Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

Quelli dei barconi

Un articolo del Daily news così scriveva in tempo non sospetti: “oggi abbiamo accettato l’idea che è giusto lasciar morire i profughi per scoraggiarli a partire, quanto ci metteremo ad accettare l’idea che è giusto ucciderli per scoraggiarli a partire?”.

La fine di Mare nostrum e l’assunzione da parte di Frontex di un operazione denominata prima “Frontex Plus” e quindi “Triton”, “rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani perché mette (con piena coscienza e deliberato consenso) gravemente a rischio la vita dei profughi e dei migranti, li espone a trattamenti inumani e degradanti aumentando il numero di giorni di navigazione senza alcun soccorso”. È questa la posizione di Giuseppe Piacenza, responsabile del servizio immigrazione della Comunità Papa Giovanni XXIII.

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All’indomani dell’ennesima strage nel mediterraneo, ricorda che “il presidente del consiglio Matteo Renzi aveva più volte dichiarato pubblicamente che Mare nostrum non sarebbe terminata sino a quando l’Europa non avesse assunto un’operazione di eguale portata. Così non è stato. Il 31 ottobre 2014 il ministro degli interni Alfano ha annunciato in conferenza stampa, visibile sul web, la fine dell’operazione tutta italiana, finanziata con 9 milioni di euro al mese, che pattugliava 24 ore su 24 tutto il mediterraneo centrale sino ai confini con le acque territoriali libiche e l’inizio di Triton, operazione europea gestita da Frontex, finanziata con circa 4 milioni di euro al mese e che si limita a pattugliare le acque territoriali a 30 miglia dalla costa.

“L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina militare italiana, ha denunciato senza mezzi termini l’assurdità di tale decisione ed il costo elevatissimo che avrebbe causato in termini di vite umane perdute, chiedendo esplicitamente conto del perché l’Europa intera non riuscisse a coprire i costi che fino ad oggi erano stati coperti dall’Italia, uno stato membro per giunta in piena crisi economica – spiega Piacenza –. Non ha ricevuto alcuna risposta a dimostrazione della malafede che si nasconde dietro a questo provvedimento. Lo scopo di questa riduzione delle operazioni in mare è quello di rendere il più possibile difficile e pericoloso l’attraversamento del Mediterraneo che già oggi l’Unhcr ha definito la rotta marittima più mortale per i profughi e i migranti”.

 

E allora, che fare?
Non possiamo affrontare la questione dei profughi e dei migranti senza affrontare contestualmente la questione della vendita delle armi e delle guerre che con queste armi si combattono. Dall’Afghanistan fino all’Africa subsahariana le situazioni di violenza indiscriminata e generalizzata stanno causando centinaia di migliaia di vittime e milioni di profughi. La Siria prima dello scoppio della guerra era il quarto paese al mondo per l’accoglienza dei profughi, oggi milioni di Siriani vivono ammassati nei campi profughi ai confini della Turchia, del Libano e della Giordania e decine di migliaia di loro tentano pericolosissimi viaggi della speranza per raggiungere il nord Europa.

Chi sono “quelli che arrivano sui barconi”? E’ vero, come alcuni dicono, che ormai telefonano al largo delle coste per “farsi venire a prendere”?
Sono per il 60% profughi: Siriani, Eritrei, Somali, Afghani. Una parte invece è in fuga dalla povertà, come Nigeriani, Egiziani, Gambiani, Maliani. Ci sono molti cristiani che scappano dalle persecuzioni, si stima almeno il 20%. Telefonano per lanciare la richiesta di soccorso e segnalare attraverso il segnale GPS del telefono l’esatta posizione in mare, purtroppo molte volte i soccorsi arrivano in ritardo, e quella telefonata oltre ai cadaveri ripescati diventa l’unica prova dell’ennesima tragedia.

Paesi d'origine dei richiedenti asilo (Fonte: Eurostat
Paesi d’origine dei richiedenti asilo (Fonte: Eurostat)

C’è la tendenza a far coincidere rifugiato e immigrato. Non è opportuno operare dei distinguo? La legge italiana ci può aiutare a farlo o ci sono lacune in merito?
Noi insieme a tutte le altre associazioni, da Amnesty International a Save the Children, Caritas, Migrantes, Comunità di Sant’Egidio, stiamo insistendo per l’istituzione dei “canali umanitari”. In questo momento ad esempio è impossibile che a Siriani ed Eritrei non venga riconosciuta la Protezione internazionale per la gravità della situazione nei loro Paesi: allora perché la Comunità Europea non dichiara che i cittadini di queste nazioni possono imbarcarsi su voli di linea verso i paesi dell’Unione senza bisogno del visto e possano presentare domanda d’asilo in aeroporto? Così facendo si sottrarrebbero decine di migliaia di profughi ai mercanti di morte e ognuno di loro potrebbe presentare domanda d’asilo direttamente nel Paese in cui intende trasferirsi senza passara per forza dall’Italia.

Fonte immagine: Next Quotidiano
Fonte immagine: Next Quotidiano

Una comunità incapace di accogliere quali rischi corre a livello della sua identità?
La storia dell’immigrazione è antica come il mondo, anzi senza immigrazione probabilmente non ci sarebbe stata la Storia: basta sfogliare qualsiasi libro scolastico per rendersi conto del continuo spostamento di popolazioni da un luogo all’altro del Pianeta e di come questo abbia favorito il propagarsi delle conoscenze tecnico scientifiche, dell’arte, della letteratura, della musica. Oggi poi, in un mondo in cui con un semplice click si possono spostare miliardi di euro da un capo all’altro del pianeta, pensare che gli unici a non avere diritto di spostarsi siano le persone che cercano di sfuggire alla morte è semplicemente assurdo.

