Visti da fuori: guida pratica alle curiosità dei Francesi sull’Italia.

Gli Italiani non lasciano indifferenti gli altri popoli del Pianeta. Sono amati e ammirati, ma anche criticati e odiati; a volte ammirati e odiati, più spesso amati e criticati. (…) L’Italiano accende le passioni degli altri che, sfortunatamente, tendono talvolta a emettere giudizi semplicistici e un po’ leggeri sulle situazioni, spesso ben complicate, della vita della penisola.”
Questo è un brano tradotto dal libro “Sacrés Italiens!”, edizioni Armand Colin, scritto all’inizio del 2014 dal giornalista Alberto Toscano per spiegare ai Francesi la strana complessità dell’Italia e dei suoi abitanti.

01E Berlusconi? E’ in prigione?”
Questa invece è la prima domanda alla quale deve rispondere, sempre nel 2014, l’Italiano che si trova in Francia. Il tono è quello che si usa per sapere che fine ha fatto lo zio burlone che non ne combina una da un po’.

E’ l’inizio di una storia che si svolge a Bordeaux, la città del Sud-Ouest dai maestosi palazzi in pietra dove la Garonna si allarga per gettarsi nell’Oceano Atlantico, dove nessuna automobile si ferma alle strisce pedonali e dove i pedoni attraversano con il rosso. Non ha la pretesa di sviscerare la verità assoluta su come è vista l’Italia dai fierissimi Francesi, bensì essere, nel suo piccolo, un termometro della situazione.

E dunque, dov’è finito Berlusconi? Lo chiede Evelyne, che è contabile da vent’anni per un’azienda vinicola e ama la Sardegna. Lo chiede suo marito Louis, che conosce il concetto di “mamma italiana”. Lo chiede Boulbaba, un signore tunisino che ha visto tutti i film di Fellini e chiama gli Italiani “cugini”. Lo chiede Fabien, un giovane responsabile di diffusione teatrale che conosce la parola “osso buco” e la serie tv di “Romanzo Criminale”.

In tutti i casi si finisce col parlare di case di riposo e di Nicolas Sarkozy, che per loro stessa ammissione è “il Berlusconi in salsa francese”, mentre il novello Matteo Renzi non suscita la benché minima curiosità. “Ah sì, abbiamo sentito dire che c’è un tipo nuovo che ha tante idee. Com’è che si chiama?” Et voilà, il riassunto della nuova credibilità internazionale dell’Italia è presto fatto in due parole: Renzi chi?

Anche il secondo prodotto da esportazione resta un grande classico. …Et la mafià italienne, si vede così tanto?”
Fortunatamente, l’eco degli arresti di Roma non arriva. Qui si parla piuttosto di problemi nazionali: scarti di bauxite versati in mare nell’area protetta delle calanques di Marsiglia, la regione del Midi di nuovo sott’acqua dopo le pesanti piogge, la nascita del blog “ruines d’université” dedicato alle Università più “sgarrupate” di Francia, i contratti a tempo indeterminato sempre più rari. Dopo il TG, se non fosse per il caffè, l’Italiano si sentirebbe quasi a casa.

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A seconda dell’interlocutore, dopo le solite “Frequently Asked Questions”, la terza domanda può rivelarsi un gioco al massacro.
Perché non fate niente per lo ius soli?”
“Qual è quel posto dove c’erano tutti i rifiuti qualche anno fa?”
“Mi scusi, ho sentito che parlavate dell’Italia. Ma quante cose torbide avete nel vostro passato? E il Vaticano, soprattutto il Vaticano?!”
“Sono finiti i lavori per quel ponte nel sud?”
Ma in che situazione terribile vivono i vostri attori di teatro?”

Quest’ultima spunta durante una riunione presso Iddac, un ufficio pubblico di sostegno alla cultura. Svelatasi una presenza italiana al tavolo, un brusio concitato percorre i partecipanti che si scambiano sguardi terrorizzati. C’è un perché. In Francia, un sistema illuminato detto “intermittenza” permette da tempo agli artisti di avere una certa autonomia lavorativa. Ora che la crisi inizia a erodere i diritti e a chiudere i rubinetti con continue revisioni al ribasso, l’Italiano, proveniente da un paese che in barba alla sua storia reputa l’espressione artistica come l’ultima ruota del carro, non è altro che uno scomodo memento mori.

Ma una voce esce dal coro, determinata. “Anche io sono Italiano, però non so l’italiano”, afferma a sorpresa un signore in impermeabile di nome Dominique, al termine della stessa riunione. I suoi genitori pagarono il prezzo della discriminazione per essere figli di immigrati italiani e, per risparmiargli le stesse vessazioni, non gli insegnarono mai la loro lingua madre. Tuttavia Dominique, da grande, ha voluto ricucire i pezzi mancanti ed è andato a scoprire quell’Italia che gli appartiene: i dolci declivi dell’Umbria e il morbido tramonto dei laghi prealpini, “un luogo per innamorati”.

