Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

Via Emilia per Easy Rider

Lunga lunga, dritta dritta. Un segno forte all’interno di un territorio che dal mare sfuma nel viavai frenetico di Milano, all’ombra della cinta di ciò che resta delle mura spagnole, proprio di fronte all’imponente Porta Romana (che, poverina, è un gioiello dell’architettura incastonato fra un grattacielo interminabile, elegantissimi palazzi e il rigido magma delle strade tutt’attorno). La via Emilia è una vera e propria “certezza” per chi è nato e cresciuto in città come Modena, Reggio o Parma. Sì, perché in qualunque città percorsa da quell’asse viario ti trovi, se su una targa o un cartello leggi le parole «via Emilia», hai la certezza matematica di essere in centro. E che almeno, stando lì nei paraggi, non avrai bisogno di consultare Google Maps. O vai verso Rimini, o verso Milano. Impossibile sbagliarsi.
Oggi la via Emilia, se si può, la si evita. «Ma ci vai dalla via Emilia?», ti chiederà sempre e comunque ogni conoscente non appena gli confessi che hai pensato di intraprendere un viaggio sulla SS9.

Cover_DueRuoteUn po’ la stessa perplessità che ha avuto Cristian Lancellotti, direttore di “Dueruote”, quando il direttore Iniziative Speciali del “Cucchiaio d’Argento”, Stefano Caffarri, gli ha proposto «di sposare, motocilisticamente parlando, il progetto di questa guida»: La via Emilia in moto: 10 tappe per 329 km. Le strade alternative, dove mangiare, dove dormire e cosa vedere. Una perplessità legittima, spiega Lancellotti nell’editoriale della guida, dato che «la via Emilia percorsa in moto è quanto di più noioso si possa pensare: traffico, strade dritte e piatte e paesaggi tutto sommato monotoni». Poi, però, si è fidato di Caffarri e della sua «strana luce negli occhi», oltre che del «ghigno di chi ha in mano carte pesanti, di chi non aspetta altro che qualcuno stia al gioco per farle vedere a tutti».
Et voilà: ecco come è nata questa guida alternativa, dedicata in primis ai motociclisti, ma anche ad altri flâneur contemporanei, desiderosi di vivere nuove e inattese esperienze. Insomma, a tutti quelli che sono convinti che l’emozione non stia tanto nella meta, ma nel viaggio. Uno dei modi migliori per celebrare la via Emilia che quest’anno festeggia i suoi primi 2.200 anni (e non li dimostra).

motociclicisti

Hic sunt Galli!
In età repubblicana, oltre gli Appennini, c’erano le Gallie. Terra di barbari, in sostanza. Nella Gallia Cisalpina vivevano le tribù dei Boi, che mal sopportavano l’idea di sottomettersi alla forza conquistatrice dell’Urbe. La miglior macchina da guerra, per i Romani, divenne la Strada: è sulle vie di comunicazione infatti che le legioni potevano organizzarsi al meglio. Il console Marco Emilio Lepido guidò la costruzione della via Emilia, un dardo che tagliava la pianura incuneandosi fra paludi e acquitrini. Incredibile ma vero (anche pensando a recenti e assai meno felici esempi di opere viarie): il collegamento fu completato in poco più di due anni, dal 189 al 187 a.C.
Oggi quella strada è sicuramente più evanescente: nei centri storici la sua presenza è ancora viva, tangibile; nelle campagne, invece, può scomparire all’ombra di filari di pioppi dritti come fiammiferi e piccole tangenziali ne deviano spesso il percorso (per forza: attraversare Romagna-Emilia-Lombardia solcando l’antica via romana è da pazzi. Ma come dice Il cappellaio-Depp in Alice attraverso lo specchio: «Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti»).
La via Emilia, a un certo punto, attraversa il Po. Da lì, inizia lentamente a sfrangiarsi: l’ultima Casa Cantoniera, l’ultimo punto di sosta dell’antica strada, si trova a Melegnano. Possiamo poi viverne il tragitto solo con l’immaginazione. Idealmente, la via Emilia cede il passo ai primi tentacoli della metropoli arrestandosi alla rotonda su cui campeggia Porta Romana bella.
«Porta Romana bella, Porta Romana
è già passato un anno da quella sera
un bacio dato in fretta
sotto un portone […]».

Casa cantoniera lungo la via Emilia
Casa cantoniera lungo la via Emilia

Il lato A: storia e gastronomia
Per viverla appieno on the road, la guida di “Dueruote” è davvero un ottimo compagno di viaggio, da portare con sé in un’avventura quasi situazionista, a tratti felliniana. Felliniana sì, perché il viaggio nella guida inizia proprio da Rimini, l’antica Ariminum: da zona di insediamenti preistorici a terra degli Umbri e poi dei Galli, fino ad arrivare alla mitica movida – trascinante e un po’ cialtrona – che ogni estate respira salsedine e profumo di fragranti piadine. Il viaggio inizia con le spalle al mare, verso il profondo nord. Oltre all’itinerario collegato al drittone della via Emilia, all’interno della guida compaiono spesso e molto volentieri altri golosi suggerimenti: ricette, cosa comprare, cosa bere, dove mangiare e rapidi focus incentrati su percorsi alternativi (dopotutto, il tragitto è immaginato per essere percorso in moto). Infatti, il bello di questo viaggio sta anche nel perdersi fra le morbide colline del Sangiovese, la rupe di San Leo, l’itinerario Enzo Ferrari e il Frignano, per sconfinare nelle terre che furono dei Da Canossa, famiglia cui appartenevano Bonifacio “il Tiranno” e l’impavida Matilde. Senza temere di fare un po’ di sano spoiler, la via Emilia, a un certo punto, attraversa anche Modena (o Mutina, come l’avrebbe chiamata Emilio Lepido).
Marco Tullio Cicerone, lo spauracchio di tutti quelli che hanno frequentato il liceo classico, ne aveva un’ottima opinione: nelle Filippiche la definì firmissima ac splendidissima (“molto sicura e meravigliosa”). E se lo diceva lui…
Nella guida di “Dueruote”, Modena viene presentata come un vero e proprio gioiellino, da scoprire fra una passeggiata all’ombra del Duomo, patrimonio Unesco, caldi effluvi di tortellini e brodo di cappone («quello con “gli occhi”», come lo chiamavano le nonne), visite al MEF e il ricordo indelebile di Big Luciano.
La guida poi prosegue con Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Fidenza, Fiorenzuola, doppia Milano, e si conclude poeticamente, suggerendo un ultimo tour sui confini di Quel ramo del lago di Como.

