L’urlo assordante del silenzio

Il sistema della politica è così sorprendentemente autoreferenziale che è diventato impenetrabile. I partiti e le amministrazioni, con le loro liturgie e i loro appuntamenti più o meno consolidati nel tempo, non riescono più a dialogare con l’esterno. Contestualmente la società organizzata e i cittadini, non trovano più il modo, il motivo o anche solo il desiderio di entrare in contatto con una politica di cui sfugge il senso del suo traccheggiare.
Ecco perché è assordante il silenzio dei corridoi delle scuole in cui sono stati allestiti i seggi per queste “storiche” elezioni regionali in Emilia-Romagna. Due mondi non solo non si parlano più, ma se anche si sforzassero di farlo, non riuscirebbero a sentirsi.

Domenica sono andati a votare meno di un milione e mezzo di emiliano-romagnoli (il 37,7% dei 3,4 milioni aventi diritto), la metà di quelli che erano andati alle urne cinque anni prima (l’affluenza era allora del 68%). In passato era fisiologico aspettarsi fino al 20/25% di astensioni, ma con questi numeri non si può più dare la colpa alla “disattenzione” delle persone. Nemmeno si può elaborare la scusa (come è stato più volte fatto durante la campagna elettorale) del mancato traino nazionale (si è votato solo in due regioni, e quindi?) o della scarsa attenzione dei media e dei talk show (se per questo non si sono nemmeno visti manifesti per strada, salvo la settimana prima del voto?).

Questa è l’urgenza per i partiti e per i politici; il tema va affrontato rapidamente senza aspettare le analisi del voto, le riflessioni, le proiezioni, gli stratagemmi o i capri espiatori. O si crede nella partecipazione reale e s’inventa un nuovo modo di fare politica, o tanto vale giocare nello stadio a porte chiuse, consapevoli che prima o poi i cittadini-spettatori smetteranno di seguire “l’evento” anche in differita.

Insomma, l’urlo dell’astensione deve interessare tutti quanti i giocatori in campo: eletti, non eletti, presidenti, consiglieri, segretari dei partiti e dei circoli.

Al Pd – nonostante l’elezioni del suo candidato, che ora dovrà inventare un modo tutto nuovo per “governare” la Regione dopo tre mandati di Errani e guadagnarsi sul campo quella legittimità politica che è mancata col voto – è stato inferto uno dei colpi più duri. Il modenese Bonaccini è stato eletto da 615.723 persone, complessivamente il 17,7% degli aventi diritto (Errani nel 2010 grazie ai voti della coalizione era stato eletto con circa 1,2 milioni di preferenze). In questa tornata, quindi, la coalizione di centrosinistra ha perso oltre 582 mila voti, il Pd da solo ne ha persi 322.626. Chi si è voluto “punire” con la diserzione delle urne? Il vecchio sistema (rappresentato dagli apparati) o il futuro del partito tratteggiato in questo momento da Matteo Renzi?

La Lega si trova davanti a una nuova crescita di consensi. Già nel 2010 puntava a fare della regione la quarta gamba del Nord e, forte dei risultati (aveva superato il 10% in 308 dei 348 comuni della Regione), s’immaginava di completare la saldatura con le altre tre locomotive d’Italia (Veneto, Lombardia e Piemonte). Un entusiasmo che si è assopito dopo gli scandali nazionali che hanno portato al ritiro di Bossi, e alla perdita in Emilia di diversi “pezzi forti”. Alan Fabbri – che con circa il 30% delle preferenze (circa il 20% le preferenze del movimento) ha mandato in un angolo gli altri partiti del centrodestra approfittando dello sfarinamento berlusconiano di Forza Italia – può giocarsi un ruolo da protagonista se sarà in grado di crescere politicamente a livello personale, indipendentemente dal traino che gli ha fornito Matteo Salvini in campagna elettorale cavalcando alcuni “classici” del repertorio leghista, immigrazione in primis. A sentire le prime parole del giovane sindaco, ci pare un’impresa tutt’altro che scontata.

Grillo, infine, ci ha insegnato una volta per tutte a puntare al ribasso. Non ha messo piede in terra emiliana durante la campagna elettorale, salvo una comparsata qualche ora prima del voto in una sala con la candidata modenese Giulia Gibertoni e un gruppo di militanti. “Qui faremo un bel risultato, ma il bel risultato per me è mettere dentro 4 o 5 consiglieri, non è prendere la presidenza. Non siamo a caccia di una poltrona a tutti i costi”. I cinque consiglieri siederanno in Assemblea legislativa, ma con il 13,3% dei consensi cominciano una evidente parabola discendente, a conferma del fatto che l’astensione punisce anche chi ha interpretato da sempre il dissenso dell’antipolitica.

Non si salva nessuno? No. E non perché lo dicono i commentatori in tv o i politologi negli editoriali. Ma perché nessuno ha dimostrato di comprendere che se non si cresce si muore, se non si cambia si è destinati gradualmente o lestamente all’oblio.

L’Appennino salva la città dall’incandescenza

Ogni buon modenese, quando la stagione si fa calda, gira la sua auto verso sud e corre nel vicino Appennino a rubare qualche grado. Che sia una gita di giornata, un appartamento di stagione o, addirittura, un investimento di seconda casa, poco importa. All’ombra del Cimone c’è sempre la salvezza dall’umida cappa, che ti accoglie implacabile quando si torna a casa.
Così devono aver pensato le signore e i signori del governo cittadino, quando hanno misurato la temperatura di un clima interno incandescente, con una colonnina di mercurio salita all’inverosimile, a causa anche di virus interni, non immediatamente governabili.

Si sono rivolti a sud e hanno cercato una ventata di fresco.
Probabilmente l’ombra della Ghirlandina era foriera di buia penombra, che oscurava qualsiasi soluzione in città. Forse la cappa a febbraio era già “bele che fatta”; risultato: in città nessuna frescura.
Così, ancora una volta dall’incandescenza ci salva l’Appennino. O almeno questa è la promessa.

Il fatto è che il “modenese medio” (confronta la pagina Facebook “sei di Modena se…”) non sembra aver capito tanto. Lo dicono i dati: primo turno, una maggioranza assoluta storica non confermata; secondo turno, una maggioranza di non votanti. Quindi, tutto questo caldo dove stava?
Forse anche un po’ in città, perché basta dire “inceneritore” o “nuovi alloggi” o “chioschi”, che gli animi si accendono. Ma soprattutto dentro stava il calore insopportabile; stava, o forse sta ancora, dentro ad una cabina di regia che ha sempre la presunzione di governare a prescindere e che misura prima la propria febbre, rispetto a quella della città. Il risultato finale è stato che da una città di 180.000 abitanti, con una sua tradizione culturale e politica, non si è riusciti a trovare una persona in grado di guidare la città. Non si sono concordati nomi e progetti, ma solo “anti-nomi”.