Come lui, ricostruisce i pezzi della sua italianità una ragazza senza nome che aspetta l’autobus notturno per tornare a casa, tra frotte di adolescenti alticci con iphone a pezzi e bottiglie di whiskey sottobraccio. La ragazza ha i nonni italiani, nelle Alpi piemontesi, e sul nostro paese non ha dubbi: “Avete un senso dell’ospitalità che noi Francesi dovremmo imparare. Sì, da voi c’è più crisi, ma i problemi sono dappertutto. Sì, parlate sempre a voce alta, ma è un segno di vitalità e comunica gioia di vivere. Ogni estate vado in Italia e se per qualche motivo non ci riesco, ci sto male. E’ il mio angolo di paradiso”.

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E’ inutile, siamo troppo complicati. Siamo una contraddizione. Siamo belli e dannati. Abbiamo la dote rara di saper ridere di noi, ma in fondo non ci vogliamo abbastanza bene, perché le autocritiche che ci rivolgiamo, spesso, sono più distruttive che costruttive. Come è scritto in “Sacré Italiens!”, siamo “una splendida melodia e una terribile cacofonia allo stesso tempo”. E’ questo lo stereotipo più vero, mentre non è vero che è tutto oro ciò che luccica al di là dei nostri confini.

Per questo, anche il rumoroso e gesticolante popolo dello Stivale deve avere il diritto di sentirsi fiero nel rispondere alla domanda più bella (e più semplice):
E’ un meraviglioso accento italiano quello che sento?” Sì, proprio così.

Italiani: razza bianca pelle scura

C’è stato un tempo, fra il 1880 e il 1920, in cui anche gli italiani emigravano su navi stracolme, trovando talvolta la morte per assideramento o per asfissia, ma spesso arrivando su un isola, Ellis Island, dove potevano essere ritenuti idonei per entrare nel Nuovo Mondo: gli Stati Uniti d’America. Qui, li attendeva la quarantena. Un sistema meccanicamente rodato sottoponeva i migranti ad approfondite visite mediche e test di intelligenza, perché non era opportuno fare entrare nel paese persone malate nel fisico, analfabete o “deboli di mente”.

Vedi anche: Dall’Appennino modenese a Portland, andata e ritorno. Con 25 dollari in tasca

Secondo il pensar comune di allora, la razza dominante anglo-sassone non poteva infatti permettersi di essere imbastardita da flussi migratori di scarsa qualità, economicamente necessari ma socialmente indesiberabili poiché appartenenti a una razza considerata inferiore. Perché a Ellis Island c’era anche questo, la classificazione razziale. E per gli italiani, specialmente quelli del sud, la razza era annotata come “bianca”, ma la carnagione come “scura”. GUGLIELMO-J_italiani1

Parte da qui la raccolta di saggi a cura di Jannifer Guglielmo e Salvatore Salerno intitolata “Gli italiani sono bianchi ?” (Il Saggiatore, 2006), che illustra una serie di esempi storici frutto di studi e ricerche su come l’integrazione degli immigrati italiani negli USA non abbia seguito un percorso lineare, bensì una strada tortuosa legata a doppio filo alla “linea del colore“.

RAZZA MEDITERRANEA E INCLINAZIONE ALLA VIOLENZA.  Il Darwinismo Sociale che circolava in Europa, secondo cui esistevano razze superiori destinate a comandare le razze inferiori, aveva attecchito molto bene anche nelle classi dirigenti americane che lo applicavano alla stregua di una certezza scientifica. In questo quadro, la “razza mediterranea” nella quale erano stati inclusi gli italiani prevalentemente del sud, pur essendo bianca, presentava tratti somatici e caratteriali comuni alla “razza nera”, tra cui l’inclinazione alla criminalità e alla violenza. Nel film “Nuovomondo”  di E. Crialese (2006), la famiglia siciliana protagonista decide di emigrare perché è venuta a sapere che in America crescono ortaggi giganti, gli alberi sono carichi di soldi e si può fare il bagno nel latte.

Vedi anche: Quei sogni a stelle e strisce

Partono col vestito buono e con le scarpe, per arrivare in America “vestiti come i prìncipi”. Non serve: gli italiani non potevano aspirare ad essere bianchi a tutti gli effetti, in quanto semplici dago e guinea. Alcuni rafforzarono questa situazione accettando, da bianchi, di fare lavori  “da neri”, con i neri, al di là della segregazione razziale. Altri cercarono invece di affrancarsi dall’etichetta, comportandosi quanto più possibile “da bianchi” e prendendo le distanze dalla comunità nera.

