Tutti devono guadagnarci… in banca

Banca Etica cambia “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara, con Massimo Rovatti che raccoglie il testimone da Fabrizio Prandi. Ma cos’è Banca Etica? Ce ne parla Paolo Contini, referente Git di Modena

 

Trasparenza, equità, bene comune. Sono queste le tre parole chiave di Banca Popolare Etica, l’unica banca che privilegia l’interesse collettivo. Sabato 28 settembre il Centro culturale F.L. Ferrari ospiterà alle 17 l’incontro di presentazione di Massimo Rovatti, nuovo “banchiere ambulante” per Modena e Ferrara. Rovatti raccoglierà il testimone da Fabrizio Prandi, alla presenza della vicepresidente di Banca Etica Anna Fasano.

Una finanza nuova. La diversità di Banca Etica nel panorama bancario italiano ed internazionale sta nel cambio di destinazione dei finanziamenti, mirata esclusivamente all’interesse collettivo, dalla cooperazione sociale alla cooperazione internazionale, dalla tutela dell’ambiente alla promozione della cultura, passando per le energie rinnovabili e l’agricoltura biologica. «La sintesi di tutti i principi di Banca Etica è racchiusa in tre valori: trasparenza, equità e ricerca del bene comune. – spiega Paolo Contini, referente Git (Gruppo di Iniziativa Territoriale) di Modena – La trasparenza risponde alla domanda: cos’è più sicuro? La risposta di Banca Etica è che la sicurezza, impossibile da raggiungere in modo assoluto, è legata ad una maggiore trasparenza. Per quanto riguarda l’equità, è necessario premettere che Banca Etica non fa beneficenza e che la banca deve continuare a fare la banca, non può snaturarsi. I tre soggetti coinvolti, risparmiatore, banca e soggetto finanziato, devono guadagnarci. Il punto è – continua Contini – che se tutti si accontentano è possibile raggiungere un’equa distribuzione della ricchezza e limitare disparità troppo accentuate. Ed arriviamo così al terzo valore su cui si fonda Banca Etica, ovvero la ricerca del bene comune. Il profitto non deve essere un principio ispiratore, ma una conseguenza dell’attività finanziaria svolta. Le finalità degli investimenti di Banca Etica non sono strettamente legate al profitto, ma piuttosto all’ambito sociale ed ambientale. Questo necessita un’analisi più attenta, non solo basata su garanzie economiche, ma su considerazioni più variegate». Leggasi: non basta una calcolatrice per decidere se un investimento migliora la vita di tutti.

Il socio non riceve, costruisce. Banca Etica ha mosso i primi passi in Veneto e si è costituita l’8 marzo del 1999 per rispondere alle esigenze del terzo settore, quei soggetti definiti non bancabili, ad alto rischio, che nella maggior parte dei casi non ricevevano finanziamenti. «In Banca Etica – precisa Contini – il risparmio ha un’utilità sociale. Se compro dell’oro, il mio investimento non ha ricadute positive sulla società, mentre se contribuisco a finanziare un progetto di cooperazione sociale il mio risparmio, attraverso la banca, migliora la vita della comunità. Così si fa ripartire l’economia, non comprando un’auto al mese. In Banca Etica è diverso anche il ruolo del socio, che non è colui che riceve i dividendi, ma colui che partecipa alla costruzione della banca, perché ogni opinione viene ascoltata e valutata».

I numeri di Banca Etica. Nata su iniziativa di un gruppo di 20 soci fondatori, Banca Etica opera oggi su tutto il territorio nazionale con 17 filiali e una rete di “banchieri ambulanti”, offrendo ai propri clienti una gamma di prodotti e servizi che permettono una completa operatività bancaria (libretti di risparmio, conti correnti, bancomat, carte di credito, obbligazioni, mutui prima casa, prestiti personali, fondi d’investimento etici). Il capitale sociale di Banca Etica ammonta a quasi 46 milioni di euro, conferito da 38 mila soci. Sono circa 7 mila i progetti finanziati, per un totale di 770 milioni di euro, nei quattro principali ambiti di intervento: cooperazione sociale, cooperazione internazionale, ambiente, cultura e società civile. Nelle province di Modena e Ferrara Banca Etica conta 892 soci, che conferiscono un capitale sociale pari a 960 mila euro, come valore nominale (635 mila euro il capitale sociale nella sola Modena), mentre sono attivi finanziamenti alle imprese sociali per un valore complessivo di 6,5 milioni di euro ed alle persone fisiche per 800 mila euro.

