Non si bloccano le trasformazioni per legge

Tra una quindicina di giorni –  il 20 febbraio in Consiglio dei Ministri – verranno definiti i decreti attuativi relativi alla legge delega 183 sul riordino delle riforme contrattuali, l’ormai celebre “Jobs Act”. Nel dicembre scorso il Jobs Act è stato approvato da entrambe le Camere ma quel documento che non disciplina nel dettaglio la materia: contiene una serie di principi e criteri entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare attraverso i decreti attuativi. L’argomento è di quelli tosti e ha provocato nei mesi scorsi discussioni infinite su questa riforma importantissima voluta dal governo Renzi.  Il contenuto di due decreti attuativi sono già stati presentati il 24 dicembre scorso: il primo riguarda il “contratto a tutele crescenti” e l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il secondo gli “ammortizzatori sociali”. Il pacchetto completo lo avremo, come detto, dal 20 febbraio in poi.

Sul Jobs Act interviene oggi con un interessante articolo pubblicato su Linkiesta, Francesco Seghezzi, direttore di ADAPT, l’associazione di studi e e ricerche sul lavoro fondata dal giuslavorista Marco Biagi nel 2000, convenzionata con con il Centro Studi Internazionali e Comparati DEAL dell’Unimore. Fatte salve le dovute cautele in attesa di poter visionare nel dettaglio quelle che saranno le decisioni del Consiglio dei Ministri, l’opinione di Seghezzi è molto critica nei confronti dell’impianto complessivo del Jobs Act e parte da un assunto di fondo: “Costruire una riforma sulla centralità del contratto a tempo indeterminato significa non cogliere la molteplicità dei mestieri e delle professioni che si stanno sviluppando”. Significa, sempre secondo Seghezzi, ragionare secondo logiche del lavoro che non esistono più o che sono ormai in parabola discendente e, di conseguenza, rischiare di approvare una riforma che più che benefici, arrechi ulteriori danni a un mercato del lavoro già in gravissima difficoltà, con una percentuale di disoccupati pari al 12,8 %.

Scrive infatti Seghezzi:

Sappiamo che il lavoro sta subendo una grande trasformazione ormai da molti anni. Le ultime evoluzioni tecnologiche, con la diffusione della connettività mobile, stanno mettendo in crisi il sistema socio-economico sul quale si basava il paradigma contrattuale della subordinazione, espresso perfettamente nel contratto a tempo indeterminato. Con il contratto a tempo indeterminato il dipendente era tale in quanto, non possedendo i mezzi di produzione, necessitava del datore di lavoro in tutto e per tutto e per questo era vincolato ai tempi e ai luoghi da lui decisi. Oggi il concetto di flessibilità è sempre più un fenomeno spazio-temporale, anziché sinonimo di incertezza economico-sociale. Il lavoratore può benissimo esercitare la sua professione da casa, per più datori di lavoro, negli orari che preferisce, e anche nelle fabbriche classiche i sistemi di produzione e di organizzazione danno sempre più un ruolo centrale alla valutazione della produttività individuale.

Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)
Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)

Secondo il direttore di ADAPT,  il governo non avrebbe una chiara visione di questa trasformazione epocale in corso nel mondo del lavoro tale da orientare in maniera adeguata i propri provvedimenti. Ma anzi, nel tentativo di combattere gli abusi che hanno favorito l’esplosione di un precariato spinto ripristinando forzatamente la centralità del lavoro a tempo indeterminato (ma soprattutto le logiche che lo presiedevano), rischia di bloccare attraverso una norma la grande trasformazione in atto. Che è del tutto indipendente dal mondo in cui l’abbiamo (mal) gestita in Italia. Ma, conclude, “quando la costruzione giuridica non segue la realtà dei fatti si creano problemi, e la società troverà sempre un modo di sfuggire alla legge, in questo caso attraverso il lavoro nero, che è un danno enorme per i lavoratori oltre che per le casse dello Stato”.