E’ possibile contrastare questo fenomeno senza intervenire, responsabilmente, per la stabilità e la crescita dei paesi di provenienza dei migranti?
No, non è possibile, però bisogna intervenire in modi completamente diversi da come abbiamo fatto fino ad oggi, perché paradossalmente i paesi oggi più instabili, dove regna una violenza incontrollata, sono proprio quelli in cui siamo intervenuti noi occidentali: Afghanistan, Iraq e Libia.

Immagine di copertina: una bimba senza vita (fonte: Avvenire).

25 anni dopo, un muro di luci

Ogni volta che in questi 25 anni ho sentito la frase “cade il Muro di Berlino” ho pensato che l’utilizzo del verbo “cadere” fosse una scelta lessicale curiosa, attiva nella sua forma grammaticale, passiva nel significato e con quel tocco di impersonalità che basta a non distinguere più di tanto tra vincitori e vinti. Se ci si pensa bene, infatti, i muri non cadono da soli, quello poi, men che meno! Costruito a prova di evasione, sfondamento e scasso, come tutti i confini blindati di questo mondo, stava in piedi fiero come la patria e sordo come il cemento. Una linea usata per definire, delimitare, contenere e se necessario uccidere.

Foto Laura Ceglia

Alcuni muri crollano perché sono costruiti male, quando la terra trema o per l’incuria del tempo. Altri vengono demoliti, bombardati, rimossi o spostati. Il Muro di Berlino cade in tanti modi: abbandonato da chi lo doveva custodire e spazzato via da un vento di cambiamento, libertà e onde radio.  Senza la presenza dei mezzi di comunicazione infatti, forse la storia avrebbe preso un altro corso. Ma il 9 di novembre del 1989  radio e televisioni, dopo aver dato la notizia dell’apertura dei posti di blocco e portato migliaia di persone in strada, hanno documentato, trasmesso e celebrato quello che sarebbe diventato uno dei più grandi spettacoli mediatici del XX secolo: la caduta del Muro.

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Mentre a Berlino ci si abbracciava per  la strada, la Germania e il resto del mondo assisteva in diretta dal salotto di casa con non meno trepidazione all’evento. Grazie a quelle immagini il Muro cadeva nell’immaginario di tutti noi ancor prima di essere fisicamente rimosso dalle strade. Al resto ci hanno pensato le ruspe e il picconare di cittadini che, abbandonata la falce ed esaurita la rabbia a colpi di martello, iniziano a vendere pezzi di Muro ai turisti dando prova di un inaspettato spirito imprenditoriale. Ne consegue che oggi, se non consideriamo la colorata East-Side Gallery e i frammenti sparsi per la città e in giro per il mondo, il simbolo della Guerra Fredda non divide più Berlino, e la sua assenza ha da tempo lasciato spazio a una maggior coesione a livello urbanistico politico e sociale che si vede e si sente.

Leggi anche: “Ricordando il Muro che non c’è“.

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Per questo chi torna a Berlino dopo qualche tempo rimane colpito dalla velocità con cui la città sia cambiata e cambi. Il panorama urbano è puntinato di gru colorate che si stagliano all’orizzonte e, dopo 25 anni, la città continua ad essere un vero e proprio cantiere a cielo aperto. È proprio questa nuova Berlino, dove la pianificazione saggia e lungimirante si mescola a gravi fenomeni di gentrificazione e ghettizzazione sociale, quella che diventa protagonista e palcoscenico del venticinquesimo anniversario della caduta del Muro attraverso un’istallazione che ha fatto molto parlare di sè. Ottomila palloncini, simili a lampioni hanno illuminato nei giorni scorsi il tracciato del Muro di Berlino creando un percorso luminoso di 15 km che taglia in due la città diventandone simbolo e arredo per il tempo di un fine settimana.

Questo progetto, brillante nella sua semplicità, fa dello spazio pubblico il luogo fisico della memoria e dell’immaginario collettivo all’interno del quale il Muro viene ricostruito, ripercorso, ricordato e riabbattuto.  Questa volta però non “cadrà”, nessuna pietra rotolerà al suolo, al loro posto gli ottomila palloncini sfideranno la forza di gravità e voleranno via contemporaneamente sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven, per non tornare. Per chi non potesse assistere allo spettacolo, TV e Social Media ci assicureranno il privilegio di far parte di quella che diventerà nel tempo un tassello di memoria collettiva condivisa. (Foto di Laura Ceglia).

Sei a casa. Sei in Europa.

Si è votato in Europa. Con l’arrivo della primavera l’intera città di Berlino si è lentamente ma progressivamente riempita di cartelloni elettorali i cui slogan hanno cercato di avvicinare i cittadini tedeschi, e non, a un contesto sovranazionale non per tutti consueto. Frasi accattivanti e rime provocanti hanno cercato di calamitare l’attenzione dei più.

