“SibilaRonzaScoppia!”: la Serata Futurista di Modena in mostra

Prima di diventare famoso per il referendum che portò all’abolizione della monarchia e all’istituzione della repubblica in Italia, il 2 giugno fu famoso per qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, se inquadrato nel turbinio della Storia, e certo meno lapidario di un cambio nella forma di governo nazionale. Per la verità non fu che il tassello di una precisa temperie sociale, artistica e culturale, ma servì a mettere sul piatto una stramba invenzione che lasciò impronte negli anni a venire. Stiamo parlando del 2 giugno 2013, quando il Teatro Storchi di Modena accolse una tumultuosa Serata Futurista. Ospiti speciali: il fiammeggiante papà del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti in persona, e Lo Scoppiatore, il primo Intonarumori creato dal pittore Luigi Russolo che lo presentò in anteprima proprio sul palco modenese.

E’ questa serata movimentata il cuore della mostra “SibilaRonzaScoppia!” allestita presso il Museo Civico di Modena. Curata da Cristina Stefani, è stata inaugurata nei giorni del Festival Filosofia sulla scia del tema “Agonismo”. Nel suo significato di “lotta”, “rivalità”, tanto fisica quanto intellettuale, l’ “agòn” greco trova infatti facile casa presso i Futuristi: noti provocatori, teste calde, interventisti, lanciati verso la modernità e tesi a scardinare ogni forma di passatismo, creativi energici e antagonisti in equilibrio “sul promontorio estremo dei secoli” senza sapere del buio acquattato dietro l’angolo. Ma soprattutto, inventori di spunti nuovi in pittura, in letteratura e… sì, anche nella musica.

mostra

Torniamo al 2 giugno 1913, al Teatro Storchi, in una Modena poco sensibile al futurismo della prima ora. “SibilaRonzaScoppia!” parte proprio dalla cronaca della serata, che ripropone anche in un bel video d’animazione targato Intersezione. “La Gazzetta dell’Emilia” è una delle preziose fonti per ricostruire la serata in questione, e ne racconta i momenti con quella prosa di una volta che ti fa proprio sembrare di essere lì. Lo Storchi è gremito d’intelleghenzia modenese, studenti e curiosi, mentre sul palco si alternano le declamazioni dei nostri futuristi. Prima Marinetti con i consueti cavalli di battaglia. Poi il musicista Balilla Pratella che legge il “Manifesto Tecnico della Musica Futurista”, ma con una vuslèina ben poco comprensibile. Il pubblico diventa presto irrequieto, rumoreggia, i toni si alzano. Rientra Marinetti per declamare alcune poesie futuriste (fra cui “La fontana malata” di Aldo Palazzeschi), ma ormai la platea è un subbuglio di fischi e urla. Da provocatore, Marinetti interrompe la lettura per declamare “La Vispa Teresa” a sancire così la natura superificiale e “poco futurista”del pubblico modenese.

futuristaDopo di lui, nel climax del tumulto, entra in scena Luigi Russolo. Inizialmente il pittore spiega a parole lo scopo del suo primo Intonarumori: riprodurre i gradevoli suoni della modernità, nel caso dello Scoppiatore i rumori prodotti dal motore a scoppio. Poi, lo strumento viene portato sul palco. Come racconta “La Gazzetta dell’Emilia”, “si tratta né più né meno di uno scatolone di cartone, ad una faccia del quale è applicata una specie di tromba pure di cartone che rassomiglia molto all’imbuto di un fonografo… passatista”, e continua: “l’apparizione del famoso Scoppiatore è accolta da risate omeriche e da grida violentissime. Voci: “Al manicomio!”.” Nonostante il tumulto, lo Scoppiatore viene avviato tramite una manovella e lo spazio del teatro è subito invaso dal rumore di automobili in corsa. Il pubblico protesta, non si tiene più, la serata termina. O meglio, termina allo Storchi, ma continua in strada, con risse e scompigli fra il Caffè Boninsegna e il Caffè Nazionale fino a tarda notte. In perfetto stile futurista.

locandina-serata-futurista-di-modena-2-giugno-1913

Dalla cronistoria della Serata, la mostra prosegue con una panoramica sul terreno culturale in cui Luigi Russolo matura l’idea degli Intonarumori (allo Scoppiatore seguono infatti il Gracidatore, il Ronzatore, l’Ululatore e tanti altri) e soprattutto su ciò che avviene dopo il 2 giugno 1913. L’invenzione di Russolo è infatti la prima possibilità di sintetizzare suoni e rumori, il primo passo verso un’utopia: il concetto di musica elettronica. Nel 1914 gli Intonarumori vengono regolarmente brevettati e in altri ambiti musicali si fa strada l’idea di inserire rumori moderni fra le partiture. Lo fanno per esempio Erik Satie e Jean Cocteau nel balletto “Parade” del 1916, con costumi e scene – fra l’altro – firmati Pablo Picasso.

Proseguendo su questa linea, nel 1924 Russolo costruisce anche il Rumorarmonio, una specie di pianoforte a muro con pedali capaci di attivare più Intonarumori alla volta: un’invenzione che darà la stura alla concezione dei primi veri e propri sintetizzatori. La scia delle sue invenzioni quindi sopravvive, e prosegue oltre le invenzioni stesse. La ricerca personale di Russolo, infatti, si esaurisce nel corso degli anni ’30 e tutti gli Intonarumori vengono distrutti in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, per finire, la mostra propone nel suo spazio centrale proprio un insieme di Intonarumori in “carne e ossa”, alcuni dei quali funzionanti. Si tratta degli esemplari ricostruiti nel 1977 dal docente di conservatorio Pietro Verardo in occasione di una mostra dedicata a Luigi Russolo e all’Arte dei Rumori presso la Biennale di Venezia. Le fonti per la ricostruzione, avvenuta in 6 mesi di duro lavoro, sono state fotografie, il brevetto stesso, lettere di Russolo e i ricordi preziosi di suo nipote Bruno Boccato che da piccolo assistette alla costruzione degli originali.

La mostra “SibilaRonzaScoppia!” è aperta fino all’8 gennaio 2017 secondo i seguenti giorni e orari: dal martedì al venerdì (9:00 – 12:00), sabato, domenica e festivi (10:00 – 13:00 e 16:00 – 19:00). Giorni di chiusura: i lunedì non festivi.

In copertina: Luigi Russolo e Ugo Piatti con gli Intonarumori, 1916.

Un viaggio nel tempo con Officina Typo

Nel libro “22/11/1963” di Stephen King, nel magazzino di una locanda di Lisbon Falls, Maine, è nascosto un varco temporale, una “buca del coniglio”. Ogni volta che lo si attraversa ci si trova nella Lisbon Falls del 9 settembre 1958, alle 11:58 del mattino.

Anche a Modena c’è un varco temporale: basta scendere una rampa di scale sotto la mole grigia del Direzionale 70, proprio davanti alla fermata dell’autobus, per ritrovarsi nella Magonza di Johannes Guntenberg, anno 1455. La magia che lo permette si chiama Officina Typo.

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STAMPARE I LIBRI COME SI FACEVA UNA VOLTA

Officina Typo nasce come associazione nel 2011 e rientra a pieno titolo fra quelle realtà artigiane che punteggiano ovunque il tessuto italiano. Il suo cuore pulsante è una famiglia: Silvano Babini, Gina Paolini e la figlia Ebe Babini. Lo scopo, preservare e valorizzare la stampa tipografica come si faceva una volta, ossia con l’uso di torchi manuali e caratteri mobili: lo stesso principio con cui Gutenberg realizzò la prima Bibbia stampata dando il via alla produzione di incunaboli in Occidente. Una tecnica rivoluzionaria e sorprendente per l’epoca, che oggi ci sembra preistoria.

02_Officina Typo_ Silvano ed Ebe Babini con un torchio del 1863
Silvano ed Ebe Babini con un torchio del 1863

L’avventura di Officina Typo comincia grazie all’esperienza maturata da Silvano Babini e agli strumenti da lui collezionati negli anni, fra cui diversi torchi d’epoca. Ravennate d’origine, Silvano compie i suoi studi alla Scuola del Libro di Urbino formandosi in grafica, fotografia e in tutta la tecnologia relativa alla stampa. Arriva a Modena con il movimento cooperativo e lavora per tipografie e agenzie di pubblicità fino ad approdare alla Panini. Una volta raggiunta la pensione nel 2010, raccoglie tutti i torchi antichi acquistati per passione e disseminati fra garage di parenti e depositi della Panini per dare loro una nuova vita. L’embrione di Officina Typo prende forma. Il varco temporale per fare un viaggio nell’epoca dei caratteri mobili anche.