UN BAGNO NEL LATTE NEL PAESE DELLE CONTRADDIZIONI. I neri, dal canto loro, passarono dalla triste storia della schiavitù alla triste storia della segregazione razziale. Ottennero gli stessi diritti dei bianchi solo nel 1964. I “bianchi scuri”, invece, li ottennero prima, negli anni ’30, attraverso le politiche del New Deal. Con la crisi del 1929, le mutate situazioni politiche a livello internazionale, lo spettro comunista e i movimenti sindacali ben nutriti di esponenti italiani, la classe dirigente americana decise di estendere anche agli immigrati i diritti di cittadinanza, l’accesso ai mutui, tutele sul lavoro, possibilità imprenditoriali e sussidi. E così gli italiani, arrivati negli USA senza una vera e propria idea sul colore della propria pelle, diventarono bianchi davanti alla legge.

Qualche tempo fa circolava su Facebook una frase che diceva : “Perché un italiano che va all’estero lotta per il proprio futuro mentre un extracomunitario che viene in Italia ruba il lavoro ?“. I flussi migratori esistiti ed esistenti tuttora non si contano neanche più. Molti, a distanza di decine di anni, ancora si somigliano. La maggior parte sono generati da condizioni sociali e politiche che possono continuare, anche dopo, a dettarne le sorti, in negativo come in positivo. Ma tutti, bene o male, hanno uno scopo comune seppur talvolta disatteso: cercare un mondo nuovo dove poter fare il bagno nel latte. Magari sulle note di Nina Simone.

Immagine di copertina: Una sequenza del film di Emanule Crialese, “Nuovomondo”.

Quando gli albanesi erano loro

Prima di scrivere questo articolo ho cercato su Google Immagini la parola “albanesi”, così, per curiosità. Il risultato è interessante: ci sono solo foto di persone arrestate, qualche nave stracarica di profughi degli anni ’90 e, tra le ricerche suggerite, i “fotomodelli albanesi”. Da questa veloce ricerca sembrerebbe che gli albanesi per gli italiani si dividano in due categorie: i criminali e i bellocci fotomodelli. “Tutt’oggi l’albanese è la persona che deruba le ville o che fa il ballerino, con tutto il rispetto per quest’ultima categoria” conferma Olti Buzi. “Ma l’albanese è anche scrittore, docente all’università, un impiegato come un qualsiasi cittadino italiano, uno studente, una madre che porta il suo bambino all’asilo come fanno tutte le madri italiane”. Insomma, chiunque. Non c’è solo la mafia albanese e non c’è solo Kledi Kadiu. Così come l’italiano non è solo Totò Riina o Marcello Mastroianni: ci siamo anche noi, nel mezzo.

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Olti Buzi è il direttore editoriale di Albania News, il primo quotidiano albanese online in lingua italiana. “Il giornale ha sede a Modena perché parte dei fondatori risiede in Emilia Romagna” dice Buzi. “Io, da direttore editoriale, abito a Modena dal 2000, altri colleghi abitano a Bologna o Ferrara. Va detto che in questa regione c’è una forte realtà associativa, e questo ha aiutato. Ma, alla fine, si tratta di un fatto puramente organizzativo, poiché ricopriamo e rappresentiamo la comunità albanese in tutta Italia”.

Nella provincia di Modena gli albanesi residenti sono più di 10mila, “tra i quali circa 1000 hanno studiato o stanno studiando attualmente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia” ci tiene a precisare Buzi. In Emilia Romagna l’Albania è il paese più presente dopo Romania e Marocco. L’immigrazione albanese fu la più grande degli anni ’90. A Brindisi arrivarono migliaia di profughi su imbarcazioni che spesso non sarebbero state in grado di fare un metro in più. Il 7 marzo del 1991 si calcola che arrivarono 27mila migranti. Qualche mese dopo, in agosto, la nave Vlora ne portò altri 20mila. Le immagini di giovani seminudi che si calano dalle funi della nave o si tuffano direttamente nel mare pugliese sono rimaste impresse nella memoria di chiunque abbia visto un telegiornale in quel periodo. L’Italia era allora la terra promessa.