Porta Romana
Porta Romana

Il lato B: notturno
La via Emilia è come una catenina d’argento, alla quale vengono appesi di tanto in tanto monili e pietre preziose: quelli, sono i centri delle città con il loro contrappunto di portici e palazzi rosa porcellino, giallo terrigno o arancione. Già: ma fra un centro e l’altro cosa c’è? Quando la luce più grande di tutte sta per spegnersi e la notte comincia ad ammantare di blu intenso e striature violacee la pianura, la via Emilia dà tutta un’altra impressione a chi la percorre. I casolari abbandonati, le fabbriche dismesse, i grandi ristoranti anni Settanta dimenticati, le chiese pericolanti si fanno lugubri e silenziosi. A meno che non ci sia uno di quei nebbioni che «si tagliano col coltello»: in quel caso, non si vede proprio un bel niente. Vedi solo le tue mani sul volante, la strada scorrere sotto di te e il vapore bianco della nebbia fagocitare ogni cosa.

Casolari abbandonati
Casolari abbandonati

Quando viaggi di notte lungo la via Emilia, tutto si trasforma: la percezione dello spazio, del tempo e forse della vita. Se di giorno infatti è il traffico asfissiante a riempire la striscia di asfalto che collega Rimini alle porte di Milano, di notte le poche macchine che ci sono – non tutte – vanno piano piano, forse per accostare accanto a una delle pensiline del bus dove sostano, passeggiando avanti e indietro, signorine in zeppe e minigonna. Per non parlare dei perimetri delle fabbriche o delle concessionarie prospicienti la via Emilia che, dopo mezzanotte, si tramutano in azzeccatissimi set per un film di Romero. Nei tratti per nulla illuminati, poi, ci si rende conto di quante sfumature abbia il nero: il cielo scuro, la strada leggermente più chiara e le chiazze nero petrolio che sullo sfondo assumono le forme di casacce o folti ippocastani. Talvolta, quando guidi col finestrino abbassato, ti arrivano pure zaffate pungenti di cipolla e peperoni (in moto, non ne parliamo: l’intenistà aumenta): giri lo sguardo e ti trovi un chioschetto di paninari in cui andare a «far fondo» dopo una notte di bagordi in discoteca. Questa è l’altra faccia dell’asse viario che compie 2.200 anni: la via Emilia degli alberghi a ore, dei locali notturni, delle atmosfere lugubri, delle strutture dismesse e della trasgressione, se vogliamo. Di questo, ovviamente, non parla “Dueruote”. Ma, da modenese, mi sarei sentito in colpa nel raccontare solo un volto della strada che tutti odiamo e amiamo. Per scoprirne altri segreti o affascinanti scorci, non ci resta che partire.

Il parcheggio del Mac2
Il parcheggio del Mac2

L’immagine di copertina è tratta dalla guida “Via Emilia in moto” in edicola con Due Ruote di maggio 2017.

L’algoritmo diventa arte, e si chiama A.N.N.A.

Il 20 aprile alle 18:00 inaugura presso la Sala dei Cardinali della Fondazione San Carlo l’installazione A.N.N.A, un’opera immersiva che dialoga in modo del tutto nuovo con lo spazio in cui è allestita, gli affreschi dipinti sul soffitto e lo spettatore. Chi salirà lo Scalone sotto lo sguardo vigile dei ritratti di collegiali illustri, al termine della Galleria d’Onore si troverà davanti uno spettacolo inedito. E forse, all’inizio, avrà un po’ di vertigini.

L’installazione è curata da Antonella Battilani e realizzata dal collettivo modenese Delumen. Formatosi nel 2013, è composto da una squadra di programmatori, musicisti, tecnici ed esperti in comunicazione, e ha all’attivo lavori in Italia e all’estero, dalla Germania a Dubai. Menti creative ed eterogenee che lavorano a braccetto con le nuove tecnologie, i membri di Delumen sono specializzati nell’intrattenimento artistico audiovisivo. Per questo motivo, A.N.N.A si inserisce in modo naturale all’interno dell’ultimo tema trattato nel ciclo di conferenze della Fondazione San Carlo: la presenza della tecnica nel mondo contemporaneo. (Ne avevamo parlato anche noi nell’articolo dedicato all’automa F.A.C.E, oggetto di uno degli incontri presso la Fondazione).