MACCHINE ANTICHE PER UN DESIGN MODERNO: PARTECIPAZIONI, LIBRI ILLUSTRATI E STAMPE D’ARTISTA

“La tipografia da un punto di vista industriale è morta 30 anni fa. E’ rimasta a livello artigianale, ma anche lì, col cambio di generazione, stanno scomparendo gli ultimi artigiani. Quindi la tipografia come tale è sostanzialmente destinata a morire. – Esordisce Silvano -. Ma è rimasta a livello artistico, perché ha ancora delle cose da esprimere.”

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Infatti, le produzioni di Officina Typo sono le più disparate, e non riguardano solo la parola scritta, ma anche l’immagine. “I nostri lavori su commissione tendenzialmente sono le partecipazioni – spiega Ebe -. C’è ancora qualcuno che, per gusto o per scelta, cerca partecipazioni un po’ strane e decide di venire da noi.” Tuttavia, ci tiene a precisare che in Italia questo mercato è una nicchia, mentre altrove costituisce un business non indifferente. “In Nord Europa e in Nord America per esempio c’è più attenzione per tutto quello che riguarda i biglietti di auguri, la cartoleria, cose che da noi sono quasi scomparse. Là hanno una tradizione fortissima del biglietto cartaceo, lo usano per tante occasioni. Le realtà straniere simili alla nostra frequentano addirittura fiere della cartoleria per far vedere i loro biglietti: cose incredibili, impensabili da noi.”

 

06_Officina Typo_L'Infinito di LeopardiOfficina Typo alle fiere ci va soprattutto con le sue auto-produzioni, libricini che coniugano parola e immagine, strizzando l’occhio alla grafica, il tutto rigorosamente creato con matrici mobili. “Per fare le immagini devi fare un cliché fotomeccanico o con il linoleum – spiega Ebe -. Ritagli la forma con il linoleum, lo incidi, e poi si stampa la parte a rilievo esattamente come i caratteri. Ovviamente tutto ribaltato.” Ogni pezzo diventa quindi unico, seppur riproducibile. Fra i cavalli di battaglia, “Merlotipo comanda colore” di Ebe Babini, “Caratteri dell’Architettura” di Ilaria Lusetti, e l’ultimo della scuderia: un “Infinito di Giacomo Leopardi” alto solo 7 centimetri!

Date queste premesse, la saltuaria collaborazione di Officina Typo con artisti diventa quindi un fatto naturale. Valeria Brancaforte, artista italiana residente a Barcellona, ha inciso su linoleum per loro tre tavole dedicate alla Creazione, mentre l’illustratore Stefano Ricci ha creato “Rebus n. 7”, un trittico di xilografie dallo stile inconfondibile.

 

UN “SAPER FARE” DA TRAMANDARE

Per concludere, la valorizzazione della stampa a caratteri mobili come antico sapere – e saper fare – passa anche per la formazione, infatti Officina Typo organizza nella sua sede corsi pratici di ogni genere, sia per addetti ai lavori, sia per per bambini e ragazzi. Tornare in sintonia con la manualità è la parola d’ordine.

Stefano Ricci al lavoro
Stefano Ricci al lavoro

“Il 70% di quelli che vengono a fare i corsi sono dei grafici – spiega Silvano -. Stanno tutto il giorno a lavorare con il computer. Quando sono qua e lavorano con le mani gli si apre un mondo, anche perché nel settore si è cominciato a lavorare col computer negli anni ’90.”

Anche per i ragazzi di oggi, i cosiddetti “nativi digitali” con smartphone alla mano e connessione H24, la stampa a caratteri mobili con i suoi tempi dilatati e “offline” riserva sorprese. Racconta infatti Ebe: “Quando vengono i ragazzini sono incredibili. Abbiamo fatto un corso con dei ragazzi di prima media, erano venuti in 3 o 4 ed erano entusiasti. Una bimba è andata via dicendo “Ma io non pensavo che fosse così, è bellissimo!”. Forse per loro è molto più emozionante, proprio perché non sono abituati a fare cose con le mani: è un mondo completamente nuovo.”

“La stampa è sempre una magia – Conclude Silvano -. E’ una magia anche quando viene fuori dalla stampante di casa, ma è una magia un po’ diversa. Qui la magia è che tu con le tue mani hai messo dei caratteri, dei pezzi di legno in un torchio e hai messo un po’ di inchiostro, un pezzo di carta, hai dato una rullata e viene fuori il risultato.”

Perché si sa, i viaggi nel tempo sono sempre affascinanti. E quando si torna in superficie, fuori dalla “buca del coniglio”, ci si accorge di avere un pizzico di magia in più nell’animo.

L’importanza di essere Kaos India

L’Emilia-Romagna ha sempre avuto un certo feeling con la musica. Che lo scenario di partenza sia dato da nebbia e fossi, frescura di montagna o chilometri di portici, il risultato regala sorprese ancora oggi, grazie a numerose band emergenti e indipendenti: una risorsa creativa del territorio tutt’altro che silenziosa.

I Kaos India, per esempio.

Il gruppo rock, composto da Mattia Camurri (voce, chitarra), Francesco Sireno (chitarra), Vincenzo Moreo (basso) e Joe Schiaffi (batteria), calca le scene modenesi e non solo dal 2011. Tuttavia i singoli componenti, che hanno da poco superato i 30 anni, hanno imbracciato i rispettivi strumenti in età adolescenziale. Nei lontani primi anni zero imparavano a conoscere le proprie corde e i propri rullanti, provando in salette foderate di gommapiuma o cartoni di uova. Mossi dalla frenesia giravano i locali, alla ricerca di gruppi che suonassero, spingendosi fuori dalla città alla scoperta di posti e tragitti, fino a portare in quegli stessi locali le proprie cover registrate (sul cd masterizzato, mica c’era youtube) e guadagnarsi qualche ingaggio.

Nel 2011, la svolta. Mattia, Francesco, Vincenzo e Joe Schiaffi decidono di unirsi e fare confluire la propria gavetta in un progetto nuovo con musica propria. Nascono i Kaos India, rock band che inizia subito a raccontarsi attraverso concerti ed EP: colazione a base di Moment per combattere un certo dolore (Moment for breakfast), la distanza che si può creare fra due persone (Overlover), la parte irrazionale di noi stessi che irrompe e spaventa (Underego), quelle volte in cui ti chiedono di restare anche quando vorresti partire (Stay).

Francesco Sireno - chitarra
Francesco Sireno – chitarra

Li incontro – di nuovo – in un pub del centro di Modena, circa cinque anni dopo il debutto alla festa del beat del 2011. Hanno passato la serata precedente a tinteggiare la loro nuova saletta e il giorno stesso presso il posto di lavoro ufficiale e quotidiano. Nel frattempo, stanno organizzando la prossime serate di Modena City Collection, alias Mo.Co, di cui fanno parte assieme ai gruppi Fakir Thongs e Exit Limbo: “Un collettivo che si propone di diversificare l’offerta culturale modenese – spiega Mattia -, per far suonare gruppi e unificare diversi tipi di arte: musica, installazioni visive, pittura…”.

Insomma, davanti a una certa birra pastorizzata che la loquace cameriera ci convince a ordinare, di cose da raccontare ne hanno. Un bel po’.


Qual è il percorso che i Kaos India hanno intrapreso dal 2011 a oggi?

FRANCESCO: All’inizio eravamo quattro teste e quattro cuori che suonavano quattro individualità molto forti, molto radicate nel proprio passato. Ognuno tirava dalla propria parte.

JOE: Venivamo da esperienze musicali che non c’entravano nulla le une con le altre, infatti questo si sente molto nel primo disco, molto eterogeneo.

VINCENZO: La cosa che è cambiata è che ci siamo capiti sempre di più. I pezzi sono naturalmente più uniformi e sono naturalmente più di tutti.