Immagine di copertina, photo credit: Reading the news via photopin (license)

Con il cibo che butti via (forse) potresti salvare il mondo

Più di 8 miliardi di euro di cibo all’anno vengono gettati nella spazzatura. Il dato, inquietante, arriva dal Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo presentato da Andrea Segré, presidente di Last Minute Market e dal presidente di SWG Maurizio Pessato che lanciano un appello contro lo spreco di cibo: “Se è vero che dobbiamo ‘Nutrire il Pianeta’ e se è vero che, con l’aumento della popolazione, la produzione dovrà aumentare del 60% (come dicono i dati FAO) e che sprechiamo un terzo di questa produzione, allora dobbiamo ripartire dalla prevenzione e dall’attenzione agli sprechi”. Un discorso che sembra chiarissimo finché l’occhio non cade sull’8° Rapporto su Innovazione e sostenibilità della produzione agricola realizzato dall’Osservatorio Innovazione Impresa Agricola, promosso da Agri2000, che dice che bisogna produrre di più. Adesso cosa si fa? Chi ha ragione? Probabilmente entrambi.

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Partiamo dall’agricoltura: dati alla mano, con 50 miliardi annui di produzione agricola, dei quali circa il 9% realizzati in Emilia-Romagna, e 740mila imprese iscritte alla Camera di Commercio (l’8% sono emiliano-romagnole) l’agricoltura italiana è al 12° posto nel mondo (con solo lo 0,3% della superficie agricola mondiale), ma deve fare i conti con un saldo negativo di 7 miliardi di euro: questo significa che importiamo più di quanto produciamo, mentre ci sarebbe spazio per un incremento della produzione di ben il 20%. A questo punto sorge un dubbio: produrre di più o sprecare meno? Se consideriamo che in media si spreca un terzo della produzione, anche arrivando all’utopico risultato di rifiuti (alimentari) zero quello che rimane non sarebbe sufficiente e quindi dovremmo comunque produrre di più. Però meno di quello che si crede. Ed è già qualcosa. Mettere d’accordo modello economico ed etica però non è così semplice, perché se da una parte per chi produce e vende non è certo un problema che poi chi compra butti via, visto che comprando comunque paga il prodotto creando quindi un ritorno economico, dall’altra parte l’idea che tutto quel cibo finisca nella spazzatura non piace a nessuno: alla nostra salute, alla nostra coscienza e al nostro pianeta.

Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall'intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu
Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall’intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu

Analizzando però i dati del rapporto forse una via d’uscita sembra esserci: produrre di più – considerando però la fetta che viene sprecata -, su meno ettari coltivati (negli ultimi due decenni c’è stato un calo del 18%) e in maniera più sostenibile. La soluzione è quella di fare rete e in Emilia-Romagna i numeri delle aziende agricole che scelgono questa strada sono già importanti: il 31% nel settore dell’ortofrutta e il 30,4% in quello dei seminativi. Cosa fanno concretamente? Si aggregano in primis per abbattere i costi dei mezzi tecnici attraverso gruppi di acquisto, ma anche per acquistare e scambiare mezzi meccanici o manodopera e gestire in maniera associata il processo produttivo. Lavorare in gruppo consente di aumentare il fatturato e avere un budget che permetta di investire sull’ambiente. Un esempio è il versante dell’acqua, uno dei temi più sentiti dai produttori agricoli che nel 75,5% dei casi utilizzano sistemi di irrigazione nella propria azienda. Tecnologia e innovazione possono aiutare gli agricoltori a migliorare la produzione limitando però i danni all’ambiente e riducendo lo spreco di materie prime (proprio come l’acqua), le emissioni di Co2 e il consumo di terreno.

La classifica dello spreco. L'Europa è al terzo posto.
La classifica dello spreco. L’Europa è al terzo posto.

