I lavoratori freelance sono alieni. Anzi, no.

Il lavoratore freelance non fa notizia, fa più notizia il pensionato. Ma intanto con i soldi della Gestione Separata si stanno pagando tutte le pensioni baby per ripianare i debiti INPDAP. Se le persone che hanno smesso di lavorare presto prendono la pensione è perché i lavoratori autonomi versano.”

Sono le parole di Irene Bortolotti, referente per l’Emilia-Romagna di ACTA, l’associazione italiana dei freelance. Si tratta di una forza-lavoro ormai ben presente, lavoratori autonomi non iscritti a ordini professionali che svolgono la loro professione con regolare partita IVA, pagando le tasse e versando i contributi previdenziali alla Gestione Separata dell’INPS. Non imprenditori, né dipendenti, né tanto meno commercianti, artigiani o professionisti ordinisti.

Irene Bortolotti
Irene Bortolotti

“Quelli con cui abbiamo avuto contatti noi – spiega Irene Bortolotti – lavorano soprattutto nel settore digitale, nel web, nell’intelligenza artificiale, nelle traduzioni e nell’interpretariato, ma anche nel settore creativo quindi fotografi, illustratori, disegnatori, o nel campo editoriale.” Ma non è tutto, ci sono anche professioni più “tradizionali” come la guida turistica o il tour leader, e professioni nuove ma non necessariamente digitali, come il mediatore culturale che non ha neanche un codice ATECO chiaro di riferimento.

Un esercito vario, insomma, la cui portata è difficile da stimare con precisione, spesso viziata dal problema delle “false partite iva” e da pregiudizi strutturali più o meno radicati. “Gli approcci al lavoro freelance sono i più disparati. – Racconta Irene Bortolotti– Abbiamo persone di tutte le età. C’è chi ha fatto questa scelta da tempo, chi invece è uscito da un’azienda e si è creato un’alternativa mettendo a frutto la sua professionalità. I giovani sono i meno preparati a questa condizione, pochi vengono da un contesto famigliare con esperienza di lavoro autonomo. Danno per scontato che la sicurezza del lavoro a tempo indeterminato non ci sia più, e alcuni lo accettano volentieri vedendo il lavoro impiegatizio come un ripiegarsi su se stessi.”

Quello che pochi sanno di questa situazione, è che sta prendendo forma lo Statuto dei Lavoratori Autonomi: un secondo Jobs Act a cui è stata riservata ben poca attenzione rispetto al discusso “parente” per i lavoratori dipendenti. Eppure lo Statuto dei Lavoratori Autonomi parla di diritti, in alcuni casi per la prima volta. È stato proposto dal Governo al Senato, dove ha già fatto il primo passaggio nel burrascoso periodo del referendum costituzionale. “Non era neanche scontato che con il cambio del Governo l’iter sarebbe continuato. – Continua Irene Bortolotti -. La legge sarebbe potuta finire in un cassetto come tante altre.”

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

Irene, come mai il lavoro autonomo viene spesso considerato solo come condizione precaria giovanile?
Perché abbiamo una classe dirigente politica e amministrativa in parte culturalmente vecchia, con un’idea novecentesca del lavoro. Vede questi nuovi sviluppi e non riesce a capirli, quindi è facile mettere etichette. Ormai le professioni diventano sempre più sfumate, il lavoro è più fluido e diversificato, mentre nel ‘900 era tutto più semplice da incasellare, tutto molto più netto. L’idea di imparare un lavoro entro i primi 25 anni della propria vita e poi continuare a farlo fino alla pensione è un concetto superato. La società sta cambiando velocemente e continuamente. In certi contesti questo è acquisito, ma è difficile da capire per chi sta nelle stanze dei bottoni.

A cosa porta questa difficoltà di comprensione?
Porta a compiere errori in scelte che riguardano grosse quantità di persone. Molti errori a livello istituzionale sono fatti perché non si è capita a fondo la problematica. È più facile parlare di diritti e doveri in termini astratti, ma nel concreto bisogna fare uno sforzo considerevole. A livello di ricerca universitaria in Italia ci sono pochi giuslavoristi, tutti concentrati sul lavoro industriale, non in un contesto fluido. In più, avendo una classe politica che non è preparata su queste cose, si permette a chi vuole fare un lavoro di lobbying di insinuarsi e cercare di far passare determinate norme. Sta succedendo adesso con lo Statuto del Lavoro Autonomo.

Che cosa sta succedendo?
Il testo proposto al Senato dal Governo andava abbastanza bene. È sopravvissuto al passaggio del Senato, adesso è in Commissione Lavoro alla Camera e sono stati proposti molti emendamenti. Alcuni tirano l’acqua al mulino di specifici interessi di associazioni e categorie, volendo vincolare i diritti che i freelance potrebbero ottenere sul fronte della copertura sanitaria all’adesione ad associazioni che rientrano nella L. 4/2013. Sarebbe come dire che un dipendente ha diritto alla malattia o maternità solo se è iscritto a un sindacato. Non è costituzionale, stiamo parlando dei diritti della persona sanciti dalla Costituzione: il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Si può dire che l’aver pensato a uno statuto dei lavoratori autonomi sia comunque l’inizio di una presa di coscienza anche nelle stanze dei bottoni? 
È stato importante, nell’ultimo anno e mezzo si è cominciato a ragionare sui problemi dei lavoratori autonomi. Prima di tutto viene risolto un equivoco, riconoscendo che i freelance sono lavoratori e non imprenditori, i quali hanno alle spalle un certo tipo di struttura, dei dipendenti, dei locali. Poi, il diritto alla maternità e alla copertura sanitaria in caso di malattia grave. In questo momento non è riconosciuta la malattia se non per il periodo di ricovero in ospedale. L’unica battaglia davvero vinta, passata definitivamente con l’ultima Legge di Stabilità, è stata l’aliquota della Gestione Separata al 25%. Tutti parlano degli esodati, ma nessuno si è accorto che la legge Fornero avrebbe portato i contributi dei freelance al 33%.

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

C’è anche un altro equivoco, ossia il freelance che viene considerato un evasore: come mai?
Il lavoratore autonomo con cui l’uomo della strada ha a che fare normalmente è l’idraulico, l’elettricista o il medico privato. Chi lavora con il privato ha possibilità di evadere, e alcuni l’hanno fatto per anni, ma gran parte delle partite IVA non ha rapporto con il privato. Uno che fa i siti web non li fa per il pensionato. Uno che fa le traduzioni non le fa per la casalinga. È facile per i sindacati fare slogan e dire che si va avanti con le tasse dei dipendenti, ma i freelance lavorano per aziende o Università, soggetti interessati ad avere la fattura. Se un lavoratore autonomo versa in un certo anno meno tasse, in linea di massima è perché guadagna meno di un dipendente. Per i più giovani che vengono al nostro sportello siamo nell’ordine di 10.000-11.000 euro l’anno, meno di molti dipendenti part-time.

E il problema delle “false partite Iva”, il lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo?
Sicuramente c’è una quota forzata. Lo Stato non è esente da questo: Province, enti, o Università che non possono dare borse di studio o assegni di ricerca ingaggiano così. È molto difficile delimitare questa quota ed è molto facile dire che questi sono solo precari che un giorno vorrebbero qualcos’altro. Nemmeno Istat è capace di fare un distinguo.

Per finire, come possiamo dire dell’Emilia-Romagna su questo tema? 
L’Emilia-Romagna è indietro. Come regione con potere legislativo, per esempio, non si è adeguata alle normative europee sui bandi. Questi dicono chiaramente che anche i freelance possono accedere ai bandi europei, ma in Emilia-Romagna – come in molte regioni – non si può, mentre in Lombardia e in Toscana sì. Ci si aspetterebbe che in una regione come la nostra, considerata un modello per molti aspetti, ci fosse più sensibilità su certi temi. L’Assemblea regionale ha commissionato all’Università di Bologna una ricerca sui lavoratori autonomi, forse se ne stanno rendendo conto e vogliono cominciare a capirci qualcosa.

Il giorno dopo l’intervista, Acta ha pubblicato un punto della situazione aggiornato circa i 300 emendamenti presentati allo Statuto dei Lavoratori Autonomi, sottolineando come in mezzo alle citate proposte corporative vi siano anche “piacevoli sorprese” quali un contrasto al calo dei compensi e ulteriori tutele in caso di forte riduzione del reddito. Forse misure non facilmente attuabili da subito, ma uno spiraglio aperto…: eppur si muove?

Remida band, fra le ombre della musica e la “Luce delle stelle”.

I Remida sono fra le band modenesi emergenti che più di tutte hanno calcato i palchi italiani. Della prima formazione restano oggi solo Davide Ognibene (voce, chitarra, testi) e Alessandro Bosi (batteria), entrambi modenesi. Il progetto nasce fra i banchi di scuola con la volontà di comporre fin da subito pezzi propri, e nel 2008 arriva il primo album, “Sentimenti Fragili”, registrato nello studio storico di Ligabue. “Eravamo alla classica soglia dei 22, 23 anni, – racconta Davide – dove chi vuole fare il musicista di professione va avanti, mentre chi ha giocato si ferma”.

Dopo l’esordio in studio, la line up cambia e metà formazione prende altre strade. A Davide e ad Alessandro si aggiungono dalla Bassa modenese Mattia La Maida al basso, Giulio Saltini alle tastiere, ed Elia Garutti alla chitarra, delineando così il sound Remida: un pop influenzato dall’indie e dall’elettronica, in continua evoluzione. A un lungo tour seguono l’album “Vita” nel 2012 e l’EP “Equilibrio Stabile” nel 2014, poi ristampato nel 2015, che permette ai Remida di entrare nei network radiofonici.

Remida live a Grezzana (VR)

Abbiamo parlato con Davide Ognibene che ci ha raccontato il percorso dei Remida nel settore musicale, nel bene e nel male. Le logiche radiofoniche, i palchi importanti, le insidie del “web generalista”, le richieste del mercato e lo “snobismo da musicisti”. Ma anche la grande passione che muove tutto, quel brivido che si prova a cantare le proprie storie davanti al calore del pubblico. E il nuovo progetto in cantiere, dove Lucio Dalla incontra i Coldplay e i Depeche Mode.

Davide, dalla sala prove ai primi concerti, adesso suonate in giro per l’Italia e siete nelle classifiche: come è successo?
Il primo salto l’abbiamo fatto nel 2008 con il primo disco. Lì si è mosso un ingranaggio, abbiamo imparato la dimensione professionale del lavoro. Per il resto, succede tutto per caso. Da dentro non te ne rendi conto, ma ci metti impegno, a un certo punto capisci che quello che stai facendo è giusto e le cose arrivano, così ti ritrovi in giro a suonare. Non mollando mai, gli obiettivi pian piano si raggiungono e le cose si concretizzano. Poi l’asticella si alza sempre di più, io dico che si diventa sempre più ossessionati. È un labirinto da cui non esci.

Quali sono i tre pezzi dei Remida che meglio rappresentano il vostro percoso?
In primis “Luce delle stelle”, l’ultimo singolo uscito questa estate e apripista del nuovo disco. Ha segnato un cambio nel modo di scrivere, di affrontare la canzone e il sound. Tornando indietro sicuramente c’è “Fotografia”, a cui sono legato perché ci ha permesso di suonare a Radio Bruno Estate in piazza a Carpi davanti a 35.000 persone, di entrare nelle radio e in classifica per mesi. Il terzo è “Tasche”. Sono rimasto molto triste quando è stato deciso di lasciarlo fuori dalla ristampa di “Equilibrio Stabile” per l’etichetta Irma Records. È una ballad non radiofonica, non sfruttabile come singolo, ma è anche il brano dove non mi sono nascosto dietro una storia altrui e non ho avuto paura di descrivermi. Non sempre per un autore è facile parlare di sé ed è bello pensare che quando suoni un brano ti faccia venire la pelle d’oca: non è così scontato, si cade nell’abitudine, ma “Tasche” è uno di quelli che, quando lo suono, muove sempre un po’ lo stomaco.

Che novità ci saranno nel nuovo disco?
Le novità sono nel concetto stesso del disco, una specie di anti-social. Non parleremo di quanto è bello il mondo, come fanno molti adesso, ma toccheremo punti che non abbiamo mai toccato prima. L’infelicità che si nasconde dietro un sorriso su Instagram. La fuga di cervelli dall’Italia. Chi vorrebbe permettersi una famiglia, ma non ci riesce per il lavoro. A livello artistico e sonoro i punti di riferimento sono un po’ Lucio Dalla, un po’ Coldplay e un po’ Depeche Mode. Che, messi insieme, uno non ha idea di cosa possa venir fuori, ma noi siamo convinti di ciò che stiamo facendo!