MATTIA: In questi cinque anni abbiamo trovato un amalgama. Abbiamo imparato a lavorare insieme e a fare uscire le cose in maniera partecipata. Siamo sempre stati amici, però lo siamo diventati in modo più intimo grazie a questo processo di condivisione. Condividere anche le difficoltà nel portare avanti un progetto di musica inedita in questa terra.

Joe Schiaffi - batteria
Joe Schiaffi – batteria


Voi curate molto l’aspetto dei testi, sembra che andiate a scandagliare l’animo umano. Quali sono i fili conduttori?

MATTIA: Nonostante abbiamo scelto l’uso della lingua inglese, noi parliamo tanto delle nostre esperienze, di cose vere, ciò che sentiamo in prima persona, che viviamo ogni giorno. Penso sia fondamentale che si parli di qualcosa di condivisibile. Interpretabile, ma condivisibile. Sono convinto che la musica sia un mezzo privilegiato con il quale fare viaggiare ciò che davvero si ha dentro. Zero fuffa, e, in qualche modo, sostanza.

FRANCESCO: Sia a livello testuale, sia a livello musicale, non troverai mai un pezzo dei Kaos India frivolo. Non che ci sia qualcosa di male. Anche band grandissime qualche pezzo frivolo l’hanno fatto, ma secondo me noi non ce la facciamo proprio. Il pezzo “felicione”, “saltellone”… noi non ce la facciamo a fare questa roba qua. Ogni nota, ogni parola, ogni ritmo di batteria è vissuto in maniera sanguigna, profonda e passionale. Tutto deve avere un senso forte.

VINCENZO: Nel senso che possiamo fare un pezzo allegro, ma non scritto con leggerezza. C’è sempre un’esperienza vissuta che porta a scrivere quel pezzo in quel modo.

Mattia Camurri - voce e chitarra
Mattia Camurri – voce e chitarra

A fine maggio partirete per una tournée in Est Europa. Avete già avuto esperienze fuori, per esempio in Polonia vicino Danzica: come è andata e cosa vi aspettate dall’Est Europa?

JOE: Siamo molto curiosi di confrontarci con realtà diverse dall’Italia, e intendo diverse in termini di fruizione della musica. Quando abbiamo suonato in Polonia sono state apprezzate cose che qui in Italia lasciavano più freddi. Del tipo: “Perché non fate più assoli?”, “Perché non inserite più momenti strumentali all’interno dei vostri pezzi?”

VINCENZO: Soprattutto in quel periodo, che era quello del primo EP, avevamo dei pezzi che molti in Italia ci avevano detto essere un po’ prolissi. “Togliete”, “scarnificate”, ci davano consigli di questo tipo. Quando siamo arrivati lì ci siamo trovati totalmente spiazzati. E poi non abbiamo mai firmato così tanti autografi!

JOE: E’ stato l’unico momento dalla morte di Michael Jackson in cui si siano venduti dei dischi!

Vincenzo Moreo - basso
Vincenzo Moreo – basso

Secondo la vostra esperienza, in Italia quanto è difficile trovare locali che accettino di fare esibire band con pezzi propri?

VINCENZO: Tanto quanto trovare gente che abbia voglia di ascoltare pezzi inediti.

FRANCESCO: Qui se una cosa è nuova è quasi un aspetto negativo. Le date si trovano, ma una band per sostenersi deve avere delle entrate. Noi adesso stiamo facendo 4 date al mese e non sono poche, però i locali pagano pochissimo perché la gente non ha fame di novità. Magari se nello stesso locale, nella stessa serata, ci fosse una cover band ci sarebbe il locale pieno. Noi suoniamo per farci conoscere, per fare sentire la nostra musica, però è molto dura. Stiamo investendo su noi stessi da anni: prendiamo i nostri stipendi e una parte ogni mese la mettiamo nei Kaos India. Volentieri.

VINCENZO: Comunque ci siamo detti più volte che crediamo molto nel contesto italiano. Si fa fatica, ma siamo speranzosi: più fiduciosi invece che depressi e senza voglia di fare.

JOE: Sì, siamo in una fase in cui i musicisti stessi hanno una grossa responsabilità, quella di ricostruire, ridare una scena, riportare la gente ai concerti. Questo lo si fa con la qualità. Bisogna continuare a martellare, a credere in ciò che si fa e portarlo avanti con la massima qualità possibile. E’ dura però secondo me non bisogna mollare. L’ultimo singolo che abbiamo scritto, “Don’t Stop”, è ispirato proprio a questo discorso.


Per concludere, dal momento che suonate tutti e quattro da molti anni, cosa vuol dire suonare a 18 anni e cosa vuol dire suonare a 30?

MATTIA: E’ una cosa contro la quale ultimamente ci stiamo scontrando spesso. A 18 anni hai tutto il tempo e le energie del mondo. Più vai avanti e più hai impegni di qualsiasi natura che prendono spazio nella tua vita: una relazione con una persona, il lavoro e le responsabilità che comporta il crescere. A 30 anni hai una consapevolezza differente, un bagaglio culturale e una mentalità diversi che ti permettono di gestire in maniera ottimale tutte queste cose. Sicuramente a 18 anni non saremmo riusciti a suonare la musica che stiamo creando oggi. Ciò che siamo è il frutto di un’evoluzione musicale durata 15 anni, incluse le esperienze personali che si riflettono nei contenuti dei nostri pezzi. Siamo musicisti migliori, persone più consapevoli, e abbiamo ancora energia per spaccare i culi… si può dire? In fondo facciamo rock and roll!

Fantasia per tutti al Consorzio Creativo

Da quando è stata liberata dalle bancarelle, Piazza XX Settembre sembra quasi una piazza fiorentina. Larga, rettangolare, con piccole vie di accesso e qualche caffè che si allunga con tavolini e sedie sui lastroni di pietra che ne coprono la superficie. Mancano la statua di Dante e la facciata policroma di Santa Croce per completare il quadro, ma insomma, si fa quel che si può. Per esempio, proprio lì dove la stretta Via dello Zono sfocia nella Piazza, c’è una piccola fucina di creatività che da qualche tempo fa parlare di sé.

evento_consorzio5Si tratta del Consorzio Creativo: un paio di stanze ben curate, usate nei fine settimana come spazio espositivo per mostre, ma anche per altre attività culturali come concerti e presentazioni di libri. Una delle sue anime è Gloria Rossi, che nella vita è medico nutrizionista. Davanti a un cappuccino al ginseng e a un chinotto biologico mi racconta che anche i soci fondatori – il Consorzio è un’associazione – non hanno nulla a che fare con il mondo dell’arte pur essendo “due creativi repressi”.

La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5
La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5

“L’idea è nata dall’imprenditore e ragioniere Alessandro Orrea e dal medico Massimo Baraldi – racconta Gloria – . Sono andati a fare viaggio, una specie di bilancio della vita, quando i figli sono diventati grandi e viene da chiedersi: e ora che cavolo facciamo? Come sarebbe che cavolo facciamo… Apriamo il Consorzio Creativo! E così, due anni fa, è nato questo luogo come punto di riferimento per tutto un gruppo amicale allargato che qui vede un luogo di incontro per vedersi il sabato e la domenica.”

La dichiarazioni di intenti, quella che chiameremmo la mission dell’associazione, campeggia chiaramente sul sito internet e recita così: il Consorzio Creativo promuove gli artigiani del pensiero e della fantasia con l’intento di facilitare la realtà collettiva.

evento_consorzio2Non si parla di artisti e ogni parola è precisamente pesata. Artigiani. Pensiero. Fantasia. Facilitare.
Spiega infatti Gloria: “Diamo a chiunque ne faccia richiesta la possibilità di condividere un’idea, un progetto. La condivisione genera idee, fa rete. Non abbiamo una pretesa alta, noi non siamo professionisti. L’idea originaria è quella di non selezionare nulla, se compatibile con gli spazi, ma una selezione si è imposta per necessità perché sono state talmente tante le richieste che il calendario per l’anno prossimo è già completo.”

