Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Le balene non restino sedute

Non sono molto ferrato in materia, conosco dei cavalli che lo sono più di me.
(da “Le balene restino sedute” di Alessandro Bergonzoni)

 Fonte immagine: livescience.com
Il salvataggio delle balene a Barrow. Fonte immagine: livescience.com

C’è un evento che ha fatto la storia dell’informazione di cui qui in Italia forse in pochi si ricordano. Nell’ottobre 1988 un eschimese scoprì tre balene grigie intrappolate dal ghiaccio nei pressi di Barrow, un villaggio di 3000 abitanti all’estremo nord dell’Alaska, nella contea di North Slope. Contea che all’epoca vantava un piccolo studio televisivo (collegato a un satellite, Aurora I), mantenuto dai contribuenti stessi.  La piccola tv locale cominciò a trasmettere le immagini delle balene intrappolate sul satellite il cui segnale era visibile anche a Seattle dove avevano propri uffici the Big Three, i tre principali network americani (CBS, NBC, ABC). I quali, facilitati anche dalla copertura fornita dalla tv di North Slope, decisero di “lanciare” la notizia. Quel che ne seguì ha fatto storia. Arrivarono sul posto – mica il campetto dietro casa, ma una landa desolata 515 chilometri a nord del circolo polare artico – 26 reti televisive. Gorbaciov e Reagan si interessarono personalmente al caso e per salvare le balene misero in moto la marina americana e quella sovietica, per un costo totale dell’operazione di quasi 6 milioni di dollari.

«Il caso delle balene – commenta Fabrizio Tonello nel suo breve saggio “Il giornalismo americano” (Carocci) – fu la prima dimostrazione che, non solo “nulla accade” se non ci sono le telecamere ma che, dove ci sono le telecamere, qualsiasi cosa accada è una notizia». Tonello qui parla di televisione, ma l’assioma vale per qualsiasi altro media (la televisione semmai resta ancora oggi il maggior “amplificatore”): una notizia è vera, nel senso che accade, nella misura in cui viene raccontata. Altrimenti, semplicemente non è. Niente di nuovo, in fondo. «Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco» fa dire Orson Welles a Charles F. Kane, protagonista del suo capolavoro del 1941 “Quarto potere”.

La rivoluzione di Internet però, e ancor di più quella specie di reti nella rete che sono i social network (Facebook in primis, Twitter in seconda battuta) stanno brutalmente radicalizzando questo scenario. Oggi, scrive nel suo interessante editoriale “Come i social network sono diventati un potente strumento di distrazione di massa” Germano Milite, “l’informazione esiste solo se viene condivisa“.

«L’utente medio si è disabituato a ricercare i contenuti o a navigare sui portali e sempre più spesso diviene un inconsapevole soggetto passivo che si accorge di accadimenti e notizie importanti se e solo se compaiono sulla sua newsfeed di Facebook, diventano trend topics su Twitter ecc. E lo spazio che occupano certi “fenomeni virali”, come ad esempio la notizia divenuta poi tormentone della “farfallina” della Pausini, è spazio non solo virtuale ma proprio temporale che viene tolto alla lettura ed alla condivisione di altre informazioni ben più importanti. E sì perché, il tempo che milioni di utenti perdono per commentare (inutilmente) determinati accadimenti e nell’esprimere la propria (non necessaria) opinione su determinate vicende, viene inesorabilmente tolto ad altre attività».

Gli italiani che si informano su Internet sono ormai quasi 30 milioni. Ottima notizia se questi milioni di persone usassero Internet per quel che è: una enorme miniera di dati/informazioni che molto spesso permette di rifarsi direttamente alle fonti, confrontare opinioni differenti su uno stesso tema, approfondire ogni genere di argomento (anche se la facilità di accesso a fonti diverse non sempre si coniuga con altrettanta capacità di saper distinguere tra le stesse, cioè “separare il grano dal loglio”). Ma purtroppo, come evidenzia Milite, così non è. Anzi.

Alla crisi dell’informazione (giornali che chiudono, continua perdita di lettori, un’informazione sempre più fast food come se la nostra capacità di attenzione non andasse oltre i due minuti) i media stanno rispondendo con una sempre più decisa virata verso l’infotainment (informazione + intrattenimento rigorosamente mischiati), fenomeno nato negli anni ’80, che oggi sta vivendo, almeno in Italia, la sua apoteosi. Guardate le notizie pubblicate sulla propria pagina Facebook da Repubblica, la quale tra l’altro può vantare una solida tradizione di infotainment però tendenzialmente confinata alla storica “colonna destra”, quella dei gol più spettacolari, i piccoli panda (gattini, cagnolini, topini, uccellini, ecc. ecc.) o le bellezze di ogni latitudine.  Si è spinto ancora più in là un quotidiano con la storia e la tradizione del Corriere della sera. Osservate come è oggi nella sua versione online: un mix tra un social come Pinterest e il campione mondiale di foto di gattini, video virali, gossip e “news”che è Buzzfeed. Quasi cancellata la gerarchia nelle notizie, sommari inesistenti in home sostituiti da immagini più o meno grandi (sul modello di Pinterest, appunto), un pot-pourri – imbarazzante a mio avviso – di notizie serie con gossip da Novella 2000 (testata che per altro è di proprietà del gruppo RCS).

Ecco le notizie in primo piano, in questo momento, su corriere.it.

corriere_primo piano

 

Rassegnarsi al fatto che “così va il mondo” non basta perché, spiega sempre Tonello citando il saggio “Sulla televisione” di Pierre Bourdieu (Feltrinelli), trattare l’informazione in grado di offrire ai cittadini maggiore consapevolezza per “decidere sugli affari della comunità” (che è poi il motivo per cui è nata la stampa alle origini) «come parte del mondo dello spettacolo, privilegiando – ad esempio quando si parla di politica – le notizie sulla vita privata dei politici, equivale a una censura delle notizie (assai più complesse e difficili da capire) sullo stato del mondo, sulle guerre, sulla sanità, sulle pensioni, su chi sarà avvantaggiato e chi danneggiato dai tagli fiscali».

Se questo è lo stato dell’arte, bisogna comprendere a fondo l’ulteriore spinta che a questo modello devastante stanno dando i social network. Facebook in particolare. Scrive sempre Milite nel suo editoriale: «Ciò che è radicalmente cambiato, in peggio, rispetto al recentissimo passato, riguarda la differenza di visibilità concessa a determinati contenuti rispetto ad altri. Mi spiego con un esempio per i meno pratici sulla questione inerente il (rovinoso) cambio di algoritmo di Facebook che sta di fatto decretando una censura poderosa nei confronti di tutti coloro che non possono comprare like e visibilità e non producono contenuti trash-virali. Mentre infatti in passato un articolo “tette e culi” sui social collezionava 30.000 click a dispetto dei 5000 totalizzati da un pezzo più impegnato ed utile alla collettività, oggi questa proporzione, a causa del succitato cambiamento di algoritmo, è cresciuta ulteriormente, regalando in media 100.000 visite al primo contenuto e solo 200 al secondo».

A rifletterci un po’, a non dare per scontato l’intreccio indissolubile tra informazione e democrazia, forse le balene da salvare non sono più solo le tre di Barrow (probabilmente ancora in giro per gli oceani, visto che la longevità di questo mammifero varia dai 50 agli 80 anni).

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

Musica e disabilità, un esercizio di democrazia

La Settimana dedicata alla musica e disabilità che si svolge nell’Area Nord a partire da oggi è il segno di una realtà vivace e innovativa, quella della Fondazione C.G. Andreoli, che ha sede a Mirandola.

IMG_0787È un luogo di sperimentazione che ha i piedi ben piantati in una delle intelligenze che ha segnato il nostro territorio (Sergio Neri) e lo sguardo lontano. Non è retorica e qui intendo spiegarlo.
La scoperta della musica può cambiare la vita delle persone, figuriamoci dei bambini, rendendoli umani più ricchi, curiosi e aperti alle differenze: siano esse di genere o di età. Anche di abilità, come accade in questa scuola.

La musica apre ad un orizzonte di polifonia di cui questo tempo ha un’estrema sete. Non guarda al singolo se non in una prospettiva di percorso di crescita che arricchisce l’insieme. Nega quindi l’univocità, il culto del personalismo, tutto italiano, degli ultimi 20 anni.
La musica così come viene concepita in quello sforzo di ascolto della capacità, abilità e talento tra strumentisti, è un fatto culturale di una contemporaneità straordinaria. Semina il futuro.
È un esercizio di democrazia come pochi, perché libera dalla frustrazione di essere il migliore, il vincente a tutti i costi, il perfetto; insegnando che ciò che puoi fare, se lo fai bene, determina il successo di tutti.

E in tempo di antipolitica, lasciatemelo dire, è occasione rara e bella per costruire i cittadini di domani.