Torniamo al cibo. Secondo il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali nella sola Unione europea vanno sprecati ogni anno 89 milioni di tonnellate di cibo – 179 chili pro capite – e senza l’adozione di opportune misure si calcola che si arriverà a sfiorare le 126 milioni di tonnellate nel 2020. Uno schiaffo alla dignità umana, considerando che nell’Unione Europea vivono ancora 79 milioni di persone al di sotto del livello di povertà, vale a dire oltre il 15% dei cittadini, e di questi solo 16 milioni ricevono aiuti alimentari. Per non parlare delle cifre allarmanti divulgate dalla FAO, secondo le quali oggi nel mondo ci sono 925 milioni di persone che soffrono la fame. Che cosa fare, dunque? Intanto avviare buone pratiche e questa è una cosa che riguarda tutti: stare attenti alle date di scadenza, non accumulare cibo in frigorifero, non scartare un alimento solo perché ha una confezione rovinata o un ortaggio perché ha un difetto. Usare di più fornelli e cucina e considerare che quello che non si butta via è anche un risparmio in denaro. Che in tempo di crisi economica non fa mai male. Poi ci sono le iniziative di raccolta di generi alimentari, ma su questo punto si deve stare molto attenti, perché donare cibo è una cosa molto complicata, come spiega Andrea Segrè: “L’idea del foodsharing è molto bella ma con le donazioni private si deve prestare attenzione perché ci sono rischi per la salute. Noi con Last Minute Market abbiamo studiato anni per capire come fare e coinvolto le Usl per certificare la qualità dei prodotti e garantire sicurezza alimentare. Il recupero non è uno scherzo”.

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Quando la finanza cambia la vita (in bene)

Un’agenzia viaggi, un negozio di profumi, un agriturismo, ma anche abbigliamento e articoli per le feste. Difficile pensare che cinque attività, di altrettante donne del territorio, abbiano qualcosa a che fare con la donazione di 100mila euro che Papa Benedetto XVI affidò al Vescovo di Carpi all’indomani della sua visita pastorale nelle zone terremotate, nel giugno 2012.

Eppure è così: sono cinque imprenditrici tra i trenta progetti selezionati da monsignor Francesco Cavina per il progetto di finanza sociale che ha permesso di erogare in totale 200.000 euro in forma di prestiti senza interessi.

Diecimila euro l’importo massimo per ciascun progetto, sembrano briciole, «eppure chi dà oggi qualcosa senza garanzie? Senza questi fondi non sarei riuscita a riprendermi» osserva Susi Alì mentre già pensa di allargare la sua agenzia di viaggi. Oggi ha 34 anni, nel 2012 il terremoto l’ha privata dei locali e tuttora è in container, a Concordia. Anche Lucia Infante, 23 anni, titolare di un negozio di abbigliamento per taglie comode a Medolla, ha scelto di rimanere nell’area del cratere. «È la mia terra – osserva – credo sia desiderio di tutti i giovani cercare di rivalutarla al meglio». Mirela Lazurca viene dalla Romania e ha lavorato in un negozio di articoli per le feste: «Sono subentrate difficoltà, così sono rimasta a casa e devo ancora ricevere una cifra piuttosto elevata di stipendi arretrati. Non avendo trovato lavoro, ho deciso di seguire la mia passione», ed eccola nel suo «piccolo negozietto dove si trova un po’ di tutto per le feste. Mi rincuora quando manifestano soddisfazione per l’apertura, mi dicono ‘non c’era, e ci voleva’».

Destinataria di un finanziamento anche Anna Rosa Ferrari, specializzata in “profumalchemici”, tra i quali ha creato un profumo ispirato al Balsamico Tradizionale, da subito chiamato il profumo di Modena: «il mio progetto prevede il posizionamento dei miei prodotti in un negozio monomarca collocato nel centro storico di Modena e la specializzazione nella produzione e commercializzazione di nuove linee. Senza Fides et Labor non ce l’avrei mai fatta».
Anche per chi eroga materialmente i fondi il progetto è innovativo: «ci ha dato la possibilità di sperimentare qualcosa che spesso si legge solo sui libri – osserva Ermanno Ruozzi, direttore d’area di Bper – i piccoli progetti dove si legge possibilità e voglia di fare dovrebbero già di per sé essere una garanzia, per noi è un’opportunità da studiare per un modo diverso di fare banca».

Sessanta le richieste presentate, segno che di queste iniziative il territorio ha fame, poiché si rivolge a una fascia grigia di persone con idee e talento ma che si scontrano con la mancanza di fiducia da parte degli istituti di credito tradizionali a causa di scarse garanzie o varie situazioni di precarietà. Altri progetti saranno finanziati poiché si riscontra un buon rientro e un basso tasso di insolvenza. Soddisfatto monsignor Francesco Cavina, anche se si aspettava maggior partecipazione al fondo da parte del mondo istituzionale ed economico locale: «chi ragiona in termini di profitto fa fatica a lasciarsi coinvolgere ma la gente semplice dà quel poco che ha. Questo mi fa capire che è stato colto il valore dell’iniziativa. Il lavoro – chiarisce – non dev’essere un privilegio ma un diritto. Fides et Labor non offre solo sostegno: sono in tanti che, privati di un mestiere, credono di aver perso la dignità e le donne, come i giovani, sono tra coloro che pagano il prezzo più alto in questa crisi. Si tratta di dare loro credito, cioè fiducia. È una goccia nel mare – conclude – ma credo che Carpi stia facendo la sua parte e mi auguro che Fides et Labor possa divenire un modello esportabile».

Tonnellate di lamiera in dolce attesa

Dice una bella battuta dell’economista Kenneth E. Boulding che chiunque crede in una crescita infinita “è un pazzo, oppure un economista”.

Quando si parla di crisi dell’automobile viene fuori sempre la stessa espressione: sovracapacità produttiva. Significa che le industrie di tutto il mondo sono in grado di produrre un numero enorme di automobili ma il mercato riesce ad assorbirne solo una parte. Di fronte a questa realtà la considerazione di noi comuni mortali è che forse si costruiscono troppe automobili, mentre quella di economisti e amministratori delegati è che forse non se ne vendono abbastanza. Il punto è che gli impianti vengono progettati per livelli produttivi irraggiungibili e di conseguenza vengono sottoutilizzati. Ad esempio, nel 2009, su 94 milioni di vetture costruite in un anno, ben 40 milioni erano in più, cioè destinate a non essere assorbite dal mercato.

Se in quell’anno non avete comprato una macchina sentitevi in colpa: Marchionne ha fumato troppe sigarette anche a causa vostra.

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San Polo di Torrile, Parma

I dati che testimoniano la sovracapacità produttiva nel mercato dell’auto capitarono al momento giusto quando, qualche tempo fa, iniziarono a girare online delle fotografie di enormi piazzali con decine di migliaia di automobili nuove. Secondo i titoli e le didascalie un po’ enfatiche che accompagnavano le foto si trattava di macchine rimaste invendute a causa della crisi economica e lasciate a deteriorarsi in depositi dalle dimensioni impressionanti. Si parlava di cimitero delle auto. Il messaggio che gli autori dei titoli e delle didascalie volevano far passare era che la crisi economica veniva sottovalutata e che quelle immagini ne dimostravano le reali proporzioni: si producevano milioni di auto che nessuno comprava, VERGOGNA!!!!11!.

Non era esattamente così. Si trattava di un classico caso di fotografie troppo belle per essere vere, e infatti la realtà era un po’ più complicata. Erano sì auto, erano sì depositi enormi, ed erano sì auto non vendute. Ma nella maggior parte dei casi si trattava semplicemente di vetture in attesa di essere spostate nelle concessionarie. La differenza tra “non ancora vendute” e “invendute” esiste e la dimostrazione è che questi depositi sono pieni di auto anche in periodi in cui il mercato segna più. Le foto documentavano un semplice passaggio del normale processo di fabbricazione in cui le auto vengono stoccate (che vuol dire appunto “sistemare la merce in un magazzino come scorta”) per poi essere spostate dove arriva la domanda di acquisto. Così, una volta confutato il messaggio di quelle didascalie un po’ troppo allarmistiche, la delusione era inevitabile: era una bufala.

