La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Dacci oggi il nostro curriculum quotidiano

La disoccupazione giovanile nel nostro Paese ha ‘sfondato’ quota 40% (40,1% per la precisione). Il dato, inquietante e assai preoccupante, è facilmente riscontrabile: chi non conosce qualche giovane che non lavora o che lavoricchia soltanto, in attesa di trovare qualcosa di meglio?

Nel piccolo dell’agenzia in cui lavoro questo dato emerge con chiarezza da qualche tempo attraverso il flusso dei curricola in arrivo nei modi più disparati (la posta elettronica nella stragrande maggioranza dei casi, ma non manca chi porta il proprio curriculum a mano e, nel 2013!, chi lo spedisce via fax, indicando naturalmente anche l’indirizzo mail nei propri contatti). Fino a diciamo un paio d’anni fa i curricola arrivavano in coincidenza con le tesi di laurea, in particolare degli studenti in Scienze della Comunicazione. Qualche, raro, curriculum arrivava anche da altri canali (in genere persone che lavoravano ma che intendevano cambiare posto o chi si sarebbe trasferito di lì a poco dalle nostre parti). Da un paio d’anni e fino a inizio 2013 il flusso si è via via intensificato. Prima da persone fuori zona (‘disponibili a spostarsi’, naturalmente), poi man mano anche da chi il lavoro ce l’aveva, ma l’ha perduto. Questo fenomeno, alimentato da persone giovani ma non giovanissime, è cresciuto al ritmo di circa un curriculum alla settimana fino alla scorsa primavera. L’aumento, costante e da persone con un livello professionale sempre più alto, è cresciuto e dalla ripresa a pieno regime dopo l’estate (diciamo dal 20 di agosto a questa parte) arriva praticamente un curriculum al giorno. Persone che hanno alle spalle esperienza, un portfolio ricco e vario, capacità indiscutibili. Che lavoravano e non lo fanno più o che hanno diminuito in modo evidente il lavoro. Molti i curricola arrivati anche per contatto personale o per il tramite di amici e parenti.

Un segno, piccolo ma purtroppo inequivocabile, che le statistiche sulla disoccupazione purtroppo non mentono.

A Modena sono 89 mila. Ma non sono numeri

Presentato a Modena il 22° dossier Caritas Migrantes. A Modena gli stranieri sono quasi 89mila.

In provincia di Modena un lavoratore su sei è immigrato, guadagnano meno degli italiani, soprattutto le donne: mille euro netti in media, il 25% in meno. Sono alcuni dei dati del dossier statistico Immigrazione 2012 della Caritas Migrantes, presentato nei giorni scorsi all’incontro organizzato alla Camera di Commercio di Modena da Cna, Caritas, Centro Ferrari e Associazione Servizi per il Volontariato. Un volume ricco di numeri che offre una fotografia dell’immigrazione in Italia e nei suoi diversi territori, Modena compresa.

«Gli 89mila immigrati modenesi non sono numeri – spiega Franco Pittau, curatore dell’indagine – ma sono studenti, lavoratori, imprenditori, donne e bambini e provengono da 137 paesi diversi. Tutti con una storia da raccontare».

Una presenza che deve fare i conti non solo con l’ignoranza e il pregiudizio, sempre troppo diffusi (come disse Einstein, è più difficile spezzare un atomo che un pregiudizio!), ma anche con oggettive condizioni di discriminazione sociale. I lavoratori stranieri hanno il 30% di possibilità in più, rispetto ai colleghi italiani, di essere licenziati, nel 40 % dei casi sono utilizzati al di sotto delle loro qualifiche professionali e anche per questo sono pagati meno (un quarto, in media) dei lavoratori locali.

A quanti si chiedono perché, in un paese con oltre 2 milioni e mezzo di disoccupati, ci sia bisogno degli immigrati, bisogna ricordare la loro indispensabile funzione di supporto al sistema economico-produttivo: per la giovane età, la mancanza di riluttanza nell’inserirsi in settori dai quali gli italiani rifuggono o nello svolgere mansioni non corrispondenti al loro livello di formazione (ad esempio, sono decine i laureati in medicina che lavorano come badanti), come anche per la maggiore disponibilità a spostarsi territorialmente per cui, senza togliere opportunità agli italiani, rimediano alle carenze del mercato del lavoro.

