L’anticomunista organico al bene comune

“Era sempre diverso: questa è stata la sua fortuna e la sua sfortuna. Ha cominciato il revisionismo sulla storia partigiana. Le prime analisi sul territorio, sulla distribuzione del reddito, sulle diseguaglianze, quando non ne parlava nessuno. Il suo era un anticomunismo organico, ma con l’obbligo morale di cooperare con i comunisti per il bene della società. Era democristiano fino a un certo punto, ha avuto una vita politica intensa ma sempre fuori dai giochi. Un esempio di grandissima coerenza”.

Queste le parole di Romano Prodi per ricordare Ermanno Gorrieri a dieci anni dalla sua scomparsa. Uno dei tanti interventi contenuti all’interno del documentario – “In ricordo di Ermanno” – realizzato per commemorarne la figura dalla nipote Giulia Bondi, già coautrice del suo ultimo libro “Ritorno a Montefiorino”, insieme al figlio di Ermanno, Claudio.

Il racconto, narrato in ordine cronologico, si basa sull’intreccio tra dieci video testimonianze inedite sulla vita di Gorrieri (dal già citato Prodi a Pierlugi Castagnetti, da Luigi Paganelli alla sorella Giuliana) con interviste d’epoca allo stesso Gorrieri, stralci di trasmissioni televisive cui ha partecipato, video di eventi pubblici.

Intervista Romano Prodi

La voce narrante della nipote Giulia Bondi, giornalista, introduce i temi principali della sua ricca biografia, presentata attraverso immagini e documenti d’epoca: la famiglia di origine di Gorrieri, le sue foto da militare, i documenti falsi che utilizzava nel periodo del partigianato, le rare foto del periodo della guerra, alcune immagini della sua famiglia (la moglie e i sei figli), della prima esperienza sindacale (viaggi e formazione con la Cisl).

Ancora, materiale tratto dal fondo archivistico Gorrieri sulle sue diverse esperienze politiche: articoli sulla sinistra Dc, disegni e mappe che raccontano i progetti ideati e realizzati per il territorio (mappe per la programmazione dell’Emilia Romagna e della provincia di Modena), interventi di Gorrieri da deputato e consigliere regionale, volumi pubblicati (Prospettive modenesi, gli 8 volumi sulla programmazione regionale, le “giungle”), immagini ufficiali del Ministero del lavoro, titoli di articoli di giornale di e su Gorrieri nelle sue molteplici esperienze (referendum sul divorzio, studi sociali sull’uguaglianza, spaccatura della Dc negli anni Novanta, nascita dei Cristiano-Sociali, eccetera). Le ultime immagini riguardano le sue ultime due fatiche editoriali: Parti uguali fra disuguali e Ritorno a Montefiorino.

Intervista Luigi Paganelli

Nel ricostruire la biografia di Ermanno Gorrieri, il documentario attraversa alcuni dei temi principali della storia politica e sociale della seconda metà del Novecento in Italia e in Emilia-Romagna: la Resistenza, le lotte sociali e politiche del dopoguerra, la ricostruzione e lo sviluppo economico, la nascita delle Regioni, le proteste sindacali, il referendum sul divorzio, le trasformazioni sociali e culturali degli anni Ottanta, il sistema partitico italiano tra fine della “Guerra fredda” e Tangentopoli, l’affermarsi di una società sempre più individualista.

La figura di Gorrieri emerge con le sue caratteristiche di politico atipico, precursore di numerosi temi, anticomunista radicale ma profondamente e pienamente “di sinistra” sul piano delle battaglie sociali per l’uguaglianza, per le famiglie in condizioni di bisogno, per un’equa retribuzione del lavoro.

Il documentario (questo il trailer) realizzato da Giulia Bondi e Claudio Gorrieri, verrà presentato oggi a Palazzo Europa:

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Nell’immagine di copertina: Ortisei, campi di formazione Cisl.