Il cuore del Consorzio, dunque, non sono solo e necessariamente gli artisti, ma in generale le persone che hanno qualcosa da dire, una fantasia interna da esprimere, e lo fanno tramite forme artistiche come fotografia, pittura, scrittura.

evento_consorzio3Tuttavia, qualche artista dal Consorzio ci è passato. “Per come la vedo io, l’artista ha un’impellenza, un aspetto totalizzante di questa necessità espressiva – afferma Gloria -, un magma da cui fare uscire una lava.” Purtroppo gli artisti divorati dall’impellenza non diventano necessariamente famosi, ma per completare il cerchio anche il Consorzio ha visto la presenza qualche celebrità. Franco Fontana, per esempio, che qui ha esposto durante gli ultimi due Festival della Filosofia. Alcune sue fotografie, accompagnate da testi di Valerio Massimo Manfredi, sono diventate le protagoniste del libro “Terra Alma et Amara”, prodotto recentemente dallo stesso Consorzio, i cui proventi andranno alla Lega del Filo d’Oro.

evento_consorzio4Inoltre, a riprova che il ritrovo per il gruppo amicale si è ulteriormente allargato, le due salette in Via dello Zono hanno avuto di recente l’occasione di essere un luogo di superamento della stessa Modena, dove non sono sempre i modenesi a raccontarsela fra modenesi. Questo dato è evidente soprattutto nell’ambito delle presentazioni dei libri, grazie a un rapporto instauratosi con la casa editrice Longanesi che qui ha portato alcuni dei suoi autori tra cui Lorenzo Marone che al Consorzio ha presentato “La tentazione di essere felici”.

C’è chi dell’espressione artistica fa il proprio lavoro, o la propria vocazione. Al Consorzio Creativo va innanzitutto in scena l’arte di esprimere la propria fantasia. Perché coltivare ed esprimere creatività e fantasia fa bene a tutti. Solleva l’animo e aggiunge un tocco di colore alla vita quotidiana. In pratica, facilita la realtà collettiva.

Tutte le immagini di questo articolo sono tratte dai video realizzati dal Consorzio Creativo.

Viva il buglione: lingue che muoiono e parole che risorgono

Sul nostro pianeta ci sono lingue che tra qualche anno non parlerà più nessuno perché i pochi che le sanno parlare moriranno. Secondo alcuni dati, oggi esistono circa 7000 lingue. La maggior parte degli esseri umani parla le lingue dominanti, circa 80, tra le quali regnano incontrastate il cinese, l’inglese, l’hindi, lo spagnolo e l’arabo. Solo queste cinque lingue sono parlate dall’80% degli abitanti del pianeta Terra.

Le altre migliaia di lingue e dialetti (sulla distinzione fra le due cose c’è una lunga discussione in corso da sempre, che qua saltiamo a piè pari) sono le cosiddette lingue minori, cioè parlate da una minoranza di abitanti, il restante 20%. E di queste, una buona metà è a rischio di estinzione. Esistono 357 idiomi che oggi vengono parlati da meno di 50 persone, e ogni anno ne sparisce qualcuno. C’è anche chi parla fischiando, qui ad esempio si può sentire e leggere un’intera conversazione tra due contadini.

Un "dottore" Kallawaya
Un “dottore” Kallawaya

Ma perché è grave se una lingua muore? Intanto, con la scomparsa di una lingua se ne va spesso anche una cultura, una tradizione, e anche un patrimonio di competenze. E’ il caso, ad esempio, del Kallawaya, lingua iniziatica boliviana che custodisce il sapere tradizionale della popolazione Kallawaya: se sparisce la lingua, spariscono anche le loro conoscenze delle piante medicinali.

Altro aspetto di solito meno considerato, perché apparentemente poco rilevante sul lato pratico, è che la scomparsa di una lingua significa anche la scomparsa di concetti astratti molto specifici che nessuno sarà più in grado non solo di dire, ma anche di pensare. Idee che possono essere dette solo in una lingua e non in un’altra, o che difficilmente possono essere tradotte (un esempio noto è il termine tedesco “schadenfreude”, ovvero “provare piacere per la sfortuna degli altri”, presente in molte altre lingue come unica parola).

Inoltre, come scrivono sul National Geographic, “studiando le varie lingue aumentiamo anche la capacità di capire come  gli umani comunicano e acquisicono la conoscenza. Ogni volta che una lingua muore, si perde una parte del quadro di ciò che il nostro cervello è in grado di fare”.

Questo, che per molti non rappresenta nulla di grave ma anzi un banale effetto collaterale del progresso dell’umanità a una sorta di “selezione naturale” tra le lingue – infatti spesso quelle minori vengono inglobate da quelle dominanti – per molti altri invece è un fatto gravissimo e si fa di tutto per evitarlo. Perché si considera la varietà linguistica e la diversità culturale come una ricchezza fondamentale per il patrimonio dell’umanità, così come consideriamo – o almeno lo considera la maggior parte di noi – importante salvare dall’estinzione alcune specie animali per tutelare il patrimonio naturale del pianeta e la famosa “biodiversità”.

Il quagga, sottospecie estinta della zebra.
Il quagga, sottospecie estinta della zebra.

L’Italia in particolare è un paese di dialetti e lingue minori. I dialetti oggi si parlano meno rispetto al passato ed è sempre più frequente l’uso frammisto di italiano e dialetto, perfino in regioni dove la parlata locale è a tutti gli effetti una lingua, come la Sardegna (i sardi chiamano il sardo “sa limba”, cioè “la lingua” – ma anche su questo ci sono infinite discussioni e anche qua, oplà, saltiamo a piè pari). Ma i dialetti sono comunque tanti e all’interno di ogni regione se ne trovano decine di varianti diverse, che spesso cambiano completamente da paese a paese, praticate sia in contesti famigliari sia con estranei o sul lavoro. Pensiamo al Veneto, ad esempio, probabilmente la regione dove il dialetto è più diffuso e più che convivere parallelamente alla lingua italiana, la sostituisce.

Ma anche in Italia, paese così ricco di varietà linguistiche, ci sono le minoranze a rischio. Alcune famose come il friulano, il ladino, ma anche l’occitano, il provenzale, il patois, o varianti dell’albanese parlate in Calabria o del croato in Molise; o ancora il catalano in Sardegna (ad Alghero, dove il catalano è usato ufficialmente anche dal Comune per cartelli e strade), e perfino il greco nella cosiddetta Grecia Salentina, isola linguistica pugliese, oppure il cimbro, una lingua di ceppo germanico parlata nel Trentino e anche in Veneto.

Una bella famiglia ladina.
Una bella famiglia ladina.

Ma allo stesso tempo, anche all’interno dell’italiano, intesa come la lingua ufficiale della nazione Italia – basata sul fiorentino letterario del 1300, ricordiamo, nonché tra le prime 25 lingue del mondo per numero di madrelingua – esistono parole destinate a estinguersi. Per alcune è troppo tardi: si sono già estinte e quasi nessun italiano, sentendole, saprebbe non solo assegnare loro un significato, ma anche solo riconoscere che si tratti effettivamente della propria lingua e non di una lingua immaginaria.

Uzzolo, buglione, burbanza, traccheggio, zinzino, salapuzio: vi dicono qualcosa? Probabilmente no, eppure sentite che belle, sentite come suonano bene, come sembrano dire qualcosa, come sembrano vive nonostante siano a tutti gli effetti morte perché non più utilizzate – o quasi.

Zinzino ad esempio nel suo suono contiene già il suo significato: provate a pronunciarla e vedrete che vi verrà spontaneo il modo corretto di usarla e la parola riprenderà vita. Non vorreste giusto uno zinzino di qualcosa? Forse la minestra è perfetta così, ma non aggiungereste uno zinzino di sale? Giusto uno zinzino, oppure, addirittura, uno zinzinino?

Questa intuizione è alla base del progetto dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (URPS), che si presenta come “ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra”. La sua fondatrice, Sabrina d’Alessandro, se ne occupa dal 2009, recuperando parole italiane dimenticate, a volte talmente strane e talmente lontane dall’italiano di oggi – in continua evoluzione, come sappiamo – da suonare come parole di un’oscura minoranza linguistica straniera, di qualche etnia lontanissima da noi, una di quelle lingue parlate da poche persone viventi. Un italiano straniero, insomma.

