“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

Avocadoz, “cantantessa” di cibo e nebbia

“Tu come lo fai il ragù? Manzo o maiale, scegli tu”. “Sono l’ultimo bignè nella pasticceria nell’orario del thè”. “Il tuo iphone è più importante di me: lui non lo lasci mai sul treno”. Nel mondo musicale di Avocadoz la ricetta del ragù si mischia a frammenti di vita, stralci quotidiani, rigorosamente in acustico: voce, chitarra e una manciata di canzoni caricate in rete. Essenziali e immediate.

Ma chi è, in realtà, Avocadoz? Il suo vero nome è Valentina Gallini, è tatuatrice e musicista. “Ho 24 anni, ma a quanto pare ne dimostro meno: quando vado alla Coop a comprare la birra mi chiedono sempre i documenti. – Racconta – Abito in provincia di Modena, in un paese bruttissimo che si chiama San Felice sul Panaro: anche se si chiama San Felice, non è tanto felice.”

Il progetto solista Avocadoz è nato circa un anno fa. Pur non essendo sfociato ancora in un album registrato, Valentina ha portato live le sue canzoni sia in area modenese sia fuori, arrivando fino in Polonia, a Lodz, dove si è esibita nell’ambito di un festival organizzato da associazioni di lavoratori all’estero. Il tutto, mosso dalla voglia di fare qualcosa di diverso con un pizzico di casualità perché, come dice lei stessa, “non so perché, ma a me le cose succedono sempre per caso”.

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Avocadoz” è il tuo unico progetto musicale?
No, il mio gruppo storico si chiama Camera Bordeaux, il primo con cui ho iniziato a fare musica e suonare in giro. È da tanto che ci siamo, facciamo rock alternativo. Ho anche un altro gruppo, i Lomax, e siamo più sul punk, più “cattivi”. Io suono la chitarra e canto in entrambi i gruppi. Poi, più o meno un annetto fa, nello stesso periodo dei Lomax, è nato Avocadoz: il mio progetto solista.

Come mai il nome Avocadoz?
È una storia un po’ strana perché è nato prima il nome: ho scritto delle canzoni perché volevo chiamarmi Avocadoz. Un giorno stavo cercando su internet una ricetta per fare un’insalata con l’avocado e mi è apparsa l’immagine di una Madonna in mezzo a due avocado. Allora mi sono detta che se mai avessi voluto fare un progetto solista mi sarei chiamata Avocados. Da lì ho scritto un po’ di canzoni a caso e le ho caricate su internet con il nome Avocadoz, perché “Avocados” c’era già. In realtà, dopo, ho scoperto che anche “Avocadoz” esiste già: è una band messicana country folk, ma ormai pazienza, va bene così.

foto-avocadoz-1A proposito di ricette, il cibo è una costante nei tuoi pezzi: c’è Ragù, Bigné, Pizza Pasta Pesce… come mai questo fil rouge, che tra l’altro è anche nel tuo nome?
Quando ho scritto queste canzoni – come dicevo, a caso – è andata così: mi sono messa lì e ho provato a scrivere un pezzo sulla prima cosa che mi veniva in mente. E siccome a me piace mangiare e cucinare – vengo dalla Bassa e qui viviamo di ragù e gnocco fritto -, effettivamente la prima cosa è stato il cibo. Mi è venuto così, ho scritto tre canzoni in un giorno. È stato un momento di pazzia! Poi, nei giorni successivi, riascoltandole, mi sono piaciute e ho deciso di scriverne altre. Ho capito che questa cosa un po’ piaceva, i miei amici canticchiavano le canzoni… Si vede che per caso ho fatto una cosa carina.

Tra l’altro “Ragù”, dove canti la ricetta, ha un’atmosfera quasi dark…
Sì, fare il ragù sembra proprio una cosa seria! Che poi è vero, bisogna saperlo fare, ci vuole concentrazione. Secondo me l’atmosfera della canzone è azzeccata. Per quanto sia rudimentale, perché alla fine è solo chitarra e voce.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Suono la chitarra da quando avevo 14 anni. Ho iniziato perché tutti i miei amici avevano un hobby e io no. Prima ho provato con lo sport, ma non era proprio il mio. Poi un amico mi ha detto di comprarmi una chitarra da 40 euro e andare a fare lezione con lui, sono andata e da lì è nato tutto. Ho avuto un buon maestro. Voleva insegnarmi la teoria, come si legge uno spartito, ma a me non interessava, mi annoiava tantissimo. Lui l’ha capito e quindi mi ha insegnato altre cose e da queste, da sola, sono riuscita a sviluppare il resto, a fare quello che volevo, a trasportare l’idea sulla chitarra pur non sapendo leggere o scrivere la musica. Dopo tre anni di lezione ho continuato come autodidatta.