Settimana dedicata alla “Musica e disabilità”
convegni, formazione, concerti
Area Nord, 12-18 ottobre 2013

Il presidente degli Stati Uniti eleggiamolo noi

democracy italyUna minoranza di americani elegge un presidente che è ancora uno degli uomini più potenti del pianeta. Il potenziale di vittoria è direttamente proporzionale allo spazio occupato sui mezzi di comunicazione e questo dipende dalle risorse economiche che i candidati sono in grado di raccogliere, prima, e di spender al meglio, poi. I candidati sono scelti all’interno delle solite famiglie economiche, politiche ed in alcuni casi anagrafiche che di fatto rappresentano l’elités del paese. Ci sono poi grandi elettori che finanziano entrambi i candidati perché non si sa mai.

Questo è il massimo della democrazia che ci possiamo permettere, si dice. Paradossalmente, però, ci si potrebbe chiedere, senza per questo ledere la sovranità nazionale di nessuno, se non sia più democratico che a eleggere il presidente degli Stati Uniti non siano soltanto gli americani ma anche gli europei o i sud americani e perché no anche gli africani. Dalle politiche statunitensi dipendono, nel bene come nel male, buona parte delle condizioni economiche e sociali in questi paesi.

Fatte le debite proporzioni passiamo a vedere cosa succede nel paesello e nel partitone nel quale si sono aperte le danze per le candidature a sindaco e a segretario provinciale mischiate ad una discussione sulla classe dirigente. E’ evidente che le due cose sono ragionevolmente correlate fra loro ma il criterio che sta andando per la maggiore è appunto prima di tutto l’appartenenza fedele ad una delle famiglie economiche, politiche ed anagrafiche che hanno governato fino ad ora Modena ammantando il tutto di un generico e selettivo richiamo al nuovo. Queste famiglie però, soprattutto da quando si è invertito il ciclo economico, non sono riuscite ad invertire il loro senso di marcia, si potrebbe anche dire a differenziare il rischio, ed anzi hanno di fatto consentito l’accentuarsi dei problemiQuesto sistema, è bene ricordarlo, non è in grado di garantire il successo elettorale alle prossime amministrative e non è nemmeno sufficiente trovare dei candidati telegenici. La classe dirigente in politica, nell’economia e nel sociale non si improvvisa così come non si può pensare che essa possa essere costruita in laboratorio.

E’ dalla debole rappresentazione di sé e della società che discendono le difficoltà da parte della cosiddetta classe dirigente ad affrontare adeguatamente il cambiamento. In questa debolezza si evidenzia un gap di democrazia o ancor meglio di relazione democratica. In questi anni si è perso il gusto del dialogo, del piacere di esprimere le proprie idee ed esigenze ma anche di ascoltare quelle degli altri, per arrivare non tanto ad un compromesso o ad una mediazione, anche se in certi casi non si può pretendere di meglio, ma a generare qualcosa di nuovo e per certi versi di inaspettato ma altamente benefico. Sono carenti spazi (fisici e mentali) di dialocrazia, di governo del dialogo, nei quali la democrazia si manifesta nel suo senso più pieno. Con questo esercizio è possibile trovare un nuovo nucleo di “interessi” ampi e le persone competenti che sanno al meglio perseguire questi nuovi obiettivi. La qualità delle scelte dipende dal loro tasso di dialogo.
Il dialogo è l’unica via per far crescere una nuova cultura del governo della città. Solo attraverso il dialogo è possibile far scaturire quei confronti-scontri tra “interessi” differenti in grado di attivare processi di cambiamento profondo di cui noi tutti avvertiamo la necessità.

Foto in common creative
di Niccolò Caranti

Democrazia al limite della sopravvivenza

Campanini-Giorgio_pp«Il tempo delle vacche grasse è finito» e il famoso miracolo economico ce lo possiamo scordare perché «la ripresa non ci sarà». Quindi l’impegno più urgente, ora, è di studiare il modo per difendere la democrazia in una condizione di «decrescita», altrimenti «assisteremo ad una crisi del metodo democratico stesso».

Ha il tono della voce pacato Giorgio Campanini, docente di Storia delle dottrine politiche nell’università di Parma e di Dottrina sociale della Chiesa nella facoltà teologica di Lugano. Ma il suo presagio è grave e si fa ancora più pesante in un clima di instabilità politica come quello che sta vivendo l’Italia.

Professore, davvero è preoccupato per la tenuta della democrazia?
La democrazia fonda la sua credibilità e conseguentemente consensi essenzialmente su due fattori: il rispetto dei diritti umani e il clima di libertà e di relativa sicurezza nel quale i cittadini possono vivere; ma anche rassicurazioni di condizioni economiche progressivamente migliori. Il crollo delle dittature dei paesi dell’Est per esempio è avvenuto su questi due terreni: mancanza di diritti ma anche mancanza di sviluppo. Nel contesto attuale italiano si ha l’impressione che la sostanziale tenuta dei diritti, la persistenza della libertà, le garanzie date ai cittadini non siano considerate più sufficienti per esprimere un giudizio favorevole verso questa democrazia. Cioè una democrazia che non riesce ad affrontare la crisi è a rischio e credo che il voto elettorale di febbraio debba essere letto in quest’ottica.

Per il futuro quindi non possiamo più immaginare un modello democratico come quello passato?
Certo si deve riuscire a convincere i cittadini che auspicabilmente vi possono essere tendenziali progressi nel tenore di vita, nella disponibilità delle risorse, ma che la grande forza della democrazia si situa proprio sul piano della garanzia dei diritti e delle libertà individuali.
Bisognerà quindi diffidare di coloro che promettono aumenti delle condizioni economiche a prezzo delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Per quale motivo non ci si è accorti per tempo di questo degrado?
Probabilmente c’è stata una certa miopia della classe dirigente, non solo della classe politica, ma forse anche degli intellettuali. Solo pochissimi, già da una decina d’anni, mettevano in guardia contro le conseguenze dell’impetuosa crescita dei paesi del Terzo Mondo. Oggi l’Occidente non ha più il monopolio in molti ambiti produttivi, a parte la questione dei prezzi. Ci sono paesi tecnologicamente avanzati dappertutto e dunque la fetta delle risorse mondiali che spetta all’Occidente sta progressivamente riducendosi. Io non credo che, anche superata la crisi, potremmo avere assaggi di sviluppo come abbiamo conosciuto negli anni del miracolo economico. E dunque la democrazia deve convincere i cittadini che anche il mantenimento sostanziale dell’attuale tenore di vita – che è già tra i più alti del mondo – dovrebbe consentire di esprimere fiducia nella democrazia. Se invece si cavalcasse l’utopia di una nuova, crescente progressione economica credo che andremmo incontro a pericolose disillusioni.

Accennava prima al risultato elettorale di febbraio. Pensa che anche il “modello partito” sia entrato in crisi?
Il partito vecchio stile, come “cellula” o “sezione”, con iscritti, con votazioni, con i quadri dirigenti precostituiti questo mi sembra in crisi irreversibile. Però è necessario che vi siano dei luoghi in cui discutere di politica, non limitarsi ai messaggi e messaggini di 10 righe che non sono certo sufficienti ad affrontare i problemi. Né ridursi soltanto alla politica spettacolo della televisione spesso banale e superficiale. Occorre che i cittadini si riapproprino della politica e che ci siano dei luoghi di discussione di confronto e di dibattito. A questo dovrebbero essere destinati i partiti e non ad affrontare beghe interne, a spartirsi cariche o a designare candidati. Se i partiti riprenderanno questo loro ruolo di lettura vivace e critica della società civile credo che avranno ancora davanti a se un futuro, altrimenti la loro sorte a mio giudizio è segnata.

Questa, tra le righe, sembra una delle battaglie portata avanti dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.
Era anche, per esempio, il grande progetto purtroppo non realizzato dell’Ulivo. Anche Segni (Mario, promotore nei primi anni 90 del referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale in maggioritaria, ndr.) quando ha avviato la sua piccola rivoluzione proponeva lo stesso programma: il passaggio da un partito dell’apparato a un partito del movimento della società civile. Purtroppo alcuni critici o forse demolitori della democrazia sono riusciti in questo coinvolgimento della base più dei partiti tradizionali che quindi dovranno decidersi a modificare la loro struttura pena il rischio dell’irreparabile obsolescenza.

Pier Luigi Bersani è stato incaricato dal presidente della Repubblica di provare a formare un governo. Quanto potrà restare in carica?
Queste sono domande da profeta o indovino, non oso assolutamente fare alcuna previsione. Penso che sarà comunque una legislatura breve. Però sarebbe importante non andare subito al voto. Occorre avere un periodo sia di riflessione delle forze politiche, sia di ripensamento generale da parte dell’elettorato, sia – e soprattutto – di impegno per la soluzione di problemi urgenti che non possono aspettare un’eventuale nuova tornata elettorale.

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Immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di Alex Dram in Licenza CC.

Il disagio della democrazia

Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. Intervista al politologo ed editorialista Carlo Galli.

 

Il Governo Monti, pur collocandosi temporalmente durante un processo di svilimento del concetto e del ruolo delle classi dirigenti e dell’’aristocrazia’ del Paese, riscuote tassi di fiducia piuttosto elevati, anche a fronte di un sempre più vistoso distacco di buona parte della popolazione dalla politica. A Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, abbiamo chiesto innanzitutto se questo può essere interpretato come un segno di rilancio del ruolo delle élite nella gestione del Paese e se esiste una qualche continuità nella prassi di affidare il governo in situazioni di emergenza economica a un tecnico come è stato Ciampi e come è Monti (pur nelle rispettive differenze), e la tendenza storica della società italiana a cercare ‘l’uomo forte’ in grado di risolvere una situazione di emergenza.

Il fatto che in passato le élite italiane abbiano abdicato al proprio ruolo direttivo (non certo al privilegio sociale ed economico) lasciando le redini del potere nelle mani di un demagogo populista come Silvio Berlusconi, ha fatto sì che l’Italia sia arrivata vicina al disastro e, come spesso è successo nella storia del nostro Paese, le élite, anche se solo all’ultimo minuto, hanno saputo trovare l’energia per tentare di frenare il treno in corsa. Oggi le élite si trovano in una condizione analoga a quella dei governi che sono succeduti alla fine del regime fascista nel 1943, governi di notabili senza una copertura politico-elettorale ma con la copertura di tutti i partiti al fine di gestire un’emergenza. Dietro al Governo Monti c’è l’impegno di tutte le élite, dalla Chiesa cattolica a Confindustria al sistema delle banche. La spiegazione dell’esistenza stessa del Governo Monti risiede nella debolezza dei partiti che ha fatto sì che fosse indispensabile ricorrere a queste ‘riserve’ delle Repubblica che sono le élite, e chiedere poi ai partiti di ‘essere così cortesi’ da assecondare ciò che le élite decidono.

Élite, che fino a ieri si era disinteressata di politica lasciando il governo nelle mani di Berlusconi, preoccupandosi soltanto di vedere garantiti i propri privilegi e che ora, presa dal panico per i propri interessi e anche per quelli della nazione, si sforza di riportare il Paese in carreggiata. Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. La crisi dei partiti non nasce solo da questo livello sistemico – cioè dal fatto che i partiti sono costretti a formare coalizioni eterogenee – ma anche dal fatto che i partiti godono di un universale, diffuso, solidissimo discredito presso i cittadini, alimentato dalla continua quantità di scandali continuamente emergenti che li ha delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica.

Dire che Monti è ‘l’uomo forte’ non è corretto, perché lui è stato chiamato a governare, non si è autoimposto, e vuole mettere in campo unicamente le sue capacità tecnico-operative che non hanno niente a che vedere con le capacità politiche.

Se è vero che l’indignazione può essere considerata come segno di attenzione e di presenza della società civile, è anche vero che essa, nella maggior parte delle volte, sfocia semplicemente in rabbia fine a se stessa. Cosa si è rotto? Se prima erano i partiti a canalizzare la rabbia della gente trasformandola in forza sociale, ora chi ci pensa?

I cittadini in un regime democratico non dovrebbero aver bisogno di essere ‘arrabbiati’ ma dovrebbero poter constatare che i loro problemi, bisogni e richieste vengono prese in seria considerazione da chi governa. Alla luce di questo, quando c’è una rabbia socialmente diffusa che si traduce in un distacco dei cittadini dalla politica ufficiale, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte un vero problema. Questo distacco oggi esiste ed è tangibile perché i partiti sono completamente delegittimati e anche perché i cittadini hanno visto che abbiamo perso vent’anni da quando è cominciato Tangentopoli senza che sia stato fatto un passo avanti in nessuna direzione (tranne l’ingresso dell’Italia nell’euro, con tutte le conseguenze, negative e positive, che ciò ha comportato). E’ ormai chiara la percezione che nella fase di crisi del capitalismo nella quale siamo entrati si richiedono sacrifici continui in previsione di benefici e miglioramenti che in realtà sono assolutamente incerti. Di qui una rabbia e un’aggressività contro i partiti che i cittadini dovrebbero in parte rivolgere verso se stessi: ricordiamoci che gran parte della colpa di quello che sta capitando oggi è di Berlusconi il quale però non ha mai fatto un colpo di Stato; ha sempre regolarmente vinto le elezioni perché gli italiani hanno creduto in lui.