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Di tempo n’è passato tanto e le cose sono un po’ cambiate. “Gli albanesi hanno sognato di trovare l’America in Italia” racconta Buzi, “e per qualcuno si è realizzato. Qualcuno l’ha vista come ancora di salvezza nel primo decennio post-comunista dell’Albania. Questi fatti sono benissimo raccontati nei documentari “Anija” di Sejko e “La nave dolce” di Viccari. Oggi la realtà è ben diversa anche per gli italiani stessi. Dopo il periodo transitorio vissuto in Albania fino negli anni 2000, gli immigrati albanesi stessi hanno intravisto una chance per reintegrarsi nel nuovo tessuto economico e sociale nella terra madre. Le difficoltà economiche che sta vivendo l’Italia ultimamente, hanno dato una ulteriore spinta a questo fenomeno di migrazione al contrario”.

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Infatti, come abbiamo già visto, sono sempre di più gli albanesi che lasciano l’Italia per ritornare in Albania ma anche gli italiani che si trasferiscono là alla ricerca di nuove opportunità. “Subito dopo il crollo del regime comunista nei primi anni ’90, l’Italia è diventato il principale partner commerciale dell’Albania e gli italiani i principali investitori” continua Buzi. “Ai tempi però l’Albania presentava una serie di fattori proibenti tra i quali l’incertezza del diritto, la minima dotazione di infrastrutture”.

Passano 20 anni e l’Albania è cambiata: ora si presenta agli investitori in modo molto diverso, con un’economia stabile e in crescita, bassi costi di manodopera e una burocrazia meno problematica di quella italiana. “Questo, unitamente alle difficoltà finanziarie che le imprese italiane si trovano ad affrontare nel proprio paese d’origine, ha fatto sì che sempre più imprenditori italiani si trasferiscano in Albania. L’America, di questi giorni, sembra essersi spostata dall’altra parte dell’Adriatico”.

Ma dopo oltre 20 anni di convivenza con gli immigrati albanesi abbiamo imparato qualcosa di loro, della loro lingua, della loro cultura, o sono ancora tutti esclusivamente criminali da arrestare o fotomodelli e ballerini da applaudire? Insomma: la cultura albanese è conosciuta in Italia? Lo chiedo a Olti Buzi e la risposta è decisamente secca.

“No. A volte mi sento chiedere domande del tipo ‘Ma l’Albania fa parte della comunità europea, no?’. Che, non è tanto preoccupante per il fatto che non conoscono l’Albania, quanto del fatto che non conoscono l’Unione Europea. C’è stato, a mio avviso, un percorso di integrazione che non è stato adeguatamente percepito”.

Albania News è nato anche con questo scopo: favorire l’integrazione, in un senso e nell’altro. “La lingua italiana è stata una scelta per dare la possibilità anche a chi non parla l’albanese ad avere più informazioni sull’Albania” spiega il suo direttore. “ L’altro motivo alla base di tale scelta è quello di favorire ulteriormente l’integrazione dei cittadini albanesi che vivono in Italia. Vi era poi un’altra esigenza, della quale però ci siamo resi conto solo una volta avviata. Concerne la seconda generazione, i figli di migranti che spesso hanno il problema inverso e fanno fatica a comprendere la lingua dei propri genitori pur essendo interessati alla realtà del Paese delle Aquile”.

Oggi se si cerca su Google Immagini “Vlora”, il nome di quella nave che portò in Italia tanti disperati una generazione fa, si trovano solo le immagini delle bellissime spiagge della città di Valona (Vlora in albanese). Segno che quei tempi sembrano lontani e qualcosa è cambiato, o almeno sta cambiando. Magari non sarà davvero la nuova America, ma un posto dove fare le vacanze, questo sì.

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Immagine di copertina, photo credit: Godo-Godaj via photopin cc

Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

mazzi«L’integrazione è una bella cosa se si è in due a portarla avanti».
Questa la risposta di Lisa Mazzi, modenese emigrata in Germania negli anni ’70 e autrice del volume “Donne mobili“, quando le chiedo la sua idea a riguardo. E continua: “Negli ultimi anni le politiche mirate ad integrare i migranti nella società tedesca sono aumentate. Sembra che il Paese abbia capito che gli stranieri che vengono in Germania per lavorare non possono essere più trattati esclusivamente come Gastarbeiter (Lavoratori Ospiti), e stia finalmente cercando di recuperare il tempo perduto.”