Ci racconti la prima esibizione live di Avocadoz?
È stato terribile! Io sono timida e mi sembrava una cosa molto stupida cantare il ragù. Non è così semplice come sembra, non è come cantare una canzone sull’amore, che dici va beh, è normale. Ero alla Fermata 23, un locale qui vicino casa mia. C’era stato un “festivalino” e verso la fine eravamo rimasti in pochi, fra cui degli amici che sapevano del progetto Avocadoz. Hanno insistito per farmi suonare e mi sono vergognata tantissimo, è stata la prima volta che ho fatto i pezzi di Avocadoz davanti a qualcuno. Non avevo mai avuto il coraggio di suonare da sola, perché è diverso rispetto a suonare con la band: sei più “scoperto” e tutto quello che fai è tuo, ti metti a nudo davanti alle persone. Però ho avuto delle ripercussioni positive: quella serata mi ha sbloccata e mi ha dato il coraggio di fare un vero live con Avocadoz.

foto-avocadoz-2E…?
Il primo vero live l’ho fatto sempre alla Fermata 23, qualche tempo dopo. Nel bagno. Mi sono detta, “Siamo arrivati a questo punto, possiamo anche andare oltre. Faccio canzoni sul maiale, quindi anche se sono nel bagno… ci sta: nella pazzia, facciamone anche un’altra!”. In realtà volevo fare qualcosa di diverso, sia come live sia come canzoni, perché mi ero un po’ annoiata di fare sempre cose standard. Tra l’altro ho scoperto che nei bagni c’è una gran acustica, si sente proprio bene!

Ci sono poche ragazze che suonano, molte band sono composte solo da maschi. Secondo te perchè?
Fra le persone che conosco io in realtà ci sono abbastanza donne che suonano. Nei Lomax, per esempio, siamo due donne e un maschio. Però è vero, maggiormente ci sono uomini, non so perché. Io non l’ho mai visto come un limite, secondo me se un artista è bravo a suonare può essere uomo o donna, è uguale. E non è vero che le donne suonino peggio: hanno delle altre idee e vedono la musica in modo diverso. Magari è più difficile trovare donne molto brave a livello tecnico, quello sì, però dal punto di vista dello scrivere una canzone hanno una sensibilità diversa, anche sui testi.

Per finire, la maggiore fonte di ispirazione della Bassa, a parte il cibo, qual è?
…Ho fatto una canzone anche sulla nebbia, vale? La nebbia di sicuro! Ma a parte tutto le mie canzoni parlano anche di storie vissute: situazioni, amori – finiti bene o finiti male – , in sostanza scrivo di quello che vedo. È un meccanismo abbastanza semplice: mi succede una cosa e io scrivo una canzone, come se te la raccontassi. Molti mi dicono che sembro un po’ Setti quando canto, e forse è vero. Infatti, a parte Setti, non ascolto musica acustica, cioè simile a quello che faccio io. Se vogliamo è una specie di omaggio perché altrimenti non avrei mai pensato di fare questa musica.

Se questo è amore

Da un capo del telefono un uomo, dall’altro un centro di ascolto. Sono casi in cui fare una telefonata è fare un passo determinante, a volte molto atteso: è cominciare a rispettare la donna. Nel libro “Non succederà mai più” (Infinito Edizioni – 2015) Rossella Diaz ha raccolto le testimonianze delle vittime di violenza tra le mura domestiche e fa parlare i fautori degli abusi: uomini che hanno deciso di rivolgersi a un centro di ascolto ammettendo di avere bisogno di aiuto, hanno riconosciuto il problema e in comune hanno l’intenzione di elaborarlo. Qualcuno fa il meccanico, qualcun altro l’assicuratore, chi è studente, chi pensionato: l’abuso verso le donne, quello che troppe volte porta al femminicidio, non ha età né mestiere. È un fenomeno culturale che anche il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 15 ottobre 2013, n. 242 vuole contrastare con l’obiettivo di prevenirlo e proteggere le vittime. La giornalista modenese Rossella Diaz, al suo secondo libro (ha pubblicato sullo stesso tema “I labirinti del male”, con Luciano Garofano già capo dei RIS di Parma), per condurre questa indagine sul campo ha incontrato anche 11 parlamentari di tutti gli schieramenti politici per capire come funziona.

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Rossella, lei ha ascoltato i vissuti di uomini e di donne del Nord e del Sud Italia. Ci può fare un ritratto dei fautori degli abusi?
«Abbattendo facili ipocrisie, oggi come oggi, sta emergendo un concetto importante in merito ai fautori delle violenze contro le donne. Non ci riferiamo a stranieri, pazzi o persone poco colte, ma uomini normali, padri affettuosi, amici fedeli, colleghi affidabi­li. Persone perbene. Il fenomeno della violenza sulle donne in Italia, riguarda tutte le classi sociali: imprenditori, studenti, operai, impiegati e l’80 per cento degli autori di tali abusi, sono italiani. Insospettabili. Sparsi per il territorio nazionale abbiamo diverse associazioni che aiutano gli uomini in questo difficile percorso di elaborazione della violenza. Questi importanti centri di ascolto e recupero, cercano di smantellare l’idea, sempre più radicata, che amore e violenza possano andare in parallelo, aiutando gli uomini a prendere coscienza e responsabilità delle proprie azioni, sostenendoli nel cammino che li riporte­rà a vivere serenamente. Il punto di par­tenza è la presa di coscienza della situazione: focalizzare d’avere un problema a rapportarsi con l’altro sesso e so­prattutto con le persone che si amano».