FSC Modena - Sala dei Cardinali
FSC Modena – Sala dei Cardinali

Con A.N.N.A vanno in scena le implicazioni che la tecnica può avere nel mondo dell’arte. E’ sufficiente dimenticare quell’iniziale senso di vertigine e avventurarsi nel mezzo della Sala dei Cardinali, sopra la pedana-specchio posta sul pavimento. A quel punto, ci si trova dentro l’installazione e si può guardare in basso o in alto. La sensazione è quella di essere immersi in un fluttuare di fili luminosi, macchie d’inchiostro, bolle di colore e nidi fosforescenti. E ancora, impulsi intermittenti che si muovono a branchi come acciughe dalla pancia brillante, sinapsi che diventano vortici viola, abissi accelerati. L’affresco spunta a tratti, si ricompone, si frantuma, si modella e rifà capolino. A ritmo di musica.

Lumiscenze di uno spazio dilatato nello spazio di un soffitto

Raoul Battilani
Raoul Battilani

Il segreto di A.N.N.A si chiama mapping procedurale. Ce lo spiega Raoul Battilani, art director di Delumen: “Abbiamo campionato l’affresco, i suoi colori e i suoi contrasti fra chiari e scuri grazie a un algoritmo che abbiamo scritto. Lo abbiamo ricostruito con la stessa tecnologia del mapping per le proiezioni architetturali. Però, quando si fa un mapping architetturale la struttura è passiva: siamo noi che decidiamo cosa dire, creando i contenuti in base all’architettura della struttura. Con il mapping procedurale, invece, l’affresco è attivo: ci ha dato lui le tonalità del suono, il tema, i colori, le cromie e tutto il resto”.

Fra le pieghe delle vesti che sbucano dalle architetture dipinte, fra le nuvole, il cielo e la prospettiva scorciata, l’affresco ci parla e rivela un sé nascosto, la sua rete neurale artificiale. Che fra l’altro dà il nome all’installazione: A.N.N.A significa infatti Artificial Neural Netwok. Continua Raoul Battilani: “Abbiamo creato l’algoritmo basandoci sulle connessioni della rete neurale, cioè il nostro processo legato a un’idea. La prima fase è l’input, quindi i recettori e le sinapsi che si attivano nel momento in cui abbiamo un impulso. Poi c’è la fase nascosta di creazione. Infine l’output, il risultato”. Queste fasi corrispondono anche alle tre parti in cui si articola A.N.N.A: la prima molto astratta, la seconda in cui l’affresco comincia a emergere e l’ultima in cui il colore diventa protagonista.

E l’ultima “A” di A.N.N.A? È il tocco finale, la pedana-specchio. Riflettendo il soffitto affrescato della Sala dei Cardinali, riflette anche il turbine delle sue immagini segrete dilatando lo spazio in modo ancor più illusionistico. Ovviamente, sullo specchio si può camminare. Anzi, si deve. “Non è stato facile trovare il vetro adatto, resistente e temprato al punto giusto, – conclude Raoul Battilani – ma il risultato permette allo spettatore di essere attivo”. E di immergersi testa e piedi dentro una magica sinestesia.

FSC Modena - Sala dei Cardinali

Per conoscere A.N.N.A

L’installazione A.N.N.A sarà visitabile fino al 5 maggio, dal lunedì al venerdì, dalle 16:00 alle 19:00.
Si prevedono aperture speciali secondo gli stessi orari il 22 aprile (con visita guidata a cura di Patrizia Curti alle 17:00) e il 29 aprile (con incontro con Raoul Battilani alle 17:00). L’installazione rimane chiusa il 25 aprile e il 1 maggio.

Tutte le immagini sono di Studio 129.

Diventare lettori consapevoli nella società della digestione veloce

Il 18 febbraio è stato presentato a Modena nell’ambito di BUK Festival il libro di Sandra TassiCome si legge un romanzo. Diventare lettori consapevoli”, edizioni Giubilei Regnani.

tassi01Sandra Tassi, modenese, ha lavorato nella scuola dal 1986 al 2011, prima come insegnante di lettere alle medie, poi come formatrice all’interno delle biblioteche dell’ ITC Barozzi e del Liceo Classico San Carlo. Una professione, quest’ultima, bandita a concorso dal Ministero come una novità, ma poi decaduta con il cambio di bandiera nel giro di qualche anno.

Nelle scuole Sandra Tassi si occupava di selezionare i libri in uscita adatti agli studenti, coordinando progetti sulla lettura in collaborazione con i professori: proposte che uscivano dalla comfort zone del programma, ma pur sempre realizzate nell’ambiente scuola. Il tutto unito a un’opera di valorizzazione della biblioteca scolastica e di formazione per gli insegnanti.

Questo bagaglio di esperienze è confluito nell’Associazione Il Leggio, fondata da Sandra Tassi nel 2015 per portare all’attenzione autori e libri attraverso il reading e altre attività satellite. “Come si legge un romanzo” è dunque il filo naturale di una vita dedicata agli scrittori, alla lettura, ma anche ai lettori. E Sandra Tassi ci spiega perché.

LETTURE PER DIGERIRE E LETTURE PER CAPIRE

“Credo che l’interesse del mio libro sia nel sottotitolo, cioè diventare lettori consapevoli. – Racconta Sandra -. Un romanzo si legge come si vuole, per cercare emozioni, risposte, consolazioni, divertimento, erudizione o desiderio di ampliare la cultura. Ma il romanzo contemporaneo è molto diverso e lontano rispetto al romanzo classico del secolo scorso, è difficile capirlo a fondo. Molti autori vengono lasciati da parte, etichettati come “difficili” a favore di letture più semplici ma meno significative. Il lettore consapevole dovrebbe essere quello che oggi riesce a leggere scrittori difficili mettendosi in sintonia con loro.”

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Sandra Tassi

E chi sono, oggi, gli scrittori difficili? Nel suo libro Sandra Tassi ne cita alcuni: Erri De Luca, per esempio. “C’è difficoltà nello scindere il personaggio politico da quello letterario, – Spiega – ma oggi è uno degli scrittori più importanti perché ha focalizzato l’interesse sul gusto della parola, qualcosa che stiamo perdendo. L’italiano è ricco di sinonimi che non si sovrappongono, ma che si accostano, e l’ultima generazione tende a usare un bagaglio lessicale molto stretto. La cura della parola, la sua ricerca, la sua apposizione all’interno della frase e la musicalità che ne consegue sono la cifra unica di De Luca, e per questo fa fatica a entrare in tutti i lettori. Come lui anche Murakami o Pamuk, grandi scrittori che vengono accostati con diffidenza, se non con scarsa capacità critica… Murakami è molto più che “fantascienza giapponese”!”

LE DIFFICOLTÀ DEGLI ADULTI

D’altro canto c’è un problema: l’Italia legge poco. I dati ISTAT indicano che la metà degli italiani non legge più di tre libri l’anno. Inoltre, anche chi legge, lo fa poco dato che lo “zoccolo duro” di lettori si attesta sul 13,7% della popolazione. Secondo Sandra Tassi le cause sono molte. “Siamo abituati a ritenere che il libro sia un bene di consumo come gli altri, ma la lettura ha bisogno di tempo, di volontà, di concentrazione, di capacità di dialogare con se stessi e con l’autore. Oggi però si legge per digerire. Ci sono anche libri fatti per questo, ma non tutti.”

“In più, il pubblico degli adulti attempati non ha capito il rapporto tra l’evoluzione socio-culturale e la scrittura. – Continua Sandra – Il finale aperto, per esempio. Per quanto Eco l’avesse già spiegato, questo pubblico non lo accetta ancora volentieri. Sono persone che nel romanzo cercano risposte, vogliono che il protagonista spieghi loro come affrontare la morte, il divorzio, il rapporto con un figlio o con una morosa. Oggi invece il romanzo è interlocutorio: pone problemi, non dà soluzioni, e il finale aperto lascia al lettore la libertà di far finire la storia come crede.”

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E I PIU’ GIOVANI, SAPRANNO DIVENTARE LETTORI CONSAPEVOLI?

I soliti dati ISTAT ci dicono anche che i ragazzi fra gli 11 e i 19 anni leggono più degli adulti, soprattutto nella fascia 15 – 17. Sandra Tassi si rivolge anche a questo target: uno dei progetti in corso con Il Leggio, infatti, è il laboratorio “Dalla lettura emozionale alla lettura per il reading” assieme a un gruppo spontaneo di sei adolescenti. Il focus è il libro “Bianca Neve” pubblicato dal loro coetaneo Andrea De Carlo. La scrittura per il reading comporta una piena immersione nel romanzo e nella sua struttura, significa entrare in connessione profonda con l’autore e ridare al tutto una forma adatta per la lettura teatrale. Anche questo è un modo per diventare lettori consapevoli.

“Fra la lettura emozionale e la lettura teatrale c’è il non-detto. – Spiega Sandra – Non è un corso di lettura e discussione, ma una ricerca sulle strade possibili che certe situazioni avrebbero potuto prendere: le varianti possibili della vita. E questo li entusiasma. Sono portati a fare qualcosa che in genere non fanno, cioè problematizzare.”

In definitiva, è possibile che i giovani millenials, sottoposti a mille stimoli in una società dalla “digestione veloce”, trovino il tempo per diventare lettori consapevoli? Sandra Tassi non ha dubbi. “Nei ragazzi ci sono due cose che gli adulti devono sollecitare: la curiosità e l’entusiasmo. Non è vero che i ragazzi di oggi non sono curiosi. Si dà per scontato che siano indifferenti a tutto piuttosto che guardare davvero come sono. Hanno bisogno di adulti affidabili, che dimostrino che anche se c’è la crisi e il mondo va a rotoli esiste ancora la passione per qualcosa. E credo che in questo la lettura sia uno strumento molto efficace.”

In copertina: un’immagine di Marketa in Licenza CC. 

I primi dieci anni del Museo della Figurina

Lo scorso 15 dicembre il Museo della Figurina ha spento le candeline festeggiando i primi dieci anni di attività. Aperto grazie ai materiali donati nel 1992 da Giuseppe Panini, oggi conta 500.000 pezzi, 29 mostre temporanee realizzate dall’apertura – quasi tutte con pubblicazione – e un totale di 140.000 visitatori di cui 12.000 studenti, per una media di 15.000 ingressi l’anno.

La mostra organizzata per il decennale, “I migliori album della nostra vita: storie in figurina di miti, campioni e bidoni dello sport” è aperta già da settembre presso il Mata e visitabile fino al 27 febbraio 2017. Curata da Leo Turrini, è dedicata al tema che più di tutti incarna la figurina nell’immaginario popolare. Eppure, proprio grazie alle attività del museo, abbiamo scoperto che la figurina portata da Panini in tutte le case ha radici molto lontane. Oltre alle figurine propriamente dette, infatti, il museo espone materiali affini per tecnica e funzione, risalenti anche ai secoli scorsi, come calendarietti, bolli chiudilettera, cigarette cards, pubblicità in miniatura di tempi lontani. In pratica, un compendio unico nel suo genere di storia della piccola immagine a colori.

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All’indomani dei festeggiamenti, abbiamo parlato con Paola Basile, curatrice responsabile del Museo della Figurina, di questi primi dieci anni di attività e del futuro del museo, proprio adesso al centro di un progetto di cambiamento piuttosto consistente.