Il tema dell’immigrazione è molto caro a Lisa Mazzi, che in questo suo ultimo libro, ha posto l’accento su un aspetto poco noto delle migrazioni avvenute nell’ultimo secolo tra Italia e Germania: le donne. Lo studio condotto dall’autrice ci apre gli occhi su un tema prima non documentato come quello della migrazione femminile, e su come questo fenomeno si sia intrecciato con l’evoluzione politico-economica dei due paesi.
Attraverso interviste e ricerche d’archivio l’autrice porta alla luce le storie di molte italiane che tra il 1890 e il 2010 hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro non per ricongiungersi a un familiare ma per iniziativa propria.Una vera e propria migrazione indipendente.
Dobbiamo sfatare questo mito” – dice Lisa – “non è vero che alla fine del 1800 solo gli uomini emigravano per trovare lavoro in Germania. Molte donne, specialmente provenienti dalla pianura padana, hanno fatto la stessa scelta coraggiosa disancorandosi da una società patriarcale e una morale cattolica che le voleva madri amorevoli e mogli onorate, per andare a fare le contadine nel sud della Germania”

Lisa Mazzi ha vissuto in prima persona il significato e i risultati del processo migratorio.
Da quarant’anni si è stabilita in Germania dove concilia la carriera accademica con il ruolo di madre e moglie.

donne mobiliCi siamo incontrate per la prima volta in una delle riunioni della Onlus Rete Donne Berlino e.V. dove donne italiane di tutte le età si incontrano e condividono la propria esperienza migratoria con l’obiettivo di contribuire alle politiche d’integrazione attraverso progetti e iniziative culturali sia a livello locale che federale.
Pochi giorni dopo la rivedo in un bar del quartiere Mitte per farle qualche domanda sull’Italia, sulla Germania e sull’importanza del Network tra connazionali.
Iniziamo parlando della Onlus dove ci siamo conosciute.

Qual è la tua opinione su Rete Donne ?
Rete Donne è la prima associazione sociale valida che si rivolge trasversalmente alle italiane che vivono in Germania. Ne fanno parte donne di vecchia come di nuova immigrazione che vogliono scambiare esperienze e competenze rendendosi attive nel loro nuovo paese senza perdere di vista le proprie radici. Rete Donne ha sede in diverse città della Germania tra cui Amburgo, Berlino e Francoforte. Pur non vivendo nella stessa città le persone che fanno parte di questo network hanno una meta e idee comuni. Questo ha fatto di Rete Donne un gruppo attivo e in crescita che vuole rispondere alle esigenze delle donne italiane facendo propria un’internazionalità non solo bi-nazionale ma aperta a 360 gradi.

Spesso in Italia si parla di politiche di genere. In cosa si differenziano le donne italiane e tedesche?
La donna tedesca è sempre stata più autonoma perché non ha mai dovuto combattere quelle battaglie civili che sono state così necessarie in Italia. Tutto quello che da noi è stato ottenuto a cavallo degli anni ’70, in Germania esisteva già dall’inizio del secolo. La fine del secondo conflitto mondiale e la morte di migliaia di uomini durante la guerra hanno portato le donne tedesche ad assumere un ruolo attivo nella ricostruzione delle città ma anche della società tedesca, ruolo che continua a venir loro riconosciuto. È importante però sottolineare come anche la donna italiana, attraverso le lotte del ’68, abbia portato avanti una lotta consapevole e agguerrita per raggiungere insieme all’emancipazione diritti civili importanti quali divorzio, aborto e il superamento della potestà familiare.

Donne e lavoro. Com’è la situazione in Germania?
Come ho scritto nel mio libro, il motivo per cui la mano d’opera femminile italiana è stata ricercata in Germania fin dalla fine dell’Ottocento sta nella sua economicità. Le donne venivano apprezzate in quanto billig und willig: costavano meno degli uomini e lavoravano molto.
Oggi, nonostante l’associazionismo femminile sia molto forte e il governo investa per migliorare le pari opportunità nel paese, questa differenza di salario tra i due sessi in Germania continua ad esistere ed è stata stimata intorno al 20%. Anche in Italia ci sono associazioni come Se non ora quando, che lavorano su questi temi importanti ma sfortunatamente la situazione politica del paese rimane un ostacolo al miglioramento delle politiche di genere.

it-ger1Siamo di fronte a una nuova ondata migratoria di giovani verso la Germania ma soprattutto verso Berlino. Cosa ne pensi?
Durante le ricerche fatte per il mio libro, mi sono resa conto che sono due le motivazioni ricorrenti alla base di una scelta migratoria: il “viaggio” e la “fuga”. Il viaggio come scoperta, e la fuga come risposta a condizioni materiali e sociali del paese d’origine. Penso che questi due elementi continuino ad essere oggi molto attuali.

In molti scelgono Berlino per lo spirito internazionale, l’offerta culturale e la grande vitalità che la città offre. Questo flusso rappresenta senz’altro una grande ricchezza per la città. A Fronte di questa grande potenzialità in arrivo però, spesso Berlino non è in grado di dare un lavoro a tutti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della città quest’anno ha raggiunto l’11%. In ogni caso è interessante vedere come gli stranieri che hanno scelto di vivere qui stiano apportando un grande impulso, anche identitario al tessuto socio-culturale della capitale.