L’Europa vicina
Nella città meno tedesca della Germania (400 mila stranieri residenti), infatti, ogni cittadino europeo domiciliato può esercitare il suo diritto di voto attribuendo la sua preferenza, a scelta, a un connazionale o a un candidato del paese in cui vive. Questo meccanismo elettorale, se pur non perfettamente oliato e con grossi margini di miglioramento, vuole far sentire ciascun europeo “a casa”.
Per molti paesi, dove il voto per posta esiste, questa è solo una formalità ma per gli italiani residenti all’estero ma non (ancora) iscritti all’AIRE sovverte uno spiacevole paradigma. Niente treni, aerei, giorni di ferie per poter varcare la soglia del seggio elettorale nella vecchia scuola elementare e esercitare quello che rimane un doveroso diritto. Non importa in quale paese le circostanze della vita ti abbiano portato. Sei a casa. Sei in Europa.

L’Europa lontana
Non tutti sono informati o interessati su quello che succede o succederà nella Comunità europea. Molti sono scettici verso quella che accusano di essere un’Unione monetaria più che un’Unione di popoli. C’è chi paragona Bruxelles a una sfera di cristallo eretta per proteggere i privilegi di pochi e chi a una bolla di sapone pronta a esplodere. C’è chi si barrica dietro antipatie nazionaliste e chi, più consapevolmente, denuncia l’eccessivo – e non legittimo – potere attribuito alla Commissione.
Ciò che è certo è che alla vigilia della Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e dell’apertura del settimo programma quadro per l’innovazione e la ricerca Horizon 2014-2020, le conversazioni dedicate ai mondiali di calcio sono più frequenti di quelle sulle elezioni europee.

Tra astensionismo e populismo
Nessuno lo dice ma in molti lo pensano: “elezioni europee = elezioni di second’ordine”.
È difficile capire per chi si vota, quale sia l’agenda dei candidati e soprattutto in che modo ciascun voto influenzerà le politiche europee e, di rimbalzo, la politica di ciascun paese. È forse per questo che dal 1979, anno in cui si sono celebrate le prime elezioni europee, che l’astensionismo è stato un fenomeno in costante aumento e spesso cavalcato da partiti (un tempo) minoritari le cui politiche populiste giocano su Rabbia, Paura e Ignoranza.

Qui in Germania la parola “Nazi” è spesso utilizzata in associazione a persone o partiti di estrema destra con tratti razzisti, che inneggiano a politiche economiche autarchiche e separatiste. Suona familiare? Tra i più noti National Front in Francia, Lega Nord in Italia, UKIP in Inghilterra, Alternative für Deutschland in Germania, FPÖ in Austria Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungeria. Ma ci sono anche partiti di estrema sinistra che vedono nell’Europa un vero e proprio rischio per la democrazia e l’economia del proprio paese: Die Linke in Germania e Syriza in Grecia. Poi ci sono quelli un po’ di qui e un po’ di lì, non è chiaro, come i 5 Stelle in Italia.

Perché votare è stato utile
Nei giorni scorsi 400 milioni di cittadini aventi diritto al voto in 28 Paesi hanno eletto 751 parlamentari tra i 16.351 candidati. Questi sono i numeri della seconda più grande democrazia al mondo e i neo eletti non avranno certo un compito facile. L’Europa di domani sarà infatti chiamata a risolvere non pochi problemi e ci auguriamo che riesca a proteggere altrettanti diritti.
La crisi economica e la delegittimazione politica che negli ultimi anni ha investito il vecchio continente dovrà essere combattuta a suon di partecipazione e di riforme. Quindi per oggi lasciamo lo scetticismo e la disillusione in cassetto. Mentre votiamo ricordiamoci che, in un mondo in cui la politica è spesso additata come la causa di ogni male, oggi siamo noi cittadini a far politica e a decidere chi ci rappresenterà.

Urlano come foglie

A volte le foglie cadute a terra non diventano natura morta; urlano come se fossero vive e urlano anche se stanno in silenzio.
Al Museo Ebraico di Berlino nelle “Memory Void” (vuoto di memoria) non si può entrare; soltanto in una stanza è consentito camminare e si è costretti a calpestare migliaia di piastre di acciaio raffiguranti volti terrorizzati: passo dopo passo le urla diventano assordanti e angoscianti; il buio, la stanza vuota, la mancanza di odori… fanno il resto.
Ogni visitatore interpreta a modo suo l’installazione “Shalechet” (Foglie cadute) dell’artista israeliano Menashe Kadishman che ha dedicato la sua opera a tutte le vittime di guerra e violenze e alle vittime dell’Olocausto. Durante il secondo conflitto mondiale sul suolo europeo si sono accasciati 30 milioni di corpi; gli ebrei uccisi sono stati circa 6 milioni. Spesso sono morti nel silenzio dei campi di concentramento, durante rastrellamenti, sul campo di battaglia o per strada.
Queste vittime non sono natura morta, fanno parte delle radici dalle quali ha preso forma l’Europa.
C’è chi continua a stare in silenzio, chi urla e chi calpesta.

Europa, Europae

Italia,2014: che lo si voglia considerare miraggio o concreta opportunità, l’orizzonte europeo si delinea sempre più vicino all’orizzonte. Il lungo processo di costruzione dell’Unione Europea come una vera e propria comunità politica è tutto in divenire, e per la sua buona riuscita è forse necessario attrezzarci di nuovi strumenti concettuali. La sfida della mobilità transnazionale intanto è stata raccolta nel panorama della informazione sul web con un progetto ambizioso. Abbiamo fatto qualche domanda ai ragazzi della redazione di http://www.rivistaeuropae.eu) che si destreggiano fra relazioni internazionali, politica, mercato unico e non solo.