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In effetti basta poco perché la nostra stessa lingua ci appaia aliena. Ad esempio, qualche tempo fa parlavo con una cantante dell’est Europa, grande appassionata di opera fin da bambina. Nel suo paese d’origine, la Croazia, ascoltava le opere italiane di Verdi, Rossini, Puccini, imparandole a memoria ma ignorandone completamente il significato. Decise così di imparare quella lingua che l’affascinava tanto proprio partendo dai suoi libretti d’opera preferiti, cercando sul dizionario il significato dei vocaboli che cantava.

Quando poi si è trasferita in Italia, a Modena, pensava di poter parlare perfettamente l’italiano, dato che l’aveva imparato con tanta passione attraverso il canto lirico. Ma L’italiano che conosceva lei nel frattempo era morto: usava solo il passato remoto e termini ormai scomparsi, in pratica parlava come un librettista dell’800. Mi raccontò di quanto fu difficoltoso discutere e firmare il contratto d’affitto per l’appartamento utilizzando l’italiano imparato con le arie di Verdi e Puccini. Per il proprietario della casa quello era un italiano piuttosto bizzarro e lei, straniera doppiamente straniera, le appariva come un’aliena.

Alcune in effetti sembrano davvero parole aliene: risquitto, daddolosa, suzzacchera, papocchione, gorghiprofondo: sono tante le parole che l’Ufficio resurrezione recupera e diffonde, non solo per puro gusto conservativo, museale, archivistico (come il bellissimo sito ufficiale dell’Ente farebbe pensare), ma anzi, tutto al contrario, per riportarle in vita, farle risorgere facendole risuonare.

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E qui sta l’originalità dell’intuizione di Sabrina d’Alessandro – autrice anche del volume “Il libro delle parole altrimenti smarrite” edito da Rizzoli -, e cioè sfruttare l’aspetto ludico di questi termini così buffi e desueti (ricordiamo che anche desueto è un termine desueto, anche se non ancora estinto) e la loro “capacità di far risuonare la realtà in modo diverso”.

Ogni anno nei dizionari italiani vengono aggiunte nuove parole che in realtà ci suonano fredde, quasi imposte. Parole che vengono usate più che altro dai giornalisti nei titoli di giornali, ma raramente dalla gente nelle conversazioni quotidiane. Neologismi e anglicismi che dovrebbe essere espressioni di una realtà che cambia, ma che nascono già vecchi e che di fatto pochi o nessuno usano realmente. Termini come “downloadare” invece del più utilizzato scaricare, “svapare”, che sarebbe l’atto di fumare la sigaretta elettronica, twittare, selfare (cioè fare un selfie), tutti termini inseriti negli ultimi anni nei dizionari. O perfino phablet. Giuro, è stata inserita la parola phablet nei dizionari, per ora solo tra i neologismi. Non è il nome di un profeta ebraico ma l’unione tra smartphone e tablet.

La Treccani cita come fonte un articolo di Repubblica del 2013, che diceva così:

“Il termine è nuovo, ma è meglio impararlo subito. Perché quella dei “phablet”, che potremmo tradurre con “tabletfonini”, rischia di essere una vera e propria invasione […] qui si parla di dispositivi che sono una via di mezzo fra smartphone e tablet”.

Ora siamo nel 2015, i giornalisti due anni fa ci consigliavano di imparare subito questo termine, e noi l’abbiamo imparato, ci siamo esercitati ogni giorno a ripeterlo; ma a oggi, siamo sinceri, l’invasione di questo termine sembra lontana.

Gli oggetti esistono e sono venduti, ma non sentiamo in continuazione qualcuno parlare di phablet o tabletfonini (e tantomeno delle varianti “phonablet” e “phonevlet”, in teoria esistenti). Tanto che Amazon, che diamo per scontato sappia bene quello che fa quando si parla di vendere, continua a usare il termine “smartphone” o “tablet” nelle sue inserzioni e molto raramente “phablet”.

Svapate pure, tranq.
Svapate pure, tranq.

Ma l’Italia sembra avere una vera passione per neologismi e anglicismi e ogni anno i giornali presentano entusiasticamente le nuove parole inserite nel dizionario. Parole che, in molti casi, non sentiremo e non leggeremo mai più, se non – di nuovo – sui giornali. E capita anche che si generi un ciclo paradossale in cui 1) il termine non viene ancora realmente usato, 2) i giornali ne parlano come di una nuova parola che tutti usano e 3) la gente finisce per iniziare a usarla davvero: praticamente una profezia che si autoavvera. Nel frattempo alcuni vecchi termini scompaiono e finiscono nel dimenticatoio, nel cimitero delle parole che non si usano più.

E allora? E’ davvero un peccato? Per noi sì. Non si tratta di un moto di fastidio per il “nuovo” o peggio per un’assurda fedeltà linguistica alla cara vecchia lingua di una volta, o ancora per un nazionalismo spinto che non accetta le parole straniere. Si tratta più semplicemente di considerare di fondamentale importanza la varietà linguistica come espressione della ricchezza culturale del pianeta. In Italia per ogni parola “nuova” (di solito inglese) che appare, molte altre “vecchie” muoiono in solitudine. E noi, che ci siamo dimenticati del buon vecchio buglione, ci ritroviamo a “whatsappare”, ignorando che molto probabilmente appariremo ridicoli tra un paio d’anni, esattamente come oggi ci fa ridere il gergo dei paninari degli anni ’80.

Ma l’Italia è soprattutto il paese dove le parole non si traducono ma si importano così come sono: più che inglobarle, ne veniamo inglobati.

Ad esempio tutti ricordano sempre che i francesi chiamano “ordinateur” il computer, ma in realtà anche gli spagnoli lo traducono in “ordenador” o “computador” e se si guarda la voce di Wikipedia sul computer si scopre che praticamente in tutto il mondo la parola viene tradotta e che l’Italia è tra i pochi paesi a chiamarlo esclusivamente computer, senza sinonimi e varianti. Idem per il mouse, tradotto in quasi tutte le lingue, mentre è inesistente un sinonimo italiano (a meno che non vogliate fare gli eroi e decidere di chiamarlo “topo”). Ma che dire, ormai è andata così, inutile lamentarsi.

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La cosa che però ci intristisce è che mentre aggiungiamo al nostro vocabolario parole di altre lingue o neologismi che non useremo mai, si estinguono simpatici vocaboli come pampinoso, magnolino, schiribilloso, ruzzaiolo, struggimondo o guastapagnotte. Parole morte, eppure vive ed evocative, dunque degne di essere riportate in vita. Ed è appunto questo che fa Sabrina d’Alessandro con l’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.

Lo fa da anni in vari modi, sfruttando l’aspetto ludico e anche le potenzialità espressive e visionarie delle parole smarrite e la loro presa sul nostro immaginario. LogoUfficioResurrezioneNon siete d’accordo? Non pensate che schiribilloso sia un termine assolutamente schiribilloso? La D’Alessandro ne è convinta e per questo continua nella sua opera di risurrezione: l’ha fatto con i disegni, con il libro, con il sito dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (opera d’arte a sé), oppure “oggettificando” alcune parole perdute, cioè costruendo delle opere che le rappresentassero, come si può vedere nel Dipartimento Oggettificazioni.

Nuova tessera nel mosaico di questo vasto progetto è la performance “Parole Scilingue per Quadri Trappola” che si terrà sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena nell’ambito della mostra “Daniel Spoerri Eat Art in transformation”. Le parole scelte provengono dalla cultura alimentare e, attraverso un rituale artistico, verranno riportate in vita, servite, illustrate e cantate dalla D’Alessandro, con l’aiuto del mimo Antonio Brugnano, la chitarrista Paola Brani e il soprano Alice Lombardi.

Purtroppo sono costretto a usare il banale e abusato termine “performance” perché non me ne viene in mente uno migliore in italiano. Chissà, forse c’è qualche parola scomparsa che andrebbe benissimo, o forse si potrebbe fischiare. Oppure potremmo complicare ulteriormente le cose utilizzando non la parola ma una delle definizioni di performance presa dal dizionario:

“Esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile”.

Ecco, sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena ci sarà un’esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile. Vi invitiamo a partecipare.