In questo contesto in cambiamento il network diventa sempre più importante per orientarsi in un contesto nuovo per chi è appena arrivato, ma non solo. Proprio grazie a Rete Donne ho la fortuna di incontrare ragazze giovani a cui posso dare il mio contributo ma che al tempo stesso mi fanno aprire gli occhi su una esperienza migratoria molto diversa dalla mia. Io vivo questa nuova emigrazione come un’ondata di vitalità e di integrazione europea.

Quando pensi a Modena cosa ti manca?
La cucina rimane un luogo comune, anche se oggi non è più come trent’anni fa quando in Germania i ristoranti e i prodotti italiani non erano ancora così diffusi.
Mi mancano i portici, l’illuminazione di certi vicoli del centro storico come quelli della zona intorno a Calle di Luca e la familiarità che si prova nell’andare a prendere il caffè due giorni di seguito nello stesso bar.

Lisa Mazzi ha scritto racconti brevi e poesie in tedesco, trovando in quella che per molti è solo una lingua straniera una seconda casa. In una di queste ricompare Modena tra la nebbia.

Unreal city

Non c’era Dio ad attendermi alle porte di Modena,
L’ho incontrato piú tardi sul fiume nella nebbia.
Fear death by water
L’acqua scura é piena di ombre,
non pensavo fossero tante.
Luci nel profondo del fiume mi invitano a seguirle,
mi lusingano, cercano di sedurmi.
Vittima inerme, coraggiosa eroina?
Dio é la via
non so se questa sia giusta per me.
Troppo lontana é Modena, troppo irreale
La cittá con la sua torre stagliata nella nebbia.

[Unreal City. An den Toren von Modena habe ich Gott nicht getroffen/ Er ist mir später am Fluss im Nebel begegnet./ Fear death by water/ Das schwarze Wasser ist voller Gestalten/ Ich hätte nicht gedacht so viele./ Lichter in der Tiefe des Flusses laden mich ein,/ ihnen zu folgen, schmeicheln mich, versuchen mich zu verführen./ Wehrloses Opfer? Mutige Heldin?/ Gott der Wegweiser/ Ich weiß bloß nicht, ob dies der richtige Weg ist./ Zu weit weg ist Modena, zu unwirklich/ die Stadt mit ihrem hohen Turm im Nebel].

(Immagine in evidenza: photo credit: ♥KatB Photography♥ via photopin cc)

Piccola enciclopedia degli amici emigrati

Mi sento stretta, con poche vie d’uscita (e strette pure quelle), senza spazio per aprire le ali e portarmi in una zona con più aria. Cosa faccio? Vado via.

Andarevia è un verbo accattivante, quasi irresistibile, contagioso. S’attacca a ogni giovane. La scommessa è trovare il modo giusto per “andarevia” con profitto.
Ognuno di noi ha una collezione di amici “andativia” degna di un documentario sull’emigrazione dei giovani italiani. Vi metto a disposizione i miei.

Marco faceva il giornalista a Modena, dopo essersi laureato in lettere ha deciso di fare un’esperienza all’estero. Ha trovato lavoro in Svizzera come cameriere, paga minima (ma la paga per un apprendista in Svizzera compete con quella di un professionista in Italia). Da cameriere è diventato cuoco (perché il sangue italiano non mente), poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione ed è tornato in Italia in bicicletta dopo aver girato un po’ di Europa. Ora è capocuoco di un ristorante in Germania perché si è fidanzato con una tedesca incontrata in bici.

Giovanni faceva l’elettricista a Modena. Il lavoro era poco e non annunciava di aumentare, così ha pensato di andarsene finchè era giovane e poteva scommettere su sé stesso. Anche lui ha preso un treno per la Svizzera. Anche lassù, nel cantone tedesco, fa l’elettricista. Guadagna molto ma ritiene di lavorare troppo e ha la ragazza in Italia che pensa “vado o non vado? Vado o non vado?” E ora che la Svizzera ha messo un tetto all’ingresso di lavoratori dall’Unione Europea, cosa ne sarà di loro?

Paolo ha scelto la Russia. Aveva appena finito le scuole superiori e non sapeva cosa farsene di se stesso qui. Si è iscritto a un corso base di russo dopo aver ascoltato la storia dell’amica di un’amica che aveva fatto la cameriera in Russia con grande profitto. È partito con uno zaino e dopo un paio di settimane lavorava in un ristorante abbastanza lussuoso. Ottime mance. Ho incontrato Paolo qualche sera fa in palestra: “non sapevo fossi tornato!!”, “non vedo l’ora di ripartire”.