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Porto di Salerno, auto terminal

Ma a pensarci bene la verità di quelle fotografie andava oltre la realtà che mostravano.

In un certo senso quelle foto erano vere. Forse non erano esattamente quello che dicevano di essere – venivano mischiate anche immagini di periodi molto lontani fra loro – ma guardandole si intuiva una verità molto più profonda e allarmante di quella che gli enfatici titolisti volevano farci credere. Il fatto che tutte quelle decine di migliaia di auto sarebbero, prima o poi, passate da “non ancora vendute” a “vendute” e quindi finite nei concessionari e poi nelle nostre strade, non le rendeva di certo meno impressionanti. Anzi. Chiunque di noi, a parte i più smaliziati che non si impressionano mai, guardandole ha pensato la stessa cosa: ma quante cazzo di automobili si producono nel mondo?

La risposta è: moltissime.

Anche i dati più recenti danno il mercato dell’auto in crescita in Europa. Nei 28 paesi europei più Islanda, Norvegia e Svizzera, nei primi 8 mesi del 2014 sono state vendute 8.636.00 automobili. Cioè il 5,8% in più rispetto all’anno precedente (in Italia +3,5%). Buona notizia? Non per forza. A inizio estate l’amministratore delegato Fiat e Chrysler Sergio Marchionne dichiarava: “Il settore auto in Europa è ancora caratterizzato da una forte sovracapacità produttiva. Se non si risolve il problema sarà inevitabile un’altra crisi nei prossimi 4/5 anni”. Cioè ancora una volta ci saranno troppe automobili e non abbastanza persone che le acquistano, e quindi o gli impianti dovranno produrre meno – e licenziare – o si produrranno troppe auto rispetto alla domanda. E’ per questo che esiste una crisi dell’auto praticamente eterna: si punta a numeri irraggiungibili, e pur vendendone tantissime, non se ne vendono abbastanza.

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Carimate (CO)

Come ci ricordava Kenneth E. Boulding la crescita infinita non è possibile, anche solo per i limiti sul piano fisico. Lo spazio sulla Terra a un certo punto finirebbe e non ci sarebbe più posto per altre automobili, anche costruendo tunnel sotterranei o accatastando le auto una sopra l’altra. Si potrebbe forse iniziare a bruciare le auto già esistenti per fare subito spazio a quelle nuove, ma la cosa, oltre ad essere assurda, comporterebbe un aumento esponenziale dell’inquinamento prodotto dalle automobili, già abbastanza alto. Il problema per cui rimane senza soluzione.

Le foto che pubblichiamo in questa pagina rappresentano i più grandi punti di movimentazione di automobili in Italia.

Secondo i dati dell’Aci in Italia nel 2013 c’erano quasi 37 milioni di automobili (solo auto, quindi senza contare autobus, autocarri, moto, ecc.). Molte di queste sono passate da questi enormi enormi depositi, spesso costruiti all’interno dei porti industriali, dove le vetture sostano in attesa di essere spostate e vendute.

Visti dall’altezza della strada non fanno grande impressione: in sostanza sono dei grossi parcheggi del tutto simili a quelli di alcuni grandi centri commerciali. A parte per le capacità: il più grande, il Faldo di Livorno, riesce ad accogliere in un anno 130mila automobili, provenienti soprattutto dall’oriente (Corea, India, Giappone). Insomma, moltissime. Nei primi tre mesi del 2014 solo in quel deposito sono sbarcate 100mila vetture. Altri enormi depositi di auto sono quelli di Chignolo, Torrile e Castiglione delle Stiviere, più quelli dei porti industriali più grossi, come quelli di Gioia Tauro o Salerno.

