul Campani: 16 anni di attività e altri 7 sotto diverso nome, con punte di quasi novanta dipendenti e ospiti illustri tra cui Louis Armstrong che qui registrò alcuni jingle nel 1968. Alla Paul-Film si deve l’invenzione di innumerevoli personaggi animati per Carosello, espressione di una nuova concezione della pubblicità dove le storie dei protagonisti risultavano centrali rispetto al “codino” della réclame finale. L’Omino coi baffi, Angelino, Toto e Tata, Miguel son mi e Svanitella sono solo alcuni dei soggetti usciti dalla penna di Campani, che amava definirsi “commerciante di disegni” piuttosto che “artista”.

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Poi ci sono gli studi che hanno portato “i fumetti in tv” realizzando animazioni per i programmi “Gulp!” (1972) e “SuperGulp!” (1977-1981), ossia lo Studio Bignardi, aperto da Secondo Bignardi nel 1965, la Cartoncine di Renato Berselli fondata sempre negli anni ’60 e la PlayVision, aperta nei primi anni ’70 da Guido de Maria: classe ’32, è l’unico erede ancora vivente di questa avventura, tuttora in pista con le animazioni delle pubblicità Loaker. Infine, una citazione speciale spetta alla figura poliedrica di Bonvi, collante fra i tre studi, “papà” di personaggi quali Nick Carter, Cattivik e Sturmtruppen, nonché maestro di Silver dalla cui penna sono nati Lupo Alberto e la Fattoria McKenzie.

UN’OCCASIONE (MANCATA?) DI VALORIZZAZIONE
Ma c’è un problema. La città, nelle sue istituzioni, non si è mai dimostrata seriamente interessata a valorizzare questa fetta di storia recente della città, che comunque ha a che fare con la storia del costume dell’intero paese. “C’è stata una mostra su Paul Campani nel 2007 a cura di Stefano Bulgarelli: una cosa importante, ma è rimasta isolata. Poi è stato inaugurato il Bonvi Parken, ma non basta. Non stiamo parlando di una meteora, bensì di un’esperienza trentennale e un mondo assolutamente modenese – spiega Andrea Losavio -. C’è una quantità di materiale che non è mai stato studiato nella sua completezza. Solo lo Studio Bignardi ha conservato centinaia di migliaia di disegni, è un patrimonio ineguagliabile che andrebbe studiato, conservato, valorizzato, che meriterebbe uno spazio adeguato, un museo dinamico. I personaggi animati usciti da questi studi sono emblemi del territorio, come il Cavallino”.

La valorizzazione, infatti, sarebbe sia culturale sia turistica, poiché il disegno animato è una forma espressiva che ha ammiratori in tutto il mondo. Losavio rivela che nessun esponente dell’Assessorato alla Cultura di Modena è stato presente all’inaugurazione della mostra durante i giorni del Festival, eppure l’affluenza cittadina c’è stata – “assieme a qualche lacrimuccia di alcune signore che lavoravano negli studi” – e la stampa ne ha parlato a livello nazionale.

Pensare a investimenti oculati, fare sistema, ottimizzare gli spazi vuoti, realizzare sinergie tra pubblico e privato, “sembra facile”, direbbe l’Omino coi baffi, ma forse il peccato originale è il puntuale disinteresse verso i profeti in patria. “Ci sono realtà cittadine che acquistano in cultura guardando a luoghi lontani e ignorando quanto si ha in casa propria – conclude infatti Losavio -. Non è mai troppo tardi per lanciare una sfida e una proposta: la città non può farsi scippare da altri luoghi questa occasione.”

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Moviole per la realizzazione dei filmati di animazione. Una cortesia della Galleria D406 e di  Fabio e Giacomo Bignardi.

Ascesa e caduta della Paul Film. Fonte: Converso.

Quei 200 a cui Custer rubò tutta la gloria (e che noi, qui, restituiamo loro)

 

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“Qui finisce la mia strada. Qui mi ha spinto la mia sete di gloria” fa dire Rino Albertarelli, uno dei più grandi fumettisti italiani di tutti i tempi, al generale George Armstrong Custer prima di venire annientato col suo 7° Cavalleggeri dalle forze preponderanti di Sioux, Cheyenne e Arapaho guidate da Toro Seduto e Cavallo Pazzo il 25 giugno 1876 a Little Big Horn. Nell’estasi che precede la morte, Custer rivede in un baleno la sua intera vita – ripercorsa da Albertarelli nel volume monografico a lui dedicato nella straordinaria collana a fumetti degli anni 70 “I Protagonisti” –  prima di mediocre allievo a West Point, poi di condottiero tra i più esaltanti della Guerra civile, infine di sterminatore di indiani.

“Non uno stratega, ma uno Il cacciatore di gloriasciabolatore frenetico e irresistibile – scrive ancora Albertarelli – un Orlando, un Sigfrido, un Achille”. L’eroe greco per cui la madre, Teti, aveva ottenuto dal Fato la possibilità di decidere del proprio avvenire. Scegliere tra una vita lunga senza gloria o una vita gloriosa ma breve. Scelta praticamente obbligata, per il Pelìde. Achille, dopo nove anni di guerra di Troia, verrà trafitto dalla freccia di Paride, Custer da una freccia Sioux (in realtà sul corpo di Custer furono trovati i fori di due pallottole, ma poco cambia).

Bella metafora nel comune destino di due grandi “cacciatori di gloria”, campioni degli eserciti alla fine vincitori («tutti nell’Iliade hanno paura di Achille, per la quantità dell’energia che incarna – ha spiegato Alessandro Baricco nella sua serata al Festival della Filosofia di quest’anno, dedicato proprio al tema della”gloria” – è ingovernabile, ma tutti attorno ad Achille assumono significato a partire da lui»), ma caduti sul campo di battaglia, vittime della necessità di “farsi leggenda” o, più prosaicamente, della loro sete di onori e fama. Di Kleos,in greco antico κλέος, tradotto appunto con fama o gloria, che gli Scolastici distinguevano in interna – che risulta dalla conoscenza che l’essere intelligente ha della propria eccellenza – ed esterna, che consiste nella manifestazione fatta ad altri delle proprie perfezioni.

Distinzione propria di un’epoca in cui alla perfezione bastava il riconoscimento di Dio (alla cui grandezza bisognava inchinarsi umilmente), non certo di quella degli uomini (anzi, la fama era intesa come vanagloria), ma sconosciuta all’etica del guerriero omerico per il quale “in un Universo dove la materia impersonale esiste per sempre, mentre l’esistenza personale si estingueva alla morte, il più che poteva sopravvivere di quest’essere era una voce, una reputazione. Per questo il desiderio di immortalità – condizione propria solo degli dei ed antitetica all’esistenza umana – era affidato solo ai poeti e alla poesia” spiega lo storico delle Religioni dell’Università di Chicago Bruce Lincoln cercando di elaborare in un concetto compiuto il termine Kleos. Insomma, per Achille (così come per Custer erede di quella cultura anche se nel XIX° secolo quell’etica guerriera si è ormai trasformata in mera passione, brama individuale) per sconfiggere la morte bisognava diventare eroi.

Nella Casa dell’Anima s’aggirano le Passioni
belle donne abbigliate in seta,
il capo adorno di zaffiri.
Dalla porta fin nell’interno della casa
tutte governano le sale. Nella più grande
di note, quando brucia loro il sangue
danzano e bevono, i capelli sciolti.

Fuori dalle sale, pallide e malvestite,
con abiti di un tempo fuori moda,
s’aggirano le Virtù ascoltando amareggiate
la festa che fanno le ubriache etere.
Coi visi incollati ai vetri delle finistre
osservano in silenzio, pensierose,
le luci, i diamanti e i fiori della danza.

Konstantinos Kavafis, Poesie segrete (1894)

gloria1Virtù pallide e celate che nel momento di massimo splendore di quella “società dello spettacolo” teorizzata da Guy Debord ormai quasi cinquanta anni fa nel saggio dallo stesso titolo, è difficile trovare perfino con un set di fari da stadio, figuriamoci con il modesto lanternino offerto dalla filosofia, tutti presi come siamo dalla possibilità di sperimentare direttamente sulla nostra persona la massima pronunciata nel 1968 da Andy Wahrol: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes». E oggi non è più così nemmeno indispensabile la tv (a cui si riferiva Wahrol), possono bastare anche i social network. Fama effimera d’accordo, ma pur sempre qualcosa di meglio dell’oblio riservato alla maggior parte delle persone comuni. In fondo, del 7° Cavalleggeri l’unico nome rimasto nella storia è quello di Custer, non dei 200 militi ignoti a tutti che creparono con lui sul campo della gloria (quella del generale).

Ecco allora che del Festival in cui la filosofia abbandona per tre giorni all’anno le polverose stanze degli atenei per fingersi almeno un po’ pop, piegando a fini divulgativi ogni residua e fragile pretesa di Verità (Aletheia, in greco ἀλήθεια) per immergersi allegramente nel contemporaneo flusso dell’Opinione (Doxa, traslitterazione del greco δόξα, non a caso scelto come nome della famosa società di sondaggi che cercando su google compare ben prima del termine greco), vale la pena ribaltarne del tutto l’asimmetria tra palco e parterre, e trasformare le supposte verità uscite dalle varie lectiones magistrales di questi giorni in comuni opinioni, vox populi. Che a buon diritto può reclamare, almeno su queste pagine, i propri quindici secondi di gloria.

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Perciò, con irriverente ironia (nei confronti della Verità, sia chiaro), abbiamo chiesto al pubblico del Festival la propria opinione in merito alle vite spettacolari.

Lorena, 25 anni, ci ha detto che «gloria e fama spesso vengono confuse. La gloria è qualcosa che può dare una svolta ai tempi, mentre la fama oggi dipende dalle visualizzazioni su YouTube. Se penso alle vite spettacolari che mi hanno ispirata, mi vengono in mente Giulio Cesare ed Elisabetta d’Inghilterra, non certo Francesco Sole. I veri eroi di oggi non sono persone famose, ma piuttosto le madri che tirano su i loro bambini, e chi lavora». Secondo Edgarda, 64 anni, «la gloria è più legata a riconoscimenti esterni, mentre la fama alle qualità intrinseche del personaggio. Nessun intellettuale è glorificabile. E’ famoso ma non glorioso». Le vite spettacolari che hanno ispirato Laura, 26 anni, sono « tra gli antichi Ipazia, che era una donna moderna in un presente che non era in grado di accettarla. Tra i contemporanei Margherita Hack, perchè è stata una grande studiosa e ha diffuso cultura in questo paese». Paolo, 73 anni, ci dice testualmente che, non gli viene in mente nessun nome di “eroe” contemporaneo. «Ci sono aspiranti eroi che sono più attenti alla fama che all’ideale». Mentre del passato cita “Kemal Ataturk, Garibaldi, Mazzini, e il più moderno De Gaulle, «perché non hanno cercato la fama, ma di attuare un grande progetto». Franco dichiara: «Gli eroi contemporanei non sono credibili perché devono restare legati alla loro immagine, ne sono schiavi». Laura (2) pone invece l’accento sul ruolo degli intellettuali di oggi: «alcuni hanno molta fama, I soliti noti. Durante questa edizione del festival però sono stata attratta da altri nomi, che mi sembrava fossero molto interessanti. La fama a volte soverchia la gloria».

E’ opinione vera, opinione di popolo. Che la Metafisica l’abbia in gloria.

(ha collaborato Davide Lombardi)

Spesso niente è come sembra

«L’èter dè in piaza a-i-ò imparè un quèl: al trì al vìn préma ch’al du». «Ma sarà stato uno scherzo…» «No, no, i-àn dét propria acsè. Pensa te!»

Queste frasi rubate di nascosto a due passanti segnano il passo che riporta Modena all’abituale quiete sonnolenta dopo la tre giorni in cui “c’è stata la filosofia in piazza”. Mentre un leggero sentore di Platone aleggia ancora nell’aria, Piazza Grande torna a essere feudo degli over-70 in bicicletta: temporaneamente spodestati da una platea di sedie blu, sono di nuovo in pista, rigorosamente all’ombra. Adesso che tutto è tornato alla normalità è anche possibile visitare con più calma e meno ressa le esposizioni allestite di contrappunto al Festival Filosofia sulle orme del tema “amare”, il verbo che fra tutti ha coinvolto più litri d’inchiostro nella storia dell’umanità.

Una di queste è Mano nella mano. Reperti di un amore oltre la morte, presso il Museo Civico Archeologico. L’argomento è a tratti affascinante, a tratti macabro e ha un innegabile gusto da tragedia shakespeariana o da racconto gotico. Protagonista dell’esposizione è una tomba del VI secolo d.C. rivenuta nel 2009 tra Viale Ciro Menotti e Via Bellini, contenente due scheletri che si tengono per mano e definita per questo “la tomba degli amanti”. Al di là dell’inusuale visione di tale sepoltura, sono interessanti le circostanze che la riguardano, poiché è stata rivenuta assieme a tombe di soggetti deceduti per morte violenta.

Per calarci nel vivo della vicenda dobbiamo compiere un salto temporale e immaginarci una Modena diversa, lontana dai fasti della Mutina romana e minacciata piuttosto dalle continue alluvioni, tanto che gran parte della sua popolazione si concentrò per diversi lustri a Cittanova. I “modenesi” di questo periodo strano e barbarico erano anche longobardi e germanici, una commistione che ci portiamo sorprendentemente dietro proprio nel dialetto poc’anzi citato. Anche gli scheletri rinvenuti nel 2009, inclusi i due “amanti”, potrebbero essere stati longobardi o germanici, vissuti e trapassati in un insediamento al tempo così decentrato.

Giudicando il passato con gli occhi del presente si potrebbe davvero pensare a un tenero gesto di unione perpetua, facendo rivivere le suggestioni di tutta la letteratura che ci separa da loro. Pur non potendoci raccontare nei dettagli come è andata, le loro ossa qualcosa possono sempre rivelarlo e difatti le cause della morte degli “amanti” sono ancora tutte da studiare e stabilire. Una malattia? Un duplice omicidio? Non si sa, ma non è escluso che la sepoltura congiunta mano nella mano possa essere in realtà espressione di un rituale storicamente attestato secondo il quale la moglie, alla morte del marito, veniva uccisa a sua volta.

Ancora una volta il verbo “amare” si fa complesso e lascia uno spiraglio aperto su ben altri significati, ricordandoci che spesso niente è come sembra, specialmente quando si vanno a guardare le cose da prospettive diverse rispetto al pensar comune. Allora sì, bisogna darne atto al buon passante: non è più così scontato che il due venga prima del tre.

mano nella mano locandina

photo credit: Latente 囧 www.latente.it via photopin cc

L’amore contro la crisi

In media, il 70% di tempo di vita di un essere umano adulto è speso nell’attività economica, nel lavoro. Ne consegue che, anche se si tratta di universi apparentemente non comunicanti, è impossibile non declinare il tema dell’amore nella categoria dell’economia. E il professor Stefano Zamagni con la lezione magistrale “Ha l’amore uno spazio in economia?” al Festival Filosofia ci ha spiegato perché.

«La lingua greca ha tre parole per dire amore: eros, philia, agape. Esse descrivono tre dimensioni che sono in una relazione moltiplicativa, non additiva: non è possibile sostituire una all’altra – ha spiegato Zamagni –. All’inizio della modernità, è avvenuta una separazione netta tra queste tre dimensioni e si è affermata l’idea che in economia l’unica dimensione ammissibile sia quella dell’eros inteso come passione dell’avere, che nelle declinazioni successive si tradurrà in avarizia, avidità».

Philip Wicksteed nel 1901 afferma la necessità per l’economista di applicare il non-tuismo: la controparte in una transazione economica, il tu, colui con cui mi interfaccio, non rileva perché ciò che conta è il raggiungimento del proprio interesse personale. Business is business.

Quali effetti devastanti provoca l’eliminazione dell’amore nella sua declinazione di agape e philia in economia? La cosiddetta ideologia degli incentivi ce li mostra: «prima di tutto dobbiamo domandarci come ha fatto questa ideologia a diventare cultura popolare, considerando che fino a 60 anni fa la parola incentivo non esisteva in economia – si interroga Zamagni –. Se dal discorso economico elimino la philia e l’agape, per ottenere da te, lavoratore, qualcosa, ti devo dare l’incentivo, termine, importante ricordarlo, che deriva dal latino “incidere” che voleva dire cantare, incantare».

Questa crisi economica è figlia dell’ideologia dell’incentivo, la cui logica è difendere la democrazia politica sacrificando la democrazia economica.
«Noi economisti sbagliamo perché facciamo credere alla gente che la felicità coincida con l’utilità – sostiene Zamagni –. La felicità invece è legata alla relazione».
Già Aristotele diceva che non si può essere felici da soli, concetto che vediamo ben espresso in Robinson Crusoe.

«Dante nel quattordicesimo canto del Purgatorio nel dialogo con Virgilio si chiede come è possibile che un bene quanto più viene condiviso quanto più aumenta. Dalla risposta di Virgilio si evince che la virtù più viene praticata più aumenta. E la stessa cosa, se ci pensate, vale per l’amicizia. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo cambiare l’assetto istituzionale, rendere pluralistico il mercato la cui economia non è solo quella capitalistica – conclude il professor Zamagni –. Dobbiamo consentire a tipi diversi di impresa di operare fianco a fianco e rimettere in gioco la parola “fraternità”, che oggi è stata sostituita dalla parola “solidarietà”, che non è la stessa cosa».

Immagine di copertina: elaborazione grafica da un fotogramma da “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij.

Eros e Polis

filo1Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia? Un aggregatore sociale, ma anche l’occasione per ridefinire un’etica della politica

A Modena la filosofia scende di nuovo in piazza, portando avanti la tradizione delle dodici edizioni precedenti con risultati da record, e riconfermandosi grande iniziativa di pedagogia pubblica e di comunicazione moderna dei saperi, oltre che un prezioso strumento per la valorizzazione del territorio.
«Tre giorni che riempono la città. Il Festival risponde alla voglia di pensare» afferma Alda Baldaccini, segretario della Fondazione San Carlo.

Festival Filosofia coinvolge e rivitalizza tre città: le piazze, le location dei centri storici e la partecipazione attiva della cittadinanza rendono Modena, Carpi e Sassuolo personaggi primari.
Nondimeno la manifestazione si distingue per la scelta dei temi proposti. Questa del 2013 è stata l’edizione dell’amare. Il direttore scientifico Michelina Borsari precisa: «amare, non amore. Amare interessa in quanto implica una relazione, anche con la polis. Amare connette. O non connette e ci lascia da soli».
In questo caso specifico, viene da dire che amare connette, eccome. Il pubblico del festival riempe le piazze e le strade come una polis possibile,innervata di philia e con cittadini di tutte le età, luogo di ricerca a misura d’uomo.
Philosophia ed Eros sono connaturati similmente, legati dall’idea di ricerca. La prima ha la sua radice etimologica nella ricerca del sapere, il secondo invece è figlio dell’Indigenza e dell’Espediente.

filo4Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia?

Tommaso, 20 anni, studente, ci dice che apprezza vedere la Filosofia assumere un ruolo di aggregazione sociale; auspica che possa servire a ridefinire un’etica della politica. Anche Laura, studentessa di 26 anni, vede nella filosofia un possibile veicolo di moralità e di insegnamento per la politica.
Franco nota invece come la filosofia attualmente si sia aperta agli spazi e alle tematiche sociali, ma che viene anche interrogata come qualche cosa di terapeutico, anche se spesso questi tentativi inesorabilmente naufragano: «Come avviene per la fisica, anche quando si indaga il pensiero umano o si assume un ruolo educativo, bisogna fare i conti con il problema dell’intrusione, con il pericolo di alterare il dato durante l’osservazione di un fenomeno. Ci si rifugia allora nella speculazione».
Filippo, 28 anni dal Festival porterà con se’ una frase di Gramellini: «Chi ama è la persona più dignitosa di questo mondo».

L’amare che si sparge nelle città assume forme diverse, si declina talvolta nella simmetria di esperienze transitive vissute nell’apertura verso l’Altro, talvolta si declina invece in forme intransitive e senza reciprocità, in cui le oscillazioni di Eros lasciano l’animo in balia di passioni inappagate e di fantasmi.
Quello che si va cercando sono forse nuove grammatiche amorose, di condivisione, di valori e quadri culturali che consentano agli individui di relazionarsi in un tempo in cui si susseguono velocemente rivoluzioni scientifiche e tecnologiche ma anche politiche e sociali. La filosofia può forse fornirci la rete di simboli a cui aggrapparsi per orientarci in una realtà profondamente mutata, e così velocemente.
Massimo Cacciari, che abbiamo incontrato sulle strade del Festival, «c’è bisogno di pensare, questi sono segnali positivi. La voglia di partecipare a queste manifestazioni dà qualche filo di speranza».

(Foto di Laura Zanazzo)

L’energia che innamora… e vince la crisi

«L’economia riparte dalla filosofia» dice Massimo Gramellini che ha partecipato al Festival della Filosofia di Modena. Quindi tutti gli uomini, tutti i cittadini, si devono comportare come degli «equilibristi, sempre minacciati dai venti».

«Per far funzionare le cose in una coppia bisogna togliere il volume e giudicare la persona che amiamo solo dai gesti. Quello che conta è il sesto senso: l’intuizione. Noi più che dell’aspetto, ci innamoriamo dell’energia che emana dall’altra persona e che intuiamo da lontano». Massimo Gramellini con la lezione magistrale “La biblioteca di Eros” tenuta al Festival Filosofia ha invitato il pubblico a sedersi a tavola con i personaggi del Simposio di Platone, testo bimillenario di sconcertante modernità.
«L’innamorato è come un equilibrista che cammina sul filo, continuamente minacciato dai venti della vita e spinto dal desiderio di pienezza che lo fa andare avanti – ha esordito Gramellini –. Per Aristofane l’amore è il IMG_1685desiderio struggente di ritrovare la propria completezza smarrita e la favola da lui narrata mette sullo stesso piano gay, lesbiche, etero perché tutti, in egual modo, possono partecipare all’energia unificante dell’amore».

Ogni generazione è sempre stata convinta di vivere nel peggiore dei mondi possibili ma «il futuro – dice Gramellini – è il territorio della nostra sfida, perché il passato non tornerà più e in questo momento storico di rassegnazione, dobbiamo capire che l’economia riparte dalla filosofia, dalla psicologia e che la vita è un presente che si rinnova continuamente».
E in questo presente, l’impresa più eroica che possiamo compiere è quella di riuscire a esplorare il nostro cuore. “Chi è eros?” si domanda Socrate. Eros è un demone, non un dio, un’entità intermedia che tiene insieme l’universo, entità invisibile, non raggiungibile dai sensi ma che attraverso di essi ci mette in sintonia con l’universo sensibile che ci circonda.

«Eros non è l’amato ma l’amante, colui che ama, e ne consegue che una persona è felice quando ama, non quando è amata» ha spiegato Gramellini. «E quando smettiamo di amare crolliamo, perché ci rendiamo conto di essere caduti sotto a un certo livello di vibrazione».
L’amore è molto di più del trasporto fisico e sentimentale verso l’altro: amore, rivela Socrate, è il desiderio di generare qualcosa che ci sopravviva e tale desiderio si può appagare in due modi: mettendo al mondo figli fisici o spirituali.

«Non esiste solo la fecondità del corpo: anche l’anima può essere ingravidata. L’amore – prosegue lo scrittore – è un’energia che si impossessa dell’amante e sfocia in tensione creativa. L’anima, al pari del corpo, si eccita e genera i suoi figli: le opere. E chi ama col cuore, oltre che con il corpo e con l’anima, genererà i figli del proprio talento, perché ogni essere umano viene al mondo per creare qualcosa di unico».
E allora occorre svegliarsi, sciacquarsi un po’ il viso come fa Socrate per affacciarsi al nuovo giorno al termine del Simposio, e andare verso le luci dell’alba alla ricerca continua del proprio talento.