Dall’altra parte, quella che da sempre nella storia repubblicana sta fuori dalla cabina di regia, ugualmente non è stata trovata una proposta alternativa credibile.
Benissimo ne prendiamo atto. Il risultato finale è che, ancora una volta, l’Appennino salva la città dalla sua stessa incandescenza.
Ma c’è un partito vincitore dei non votanti che non ne ha preso atto. Qualche dubbio sulla nostra montagna? O qualche perplessità sulla nostra città? Boh?!
Ma, intanto, chi vince piglia tutto e snobberà gli “assenti” e compariranno ben presto nuovi depliant sul clima dell’Appennino. Che, finora, ci ha regalato il suo rigenerante fresco quando noi ci siamo andati. Non era ancora capitato che lui scendesse in città e cambiasse il clima.
Ma c’è sempre una prima volta. O almeno così i meteorologi della politica ci hanno giurato.

Perché il PD ha vinto a Modena ma ha perso a Livorno

Gian Carlo Muzzarelli

Due città simbolo. Un filo rosso che le ha unite dal dopoguerra in poi. Ininterrottamente. Entrambe hanno sempre avuto amministrazioni guidate da sindaci provenienti dal PCI e dalle sue derivazioni. Fino a domenica scorsa, quando quel filo si è clamorosamente spezzato. A Modena, raccogliendo il 63 per cento delle preferenze al ballottaggio, Gian Carlo Muzzarelli ce l’ha fatta benissimo, come da previsioni, contro il candidato grillino Marco Bortolotti. A Livorno invece, il candidato sindaco del PD Marco Ruggeri ha perso contro l’esponente 5 stelle, Filippo Nogarin, raccogliendo poco meno del 47 per cento. Perché?

nogarin
Filippo Nogarin

Perché due epiloghi così diversi per città che presentavano all’apparenza situazioni, se non speculari, certamente ricche di analogie? Il 25 maggio per entrambe era stata la “prima volta” al ballottaggio. Segno evidente di un processo di cambiamento in atto, quando non di una crisi palese del partito di maggioranza (da sempre). Al primo turno Muzzarelli ce l’aveva quasi fatta con il suo 49,7 per cento. Una manciata di voti lo hanno separato dalla vittoria. Voti dirottati verso altre due liste civiche d’area che insieme hanno raccolto l’11 per cento circa. Ma con un vantaggio percentuale rispetto a Bortolotti di oltre 30 punti. Ruggeri invece si era fermato al 39,97, superando di 20 punti percentuali Nogarin (fermo al 19 per cento) e, a sua volta, penalizzato da un altro candidato di sinistra, Andrea Raspanti, a capo di una serie di liste capaci di raggiungere il 16,38 per cento.

Insomma due città che, nonostante i diversi esiti elettorali, non sembrano voler tradire la propria matrice storica, al netto delle evidenti lacerazioni – per entrambe – tutte interne al centro-sinistra. Tant’è vero che il neo sindaco livornese Nogarin, si è affrettato a dichiarare: “Nei fatti noi più a sinistra del Pd” spazzando, almeno a livello locale, qualsiasi facile analisi sulla deriva destrorsa presa dal M5S a livello nazionale e internazionale, dopo l’avvicinamento di Beppe Grillo al leader dell’Ukip inglese Nigel Farage.

Marco Ruggeri
Marco Ruggeri

A Livorno, città in cui nel 1921 Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga fondarono il Partito Comunista Italiano, Ruggeri ha perso. A Modena, ultima roccaforte “rossa” emiliana, o di matrice PCI-PDS-DS-PD se vogliamo esser più precisi (al contrario della vicina Reggio Emilia, di solito associata per analogia a Modena ma che, con Graziano Delrio sindaco, eletto nel 2004 con l’allora Ulivo, per la prima volta aveva visto un ex Popolare sedersi sulla poltrona di primo cittadino) Muzzarelli ha vinto. Di nuovo: perché?

Innanzitutto sgombriamo il campo dal peso a livello locale di quello che il politologo Ilvo Diamanti chiama PdR, il “Partito di Renzi”, che ha chiaramente trascinato il PD a un successo senza precedenti alle elezioni europee. A Livorno il PD ha raccolto per le Europee 45.351 voti, ma solo 29.465 alle amministrative. Quasi 16 mila voti in meno. Un’enormità. A Modena una débâcle analoga, appena più contenuta nei numeri. PD per l’Europa: 53.736 voti; alle amministrative: 43.161. Totale: 10 mila voti in meno. Chiaro che l’effetto Renzi, evidentemente in grado di interpretare le speranze di “cambiare verso” ad un Paese in crisi, viene completamente perso a livello locale. Dove finiscono per contare solamente elementi come: a) la situazione del Partito Democratico cittadino; b) il candidato; c) la percezione della cittadinanza rispetto alla qualità dell’amministrazione precedente (dieci anni di Giorgio Pighi a Modena, altrettanti di Alessandro Cosimi a Livorno).

bortolotti
Marco Bortolotti

Anche qui, diverse analogie evidenziate in maniera palese al primo turno. Sia a Modena che a Livorno il PD non riesce più a esprimere non solo unitarietà di visioni, ma anche a farsi interprete del bisogno di cambiamento e di innovazione rispetto a una situazione di stagnazione economica che l’Italia intera vive da almeno quindici anni, con tutto quel che ne deriva in termini di politiche locali al di là delle intenzioni dei singoli. Che i partiti cittadini fossero in palese difficoltà lo dimostra anche la scelta, di nuovo per entrambi, di un “papa straniero”. Marco Ruggeri, infatti è un pisano (non proprio una scelta felicissima, vista la storica rivalità tra Livorno e Pisa), ex segretario territoriale del PD livornese e consigliere comunale dal 2009, che non risiede nemmeno in città. Così come Gian Carlo Muzzarelli, modenese ma residente in provincia, a Savignano sul Panaro. Nonostante l’età del primo (quarantenne), di quasi vent’anni più giovane di Muzzarelli, sono percepiti come espressione dell’apparato, vista la lunga militanza nel partito. Sono ex bersaniani, e alle primarie stravinte da Matteo Renzi hanno sostenuto Gianni Cuperlo. Il modenese ha una storia politica che si perde nella notte di tempi, rispetto agli standard considerati attualmente “accettabili”: è stato sindaco PCI di Fanano nel 1980 per poi proseguire con una lunga carriera che lo ha portato da essere assessore alle Attività produttive in Regione, fino all’elezione a sindaco di Modena.

Elementi che però, va precisato, nel caso di Muzzarelli sono stati messi “a valore” sicuramente da una parte importante dell’elettorato modenese, che ha riposto fiducia nelle capacità del neo sindaco di tenere Modena agganciata al treno della ripresa, semmai ce ne sarà una, viste le competenze acquisite in tanti anni di governo regionale, dove girano soldi e si prendono le decisioni che contano, per di più in un ruolo chiave come quello di assessore alle attività produttive. Qualifiche che mancano del tutto al più giovane Ruggeri, capogruppo PD in Regione Toscana, ma quasi catapultato a candidarsi “nella città in cui – raccontava il Corsera qualche mese fa – il Pd non trova nessuno disposto a fare il sindaco”. Differenze tra i due che, all’atto pratico, hanno giocato un qualche ruolo.