Simone Belladonna, responsabile relazioni esterne: come è iniziata l’avventura Europae? Cosa vi ha ispirato?
Europae nasce dall’intraprendenza di un gruppo di studenti e neolaureati delle Università di Torino e Bologna con la passione per i temi europei e, soprattutto, dalla constatazione che il panorama informativo italiano sull’Europa sia alquanto carente. Europae nasce appunto per fornire informazione ed approfondimento puntuali sette giorni su sette con competenza. Una giovane redazione di studenti e laureati in Scienze internazionali, Giurisprudenza ed Economia con un progetto ambizioso che fa quello per cui è appassionato e per cui ha studiato anni.

A quale pubblico vi rivolgete?
Il pubblico di una testata online è necessariamente ampio. Noi ci rivolgiamo a chiunque voglia informarsi sulle tematiche che trattiamo, le quali hanno sempre più un impatto forte sulla vita di tutti i giorni. La competenza con cui scriviamo è al servizio di chi opera nel settore delle politiche europee, ma non trascuriamo certamente l’informazione per il grande pubblico cercando di mantenere un registro chiaro, pulito ed obiettivo. Coniughiamo insomma la necessità di raggiungere un pubblico il più ampio (e vario) possibile con la volontà di fornire un’informazione di qualità (e di nicchia) per gli “addetti ai lavori”. Una buona percentuale dei nostri lettori è inoltre composta da giovani con i quali dialoghiamo attraverso i social media.

Stefania Bonacini, responsabile estero: a quale fra le ultime notizie dall’Europa dovrebbero prestare particolare attenzione i cittadini italiani? Viceversa, quale notizia recente dall’Italia pensi abbia avuto maggiore risonanza in Europa?
I cittadini italiani dovrebbero senz’altro seguire con interesse il semestre di presidenza greco dell’UE, in vista del semestre italiano che prenderà il via il prossimo 1 luglio. La presidenza italiana rappresenterà dell’UE infatti il naturale prolungamento di quella greca per molti aspetti, primo fra tutti il tema dell’immigrazione e della gestione delle frontiere. Un’altra priorità che farà da trait d’union tra le due presidenze “mediterranee” sarà ovviamente il lavoro, con un’attenzione particolare per la questione della disoccupazione giovanile.
In generale, le alterne vicissitudini dei governi italiani sono sempre seguite con attenzione in Europa, pur risultando in parte incomprensibili agli osservatori esterni. Le settimane scorse, l’Economist ha dedicato un articolo alle acque turbolente in cui si trova a navigare il centrosinistra italiano all’indomani della vittoria di Renzi alle primarie e alla possibilità che l’ex premier Berlusconi possa ancora giocare un ruolo di primo piano nell’elaborazione e approvazione della nuova legge elettorale.

Enrico Iacovizzi, redattore: recentemente si è parlato di Eurogendfor. Come è accolta nell’Eurozona la prospettiva di un corpo militare sovranazionale?
Bisogna fare subito un distinguo: Eurogendfor non può essere assolutamente paragonata a un esercito europeo. In primo luogo, è composta da meno d un quinto degli stati membri dell’UE. In secondo luogo, Eurogendfor non è composta da militari, ma da forze dell’ordine a statuto militare. In generale nell’UE solo i federalisti parlano di esercito europeo, ma nei discorsi politici ci si guarda bene dal nominarlo. Piuttosto il Parlamento a più riprese ha espresso la volontà di rafforzare la cooperazione militare tra gli stati membri, vale a dire dotarsi degli stessi equipaggiamenti, delle stesse certificazioni, di veicoli simili, di migliorare lo scambio di informazioni e aumentare le esercitazioni congiunte. In questo modo l’UE, tramite la politica di sicurezza e difesa comune potrebbe organizzare missioni più efficienti a livello internazionale e migliorare il suo profilo di global security provider. Il concetto di esercito europeo è ben lungi dal realizzarsi, fondamentalmente perché manca una reale politica estera comune e soprattutto perché l’UE è un’unione di stati, mentre un esercito necessita di un vero e proprio stato alle sue spalle, con tanto di esecutivo, parlamento eccetera e l’apparato istituzionale europeo non è ancora tanto evoluto, non siamo ancora una federazione e non lo saremo per molto tempo ancora.

Stefania Bonacini: le nuove banconote da dieci euro che saranno in circolazione dal prossimo 23 settembre porteranno il ritratto di Europa. Mersch ha dichiarato “è anche un’opportunità per sottolineare l’importanza di preservare la fiducia dei cittadini nei confronti dell’euro”. Ad oggi, la moneta unica è ancora considerata come una opportunità?
Già lo scorso anno è entrata in circolazione la nuova banconota da 5 euro, che a sua volta include nella filigrana il ritratto di Europa. Al di là delle motivazioni di ordine pratico, credo che la decisione di inserire un collegamento esplicito tra euro e mitologia greca risponda alla necessità di riscoprire, in questo anno cruciale per l’UE e i suoi cittadini, la dimensione ideale e simbolica del progetto più ambizioso della storia dell’UE: la creazione di una moneta unica. Prima ancora che un’opportunità (per alcuni) oppure una minaccia letale (secondo altri), l’euro è innanzitutto una realtà che interessa 334 milioni di persone in 18 Paesi (tra cui la Lettonia, new entry di gennaio) [Rivista Europae ha dedicato uno speciale all’ingresso della Lettonia nell’eurozona, ndr]. L’immagine del premier lettone Dombrovskis che, allo scoccare della mezzanotte di Capodanno, ritira orgogliosamente al bancomat i primi euro della storia della Lettonia è la prova inequivocabile che – per molti – la moneta unica rappresenta ancora uno sforzo che vale la pena compiere e una conquista di cui essere fieri.