  • “Parole Scilingue per Quadri Trappola ” di Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.
  • Sabato 21 novembre 2015, doppia performance ore 18.00 e ore 19.00
  • Alla Galleria civica di Modena presso la sala grande di Palazzo Santa Margherita, Corso Canal Grande 103.

Vedi anche: Babbo Natale Girls: quando tradurre è dire qualcosa di completamente diverso

Il Posto degli artisti, dove la cultura si progetta

A Modena, in Piazza della Pomposa. precisamente davanti al ristorante L’Erba del Re e dietro un portone insospettabile, c’è una rampa di scale che conduce a Il Posto, una fucina di cultura a 360° come quelle delle grandi città dallo spirito frizzante, magari estere. Il Posto è una dimensione parallela dove oggetti e costumi di scena modellano lo spazio, un bianco arioso fa contrasto con luci e colori, e un terrazzino ombreggiato fa compagnia a una sala allestita a platea che profuma di note musicali. E’ un luogo delle arti, un’installazione, un’esperienza sensoriale ricca di particolari dove niente è lasciato al caso. posto7Le sue artefici sono le sorelle Roberta e Francesca Vecchi, costume designer – o “progettiste”, come amano definirsi – da anni impegnate in numerose collaborazioni per il cinema, il teatro, la moda, la musica e le arti performative. Le vedremo presto all’opera con l’installazione performativa “Memorie del Possibile” che inaugurerà il 20 settembre presso il ridotto del Teatro Storchi, in collaborazione con l’Associazione Virginia Reiter.

UNO SHOWROOM PER LE ARTI PURE E LA PROGETTAZIONE TOTALE. “Il Posto nasce quasi 5 anni fa come nostro studio, in un momento in cui siamo partite per due film di cui uno molto grosso, “Diaz”. – spiega Roberta -. Lo abbiamo completamente ristrutturato per tenere i nostri costumi e per essere un luogo di progettazione. Quando siamo tornate, oltre che progettare i nostri lavori, abbiamo iniziato a vendere i costumi e a fare serate musicali che poi si sono espanse verso rappresentazioni, performing arts, teatro di ricerca, per quello che può contenere questo luogo quindi massimo 60 persone. Per strane vicissitudini le persone sono arrivate e si sono innamorate.”

posto2Così, quasi per un naturale fluire degli eventi, Il Posto è diventato un’associazione culturale, un luogo di incontro e confronto artistico dove si lascia la parola alla creazione intesa come progettazione totale, “quella del Bauhaus che ci è tanto cara” come indica Francesca. E dove si punta alla purezza dell’espressione, senza i compromessi che la vita richiede quotidianamente.

posto6SENZA CULTURA NON SI PROGETTA NIENTE. L’espressione culturale non nasce per caso, bisogna che quell’urgenza di esprimersi, quella necessità culturale si unisca a una formazione che sappia stimolare. Roberta ne spiega il perché. “Il mio maestro, Fronzoni, diceva: senza cultura non si progetta; inizia a progettare te stesso e la tua vita e poi arriverai a progettare i loghi, i marchi e le case; non ci si improvvisa, si studia continuamente; ci sono molti metodi, tu ne sposi uno che nel tempo può cambiare e attraverso quello affronti tutto.”

Una formazione precisa e stimolante, dunque, e non artisti bohémien in balìa di un estro intermittente. Infatti, ciò che oggi sta particolarmente determinando l’identità de Il Posto è un progetto di workshop didattici, con la partecipazione di esponenti del mondo della cultura: tra questi, il giornalista Andrea Scanzi (in una veste inusuale, poiché chiamato per parlare di musica), i figli di Ivan Graziani, i registi Daniele Vicari e Daniele Gaglianone, il poeta Giancarlo Sissa, il disegnatore Stefano Ricci e molti altri.

Queste sinergie che, come spiega Roberta, riuniscono a Il Posto “tutte le discipline in cui noi siamo entrate attraverso la nostra curiosità e i nostri costumi”, sono frutto di collaborazioni e buoni rapporti, talvolta nati all’interno dello stesso Posto. Che diventa così una fucina dove, aggiunge Francesca, c’è la “possibilità di chiamare persone di un certo livello dando loro un contributo, e questo per formare dei giovani, delle persone, che altrimenti non le vedrebbero mai insegnare a Modena.”

posto3PORTARE CREATIVITA’ LADDOVE CE N’E’ BISOGNO. Già, Modena. Come se la passa la creatività modenese oggi? Continua Francesca: “Noi abbiamo trascorso molta parte della nostra vita lavorativa a Roma e in giro. Anche con il Posto giriamo, ma stiamo spesso anche a Modena e io mi sono resa conto che c’è una quantità di meraviglia inespressa, di altissimo livello.” Le fa eco Roberta: “Se si potesse dare la possibilità di fare esperienza (una parola enorme e infinita) a moltissimi giovani e non giovani, persone con il talento, si capirebbe anche che questo produce reddito. Non si può scindere il lato economico, e quando si parla di cultura parlare solo di bellezza che ti fa vivere bene. Ti fa vivere bene, ma ti fa vivere malissimo, se tu non hai il denaro per sopravvivere e per alimentare la tua cultura.”

posto4Un eterno ritorno spinoso e frustrante, quello del riuscire a vivere con la cultura o della propria creatività. Specialmente in Italia, come sottolinea Francesca spiegando che un artista – nel senso ampio della parola – non è “né un dopolavorista, né un fannullone” e deve avere “diritti sacrosanti”, ricordando che un investimento su questo capitale umano creativo “non è dare 100 o 1000 euro, ma investire in modo sostanziale e sostanzioso. E si avrebbe un ritorno economico, ma ci vuole una mente aperta e lungimirante per fare questo”. Stessa cosa per dare credibilità, per esempio, ad un ragazzo di 18 o 20 anni. “I giovani – asseriscono le sorelle Vecchi – hanno talmente tante cose da raccontare e da insegnarci. Gli adulti danno un supporto di altro tipo, ma noi rimaniamo molto informate attraverso i giovani.”

posto5NESSUN LIMITE AL BISOGNO DI CULTURA E CREATIVITA’. “Noi abbiamo iniziato quando la Fandango prendeva registi esordienti che avevano fatto documentari o cortometraggi e li portava avanti fino a quando non diventavano conosciuti – racconta Roberta. – Questo paese dava la possibilità di fare nascere i talenti perché erano in embrione e dovevi dare la possibilità di lanciarli. La difficoltà di questo momento storico rispetto alla cultura è il seguente: rimangono le figure che ormai si sono formate e diventano sempre più conosciute, ma in realtà ce ne sono pochissime adesso che hanno la possibilità di venire fuori. Non c’è più questa idea. Ci dicevano sempre alla Fandango che non è col primo film che un regista diventa famoso, può anche sbagliarlo, ma gli dobbiamo dare la possibilità di farne almeno tre.”

Ascolto, credibilità, possibilità, essere pagati per il proprio lavoro, continuità, non darsi limiti, alimentare la propria creatività, unire cultura del progetto e progetto della cultura. Gli ingredienti sono tanti e non ci sono limiti geografici. Per questo Il Posto, che vuole accogliere questi valori in ogni centimetro del suo spazio, pur avendo il physique du role della metropoli si trova a Modena. Perché, conclude Francesca, “anche se ci sono 40°, o -30°, anche se non sei a Berlino o a New York, c’è molta terra fertile: basta avere la possibilità di coltivarla”.

“Barbablu” è arrivato: dal Teatro Tempio al Festival di Avignone

“Ero sola, nel bosco. C’era tanta gente. Sola. Due bambine. Una, una sola. Due bambine. L’una, sorrideva ingannandosi, l’altra subiva dimenandosi. Incrociate i pollici, alzate le orecchie, storcete il naso. Barbablu è arrivato, dentro e fuori. E son dolori.”

Cominciava così lo spettacolo teatrale “Barbablu”, realizzato dalla compagnia modenese Peso Specifico per la regia e drammaturgia di Roberta Spaventa. Una voce fuori campo e una silhouette di donna stagliata nel buio, inerme, con un cappio al collo, a gettare un’ombra inquietante sulla platea da 90 posti del TeTe – Teatro Tempio. Qui, un primo studio dello spettacolo andò in scena nel novembre 2013, seguito dalle vere e proprie rappresentazioni nel corso del 2014, allestite sia al Tempio sia in altri teatri dell’area modenese e non solo. Nel 2015, però, le repliche hanno dovuto forzatamente traslocare assieme alle numerose altre attività della compagnia: al termine dell’anno scorso, infatti, il nuovo parroco di S.Giuseppe Tempio Don Claudio Arletti decise di non rinnovare a Peso Specifico la gestione del teatro cominciata nel 2010, consegnandone la direzione ai frati Paolini.