Infine, terzo e ultima analogia. La (relativa, almeno in un caso) insoddisfazione dei cittadini di Livorno e Modena rispetto alle amministrazioni in carica fino al voto. A Modena, ricordiamolo, Giorgio Pighi fu eletto al primo turno nel 2004 col 63,8 per cento dei voti per poi riuscire a strappare nel 2009 una risicatissima vittoria – per altro all’epoca contestatissima – col 50,12. Percentuale di poco inferiore al 51,5 ottenuto da Alessandro Cosimi al suo secondo mandato, contro il 55,1 del 2004.

Un secondo mandato difficoltoso per entrambi. Costellato di contestazioni l’ultimo periodo di Cosimi (come segnala sempre il Corriere della Sera allorché il sindaco fu duramente criticato durante una manifestazione nel 2011 della Cgil: “Non era mai accaduto in 60 anni di giunte di sinistra”). Considerato dai suoi critici particolarmente incolore quello di Pighi (oltre a dover affrontare tutta una serie di importanti “fibrillazioni di giunta” come quella, su tutte, che portarono alle dimissioni del “super assessore” Daniele Sitta).

Di analogie ne potremmo trovare altre ancora, ma resta ancora da spiegare perché i livornesi hanno scelto di farsi governare per i prossimi cinque anni dall’incognita rappresentata dall’ingegnere aerospaziale M5S Filippo Nogarin, mentre i modenesi hanno preferito affidarsi all’usato sicuro incarnato da Gian Carlo Muzzarelli. La risposta probabilmente è la più banale: la differente situazione socio-economica delle due città. Tradotto: a Livorno la crisi morde molto più che a Modena (per la quale, comunque, sono finiti i tempi delle vacche grasse).

Un articolo dell’aprile 2011 del Sole 24 ha un titolo inequivocabile: “Livorno maglia nera dei giovani“. Segnalava la provincia di Livorno come “quella con maggior disoccupazione giovanile tra tutte le province del Centro e Nord Italia (36,7%)”. Attualmente il tasso in città viene calcolato intorno al 16 per cento, tanto da far promettere al candidato Ruggeri, in campagna elettorale “Ridurrò il mio stipendio da sindaco della percentuale relativa al tasso di disoccupazione a Livorno, attualmente del 16% e riaumentera’ solo se calerà questa percentuale“. Proponimento inutile, evidentemente. Così come il tentativo di annunciare in anticipo la futura squadra di governo inserendo nella giunta che avrebbe dovuto essere, star locali come l’ex pallavolista Maurizia Cacciatori o il cantautore e scrittore e altro ancora Simone Lenzi.

A Modena invece il tasso di disoccupazione viaggia intorno al 13 per cento, ma era al 3 solo otto anni fa, tanto per evidenziare il pesante deteriorasi della situazione anche in una città come Modena che vanta ancora oggi un reddito medio pro capite (24.555 euro, redditi IRPEF 2012) nettamente superiore alla media nazionale, secondo l’Istat, pari a 19.660 euro contro i 21.180 dell’Emilia-Romagna nel suo complesso e i 20.100 della Toscana. Livorno invece ha un reddito medio di 21.959 euro. Naturalmente il calcolo del reddito medio presenta il difetto di non tener conto del grave problema che affligge l’Italia e tutte le economie occidentali in questi ultimi anni: l’acuirsi della forbice tra redditi bassi e alti e l’aumento delle diseguaglianze nella ridistribuzione, ma costituisce tuttavia un indicatore capace di spiegare, almeno in parte, perché a Modena la voglia di voltar pagina è risultata meno pressante che a Livorno, al di là tutte le analogie tra i due quadri politici che abbiamo cercato di delineare.

A parte i singoli interpreti, i modenesi hanno scelto di dare fiducia alla continuità, i livornesi di dare un brusca scossa all’amministrazione cittadina sperando ovviamente in una svolta decisiva – spaziale, viene da scrivere – sotto ogni punto di vista. Svolta dalla quale però non è esentata Modena, non solo per le promesse di Muzzarelli in campagna elettorale, ma perché – come ha ricordato Enrico Grazioli, direttore della Gazzetta, nel suo editoriale di ieri, “Diteci subito se davvero c’è del nuovo, date il segno, prima che potete, di quella differenza e novità (nei programmi, nei metodi, nelle persone che sceglierete vicino a voi) che fossero state percepite a pieno nelle settimane scorse vi avrebbero evitato il ricorso allo spareggio”. Perché se così non sarà, la svolta che travolgerà tutto e tutti, anche qui a Modena, è solo rimandata.

Notte in sala stampa, in cerca di emozioni

E’ stato necessario il secondo turno per avere un sindaco a Modena. Per “misurare la temperatura” alla politica locale, si può stare una notte in municipio in attesa del neo eletto. Per ritrovare una passione che tarda ad arrivare.

In sala stampa, al ballottaggio, non c’è la stessa frenesia del primo turno. Non c’è più quell’attesa, quell’entusiasmo. È come ritornare insieme all’ex ragazza. Il vigore giovanile ormai è scemato, non ci sono più calcoli da fare, la scelta è dicotomica, bianco o nero, niente sfumature di grigio, niente poesia, solo bieco pragmatismo.

Il “corridoio dei passi perduti”, il locale antistante l’aula del civico consesso, è stato nuovamente messo a disposizione di media locali e nazionali: i primi ad arrivare sono gli operatori del servizio pubblico. Alla spicciolata, giungono pay-tv, agenzie di stampa, quotidiani. La sala stampa è un diesel costretto ad avviarsi a temperature rigide: fatica a prendere il giro giusto, tossisce indispettita e sonnacchiosa, è svogliata non ne vuole assolutamente sapere di riprendere quella baldanza che aveva mostrato due settimane prima.

Scollinate le ore 23, i seggi vengono chiusi, giungono altri cameraman, fioriscono i riflettori, l’aria si fa più frizzante e i telefonini si scaldano. A dimostrazione di come la situazione stia iniziando a farsi cruciale è l’approdo in municipio degli “umarells” della politica locale, privati cittadini che o per curiosità o per eccesso di tempo libero a disposizione, non perdono mai una singola seduta di consiglio comunale, provinciale, assemblea di condominio e chi più ne ha, più ne metta. Nel frattempo, un anziano giornalista con decenni di esperienza alle spalle si lamenta al telefono con la redazione per la mancanza di aria condizionata: “Se ci sono novità, dopo ti chiamo”, chiude. Si fa vedere anche il candidato di opposizione, uscito miseramente sconfitto al primo turno, ma non rilascia dichiarazioni e pare quasi impegnato in una serena visita di cortesia. I microfoni vengono impugnati con fermezza, le telecamere sollevate in spalla, le penne pronte a sfrecciare sui taccuini, ma i professionisti dell’informazione sono come soldati pronti alla battaglia in attesa di un ordine che non arriva: dopo 40 minuti di attesa, non giunge uno straccio di dato dai seggi.