Liliana faceva la fotografa a Modena. Questa città le stava stretta e così si è trasferita a Bologna dal fidanzato. Bologna le è stata stretta dopo un anno e si è trasferita alle Canarie con il marito. Hanno gestito un ristorante, preparando piatti della tradizione emiliana, per un anno; poi le cose sono cambiate. Ora sono disoccupati ma non programmano comunque di rientrare in Italia. Quando scende la sera, il sole tramonta su una spiaggia da cartolina e Liliana scatta una foto.

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(Immagine in evidenza: photo credit pamhule via photopin cc)

Perché lasciare Modena per Parigi e vivere meglio

La collezione estate-inverno 2013 ha fatto tornare di moda la valigia, spesso in pendant con un biglietto aereo solo andata. L’emigrante 2.0 – ormai lo sappiamo bene – ha il profilo del laureato brillante, viene chiamato più elegantemente “cervello in fuga” e infesta le percentuali sciorinate dai media assieme all’altra figura cardine di questo periodo, il disoccupato cronico.

Lasciando da parte neologismi e statistiche, dietro ogni emigrazione c’è una storia, magari non strettamente legata alla crisi. Come quella di Marco Marchetti, modenese oggi 32enne che ha deciso di lasciare il Belpaese in tempi ancora non sospetti. Dopo aver studiato Cartoni Animati presso la Scuola di Cinema di Torino, nel 2005 si è trasferito in Francia, a Valence, dove si è specializzato in regia. Da lì si è spostato a Parigi nel 2007, dove ancora vive senza alcuna intenzione di fare ritorno in Italia poiché “in Francia le condizioni sono più allettanti”.

parigi1In questi anni Marco ha lavorato per la televisione francese nell’ambito delle serie tv, a livello sia tecnico, sia informatico. Le “condizioni allettanti” a cui fa riferimento sono legate innanzitutto alle politiche lavorative promulgate dai nostri cugini d’Oltralpe, in particolar modo quelle mirate al settore culturale. «Qui esiste l’intermittenza dello spettacolo – spiega -. Si tratta di un assegno sociale per chi lavora nel mondo dello spettacolo, un settore dove può esserci molta discontinuità lavorativa. Con quattro mesi di contratto a tempo determinato, cumulando un dato monte ore, si può arrivare fino a sette mesi di aiuto».

Non è una novità che la Francia abbia una maggiore sensibilità verso il settore culturale, per contro lungamente bistrattato in Italia (e qui la crisi non c’entra, ma di sicuro aggrava). Marco il baratro italiano lo vede da lontano, ma afferma che anche in Francia la situazione inizia a essere meno rosea. «Anche qui la crisi comincia a sentirsi. Nel mio settore le produzioni hanno meno finanziamenti e a volte si preferisce sfruttare i giovani che hanno più entusiasmo rispetto a ingaggiare chi ha più esperienza. Inoltre il solo curriculum vitae è spesso poco efficace, anche qui conta molto sviluppare una rete di conoscenze che si auto-alimenta con il lavoro stesso». Difficoltà per difficoltà, però, associato alla Francia ritorna nuovamente quell’aggettivo, allettante. «Ho intenzione di restare qua anche se con la crisi dovessi cambiare mestiere – afferma infatti -. Qui è la qualità della vita a essere migliore, a partire dalle piccole cose come i servizi e i trasporti: tutto funziona meglio, il sistema è più rodato a tutti i livelli».

Se gli italiani sono poetisanti e navigatori, quando si fanno trasmigratori, portano sempre con loro qualcosa di prezioso. «Il vantaggio italiano è che le cose sono sempre approssimative. Questo ci rende più flessibili, in Italia impariamo ad arrangiarci di più. Qua in Francia invece alcuni atteggiamenti di ipercorrettismo sfociano in rigidità – conclude Marco aggiungendo un commento sulla città natia -. Modena mi ha fornito delle origini originali da poter raccontare. In una città cosmopolita ci si omologa di più, si perde una forma di originalità che in provincia è più viva. La vita parigina è un po’ un cliché, tutti sanno com’è. Quella di Modena no, a partire dal clima e dal cibo, fino al dialetto e al modo di fare delle persone».

Proprio perché siamo poeti, santi e navigatori, ma anche eroi, pensatori, scienziati e artisti, quando diventiamo trasmigratori ricordiamoci sempre che in valigia portiamo con noi storie belle e uniche da raccontare.

Sbarco in Turchia

Quest’estate ho raggiunto la Turchia per conoscerla un po’. Banalmente, ho iniziato dalla capitale Istanbul.
Una volta scesa dal traghetto mi trovo nel quartiere Sultanahmet, zona Fatih. Sono circa le 21.00, i negozi e i ristoranti danno il meglio di sé per attirare centinaia di turisti affamati di consumo. Voglio trovare il mio B&B per appoggiare lo zaino e prendere atto che sono arrivata in una zona dell’Europa di cui non so niente.