Le 99 battaglie di Ermanno Gorrieri

L’occasione delle feste di Natale è spesso occasione di tornare alle proprie origini familiari.
Per me è anche l’opportunità di tornare a quella dimensione emiliana, così ben descritta da una grande penna, quella di Edmondo Berselli, che, come un velo di nostalgia e di memoria, mi ha accompagnato nelle diverse regioni nelle quali ho vissuto negli ultimi sedici anni.

Ed insieme agli affetti e agli amici capita di ritrovare pagine dei grandi maestri che hanno sostenuto l’impegno sociale, sindacale e politico di queste terre.
Pagine, peraltro, che si sono salvate, a differenza di altre, da quell’inattesa alluvione che ha colpito Parma, la mia città, e con essa anche l’abitazione di famiglia, solo un paio di mesi fa.

gorrieri2Non ho potuto non riprendere, a dieci anni esatti dalla morte terrena, avvenuta a Modena il 29 dicembre 2004, le pagine e gli scritti, alcuni ingialliti, altri no, di e su Ermanno Gorrieri.
In un tempo spesso vessato da un eterno presente che schiaccia insieme passato e futuro, che cosa ci possono dire quegli occhi bellissimi e profondi, quelle mani aperte che, in una delle ultime fotografie, ci mostrano questo padre del sindacato e della Repubblica in un gesto che echeggia, come il titolo del suo ultimo libro, la massima di Don Lorenzo Milani: “non si può far parti uguali fra disuguali”?

E’ il tempo della crisi economica, occupazionale, democratica, relazionale che ci rende attuale e urgente la figura di Ermanno Gorrieri.
Come affermò Pietro Scoppola nel duomo di Modena nel giorno del commiato: “bisognerà studiarne la vita e riproporla alle giovani generazioni” non possiamo non essergli grati di: “aver combattuto per la nostra libertà nella Resistenza, nella famosa Repubblica partigiana di Montefiorino, ma dobbiamo essergli grati per come ha combattuto: senza esitazioni, ma con la sofferenza per l’inevitabile uso della violenza, senza consentire la morte della pietà”.

Leggi anche: La rivoluzione di Gorrieri: rigore e impegno per gli altri.

Coerentemente con la Resistenza l’impegno di Gorrieri, ci ricorda Scoppola, fu dedicato ai meno abbienti, agli emarginati.
Da cooperatore nel mondo contadino, da studioso, da sindacalista, da politico (fu, per un breve periodo, anche Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale) con la rarissima capacità di lasciare in tempi brevi, quanto giusti, le cariche di potere e di unire sempre responsabilità, impegno, disinteresse. Anche disobbedienza, quando necessario.
A Gorrieri, “cislino fin nel midollo” deve essere grata e tanto anche la Cisl.

Per molti motivi: l’impegno diretto nella costituzione della Libera Cgil prima e della Cisl dopo, in tutto il territorio modenese, da Pievepelago alla bassa, ma anche nella sua veste di studioso, in particolare su tre grandi temi: i problemi retributivi, le politiche familiari, la comprensione e la lotta rispetto alla povertà.
gorrieri3Come ha scritto Pierre Carniti, Gorrieri, oltre che di indiscussa competenza sui problemi sociali, era, grazie anche al suo essere credente: un “uomo dialogante”. Sensibile all’esortazione di Giovanni XXIII° a “parlare con gli uomini, non accusarli”. Sapeva, continua Carniti, “collocarsi senza incertezza all’incrocio della speranza con la fede. Speranza e fede considerate insieme come culmine e come dovere del cristiano.

Un cristiano che viveva nella lacità e nell’autonomia la propria fede e il proprio impegno e che ha saputo essere un testimone grande.
Ho scritto sei anni fa su Conquiste della sua “ultima” intervista uscita postuma e rilasciata allo storico Paolo Trionfini, pochi giorni prima della morte.
L’intervista si chiude con un abbozzo di bilancio tracciato da Gorrieri sul senso della traiettoria biografica da lui percorso, sollecitato dalla domanda se ne era valsa la pena: “Non si deve rivolgere ad un vecchio questa domanda. Un vecchio – risponde Gorrieri – non è portato all’ottimismo. Dal punto di vista personale senz’altro. Credo di aver fatto il mio servizio. Dal punto di vista dei risultati, ne è valsa la pena se sono abbastanza saggio per capire che si lavora per cento e si ottiene uno“.