Si inizia il pellegrinaggio da un monitor all’altro nella speranza di raccogliere risultati, informazioni, intuizioni: “45,27% il dato definitivo dell’affluenza”, riferisce l’addetto stampa del Comune. Musi lunghi, sbuffi, mani che scorrono veloci sui tablet per twittare, prendere nota, mentre gli operatori montano i servizi al computer. Il sito internet del Comune va a rilento, mentre il Viminale inizia parsimoniosamente a soddisfare le curiosità sulle percentuali: “55 a 45”, dopo le prime 10 sezioni sulle 187 da scrutinare. Ci si assiepa di fronte ai monitor, si discute, si brontola, si borbotta all’approssimarsi della mezzanotte. Il battistrada allunga sull’inseguitore: 60 a 40, andatura stabile. L’adrenalina inizia già a scemare con l’inseguitore che perde sempre più terreno. Il sindaco uscente passa a stringere qualche mano. Non c’è più emozione. L’esito è certo. Qualcuno si prende la libertà di smobilitare. È stata una notte grama, di sesso fatto male e concluso peggio, con una sigaretta finale sul balcone che dà su piazza grande e una Ghirlandina bella come non mai in questa prima afa estiva. “Sarebbe stata divertente l’anatra zoppa” bofonchia a denti stretti un pennivendolo di regime. Sarà per la prossima volta. Il vincitore della competizione sale le scale del palazzo comunale avvolto da una nube di fotografi. I suoi sostenitori applaudono. I microfoni avranno la loro soddisfazione.

(immagine di copertina: Un fotogramma del film “Prima pagina” di Billy Wilder – 1974)

Sei a casa. Sei in Europa.

Si è votato in Europa. Con l’arrivo della primavera l’intera città di Berlino si è lentamente ma progressivamente riempita di cartelloni elettorali i cui slogan hanno cercato di avvicinare i cittadini tedeschi, e non, a un contesto sovranazionale non per tutti consueto. Frasi accattivanti e rime provocanti hanno cercato di calamitare l’attenzione dei più.

L’Europa vicina
Nella città meno tedesca della Germania (400 mila stranieri residenti), infatti, ogni cittadino europeo domiciliato può esercitare il suo diritto di voto attribuendo la sua preferenza, a scelta, a un connazionale o a un candidato del paese in cui vive. Questo meccanismo elettorale, se pur non perfettamente oliato e con grossi margini di miglioramento, vuole far sentire ciascun europeo “a casa”.
Per molti paesi, dove il voto per posta esiste, questa è solo una formalità ma per gli italiani residenti all’estero ma non (ancora) iscritti all’AIRE sovverte uno spiacevole paradigma. Niente treni, aerei, giorni di ferie per poter varcare la soglia del seggio elettorale nella vecchia scuola elementare e esercitare quello che rimane un doveroso diritto. Non importa in quale paese le circostanze della vita ti abbiano portato. Sei a casa. Sei in Europa.

L’Europa lontana
Non tutti sono informati o interessati su quello che succede o succederà nella Comunità europea. Molti sono scettici verso quella che accusano di essere un’Unione monetaria più che un’Unione di popoli. C’è chi paragona Bruxelles a una sfera di cristallo eretta per proteggere i privilegi di pochi e chi a una bolla di sapone pronta a esplodere. C’è chi si barrica dietro antipatie nazionaliste e chi, più consapevolmente, denuncia l’eccessivo – e non legittimo – potere attribuito alla Commissione.
Ciò che è certo è che alla vigilia della Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e dell’apertura del settimo programma quadro per l’innovazione e la ricerca Horizon 2014-2020, le conversazioni dedicate ai mondiali di calcio sono più frequenti di quelle sulle elezioni europee.

Tra astensionismo e populismo
Nessuno lo dice ma in molti lo pensano: “elezioni europee = elezioni di second’ordine”.
È difficile capire per chi si vota, quale sia l’agenda dei candidati e soprattutto in che modo ciascun voto influenzerà le politiche europee e, di rimbalzo, la politica di ciascun paese. È forse per questo che dal 1979, anno in cui si sono celebrate le prime elezioni europee, che l’astensionismo è stato un fenomeno in costante aumento e spesso cavalcato da partiti (un tempo) minoritari le cui politiche populiste giocano su Rabbia, Paura e Ignoranza.

Qui in Germania la parola “Nazi” è spesso utilizzata in associazione a persone o partiti di estrema destra con tratti razzisti, che inneggiano a politiche economiche autarchiche e separatiste. Suona familiare? Tra i più noti National Front in Francia, Lega Nord in Italia, UKIP in Inghilterra, Alternative für Deutschland in Germania, FPÖ in Austria Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungeria. Ma ci sono anche partiti di estrema sinistra che vedono nell’Europa un vero e proprio rischio per la democrazia e l’economia del proprio paese: Die Linke in Germania e Syriza in Grecia. Poi ci sono quelli un po’ di qui e un po’ di lì, non è chiaro, come i 5 Stelle in Italia.

Perché votare è stato utile
Nei giorni scorsi 400 milioni di cittadini aventi diritto al voto in 28 Paesi hanno eletto 751 parlamentari tra i 16.351 candidati. Questi sono i numeri della seconda più grande democrazia al mondo e i neo eletti non avranno certo un compito facile. L’Europa di domani sarà infatti chiamata a risolvere non pochi problemi e ci auguriamo che riesca a proteggere altrettanti diritti.
La crisi economica e la delegittimazione politica che negli ultimi anni ha investito il vecchio continente dovrà essere combattuta a suon di partecipazione e di riforme. Quindi per oggi lasciamo lo scetticismo e la disillusione in cassetto. Mentre votiamo ricordiamoci che, in un mondo in cui la politica è spesso additata come la causa di ogni male, oggi siamo noi cittadini a far politica e a decidere chi ci rappresenterà.

Corsa per l’Europa 4 – Franco Frigo

«Con il prossimo semestre europeo l’Italia ha una straordinaria occasione per introdurre nell’agenda europea un programma innovativo sia per la governance dell’Unione che per le politiche». Prima ancora del semestre di presidenza italiana dell’Unione europea, i risultati elettorali di domenica prossima chiariranno, nel bene o nel male, se l’Italia farà parte di quei paesi determinati a rilanciare il processo di integrazione europea. Un rilancio che secondo Franco Frigo, 63 anni, parlamentare europeo uscente e ri-candidato con il Pd, dovrà essere realizzato «coniugando il necessario rigore dei conti pubblici con la liberazione delle risorse finanziarie necessarie per rilanciare la crescita e combattere la disoccupazione in particolare con interventi di sostegno allo sviluppo delle aree territoriali più deboli».

Qual è stata la sua esperienza politica? Perché ha scelto di ricandidarsi?
Io sono ingegnere e architetto, e ho continuato negli anni a svolgere queste professioni perché credo che la politica sia passione e servizio: chi vive di sola politica perde il contatto con la realtà. Sono stato presidente della Giunta regionale del Veneto. Nel maggio 2013 sono subentrato in Parlamento europeo in seguito all’elezione di Debora Serracchiani alla presidenza della Regione Friuli Venezia Giulia. In questo anno mi sono impegnato per dare più forza al mio territorio, sul fronte dell’occupazione, dei trasporti, dei diritti, tutti temi che ho affrontato nella mia lunga esperienza amministrativa. Ho scelto di ricandidarmi per questo motivo: per applicare ancora meglio l’esperienza che ho fatto precedentemente, per dare il mio contributo perché l’Italia possa meglio utilizzare i Fondi strutturali e gli obiettivi che l’Ue ha previsto ma non vengono utilizzati da noi.

Che ruolo svolge l’Italia in Europa? Quali sono i temi sui quali crede ci si possa spendere a Bruxelles?
In questi mesi in Parlamento devo notare una certa delusione perché mi sono accorto personalmente di come l’Italia non svolga nessun ruolo in Europa. Se l’Europa va male, se si cercano le strade per la ripresa, l’Italia non c’è, non è presente ai tavoli importanti.
I temi e le questioni che legano il futuro dell’Italia alla qualità delle sue relazioni con l’Europa e alla capacità di cogliere le opportunità che l’orizzonte comunitaria presente, in termini di regolamentazioni, standard, risorse finanziarie, efficientemente delle reti, mercato ecc. sono tanti.
Dai costanti aggiornamenti dei provvedimenti per la Pac, politica agricola comunitaria, allo sviluppo delle reti infrastrutturali per la mobilità, dalla trattativa per l’espansione del mercato Ue-Usa alla tematizzazione della liberalizzazione del mercato dell’energia, dal fondo per l’occupazione giovanile alla tutela del made in Italy si riempiono pagine per un’agenda nella quale vi possono essere interessi fondamentali che l’Italia si gioca in Europa.

Non crede che l’Europa sia lontana dai cittadini?
Certo, gli italiani esprimono da qualche tempo una calante fiducia nell’Europa, manifestando un disamore e talvolta segnali di rancore che sono strettamente dovuti, per una parte, ai pesanti costi sociali provocati dall’austerità imposta dalla Bce e, per un’altra, all’assenza di una prospettiva incoraggiante delle istituzioni comunitarie, nel contesto di una crisi economico-finanziaria ancora in corso. I costi dell’appartenenza all’Ue e della condivisione dei sacrifici necessari per il suo rafforzamento, sono giudicati insostenibili da molti Stati. Questo è dovuto anche al fatto che le singole culture europee sono rimaste legate al 19° secolo, non c’è più stata un’elaborazione culturale. Internet in questi anni ha modificato le relazioni e le consuetudini, questo l’Europa non l’ha capito. Non c’è nessuno che si fa carico della responsabilità di disegnare una prospettiva, un percorso. Manca una visione futura dell’Europa che invece magari le nuove potenze emergenti in qualche modo hanno definito, basti vedere l’India e gli Stati Uniti.

C’è speranza di invertire questa tendenza?
Sicuramente non bisogna cedere alla disperazione. Come ha rivelato un recente Rapporto sui giovani dell’Istituto Toniolo, due ragazzi italiani su tre sono convinti che il progetto comunitario sia più un’opportunità che un vincolo. Al netto della delusione per come l’Europa ha affrontato la crisi e di un giudizio su di essa fortemente influenzato dall’atteggiamento che i giovani hanno nei confronti delle istituzioni italiane, la “generazione Erasmus” ha sperimentato la bellezza e l’utilità della libera circolazione senza visti e passaporti da mostrare; le frontiere cadute non sono solo quelle burocratiche, ma anche culturali, per questo bisogna andare avanti.

Perché si candida con il Partito democratico?
Il Pd è l’unico che si sta interrogando su come sta diventando l’Europa come dovrebbe essere e il futuro. Il Pd può e deve rappresentare la scommessa vincente dell’Italia per far cambiare rotta all’Europa. Io vengo dal Veneto, in quella regione dove c’è chi pensa anche di tornare indietro: basti pensare ai secessionisti che recentemente sono stati fermati dalla procura. Allora io credo che noi non rappresentiamo soltanto l’alternativa al partito di Salvini, a quello di Grillo o al patetico “antimerkellismo” berlusconiano. Noi siamo la forza politica che interpreta la speranza e la determinazione al cambiamento nel segno dell’equità sociale.

Un voto informato e responsabile

Il 25 maggio siamo chiamati al voto per le elezioni Europee e, molti di noi, anche per le amministrative. Si tratta di un passaggio importante, se non decisivo, per il governo dell’Unione Europea e per quello delle nostre città e dei nostri paesi. Vogliamo riprendere alcuni temi che, come Azione Cattolica, ci stanno a cuore e che consegniamo agli elettori e ai candidati. Innanzitutto vogliamo riaffermare che la politica è passione per il bene comune e che il bene comune è, appunto, bene di tutti. La Dottrina Sociale della Chiesa ci dice con chiarezza che tutte le persone devono trarre vantaggio dal bene comune e che, al tempo stesso, tutti sono chiamati a concorrervi, sia chi assume una diretta responsabilità, esercitando la funzione politica, sia chi è chiamato, attraverso il voto, a partecipare alla vita democratica del Paese. Non si tratta di un esercizio di stile, ma di sostanza e lo vediamo bene oggi, in un tempo in cui la crisi rende sempre più arduo per troppi il godere di una vita dignitosa, spesso a causa della mancanza del lavoro.

Un secondo punto, altrettanto decisivo, è quello educativo: chi si impegna nella gestione della cosa pubblica ha, anche, una funzione propriamente educativa, esponendosi ad un ruolo di ‘esempio’. Perciò è davvero importante, oggi più che mai, richiamare alla coerenza dei comportamenti e alla sobrietà: di vita, di gesti e di parole, perché una società migliore non si costruisce con la contumelia, l’insulto, la calunnia e nemmeno con comportamenti opachi, come ha richiamato con forza il segretario della Cei, mons. Galantino, parlando recentemente dei rischi del ‘voto di scambio’ anche per chi fa parte della comunità cristiana. Allo stesso tempo come associazione di laici impegnati nella vita della Chiesa e delle nostre città, invitiamo i rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, sindacati, ad essere «corresponsabili della gioia», rendendosi in prima persona disponibili a partecipare alla costruzione di un futuro migliore. A coloro che hanno la possibilità di incidere sulla vita delle persone, attraverso le responsabilità pubbliche a cui sono chiamati, chiediamo con chiarezza di uscire dal cono d’ombra dell’autoreferenzialità, scrollandosi di dosso il torpore creato da anni di privilegi e immobilismo. Li invitiamo, in definitiva, a rimettere al centro la persona nella sua concretezza.