Quali sono i segni di abuso verso una donna che possono portare a una violenza?
«La violenza sulle donne è caratterizzata da alcuni meccanismi che si susseguono e ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave. I primi segnali da non sottovalutare sono violenza verbale, atteggiamenti che sminuiscono la persona, violenza psicologica, economica, sessuale. Questi atteggiamenti degenerano in spintoni, schiaffi, pugni. Alcune donne riescono a uscire da questo tunnel di esasperazione e atrocità, altre purtroppo no. La violenza domestica va declinata nei suoi vari aspet­ti, poiché spesso chi la subisce fa fatica a riconoscerla. Quando si ripete nel tempo, assume connotazioni di mal­trattamento. In questa parola sono racchiuse la violenza psicologica, sotto forma di minacce, ricatti, denigrazioni, svalutazioni; la violenza fisica, che si esprime con botte, ferite, omicidio; la violenza economica, rappresentata dalla privazione di fondi e di risorse; la violenza sessuale, dalle molestie al tentato stupro, fino allo stupro».

fmc3Che cosa sono le case rifugio e chi ha incontrato in questi luoghi?
«La Casa Rifugio è un luogo ad indirizzo segreto, costruita per offrire alle donne un luogo sicuro in cui sottrarsi alla violenza del partner, e provare a ricostruire serenamente la propria vita. Presso queste strutture, da nord a sud Italia, ho incontrato donne e ragazze meravigliose. Si sono aperte con naturalezza e semplicità, hanno scambiato le loro impressioni, hanno condiviso attimi della loro trauma­tica esperienza, si sono confrontate sulla violenza do­mestica all’interno della coppia e della famiglia, grazie all’aiuto di professionisti psicoterapeuti o facilitatori-moderatori degli incontri. I gruppi di aiuto sono un importante strumento in ag­giunta ai percorsi di accoglienza individuale per l’ela­borazione e l’uscita dalle situazioni di violenza. Questi spazi sicuri rappresentano concretamente una possibili­tà di varco nel silenzio. Sono luoghi in cui le donne in­contrano pensieri e parole ascoltandosi senza giudicarsi, sostenendosi nel percorso di rilettura della propria sto­ria. Un’occasione di riscoperta di energie insospettabili, progetti, cambiamenti, trasformazioni».

Lei nella sua inchiesta ha incontrato parlamentari, associazioni e professionisti che lavorano a stretto contatto con le vittime. Tutti questi soggetti hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con la Legge sul femminicidio, n 119. Che idea si è fatta a riguardo?
«Il fenomeno della violenza sulle donne va affrontato in maniera strutturale, non emergenziale. Esaminando le misure adottate dalla Legge, s’avverte la volontà di una decisa e ferma intenzione di invertire la rotta, rispetto a come è stato vissuto l’approc­cio culturale verso la violenza sulle donne sino a oggi. Si rileva tuttavia una grave mancanza in tema di educazio­ne di genere, formazione e sensibilizzazione al problema. Incentrando gli interventi esclusivamente sulla repressione, senza un importante lavoro di prevenzione, i risultati saranno risibili. L’innal­zamento delle pene non rappresenta un deterrente suffi­ciente per gli uomini violenti. Lo è la certezza della pena e la formazione professionale degli operatori giudiziari. È indispensabile e fondamentale la formazione di profes­sionisti per valutare e riconoscere le situazioni a rischio e sviluppare un’adeguata sinergia e reti di collegamento efficaci tra operatori sanitari, forze dell’ordine, procure, centri d’ascolto. Senza un coordinamento adeguato fra tutti gli attori coinvolti non si faranno passi in avanti. I centri antiviolenza, associazioni e volontari che prestano servizio nei luoghi d’ascolto ogni gior­no, lontano dai riflettori, svolgono un lavoro straordi­nario, facendo troppe volte le veci dello Stato. Si trovano a dover operare spesso in condizioni d’im­potenza, senza finanziamenti, facendo i conti con tagli economici sempre più sostanziosi. Nel corso della mia inchiesta sulla violenza di genere ho incontrato alcune Parlamentari di tutti gli schieramenti politici , alla luce delle ac­cuse rivolte al mondo politico da molti volontari attivi a stretto contatto con la disperata quotidianità di chi ha visto distrutta la propria esistenza, secondo cui lo Stato continua a essere ingiustificabilmente assente. Inoltre, ho intervistato alcuni specialisti impegnati in prima linea sul tema della violenza, da un comandante di un corpo di polizia municipale a uno psicoterapeuta, un giudice, un assistente sociale….il loro contributo è fondamentale. È però importante che tutta la società civile si impegni e faccia la propria parte, per contrastare un problema grave, di interesse collettivo».

fmc2In “Non succederà mai più” Rossella Diaz ha esaminato anche il ruolo dell’informazione che tende alla spettacolarizzare e banalizzare vicende drammatiche, riducendole a vuoti “docu-reality”. Che cosa è emerso?
«La violenza di genere deve essere assunta come tema di rilievo istituzionale, mediatico e civile. Il concetto del “giusto linguaggio” da utilizzare, per riportare i fatti e descrivere le vicende che trattano il femminicidio, è di fondamentale importanza se si vuo­le creare una forte consapevolezza collettiva. Non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale una cor­retta sensibilità nell’affrontare un argomento tanto de­licato. I media purtroppo, con leggerezza e superficiali­tà, nel racconto del dramma si riducono a semplificare e a vittimizzare. Mancano codici seri di autoregolamentazione sul corretto gergo da utilizzare. Siamo soliti leggere: “Lui innamoratissimo ha un raptus di gelosia”; “Fidanzatino fa un gesto di follia, la uccide a pugnalate e le dà fuoco”; “Passione impazzita di un uomo tranquillo, ma geloso”… queste alcune delle frasi shock predilette dai media. Questo tipo di giornalismo manca di rispetto e distorce la realtà da quella che invece si deve descrivere come ingiustificabile brutalità, commessa da un soggetto che ha straziato un altro essere umano. Parole come gelo­sia, follia, raptus, sono tanto vaghe quanto inadeguate, come se si volesse giustificare il gesto dell’assassino con la troppa passione o la malattia mentale, volendo oscu­rare invece le cause socio-culturali della violenza. Si deve chiarire che non è corretto definire “fidanzatino” chi toglie la vita barbaramente alla sua ragazza sedicen­ne e poi le dà fuoco senza pietà. Le parole utilizzate sono importanti e allo stesso tempo dannose. Un’informazione che voglia ritenersi seria, rispettosa e coerente deve chiarire che il possesso, il controllo e il dominio non sono amore.

Che ruolo ha l’informazione in questo tema delicatissimo del femminicidio?
«Il femminicidio è l’ultimo atto compiuto dopo numerosi maltrattamenti e azioni violente. L’informazione ha un ruolo fondamentale ed è essen­ziale che i media trattino la violenza contro le donne in modo responsabile, come sostiene la Convenzio­ne No More, ovvero “promuovendo e diffondendo una cultura più consapevole riguardo le questioni di genere, rispettando l’argomento e utilizzando un linguaggio ade­guato e immagini idonee, che non trasformino la vittima in complice della sua stessa morte o violenza, perché così si ridimensiona agli occhi dell’opinione pubblica la gravità del reato, con il rischio di ridimensionare la gravità”».

Immagine di copertina, photo credit: Single Teared Emotion via photopin (license).

“Barbablu” è arrivato: dal Teatro Tempio al Festival di Avignone

“Ero sola, nel bosco. C’era tanta gente. Sola. Due bambine. Una, una sola. Due bambine. L’una, sorrideva ingannandosi, l’altra subiva dimenandosi. Incrociate i pollici, alzate le orecchie, storcete il naso. Barbablu è arrivato, dentro e fuori. E son dolori.”

Cominciava così lo spettacolo teatrale “Barbablu”, realizzato dalla compagnia modenese Peso Specifico per la regia e drammaturgia di Roberta Spaventa. Una voce fuori campo e una silhouette di donna stagliata nel buio, inerme, con un cappio al collo, a gettare un’ombra inquietante sulla platea da 90 posti del TeTe – Teatro Tempio. Qui, un primo studio dello spettacolo andò in scena nel novembre 2013, seguito dalle vere e proprie rappresentazioni nel corso del 2014, allestite sia al Tempio sia in altri teatri dell’area modenese e non solo. Nel 2015, però, le repliche hanno dovuto forzatamente traslocare assieme alle numerose altre attività della compagnia: al termine dell’anno scorso, infatti, il nuovo parroco di S.Giuseppe Tempio Don Claudio Arletti decise di non rinnovare a Peso Specifico la gestione del teatro cominciata nel 2010, consegnandone la direzione ai frati Paolini.

Il TeTe
Il TeTe

In Francia il TeTe sarebbe stato annoverato fra i cosiddetti lieux intérmediaires et indépendents, ossia luoghi di cultura gestiti da compagnie teatrali e utilizzati sia come luoghi di creazione e rappresentazione per le stesse compagnie, sia come luoghi di aggregazione ed espressione a beneficio della comunità. Al TeTe, per esempio, oltre all’attività di produzione e rappresentazione di Peso Specifico, si tenevano tra le altre cose corsi di recitazione per bambini e adulti, workshop con ospiti italiani e stranieri, un mercatino settimanale di prodotti biologici e le serate estive Tempio d’Estate.

Ma tant’è, la Francia è lontana seppur sempre a portata di mano. “Barbablu”, lo spettacolo del cambiamento, andrà infatti in scena nella sua nuova versione francese “Barbe-bleue” alla 50esima edizione del Festival OFF di Avignone, l’evento più celebre del panorama teatrale indipendente. Già ospite ad Avignone nel 2013 con “Facevo il morto”, la compagnia Peso Specifico approda quest’anno nella città francese dei Papi con il sostegno e il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Comune di Modena e dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. Lo spettacolo sarà interpretato da Cristina Carbone, Santo Marino, Martina Raccanelli e Alessandra Amerio, e le rappresentazioni si terranno dal 4 al 26 luglio.

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Ispirato alla macabra favola omonima, in cui il temibile uxoricida Barbablu nasconde nel suo castello uno stanzino con i corpi martoriati e senza vita delle sue mogli, lo spettacolo di Peso Specifico è una riflessione forte ed emotiva sulle dinamiche della violenza. Un male banale, purtroppo sempre attuale. Il filo conduttore alla scoperta della verità sono due bambine, che diventano ragazze e poi donne, due lati della stessa medaglia in cerca della propria identità al di fuori del proprio guscio. Ma l’inevitabile incontro con l’Altro rischia di divenire fatale, se l’Altro è Barbablu, un “mago mancato” dal fascino scintillante e dall’interiorità torbida: una volta aperta la porta segreta, riusciranno le due donne a sostenere la visione e ad affrontare la dura realtà?

Poiché non si può augurare buona fortuna agli attori – e dicendolo in francese per restare in tema -, “beaucoup de merde” a Peso Specifico e a “Barbe-bleue” che ad Avignone porteranno con loro un pezzo significativo della vita culturale della nostra città.

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

mazzi«L’integrazione è una bella cosa se si è in due a portarla avanti».
Questa la risposta di Lisa Mazzi, modenese emigrata in Germania negli anni ’70 e autrice del volume “Donne mobili“, quando le chiedo la sua idea a riguardo. E continua: “Negli ultimi anni le politiche mirate ad integrare i migranti nella società tedesca sono aumentate. Sembra che il Paese abbia capito che gli stranieri che vengono in Germania per lavorare non possono essere più trattati esclusivamente come Gastarbeiter (Lavoratori Ospiti), e stia finalmente cercando di recuperare il tempo perduto.”

Il tema dell’immigrazione è molto caro a Lisa Mazzi, che in questo suo ultimo libro, ha posto l’accento su un aspetto poco noto delle migrazioni avvenute nell’ultimo secolo tra Italia e Germania: le donne. Lo studio condotto dall’autrice ci apre gli occhi su un tema prima non documentato come quello della migrazione femminile, e su come questo fenomeno si sia intrecciato con l’evoluzione politico-economica dei due paesi.
Attraverso interviste e ricerche d’archivio l’autrice porta alla luce le storie di molte italiane che tra il 1890 e il 2010 hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro non per ricongiungersi a un familiare ma per iniziativa propria.Una vera e propria migrazione indipendente.
Dobbiamo sfatare questo mito” – dice Lisa – “non è vero che alla fine del 1800 solo gli uomini emigravano per trovare lavoro in Germania. Molte donne, specialmente provenienti dalla pianura padana, hanno fatto la stessa scelta coraggiosa disancorandosi da una società patriarcale e una morale cattolica che le voleva madri amorevoli e mogli onorate, per andare a fare le contadine nel sud della Germania”

Lisa Mazzi ha vissuto in prima persona il significato e i risultati del processo migratorio.
Da quarant’anni si è stabilita in Germania dove concilia la carriera accademica con il ruolo di madre e moglie.

donne mobiliCi siamo incontrate per la prima volta in una delle riunioni della Onlus Rete Donne Berlino e.V. dove donne italiane di tutte le età si incontrano e condividono la propria esperienza migratoria con l’obiettivo di contribuire alle politiche d’integrazione attraverso progetti e iniziative culturali sia a livello locale che federale.
Pochi giorni dopo la rivedo in un bar del quartiere Mitte per farle qualche domanda sull’Italia, sulla Germania e sull’importanza del Network tra connazionali.
Iniziamo parlando della Onlus dove ci siamo conosciute.

Qual è la tua opinione su Rete Donne ?
Rete Donne è la prima associazione sociale valida che si rivolge trasversalmente alle italiane che vivono in Germania. Ne fanno parte donne di vecchia come di nuova immigrazione che vogliono scambiare esperienze e competenze rendendosi attive nel loro nuovo paese senza perdere di vista le proprie radici. Rete Donne ha sede in diverse città della Germania tra cui Amburgo, Berlino e Francoforte. Pur non vivendo nella stessa città le persone che fanno parte di questo network hanno una meta e idee comuni. Questo ha fatto di Rete Donne un gruppo attivo e in crescita che vuole rispondere alle esigenze delle donne italiane facendo propria un’internazionalità non solo bi-nazionale ma aperta a 360 gradi.

Spesso in Italia si parla di politiche di genere. In cosa si differenziano le donne italiane e tedesche?
La donna tedesca è sempre stata più autonoma perché non ha mai dovuto combattere quelle battaglie civili che sono state così necessarie in Italia. Tutto quello che da noi è stato ottenuto a cavallo degli anni ’70, in Germania esisteva già dall’inizio del secolo. La fine del secondo conflitto mondiale e la morte di migliaia di uomini durante la guerra hanno portato le donne tedesche ad assumere un ruolo attivo nella ricostruzione delle città ma anche della società tedesca, ruolo che continua a venir loro riconosciuto. È importante però sottolineare come anche la donna italiana, attraverso le lotte del ’68, abbia portato avanti una lotta consapevole e agguerrita per raggiungere insieme all’emancipazione diritti civili importanti quali divorzio, aborto e il superamento della potestà familiare.

Donne e lavoro. Com’è la situazione in Germania?
Come ho scritto nel mio libro, il motivo per cui la mano d’opera femminile italiana è stata ricercata in Germania fin dalla fine dell’Ottocento sta nella sua economicità. Le donne venivano apprezzate in quanto billig und willig: costavano meno degli uomini e lavoravano molto.
Oggi, nonostante l’associazionismo femminile sia molto forte e il governo investa per migliorare le pari opportunità nel paese, questa differenza di salario tra i due sessi in Germania continua ad esistere ed è stata stimata intorno al 20%. Anche in Italia ci sono associazioni come Se non ora quando, che lavorano su questi temi importanti ma sfortunatamente la situazione politica del paese rimane un ostacolo al miglioramento delle politiche di genere.

it-ger1Siamo di fronte a una nuova ondata migratoria di giovani verso la Germania ma soprattutto verso Berlino. Cosa ne pensi?
Durante le ricerche fatte per il mio libro, mi sono resa conto che sono due le motivazioni ricorrenti alla base di una scelta migratoria: il “viaggio” e la “fuga”. Il viaggio come scoperta, e la fuga come risposta a condizioni materiali e sociali del paese d’origine. Penso che questi due elementi continuino ad essere oggi molto attuali.

In molti scelgono Berlino per lo spirito internazionale, l’offerta culturale e la grande vitalità che la città offre. Questo flusso rappresenta senz’altro una grande ricchezza per la città. A Fronte di questa grande potenzialità in arrivo però, spesso Berlino non è in grado di dare un lavoro a tutti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della città quest’anno ha raggiunto l’11%. In ogni caso è interessante vedere come gli stranieri che hanno scelto di vivere qui stiano apportando un grande impulso, anche identitario al tessuto socio-culturale della capitale.

In questo contesto in cambiamento il network diventa sempre più importante per orientarsi in un contesto nuovo per chi è appena arrivato, ma non solo. Proprio grazie a Rete Donne ho la fortuna di incontrare ragazze giovani a cui posso dare il mio contributo ma che al tempo stesso mi fanno aprire gli occhi su una esperienza migratoria molto diversa dalla mia. Io vivo questa nuova emigrazione come un’ondata di vitalità e di integrazione europea.

Quando pensi a Modena cosa ti manca?
La cucina rimane un luogo comune, anche se oggi non è più come trent’anni fa quando in Germania i ristoranti e i prodotti italiani non erano ancora così diffusi.
Mi mancano i portici, l’illuminazione di certi vicoli del centro storico come quelli della zona intorno a Calle di Luca e la familiarità che si prova nell’andare a prendere il caffè due giorni di seguito nello stesso bar.

Lisa Mazzi ha scritto racconti brevi e poesie in tedesco, trovando in quella che per molti è solo una lingua straniera una seconda casa. In una di queste ricompare Modena tra la nebbia.

Unreal city

Non c’era Dio ad attendermi alle porte di Modena,
L’ho incontrato piú tardi sul fiume nella nebbia.
Fear death by water
L’acqua scura é piena di ombre,
non pensavo fossero tante.
Luci nel profondo del fiume mi invitano a seguirle,
mi lusingano, cercano di sedurmi.
Vittima inerme, coraggiosa eroina?
Dio é la via
non so se questa sia giusta per me.
Troppo lontana é Modena, troppo irreale
La cittá con la sua torre stagliata nella nebbia.

[Unreal City. An den Toren von Modena habe ich Gott nicht getroffen/ Er ist mir später am Fluss im Nebel begegnet./ Fear death by water/ Das schwarze Wasser ist voller Gestalten/ Ich hätte nicht gedacht so viele./ Lichter in der Tiefe des Flusses laden mich ein,/ ihnen zu folgen, schmeicheln mich, versuchen mich zu verführen./ Wehrloses Opfer? Mutige Heldin?/ Gott der Wegweiser/ Ich weiß bloß nicht, ob dies der richtige Weg ist./ Zu weit weg ist Modena, zu unwirklich/ die Stadt mit ihrem hohen Turm im Nebel].

(Immagine in evidenza: photo credit: ♥KatB Photography♥ via photopin cc)

Ricomincio da me

Da un’idea di tre donne (più una quarta) è nata un’iniziativa completamente nuova per Modena: “Ricomincio da me“, una fiera delle opportunità che ha messo in contatto idee, aziende e persone per mettere in piedi una rete di opportunità, per “creare & inventare” lavoro. L’evento si è tenuto sabato e domenica 19 e 20 ottobre al Foro Boario di Modena ha riscosso un grandissimo successo.

Malamore no!

malamMa l’amore no, l’amore mio non può disperdersi nel vento con le rose tanto è forte che non cederà, non sfiorirà. Io lo veglierò, io lo difenderò da tutte quelle insidie velenose che vorrebbero strapparlo al cuor, povero amor… canta una vecchia canzone, da cui trae il titolo la serata “Malamore no!” di venerdì 6 settembre 2013 a Rastellino di Castelfranco Emilia, serata di musica e letture per raccogliere fondi per la Casa delle Donne contro la Violenza di Modena in compagnia di numerosi artisti modenesi e bolognesi, tra i quali Ugo Cornia e Lorena Fontana.

Si tratta di un’iniziativa pensata per fare cultura, far riflettere, incontrarsi e raccogliere fondi per la Casa delle Donne contro la Violenza – spiega la senatrice Mariangela Bastico a nome della rete AgendER che, in collaborazione con l’associazione Artemisia, promuove la serata.

AgendER, lo ricordiamo, è un’agenda culturale e sociale con uno sguardo di genere pensata per mettere in collegamento Modena con altre esperienze dell’Emilia Romagna, un progetto (su facebook la pagina dedicata) a cui sta lavorando un gruppo di persone accomunate da un obiettivo preciso: dare impulso a un dialogo e a un confronto tra i vari soggetti istituzionali e associativi impegnati sul tema della cultura a Modena, per favorire la condivisione tra le iniziative e consentire una migliore fruibilità della città.

La missione di AgendER, come testimonia l’organizzazione di questa serata a cui hanno aderito Arci, Cna, SpiCgil, Auser e Coop Estense e che ha il patrocinio dei Comuni di Modena, Nonantola, Ravarino e Castefranco, è quella di rimettere al centro la cultura nella convinzione che i fenomeni e le relazioni sociali possano migliorare attraverso di essa.