Il TeTe
Il TeTe

In Francia il TeTe sarebbe stato annoverato fra i cosiddetti lieux intérmediaires et indépendents, ossia luoghi di cultura gestiti da compagnie teatrali e utilizzati sia come luoghi di creazione e rappresentazione per le stesse compagnie, sia come luoghi di aggregazione ed espressione a beneficio della comunità. Al TeTe, per esempio, oltre all’attività di produzione e rappresentazione di Peso Specifico, si tenevano tra le altre cose corsi di recitazione per bambini e adulti, workshop con ospiti italiani e stranieri, un mercatino settimanale di prodotti biologici e le serate estive Tempio d’Estate.

Ma tant’è, la Francia è lontana seppur sempre a portata di mano. “Barbablu”, lo spettacolo del cambiamento, andrà infatti in scena nella sua nuova versione francese “Barbe-bleue” alla 50esima edizione del Festival OFF di Avignone, l’evento più celebre del panorama teatrale indipendente. Già ospite ad Avignone nel 2013 con “Facevo il morto”, la compagnia Peso Specifico approda quest’anno nella città francese dei Papi con il sostegno e il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Comune di Modena e dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia. Lo spettacolo sarà interpretato da Cristina Carbone, Santo Marino, Martina Raccanelli e Alessandra Amerio, e le rappresentazioni si terranno dal 4 al 26 luglio.

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Ispirato alla macabra favola omonima, in cui il temibile uxoricida Barbablu nasconde nel suo castello uno stanzino con i corpi martoriati e senza vita delle sue mogli, lo spettacolo di Peso Specifico è una riflessione forte ed emotiva sulle dinamiche della violenza. Un male banale, purtroppo sempre attuale. Il filo conduttore alla scoperta della verità sono due bambine, che diventano ragazze e poi donne, due lati della stessa medaglia in cerca della propria identità al di fuori del proprio guscio. Ma l’inevitabile incontro con l’Altro rischia di divenire fatale, se l’Altro è Barbablu, un “mago mancato” dal fascino scintillante e dall’interiorità torbida: una volta aperta la porta segreta, riusciranno le due donne a sostenere la visione e ad affrontare la dura realtà?

Poiché non si può augurare buona fortuna agli attori – e dicendolo in francese per restare in tema -, “beaucoup de merde” a Peso Specifico e a “Barbe-bleue” che ad Avignone porteranno con loro un pezzo significativo della vita culturale della nostra città.

Sei buoni motivi per (ri)scoprire la Galleria Estense

Dopo tre anni di chiusura a seguito del terremoto del 2012, la Galleria Estense di Modena ha riaperto i battenti. Forte di un investimento di 760 mila euro provenienti in gran parte da fondi MIBACT, ritorna con i locali messi in sicurezza e un allestimento nuovo di zecca, per un totale di 609 opere esposte, 50 in più rispetto a prima.

La cornice della riapertura è stata l’iniziativa “Notti Barocche”, una tre giorni di eventi culturali volti a solleticare l’anima barocca di Modena: la città diventò infatti capitale dello Stato Estense nel 1599 ed è proprio il ‘600 il secolo in cui ne venne rimodellata l’identità per renderla luogo degno del nuovo titolo.

Per chi non lo sapesse, la Galleria Estense è inoltre annoverata tra i 20 principali musei italiani che godranno di un nuovo regime di autonomia sancito dalle ultime riforme in materia, il cosiddetto “decreto musei”. Il “museo Galleria Estense” farà quindi compagnia a grandi nomi come gli Uffizi di Firenze e la Galleria Borghese di Roma, nonostante la Storia l’abbia privata dei 100 quadri migliori, venduti nel 1745 dal duca Francesco III per fare cassa e finiti a rimpinguare l’attuale Gemaldegalerie di Dresda che oggi deve in gran parte ad essi la sua fama. Raffaello, Tiziano, Rubens, Veronese, Correggio (la sua “Notte”, presente su tutti i manuali di storia dell’arte) sono solo alcuni dei nomi altisonanti che nel 1745 vengono ceduti ad Augusto III di Sassonia per 100.000 zecchini d’oro.

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Il 29 maggio 2015 non ci sono state scosse di terremoto, bensì la kermesse delle istituzioni (incluso il Ministro Franceschini e qualche selfie su fondo dorato) per la grande riapertura. Il 30 e il 31 maggio nessuna paura e sconforto, ma fiumi di visitatori e code da “grande museo”. Ma perché, il nostro non è un grande museo? Sì che lo è, e per questo vi diamo sei buoni motivi per riscoprirlo, poiché una volta spenti i riflettori sulle “Notti Barocche” non ritorni a essere semi-vuoto come era prima della chiusura forzata.

Il Ritratto Francesco I d’Este, Bernini (1650), fiero e vaporoso di riccioli e stoffe. No, il genio del Barocco non passò mai da Modena. Scolpì il duca a partire da alcuni ritratti che gli furono spediti, in quella che lui stesso definì un’impresa “quasi impossibile”. Il busto arrivò in città su un carro trainato da buoi e a Francesco piacque così tanto che lo pagò 3000 scudi: la stessa cifra incassata da Bernini per la Fontana dei Fiumi in Piazza Navona a Roma.

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Il Ritratto Francesco I d’Este, Velasquez (1638), quello che è anche sulle bottigliette dell’aceto. Neanche Velasquez passò da Modena, fu piuttosto Francesco a passare dalla corte di Spagna – dove risiedeva il pittore – per siglare accordi politici. Giovane, serio e in abiti da condottiero, il duca riuscì a farsi fare questo ritratto in tempo: il progetto di larghe intese ispanico-estensi infatti abortì senza un seguito.

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Il Cristo crocifisso, Guido Reni (1636), ossia la dolce morte. Lineare, essenziale. C’è solo Cristo che squarcia con la sua luce il buio. Nessun personaggio a corredo, nessun santo in adorazione, nessuna scena corale con personaggi piangenti e soldati romani. Solo la testa rivolta al cielo e un breve soffio di brezza.

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Venere, Marte e Amore, Guercino (1633), il ritratto di famiglia allargata più originale. Realizzato sempre per Francesco I, mette in scena una Venere tornita e dall’acconciatura elaborata, un Marte cupo che irrompe sulla scena portandosi dietro un cielo plumbeo, e il loro piccolo figliolo (sicuramente di Venere, ma di Marte non si sa), Cupido, che ha già imparato a maneggiare l’arco e con piglio deciso mira dritto, proprio su di te.

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L’Altarolo portatile, El Greco (1567), un piccolo oggetto denso di significati. Si tratta di un piccolo altare portatile largo neanche un metro, interamente decorato dal noto pittore greco, un vero outsider visionario. In pochi centimetri di superficie ci racconta con la luce dei suoi colori la caduta dell’essere umano dopo il peccato originale e la salvezza attraverso Cristo che si fa uomo: enormi poteri in un minuscolo spazio vitale.

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Le Metamorfosi di Ovidio, Tintoretto (1541), gli effetti speciali del Cinquecento. Si tratta di una serie di tavole che ornavano il Palazzo San Paterniano a Venezia, vendute poi agli Este e finite a decorare il soffitto di una delle camere da parata del nostro Palazzo Ducale. Personaggi di fuoco, cavalli ribaltati, ruote di carro volanti, uomini in caduta libera, fiamme e inquadrature azzardate: è il filmone delle Metamorfosi cinque secoli prima dei fratelli Lumière.