In un’intervista a Bits Rebel hai detto che “lo snobismo da musicisti andrebbe cancellato”. Spiegaci un po’ che cosa intendevi.
Mi riferivo a Pechino Express e al brano che abbiamo fatto per Tina Cipollari e Simone Di Matteo. Quando mi arrivò il testo dal mio co-autore lo lasciai inizialmente da parte, perché lo snobismo da musicisti ti fa pensare che tanto è una cosa legata alla televisione, non di alto livello culturale e quindi chi se ne frega. In realtà questo è l’aspetto più logorante della musica in Italia. Se credi di appartenere a un genere, difficilmente ti apri ad altro oppure vedi ciò che fanno gli altri come qualcosa di sbagliato rispetto al tuo pensiero. Il settore musicale è ottuso e non gli fa bene il calderone derivante negli ultimi tempi dai talent, dal web che butta fuori artisti con la “a” minuscola, probabilmente. Ecco, sto già cadendo anche io nello snobismo, vedi? Ma la linea fra snobismo e realismo è molto sottile. Bisogna dare atto a chi riesce a fare il fenomeno di marketing, a chi è capace di suonare e a chi sa fare entrambi. Lo snobismo è misto a frustrazione, bisogna dirla come va detta: la musica ultimamente è un settore degradato, non ci sono più i nuclei di scena come negli anni ’70 e ’80, e sta diventando una guerra fra poveri. Questo non crea rete, ma forme di invidia.

Remida live

Voi siete stati snobbati?
Con il pezzo di Pechino Express ci siamo ritrovati a perdere locali dove abbiamo sempre fatto il nostro live tranquillamente, perché lo ritenevano una marchetta. Io sono il primo a dirlo, ma ciò non toglie che il pezzo sia stato suonato bene, arrangiato bene, prodotto bene e si sia cercato un tipo di serietà al suo interno. Poi si può non essere d’accordo sul contesto, ma a una certa età bisogna anche capire che un musicista non suona solo per la gloria. Se vuoi catalizzare gli ascolti e guadagnare due soldi è anche giusto così, ma vieni etichettato come “traditore della patria”. Eppure fai il tuo mestiere, come tutti.

Secondo te fino a che punto bisogna assecondare il mercato?
Partiamo dal presupposto che noi abbiamo assecondato molto. Forse è stato un errore, forse no, ma ormai quel che è fatto è fatto. Noi ci siamo sempre chiesti quello che il pubblico volesse da noi, per tutti questi anni, e ora stiamo lavorando per la prima volta in modo diverso. Assecondare troppo il mercato non è del tutto un bene, perché il mercato tende a schiacchiarti e a risucchiarti. Ci sono meccanismi perversi a partire dalle radio, dalla promozione… a starci dentro, la musica non è un ambiente sano e a volte bisogna avere coraggio. Se dovessi fare da produttore a qualcuno gli direi di avere molto più coraggio di quello che ho avuto io, su questo sono sincero.

Prima hai definito il web “un calderone”: i social nascondono solo insidie o in qualche modo riescono anche ad aiutare la musica?
Da un lato il social è ottimo per divulgare informazioni. Dall’altro, i numeri che contano ormai sono solo quelli e credo sia un po’ la disfatta dell’aspetto artistico e musicale. Oggi il popolo generalista – quindi quello del web – incide molto sulle scelte di un artista, mentre non dovrebbe essere così. Tu dovresti proporre qualcosa: se alla gente piace, ti segue, se alla gente non piace, non ti segue, senza farsi continuamente influenzare da quanti like ha una fotografia. Per non parlare dell’apparire… L’altro giorno guardavamo il video di un live di Lucio Battisti, e sul suo modo di fare ci è uscita la frase: “Ti è andata veramente bene!”. E stiamo parlando di Lucio Battisti, uno dei più grandi di sempre, ma chi se lo vede a farsi un selfie? Noi a Modena la storia dei selfie la conosciamo meglio di tutti, ma purtroppo di qualità artistica non c’è nulla, mi dispiace essere così sincero. Come non è musica Rovazzi: credo che lo sappia anche lui e sfido chiunque a smentire la cosa. Il web è questo, è generalista all’inverosimile, non c’è più un filtro, e anche il talent alla fine è un test: se funzioni già, bene, se no addio. Ma la musica non funziona così.

Remida band 02

Per finire, un piccolo confronto fra i palchi modenesi e quelli fuori città che avete calcato?
Modena è molto attiva come live anche se ha una scena molto provinciale, dove si cerca lo show che salva la serata. Non ci sono più punti fortemente aggregativi, come poteva essere la Tenda di una volta dove andavi lì con la tua chitarrina e suonavi. Comunque credo che sia una delle città più avanti in Emilia-Romagna, per quanto riguarda noi a Bologna e a Reggio abbiamo fatto ancora meno. Fuori dalla nostra regione i luoghi dove ci siamo trovati meglio sono stati il Veneto e il Friuli. Per dire, la scena di Milano è bella ma è fredda, sono abbastanza ingessati, mentre lassù probabilmente hanno la potenza delle grappe e ti trattano subito come un amico. C’è un gran divertimento. L’unica rottura è dover tornare a casa, quindi a un certo punto tirare giù il gomito e fermarsi, ma loro continuano a far festa stile Capodanno. Ogni volta che siamo andati è stato così, quindi direi che come accoglienza e calore è il massimo. Non siamo mai stati più giù di Roma, ma ci è stato detto che il Sud abbia un calore umano ancora diverso. Speriamo di provare questa esperienza la prossima estate con un tour che ci dovrebbe portare in Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.

Avocadoz, “cantantessa” di cibo e nebbia

“Tu come lo fai il ragù? Manzo o maiale, scegli tu”. “Sono l’ultimo bignè nella pasticceria nell’orario del thè”. “Il tuo iphone è più importante di me: lui non lo lasci mai sul treno”. Nel mondo musicale di Avocadoz la ricetta del ragù si mischia a frammenti di vita, stralci quotidiani, rigorosamente in acustico: voce, chitarra e una manciata di canzoni caricate in rete. Essenziali e immediate.

Ma chi è, in realtà, Avocadoz? Il suo vero nome è Valentina Gallini, è tatuatrice e musicista. “Ho 24 anni, ma a quanto pare ne dimostro meno: quando vado alla Coop a comprare la birra mi chiedono sempre i documenti. – Racconta – Abito in provincia di Modena, in un paese bruttissimo che si chiama San Felice sul Panaro: anche se si chiama San Felice, non è tanto felice.”

