“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

Tra luci e ombre, l’agricoltura resiste alla crisi

La terra resiste alla crisi: non solo perché produce beni da considerarsi indubitabilmente primari, ma anche perché viene ritenuta un investimento affidabile. L’agricoltura infatti, secondo gli ultimi rapporti di Abi e Banca d’Italia, è l’unico settore produttivo che negli ultimi tre mesi del 2013 ha registrato un andamento positivo dei prestiti bancari, in controtendenza rispetto ad altri settori per cui l’accesso al credito resta uno dei principali problemi per invertire una tendenza negativa che prosegue da sei anni consecutivi.  Tra il primo trimestre 2013 e lo stesso periodo del 2014 i finanziamenti alle aziende agricole sono cresciuti del 1,2 per cento, passando da 43,8 a 44,4 miliardi di euro, contro un calo medio del 5 per cento dei prestiti agli altri tipi di imprese. Insomma, la terra è considerata “sicura”. Questo il quadro generale.

Photo credit: lorca56 via photopin cc
Photo credit: lorca56 via photopin cc

Abbiamo interpellato i rappresentanti modenesi di Confagricoltura e Confederazione Italiana Agricoltori per capire se anche a Modena le banche preferiscono dare credito alle aziende agricole e perché. “Non è ancora evidente a Modena questa propensione, ma credo che sarà questione di poco tempo prima che lo diventi” – dice Gianni Razzano, direttore di Cia Modena sottolineando che da un po’ di tempo il sistema bancario si è accorto di poter trovare nell’imprenditore agricolo un buon creditore”. Principalmente per tre motivi:

  • l’agricoltura è la categoria con meno sofferenze, seppur non manchino le difficoltà, specialmente in alcuni settori di produzione;
  • le imprese agricole sono più patrimonializzate perché si basano sul bene terra, che è un bene stabile, dal valore intrinseco, il bene rifugio per eccellenza (soprattutto dopo il crollo del valore del mattone);
  • il contadino, per un fattore culturale, tende maggiormente di altri a rispettare gli impegni assunti. Una famiglia agricola che smette di pagare una banca ha già “stretto la cinghia al massimo”, facendo sacrifici personali pur di onorare l’impegno.

Detto questo – conclude Razzano – a prescindere dal fatto che il settore agricolo, per i motivi esposti, risulta più gradito alle banche, rimane una generalizzata difficoltà nel ottenere finanziamenti”.

Photo credit: StoryTravelers via photopin cc
Photo credit: StoryTravelers via photopin cc

Meno ottimista Eugenia Bergamaschi, Presidente di Confagricoltura Modena, che tende piuttosto a elencare i motivi che rendono difficile l’accesso al credito per le aziende agricole italiane e modenesi. “Anni fa era più semplice; il fatto di essere molto patrimonializzate grazie alla proprietà di terreni, fabbricati, macchinari, valeva come importante garanzia e le banche erano più propense a sostenere le aziende agricole. Ora la situazione è cambiata notevolmente:

  • gli ultimi accordi di Basilea, avendo come fine esclusivo quello di vigilare la gestione del rischio, impongono alla banca vincoli di accesso al credito che si ripropongono su tutte le imprese, a tappeto, senza distinzione di categoria. I parametri di Basilea, molto restrittivi, rappresentano un problema nazionale per tutte le imprese;
  • le aziende agricole, inoltre, come previsto dalla legge, possono avere una contabilità a regime forfettario, che non prevede la stesura di bilanci. Con l’introduzione dei parametri di Basilea questo costituisce un grosso ostacolo per l’accesso al credito poiché, in mancanza di bilanci, la banca non riesce a stabilire il reale patrimonio produttivo dell’azienda. Al posto di un rapporto chiaro tra banca e agricoltore qual’era in passato, ora abbiamo una difficoltà di relazione a causa dei nuovi parametri che le istituzioni bancarie devono rispettare”.

Insomma, luci ed ombre. E se è difficile vedere nella terra un nuovo Eldorado, certo è che sta resistendo meglio di altri settori a una crescita ferma da lunghissimo tempo. Vogliamo vederla in positivo? Si torna sempre lì, alla terra.

Immagine di copertina, photo credit: _ Night Flier _ via photopin cc

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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orizzonte

 

C’è un futuro oltre la crisi

In questi anni di lunga crisi che non sembra finire mai, lamentarsi è più che legittimo. Moltissime volte perfino giusto. Ma per disegnare un orizzonte diverso, bisogna anche sognarlo. Ecco perché abbiamo chiesto ai modenesi di regalarsi un piccolo messaggio di speranza.

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Ex Fonderie: il futuro è passato?

