Un banchiere a tutto campo

Si può essere banchiere anche senza avere il “pallino” di giocare alla roulette con i soldi dei risparmiatori. Si può essere banchiere ambulante spiegando alle persone che i soldi sono bene importante che hanno un valore in sé e possono assumere un valore ancora più importante se investiti nell’economia reale, nelle imprese attente ai lavoratori e allo sviluppo del territorio. Intervista a Massimo Rovatti, il nuovo banchiere ambulante “tutto campo” di Modena e Ferrara.

Musica: “An Awesome End” di Enemy Jack

Tutti devono guadagnarci… in banca

Banca Etica cambia “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara, con Massimo Rovatti che raccoglie il testimone da Fabrizio Prandi. Ma cos’è Banca Etica? Ce ne parla Paolo Contini, referente Git di Modena

 

Trasparenza, equità, bene comune. Sono queste le tre parole chiave di Banca Popolare Etica, l’unica banca che privilegia l’interesse collettivo. Sabato 28 settembre il Centro culturale F.L. Ferrari ospiterà alle 17 l’incontro di presentazione di Massimo Rovatti, nuovo “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara. Rovatti raccoglierà il testimone da Fabrizio Prandi, alla presenza della vicepresidente di Banca Etica Anna Fasano.

Una finanza nuova. La diversità di Banca Etica nel panorama bancario italiano ed internazionale sta nel cambio di destinazione dei finanziamenti, mirata esclusivamente all’interesse collettivo, dalla cooperazione sociale alla cooperazione internazionale, dalla tutela dell’ambiente alla promozione della cultura, passando per le energie rinnovabili e l’agricoltura biologica. «La sintesi di tutti i principi di Banca Etica è racchiusa in tre valori: trasparenza, equità e ricerca del bene comune. – spiega Paolo Contini, referente Git (Gruppo di Iniziativa Territoriale) di Modena – La trasparenza risponde alla domanda: cos’è più sicuro? La risposta di Banca Etica è che la sicurezza, impossibile da raggiungere in modo assoluto, è legata ad una maggiore trasparenza. Per quanto riguarda l’equità, è necessario premettere che Banca Etica non fa beneficenza e che la banca deve continuare a fare la banca, non può snaturarsi. I tre soggetti coinvolti, risparmiatore, banca e soggetto finanziato, devono guadagnarci. Il punto è – continua Contini – che se tutti si accontentano è possibile raggiungere un’equa distribuzione della ricchezza e limitare disparità troppo accentuate. Ed arriviamo così al terzo valore su cui si fonda Banca Etica, ovvero la ricerca del bene comune. Il profitto non deve essere un principio ispiratore, ma una conseguenza dell’attività finanziaria svolta. Le finalità degli investimenti di Banca Etica non sono strettamente legate al profitto, ma piuttosto all’ambito sociale ed ambientale. Questo necessita un’analisi più attenta, non solo basata su garanzie economiche, ma su considerazioni più variegate». Leggasi: non basta una calcolatrice per decidere se un investimento migliora la vita di tutti.

Il socio non riceve, costruisce. Banca Etica ha mosso i primi passi in Veneto e si è costituita l’8 marzo del 1999 per rispondere alle esigenze del terzo settore, quei soggetti definiti non bancabili, ad alto rischio, che nella maggior parte dei casi non ricevevano finanziamenti. «In Banca Etica – precisa Contini – il risparmio ha un’utilità sociale. Se compro dell’oro, il mio investimento non ha ricadute positive sulla società, mentre se contribuisco a finanziare un progetto di cooperazione sociale il mio risparmio, attraverso la banca, migliora la vita della comunità. Così si fa ripartire l’economia, non comprando un’auto al mese. In Banca Etica è diverso anche il ruolo del socio, che non è colui che riceve i dividendi, ma colui che partecipa alla costruzione della banca, perché ogni opinione viene ascoltata e valutata».

I numeri di Banca Etica. Nata su iniziativa di un gruppo di 20 soci fondatori, Banca Etica opera oggi su tutto il territorio nazionale con 17 filiali e una rete di “banchieri ambulanti”, offrendo ai propri clienti una gamma di prodotti e servizi che permettono una completa operatività bancaria (libretti di risparmio, conti correnti, bancomat, carte di credito, obbligazioni, mutui prima casa, prestiti personali, fondi d’investimento etici). Il capitale sociale di Banca Etica ammonta a quasi 46 milioni di euro, conferito da 38 mila soci. Sono circa 7 mila i progetti finanziati, per un totale di 770 milioni di euro, nei quattro principali ambiti di intervento: cooperazione sociale, cooperazione internazionale, ambiente, cultura e società civile. Nelle province di Modena e Ferrara Banca Etica conta 892 soci, che conferiscono un capitale sociale pari a 960 mila euro, come valore nominale (635 mila euro il capitale sociale nella sola Modena), mentre sono attivi finanziamenti alle imprese sociali per un valore complessivo di 6,5 milioni di euro ed alle persone fisiche per 800 mila euro.