Modena come la vorresti? Dillo con un sondaggio

Più zampone o più Ferrari? Più biciclette o più autobus? Verde o grigio? Come ti immagini la Modena del futuro? O meglio: quale città vorresti nei prossimi 20 anni?
Il Comune ha avviato il percorso partecipativo (per “100 prescelti”) in vista della definizione del nuovo PSC, piano strutturale comunale. Noi abbiamo ci rivolgiamo ai giovani dai 16 ai 35 anni per indagare sui simboli e la qualità della vita dei modenesi. Partecipa al sondaggio… bastano 2 minuti!

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Anche Modena può diventare “smart”

foto x twitterL’espressione “smart city” è oggi molto in voga. Che cosa si intende con questo concetto, tutto sommato poco definito, e quanto c’è di concretamente attuabile nel breve periodo? Lo abbiamo chiesto a Claudio Forghieri, modenese, direttore scientifico di Smart City Exhibition, punto di riferimento per il confronto sul tema delle città intelligenti. Nel 2012 Bologna ha ospitato la prima edizione della manifestazione e ha registrato la presenza di 4.500 visitatori (altrettanti si sono collegati in streaming).

«Ultimamente l’enfasi sul termine “smart” è stata forse un po’ esagerata, sopratutto a causa della sua genesi commerciale e della forte azione di marketing da parte di grandi aziende – ha spiegato Forghieri -. All’inizio si è affermata una visione un po’ “tecnocentrica” della possibilità di migliorare il contesto urbano, come se la smart city fosse qualcosa che si può comprare. É vero che senza la rete internet, gli smartphone e la sensoristica non si potrebbe nemmeno parlare di smart city, ma l’accento non è più sulle soluzioni tecnologiche. Il ragionamento coinvolge qualcosa di molto più complesso, che impone di mettere al centro i cittadini e la qualità della vita, tanto che oggi si insiste molto anche sul concetto di “smart people”. Le persone sono sempre più autonome nell’usare la tecnologia con una logica di condivisione. Si pensi all’abitudine di postare feedback sulla qualità delle strutture turistiche o della ristorazione. Ciò che è divenuto naturale in quel contesto può avvenire rispetto ai servizi pubblici, alla manutenzione delle strade ecc., con un semplice gesto sul telefonino. Le amministrazioni cominciano a cogliere le opportunità di questo fenomeno e ad avvertire la necessità che le informazioni riguardanti spostamenti, disagi, dati di qualunque tipo vengano trasmesse dai cittadini per essere processate e trasformate in decisioni».

Scendendo nel dettaglio, quali sono gli ambiti in cui l’innovazione si propone di intervenire per rendere l’ambito urbano più smart?
La “smartness” delle città è composta da elementi molto diversi tra loro. Un primo tema è quello dell’efficientamento energetico. L’Unione Europea ha dato vita ad una iniziativa volta principalmente alla riduzione della Co2, attraverso l’aumento dell’efficienza energetica, la creazione di reti energetiche intelligenti (smart grid), nuove soluzioni in tema di mobilità urbana. In questo campo è la sensoristica ad essere protagonista. Per fare un esempio molto banale, si potrebbe citare l’installazione di “lampioni intelligenti” controllabili a distanza e in grado di modulare l’intensità della luce in base all’effettiva necessità. Gli stessi lampioni potrebbero poi essere dotati di video per la sorveglianza e di ripetitori per le reti wi-fi. Nel campo della mobilità le tecnologie potrebbero essere utilizzate per rilevare il traffico e prevenire gli ingorghi.

Efficienza energetica e mobilità sostenibile sembrano già grandi obiettivi. Cos’altro promette di offrire l’approccio “smart” alla vita nelle città?
Il secondo fronte è legato all’attrattività e competitività della città. I contesti urbani e i territori competono gli uni con gli altri per trattenere e possibilmente attrarre investimenti e lavoratori qualificati. Per farlo occorrono servizi alla persona e accesso alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. In questo campo l’approccio “smart” si traduce ad esempio nella creazione di spazi per la nuova imprenditoria come i centri di coworking, dove più soggetti insediano la propria attività creando un network professionale e fruendo di spazi e servizi a costi contenuti.

Un’altra grande promessa è quella del potenziamento dell’elemento partecipativo.
La tecnologia fa saltare alcuni paradigmi della nostra società. La necessità del possesso esclusivo di un bene viene gradualmente meno, e si sviluppano soluzioni “cooperative” che consentono a più persone di godere in comune dell’accesso a beni o esperienze. Le città che in Europa hanno maggiormente sviluppato la riflessione sulla smart city (Manchester, Amsterdam e Stoccolma, ad esempio) hanno sistemi di car sharing, car pooling, bike sharing. Ma ciò avviene anche senza l’intervento pubblico, come nel sito Air B&B che presenta annunci di privati che offrono ospitalità a pagamento nelle proprie abitazioni. Lo fanno milioni di persone al mondo. Molte anche a Modena. La rete attiva meccanismi partecipativi molto più pregnanti di quelli sin ora sperimentati, e ciò consente di affrontare questioni sociali ancora irrisolte.

Alla partecipazione è legato il tema della trasparenza.
Da questo punto di vista è significativa l’esperienza di Chicago, la cui amministrazione sta facendo uno sforzo incredibile utilizzando le tecnologie per informare i cittadini e raccogliere le loro istanze. É il modello open government, in cui l’amministrazione rendere disponibili tutti i dati che la riguardano. Si tratta di dati non strutturati o rielaborati, da cui chiunque può partire per trarre le proprie considerazioni. L’impostazione tipicamente americana ritiene che ciò possa anche generare valore: alcuni set di dati, se rielaborati, possono portare allo sviluppo di applicazioni come ad esempio la mappatura delle zone più pericolose delle città (crimespotting), o il collegamento tra punti di interesse e mezzi di trasporto, e così via. Questo aspetto non può essere trascurato, ma sicuramente è l’accountability il valore più grande del modello. Se esso fosse stato messo in pratica in Italia, certi scandali nostrani non si sarebbero verificati, o comunque sarebbero venuti alla luce subito.

A sentirla parlare sembrerebbe che la “smartness” sia una cosa per città che possono permettersi grandi investimenti infrastrutturali.
Diventare “smart” non è prerogativa delle metropoli. Certo, i costi di alcuni interventi infrastrutturali si giustificano solo in grandi realtà. Ma da questo punto di vista Modena non è posizionata male nel contesto nazionale, e ciò grazie alla partecipazione alla rete Lepida della Regione Emilia Romagna, che connette le principali città della regione tramite fibra ottica. Però diverse zone della provincia soffrono ancora di un grave digital divide su cui bisognerebbe intervenire presto.
La sensoristica invece, al centro di molte soluzioni per l’efficienza energetica e la mobilità, in realtà è accessibile a costi abbastanza contenuti, ma la connessione alla banda larga è un presupposto necessario.
Occorre invece sottolineare che la partecipazione, fattore cruciale nello scambio amministrazione-cittadini, ha una forte connotazione culturale che non si può rinvenire ovunque. Modena invece ha già una cultura radicata in tal senso e grazie a questo “capitale sociale” sarebbe la candidata ideale a diventare una città laboratorio. Lo ha fatto Santander in Spagna: nel momento in cui ha predisposto il proprio piano strategico pluriennale ha scelto di puntare sulla cultura tecnologica. Grazie agli importanti finanziamenti comunitari che è riuscita ad ottenere sta realizzazione una piattaforma di sensori in tutta la città che le aziende possono utilizzare per testare le proprie soluzioni. La scommessa è che ciò faccia nascere imprese e posti di lavoro. Certo i risultati si potranno misurare solo tra 5 o 10 anni. Modena potrebbe connotarsi per la forte tradizione di coinvolgimento nei processi decisionali e di reattività digitale. É un capitale su cui si potrebbe costruire molto se si riuscisse a fare un salto generazionale e tecnologico.