Il progetto solista Avocadoz è nato circa un anno fa. Pur non essendo sfociato ancora in un album registrato, Valentina ha portato live le sue canzoni sia in area modenese sia fuori, arrivando fino in Polonia, a Lodz, dove si è esibita nell’ambito di un festival organizzato da associazioni di lavoratori all’estero. Il tutto, mosso dalla voglia di fare qualcosa di diverso con un pizzico di casualità perché, come dice lei stessa, “non so perché, ma a me le cose succedono sempre per caso”.

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Avocadoz” è il tuo unico progetto musicale?
No, il mio gruppo storico si chiama Camera Bordeaux, il primo con cui ho iniziato a fare musica e suonare in giro. È da tanto che ci siamo, facciamo rock alternativo. Ho anche un altro gruppo, i Lomax, e siamo più sul punk, più “cattivi”. Io suono la chitarra e canto in entrambi i gruppi. Poi, più o meno un annetto fa, nello stesso periodo dei Lomax, è nato Avocadoz: il mio progetto solista.

Come mai il nome Avocadoz?
È una storia un po’ strana perché è nato prima il nome: ho scritto delle canzoni perché volevo chiamarmi Avocadoz. Un giorno stavo cercando su internet una ricetta per fare un’insalata con l’avocado e mi è apparsa l’immagine di una Madonna in mezzo a due avocado. Allora mi sono detta che se mai avessi voluto fare un progetto solista mi sarei chiamata Avocados. Da lì ho scritto un po’ di canzoni a caso e le ho caricate su internet con il nome Avocadoz, perché “Avocados” c’era già. In realtà, dopo, ho scoperto che anche “Avocadoz” esiste già: è una band messicana country folk, ma ormai pazienza, va bene così.

foto-avocadoz-1A proposito di ricette, il cibo è una costante nei tuoi pezzi: c’è Ragù, Bigné, Pizza Pasta Pesce… come mai questo fil rouge, che tra l’altro è anche nel tuo nome?
Quando ho scritto queste canzoni – come dicevo, a caso – è andata così: mi sono messa lì e ho provato a scrivere un pezzo sulla prima cosa che mi veniva in mente. E siccome a me piace mangiare e cucinare – vengo dalla Bassa e qui viviamo di ragù e gnocco fritto -, effettivamente la prima cosa è stato il cibo. Mi è venuto così, ho scritto tre canzoni in un giorno. È stato un momento di pazzia! Poi, nei giorni successivi, riascoltandole, mi sono piaciute e ho deciso di scriverne altre. Ho capito che questa cosa un po’ piaceva, i miei amici canticchiavano le canzoni… Si vede che per caso ho fatto una cosa carina.

Tra l’altro “Ragù”, dove canti la ricetta, ha un’atmosfera quasi dark…
Sì, fare il ragù sembra proprio una cosa seria! Che poi è vero, bisogna saperlo fare, ci vuole concentrazione. Secondo me l’atmosfera della canzone è azzeccata. Per quanto sia rudimentale, perché alla fine è solo chitarra e voce.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Suono la chitarra da quando avevo 14 anni. Ho iniziato perché tutti i miei amici avevano un hobby e io no. Prima ho provato con lo sport, ma non era proprio il mio. Poi un amico mi ha detto di comprarmi una chitarra da 40 euro e andare a fare lezione con lui, sono andata e da lì è nato tutto. Ho avuto un buon maestro. Voleva insegnarmi la teoria, come si legge uno spartito, ma a me non interessava, mi annoiava tantissimo. Lui l’ha capito e quindi mi ha insegnato altre cose e da queste, da sola, sono riuscita a sviluppare il resto, a fare quello che volevo, a trasportare l’idea sulla chitarra pur non sapendo leggere o scrivere la musica. Dopo tre anni di lezione ho continuato come autodidatta.

Ci racconti la prima esibizione live di Avocadoz?
È stato terribile! Io sono timida e mi sembrava una cosa molto stupida cantare il ragù. Non è così semplice come sembra, non è come cantare una canzone sull’amore, che dici va beh, è normale. Ero alla Fermata 23, un locale qui vicino casa mia. C’era stato un “festivalino” e verso la fine eravamo rimasti in pochi, fra cui degli amici che sapevano del progetto Avocadoz. Hanno insistito per farmi suonare e mi sono vergognata tantissimo, è stata la prima volta che ho fatto i pezzi di Avocadoz davanti a qualcuno. Non avevo mai avuto il coraggio di suonare da sola, perché è diverso rispetto a suonare con la band: sei più “scoperto” e tutto quello che fai è tuo, ti metti a nudo davanti alle persone. Però ho avuto delle ripercussioni positive: quella serata mi ha sbloccata e mi ha dato il coraggio di fare un vero live con Avocadoz.

foto-avocadoz-2E…?
Il primo vero live l’ho fatto sempre alla Fermata 23, qualche tempo dopo. Nel bagno. Mi sono detta, “Siamo arrivati a questo punto, possiamo anche andare oltre. Faccio canzoni sul maiale, quindi anche se sono nel bagno… ci sta: nella pazzia, facciamone anche un’altra!”. In realtà volevo fare qualcosa di diverso, sia come live sia come canzoni, perché mi ero un po’ annoiata di fare sempre cose standard. Tra l’altro ho scoperto che nei bagni c’è una gran acustica, si sente proprio bene!

Ci sono poche ragazze che suonano, molte band sono composte solo da maschi. Secondo te perchè?
Fra le persone che conosco io in realtà ci sono abbastanza donne che suonano. Nei Lomax, per esempio, siamo due donne e un maschio. Però è vero, maggiormente ci sono uomini, non so perché. Io non l’ho mai visto come un limite, secondo me se un artista è bravo a suonare può essere uomo o donna, è uguale. E non è vero che le donne suonino peggio: hanno delle altre idee e vedono la musica in modo diverso. Magari è più difficile trovare donne molto brave a livello tecnico, quello sì, però dal punto di vista dello scrivere una canzone hanno una sensibilità diversa, anche sui testi.

Per finire, la maggiore fonte di ispirazione della Bassa, a parte il cibo, qual è?
…Ho fatto una canzone anche sulla nebbia, vale? La nebbia di sicuro! Ma a parte tutto le mie canzoni parlano anche di storie vissute: situazioni, amori – finiti bene o finiti male – , in sostanza scrivo di quello che vedo. È un meccanismo abbastanza semplice: mi succede una cosa e io scrivo una canzone, come se te la raccontassi. Molti mi dicono che sembro un po’ Setti quando canto, e forse è vero. Infatti, a parte Setti, non ascolto musica acustica, cioè simile a quello che faccio io. Se vogliamo è una specie di omaggio perché altrimenti non avrei mai pensato di fare questa musica.