E’ una battuta in cui si può ritrovare integralmente lo spessore di Ermanno Gorrieri, uomo che ha forse dato “uno” in termini di risultati consumati sotto i riflettori della cronaca, ma che ha consegnato alla storia “novantanove battaglie” di una vita che attende nuovi interpreti e una eredità da non dissipare.

E il filo delle generazioni “Ermanno” lo tese grazie anche alla collaborazione con la nipote Giulia Bondi con cui ebbe a curare il testo: “Ritorno a Montefiorino”. Con questa preghiera che viene cantata nella Comunità di Base della Chiesa cattolica brasiliana, Giulia lo volle ricordare, esattamente dieci anni fa:

“Padre nostro rivoluzionario”
Pai nosso revolucionario

Padre nostro dei poveri emarginati
Padre nostro dei martiri, dei torturati,
Il tuo nome è santificato
In quelli che muoiono difendendo la vita.
Il tuo nome è glorificato
quando la giustizia è la nostra misura.
Il tuo regno è di libertà, fraternità, pace e comunione.
Maledetta tutta la violenza,
che con la repressione divora la vita.
Vogliamo fare la tua volontà,
Sei il vero Dio liberatore,
Non seguiremo le dottrine corrotte
del potere che opprime.
Ti chiediamo il pane della vita,
il pane della sicurezza, il pane delle moltitudini,
il pane che porta umanità,
che costruisce uomini al posto delle bestie.
Perdonaci quando per paura
restiamo muti di fronte alla morte.
Perdona, e distruggi quei regni
nei quali la corruzione è il potere più forte.
Proteggici dalla crudeltà dei prepotenti
e dagli squadroni della morte.
Padre nostro rivoluzionario,
compagno di strada dei poveri,
Dio degli oppressi.

Francesco Lauria

La rivoluzione di Gorrieri: rigore e impegno per gli altri

«Monumentalizzare le persone ha poco senso, se il loro ricordo non ci serve di esempio per richiamare non solo che un orizzonte diverso da alcune miserie del nostro presente è possibile, ma anche che per uscire dalle nostre difficoltà è necessaria la pazienza del costruttore e la tenacia di chi sa che non è lecito arrendersi». Ecco perché è importante, a distanza di dieci anni dalla sua morte, ricordare Ermanno Gorrieri, il comandante partigiano della Repubblica di Montefiorino, il sindacalista, il politico, lo studioso; l’uomo che in ogni suo incarico a Modena come a Roma, per dirla con le parole del politologo Paolo Pombeni, ha vissuto la vita come un servizio.

Dopo la crisi delle ideologie, dopo il disfacimento del tessuto sociale anche a causa della crisi, dopo gli scandali nei partiti e nelle istituzioni, nel pieno della crisi della politica certificata tra l’altro con l’imbarazzante astensione alle ultime elezioni in Emilia-Romagna (e in Calabria), la memoria di Gorrieri ci ricorda che anche una situazione di stallo si può sbloccare. Come ha dimostrato lui stesso durante la sua permanenza in partiti, associazioni e nel sindacato, e attraverso il suo impegno negli studi sociali e nella loro diffusione anche attraverso il Centro culturale F.L. Ferrari di cui è stato promotore assieme a Luigi Paganelli.


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«Bisogna non perdere coscienza che è necessario “rivoluzionare” il mondo che si è ereditato – ha ricordato Pombeni in Consiglio comunale a Modena, durante la celebrazione per l’anniversario della scomparsa -, ma se si vuole fare azione politica e non inseguire utopie o rifugiarsi in giacobinismi senza senso è necessario convincersi che bisogna costruire una evoluzione che si sviluppi su base realistiche». Questa, secondo lo studioso di scienze politiche, non è una scelta di “moderazione”, ma «una scelta di grande rigore, perché la si può perseguire solo fondandosi su una profonda educazione morale e spirituale».