Siamo in tempi di spending review. Dove si trovano le risorse?
Sono stati stanziati diversi fondi sia da parte dell’Unione Europea che da parte del Ministero dell’Università e della Ricerca. Anche la Regione Emilia Romagna si è dimostrata molto attiva, specialmente col piano telematico regionale (PiTER). Ma non è necessario che tutti i costi vengano sostenuti dal pubblico. In questo settore l’integrazione pubblico-privato rappresenta un modello che va perseguito, anche se funziona meglio quando l’utilità generata è facilmente misurabile in termini economici, come ad esempio nel campo dell’efficientamento energetico degli edifici.

a cura di
Filippo Rossi

Modena, abbiamo un problema: si chiama “indirizzi” al PSC

pscCome è accaduto sempre più spesso di recente, a Modena si torna a parlare di urbanistica. Portando avanti la discussione sul Piano Strutturale Comunale (PSC) e abbattendo ogni speranza di apertura partecipativa, come sarebbe stato auspicabile dopo le dimissioni del super-assessore Sitta e il boom dei grillini alle elezioni politiche, il sindaco Pighi ha mostrato di voler adottarlo entro la fine del suo mandato, per poterlo lasciare come “eredità” al suo successore. In circa un anno intende avviare e concludere l’iter di adozione del PSC, che in altri comuni è durato anche 3-4 anni.

Un’ambizione notevole che lo costringe ad accelerare i tempi e comprimere la discussione. 
Per far ciò, il Comune di Modena ha deciso di chiedere al consiglio comunale un voto preliminare, per approvare il “documento di indirizzi” del PSC, aprendo intense polemiche, sia sullo strumento utilizzato che sul contenuto.
Alcuni hanno sottolineato che si tratta di un documento non previsto dalla legge, e che invece di essere occasione per aprire una discussione cittadina in merito alla “vision” di città, appare come lo “scheletro” di un vecchio PRG, volto a “blindare” fin da ora il PSC, azzerando ogni speranza di un confronto proficuo con la città. 
Ne esce, così, un’idea paternalista (e vecchia) di politica, che non reputa la cittadinanza all’altezza della discussione, una politica che si considera l’unica a conoscere lo stato delle cose. 
La risposta a questa idea è concreta, ed è rappresentata dai numerosi gruppi privati e pubblici che si incontrano a discutere di questo tema che sta molto a cuore, perché rappresenta il futuro della città.

Ultimo esempio è il laboratorio organizzato da Sel, la sera del 13 marzo alla palazzina Pucci, che ha trovato grande partecipazione, divenendo un momento di vero confronto, nel quale esperti e cittadini avevano a disposizione lo stesso tempo (5 minuti) per esporre le loro riflessioni e proposte.
Altri hanno poi sottolineato che il documento proposto dalla Giunta contiene obiettivi discutibili, e non pochi aspetti che prima di essere votati dovrebbero essere ampiamente analizzati, discussi e verificati. 
Discutibile è l’analisi sul centro storico, la cui ripresa è certamente in via di involuzione.
 Manca poi un adeguato approfondimento su temi strategici e generali come la sostenibilità economica del piano; non si indicano se e quali incentivi si vogliono introdurre per sostenere gli investimenti dei privati sulle riqualificazioni energetica ed edilizia; manca ogni riferimento  ai luoghi di relazione, all’edilizia di culto o all’integrazione della programmazione urbanistica con il welfare; non vengono affrontati temi oggi imprescindibili come l’impatto del terremoto sulla città.

Il documento, emendato a più riprese mano a mano che si manifestavano i “mal di pancia” sopra menzionati, si limita ad enunciare altri temi, che restano però privi di qualsiasi contenuto. E’ il caso di “recupero e riqualificazione”, “città polifunzionale”, “mobilità ciclopedonale”, “abbattimento delle barriere architettoniche” solo per dirne alcuni: questi temi dovranno essere riempiti di contenuti nei prossimi mesi, ammesso che ve ne sia il tempo.

Paradossalmente, il documento perde la genericità per divenire puntiglioso e dettagliatissimo nel paragrafo dedicato a «le famiglie ed il bisogno di case», dove si prevede la costruzione di 700 nuovi alloggi ogni anno per i prossimi dieci anni, ed anche di più nel successivo decennio.
 In un altro passaggio, tuttavia, il medesimo documento afferma che «siamo però ormai tutti consapevoli che l’espansione edilizia di per sé non garantisce risultati a lungo termine, ma anzi può generare costi generali crescenti». Ci si chiede allora perché si debbano costruire 7.000 nuovi alloggi, se non portano risultati a lungo termine?
E’ questo, in sintesi, il documento – che la Giunta ha condiviso all’unanimità – che è stato approvato, di stretta misura e con molti rattoppi e mal di pancia, dal consiglio comunale.
Questa è la Visione di Modena.

Francesco Barbari

Luci e ombre sul PSC

Quando si inizia un percorso per la definizione del Piano strutturale comunale (PSC), che caratterizzerà il futuro di Modena è importante partire col piede giusto. Dentro le Linee di indirizzo presentate in Consiglio comunale ci sono ancora luci e ombre, sia di metodo che di merito, che vanno chiarite. Ne abbiamo discusso con Eriuccio Nora, già direttore del Coordinamento delle Agende 21 locali italiane.

eriuccio_noraCome giudica il percorso intrapreso dal Comune di Modena per la definizione del PSC?
Innanzitutto credo che il Comune abbia fatto bene a procedere alla redazione di un nuovo PSC, perché quello vigente non è altro che lo spacchettamento urbanistico del Piano regolatore precedente che risale al 1989 mentre nel frattempo si sono registrati importanti cambiamenti economici, sociali e ambientali.

Dal punto di vista del merito?
E’ positivo l’aver deciso di dettare Linee di indirizzo pur non previste dalla legge regionale. In tal modo il Consiglio comunale in quanto massimo organo rappresentativo della comunità ha potuto partecipare alla redazione del Piano fin dalla sua nascita.

Per quanto riguarda invece l’aspetto metodologico del percorso?
Considero inadeguato l’ambito territoriale di riferimento che è sostanzialmente il “Comune di Modena”. Sarebbe stato meglio affrontare il tema del futuro della città intendendola non nel suo aspetto amministrativo, ma un soggetto più vasto, considerando come minimo i comuni della cintura e con un approccio di piano urbanistico sovracomunale. Vorrei che si parlasse del Piano del “Sistema urbano di Modena”.

Nelle Linee di indirizzo non se ne parla?
Se ne parla rispetto a specifici problemi e non in termini strutturali. Prendiamo per esempio il tema degli alloggi: con la mobilità che c’è oggi, è impensabile che la gente viva dove lavora, pertanto dobbiamo piuttosto migliorare il sistema della mobilità pubblica e occuparci di come sostenere con una buona urbanistica la ripresa economica. Il tema del ridimensionamento degli alloggi è diverso se lo affrontiamo in termini strettamente comunali o intercomunali. Credo che il documento nasconda anche un’altra mancanza.

Quale?
La visione della città c’è ma è frantumata in tante parti. Questa fa venire meno una vision vera e propria. Non c’è un capitolo che dica in dieci parole qual è la visione di Modena fra dieci o vent’anni. E’ una debolezza perché fa perdere di incisività il documento e può rendere incerte le scelte successive mentre abbiamo bisogno di scelte radicali e forti.

C’è ancora modo di modificare le Linee?
Nel documento di indirizzo sono state anticipate molte azioni e obiettivi specifici tipici del documento di programmazione vero e proprio. Se sono già state scritti nella prima versione più di 88 obiettivi e 66 azioni concrete si toglie molto spazio alla partecipazione che ha invece bisogno di essere libera. Non ci si deve esprimere su proposte preconfezionate, ma lavorare su una pagina bianca, sulla base di indirizzi precisi che mi dà il Consiglio comunale, ma con ampi spazi per essere innovativo e propositivo. Al momento questo problema è stato in parte risolto il quanto il documento di indirizzi è stato depurato da indicazioni operative anche se ci sono ancora delle scelte puntali che andrebbero rimosse.

Può fare qualche esempio?
C’è un dimensionamento del numero di alloggi atteso senza sapere quanti sono gli alloggi vuoti oppure si dice di confermare le scelte fatte con una variante del Psc vigente, come nel caso delle zone F, in quanto si è in presenza di diritti consolidati. queste scelte andrebbero rimosse perché condizionano fortemente il nuovo Piano.