Vogliamo ribadire che chi fa politica anche a partire dal suo essere cristiano lo fa rispondendo a una autentica vocazione. Per questo le comunità, noi per primi, sentiamo il dovere di stare vicino a chi, a partire da una coscienza retta e formata, impegna se stesso nell’alto servizio della politica, in quella che Paolo VI definì ‘alta forma di carità’. Sentiamo il dovere di pregare per chi accetta questo compito e di rimanere al loro fianco per sostenerli; perchè per chi fa politica il rischio dell’autoreferenzialità è sempre in agguato, va fuggito con determinazione e anche con l’aiuto di chi, nella comunità, può continuare ad offrire un confronto e un dialogo, anche nell’esercizio della correzione fraterna. In questo contesto sarà allora forte, ma responsabile, la richiesta di serietà nell’esercizio del compito  politico e di coerenza e gratuità nell’impegno. Infine un appello perché chi si impegna lo faccia a partire anche dal criterio del tempo: non è opportuno, né saggio, che le persone impegnate in politica rimangano per troppi anni in uno stesso ruolo: il limite di mandati, che come associazione abbiamo nello Statuto, è bene sia applicato anche a tutti i ruoli di responsabilità amministrativa e nelle istituzioni, come antidoto nei confronti dei rischi di sentirsi troppo importanti e come stimolo a formare, crescere e sostenere, nuove generazioni di persone impegnate direttamente per il bene comune nel servizio politico. Il rischio, concreto e tangibile, è che chi si affaccia a questo mondo lo faccia sulla base della ricerca del profitto personale e senza una adeguata formazione.

A noi l’impegno ad esercitare il diritto – dovere del voto in modo consapevole e responsabile.

Il consiglio diocesano di Azione Cattolica

 

Corsa per l’Europa 3 – Paolo De Castro

«Il 40% del bilancio dell’Unione europea è preso dall’agricoltura. L’Italia dovrà in futuro difendere i propri interessi agricoli perché alla fine siamo ancora un grande paese agricolo». All’auspicio dell’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, dovranno seguire i fatti. Il nostro paese ha svolto un ruolo di grande responsabilità negli ultimi anni, per questo Bruxelles dovrà riconoscere l’impegno – almeno questa è l’aspettativa – nominando Commissario per l’Agricoltura un italiano. Nomine a parte, chi si è battuto in questi anni nel settore è Paolo De Castro: classe 1958, professore ordinario di Economia e politica agraria all’università di Bologna, due volte ministro delle Politiche agricole (con il governo D’Alema e con il secondo governo Prodi). Parlamentare europeo dal 2009 è stato eletto presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo.

De Castro, perché si ricandida al Parlamento europeo?
Abbiamo fatto una legislatura in cui siamo riusciti a portare a casa dei risultati molto importanti. Uno su tutti riguarda la Pac, la politica agricola comune. “Eurobarometro” nelle scorse settimane ha diffuso i risultati di un sondaggio sulla conoscenza e il gradimento della Pac tra un campione di circa 28 mila cittadini nei 28 Stati membri: oltre i tre quarti di loro considera la nuova Pac vantaggiosa per tutti i cittadini Ue; oltre il 90% ne approva i principali orientamenti, come gli aiuti più equi e più mirati e la creazione di un vincolo tra gli aiuti finanziari concessi agli agricoltori e il rispetto delle pratiche agricole a beneficio dell’ambiente. Credo che anche questo sia un risultato importante; credo sia la dimostrazione che le politiche europee possano creare riconosciuti spazi di opportunità e mettere in campo misure concrete di sostegno per gli agricoltori e i cittadini dell’Unione. Anche per questo conto di ritornare in Parlamento a continuare il lavoro avviato. Nella mia Commissione sono stati approvati 40 regolamenti in questa legislatura; abbiamo lavorato a stretto contatto con i produttori, i consorzi, le associazioni agricole e quelle di tutela del made in Italy e dei prodotti tipici.

Nonostante ci siano risultati concreti, per esempio nel settore agricolo, l’Europa è percepita dagli italiani come una istituzione “lontana”. Per quale motivo?
In questi ultimi anni per giudicare l’Europa si è utilizzata la fotografia dell’austerità che ha preso il posto delle sviluppo e non ha fatto bene all’Europa stessa. Questi sono i messaggi arrivati alla gente.
La Troika (Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca centrale europea, ndr.) non ha giocato a favore dell’Europa amica. Per la prima volta, a marzo scorso, il Parlamento europeo ha preso una posizione ufficiale sulle misure di austerità imposte a Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda, condannando il modo in cui gli investitori internazionali hanno gestito l’operazione. Dobbiamo continuare a ribellarci a questo anche per far sentire l’Europa più vicina ai europei.

Perché si candida con il Partito democratico?
Sono un dirigente da tanti anni e non ho dubbi che da questo punto di vista sia l’unico partito in grado di interpretare il sogno europeo e di gettare le basi per costruire il futuro dell’Europa. Mi verrebbe da fare una battuta: se non con il Pd con chi mi dovrei candidare?
Ragionando sugli ultimi fatti interni al nostro partito, io penso che vada riconosciuto a Renzi il merito indiscusso si aver ridato speranza. Gli 80 euro (che in un anno diventano 1.000 euro) a chi ha un reddito basso, di cui si è discusso parecchio nelle scorse settimane, sono un segnale di speranza e di attenzione importante. Poi c’è ancora tanto da fare, ma almeno un primo passo è stato fatto.

Corsa per l’Europa 2 – Damiano Zoffoli

Con l’Europa «abbiamo un atteggiamento di trattazione sindacale, ne parliamo come se fosse un soggetto terzo». Damiano Zoffoli, classe 1960, medico dentista, da “romagnolo doc” pensa alle cose concrete. Per questo è convinto che sia giunto il momento di «ridare un potere forte al Parlamento europeo» per «riportare la concretezza della vita di tutti i giorni». Sindaco per otto anni a Cesenatico, consigliere regionale dal 2005, alle prossime elezioni si è candidato con il Pd e il suo motto è «riavvicinare l’Europa ai cittadini». In Regione Zoffoli si è occupato principalmente di agricoltura, consorzi fidi e artigianato ed è stato relatore in aula del Piano energetico regionale.

Per quale motivo ha deciso di candidarsi?
Per riavvicinare l’Europa ai cittadini. Perché il nostro destino è in Europa, senza se e senza ma. Purtroppo quella che conosciamo oggi è l’Europa dei vincoli, delle normative, dei regolamenti e non delle opportunità e delle speranze. Quindi il motivo della mia candidatura è di dare un volto a questo territorio in Europa.

Perché i cittadini sentono così lontana l’Europa?
Noi abbiamo spesso con l’Europa un atteggiamento di trattazione sindacale, ne parliamo come se fosse un soggetto terzo. In realtà l’Europa è importante perché noi ne facciamo parte e noi siamo importanti. Oggi invece il cittadino la vede legata solo alla burocrazia, non alla partecipazione, alla politica. Oggi il potere in Europa è in mano ai capi di stato dei governi che con i loro summit e le loro contrattazioni ci comunicano le decisioni che hanno preso. Per cui occorre ridare un potere forte al Parlamento europeo significa riportare la concretezza della vita di tutti i giorni.