Shock da rientro

Per Natale, come quasi tutti gli expat, sono tornata a casa: mancavo da circa 6 mesi, il periodo più lungo che io abbia mai trascorso lontana dall’Italia. Per questo motivo o forse perché vivere in Giappone è un’esperienza completamente diversa da qualsiasi altra fatta finora, durante il mio viaggio in Europa ho avuto ripetuti shock. Per shock intendo sensazioni di totale fastidio, difficoltà, imbarazzo, se non addirittura rabbia e rigetto. Mi è sempre sembrato di conoscere bene il mio Paese e i suoi difetti, ma questa volta ogni particolare era come ingigantito e insopportabile.

Premetto che ho trascorso i mesi precedenti al mio ritorno a casa, cercando di farmi piacere il più possibile il Giappone, di studiarne gli usi e la lingua, di capire le persone e di comportarmi correttamente, ma per quanto ora possa dire di essere più a mio agio, Tokyo non è ancora un posto dove andrei a vivere di corsa. Tuttavia, una volta in Europa, non vedevo l’ora di tornarci: mi sembrava un paradiso rispetto a cose cui non avevo mai dato tanta importanza, come il brusio (o il vociare) nei locali, la difficoltà a salire sui treni (Trenitalia ha messo ben 3 gradini per scoraggiare i passeggeri), la mancanza di igiene in ristoranti, bagni e perfino nelle persone, lo sporco del suolo pubblico, la mancanza di norme di sicurezza per i pedoni, la lentezza dei terminali di banche e ferrovie (di nuovo loro), la disattenzione della gente che ti urta di continuo, il modo approssimato di rispondere o scortese e troppo diretto, gesti tollerati da tutti che è ora di condannare fermamente (sigarette e carte gettate per terra, bambini viziatissimi), giusto per dirne alcune…

Ma la cosa che mi ha più spaesata è stata la mancanza totale di elementi che favoriscono la qualità della vita o che semplicemente la facilitano: in molti casi mi sono ritrovata a pensare “Ma perché non lo fanno? Perché qualcuno non ci ha mai pensato o peggio, perché nessuno ci è mai arrivato? Eppure sembra così facile”.
In questo viaggio non sono solo stata a Modena ma anche a Venezia, nel Salisburghese, a Vienna e infine a Istanbul. Ovunque, anche nell’Austria immacolata, ho provato sensazioni di vero disgusto (si entra negli spogliatoi della piscina con le scarpe – orrore! Per non parlare della scontrosità dei commessi nei negozi…).
Quindi, di nuovo, la domanda: ci tocca imparare dai Giapponesi anche questa volta? La risposta, nonostante tutti i miei shock è “No”.

Ovunque io sia stata durante queste vacanze, li ho incontrati, i Giapponesi: a Venezia, in Austria e anche a Istanbul. Erano felici, parlavano ad alta voce, si abbracciavano e per un attimo non scattavano foto dei loro pasti ma si godevano il momento (io, invece, scattavo).
La nostra spontaneità vale “qualche” disagio, anche se contro Trenitalia e il degrado di Venezia bisognerebbe davvero insorgere!

Danzare in una grande città: l’Europa

mariannamiozzoL’Europa è un’entità discussa e opaca per molti dei suoi cittadini, bisogna però riconoscere che negli ultimi dieci anni i ragazzi europei si muovono sempre di più, in lungo e in largo, sulla superficie di questa entità discussa, che è l’Europa. Forse le politiche di mobilità giovanile promosse da Unione Europea, Regioni, Province, Assessorati, hanno raggiunto il proprio obiettivo. Forse la precarietà nel mondo del lavoro offre un motivo in più per viaggiare in cerca di esperienze. Oppure la nuova generazione di venti-trentenni, grazie a nuovi mezzi a loro disposizione, trovano più naturale spostarsi da un Paese all’altro…
Marianna Miozzo, danzatrice ventisettenne, è una perfetta rappresentante di questa nuova specie di cittadini europei sempre in viaggio in cerca di formazione, di esperienze, di lavoro, di amore.

Marianna, qual è stata la tua prima esperienza di Europa?
A 15 anni andai a trovare mia sorella a Londra. Non sapevo una parola di inglese ma sono riuscita a trovare il negozio in cui lavorava! Quello fu il mio primo viaggio da sola, ma non ero molto consapevole di star sperimentando l’Europa. Due anni dopo, invece, feci una precisa scelta: avevo 17 anni e voler fare un’esperienza all’estero che avesse a che fare con danza e teatro. Partii per la Spagna, dove rimasi per quattro mesi, senza un vero scopo. Convinta che quel Paese poteva offrirmi molto, tornai in Italia per lavorare e ripartire con un po’ di budget e un’idea. Riuscii ad aderire a un progetto di servizio civile internazionale di dieci mesi a Madrid. Lavorai con un’associazione culturale che organizzava attività extrascolastiche per bambini e ragazzi e che realizzava interscambi culturali e artistici a livello europeo, soprattutto nell’ambito del teatro e del circo. Lì ho imparato lo spagnolo, e anche a insegnare e a capire cosa potevo offrire. Una volta terminati i dieci mesi riuscii ad aderire per altri sei mesi allo stesso progetto, questa volta promosso dal servizio volontario europeo. Mi sentivo completamente a casa, non avevo nessuna intenzione di tornare a Modena. Così entrai al Real Conservatorio Profesional De Danza Mariemma di Madrid, dove ho studiato per 5 anni.