Su cosa dovrebbe puntare il nuovo PSC?
Innanzitutto deve dire che Modena è una città a consumo di suolo zero. Questa sarebbe una di quelle cose da inserire nel capitolo delle strategie perché diventano messaggi forti per la città, che tranquillizzano i suoi abitanti e nello stesso tempo comunica al sistema delle imprese che il futuro dell’edilizia sta nella riqualificazione e nella rigenerazione dell’esistente ed anche demolire e ricostruire più che nell’espansione e nella costruzione di nuovi edifici in aree rurali o non edificate.

Another one bites the Dast!

chimento-11From Dast (Istituto di design, arte, scienze e tecnica) to Dust: ecco una bella immagine per la polvere di stelle del paesello. Di questi giorni, infatti, la notizia che il progetto delle Ex-acciaierie viene abbandonato. La cronaca… di una morte annunciata del Tavolo di confronto creativo, comincia con il percorso partecipato (la partecipazione… grande utero passpartout della ipocrisia indigena), per naufragare nel 2010 su un’area da recuperare ridotta a un terzo, passando nel 2009 attraverso un concorso internazionale di idee (già archiviato nel 2010).

Sarebbe davvero molto educativo dal punto di vista civico seguire quella cronaca che, al diminuire dei mq. da riqualificare, vede mantenersi ben saldi i finanziamenti: dalle stelle alle stalle, dalle stalle allo stallatico.

Si parte nel gennaio 2007 con lʼidea di riqualificare 12.117 mq. in una “sede di studi, ricerca e sperimentazione dei linguaggi e delle pratiche della co-progettazione creativa in tutti gli ambiti della vita sociale, culturale e economica”. Alè, via e andare con il Dast (All together now!). L’idea piace tanto che in ottobre il progetto viene ridimensionato su un’area di 7.900 mq. e ribattezzato Dast 2 (La vendetta!). Nel 2008 si trovano 5 milioni di euro di finanziamento, come si dice in questi casi e per non fare gli sboroni, da parte del Comune di Modena (cioè dei geminiani). Con il concorso di idee pubblicato a luglio 2008, parte la fase del Dast 3 (Il ritorno dei morti viventi!): 60 i progetti arrivati, con 60.000 euro di premi per opere finite in un cassetto (Addio sogni di gloria). Nel 2010 è tanta la spinta a realizzare il progetto che l’area interessata si riduce notevolmente: 3.350 mq., per 5.350.000 euro.

Gli stakeholders (figura mitica dellʼinizio millennio: chi ha da guadagnarci qualcosa!), cominciano la fuga (Fuga per la vittoria). Il Dast (La Casa 1) diventa così Exfo (La Casa 2), una specie di Grande ammucchiata: in uno spazio che va sempre più restringendosi dovranno entrare i luoghi per la memoria delle ex Fonderie e del Lavoro, l’Associazione “Amici delle Fonderie”, la Galleria dei distretti industriali, la Fonderia delle Arti, l’Officina Emilia e il Laboratorio di disegno industriale, a cura dell’Università, uno spazio di uffici condivisi, la foresteria, oltre alla Finestra sul territorio e alla Piazza (Great Expectations): ci sarebbe forse anche lo spazio per spostarci la Ghirlandina (volete mettere le Due Torri).

Ad oggi nulla di tutto ciò è mai stato non diciamo, realizzato, ma neppure cominciato. Lʼarea sembra sempre più somigliare a un paesaggio da Ossi di seppia: Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro dʼorto… e i tra i “cocci aguzzi di bottiglia“ si riflettono anche tutte le altre opere pensate e mai realizzate della Giunta, tra le quali: l’ex AMCM (il salotto culturale di Modena…), la torre della discordia e la “postdamerplatz” à la modenese, la riprogettazione delle piazze – Roma, Mazzini e Matteotti – la porta di Gehry, la metrotramvia da 500 milioni di euro, presto tramontata anche nella versione “ripensiamoci“, la Piscina al Parco Ferrari, le case peep in via Cannizzaro, il campo di via Cesana, la palestra Virgin, il progetto di potabilizzare il Secchia, la riqualificazione dell’Errenord, di cui non si vede né il capo né la coda, vista anche la diatriba tra Esselunga e Coop per il centro commerciale.