Già oggi, solo per dare qualche esempio, gli immigrati sono una struttura portante della nostra economia. Sono stranieri: l’80% dei collaboratori familiari per assistere gli anziani ultra65enni, il 50% dei calciatori della Serie A (oltre il 70% nell’Udinese e nell’Inter, dove si parlano 13 lingue diverse), il 40% dei i marittimi nelle navi mercantili, il 30% dei lavoratori nell’edilizia, il 10% degli infermieri.

Sempre più numerosi sono inoltre gli imprenditori stranieri (249.464) e gli iscritti ai sindacati (1 milione e 159mila): segno della loro esigenza di maggiore tutela: la flessibilità si trasforma troppo spesso in sfruttamento e in esposizione al rischio di infortuni.

Una forza lavoro, quella degli stranieri, che apporta un beneficio economico per l’Italia pari ad almeno 1,7 miliardi di euro, specialmente grazie all’importo rilevante dei contributi previdenziali versati a fronte di un ridottissimo numero di persone che vanno in pensione.

Anche in prospettiva futura la loro incidenza sarà sempre più indispensabile per lo sviluppo economico del Paese: secondo le previsioni Istat, infatti, nel 2065 la popolazione complessiva sarà di 61,3 milioni di residenti, con una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni a seguito del calo demografico rispetto ad oggi e di un saldo positivo che avverrà solo grazie a 12 milioni di nuove migrazioni dall’estero.

Se l’immigrazione costituisce quindi un apporto dal punto di vista demografico e occupazionale, se gli immigrati venuti in Italia, nonostante tutto, hanno sentimenti di amicizia nei nostri confronti e di attaccamento all’Italia: perché non iniziare a costruire insieme un nuovo futuro per l’Italia?

La crisi delle 23

alarmOrmai non ci faccio più caso alle telefonate assurde ricevute sul telefono fisso di casa. Anche perché qualcuno (per sbaglio) ha associato il mio numero a una pizzeria d’asporto… e piovono ordinazioni di ogni tipo. La conversazione dell’altra sera, però, è stata malinconica più del solito.

Sono le 23 circa. «Pronto?!?» faccio io. «Buonasera. Chiedevo se avevate bisogno di personale?» spiega la voce maschile di mezz’età. Dopo una manciata di secondi di silenzio con allargamento della bocca e abbassamento della mandibola, il dialogo si è interrotto: «No, ha sbagliato numero, questa è un’abitazione».

Dopo, sul divano, ho ripensato alla voce maschile di mezz’età. Un esodato in preda alla disperazione? Un cassintegrato? Un single cacciato dall’azienda a causa della crisi economica? Un universitario fuoricorso in cerca di spiccioli, tra un trancio di pizza e un capitolo della tesi? Quante telefonate avrà fatto quella persona prima di contattare la “mia pizzeria”? Si rivolgerà al suo interlocutore con la stessa frase “cercate personale” o è contemplata qualche “variante sul tema” nella sua impresa? Quanti curricula avrà spedito in cerca di un contratto?

Questa mattina, a Roma, durante la riunione del gruppo di lavoro “Osservatorio sul precariato” all’Ordine dei giornalisti, mi sono passate sotto gli occhi ancora decine e decine di storie assurde: giornalisti che riempiono pagine e siti di notizie e non sono pagati da sei, otto e dieci mesi; editori che si nascondono dietro la “crisi del settore” e pensano così di aver chiuso l’argomento, come quando si appoggia la cornetta del telefono “ha sbagliato numero”.

Oggi una ricerca sul Corriere della Sera su dati Istat, si soffermava sulla difficoltà per gli “over 55” a ricollocarsi in azienda dopo il licenziamento. E l’articolo cominciava così: «Vietato mollare. Proibito sentirsi vecchio». Quando, a che punto, a che ora una persona in cerca di lavoro si sente inutile in questo Paese? Alle 23 è già notte, forse è ora che qualcuno si svegli.