Una volta terminato il conservatorio che direzione hai preso?
Beh avevo deciso che la Spagna era la mia nuova casa, quindi rimasi lì. Per le vacanze tornavo a Maranello dove la mia famiglia ha un agriturismo. Lì ho conosciuto il mio attuale marito, Jonathan, il quale lavorava come agricoltore in cambio di vitto e alloggio, grazie al Progetto Internazionale Wwoof*. Jonathan, americano, non parlava italiano e io non sapevo l’inglese ma ci siamo innamorati subito. Abbiamo provato a vivere insieme a Madrid ma lui non si trova bene nelle grandi città, preferisce la campagna. Così siamo tornati in Italia e ci siamo sposati. Ogni inverno Jonathan va in Antartide a lavorare e io ne approfitto per fare workshop, ovunque siano, sia come docente che come allieva. Sono stata due mesi e mezzo in Germania, poi in Austria, in Belgio, negli Stati Uniti. Questa primavera andrò in Svizzera. Per me non è concepibile rimanere chiusi in una città o in uno Stato. Il mio orizzonte va sempre oltre i confini. Per me la ricerca nella danza è: ho bisogno di vedere toccare tantissime prospettive prima di poter creare il mio personale punto di vista.

Il tuo modo di guardare fuori dall’Italia è molto naturale, tant’è che quando hai deciso di dare vita a un Festival di danza, gli hai dato una connotazione internazionale.
Certo! Non ho avuto dubbi sul fatto che Dancewoods Workshops Festival (www.dancewoods.com) dovesse essere internazionale. I docenti provengono da fuori e anche la maggior parte dei danzatori che raggiungono l’Italia per imparare. Il coinvolgimento degli italiani e soprattutto dei modenesi è la parte più difficile e faccio solo piccoli progressi di anno in anno.

Però in questo modo tu stai promuovendo il territorio modenese all’estero.
Sì, questa è una consapevolezza che ho raggiunto con il tempo e, infatti, con l’edizione di quest’anno, che si terrà dal 26 agosto al 1 settembre a Gombola di Polinago, cercherò di collaborare con le realtà del territorio, in modo di far incontrare locale e internazionale. Mi piace pensare che ragazzi provenienti da Argentina, Polonia, Malesia, Hong Kong, Israele, Lettonia, Spagna, Messico, Irlanda, California, Grecia possano vedere le nostre montagne e campagne. E non vedo l’ora di esserci anche io sulle nostre montagne!

Ora dove sei Marianna?
Ora vivo a Nizza con mio marito, da pochi giorni. Lui ha trovato lavoro in una fattoria qui. Io organizzerò il Festival dalla Francia, niente di speciale… una volta l’ho organizzato da Madrid!

 

 


* Il Progetto Wwoof crea rete tra aziende agricole e giovani volenterosi di tutto il mondo che vogliano imparare a lavorare nel settore dell’agricoltura biologica: www.wwoof.org

Le piante non crescono fino al cielo

Ogni anno gli italiani gettano via cibo ancora buono per un valore di 15 miliardi di euro, circa l’1% del Pil. Ne abbiamo parlato con il professore Andrea Segrè, ideatore del Last minute market e promotore della campagna “Un anno contro lo spreco”.

Supermercato, solito giro tra gli scaffali, solita lista: acqua, uova, yogurt, insalata. Acqua ok, ma non quella ammaccata. Chissà cosa le è successo, meglio non rischiare. Vada per il pacchetto da sei di uova, anche se due sono da settimane in frigo scadute e manca il coraggio di buttarle. Yogurt… meglio cercare quelli con la scadenza più lontana, non si sa mai. Manca solo l’insalata… questa non è verde come le altre, addirittura c’è una foglia marcia. Che orrore, meglio lasciar perdere. Ed ecco che, magicamente, l’acqua ammaccata, lo yogurt che scade a breve, troppo a breve, l’insalata “difettosa”, le uova che giacciono non consumate nel frigorifero cambiano di ‘stato’: da cibo diventano rifiuti, scarti del mercato che dallo scaffale, dalla dispensa e dal frigo passano direttamente alla pattumiera. Pattumiera che, se ascoltata, ci racconta di uno spreco di cibi ancora buoni che ha un valore economico di ben 18 miliardi di euro l’anno, circa l’1,2% del Pil italiano. E, dato se si può è ancora più allarmante, 16 di questi 18 miliardi di euro gettati ogni anno dagli italiani provengono dalle nostre case, sono frutto di sprechi domestici.

Andrea SegrèA fornirci questi numeri è l’indagine Waste Watchers, l’Osservatorio nazionale sugli sprechi promosso da Last minute market, lo spin off nato nel 1998 dalla facoltà di Agraria dell’Università di Bologna, su impulso di Andrea Segrè, docente di Politica Agraria dell’Alma Mater. «I dati sono inquietanti – ci spiega – e rilevano come nella filiera lo spreco stia nel nostro bidone della spazzatura, a casa nostra. Tra l’altro si tratta di quella parte di cibo ancora buono che non si può recuperare, mentre per quanto riguarda gli altri anelli della filiera (grande distribuzione, agricoltura, privati) si può recuperare tutto, cosa che facciamo come Last minute market. Quello che si getta via a casa finisce per davvero nel bidone della spazzatura».