Il titolo della serata è volutamente provocatorio – prosegue Bastico – e intende smontare il luogo comune che associa la violenza a una sorta di amore possessivo, geloso, comunque sia a un amore, mentre bisogna aver ben presente che nella violenza non c’è mai amore. E questo va contrastato sia nei fatti che sul piano culturale, dicendo a chiare lettere che dietro la violenza ci sono uomini che non hanno amore, che non portano rispetto ma che hanno solamente un senso del possesso sbagliato nei confronti della propria donna”.

Ero assessore al Comune di Modena quando è nata la Casa delle Donne – ricorda Bastico – e credo che essa abbia dei meriti enormi, sia per aver fatto emergere il tema della violenza contro le donne, facendolo diventare una cosa “reale”, abbattendo cioè quel muro di silenzio che fino ad allora (parlo della fine degli anni Ottanta) esisteva sull’argomento, sia per aver aiutato negli anni migliaia di donne in un percorso di ripresa della propria vita”.

Una serata per far emergere il tema della violenza ma soprattutto quello dell’amore e della vita perché i fondi raccolti serviranno per contrastare la violenza e affermare il diritto a una vita libera delle donne.

Il sottotitolo dell’incontro è “Emergenza femminicidio”, fenomeno sempre più diffuso e preoccupante, la cua portata era inimmaginabile solo qualche decennio fa. Le donne uccise nel 2012 per mano di un uomo in Italia sono state 124, e 81 nei primi sei mesi del 2013. L’amore diventa malamore e la violenza un’emergenza che va affrontata con ogni mezzo, a cominciare dal sostegno ai centri antiviolenza.

Il vocabolo femminicidio è stato molto contestato ma è giusto che sia entrato nel vocabolario e nel linguaggio italiano, così come lo è nella maggior parte dei paesi del mondo – afferma Bastico, che è fra gli autori del volume “Femminicidio: l’antico volto del dominio maschile” curato da Giuliana Lusuardi, da poco uscito per VME Vittoria Maselli Editore. Il libro, scritto a più mani, offre un’interessante lettura del fenomeno femminicidio presentando punti di vista ed esperienze differenti, facendo emergere il carattere non individuale ma sociale del fenomeno, che come tale deve essere contrastato dalla cultura, dalla leggi e facendo tanta prevenzione.

Per fare vera prevenzione bisogna agire sui ragazzi nelle scuole, troncando dalla nascita gli stereotipi precostituiti.

Il Governo – conclude Bastico – ha approvato un decreto legge contro il femminicidio: è un primo passo che introduce alcune norme di sicurezza quali ad esempio l’allontanamento, per proteggere le donne vittime di stalking (ricordiamo che tutti i femminicidi sono preceduti da fenomeni di persecuzione), però va ribadito che si tratta di un primo passo. Deve essere fatto un piano nazionale contro la violenza: occorre un piano di formazione adeguata, di rafforzamento dei servizi e di sostegno ai centri antiviolenza, tutte cose che il decreto ancora non fa”.

La serata “Malamore no!” si terrà venerdì 6 settembre dalle 18.30 a mezzanotte, presso villa La Tartaruga a Rastellino di Castelfranco Emilia (via Garzole’ 41). Sono previsti un buffet (15 euro) e un programma di musica, letture, l’asta delle sorprese, l’esposizione di opere di Carlo Sabbadini e Luca Migliori e la mostra fotografica di Alessia Siligardi. Parteciperanno tra gli altri Ugo Cornia, Magda Siti, Lorena Fontana, Natalya Lyamkina (info 340-1566526).

(Immagine in evidenza: particolare di uno scatto di liquidnight via photopin cc)

“Ho perso il controllo”. Ma non è vero!

“Dopo l’ennesimo litigio, la mia mano non si è fermata così come non si erano fermate le parole e le spinte. Poi le botte, le urla e il sangue. Già, il sangue” racconta Mauro (nome di fantasia), che negli ultimi mesi si è rivolto a Ldv (Liberiamoci dalla violenza – Centro di accompagnamento al cambiamento per uomini di Modena).

«Non esiste espressione più inappropriata (e paradossalmente più usata) di ho perso il controllo per esplicitare la commissione di una violenza, perché compiere una violenza non è perdere il controllo, ma è indirizzare consapevolmente e volontariamente la propria energia, la propria forza, il proprio comportamento, verso un’azione violenta» spiega Monica Dotti, sociologa sanitaria e coordinatrice del progetto Ldv, l’unico esempio in Italia di struttura pubblica dedicata al trattamento di uomini autori di maltrattamenti, centro gestito dall’Azienda Usl di Modena, ad accesso gratuito, che dal 2 dicembre 2011 (quando è stato aperto) al 30 aprile 2013 è stato contattato da 181 persone. Attualmente sono in trattamento individuale 28 uomini di cui 4 stranieri, di età compresa tra i 27 e i 65 anni (professione: operai, artigiani, piccoli imprenditori, bancari, insegnanti, dirigenti, rappresentanti, impiegati, pensionati, disoccupati).