Integrazione? Nemmeno col terremoto

Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia si laurea con una tesi originale sulla convivenza tra italiani e stranieri nelle tendopoli dei terremotati. Per scoprire che nemmeno vivere fianco a fianco, condividere gli stessi identici problemi,  favorisce processi di integrazione. Bambini a parte. Ma una soluzione c’è: dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto.

Dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto. E’ quanto emerge dall’originale tesi “Conseguenze del terremoto in Emilia: la convivenza interetnica all’interno della tendopoli di Finale Emilia”, con cui si è laureato lo scorso novembre in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi Ferrara, Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia.

Nella sua tesi Giacomo ha affrontato un tema a cui nessuno, fino ad ora, per quanto riguarda il terremoto della Bassa modenese, si è mai dedicato e lo ha fatto seguendo la cosiddetta tecnica di ricerca qualitativa, che prevede l’osservazione sul campo del fenomeno che si intende analizzare, una serie di interviste semi strutturate ai soggetti interessati dal fenomeno e la ricerca di dati ad esso relativi presso i luoghi di pertinenza, in questo caso gli uffici comunali. La tendopoli di Finale presa in esame è stata costruita pochi giorni dopo la prima scossa del 20 maggio e smantellata il 21 ottobre 2012. Ha avuto il picco massimo di affluenza nel mese di giugno quando ha contato più di 2.000 ospiti. Al momento della chiusura gli ospiti erano 300, di cui il 90% extracomunitari, dato che va confrontato con quello del 13%, che sono gli extracomunitari residenti a Finale.

Gli studi sociologici fatti finora hanno sempre dimostrato come nelle situazioni di emergenza e difficoltà le relazioni si intensifichino e la solidarietà aumenti: «questo si è verificato anche nella tendopoli di Finale, ma solamente tra le persone appartenenti alla stessa comunità – afferma Guerzoni -. In generale, quello che ho rilevato, intervistando sia persone straniere che italiane, è che non c’è stata integrazione (sia tra italiani e stranieri che stranieri e stranieri, ndr.), per mancanza di interesse ad attuarla, nonostante le condizioni fisiche di convivenza così ristretta ed obbligata. Le uniche occasioni sono state offerte dai bambini quando giocavano insieme, “obbligando” i genitori a relazionarsi gli uni con gli altri, o in quei casi in cui le persone si conoscevano già da prima o di persone particolarmente intraprendenti che si facevano avanti per fare conoscenza».

Il terremoto in Emilia ha messo in evidenza la grande differenza di risorse, materiali e immateriali, che sussiste tra i terremotati autoctoni e quelli stranieri. Affinché entrambi i soggetti raggiungano il loro obiettivo celermente – riuscire cioè a tornare il prima possibile alla vita normale – è indispensabile che avvenga tra di loro un lavoro collaborativo, che si tramuta concretamente, secondo la tesi di laurea, «in occasioni di dialogo comune, di disponibilità di ascolto da parte dei funzionari dell’Amministrazione, e nella cooperazione di tutta la popolazione cittadina al fine di sostenere i disagi di coloro che hanno subìto i danni più ingenti e di accelerare il ripristino della vita normale». È conveniente, quindi, che «l’èlite e i volontari si preoccupino di adottare strategie comunicative funzionali ed efficaci al fine di rispondere a tutte le esigenze informative degli ospiti. La situazione di incertezza sulla condizione attuale e futura, e la mancanza di risorse cognitive a riguardo, sono causa di un aumento del grado di stress, già notevolmente aumentato durante tutto il periodo della prima emergenza. L’ospite si è sentito spesso umiliato da un certo modo di essere trattato dai volontari. Questo non costituisce sicuramente la maggioranza dei casi del comportamento dei volontari e della reazione degli ospiti, ma sarebbe importante che le linee guida di conduzione e gestione di un campo tenessero conto anche dell’approccio umano verso gli ospiti. Sicuramente a rendere più complicata questa dinamica è stato il turnarsi delle squadre di volontari settimanalmente senza elementi di continuità, che avrebbero favorito una maggiore elasticità nei comportamenti tenuti da quest’ultimi».

«Durante la mia ricerca – conclude Giacomo – mi ha colpito la facilità di dialogo con le persone straniere, molto più disponibili al confronto di quello che m’immaginavo. Credo che dall’esperienza di gestione di emergenze come questa si possa e si debba imparare tanto, soprattutto da un punto di vista culturale, approfondendo lo stimolante confronto tra comunità diverse, indipendentemente dai frutti che può dare».

Fonte immagine in CC: Il Fatto Quotidiano.