Su impulso del Last minute market sono nate, in questi ultimi anni, tante esperienze che operano per il recupero di prodotti “scartati”, il loro riuso e riciclo. Ma come ha preso il via questo progetto bolognese? «E’ nata per caso – racconta Segrè -. Ero in visita a un mio studente che verso la fine degli anni ’90 lavorava al reparto ortofrutta di un supermercato. Dopo una passeggiata tra gli scaffali sono finito dietro le quinte e qui ho visto una scena che mi ha colpito molto: tanti beni, prodotti vicini alla scadenza o un po’ danneggiati, che erano pronti per essere smaltiti nei rifiuti. Da lì è partito tutto: ho cominciato a fare tesi di laurea su queste tematiche e a pensare che questi beni potessero essere recuperati. Dopo qualche anno è nato Last minute market, uno spin off universitario che recupera ciò che è ancora buono, non solo cibi ma anche farmaci, libri e altri prodotti non alimentari per darli a chi ha bisogno, attraverso un’azione molto potente: il dono. Il dono crea legame e valore: un prodotto che si recupera, come uno yogurt in scadenza non ancora scaduto, diventa un bene relazionale tra chi ha un’eccedenza e dovrebbe smaltirla con un costo economico ed ecologico e chi ha una carenza e dovrebbe sostenere un acquisto. E’ un meccanismo molto potente ma l’importante è tenere sempre presente che il vero obiettivo è ridurre gli sprechi non incrementarli perché aumentano i poveri, i bisognosi. E’ il sistema che va cambiato.Last Minute market è l’unica società al mondo, o in provincia di Bologna per essere più modesti, che nel suo statuto ha scritto che il suo obiettivo è l’autodistruzione. L’abbiamo chiamato “spreco zero”: ridurre a zero gli sprechi e poi fare qualcos’altro».

Per raggiungere questo obiettivo Last minute market ha preparato una vera e propria dichiarazione contro lo spreco alimentare che è stata sottoposta direttamente al Parlamento Europeo diventando una risoluzione votata in plenaria, che si propone di ridurre gli sprechi di cibo del 50% entro il 2025 e di destinare quanto risparmiato a chi ha bisogno. Il documento è stato anche tradotto in una carta, la carta “Spreco Zero“: un insieme di azioni concrete che gli enti locali italiani ed europei che decidono di sottoscriverla, si impegnano a realizzare o sulle quali possono fare pressione sul governo. Sono già 300 i comuni che hanno firmato la carta, diversi provenienti dall’Emilia-Romagna e dal territorio modenese. L’obiettivo della carta è anche fare una mappatura delle buone pratiche e permettere agli amministratori locali di scambiarsele, facendo rete tra loro.
Ma l’analisi Waste Watchers è lì a ricordarci in ogni momento che non bastano le buone pratiche dei nostri rappresentanti per mettere la parola fine agli sprechi: quei 15 miliardi di euro di cibi buoni buttati ci riguardano in prima persona e sono strettamente legati alle nostre abitudini quotidiane, dal modo in cui riempiamo carrello, dispensa e frigo. Segrè ne parla in diversi suoi libri tra cui “Cucinare con gli scarti” e “Lezioni di ecostile”, un piccolo manuale di ecologia ed economia domestica, disciplina tanto antica quanto preziosa: «L’economia domestica – prosegue Segrè – si insegnava nelle scuole, le nostre mamme e nonne la conoscono benissimo, mentre noi e i nostri figli, invece, abbiamo perso questa “intelligenza ecologica”. Penso che la riduzione degli sprechi domestici debba partire dall’abbattimento di quattro totem: il primo è il carrello della spesa. Bisogna fare la spesa in modo un po’ più consapevole: è inutile riempire il carrello, adesso che poi siamo in crisi, di cibo che poi potrebbe scadere nel frigorifero. Il frigo, altro totem, va usato bene, non è uno strumento per stipare ma per conservare, basta leggersi le istruzioni, e poi la cucina stessa, fare in modo che anche gli scarti non avanzino. Mangiare bene, anche gli scarti, e far dimagrire il bidone della spazzatura, ultimo totem». Il tutto a partire da una concezione del mondo che esce dagli schemi tradizionali “economia-centrici”, da una prospettiva differente che rimette al centro il pianeta e la necessità di vivervi in armonia, in maniera sostenibile. Non a caso il termine inglese ‘sustain’, fa notare Segrè, indica il pedale del pianoforte che permette di allungare le note, di produrre armonia.

Nel suo libro Economia a colori Segrè pone l’attenzione sulla radice comune tra le parole economia ed ecologia, sottolineando come la prima si riferisca all’amministrazione della casa, del domestico (eco viene dal greco oikos che significa casa) mentre la seconda faccia riferimento ad una realtà più ampia, quella dell’ambiente, del pianeta. «Va da sé che l’ecologia deve contenere l’economia; quest’ultima può esserne un capitolo, un aggettivo ma comunque deve starne all’interno. E’ partendo da questa visione di ecologia economica che io collocherei l’uscita dalla crisi che stiamo vivendo. Ricordando sempre che le risorse del pianeta non sono infinite, che, come scrisse Goethe, “le piante non crescono fino al cielo”».