L’indagine Istat, relativa al 2006, (l’ultima a disposizione) sulla sicurezza delle donne identifica tre diversi tipi di violenza contro le donne: fisica, sessuale e psicologica. Dentro la famiglia (da partner o ex partner) e fuori dalla famiglia (da sconosciuto, conoscente, amico, collega, amico di famiglia, parente etc). Sono 6 milioni e 743mila le donne, tra i 16 e i 70 anni, vittime di violenza fisica o sessuale in Italia. Almeno 5 milioni ha subito, almeno una volta nella vita, una violenza di tipo sessuale (il 23,7% del campione intervistato) mentre 3 milioni e 961mila donne (18,8%) ha subito violenze fisiche. Nella quasi totalità dei casi le violenze non vengono denunciate e i partner sono, statisticamente, i principali responsabili delle violenze fisiche e degli stupri.

«Nella nostra città, nel 2012 sono state 268 (155 italiane e 113 straniere) le donne accolte dal nostro centro, di cui una quarantina ha continuato il percorso iniziato nel 2011 mentre le restanti sono nuovi contatti» spiega Barbara Bertolani, referente del Centro Antiviolenza di Modena, che insieme a Ldv, associazione Gruppo donne e giustizia di Modena, Vivere donna onlus di Carpi e il Centro di ascolto per donne in difficoltà del comune di Sassuolo, rappresentano nella nostra provincia le principali realtà che si occupano di questo tema.

«Quello della violenza sulle donne è un fenomeno trasversale, che tocca tutte le classi sociali e non ha confini geografici – affermano Dotti e Bertolani –. Si tratta di un problema sociale scaturente da una radicata cultura maschilista (ricordiamoci che fino al 1981 in Italia esistevano le attenuanti per il delitto d’onore) che impone, per essere attenuato, di lavorare sulla questione culturale nel lungo periodo, facendo azione di prevenzione sull’identità di genere».

La normativa recepisce sempre quella che è la cultura di una società e a tal proposito, si ricorda che nel giro di 40 giorni sono più di 10mila le firme raccolte in Emilia-Romagna a sostegno della proposta di legge regionale di iniziativa popolare Norme per la creazione della Rete regionale contro la violenza di genere e per la promozione della cultura dell’inviolabilità, del rispetto e della libertà delle donne voluta e costruita dalle donne della Conferenza regionale delle Democratiche. Dal 14 maggio è iniziato il giro di raccolta firme nelle polisportive modenesi e anche Arci Modena ha aderito all’iniziativa: sul sito www.arcimodena.org si trova l’elenco completo e aggiornato dei banchetti già organizzati presso le polisportive in cui i volontari saranno presenti per raccogliere firme.

«Sfatiamo l’opinione diffusa che la crisi economica abbia acuito l’insorgere di questi fenomeni di violenza, perché non è così – precisa Alessandro De Rosa, psicologo, collaboratore del centro Ldv –. Si tratta di un fenomeno sommerso, che è sempre esistito nelle proporzioni che oggi ci sembrano maggiori rispetto a un tempo, solo perché i media vi riservano più spazio che in passato ma la crisi economica non incide, anche se ovviamente appesantisce situazioni già di per sé assai critiche».

«I bambini? Sì, hanno assistito, qualche volta, a scene di violenze. Ma non penso che li influenzi molto» è un’altra delle frasi raccolte durante i colloqui con alcuni utenti di Ldv.

«Non è da trascurare il tema della violenza assistita che concerne i figli delle donne che subiscono violenza e che vivono nell’ambiente in cui viene esercitata – conclude Dotti –. Degli uomini che Ldv segue, nessuno è affetto da una patologia psichiatrica o da dipendenze: si tratta di uomini che hanno difficoltà nella gestione delle proprie emozioni, su cui lavoriamo per proteggere le donne e i minori con cui sono in contatto. La guarigione per noi è una parola grossa perché qui non c’è alcuna malattia, non c’è patologia: la violenza è un comportamento e noi lavoriamo per la cessazione di un comportamento sbagliato».

Il Centro Ldv ha sede presso il Consultorio Familiare di via Don Minzoni 121 a Modena, è aperto tutti i venerdì pomeriggio, dalle ore 13.30 alle 17.30 ed è contattabile sia al numero telefonico 366-5711079 che alla mail ldv@ausl.mo.it (www.ausl.mo.it/ldv)

Donne in linea

“Con la testa, con le mani” è il documentario nato all’interno del progetto di ricerca “SONIA la meccanica delle donne”, promosso dall’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinato da Maddalena Vianello. L’obiettivo è indagare le condizioni di lavoro e di vita delle donne oggi occupate nel distretto della meccanica modenese, riportando al centro del dibattito il lavoro come valore e fonte d’innovazione.
Il documentario presenta le testimonianze di Barbara e Francesca, che si sono “reiventate” operaie metalmeccaniche nel 2005, quando l’impresa Wam di Cavezzo (una delle imprese coinvolte nel progetto) apre alle donne i reparti di produzione.
Ripercorrono esperienze professionali e di vita per raccontare il loro incontro con la metalmeccanica, l’ingresso in officina, il rapporto con il lavoro e con l’impresa, le relazioni fra uomini e donne in un ambiente a netta prevalenza maschile, la maternità, la divisione del lavoro domestico all’interno del nucleo familiare, le intersezioni profonde fra tempi di vita e di lavoro.

Una particolarità di questo video è che le interviste sono avvenute a seguito del sisma del maggio 2012, pertanto l’esperienza del terremoto s’inserisce prepotentemente nella narrazione con considerazioni sul presente e sul futuro delle persone, del territorio e del tessuto industriale.