Dieci anni di Museo della Figurina: qual è il bilancio che vi sentite di fare?
Penso che il bilancio sia positivo. Va tenuto in conto un aspetto molto rilevante: il Museo della Figurina è l’unico museo pubblico totalmente dedicato a questo tipo di materiali. Quindi non si è trattato semplicemente di aprire un museo e farlo funzionare, ma di aprire un museo su tipologie di materiali totalmente nuovi nell’ambito della museologia pubblica. Esistono collezioni analoghe, ma non sono esposte: una grossa collezione di “cigarette cards” al British Museum, una piccola sezione al Metropolitan Museum, alcuni fondi a Parigi. Il nostro compito è stato soprattutto quello di fare uscire questi materiali dall’ambito prettamente collezionistico, agendo su un doppio binario. Da una parte, cercare contatto con i centri universitari facendo loro conoscere e valorizzare le nostre collezioni. Dall’altra, tramite mostre su diversi soggetti per coinvolgere più pubblico possibile. Non abbiamo mai voluto fare mostre che parlassero delle figurine in sé, ma parlare di altri temi attraverso le figurine.

figurina02Oggi avete modo di sapere chi sono i visitatori più interessati al museo?
Abbiamo diverse fasce d’età. Dipende molto dalla tipologia di mostra, spesso le persone vengono attratte dal tema che noi affrontiamo, quindi non sempre il pubblico è omogeneo. Ad esempio la mostra sulla fantascienza ha attirato anche molti giovani. Negli ultimi anni riproponiamo la mostra sugli anni ’80 e ’90, ogni volta con dei focus differenti, e continua ad attrarre. Anche quella attira tanti giovani, e devo dire anche persone di diverse generazioni: vengono i più piccoli, gli adolescenti, quelli che adesso hanno 30 anni, i nonni che guardavano i cartoni animati coi loro nipoti… ha attirato abbastanza la tipologia “famiglia”. Queste due mostre, assieme a “L’amore è una cosa meravigliosa”, sono quelle che hanno avuto più successo.

figurina04A livello universitario, invece, con chi avete collaborato?
Abbiamo collaborato diverse volte con Roberto Farné, di Scienze dell’Educazione, che ha curato per noi una mostra all’inizio in occasione del Festival della Filosofia sul Sapere. In occasione di Expo abbiamo collaborato con Alberto Capatti, ex Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche. Con la mostra “Figurine di gusto ha estremamente valorizzato i nostri materiali dal punto di vista della storia dei prodotti alimentari industriali che venivano pubblicizzati attraverso le figurine.

Cosa riserva il futuro per il Museo della Figurina?
Al momento è in corso un progetto per la trasformazione del museo in fondazione. Sarà costituito questo Polo dell’Immagine insieme a Galleria Civica e Fondazione Fotografia, e dovrà essere trasferito al Sant’Agostino. Sono in corso adesso le selezioni per il nuovo direttore, che sarà direttore della fondazione. Quello che possiamo dire è che il progetto va nella direzione di un ampliamento, un allargamento, nella nuova sede. Quali saranno gli orientamenti, dipenderà dal direttore. Speriamo che andranno nella direzione della valorizzazione e dell’integrazione con le nuove tecnologie.

F.A.C.E.: l’automa che prova emozioni ci spiega cos’è l’industria 4.0

Venerdì 2 dicembre si è concluso presso la Fondazione Collegio San Carlo un ciclo di conferenze dedicato al ruolo della tecnica nella cultura occidentale. Nell’ultimo appuntamento, il ricercatore e dottore in Automatica, Robotica e Bioningegneria Daniele Mazzei ha catapultato il pubblico – spesso in gran parte umanista – in un futuro già presente: la nuova frontiera dell’interazione uomo-macchina. Quello, insomma, dell’industria 4.0. Protagonista della conferenza è stato F.A.C.E., un robot con viso umano concepito e costruito dai ricercatori del centro interdipartimentale “E. Piaggio” dell’Università di Pisa, grazie a un team coordinato dallo stesso Mazzei.

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La storia di F.A.C.E., il robot dagli occhi azzurri.

F.A.C.E. sta per Facial Automation for Conveying Emotions: automazione facciale per veicolare emozioni. Nella sostanza è un robot, ma con un’aggiunta particolare: una maschera in silicone che riproduce un viso di donna capace di esternare emozioni attraverso espressioni facciali. Grazie ai 32 motori nascosti nel cranio, in risposta a stimoli esterni come l’interazione con persone fisiche, F.A.C.E. esprime felicità, rabbia, tristezza, disgusto, paura e stupore, ossia quelle espressioni dette “invarianti cross-culturali”, comuni a tutti gli esseri umani.

F.A.C.E. è completa di arti superiori e inserita in una nicchia che costituisce la sua “umwelt”, ossia il mondo dal suo punto di vista. È in questa nicchia che ha luogo il suo addestramento: qui l’automa viene “cresciuto” come un bambino, sottoposto a stimoli che gli permettono di imparare, imitare, definire la propria struttura relazionale. Il presupposto, infatti, è che le emozioni dipendano dall’esistenza di un corpo: gli umani usano il corpo per etichettare i ricordi, ed è il corpo che passa queste informazioni al cervello. F.A.C.E., a suo modo, vede e sente, percepisce, impara attraverso la sua “fisicità mentale” e diventa una “presenza” con un’ “intelligenza” data da un equilibrio di relazioni. Una presenza che interagisce, manifestando stati emotivi e riconoscendo quelli dei suoi interlocutori.