 

Francesco, l’ossimoro che sale in cattedra

IMG_7235 Un papa che indica la vocazione a una Chiesa viva, incrociando l’umanità del suo tempo. Con queste parole Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, tratteggia la figura di papa Francesco. Accattoli è stato ospite alla Pasqua del Giornalista, evento organizzato dall’Ucsi e dall’Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali del’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, e ha spiegato in tre passaggi la svolta del vescovo di Roma preso dalla fine del mondo.

La rinuncia di Benedetto. «In uno dei miei articoli – racconta Accattoli – ho scritto che la rinuncia di papa Benedetto è un fatto di Vangelo. Con questa espressione indico le testimonianze cristiane più pure, credibili, convincenti. Con questa rinuncia il papa ha compiuto una spoliazione di se stesso, contro la tradizione e la spiritualità della figura papale. Benedetto ha preso una decisione sanguinosa; ha svuotato se stesso non soltanto perché ha rinunciato alla più alta dignità che può essere conferita sulla terra a un cristiano, ma soprattutto perché è andato contro l’aspettativa, il convincimento e la spiritualità nella considerazione della figura papale, che era affermata da secoli e si credeva insuperabile. Si affermava come dottrina che il papa non si poteva dimettere. Ma un papa moderno – sottolinea il vaticanista – non può vivere nell’invalidità gli ultimi anni del proprio pontificato, come accadeva in passato. Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, tutti uomini straordinari e padroni della funzione papale, si sono posti il problema della rinuncia perché arrivati a malattie invalidanti e tutti sono arrivati alla conclusione che non si potevano dimettere, dopo aver consultato canonisti, teologi e collaboratori. Giovanni Paolo II disse che non c’era posto nella Chiesa per un papa emerito, mentre Benedetto ha stabilito che il suo titolo sarà proprio papa emerito. Questo svuotamento di sé è un atto di Vangelo, una dimostrazione di umiltà contro le aspettative della maggioranza del popolo di Dio, tutti convinti che non potesse avvenire».


IMG_7246La novità della scelta.
«Il giorno che si apriva il conclave – racconta Accattoli – ho fatto un elenco di sedici cardinali, che reputavo papabili, per preparami alla diretta della fumata dal sito del Corriere della Sera. Tra questi c’era anche cardinal Bergoglio. Ma quando il Corriere mi ha chiesto dieci profili non l’ho inserito, perché nel 2005, lo sappiamo con esattezza dal diario di uno dei conclavisti, Bergoglio era stato il più votato dopo Ratzinger sia al primo che all’ultimo scrutinio e dicevano che lui stesso aveva chiesto di non essere votato, perché non si sentiva all’altezza. In più era vecchio e già aveva rinunciato a Buenos Aires. Non era previsto per questi motivi, ma era prevedibile l’America Latina. Il “balzo nelle Americhe” mi era abbastanza chiaro, non solo perché è diventata l’area continentale con il maggior numero di cattolici, dove la gente continua ad andare a messa e invocare Dio nel dolore e nel ringraziamento, ma perché in Europa stiamo vivendo una crisi della Fede, come ha spiegato lo stesso papa Benedetto. È drammatica la rinuncia del papa e il motivo per cui rinuncia è che non sente più le forze per compiere l’impresa di rivitalizzare la fede in Europa. Allora si va a prendere il papa dove ci può essere l’antidoto alla crisi e lo si va a prendere nel continente dove il cristianesimo è buona notizia per i poveri, visto che la crisi della fede in Europa è il benessere e non può più essere presentato come tradizione, la cui forza oggi è molto indebolita».

IMG_7227Il nome Francesco. «Papa Francesco è un ossimoro. Questo ossimoro è definibile con l’incontro tra Francesco d’Assisi e Innocenzo III, avvenuto 800 anni fa. La Chiesa ha impiegato otto secoli per mettere un Francesco sulla cattedra di Pietro, per otto secoli c’è Francesco e c’è il papa, solo adesso si sono uniti. Papa vuol dire l’istituzione, il governo, la suprema autorità della Chiesa. Francesco vuol dire radicalità evangelica. Papa Francesco non prende le scarpe rosse e la mozzetta rossa, tiene solo la veste bianca, raccordo simbolico con i papi precedenti. Toglie quello che non è necessario, perché vuole togliere quello che si è aggiunto. Tiene la croce e la mitria di quando era vescovo, fa tutto ciò di francescano che si può fare nella condizione di papa. Un esempio è ciò che è accaduto il Giovedì Santo. I cultori della tradizione e del sistema tridentino dicono che il vescovo deve celebrare la messa In Coena Domini nella cattedrale, perché non può essere una celebrazione privata, e che si devono avere dodici uomini scelti. Papa Francesco invece va dai carcerati, tra cui c’erano due musulmani e due donne. Francesco va a vivere tra i lebbrosi e quando incontra papa Innocenzo III odora ancora di porcile, suo alloggio romano. Papa Francesco non celebra nella cattedrale di Roma con dodici uomini scelti, ma va in carcere, dove sono gli emarginati, nella periferia delle periferie. Non gli interessa che siano uomini scelti – conclude Accattoli –, gli interessa che sia l’umanità di oggi, alla quale portare la buona novella del Vangelo».