In caso di elezione, ha in mente una proposta concreta sulla quale concentrerà il proprio lavoro?
Io credo che il nostro territorio abbia due opportunità fondamentali. Primo il turismo, e non intendo solo ombrelloni e spiagge, ma quello inteso come cultura dell’ospitalità. Oggi il turismo è un illustre sconosciuto in Europa, stiamo perdendo posizioni, e credo che proprio da lì possano derivare nuovi posti di lavoro, nuove opportunità. Se si lavora per migliorare la qualità della vita sul territorio, si riesce anche ad attrarre nuovi turisti, nuovi ospiti. In questo senso lavorare per attrarre i turisti significa lavorare per creare una nostra comunità meno diseguale e migliore sotto tutti i punti di vista.
E poi, altro tema, credo sia importante difendere i nostri marchi, l’agroalimentare di qualità, le nostre produzioni, che vanno tutelate. Spesso abbiamo il falso made in Italy, le contraffazioni o la concorrenza sleale dovuta anche allo sfruttamento delle persone. Su questo punto gli italiani devono essere più uniti, per difendere non solo i marchi, ma il lavoro e le persone.

Lei che competenze ha da mettere in campo?
Io mi ritengo un amministratore, una persona del territorio. Ho fatto il sindaco della mia città (Cenesatico) per otto anni, ora sono consigliere regionale e presidente della commissione territorio e ambiente e mobilità. Per cui credo che – anche in vista dell’opportunità dei fondi strutturali nei prossimi sette anni che porteranno in questo territorio sette miliardi di euro – ci sia bisogno di qualcuno che possa conoscere e far conoscere questa opportunità e che possa favorire una progettualità comune, che possa far lavorare in squadra i sistemi territoriali, perché al momento noi purtroppo spesso non conosciamo o sprechiamo queste opportunità per un eccesso di frammentazione. Da questo punto di vista sono d’accordo con Renzi: sono un sindaco come lui e penso che l’Italia in Europa debba essere coraggiosa, chiara e concreta.

Corsa per l’Europa 1 – Cécile Kyenge

“L’Europa non cade dal cielo”. Tutte le volte che mi torna in mente questa frase di Altiero Spinelli ripenso al flautista che ho incontrato tre anni davanti all’Opera di Berlino. Si era piazzato sul tappeto blu con le stelle gialle della scalinata del palazzo a suonare la Nona sinfonia di Beethoven e non voleva andarsene nemmeno all’arrivo di una guardia: “Questo è il tappeto dell’Europa e io posso suonare l’Inno alla Gioia finché mi pare”.
E’ meno impegnativo immaginare l’Europa come quella lontana macchina burocratica che produce trattati e convenzioni; nemmeno l’elezione diretta del Parlamento europeo nel 1976 ha convinto gli “europei” a sentirla una “cosa propria”. La campagna elettorale in vista del voto del 25 maggio (a suon di slogan tra i più beceri mai sentiti) ne è, ancora una volta, la dimostrazione.
Ad alcuni candidati della circoscrizione Nord Est abbiamo posto quattro domande, chiedendo loro di motivare la candidatura e di spiegare il motivo per cui l’Unione europea non viene percepita come una “coalizione di uomini”.
Vi proponiamo, da qui al giorno del voto, le loro risposte.

Oggi tocca alla prima, Cécile Kyenge, candidata modenese. Seguiranno Damiano Zoffoli, Paolo De Castro e Franco Frigo.

————————-

Una Cécile Kyenge che non ci si aspetta. Che parla di economia e lavoro, di mercato e di una moderna cultura del welfare. Di una tradizione socialista europea da aggiornare sì, ma da ripercorrere con altrettanta decisione. Sono queste alcune delle battaglie che l’ex Ministra dell’integrazione del governo Letta intende portare in Europa, senza per questo dimenticare il tema principe per cui è conosciuta in Italia e in tutto il mondo: la sua lotta per aprire il paese a una cultura dell’integrazione. “E’ una guerra, e alla fine la voglio vincere”. Parte di slancio la Kyenge abbandonando la pacatezza con la quale abitualmente risponde ai quotidiani insulti irripetibili che riceve online e, in passato, anche per strada e da qualche collega parlamentare. E tira fuori le unghie. Giusto a fini elettorali? Obiettivo: una poltrona a Bruxelles? “Ma no” – protesta – quale poltrona? La mia è una battaglia di civiltà – afferma convinta – Per convincere tutti gli italiani che ormai siamo un paese multiculturale, come gran parte d’Europa, e che i processi e i problemi che si intrecciano in una simile transizione epocale, vanno governati, non subiti”. Subiti? “Sì – risponde sicura – il colore della mia pelle fa notizia solo in Italia. E la fabbrica della paura che le destre hanno messo in piedi in questi anni fa sì che certi fenomeni siano appunto subiti. Attraverso risposte anacronistiche e figlie di una cultura della violenza, oltre che della paura. Come se la civiltà occidentale si potesse permettere di sparare a dei disperati chiudendo occhi e orecchie e poi poter credere di rimanere se stessa. Non è possibile. Poi chiaro – precisa – una volta affrontata in chiave europea l’emergenza umanitaria, c’è da governare tutto il resto del processo di integrazione. Con pragmatismo e intelligenza. E in un orizzonte europeo, non paese per paese”. Quindi Cécile Kyenge non è la quinta colonna dell’invasione di un esercito di clandestini, le chiediamo. “Ma per favore – dichiara col sorriso sulle labbra – che fa, si lascia anche lei annebbiare dalla propaganda? Lasciamo che certe sparate le faccia il Carroccio visto che, avendo fallito in tanti anni di governo in qualsiasi riforma sbandierata, a partire dal tormentone del federalismo, non gli resta che alzare ancor di più i livello della paura, su temi come immigrazione, euro, lavoro. Facciano pure il loro lavoro i leghisti, la pagnotta se la devono guadagnare in qualche modo. Io voglio cambiare verso in Italia e in Europa, non limitare il mio orizzonte alla sponda nord del Po per un mero calcolo elettorale”.

Onorevole Kyenge, per quale motivo ha deciso di candidarsi? Che competenze ha da mettere in campo?