Ma se guardiamo dall’alto le cose cambiano. Basta salire un po’, giusto ad altezza satellite, per restare a bocca aperta, come di fronte a una cattedrale che appare immensa e inquietante solo se la si osserva da un certo punto. Di fronte a queste immagini, ognuno è libero di vedere ciò che vuole a seconda della propria fede economica: chi ci vede il futuro radioso della crescita infinita sognata dalla moderna società di produzione, chi invece l’apocalisse figlia della degenerazione del consumo di massa ed evitabile solo con forme più o meno estreme di neoluddismo. Ma per tutti, guardando questi piccoli rettangoli dall’alto, la domanda è una: dove le mettiamo?

Gallery: i più grandi depositi auto in Italia

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Un social market per un nuovo modello di welfare

Si è inaugurato sabato 11 gennaio 2013 a Soliera un market solidale. Si chiama “Il Pane e le Rose” ed è un progetto realizzato dal Comune, dall’Unione Terre d’Argine e dalla Cooperativa Sociale Eortè, che hanno raccolto strada facendo l’aiuto e la collaborazione con una nutrita schiera di soggetti e associazioni del territorio. L’obiettivo è distribuire prodotti alimentari e per l’igiene personale a famiglie in difficoltà economica. I concetti guida del progetto sono l’antispreco, la redistribuzione solidale, l’educazione a stili di vita e di consumo sostenibili e la promozione di un più marcato senso di comunità.

Il 2014 sarà l’anno della svolta per l’industria modenese. E non lo dicono le stelle

Il 2013 non vedrà ancora manifestarsi una ripresa industriale degna di nota, ma sarà comunque un anno di svolta per il sistema industriale modenese. Ma come?

Tutto è fermo al palo, i segnali di risveglio dell’economia scarseggiano, dove sta la svolta? La svolta nasce dalle acquisizioni estere e nazionali, che hanno punteggiato gli ultimi mesi della nostra economia locale.
La nostra analisi abbraccia tre dei cinque comparti, che hanno ormai da 30 anni innervato l’industria modenese: il biomedicale, il ceramico e la moda o, se preferite, il tessile-abbigliamento. Tralasciamo la meccanica e l’alimentare, perché il fenomeno appare in maniera più decisa tra Mirandola, Sassuolo e Carpi per citare le capitali dei relativi distretti.

Il biomedicale – sorto grazie al grande estro imprenditoriale del farmacista Mario Veronesi, un genio nel suo campo, sbocciato 500 anni dopo il grande Pico ancora a Mirandola – è cresciuto per impollinazione (basterà citare Bellco e Dideco), portando le multinazionali da tutto il mondo occidentale ad impiantarsi nel cuore della Bassa. La recente acquisizione della Gambro da parte del gruppo americano Baxter dimostra che neanche il drammatico sisma del maggio 2012 è riuscito a scalzare un comparto, dove la ricerca si fonde con la grande capacità acquisita dalle maestranze locale. Insomma quanto fu definito con il termine “valori depositati”.
I timori che si diffondevano sotto la tensostruttura di Finale Emilia nelle assemblee estive 2012 di Confindustria di gruppi stranieri pronti a “girare l’angolo” e a fuggire in altre regioni italiane si sono dissolti. Anzi, anche dalle parole di industriali, sia del settore, che dell’area di Cavezzo, come il mai morbido e mai domo Wainer Marchesini di WAM, traspaiono stima e apprezzamento per quanto la Regione ha saputo fare nel dopo-terremoto.

Scendendo da nord a sud scrutiamo la situazione del distretto carpigiano dell’abbigliamento. Abituato a cambiare pelle, appena ne intravede la necessità, dopo aver passato le fasi del lavoro a domicilio, del pronto-moda ruggente, dell’importazione cinese, la “lucertola” carpigiana scopre per prima volta nella sua ultracinquantennale esperienza che non si vive solo di imprenditoria locale. Dopo aver raggiunto negli ultimi 10 anni una concentrazione di imprese leader, a lungo invocata (il professor Sebastiano Brusco, già oltre 20 anni fa) da chi la paragonava al sistema Benetton e giudicava il sistema carpigiano troppo disperso in microimprese alla ricerca del proprio mercato, Carpi ha visto entrare nel giro di pochi mesi in due importanti imprese di “brand”, con i loro marchi Twin Set e Via delle Perle, fondi di investimento nazionali e internazionali. Certo esistono diversità notevoli tra i gruppi industriali esteri che investono sul biomedicale e gli “investitori istituzionali” arrivati a Carpi. Qui la logica imprenditoriale è sempre e comunque la massimizzazione degli utili e la cessione societaria nell’arco massimo dei 5 anni. Ma la tenuta dell’impresa nel distretto è legata oltre che al coinvolgimento almeno pluriennale dei fondatori nella compagine sociale alla qualità delle lavorazioni e al sistema stellare tipico di Carpi. Nessuno in Italia è capace di governare, come si fa a Carpi, i passaggi del ciclo produttivo, basato su un incessante entrata e uscita della merce, che parte dal filato e arriva al controllo qualità del capo finito. Certo saremmo tutti più felici… se nel sito dell’investitore istituzionale di Via delle Perle, a fianco si scrivesse Carpi e non Capri! Ma giusto per essere sicuri che si è entrati con il cuore e non solo con il soldo nella città dei Pio. D’altra parte la presenza di Light Force, l’ azienda che detiene il marchio Twin Set, sulla piattaforma Elite della Borsa italiana, in prospettiva è garanzia di consolidamento di un progetto di sviluppo a medio termine.

Resta la “tile valley”, la ceramica. Da Marazzi, acquisita dal gruppo americano Mohawk industries alla Rondine, dove è entrato il gruppo turco Seramiksan, prosegue il fiorire di investimenti di gruppi industriali stranieri. Le situazioni aziendali sono molto diverse da caso a caso. Il distretto attira sicuramente, come fanno notare primari industriali, ma è qui, a cavallo del Secchia, che bisogna riconoscere che esiste un serio problema occupazionale. I posti a rischio reali toccano la cifra di 5.000 addetti. Le aziende investono, ma anche il sorpasso della Spagna sull’Italia, quanto a volumi prodotti è un segnale inequivocabile. Le cifre diffuse durante il Cersaie segnano un andamento a due velocità: gli stabilimenti esteri dei gruppi emiliani tirano, quelli locali, quando va bene, mantengono la produzione precedente. Non saremo certo alle cattedrali nel deserto, ma gli stabili vuoti tra Maranello e Scandiano abbondano e sentire parlare di arrivo della Bretella fa quasi tenerezza.
E’ così che qui dobbiamo concordare con l’analisi dell’editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, che scriveva dopo l’acquisizione di Loro Piana «Stando così le cose è logico che finiamo per subire il paradosso del cachemire, siamo capaci di invadere i mercati più lontani con la qualità dei nostri prodotti e la compattezza delle nostre filiere, nel frattempo però rischiamo costantemente di prendere gol in campo amico. Di vedere le nostre aziende più prestigiose passare di mano». In altre parole servirebbe una politica industriale per evitare che l’Italia diventi in molti settori la Cina del lusso.

Giorgio Pagliani

 

 

Forse non assassini, ma complici…

Il mare vuole custodire nel suo fondo silenzioso i resti umani di un naufragio senza precedenti. Invece i sub stanno andando a prendere queste salme, e riportano alla luce del sole, che smette di essere così luminoso e caldo. Da ogni indizio si vuole recuperare la speranza che avevano dentro quei corpi: partendo da un vestito o un qualsiasi accessorio, ci immaginiamo l’odissea del viaggio e, infine, promettiamo i funerali di stato.
Ma prima di seppellire in fretta queste vittime, facciamo l’autopsia, altrimenti il funerale invece che un gesto di pietà diventa un frettoloso colpo di spugna alla cronaca e alla sua memoria.

La vittima non è morta annegata, scrive a sorpresa il referto medico. E’ morta di povertà. Sono chiari i segni sul corpo di stenti e fame; in alcuni sono state rilevate ferite evidenti da fatica e sfruttamento. Parlano chiaro i visi precocemente segnati dal tempo, soprattutto quelli delle donne, attraversati da piccole fessure che sembrano scoli di sudore e lacrime.
Queste persone non sono morte nel mare italiano, ma nella terra in cui sono nati e hanno vissuto fino a pochi mesi prima. Non importano l’ora e il luogo accertati dal referto di morte. Importano le cause che hanno portato a questa morte, una morte fisica, preceduta dalla morte sociale, economica e della dignità. Sono morti la dove avrebbero dovuto vivere, sperare e crescere. Nella loro terra natale non hanno trovato un lavoro, né uno stato che li sostenesse.

Non hanno trovato un lavoro perchè l’economia del loro paese è un’economia per pochi; non è povera, anzi è ricca di materie prime, di terreni e di attrattive. Ma sono pochi quelli che ne ricavano sopravvivenza; anzi quei pochi ne ricevono immensa ricchezza. E lo Stato non interviene, perchè proprio quei pochi lo governano. Gridano demagogiche frasi di false speranze, o impongono violazioni e limitazioni. Con lo stesso risultato finale di ottenere tanti poveri piegati e piagati.
Quei cadaveri che raccogliamo in spaventosa quantità sono schiavi scappati da un’economia e uno stato schiavisti. Bene! allora noi siamo solo i becchini, non gli assassini!!

Guardati in tasca e tocca il tuo cellulare; sorseggia con calma il tuo caffè; gusta con piacere il tuo cioccolato. Sbuccia la tua banana, taglia l’ananas, vai dal benzinaio e fai il pieno. Ecco, se non sei proprio assassino, sei almeno complice, perché l’economia giusta e pulita dell’Occidente poggia in gran parte sulle materie prime e l’economia dei paesi di origine dei cadaveri che stiamo raccogliendo. E i governi che schiacciano speranza e spengono sogni, sono amici di coloro che votiamo o partners del raffinato made in Italy.

L’autopsia dice che la morte ha degli assassini, ma anche dei complici, che fanno una semplice spesa fatta tutti i giorni che non guarda provenienza, né fabbricazione, ma solo si fa attirare da un’etichetta sensuale e colorata.
E “per fortuna” che in Bangadlesh i morti restano sepolti sul posto, senza approdare qui. Così almeno le magliette, le felpe e i pantaloni che fanno in tempo ad arrivare, non puzzano di cadavere.
A Lampedusa abbiamo avuto un abbondante raccolto dei frutti della parte peggiore dell’economia globale. Ne esiste anche una alternativa, dicono, che pesa un pochissimo per cento sul totale mondiale, ma che mai potrà essere neanche sospettata di complicità. Si chiama equo e solidale; e la sua versione italiana è detta “filiera corta”.
Nessuno può dire di essere totalmente innocente di complicità; qualcuno può dire di provare ad uscire da questa complicità assassina.
A Lampedusa non c’è stata la strage peggiore di questa economia; è stata solo il cimitero più vicino a casa nostra. I morti e i mutilati sono migliaia ogni giorno nelle fabbriche, miniere e campi a sud di casa nostra.
Ma dopo Lampedusa, nessuno, ma proprio nessuno potrà più dire “occhio non vede, cuore non duole”

(Immagine in evidenza: “Lampedusa, spiaggia dei conigli”. Photo credit: passer8 via photopin cc)

Un banchiere a tutto campo

Si può essere banchiere anche senza avere il “pallino” di giocare alla roulette con i soldi dei risparmiatori. Si può essere banchiere ambulante spiegando alle persone che i soldi sono bene importante che hanno un valore in sé e possono assumere un valore ancora più importante se investiti nell’economia reale, nelle imprese attente ai lavoratori e allo sviluppo del territorio. Intervista a Massimo Rovatti, il nuovo banchiere ambulante “tutto campo” di Modena e Ferrara.

Musica: “An Awesome End” di Enemy Jack