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Che cosa c’entra F.A.C.E. con l’industria 4.0.

F.A.C.E. è quindi una piattaforma di sviluppo per studiare l’interazione uomo-macchina dal punto di vista sociale, dunque in modo innovativo. È stato infatti dimostrato che, in questo ambito di studio, le sembianze umane di F.A.C.E. restituiscono risultati molto più performativi: in parole povere, se F.A.C.E. fosse un robot a forma di robot – e non umanoide -, i risultati raggiunti sarebbero di qualità inferiore.

E qui entra in scena la famigerata industria 4.0, tema su cui anche il governo uscente si è recentemente espresso proponendo un piano di investimenti (ma facendo più che altro scalpore con una frase poco felice sugli “ingegneri italiani a basso costo”). L’industria 4.0 non è altro che la conseguenza della quarta rivoluzione industriale. La prima è arrivata nel Settecento, con il vapore; la seconda nell’Ottocento con l’elettricità e la produzione di massa; la terza nel Novecento con l’automazione. Poi sono arrivati internet, il digitale, il mondo interconnesso: sistemi che potrebbero abbassare i costi di produzione e agire in un’ottica di maggiore eco-sostenibilità. L’industria 4.0 vedrà quindi protagoniste le tecnologie digitali: la connettività, l’analisi di dati, l’interazione fra macchine e fra uomo e macchina. E quest’ultima, è proprio la direttrice su cui lavora F.A.C.E.

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La tecnica ci salverà o ci distruggerà?

Siamo di fronte a scienziati pazzi che assemblano Frankenstein dal cuore metallico? A nuovi Terminator pronti a mischiarsi fra gli umani? Certo che no. Siamo di fronte a piattaforme di studio per reagire al cambiamento tecnologico, ed essere pronti e competitivi sulle nuove frontiere dell’industria. “La tecnica non si può fermare – ha spiegato Mazzei -, al massimo si può solo rallentare. Ed è grazie allo sviluppo della tecnica che la qualità della vita è migliorata: viviamo di più grazie a questo, non certo perché mangiamo meglio, anzi.”

Di certo, si tratta di una bella storia di ricerca fra le tante che, purtroppo, fanno brillare l’Italia per scarsità di mezzi e risorse, resa possibile anche grazie ai contributi di quell’Unione Europea che molti non vogliono più. Chissà che faccia farebbe F.A.C.E. se lo sapesse.

La conferenza sarà disponibile a breve online sulla pagina Youtube della Fondazione Collegio San Carlo. 

Slanting Dots: non chiamateli jazz trio

Sono nati dal jazz, ma sono diventati qualcos’altro. Sparpagliati su 1200 chilometri di distanza, dopo il primo album del 2013 intitolato “Unfold”, continuano il loro sodalizio lavorando alla seconda uscita prevista nel 2017. Musicisti, compositori, ma anche amici: sono gli Slanting Dots, “power trio” per due terzi modenese, formato dalla chitarra di Luca Perciballi, dal contrabbasso di Alesso Bruno e dalla batteria di Gregorio Ferrarese.

Tutti e tre sono musicisti e compositori, con una lunga esperienza di palco nell’ambito di festival jazz nazionali e internazionali. Luca Perciballi, modenese, si è formato fra il Conservatorio di Parma, il Codarts di Rotterdam e il Conservatorio di Milano. Recentemente ha vinto il Premio Internazionale Gaslini e il 2 dicembre presenterà il suo ultimo lavoro solista al Teatro Čajka di Modena. Alessio Bruno è l’altra parte modenese del trio. Formatosi al Conservatorio di Modena, ha vinto diverse borse di studio jazz fino ad approdare al Royal Conservatory dell’Aja: tuttora vive e lavora in Olanda. Gregorio Ferrarese invece è di Parma. Laureato in jazz presso il Conservatorio della sua città è anche insegnante presso la Music Academy di Reggio Emilia.

Dal 2007 i loro percorsi musicali e professionali si intersecano nel progetto Slanting Dots. Qui, fondono basi jazz e incursioni elettroniche, improvvisazione totale e partitura articolata. “Io sono quello che ha sempre ha spinto di più sulla classica contemporanea. – Racconta Luca Perciballi – Il lato più ruspante è Gregorio. A metà c’è Alessio, forse quello che ha più radici jazz di tutti. Ci siamo chiamati Slanting Dots poco prima di entrare in studio. Prima ci chiamavamo in un altro modo. Abbiamo avuto quella cosa terribile da jazzisti di prendere le iniziali di nomi e cognomi e combinarle in un modo che avesse senso in una lingua qualunque.”

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Perché il jazz, come spiega Luca, non è che un punto di partenza: “Suoniamo tanto, – continua . suoniamo forte, suoniamo con molta energia”. Anche se nel mezzo ci corrono 1200 chilometri.

Luca, ciascun membro degli Slanting Dots è in un luogo diverso: come fate a gestire la distanza?
Grazie allo stesso motivo per cui gli Slanting Dots sono nati, cioè siamo amici. Io e Alessio ci conosciamo da sempre. Gregorio è stato mio compagno di studi al Conservatorio di Parma, quindi per anni ci siamo frequentati come marito e moglie. Sono due musicisti bravissimi, preparatissimi. Fortuna vuole che ci siamo trovati bene anche da un punto professionale e musicale, quindi riusciamo a tenere viva la cosa nonostante le difficoltà. Ci vediamo poco, ma avendo suonato insieme per anni recuperare l’intesa è come andare in bicicletta.