Nel suo intervento il sindaco di Modena, Gian Carlo Muzzarelli, ha ricordato la necessità di «restare fedeli al dovere di rimuovere le disuguaglianze sociali su cui Gorrieri si è speso a lungo per garantire a tutti l’effettivo esercizio dei diritti. È necessario proseguire sulla strada delle politiche redistributive per garantire una soglia dignitosa di vita a tutti». Per il presidente del Consiglio comunale, Francesca Maletti, di Ermanno va ricordata in particolare «la passione per la giustizia tesa a dare sostanza allo Stato democratico e la tensione verso l’equità e l’uguaglianza, a cui dovranno attenersi anche i prossimi bilanci comunali, vissuta lavorando instancabilmente per trovare nuove soluzioni a partire dai fatti, da artigiano della ricerca sociale quale si definiva».

Nei suoi ultimi anni di impegno, è il disagio per la “debolezza culturale” nella società che ha più attanagliato Gorrieri. «In fondo – ha spiegato Pombeni – la grande battaglia di colui che è stato forse l’ultimo vero cattolico sociale, tale rimasto sino alla fine, potrebbe essere raccolta emblematicamente in due elementi: nel rigore di chi aveva coniugato una vita personale integerrima dedicata al servizio degli altri, e nella passione di chi aveva sempre creduto che non si è utili agli altri se non attraverso un impegno che non può mai essere disgiunto dalla tensione per capire razionalmente il mondo e la storia con cui ci si confronta».

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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orizzonte

 

La democrazia alla prova delle disuguaglianze

Voce e voto, diffusione e non concentrazione del potere politico, tutela delle diverse opinioni: la democrazia, come sostiene la professoressa Nadia Urbinati, protagonista dell’ottava edizione della Lettura Gorrieri tenutasi a Modena lo scorso 10 giugno, si fonda sul principio di inclusione del diverso ed è la migliore forma di governo per navigare, senza affondare, fra le incertezze del sistema in cui viviamo.

Come rilevò a suo tempo Ermanno Gorrieri, per la democrazia il problema non nasce dalla ricchezza ma dalla concentrazione di essa, che crea impoverimento tra i cittadini delegittimando la democrazia nella sua essenza.
«Oggi la democrazia è messa a dura prova dall’incremento vertiginoso delle disuguaglianze e dall’inadeguatezza del sistema nel fornire risposte opportune. L’agenda politica continua ad escludere il tema delle disuguaglianze dalle priorità, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi» ha esordito Luciano Guerzoni, presidente della Fondazione Ermanno Gorrieri per gli Studi sociali, promotrice dell’evento.
«Con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione la democrazia cambia di segno: si è venuta a creare una democrazia diretta in diretta che impone al democratico di farsi delle domande precise – ha affermato Urbinati – Come sarà questa democrazia rappresentativa in diretta?  Come essere certi che la maggioranza sarà ancora il centro propulsore della democrazia? Come scongiurare il rischio che il popolo sovrano venga ad identificarsi con la massa indistinta dei più rumorosi? E ancora: come proteggere la democrazia dalle disuguaglianze politiche che nascono da chi ha più dimestichezza, tempo, risorse per usare i nuovi strumenti, da chi urla più forte o clicca più velocemente?».

Centrale nell’intervento della Urbinati “La democrazia alla prova delle disuguaglianze” è stato il richiamo a Beppe Grillo e alla piazza mediatica che con successo è riuscito a sostituire a quella fisica, alimentando il mito della trasparenza che è diventata una vera e propria industria, produttrice di una propaganda falsata che arriva a sfiorare l’ipocrisia. «La democrazia rappresentativa diretta rifiuta la mediazione dei partiti e si avvale dell’assenza di qualsiasi tipo di controllo concessa dalla rete, e vede i cittadini (Grillo non parla mai di popolo ma di cittadini) lontani dal rivendicare una maggiore partecipazione alla vita pubblica come accadeva negli anni Sessanta e Settanta, ma fermi nel pretendere una trasparenza, di intenti e di azioni, la cui garanzia, come tutti sanno, è affidata a professionisti della comunicazione che fanno della trasparenza l’ennesimo strumento mediatico, i cui effetti, per definizione, sono pilotati».