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La cultura? Si costruisce in rete

Oggi alle 18, nella sala ex Oratorio del Palazzo dei Musei in largo Sant’Agostino, l’Assessore alla Cultura Gianpietro Cavazza presenterà alla cittadinanza, dopo averlo fatto ieri in Commissione consiliare Servizi, le linee guida e gli obiettivi che ha scelto di darsi l’Assessorato relativamente ai bandi pubblici – in via di definizione – volti a raccogliere proposte di progetti culturali delle associazioni modenesi e assegnar loro i contributi economici stanziati. I bandi sui quali si sta lavorando sono due: uno relativo alla programmazione dell’Estate Modenese 2015; l’altro riguardante lo svolgimento di rassegne e programmazioni annuali (cicli che si sviluppano su diversi appuntamenti in un arco temporale esteso), oppure progetti speciali e singole iniziative (manifestazioni mirate in occasione di particolari circostanze, eventi, ricorrenze, iniziative di durata temporale limitata e circoscritta).

cavazzaMa al di là del merito, al di là della effettiva disponibilità economica che i tempi di magra consentono per sostenere le attività culturali, ciò su cui l’Assessore intende far sentire maggiormente la propria impronta, è il modello di compartecipazione del soggetto pubblico alle iniziative dei soggetti proponenti. Un modello volto a favorire l’autonomia dei soggetti stessi, la corresponsabilità, la capacità d’intessere relazioni anche strategiche. Criteri che saranno fondamentali per l’assegnazione dei fondi a tutti coloro che presenteranno i propri progetti.

Il bando pubblico dunque, come strumento per far emergere la creatività che la città può esprimere e per raccogliere e selezionare i progetti delle associazioni e dei soggetti attivi sulla scena culturale che il Comune sosterrà e inserirà nella programmazione, mantenendo un ruolo di indirizzo ma affidando ai proponenti la realizzazione. Tra i criteri da valutare ci saranno, oltre alle qualità artistiche, l’uso di linguaggi e strumenti innovativi, la capacità di coinvolgere altri soggetti del territorio nell’ottica di fare rete, la valenza «sociale» dei progetti, l’autonomia organizzativa.

palazzomuseiIl bando, con i suoi criteri di “premialità”, si prefigge alcuni obiettivi strategici:

  • valorizzare il concetto di “welfare culturale”, e il ruolo di “promozione sociale” che i progetti e le iniziative possono svolgere, aiutando ad affrontare “criticità sociali” (ad esempio il contributo che può essere dato da progetti culturali al contrasto della dispersione scolastica e delle condizioni di solitudine e isolamento degli anziani);
  • incentivare la costruzione di “reti” tra associazioni culturali e non solo; la progettazione condivisa e il coinvolgimento di diversi soggetti, per dare più forza ai progetti ed elevare il loro livello qualitativo;
  • sollecitare la ricerca di partnership e co-finanziamenti (pubblici e privati) ai progetti e alla loro sostenibilità economica, non riponendo solo sul Comune l’aspettativa di un concorso economico;
  • incentivare l’autonomia di carattere tecnico e/o organizzativo.

“In sintesi – ha spiegato Cavazza in Commissione – il quadro complessivo che si cerca di delineare, con i meccanismi ‘premianti’ dei progetti presentati, è quello di un sistema in cui le associazioni sono incentivate a lavorare di più insieme, a unire le forze e le idee, a integrare progettualità, a coinvolgere maggiormente il territorio nel sostegno alle proprie attività, ad essere più autonome. Mentre il Comune dovrà svolgere un ruolo di indirizzo, sostegno e promozione, lasciando a chi realizza i progetti la responsabilità della gestione”.

Arte & scuola: il progetto “Graziosi Around”

La Fontana dei Fiumi in Largo Garibaldi, la fanciulla col cesto al Mercato Albinelli e il putto con l’oca in Piazza XX Settembre hanno una cosa in comune: sono opere dell’artista modenese Giuseppe Graziosi. Nato nel 1879 a Savignano sul Panaro e morto nel 1942, Graziosi si è formato a Modena e a Firenze come scultore e pittore, per poi lavorare attivamente in diverse parti d’Italia sia come artista, sia come accademico. Il suo lascito a Modena è una trama di opere pubbliche integrate al tessuto artistico più datato che permea la città, e la Gipsoteca Graziosi presso il Museo Civico che conserva le bozze in gesso di molte sue realizzazioni.

Oggi, a 73 anni dalla morte, l’artista è diventato il protagonista di Graziosi Around, un progetto di valorizzazione che si snoda tra la città e alcune aree della provincia e che coinvolge scuole superiori, realtà culturali e aziende del territorio. Capofila è l’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena, assieme all’Istituto per le Tecnologie Agrarie L. Spallanzani di Savignano e all’Istituto Alberghiero di Serramazzoni, in collaborazione con il Museo Civico di Modena, il comune di Savignano, Fiab Modena, Cotamo RadioTaxi, con il supporto dell’Agenzia di Comunicazione Intersezione e dell’Ufficio Stampa del Consorzio Mercato Coperto Albinelli.

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GRAZIOSI AROUND: ARTE E TERRITORIO SI FONDONO ATTRAVERSO LA SCUOLA 

Lo scopo di “Graziosi Around”, vincitore del concorso “I Love Beni Culturali 2014-2015”, è la realizzazione di un itinerario crossmediale tra le opere e i luoghi dell’artista nel territorio modenese. Il risultato sarà una mappa tematica cartacea collegata a strumenti web tramite l’utilizzo di codici QR, dunque uno strumento che incrocia diversi supporti e canali di comunicazione permettendo un’esplorazione del tema a 360°.

Dopo una necessaria fase di studio sulla figura di Giuseppe Graziosi, le tre scuole coinvolte stanno attualmente portando avanti con i professori di riferimento le azioni che rispondono alle proprie specificità. Gli studenti delle classi 4H e 4E dell’Istituto Venturi si stanno occupando della mappatura delle opere che costituiranno l’itinerario, nonché della redazione di schede e testi per la mappa cartacea e il sito web. Se la classe 4H, del corso di Architettura, abbina al progetto l’approfondimento dell’evoluzione architettonica e urbanistica di Modena in relazione alle opere pubbliche di Graziosi, la classe 4E del corso di Grafica si occupa della realizzazione dei supporti comunicativi e della grafica coordinata, tra cui il logo (ideato dalla studentessa Serena Gennari), la pagina Facebook e la produzione di reportage fotografici e video.

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Grazie al coinvolgimento degli altri due Istituti, poi, il progetto esce dai confini della città e dell’arte in senso stretto. L’Istituto Spallanzani di Savignano, terra d’origine di Graziosi, si focalizza infatti sull’analisi del paesaggio rurale all’epoca dell’artista, elemento molto presente nelle sue opere specialmente quelle pittoriche. L’Istituto Alberghiero di Serramazzoni propone invece una ricerca sulle ricette di origine contadina dello stesso periodo, nell’ambito di uno studio sull’evoluzione del gusto e delle tendenze gastronomiche.

Graziosi Around culminerà nel fine settimana del 9 – 10 maggio. Sabato 9 avrà luogo l’inaugurazione dell’itinerario completo di tutti gli strumenti elaborati, con partenza dalla Gipsoteca Graziosi, e arrivo al Mercato Albinelli dove verrà predisposto un buffet a cura dell’Istituto Alberghiero. Per i più sportivi, domenica 10 verrà proposto un itinerario ciclo-turistico da Modena alla casa natale di Graziosi a Savignano, curato da FIAB e comprensivo di una visita guidata ai luoghi dell’artista.

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SE LA VALORIZZAZIONE PARTE DALLA SCUOLA 

Nel gergo tecnico degli addetti ai lavori, “valorizzazione” significa “migliorare l’accesso e la fruizione” ai beni culturali. È questa la direzione in cui va Graziosi Around il cui scopo, come recita il progetto stesso, è “raccontare la città e il suo territorio in modo interattivo, incrociando valori simbolici e luoghi reali, fornendo una visione che unisce musei e territorio in un unico palinsesto ricco di storie e capace di parlare alla comunità a vari livelli, sollecitando memorie e curiosità”.

La digitalizzazione entra quindi a scuola per mettere in relazione la scuola stessa con il mondo esterno, digitale e reale, attraverso un progetto dallo sviluppo concreto che richiede per la sua realizzazione tempo, competenze e sinergie. E soprattutto, un progetto non volatile, ma destinato a restare in modo permanente a disposizione di tutti, sia cittadini sia turisti.

Anche questa è Buona Scuola.