Dov’è la mafia in Emilia-Romagna? Risponde il sito “Mafie sotto casa”.

Martedì 15 novembre è stato presentato ufficialmente a Bagnacavallo il progetto “Mafie sotto Casa“. Realizzato da una rete di singole persone e associazioni impegnate nella promozione della legalità e del contrasto alle mafie, si tratta di un sito dove vengono mappate tutte le attività di stampo mafioso in Emilia-Romagna. Il risultato è un quadro impietoso, nero su bianco, che arriva dritto al punto.

Nella mappa di “Mafie sotto casa“, infatti, i puntatori individuano il luogo e il tipo di avvenimento legato alle mafie sul territorio regionale. Si va dai roghi dolosi ai beni confiscati, dai fatti di sangue ai soggiornanti obbligati, dalle minacce fino ai comuni sciolti o commissariati. Le fonti sono nutrite: una lunga rassegna stampa, sentenze dei tribunali, studi di settore e documenti normativi. Lo scopo, “aiutare la comunità a comprendere meglio il fenomeno mafioso“, essere “uno strumento a disposizione di tutti” e contribuire alla definzione di un “contesto di insieme” utile a capire come si muovono le mafie sul territorio. E dunque, utile a contrastarle.

E a Modena, dove sono le mafie? Ad oggi “Mafie sotto casa” mette sul territorio modenese 23 puntatori. Contiamo sette espropri (due a Nonantola, gli altri a Maranello, Formigine, Castelfranco, Finale Emilia e Magreta); otto soggiornanti obbligati (due a Modena, due a Bastiglia, gli altri a Bomporto, Sorbara, Carpi e Cavezzo); due ex-soggiornanti (uno a Serramazzoni e uno a Sassuolo, quest’ultimo niente meno che Gaetano Badalamenti qui “confinato” a metà degli anni ’70 dove continuò a gestire traffici illeciti); tre fra intimidazioni e minacce (la prima a Vignola, le seconde a Modena); tre operazioni con arresti (“Point Break” e “Untouchables” a Sassuolo, e “Pressing San Cipriano” a Modena che portò all’arresto di una ventina di Casalesi tutti residenti in città e dintorni). La pronvincia di Modena sembra stretta fra i roghi dolosi che punteggiano Reggio Emilia e la pletora di aziende eliminate dalla white list che infesta Bologna. Ma è davvero così?

Leggi anche: A scuola contro la mafia, per seminare legalità.

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Lo abbiamo chiesto a Gaetano Alessi, autore del libro “Mafie in Emilia-Romagna” e co-autore del dossier “Tra la Via Aemilia e il West“. Siciliano di origine e oggi residente a Bologna, Alessi è fra i promotori e realizzatori di “Mafie sotto casa”.

Innanzitutto, quanta consapevolezza c’è fra gli abitanti dell’Emilia-Romagna riguardo il fenomeno mafioso sul territorio?
C’è una consapevolezza molto bassa, purtroppo, e più gli anni passano più questo è inspiegabile perché sui media se ne parla. Ci sono zone dove la consapevolezza è quasi nulla, come Cesena, Forlì, Ferrara. C’è un’idea di mafia legata alle figure di Falcone e Borsellino, che fanno parte della Storia, non al fatto che oggi la mafia l’abbiamo sotto casa ed è inutile andarla a cercare da un’altra parte.

L’area di Modena come è messa in quanto a consapevolezza?
Modena è uno degli epicentri dei fatti di mafia. Dopo l’Operazione Aemilia la consapevolezza è che “la mafia c’è, ma è a Reggio”. Se ne parla, ma scaricando il peso sulla provincia di fianco. E’ una cosa che succede anche in Sicilia.

Eppure, guardando la vostra mappatura, i puntatori su Reggio Emilia sono molto più numerosi rispetto quelli su Modena…
Perché Reggio è caduta dentro l’Operazione Aemilia che ha già avuto sentenze con riti abbreviati, quindi abbiamo potuto inserire tutti i puntatori con certezza. Modena, per esempio, non ha ancora avuto la sentenza su CPL Concordia quindi bisogna essere cauti. Noi abbiamo raccolto tutta la documentazione, ma non abbiamo messo puntatori perché finché non c’è una sentenza che dica il contrario ciascuno è innocente.

Quindi, tra i fatti accertati, secondo lei quali sono le maggiori criticità a Modena?
La presenza fisica dei Casalesi, le bische, il riciclaggio dietro le sale bingo… a Modena manca la maxi operazione di polizia come è successo a Reggio. C’è però un meccanismo particolare, ossia il rapporto fra Casalesi e ‘Ndrangheta: qui non abbiamo una mafia che schiaccia l’altra, ma due mafie che si sono trovate e fanno affari insieme. E’ un fenomeno inquietante che non ha eguali nel resto della regione.

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Slanting Dots: non chiamateli jazz trio

Sono nati dal jazz, ma sono diventati qualcos’altro. Sparpagliati su 1200 chilometri di distanza, dopo il primo album del 2013 intitolato “Unfold”, continuano il loro sodalizio lavorando alla seconda uscita prevista nel 2017. Musicisti, compositori, ma anche amici: sono gli Slanting Dots, “power trio” per due terzi modenese, formato dalla chitarra di Luca Perciballi, dal contrabbasso di Alesso Bruno e dalla batteria di Gregorio Ferrarese.

Tutti e tre sono musicisti e compositori, con una lunga esperienza di palco nell’ambito di festival jazz nazionali e internazionali. Luca Perciballi, modenese, si è formato fra il Conservatorio di Parma, il Codarts di Rotterdam e il Conservatorio di Milano. Recentemente ha vinto il Premio Internazionale Gaslini e il 2 dicembre presenterà il suo ultimo lavoro solista al Teatro Čajka di Modena. Alessio Bruno è l’altra parte modenese del trio. Formatosi al Conservatorio di Modena, ha vinto diverse borse di studio jazz fino ad approdare al Royal Conservatory dell’Aja: tuttora vive e lavora in Olanda. Gregorio Ferrarese invece è di Parma. Laureato in jazz presso il Conservatorio della sua città è anche insegnante presso la Music Academy di Reggio Emilia.