Gli Slanting Dots nascono dal jazz, un genere complesso e a volte non immediato all’ascolto…
A me dà fastidio il termine jazz per come viene comunemente inteso. Da musica vitale, estremamente interessante e piena di possibilità, si sta trasformando in qualcosa di stereotipato, tipo la jam session dove si fa finta di essere a Brooklyn negli anni ’50, e invece sei a Modena o dovunque tu voglia. È troppo scolarizzato, perché le scuole ormai stanno decollando, e c’è una standardizzazione dei metodi. È anche troppo abusato, se vuoi. Gli Slanting vengono dal jazz per gli studi e la passione iniziale, ma siamo da un’altra parte. Sono questioni formali quelle che ci avvicinano al jazz, come l’uso dell’improvvisazione all’interno di parti scritte e l’interplay, ossia l’interazione fra i musicisti, che è il succo della cosa. Slanting Dots si regge in piedi per l’intesa. Potremmo improvvisare concerti e suonare Slanting Dots.

Dove avete trovato maggiore riscontro di pubblico?
Quando si fa musica “difficile” per il senso comune, “pubblico” è un parolone. Nessuno è mai davvero preparato a quello che può sentire. Abbiamo suonato a Roma davanti a tre persone, numero reale compreso il giornalista che ci doveva intervistare dopo… e abbiamo suonato a Parma in una tana del jazz in cui abbiamo avuto un boato di pubblico. Per quello che dicevo prima sul jazz, i contesti sono molto particolari. Può andare malissimo, oppure quelle sere in cui pensi “Qua ci spellano vivi” trovi entusiasmo.

Pensi che l’Emilia-Romagna sia aperta a una musica di questo tipo, “difficile”, o si può fare di meglio?
La domanda è poca, ma è un problema a livello generale e si potrebbe estendere il discorso a tutto il Nord Italia. Sulle istituzioni ormai non ci puoi contare, si sforbicia dapperutto, sempre di più. Il pubblico e i locali, mah… c’è qualche realtà felice a Bologna, qualcosa di interessante anche a Modena. Per esempio il Node Festival è qualcosa di buono in questo senso. È un gran casino, ma non vale solo per noi. Siamo dei panda, ecco. Dei panda che si barcamenano in una riserva.

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Però se uno continua a farlo un motivo ci sarà… per voi qual è?
Posso parlare per me. Penso sia un momento per smontare il pensiero, trovare un pensiero vero, scardinato dalle cose di tutti i giorni. Suonare ha anche una valenza sociale: fai pensare, cerchi di provocare una reazione di qualche tipo. Il fatto che poi uno ci debba mangiare vizia un po’ la cosa, ma io per esempio non sono un tipo da grossi compromessi. E ogni volta si impara qualcosa, perché nella musica si studia sempre. Sempre. Non c’è scampo, se no sei poco onesto. Questo vale per tante cose, ma la musica te lo sbatte in faccia. È uno dei pensieri umani più ramificati che esistano.

L’Olanda: Alessio è rimasto e tu sei tornato. Che atmosfera avete trovato là dal punto di vista musicale?
Ci sono grandi mezzi, un investimento culturale che, per quanto si lamentino che viene tagliato, è epocale rispetto ai nostri standard. Io non mi posso lamentare: il Conservatorio di Parma è ottimo e ha buoni mezzi, però niente di paragonabile. Là c’è un’educazione di pubblico molto vasta, un ascolto di musica dal vivo che qui manca. Qui, nel locale, la musica live rompe le palle se non è contornata da un evento, cioè se non è un concerto ma un’altra cosa. D’altro canto in Olanda, essendoci una grande tradizione scolastica, c’è tanto accademismo, ma con un livello medio molto più alto. Nei conservatori italiani, per avere una mano sulle rette, ammettono anche gente che non sa suonare. Lì questo non succede. In più si suona molto nel circuito che gravita attorno alle scuole, come a Berlino, anche solo per 30,00 euro a sera, ma magari suoni tutte le sere. E questo è ottimo per uno studente che deve imparare o per chi ha bisogno di esperienza di palco: fai qualcosa per davvero e impari tanto. Però, a un certo punto, se si ha un’idea diversa, una proposta professionale chiara, ciascuno deve trovare i luoghi e i modi che permettano di svilupparla.

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“Cosmo” di Marino Neri: il viaggio di un ragazzo per salutare le stelle

“Uomo: trenta litri d’acqua, grasso per sette pezzi di sapone, ammoniaca sufficiente per pulire una casa, sale per un pranzo, zucchero per venti tazzine di caffè, fosforo per trentasei scatolette di fiammiferi, tanto ferro da fare un chiodo.”

cosmo-copertinaQuesta riduzione impietosa ai minimi termini dell’umano è una delle riflessioni pungenti e toccanti che percorrono “Cosmo”, graphic novel del modenese Marino Neri, edita da Cononino Press – Fandango. E’ la terza produzione dell’artista, classe 1979, pubblicata quest’anno dopo “Il re dei fiumi” (2008) e “La coda del lupo” (2011)

Il protagonista è un ragazzo di 15 anni, Cosimo, detto Cosmo. Appassionato di astronomia e poco predisposto al contatto umano, Cosmo vive in un centro di riabilitazione. Nel giorno del suo compleanno decide di scappare assieme al suo amico immaginario, il ragazzo ombra, per raggiungere il deserto di Atacama. Cosmo sa bene che è il punto migliore per vedere la Via Lattea e salutare le stelle che, per effetto dell’universo in espansione, si stanno allontanando.

marino-neri-2Del resto tutto si muove, e in “Cosmo” tutto è mosso da qualcosa che ci sembra grande e inafferrabile. Oppure, all’estremo opposto, privo di senso. Le balene per esempio, come racconta il ragazzo, percorrono in una vita tutti i chilometri che ci separano dalla luna. Le farfalle monarca invece hanno una specie di bussola interna che nell’arco di quattro generazioni le porta dal Canada al Messico. E gli uomini? “Gli uomini – dice Cosmo – sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la migliore condizione che si può vivere. Io penso però che gli uomini siano animali con molti problemi.” E mentre questi uomini si affannano sulla loro quotidianità, le stelle si allontanano e nessuno ci può fare niente.