La docente di Teoria Politica alla Columbia University di New York, tra i 35 saggi nominati dal Governo Letta alla Commissione per le Riforme Costituzionali, ha parlato di un processo di mutazione molecolare per descrivere i cambiamenti che stanno attraversando oggi la democrazia, di cui  non riusciamo ancora a cogliere la direzione.
«Tali cambiamenti riguardano la concezione dei diritti e dei doveri, il rapporto tra le classi e il governo della cosa pubblica. Si tratta di una mutazione culturale e ideale che sfocia in un’appropriazione dei diritti non più considerati come universali, che determina la conseguente crescita di pregiudizi identitari e della distanza tra le persone.
Occorre però comprendere le mutazioni attuali con mente aperta, recuperando il valore e la promessa fondamentale della democrazia, grandissima conquista che ci offre, per ogni decisione presa, la possibilità di ritornare sui nostri passi per rivederla, cambiarla, migliorarla – ha concluso la Urbinati – ricordando che l’uguaglianza risiede nel potere di darsi delle leggi e anche se gli effetti delle attuali mutazioni non sono sempre soddisfacenti, dobbiamo saperli interpretare nella consapevolezza che tra tutte le forme di governo, la democrazia è quella che meglio accoglie e promuove l’idea di estraneità tra individui, facendo della diversità una risorsa, inno alla libertà di ognuno».

25 aprile: festa del Bene comune

Niente foto sbiadite in bianco e nero per ricordare questo 25 aprile, festa della Liberazione, ma un’immagine che vuole essere un modesto omaggio a un famoso scatto di poco più di un anno dopo quel lontano aprile, quando gli italiani con un referendum scelsero la repubblica. Una ragazza di oggi così simile, così diversa, da quella giovane donna sorridente che vedeva concludersi nella fondazione della repubblica il doloroso percorso che dalla dittatura fascista aveva portato alla guerra, alla lotta partigiana, alla liberazione e infine all’agognata repubblica. Passaggi strettamente collegati l’uno all’altro.

Oggi si rievoca forse il momento emozionalmente più intenso, certamente il più liberatorio, di quella cronologia fondativa del presente. Sessantotto anni dopo quel giorno d’aprile, per evitare la retorica in cui anno dopo anno finisce per scivolare ogni celebrazione, crediamo ci siano solo due modi:

1) Non smettere mai di domandarsi quanto le generazioni successive siano effettivamente riuscite a dar corpo ai sogni e alle speranze di un Paese migliore e più giusto che la liberazione e poi la repubblica accesero negli italiani d’allora; 2) dare a questa celebrazione verità e sostanza che non possono esser date da gonfaloni e bandiere, corone di fiori e richiami più o meno sentiti ai valori di allora, ma dalle voci e i volti dei protagonisti di quei giorni. Uomini e donne che per i sogni e le speranze, loro e delle generazioni future, diedero tutto. Spesso anche la vita. Sono loro i primi a non dover essere traditi nel presente.

I loro sguardi e le loro parole, sono l’antidoto contro ogni retorica. Ecco perché oggi, 25 aprile 2013, proponiamo il racconto di una vita, quella di Luigi Paganelli, classe 1921, comandante della Prima Brigata “Italia” che combatté sull’Appennino modenese durante la Resistenza. Sempre attivo nella vita politica del Paese accanto all’ex ministro del Lavoro Ermanno Gorrieri, è stato – ed è –  un esempio di impegno al servizio del “bene comune“. Un valore che mai come in questi giorni, ha assolutamente bisogno di trovare nuovo slancio.

 

 

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