Con un paio di decenni di ritardo, qualcuno si accorge che il paesello non è più unʼisola felice (Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…); ci rimane solo il Triangolo della Crocetta (dove sembra che chi si perde, ritorni con le corna!), la maiala della tahilandia (a proposito chi lʼha presa in affido?), i viali con i parchimetri, il Novi Park vuoto e… Piazza Roma (che ne direste di mettere un balconcino… lì sulla sinistra…).

Non sarà che tutta sta partecipazione includeva solo gli amici (e gli amici degli amici) e adesso che bisognerebbe davvero collaborare con le forze vive e autonome della città, non le si trova più? A risolvere il problema, potrebbe pensarci la deputata Pini a cui si consiglia di costituire subito un Fronte Democratico Popolare per la libertà, la pace, il lavoro di Modena (naturalmente partecipato!).

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Quei progetti nel cassetto…

A 8036Modena 2020: comitiva di turisti che atterra al Marconi di Bologna e, in pullman, raggiunge la nostra città. Prima tappa piazzale Sant’Agostino, ribattezzato ‘piazzale Ghery’ dal nome dell’omonima porta. Visita al polo della cultura, firmato da Gae Aulenti e poi un tour per piazza Matteotti, rimessa a nuovo da Leon Krier, piazza Mazzini rivisitata da Mario Botta e, non senza una visita approfondita a piazza Grande e al Duomo, i chioschi di piazza XX Settembre del noto Paolo Portoghesi. Ancora la ‘nuova’ piazza Roma, con tanto di giardino e fontane ancora grazie allo svizzero Mario Botta. Uscendo dal centro, visita obbligata al museo Enzo Ferrari, ben visibile già da lontano grazie al passaggio creato per ammirare l’architettura di Jan Kaplinsky. Infine una sosta ristoratrice al parco Ferrari, per godersi il fresco del laghetto progettato nel lontano 1980 da sir Geoffrey Jellicoe prima di ripartire, passando davanti al cimitero di Aldo Rossi.

Basta molto meno di un pizzicotto per risvegliarsi e per rendersi conto che Modena, pur avendo un’attrazione fatale per le archistar di livello mondiale, molti di questi progetti li ha letteralmente solo nel cassetto. Pagati, non di rado profumatamente, modificati (basti pensare alla porta di Ghery, prima dimezzata nelle dimensioni poi svanita nel nulla), immaginati, ma forse soprattutto osteggiati. Non la città in quanto tale, ma questo o quel gruppo. Un po’ per motivi economici, un po’ per interessi di bottega, molto, probabilmente, perché la stessa amministrazione non ha creduto nei progetti che pure lei stessa aveva voluto. L’ultimo caso, in ordine di tempo, riguarda Mario Botta e le piazze Matteotti (almeno al terzo tentativo di restyling, della serie ‘riprova e sarai più fortunato’), Mazzini e Roma. La terza, forse, vedrà la luce ma con un robusto intervento progettuale rivisto al ribasso (soprattutto sotto il profilo economico) dall’architetto Cerfogli, per le altre due i progetti resteranno nel solito cassetto, ormai pieno da scoppiare.
Certamente questi non sono tempi da spese folli e, probabilmente, nemmeno da spese in generale e dunque ci sta anche che i progetti restino solo sulla carta. Questo discorso, però, sarebbe più valido in una città diversa da Modena, dove ci sono troppi indizi seminati negli anni, anche quando le finanze pubbliche permettevano interventi che avrebbero potuto portate benefici in termini di turismo e di sviluppo. Da Krier a Fuksas, da Ghery a Botta cominciano a essere un po’ troppi i nomi di architetti di nome prima chiamati a intervenire sulla città e poi rimandati indietro saldando solamente il pingue onorario. E, quando gli interventi ci sono (vedi il Mef, forse l’ultimo grande intervento che la città si è potuta regalare, polo culturale di Sant’Agostino permettendo) non sono valorizzati a dovere, tanto è vero che il cofano giallo è pressocchè invisibile se non vi si arriva a pochi passi.
Insomma, se si vuole valorizzare la città anche sotto il profilo turistico, forse di queste osservazioni occorrerà quantomeno tenere conto.

Questo pezzo è anche l’editoriale del numero 3/2013 del settimanale “Nostro Tempo”