Oggi la democrazia è intesa come luogo dei diritti più che dei doveri: secondo Lei è anche per questo che il dibattito pubblico e politico, a qualsiasi livello considerato, è in realtà una semplice espressione delle pretese delle parti in gioco che sembrano non riuscire mai a trovare una sintesi nel senso di un interesse generale?

La qualità della nostra democrazia è pessima perché noi intendiamo la democrazia come l’avere solo dei diritti e quanto più questi diritti sono infondati, tanto più trovano ascolto. I cittadini e i politici dovrebbero essere sempre richiamati alla dimensione del dovere, che va al di là del proprio interesse particolare, e a pensare in termini di compatibilità sistemiche, di bene comune. Le democrazie occidentali sono un coacervo di interessi, in cui la lotta per la sopravvivenza emerge nella sua brutalità. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare: non tutti siamo ugualmente peccatori davanti al bene comune, non tutti siamo dimentichi allo stesso modo dell’interesse generale del Paese.

Gli accadimenti legati alla situazione economica e politica del Paese hanno creato un grande scontento e risentimento nei confronti dei partiti. Non trova che proprio la frammentazione degli interessi e delle condizioni di vita richiedano un qualche tipo di composizione attraverso un rilancio di forme associative proprio come i partiti?

Gli interessi di un Paese complesso come l’Italia sono infiniti e divergenti: se ci si limita a fare rappresentanza degli interessi promettendo a ciascuno che i suoi interessi non verranno mai toccati, si paralizza il Paese, e vincerebbero sempre e solo i poteri forti. Fare politica significa interpretare una realtà sociale, capirne le dinamiche di sviluppo per poi proporre soluzioni ai problemi. Ci sono sempre almeno due modi per risolvere un problema politico e i partiti devono essere capaci di offrire soluzioni differenziate e alternative ai problemi della società. Far politica vuole dire farsi carico di una proposta di visione generale di un assetto della società ma oggi i partiti non hanno questa capacità, ed è anche per questo che la gente non ha fiducia in loro, e li considera un investimento a perdere.

Non sempre basta un clic

Il ruolo dei social network sta acquisendo sempre più importanza sul tavolo dell’informazione globale e i social media non sono più sottovalutati. Si può azzardare a dire che la democrazia è a portata di clic?

 

«Le campagne politiche ne tengono conto, le strategie di marketing aziendali ne tengono conto, le indagini di mercato ne tengono conto, l’economia ne tiene conto» spiega Riccardo Cavalieri, che dalla fine degli anni Novanta si occupa di consulenza informatica, sviluppo di applicazioni web e siti internet, collabora con il Comune di Modena per la diffusione delle nuove tecnologie ed è autore di diversi libri di informatica.

«In molti eventi di cronaca, come dimostrano i paesi colpiti dalla primavera araba o gli stessi disordini londinesi, i social media hanno giocato un ruolo importante e sono stati utilizzati dalle persone per influenzare in un modo o nell’altro l’origine e il cambiamento stesso degli eventi. Il fattore comune ai social media è la capacità di diffusione immediata e su larga scala dell’informazione. Questa diffusione porta nuova informazione, a volte perfino cambiamenti. Con ciò, non credo si possa parlare di democrazia a portata di clic, ma preferisco credere che siano nuovi strumenti, con un grande potenziale, che è necessario conoscere».

Questa è davvero democrazia o un banale palliativo per dar sfogo ai pensieri delle persone, facendo credere loro di essere ascoltate, capite, garantite nella loro libertà d’espressione? «Potere esprimere il proprio assenso o dissenso – continua Cavalieri – è apprezzabile, significa libertà d’espressione anche se però non ritengo questo concetto avvicinabile ad una idea compiuta di democrazia. La libertà d’espressione non è che uno dei tanti aspetti che formano la democrazia».

Il punto focale della questione, secondo l’esperto informatico, è se questa vera o presunta democrazia online possa influenzare lo stato reale. Quali sono i pro e i contro della democrazia telematica? «Oggi Internet è consultabile su Tablet, le news si leggono sugli Smartphone, e, a breve, immagino ogni casalinga far scorrere il dito su un quadretto digitale appeso al muro della cucina per consultare con un dito le ricette del giorno o i fatti di cronaca. Se la rete è quanto mai preziosa in consultazione, non bisogna dimenticarsi di essere anche lì cittadini attivi, producendo contenuti degni di valore e capaci di durare nel tempo».

Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.