Orientarsi fra il chiasso di luci e colori è impossibile. Il mio ragazzo vuole affidarsi a una mappa, io preferisco entrare nel primo negozio e mettermi nelle mani di una persona locale che possa consigliarmi la direzione giusta. Quando viaggio adoro chiedere. Per qualunque cosa. Abbasso le guide, le cartine, le recensioni soprattutto! Una città è piena di esseri umani il cui punto di vista vale tanto quanto quello di chi, per mestiere, lo mette a disposizione del grande pubblico!

Al Cafè Grande, una pasticceria tipica che dispone di alcuni tavolini ai piani superiori, conosco Rekabi, un giovane uomo dai tipici lineamenti turchi e con gli occhi azzurri. Li ricordo bene, erano sereni e simpatici. In un inglese sputacchiato gli chiedo come possiamo raggiungere il nostro B&B. Rexabi mi risponde in italiano. Ha vissuto in Emilia Romagna per 13 anni ed è sposato con una parmense.

Che ci fai qui? Perché tornare in Turchia dopo aver vissuto in Italia tanto tempo?

“Sono qui perché in Italia ho lottato tanto per lavorare ma ho quasi sempre vissuto in povertà. Ho fatto il muratore e poi sono stato dipendente di una ditta metalmeccanica, ma come molti altri, dopo alcuni anni ho perso il lavoro a causa della crisi. Ho anche aperto una Pizzeria/Kebab ma andare avanti era durissima e nell’investimento ho perso tutti i soldi che avevo da parte. Le spese erano troppe. Ho dovuto chiudere.”

E tua moglie?

Ha lavorato nella stessa gelateria per 15 anni, poi il negozio ha chiuso. A quel punto io ho cercato di riallacciare i contatti con il mio Paese perché gli amici mi riferivano che tirava un’aria nuova, di crescita e benessere. Ho trovato lavoro in poco tempo. Tra un mese mia moglie mi raggiungerà. Sono felice di essere tornato. Qui, nella parte europea della Turchia, adesso si vive molto meglio che in Italia.

Credi che anche tua moglie troverà lavoro?

Certo che sì. Il mio capo ha una catena di pasticcerie, ristoranti e alberghi. Passerà poco tempo prima che lei trovi una collocazione. Vivremo qui e finalmente potremo fare progetti, senza paura di fare investimenti sbagliati e dover ricominciare da capo ogni volta.
In Italia ancora non vi siete accorti del grande progresso che sta interessando la Turchia. Qui c’è crescita e ogni anno questo diventa più evidente.
Tra pochi anni saranno gli italiani a emigrare per cercare lavoro qui. Non si è ancora sparsa la voce ma io lo vedo.”

(immagine in evidenza: photo credit: puthoOr photOgraphy via photopin cc)

Quando si dice “ius soli”

Negli anni Trenta non era facile mettere su famiglia, dalle parti di Torino come in molte città italiane. Sposarsi, trovare casa e lavoro e mettere al mondo dei figli confidando di potere offrire loro un esistenza dignitosa era impresa da spaventare davvero. Ed erano in tanti a scegliere di andarsene pur di non arrendersi all’idea che il futuro fosse impossibile.
Fu così che Regina Sivori, una giovane donna piemontese riuscì a convincere Mario, il suo futuro marito, che anche per loro l’avvenire poteva essere oltre l’orizzonte, dall’altra parte dell’oceano. Raggiunsero l’Argentina dove si sposarono e dove, nel 1936, nacque il loro primo figlio, al quale ne sarebbero seguiti altri.
Giorgio, come lo chiamavano loro da bambino.
O, meglio, Jorge, come stava scritto sui documenti stampati in quel paese che aveva dato alla loro famiglia l’opportunità di esistere. Giorgio ed i suoi fratelli sarebbero stati cittadini argentini. Per sempre. Pienamente. In ogni senso.
Perché sono nati lì, e non per caso.
La storia degli anni successivi ha talmente consolidato questa ineccepibile verità, che quando Giorgio/Jorge é stato eletto Vescovo di Roma, di lui non si diceva altro che questo: il primo Papa sudamericano, scelto alla fine del mondo. L’Arcivescovo di Buenos Aires viene a rappresentare la Chiesa povera e dei poveri. C’é voluto qualche giorno perché i cronisti tirassero fuori con chiarezza la storia dei suoi genitori italiani, così del primo Papa argentino oggi si dice – solo per completezza d’informazione – che i genitori avevano origini italiane.
Quando si dice “ius soli”