Il tratto fluido di Marino Neri accompagna così Cosmo nel suo viaggio iniziatico. Colori pieni e opachi, alternati a larghe macchie scure, ci portano con lui attraverso una campagna piatta che ricorda certe distese emiliane dove il cielo si srotola all’infinito. E nella campagna, si nascondono i personaggi a cui Cosmo si aggrappa come se fossero liane per poi andare oltre. In certi casi, fuggire.

marino-neri-1La trama delle citazioni letterarie, volute o meno, scivola come un sottotesto. C’è un Ismael, come in “Moby Dick”, ma è un vagabondo tatuato più simile al polinesiano Queequeg (e come lui ha un debole per le teste). Ci sono i due bifolchi, Brano ed Ezio, che sembrano usciti dalla penna di Lansdale. C’è una volpe amica, come nel “Piccolo Principe”, e c’è una giovane Ofelia scollegata a sua volta da ciò che è la sua vita.

Il piglio cinematografico dei disegni di Neri ci fa immergere nelle esistenze di queste persone e richiama il dettaglio con pochi tratti. Un armadio un po’ datato, un pupazzo a forma di Stregatto, un poster di Harry Potter, un tappeto peloso, ed eccoci nella camera di Ofelia. Rassicurante quanto minacciosa. Proprio come gli interni incrostati della roulotte dell’uomo cieco, dove l’odore della discarica circostante esce dal foglio e arriva alle narici. Eppure, saranno proprio la generosità e il coraggio dell’uomo cieco (e dei suoi gatti) ad aiutare il ragazzo a proseguire per la sua strada.

Ce la farà Cosmo ad arrivare ad Atacama? Non ve lo diciamo, ma speriamo che a quel punto le stelle non siano già troppo lontane.

“Modena città di canali”: le tappe del FAI Marathon di domenica 16 ottobre

Modena sarà una delle 150 città italiane a partecipare all’iniziativa FAI Marathon 2016, promossa dal Fondo Ambiente Italiano e prevista per domenica 16 ottobre. Il FAI Marathon, giunto alla quinta edizione, è l’evento autunnale di punta gestito dalle delegazioni locali del FAI Giovani, contraltare affermato delle già famose Giornate di Primavera.

Durante il FAI Marathon ogni città sceglie un tema, articolando su di esso un itinerario che permetta di scoprire angoli nascosti dello spazio urbano. Le tappe sono rese note in anticipo e si possono visitare in ordine sparso. Presso ciascuna di esse, i giovani volontari faranno da ciceroni. L’invito è dunque alla passeggiata: andare a piedi fra una tappa e l’altra, conoscere qualcosa di nuovo sulla propria città, essere per una volta turisti curiosi fra le vie che si percorrono senza attenzione tutti i giorni.

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Per il FAI Marathon 2016 Modena propone il tema “Città di canali“. E’ noto che Modena fosse in passato percorsa da una rete di vie d’acqua che ne modellavano la forma e la collegavano a città anche distanti, come Venezia e Milano. Le testimonianze restano nella toponomastica: Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto, ma anche Via della Cerca e Via Modonella che portano il nome di rispettivi canali, oppure Via Fonte d’Abisso, una delle polle in cui tuttora l’acqua sale in superficie (i famosi fontanazzi!). Il 16 ottobre, però, il FAI Giovani di Modena va oltre le evidenze per proporre altre tappe che hanno a che fare con l’anima acquatica della città. Ecco quali.

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  • Abbazia di San Pietro (Via S. Pietro 7).
    Il cortile della Spezieria di San Pietro è ancora oggi coltivato con erbe officinali e custodisce un’antica fontana recentemente restaurata. Nel corso della visita sarà possibile anche vedere le fondamenta della chiesa precedente all’attuale San Pietro e il museo dell’Abbazia.
  • Sistema di dilavamento del Canale di San Pietro presso Palazzo della Provincia (Via Saragozza 113).
    Dove oggi c’è l’ex Palazzo della Provincia, un tempo c’erano i mulini di San Pietro. Al primo piano si scorge ancora il Canale San Pietro imbrigliato in una chiusa che tuttora contribuisce alla pulizia della rete fognaria modenese.
  • Complesso di San Paolo (Via Francesco Selmi 67).
    Il Canale Modonella scorre ancora sotto l’abbazia di San Paolo: il cuore della visita sarà quindi la Sala del Canale, dove sono visibili le volte che coprono il corso d’acqua. Ma sarà anche l’occasione per visitare i due suggestivi chiostri del complesso: il cortile del banano e il cortile del leccio.
  • Archivio Storico Comunale (Via Vittorio Veneto 5).
    Lo scrigno della storia politico-amministrativa di Modena apre le sue stanze. Qui sono conservati gli atti prodotti nei secoli dal “Magistrato di Acque e Strade”, numerose mappe e documenti che testimoniano una Modena fatta d’acqua.

Le tappe indicate sono visitabili dalle 10:00 alle 17:00. Non c’è un biglietto di ingresso, ma è possibile fare una piccola donazione oppure iscriversi al FAI a tariffe agevolate.