Dal 2007 i loro percorsi musicali e professionali si intersecano nel progetto Slanting Dots. Qui, fondono basi jazz e incursioni elettroniche, improvvisazione totale e partitura articolata. “Io sono quello che ha sempre ha spinto di più sulla classica contemporanea. – Racconta Luca Perciballi – Il lato più ruspante è Gregorio. A metà c’è Alessio, forse quello che ha più radici jazz di tutti. Ci siamo chiamati Slanting Dots poco prima di entrare in studio. Prima ci chiamavamo in un altro modo. Abbiamo avuto quella cosa terribile da jazzisti di prendere le iniziali di nomi e cognomi e combinarle in un modo che avesse senso in una lingua qualunque.”

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Perché il jazz, come spiega Luca, non è che un punto di partenza: “Suoniamo tanto, – continua . suoniamo forte, suoniamo con molta energia”. Anche se nel mezzo ci corrono 1200 chilometri.

Luca, ciascun membro degli Slanting Dots è in un luogo diverso: come fate a gestire la distanza?
Grazie allo stesso motivo per cui gli Slanting Dots sono nati, cioè siamo amici. Io e Alessio ci conosciamo da sempre. Gregorio è stato mio compagno di studi al Conservatorio di Parma, quindi per anni ci siamo frequentati come marito e moglie. Sono due musicisti bravissimi, preparatissimi. Fortuna vuole che ci siamo trovati bene anche da un punto professionale e musicale, quindi riusciamo a tenere viva la cosa nonostante le difficoltà. Ci vediamo poco, ma avendo suonato insieme per anni recuperare l’intesa è come andare in bicicletta.

Gli Slanting Dots nascono dal jazz, un genere complesso e a volte non immediato all’ascolto…
A me dà fastidio il termine jazz per come viene comunemente inteso. Da musica vitale, estremamente interessante e piena di possibilità, si sta trasformando in qualcosa di stereotipato, tipo la jam session dove si fa finta di essere a Brooklyn negli anni ’50, e invece sei a Modena o dovunque tu voglia. È troppo scolarizzato, perché le scuole ormai stanno decollando, e c’è una standardizzazione dei metodi. È anche troppo abusato, se vuoi. Gli Slanting vengono dal jazz per gli studi e la passione iniziale, ma siamo da un’altra parte. Sono questioni formali quelle che ci avvicinano al jazz, come l’uso dell’improvvisazione all’interno di parti scritte e l’interplay, ossia l’interazione fra i musicisti, che è il succo della cosa. Slanting Dots si regge in piedi per l’intesa. Potremmo improvvisare concerti e suonare Slanting Dots.

Dove avete trovato maggiore riscontro di pubblico?
Quando si fa musica “difficile” per il senso comune, “pubblico” è un parolone. Nessuno è mai davvero preparato a quello che può sentire. Abbiamo suonato a Roma davanti a tre persone, numero reale compreso il giornalista che ci doveva intervistare dopo… e abbiamo suonato a Parma in una tana del jazz in cui abbiamo avuto un boato di pubblico. Per quello che dicevo prima sul jazz, i contesti sono molto particolari. Può andare malissimo, oppure quelle sere in cui pensi “Qua ci spellano vivi” trovi entusiasmo.

Pensi che l’Emilia-Romagna sia aperta a una musica di questo tipo, “difficile”, o si può fare di meglio?
La domanda è poca, ma è un problema a livello generale e si potrebbe estendere il discorso a tutto il Nord Italia. Sulle istituzioni ormai non ci puoi contare, si sforbicia dapperutto, sempre di più. Il pubblico e i locali, mah… c’è qualche realtà felice a Bologna, qualcosa di interessante anche a Modena. Per esempio il Node Festival è qualcosa di buono in questo senso. È un gran casino, ma non vale solo per noi. Siamo dei panda, ecco. Dei panda che si barcamenano in una riserva.

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Però se uno continua a farlo un motivo ci sarà… per voi qual è?
Posso parlare per me. Penso sia un momento per smontare il pensiero, trovare un pensiero vero, scardinato dalle cose di tutti i giorni. Suonare ha anche una valenza sociale: fai pensare, cerchi di provocare una reazione di qualche tipo. Il fatto che poi uno ci debba mangiare vizia un po’ la cosa, ma io per esempio non sono un tipo da grossi compromessi. E ogni volta si impara qualcosa, perché nella musica si studia sempre. Sempre. Non c’è scampo, se no sei poco onesto. Questo vale per tante cose, ma la musica te lo sbatte in faccia. È uno dei pensieri umani più ramificati che esistano.

L’Olanda: Alessio è rimasto e tu sei tornato. Che atmosfera avete trovato là dal punto di vista musicale?
Ci sono grandi mezzi, un investimento culturale che, per quanto si lamentino che viene tagliato, è epocale rispetto ai nostri standard. Io non mi posso lamentare: il Conservatorio di Parma è ottimo e ha buoni mezzi, però niente di paragonabile. Là c’è un’educazione di pubblico molto vasta, un ascolto di musica dal vivo che qui manca. Qui, nel locale, la musica live rompe le palle se non è contornata da un evento, cioè se non è un concerto ma un’altra cosa. D’altro canto in Olanda, essendoci una grande tradizione scolastica, c’è tanto accademismo, ma con un livello medio molto più alto. Nei conservatori italiani, per avere una mano sulle rette, ammettono anche gente che non sa suonare. Lì questo non succede. In più si suona molto nel circuito che gravita attorno alle scuole, come a Berlino, anche solo per 30,00 euro a sera, ma magari suoni tutte le sere. E questo è ottimo per uno studente che deve imparare o per chi ha bisogno di esperienza di palco: fai qualcosa per davvero e impari tanto. Però, a un certo punto, se si ha un’idea diversa, una proposta professionale chiara, ciascuno deve trovare i luoghi e i modi che permettano di svilupparla.

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Viaggio colorato tra i portici di Modena

Modena non è mai stata una delle tappe principali dei viaggiatori del passato. Quelli dei Grand Tour, per intenderci. Quelli che venivano in Italia per completare la propria formazione intellettuale, artistica, umana o spirituale, a seconda dei casi. L’Emilia-Romagna, in generale, era vissuta in queste occasioni come un luogo di passaggio per raggiungere le varie Venezia, Firenze, Roma, attraversata via terra o via acqua e ritenuta pure noiosa poiché piatta e monotona.

Nell’ottobre 1786, Johann Wolfgang Goethe nel corso del suo viaggio in Italia in direzione sud fa tappa veloce a Ferrara, Cento e Bologna, città, questa, di cui ammira i portici poiché le persone possono passeggiarvi al riparo dal sole o dal maltempo. Non passa da Modena, ma la scorge in lontananza dall’alto della Torre degli Asinelli. A fine aprile 2014, invece, François ed Elsa, due giovani alsaziani che stanno viaggiando verso l’India in bicicletta (adesso sono in Iran) attraversano l’Emilia-Romagna per andare da Pistoia a Venezia. Come Goethe, fanno tappa a Bologna e Ferrara, sottolineando lo scarso interesse del panorama, tralasciando “la Cathedrale de Modène“, ma annotando la gradevole presenza dei portici arancioni che punteggiano le strade del capoluogo emiliano.

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Chi l’avrebbe mai detto che, a un occhio esterno, i portici potessero risultare così esotici? E i modenesi, cosa ne pensano? “I portici sono la testimonianza dello spirito geloso, misterioso, segreto della vecchia Modena popolare e ducale, popolare e patrizia. Portici sensibili come l’antro a spirale di una grossa conchiglia, da cui giunge il rombo continuo di una mareggiata, di un lontano tifone”. Questo è Dario Zanasi in “Modena mio paese”, anno 1968. Antonio Delfini, invece, descrive il portico modenese come una “magica terrazza sull’orizzonte” da cui fare scomparire la città immaginando al suo posto filari di alberi e fieni ammucchiati, acquitrini e neri barconi (da “Il ricordo della basca”, 1938).

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Non sono che due esempi, ma indicano un fatto: i portici di Modena non sono solo un luogo, sono uno stato dell’anima. E tra l’altro, non sono solo arancioni, ma anche verdi, rosa, gialli, rossi e color tortora. Dato che nessuno è profeta in patria viene da chiedersi: ma qualche viaggiatore del passato se n’è accorto? Certo che sì.

Il francese André Maurel, all’inizio del secolo scorso, dedica alle città minori d’Italia un viaggio e un libro, “Petites villes d’Italie”, edito a Parigi nel 1910. Il capitolo su Modena si intitola poeticamente “Dalla mia barca leggera”, poiché Maurel arriva nella nostra città dopo un tratto di strada via fiume. E’ l’alba. E’ solo. E l’unico movimento che lo circonda così tanto da stordirlo è quello dei nostri portici.

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“Questo sogno è decisamente delizioso, non svegliatemi! Da solo, qui? Che ebbrezza! Ma non sono io ad essere ebbro, è la città stessa, o almeno lo è questa via che freme davanti a me. Portici, solo portici, a sinistra, a destra, in fondo, all’angolo, uno dietro l’altro, dappertutto portici che hanno l’aria di giocare ad “abbracciate chi volete”. Vestiti di giallo e di rosso, si contorcono e sollevano le gonne, ma in modo così casto da non poter scorgere nulla sotto. Si incurvano, fanno giravolte, si avvolgono senza che se ne possa indovinare la fine. Più si avanza, più si allungano in volute, in anelli da serpente. Portoni e negozi si nascondono sotto la loro ombra, e ciò che rivelerebbe un po’ di vita in queste vie deserte, resta invisibile. Tutto questo, abbagliante nelle sue tonalità ocra e cremisi, va, viene, riparte, ritorna, offrendo all’occhio nient’altro che curve, flessioni di seta albicocca, fragola o mela di ottima fattura.”

A distanza di più di un secolo, in quelle giornate in cui c’è una certa luce e poca gente in giro, se alziamo la testa dal nostro smartphone o dalla punta delle nostre scarpe, si può rivivere esattamente la stessa sensazione.

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Quei morti sul lavoro di cui nessuno si accorge

Non se ne parla spesso, e quando si pensa agli infortuni sul lavoro non è proprio il primo degli incidenti che vengono in mente. Eppure in Italia il ribaltamento del trattore è una delle principali cause di feriti e morti durante il lavoro. C’è chi parla addirittura di “strage dei trattori”.

Dati recenti dicono che solo nei primi sei mesi del 2014 ci sono stati 195 incidenti con trattori agricoli che hanno causato 119 feriti e ben 94 morti. I dati di questo primo semestre segnalano un aumento del 13,4% rispetto all’anno precedente.

Per capire l’importanza di questi numeri, basti pensare che nello stesso periodo le vittime di incidenti automobilistici sull’intera rete autostradale sono state 120. Nei campi, a causa degli incidenti con trattori, 94.

L’Emilia-Romagna, assieme alla Lombardia, è la regione con il maggior numero di incidenti (26 solo nei primi sei mesi dell’anno). Alcuni esempi recenti tratti dai titoli dei quotidiani locali:

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La maggioranza degli incidenti avviene all’aperto, fuori strada, ovvero nei campi, e nella maggior parte dei casi riguardano il conducente del trattore. Ma il dato veramente significativo è quello sull’età: nel 44% dei casi la persona coinvolta aveva più di 65 anni. A lavorare nei campi infatti sono molto spesso le persone anziane, proprietarie del terreno, che non vogliono assumere personale e che preferiscono portare avanti la propria attività da soli, spesso sopravvalutando le proprie capacità e sottovalutando i rischi.

Una tendenza già nota e probabilmente in crescita, dato che nell’anno precedente la percentuale di over 65 coinvolti in incidenti con trattori era del 38,2%.

C’è poi il problema del rinnovo dei mezzi. L’età infatti può essere un problema anche per il veicolo: una delle cause principali di incidente è il temuto ribaltamento, frequente nei modelli vecchi di trattori. Nel 2014 si segnala un calo delle immatricolazioni dei trattori, il che significa che i mezzi invecchiano e non vengono rinnovati, con tutte le conseguenze sulla sicurezza.

Il ribaltamento spesso è causato da distrazione o dalla pendenza eccessiva del terreno che non consente di agire in sicurezza: il mezzo perde aderenza e si ribalta schiacciando il conducente.

Oltre alla regolare manutenzione, e alla eventuale sostituzione in caso di modelli troppo vecchi, le normative vigenti obbligano all’utilizzo di cinture di sicurezza e un telaio ROPS o roll-bar antiribaltamento. Viste le statistiche drammatiche, sarebbe ora che qualcuno si occupasse di farle rispettare rigorosamente.

La rivoluzione del volontariato

Tutte le crisi devono insegnare qualcosa. La crisi economica che è scoppiata nel 2009 ci fa capire che se un paese pensa a crescere e a produrre, ma si dimentica dei poveri, non investe in cultura e mette i lavoratori e le famiglie in secondo piano, è destinata a crollare. Per questo, al di là delle politiche e dei governi che si alternano di anno in anno, è necessaria una rivoluzione culturale, che coinvolta tutti quanti e non trascuri nessuna “categoria”. Il volontariato sicuramente dimostra di accettare questa sfida, come confermano le 240 associazioni e i 3.703 volontari che in Emilia-Romagna ogni giorno si spendono a favore degli altri e dei più bisognosi senza chiedere nulla in cambio. Non si tratta soltanto di solidarietà, ma di fiducia nel futuro.

In questo video, vengono ripercorsi i tratti principali del “Progetto regionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale“.
Dalla colletta alimentare ai corsi di orientamento e accompagnamento al lavoro, dall’emporio solidale allo sviluppo di una rete di economia solidale…
I progetti messi raccolti nel volume “Le buone prassi” dal Co.Ge Emilia Romagna rispondono a cinque parole chiave: innovazione (interventi innovativi per la modalità di lavoro), replicabilità (interventi che possono essere facilmente replicati in altri territori), continuità (in molti casi le azioni sono ancora in corso), attualità (il tema “povertà”, per esempio, è tutt’ora all’ordine del giorno) e “azioni in rete” (interventi frutto di un’azione comune tra più associazioni).

 

E se invece abolissimo le Regioni?

Le Regioni? Da abolire tutte. Comprese, naturalmente, quelle a statuto speciale. E’ questa la proposta lanciata qualche mese fa dalla Società geografica italiana, ente fondato nel lontano 1867 per promuovere la ricerca nel settore. Proposta in assoluta controtendenza e perciò immediatamente consegnata all’oblio. Quando si parla di riordino territoriale dello stato infatti, la politica tutta si scaglia indistintamente, almeno a parole, contro le vituperate province. Ma le Regioni, chi le mette in discussione? Giusto la Società geografica secondo la quale, le Regioni non sarebbero altro che soggetti artificiali, definite geograficamente a fine ottocento e nate amministrativamente una quarantina d’anni fa. Al contrario, l’Italia è terra di comuni: un mosaico di città e paesi che sono il vero nucleo storico del Belpaese. Da questo dato innegabile, la proposta dei geografi: eliminare le Regioni come enti di intermediazione politica e amministrativa con lo Stato e sostituirle con delle macro-province (36 contro le oltre 100 attuali) ridisegnate a partire dalle reti infrastrutturali – legate alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni – presenti sui vari territori.

Ipotesi choc? Nemmeno tanto. Proprio a partire dall’Emilia-Romagna, unica regione a rappresentare anche nominalmente, un aggregato di soggetti parecchio lontani tra loro nonostante lo storico legame della via Emilia. Che c’entra infatti Piacenza con Rimini, tanto per citare i due estremi? A parte la distanza fisica di quasi 300 chilometri, è evidente che le due città presentano problematiche totalmente differenti l’una dall’altra ben al di là di banali logiche di campanile. Bisogna anche aggiungere un dato economico tutt’altro che irrilevante: le Regioni pesano sul bilanci dello Stato ben più delle Province: più di 100 miliardi l’anno (cifra che comprende però l’esosa voce “spese sanitarie”) contro 11. Anche se è chiaro che qualsiasi riassetto amministrativo non cancellerebbe la ripartizione delle competenze. Nel qual caso, l’unico risparmio garantito sarebbe quello legato ai 1.070 seggi complessivi oggi occupati dai vari consiglieri regionali. Poca cosa dal punto di vista economico, anche se giova segnalare che in questa stagione di totale sfiducia nei confronti della politica, la prossimità territoriale facilita (o dovrebbe facilitare) l’esercizio di controllo dei cittadini rispetto alle scelte degli amministratori. Se non altro perché è più facile reagire in positivo o negativo a ciò che tocca sulla pelle viva.

Insomma, un punto a favore delle Province. In questa logica, Bologna non è solo distante da Rimini o Piacenza, ma perfino da Modena. Ma soprattutto, meriterebbe una valutazione ben più puntuale il rapporto costi/benefici per tenere in piedi le complesse strutture regionali. Perfino in una Regione considerata tra le più virtuose come l’Emilia-Romagna. Che comunque costa parecchio. In termini di consumi intermedi per svolgere le proprie attività (cancelleria, affitti, bollette…) nel 2011 sono stati spesi nelle torri d’avorio bolognesi disegnate da Kenzo Tange 162,4 milioni di euro, una cifra pari a 36,6 euro spesi per abitante e a quasi 55 mila per ogni dipendente. E’ quest’ultimo il dato da tener maggiormente presente come parametro per l’efficienza della gestione, perché legato alla dimensione della struttura amministrativa. E seppure, lo ripetiamo ancora una volta, la nostra Regione resta tra le più virtuose, spicca la differenza con i 40 mila euro spesi dal Veneto per dipendente. Anche se possono consolare le cifre folli di Lombardia (oltre 233 mila euro spesi per dipendente) e Piemonte (133 mila).

Disparità incredibili, occorre sottolinearlo, che costituiscono un ulteriore indicatore della totale assenza di omogeneità di gestione tra le diverse regioni a parità di competenze. Insomma, il federalismo in chiave regionale è il solito pasticcio all’italiana. Come dimostra anche il costo medio per dipendente. In questo caso l’Emilia-Romagna spende più di Veneto e Lombardia (sempre prendendo a parametro le principali regioni del Nord), 51 mila euro a persona contro i 27 mila del Veneto e i 50 mila della Lombardia. Fuori quota il solo Piemonte con un costo medio per dipendente di oltre 68 mila euro. Complessivamente i 2976 dipendenti della Regione (67 per ogni 100.000 abitanti, dati 2011) incidono sul bilancio per 151,5 milioni di euro l’anno, con un costo per abitante di 34,2 euro (Lombardia 17,3; Veneto 29,2; Piemonte 45,5). Ma bearsi di una situazione emiliana che fa la sua bella figura in un panorama complessivo da paura, nonostante in tempi recenti più d’uno scandalo abbia notevolmente ridimensionato il mito dell'(ex) Emilia rossa, non elimina la questione di fondo posta indirettamente dalla società geografica: le regioni sono un pateracchio non solo dal punto di vista storico e culturale ma, così come è oggi, soprattutto dal punto di vista amministrativo. E valutarne la reale opportunità in prospettiva, evitando il facile (e spesso pretestuoso) coro del “Dagli addosso alla provincia”, potrebbe aprire scenari interessanti. Forse pure troppo per il livello tanto dogmatico quanto poco pragmatico in cui si discute da anni e anni, con risultati prossimi allo zero quando non del tutto negativi, sul riassetto dello Stato.