Fonderie esternoIl complesso delle ex Fonderie di Modena si impone alla vista già da lontano, con il suo incastro di mattoni rossi, le file ben allineate di pali della luce e i rettangoli bui delle finestre che spuntano dal bordo del cavalcavia. È da anni in stato di abbandono, dopo essere stato protagonista della storia industriale della città: un luogo in cui “in nome del lavoro sono stati compiuti passi storici”, che “ha visto un’evoluzione da proprietà privata a proprietà cooperativa”, tuttora “un monumento di archeologia industriale preziosissimo”. Sono le parole usate da Giorgio Prampolini, già responsabile del personale nel periodo cooperativo e oggi vice-presidente dell’Associazione Amici delle Fonderie, mentre ne ripercorre il filo della storia tra passato e presente.

Fonderie internoNel passato ci sono state commesse di guerre, lotte per i diritti dei lavoratori e opinabili manovre operate dai “padroni” per restare sul mercato (purtroppo quanto mai attuali anche oggi). Ci sono stati l’eccidio del 9 gennaio 1950, da poco ricordato nel suo 64esimo anniversario, e il passaggio a cooperativa per cercare soluzioni più eque sul piano sociale. Infine, il trasferimento dei locali produttivi e l’abbandono dello storico complesso.

Nel presente,  l’abbandono è diventato endemico e i muri si sgretolano. Per riqualificare la struttura delle ex Fonderie sono stati elaborati e approvati un “Progetto Partecipativo” e un “Bando per idee” tra 2009 e 2010; poi più niente, solo la crisi che morde. E che, oltre a ostacolare prevedibilmente l’azione, rischia di diventare pretesto per far cadere nel dimenticatoio sia i muri, sia i propositi.

 

La rivoluzione del volontariato

Tutte le crisi devono insegnare qualcosa. La crisi economica che è scoppiata nel 2009 ci fa capire che se un paese pensa a crescere e a produrre, ma si dimentica dei poveri, non investe in cultura e mette i lavoratori e le famiglie in secondo piano, è destinata a crollare. Per questo, al di là delle politiche e dei governi che si alternano di anno in anno, è necessaria una rivoluzione culturale, che coinvolta tutti quanti e non trascuri nessuna “categoria”. Il volontariato sicuramente dimostra di accettare questa sfida, come confermano le 240 associazioni e i 3.703 volontari che in Emilia-Romagna ogni giorno si spendono a favore degli altri e dei più bisognosi senza chiedere nulla in cambio. Non si tratta soltanto di solidarietà, ma di fiducia nel futuro.

In questo video, vengono ripercorsi i tratti principali del “Progetto regionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale“.
Dalla colletta alimentare ai corsi di orientamento e accompagnamento al lavoro, dall’emporio solidale allo sviluppo di una rete di economia solidale…
I progetti messi raccolti nel volume “Le buone prassi” dal Co.Ge Emilia Romagna rispondono a cinque parole chiave: innovazione (interventi innovativi per la modalità di lavoro), replicabilità (interventi che possono essere facilmente replicati in altri territori), continuità (in molti casi le azioni sono ancora in corso), attualità (il tema “povertà”, per esempio, è tutt’ora all’ordine del giorno) e “azioni in rete” (interventi frutto di un’azione comune tra più associazioni).

 

La creatività plasma il lavoro

teapot 3Sentire continuamente parlare di “non-lavoro” spesso porta a dimenticarci cosa vuol dire parlare di “lavoro”. Eppure, vedere cosa succede quando si prova, con pazienza e dedizione, a forzare i confini entro cui è articolata una professione unendo competenze e passioni, resta una materia interessante. L’importante il più delle volte è avere un’idea. Elisa Paganelli ne sa qualcosa: ha 28 anni, è grafica, illustratrice e imprenditrice; la sua idea si chiama Teapot Graphic Design e ha preso forma in quell’angolo di Largo Sant’Eufemia dove tra un palazzo e l’altro fa capolino il Duomo.

«Teapot è un negozio di assortimento misto – spiega Elisa -. Si va dagli oggetti per la casa al vestiario. Il tratto comune è selezionare prodotti di brand specifici con un design moderno e un prezzo accessibile, che siano funzionali e, quando possibile, rispettino l’ambiente». Lo ha aperto nel 2008 dopo un anno presso un’agenzia di comunicazione che avrebbe potuto darle un lavoro sicuro, in barba alla crisi incipiente e superando una triade di scogli ben nota: essere donna, giovane e imprenditrice.

Elisa, da dove è nata l’idea di Teapot e come si è sviluppata?
«Con Teapot ho voluto fare uscire la grafica dal back-office, renderla qualcosa di diverso da un lavoro dietro una scrivania: ho cercato di dare vita ad una contaminazione tra grafica e design. Alla base c’è l’idea del grafico che consiglia al cliente i prodotti di design e il negozio che diventa al tempo stesso una vetrina per il grafico. Il sogno sarebbe arrivare a commercializzare anche una linea tutta nostra».

teapot 2 Teapot è un negozio particolare, si è inserito bene nel tessuto modenese oppure hai avuto qualche problema?
«Il punto di partenza di Teapot è il “concept store” in stile Nord Europa. Quindi ero terrorizzata dall’idea che in una realtà più piccola e provinciale come Modena non fosse recepito. Invece ho scoperto che il modenese medio viaggia molto, legge, si informa ed è curioso. Pochissimi ormai si stupiscono nel trovare lo scolapasta di fianco al vestito. I clienti, infatti, sono un altro ingrediente fondamentale di Teapot. Il lavoro, in un certo senso, entra dalla porta, poiché il contatto costante con le persone aiuta a capire la tendenza e a seguire i segmenti di mercato giusti».