Partiamo da queste ultime. Sono un medico, e questo può aver poco a che fare con competenze specifiche che lei mi richiede, se non per il fatto che la mia professione mi ha permesso per anni un contatto quotidiano con le persone e i loro problemi. Lezioni di umanità che ho imparato giorno dopo giorno. Senza le quali oggi non sarei quella che sono. Poi chi pensa che io sia stata catapultata a fare la ministra dell’integrazione, con molte deleghe che molti dimenticano, ad esempio quelle sulle politiche giovanili, solo per fare la bella statuina, la ragazza nera buona a far da bigliettino da visita un po’ cool del governo, dimentica che ho un passato di anni di militanza nel terzo settore, nell’associazionismo e nel volontariato, e anche nel mio partito come responsabile provinciale del Forum dell’integrazione e dell’immigrazione. Esperienze che mi hanno dato modo di approfondire e portare avanti battaglie di ogni genere per avviare processi di integrazione tra i popoli, nell’interesse degli ultimi, di chi non ha voce, ma anche di quella che oggi considero la mia madrepatria, l’Italia. Non sono così cieca da non capire che il processo di integrazione deve essere il più condiviso e armonioso possibile. Solo così posso fare davvero l’interesse del mio Paese. Che è, lo ripeterò fino allo sfinimento, l’Italia. Nonostante qualcuno non voglia a nessun costo accettarmi a causa del colore della mia pelle, che ormai fa notizia solo qui. Gran parte d’Europa è già oltre. Io voglio dare il mio contributo a questa battaglia di civiltà. E credo che l’Europa sia la giusta sede per farlo. Faccio un esempio concreto: è ben noto che l’Italia per la sua particolare configurazione geografica è un cuneo nel Mediterraneo. La frontiera per eccellenza. Ebbene, allora questa “frontiera” non deve essere solo gestita dall’Italia ma dall’Europa intera che la assuma come tale, l’Italia come frontiera del sud dell’Unione. Siamo in un’epoca di mutamenti epocali ed è folle pensare che tali mutamenti possano essere gestiti individualmente paese per paese. Serve un balzo in avanti dell’Europa politica, non solo finanziaria. Voglio gli Stati Uniti d’Europa, un’Europa davvero unita costruita sui bisogni e gli interessi delle sue genti. Senza questo passaggio fondamentale, la sfida della globalizzazione, ad ogni livello, non solo quello di cui stiamo discutendo qui ora, è già persa.

Il che mi porta direttamente alla seconda domanda: perché l’Europa è così lontana dai cittadini?

Proprio per i motivi a cui accennavo prima. L’Europa sembra lontana – ben più di quel che poi sia nei fatti – perché fino ad ora siamo stati incapaci di dar fiato e spessore a un’Europa a piena sovranità politica. I nostri Stati Uniti insomma. Capisco che sia difficile superare differenze e diffidenze secolari, ma questa è stata la strada che si è deciso di intraprendere dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Una strada dalla quale non possiamo tornare indietro, come auspicano in maniera semplicemente scellerata movimenti e partiti populisti qui da noi e in altri paesi del continente, se vogliamo garantire ai nostri figli un futuro di pace e benessere. Da quando è scoppiata la crisi, in molti paesi soprattutto del sud d’Europa, i più colpiti, monta sempre di più una critica feroce contro le politiche di austerity promosse dalla Germania di Angela Merkel. Politiche che, lo dico con convinzione e fermezza, vanno superate. E lo faremo con la vittoria del Partito socialista europeo alle elezioni. Ma che vogliamo fare? Dichiarare guerra alla Germania? Uscire dall’euro consegnando il nostro Paese a un futuro di miseria per l’assoluta incapacità di competere non dico a livello globale, ma anche solo a livello europeo? Vogliamo questo? Ma andiamo… Nel mio programma ho un pacchetto di proposte che come parlamentare porterò avanti con tutte le mie forze. Proposte che vanno dalla sburocratizzazione alla semplificazione, alla facilitazione dell’accesso al credito per le piccole e medie imprese che formano ancora il nostro principale tessuto economico, ad altri tempi legati al welfare come il salario minimo garantito in tutta Europa indispensabile per rilanciare economia e consumi in un periodo di depressione come questo, in fase di miglioramento ma che necessità di ulteriori, fortissime, spinte dai governi nazionali e dall’Europa nel suo insieme. Non penso di avere in mano la bacchetta magica, ma ho idee chiare e soprattutto la convinzione che da qualche parte bisogna cominciare. Subito.

Cosa significherà per lei essere europarlamentare del PD?

Recuperare e aggiornare i valori che sono propri di una grandissima tradizione politica, quella del socialismo europeo. In Italia la cultura socialista ancora non si è pienamente ripresa dai danni causati dall’ultima stagione di Craxi. Così come il mio partito, il Partito Democratico, sta ancora vivendo la transizione che ha portato a fondere le due grandi tradizioni politiche e culturali dalle quali è nato. Ma l’idea socialdemocratica, quella cioè di un riformismo ben temperato tra mercato e welfare, resta non solo valida, ma l’essenza stessa dell’Europa in quanto tale. La sua unicità rispetto al resto del mondo, Stati Uniti in testa. Va aggiornato naturalmente, adattato, ad esempio, al modo in cui si sta evolvendo il lavoro in quest’epoca “liquida” di grandi cambiamenti e svolte epocali, ma la matrice resta quella. Quindi, rispetto a ciò che ho accennato prima, proprio in chiave di equilibrio tra mercato e il nostro welfare evoluto, aggiungo proposte come quella del welfare generativo, capace cioè di andare ben oltre la semplice assistenza ma, cito, in grado “responsabilizzare e responsabilizzarsi, sulla base di un diverso incontro tra diritti e doveri, passando dalla logica del costo a quella dell’investimento e privilegiando l’efficacia e non la semplice assistenza”. Lo stesso dicasi naturalmente per il lavoro. Vogliamo renderci conto o no che il lavoro è profondamente cambiato e insistere su vecchie battaglie, ad esempio “il posto fisso ad ogni costo”, non solo è anacronistico ma del tutto inefficace? Cerchiamo invece di estendere il massimo dei diritti al lavoro precario che oggi ha superato quantitativamente in Italia quello del posto fisso a tempo indeterminato. Ecco che allora il salario minimo garantito è una prima risposta in questo senso. Certo non interviene sul problema dell’intermittenza, cioè sui periodi in cui il salario non c’è, ma almeno garantisce alcuni diritti minimi a chi spesso si trova in una situazione di totale debolezza rispetto al datore di lavoro. Mi auguro che i cittadini europei affidino le sorte del continente al Partito socialista europeo guidato da Martin Schulz. Saremo capaci di regalare all’Europa un nuovo futuro.

Una proposta concreta per la quale si attiverà subito in caso di elezione.

L’ho già citata più volte: il salario minimo garantito in Italia come avviene per quasi tutto il resto d’Europa. Serve per fissare alcuni paletti indispensabili per non lasciare i nostri ragazzi, e non solo loro, in balia di un mercato che nei suoi ondeggiamenti di questi ultimi anni troppo spesso induce a puntare tutte le proprie carte sulla riduzione del costo del lavoro, quasi sempre a spese dei lavoratori. Follia. Davvero pensiamo di poter competere con economie, ad esempio quelle asiatiche, fondate su ben altre condizioni di vita oltre che su culture radicalmente differenti dalle nostre? Impossibile. Significa infilarsi in una strada senza uscita. L’Europa, l’Italia, non devono tradire se stesse ma ottimizzare e aggiornare ciò che dal dopoguerra in poi le ha caratterizzate. In questi anni di crisi, siamo riusciti solo in parte a mantenere la retta via, ma ora è tempo di cambiare e tornare sul seminato aggiornandolo al presente. L’Italia è pronta a un simile passo.