Inoltre Teapot, come già accennato, è anche una vetrina e ha aiutato Elisa nelle sue attività parallele legate alla grafica e all’illustrazione per ragazzi: tra queste, diverse pubblicazioni con Giunti, De Agostini e Lisciani Giochi, nonché la realizzazione della campagna nazionale per Telefono Azzurro. Le difficoltà incontrate, a conti fatti, restano annidate nelle pecche che in generale sono imputate al sistema-Italia: pochi incentivi all’imprenditoria, mancanza di un dialogo proficuo tra imprenditori e politica, un mercato del lavoro farraginoso, tasse proibitive e l’assenza di programmi a lungo termine. Pur avendo le sue soddisfazioni, Elisa ammette di non escludere un giorno di espatriare, magari in Germania dove è stata di recente in vacanza e dove “si vede immediatamente che la gente è più rilassata, che vive e non sopravvive.” Un’ultima domanda, a questo punto, è d’obbligo.

Da imprenditrice, come vedi la situazione oggi, ai tempi della crisi, delle professioni come la tua, molto legate alla creatività personale?
«Da un certo punto di vista il momento di crisi ha giocato a favore di queste professioni. Molte persone rimaste con nulla da fare hanno trovato lo stimolo per seguire la propria creatività e hanno fatto di necessità virtù. Le idee in Italia ci sono e sono tante, specialmente tra i giovani. L’ingegno italiano esiste e paga. La parte difficile con la situazione attuale, poi, è riuscire a rimanere in piedi».

L’amore contro la crisi

In media, il 70% di tempo di vita di un essere umano adulto è speso nell’attività economica, nel lavoro. Ne consegue che, anche se si tratta di universi apparentemente non comunicanti, è impossibile non declinare il tema dell’amore nella categoria dell’economia. E il professor Stefano Zamagni con la lezione magistrale “Ha l’amore uno spazio in economia?” al Festival Filosofia ci ha spiegato perché.

«La lingua greca ha tre parole per dire amore: eros, philia, agape. Esse descrivono tre dimensioni che sono in una relazione moltiplicativa, non additiva: non è possibile sostituire una all’altra – ha spiegato Zamagni –. All’inizio della modernità, è avvenuta una separazione netta tra queste tre dimensioni e si è affermata l’idea che in economia l’unica dimensione ammissibile sia quella dell’eros inteso come passione dell’avere, che nelle declinazioni successive si tradurrà in avarizia, avidità».

Philip Wicksteed nel 1901 afferma la necessità per l’economista di applicare il non-tuismo: la controparte in una transazione economica, il tu, colui con cui mi interfaccio, non rileva perché ciò che conta è il raggiungimento del proprio interesse personale. Business is business.

Quali effetti devastanti provoca l’eliminazione dell’amore nella sua declinazione di agape e philia in economia? La cosiddetta ideologia degli incentivi ce li mostra: «prima di tutto dobbiamo domandarci come ha fatto questa ideologia a diventare cultura popolare, considerando che fino a 60 anni fa la parola incentivo non esisteva in economia – si interroga Zamagni –. Se dal discorso economico elimino la philia e l’agape, per ottenere da te, lavoratore, qualcosa, ti devo dare l’incentivo, termine, importante ricordarlo, che deriva dal latino “incidere” che voleva dire cantare, incantare».

Questa crisi economica è figlia dell’ideologia dell’incentivo, la cui logica è difendere la democrazia politica sacrificando la democrazia economica.
«Noi economisti sbagliamo perché facciamo credere alla gente che la felicità coincida con l’utilità – sostiene Zamagni –. La felicità invece è legata alla relazione».
Già Aristotele diceva che non si può essere felici da soli, concetto che vediamo ben espresso in Robinson Crusoe.

«Dante nel quattordicesimo canto del Purgatorio nel dialogo con Virgilio si chiede come è possibile che un bene quanto più viene condiviso quanto più aumenta. Dalla risposta di Virgilio si evince che la virtù più viene praticata più aumenta. E la stessa cosa, se ci pensate, vale per l’amicizia. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo cambiare l’assetto istituzionale, rendere pluralistico il mercato la cui economia non è solo quella capitalistica – conclude il professor Zamagni –. Dobbiamo consentire a tipi diversi di impresa di operare fianco a fianco e rimettere in gioco la parola “fraternità”, che oggi è stata sostituita dalla parola “solidarietà”, che non è la stessa cosa».

Immagine di copertina: elaborazione grafica da un fotogramma da “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij.