“Modena città di canali”: le tappe del FAI Marathon di domenica 16 ottobre

Modena sarà una delle 150 città italiane a partecipare all’iniziativa FAI Marathon 2016, promossa dal Fondo Ambiente Italiano e prevista per domenica 16 ottobre. Il FAI Marathon, giunto alla quinta edizione, è l’evento autunnale di punta gestito dalle delegazioni locali del FAI Giovani, contraltare affermato delle già famose Giornate di Primavera.

Durante il FAI Marathon ogni città sceglie un tema, articolando su di esso un itinerario che permetta di scoprire angoli nascosti dello spazio urbano. Le tappe sono rese note in anticipo e si possono visitare in ordine sparso. Presso ciascuna di esse, i giovani volontari faranno da ciceroni. L’invito è dunque alla passeggiata: andare a piedi fra una tappa e l’altra, conoscere qualcosa di nuovo sulla propria città, essere per una volta turisti curiosi fra le vie che si percorrono senza attenzione tutti i giorni.

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Per il FAI Marathon 2016 Modena propone il tema “Città di canali“. E’ noto che Modena fosse in passato percorsa da una rete di vie d’acqua che ne modellavano la forma e la collegavano a città anche distanti, come Venezia e Milano. Le testimonianze restano nella toponomastica: Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto, ma anche Via della Cerca e Via Modonella che portano il nome di rispettivi canali, oppure Via Fonte d’Abisso, una delle polle in cui tuttora l’acqua sale in superficie (i famosi fontanazzi!). Il 16 ottobre, però, il FAI Giovani di Modena va oltre le evidenze per proporre altre tappe che hanno a che fare con l’anima acquatica della città. Ecco quali.

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  • Abbazia di San Pietro (Via S. Pietro 7).
    Il cortile della Spezieria di San Pietro è ancora oggi coltivato con erbe officinali e custodisce un’antica fontana recentemente restaurata. Nel corso della visita sarà possibile anche vedere le fondamenta della chiesa precedente all’attuale San Pietro e il museo dell’Abbazia.
  • Sistema di dilavamento del Canale di San Pietro presso Palazzo della Provincia (Via Saragozza 113).
    Dove oggi c’è l’ex Palazzo della Provincia, un tempo c’erano i mulini di San Pietro. Al primo piano si scorge ancora il Canale San Pietro imbrigliato in una chiusa che tuttora contribuisce alla pulizia della rete fognaria modenese.
  • Complesso di San Paolo (Via Francesco Selmi 67).
    Il Canale Modonella scorre ancora sotto l’abbazia di San Paolo: il cuore della visita sarà quindi la Sala del Canale, dove sono visibili le volte che coprono il corso d’acqua. Ma sarà anche l’occasione per visitare i due suggestivi chiostri del complesso: il cortile del banano e il cortile del leccio.
  • Archivio Storico Comunale (Via Vittorio Veneto 5).
    Lo scrigno della storia politico-amministrativa di Modena apre le sue stanze. Qui sono conservati gli atti prodotti nei secoli dal “Magistrato di Acque e Strade”, numerose mappe e documenti che testimoniano una Modena fatta d’acqua.

Le tappe indicate sono visitabili dalle 10:00 alle 17:00. Non c’è un biglietto di ingresso, ma è possibile fare una piccola donazione oppure iscriversi al FAI a tariffe agevolate.

Quando andavamo alla Casa delle Cento Finestre

Siamo stati tutti pischelli. E da pischelli il mondo era nostro, specie se era la calda estate del 2003, si avevano 17 anni e un gruppetto variegato di persone con cui ammazzare le giornate. La landa afosa del modenese aveva ben poco svago refrigeratore da offrire, tanto da rendere interessante anche la puntata delle 15.00 di Dawson’s Creek, in onda dopo Futurama, pur di non dover uscire di casa e liquefarsi. Anche le panchine nella piazzetta di S.Agnese avevano perso il loro appeal e le incursioni serali alla buonanima del Lido Park 100f06lasciavano larghe chiazze di sudore sulla schiena. Prima erano state sostituite dall’umidità del Red Lion al Parco Amendola, dove gli sfattoni giocavano a freesbee e si beveva birra in bicchieri di plastica. Poi, da una macchia di verde selvatico vicino ai binari del treno, dopo Saliceto sul Panaro e un viottolo al buio tra ghiaia e sterpi: un trainspotting in salsa modenese, a base di birrette, coche calde e gelato in vaschetta scioltosi già lungo il percorso, a raccontarci – data la location – storie di paura alla Urban Legends.

L’idea era nata lì, tra racconti di serial killer con la mano uncinata e l’odor di sisso della prima campagna, ma giaceva nei nostri ricordi di bambini più o meno inconsciamente. Perché non andare a esplorare la Casa delle Cento Finestre sulla Via Vignolese?

100f07Quando sei pischello il degrado è affascinante e le case abbandonate ancor di più, specie se, a quanto si diceva, ammantate di leggende e infestate dai fantasmi: inutile negarlo, la casa abbandonata è un grande topos narrativo e la sua perlustrazione è un fondamentale rito di iniziazione. Chissà, forse lo è ancora.

(E comunque noi non eravamo nativi digitali, al massimo avevamo l’adsl a casa e il nokia 33.10 in tasca).

Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com
Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com

Qualche pomeriggio dopo partimmo in avanscoperta, una piccola torcia ciascuno e un paio di macchine fotografiche, freschi dei consigli di amici navigati e fratelli maggiori. Entrare sul retro, scavalcare la finestra a sinistra (“non quella a destra perché se no finite in un buco”), non salire sul ballatoio sopra la sala principale. E soprattutto andarci di giorno, perché di notte la Casa era notoriamente frequentata da deficienti pseudo-satanisti.

Sapevamo che tirava già aria di ristrutturazione. La Casa sarebbe presto stata destinata a uffici o forse ad abitazioni, e da una parte ci piangeva un po’ il cuore poiché il mondo era nostro e in quel modo la Casa non sarebbe stata più – in un certo senso – nostra. Non 100f01sapevamo che il suo vero nome era Villa Buonafonte, né che fosse stata costruita all’inizio del Settecento e che appartenesse in origine alla famiglia Bentivoglio, la quale l’aveva venduta alla Cassa di Risparmio nel 1980. Non sapevamo nemmeno che in passato aveva ospitato duchi, arciduchi e duchesse; eravamo soltanto a conoscenza delle “voci di corridoio”, mischiatesi col tempo ad altre leggende: persone murate vive, morti improvvise, finestre che compaiono e scompaiono. Si diceva che, contandole, non sarebbe mai risultato lo stesso numero.

100f02(Personalmente ne ho contate 98, poi ho ricontato ed erano diventate 103, ma la matematica non è mai stata il mio forte).

Dopo la conta di rito entrammo, spingendoci a vicenda attraverso la finestra “buona”, e ritrovandoci dentro. Mi ricordo il piano di sotto allagato. Mi ricordo la grande sala poligonale e il ballatoio dove non bisognava salire da cui filtrava una luce verdognola, le scritte sui muri a deturpare resti di affreschi e vetri sbeccati, forse un tempo colorati. Poi, un corridoio decorato che si apriva in una successione di sale, e nessuno che volesse chiudere la fila. Le scale per salire, ricamate dalle ragnatele, e le stanze vuote con accessi murati e controsoffitti crollati. Mi ricordo la dependance accessibile, con i resti di quella che doveva essere una cappella per pregare, una decorazione in stucco aperta su di noi come un fantasma alato e una scarpa da ginnastica all’ingresso. Prima di andare via, senza avere incontrato nessuno, ectoplasma o 100f03essere in carne e ossa, abbiamo fatto la cosa più ardita della nostra spedizione: accendere una decina di lumini mezzi consumati sparsi nella sala poligonale e disporli in forma di croce, per spaventare i successivi visitatori. Probabilmente si sono spenti nel tempo in cui abbiamo raggiunto la strada, dopo esserci fatti una foto di gruppo liberatrice davanti alla Casa, tutti sani e salvi, il sole un po’ più basso all’orizzonte.

La morale della storia è che, seppur con incoscienza, se non vai a caccia di fantasmi a 17 anni poi non ci vai più. Inoltre, per rivedere gli interni della Casa (ristrutturata) a distanza di dodici anni dovrei comprarmici un appartamento o farmi assumere in uno degli uffici che vi si sono insediati.
Dal canto mio invece, in un certo senso cerco ancora fantasmi e ogni mattina riapro gli occhi in un’altra città, ma comunque vada la certezza è una: a Modena d’estate c’è ancora un caldo porco.

(fotografie di Francesco Cerofolini, 2003)

Il Posto degli artisti, dove la cultura si progetta

A Modena, in Piazza della Pomposa. precisamente davanti al ristorante L’Erba del Re e dietro un portone insospettabile, c’è una rampa di scale che conduce a Il Posto, una fucina di cultura a 360° come quelle delle grandi città dallo spirito frizzante, magari estere. Il Posto è una dimensione parallela dove oggetti e costumi di scena modellano lo spazio, un bianco arioso fa contrasto con luci e colori, e un terrazzino ombreggiato fa compagnia a una sala allestita a platea che profuma di note musicali. E’ un luogo delle arti, un’installazione, un’esperienza sensoriale ricca di particolari dove niente è lasciato al caso. posto7Le sue artefici sono le sorelle Roberta e Francesca Vecchi, costume designer – o “progettiste”, come amano definirsi – da anni impegnate in numerose collaborazioni per il cinema, il teatro, la moda, la musica e le arti performative. Le vedremo presto all’opera con l’installazione performativa “Memorie del Possibile” che inaugurerà il 20 settembre presso il ridotto del Teatro Storchi, in collaborazione con l’Associazione Virginia Reiter.

UNO SHOWROOM PER LE ARTI PURE E LA PROGETTAZIONE TOTALE. “Il Posto nasce quasi 5 anni fa come nostro studio, in un momento in cui siamo partite per due film di cui uno molto grosso, “Diaz”. – spiega Roberta -. Lo abbiamo completamente ristrutturato per tenere i nostri costumi e per essere un luogo di progettazione. Quando siamo tornate, oltre che progettare i nostri lavori, abbiamo iniziato a vendere i costumi e a fare serate musicali che poi si sono espanse verso rappresentazioni, performing arts, teatro di ricerca, per quello che può contenere questo luogo quindi massimo 60 persone. Per strane vicissitudini le persone sono arrivate e si sono innamorate.”

posto2Così, quasi per un naturale fluire degli eventi, Il Posto è diventato un’associazione culturale, un luogo di incontro e confronto artistico dove si lascia la parola alla creazione intesa come progettazione totale, “quella del Bauhaus che ci è tanto cara” come indica Francesca. E dove si punta alla purezza dell’espressione, senza i compromessi che la vita richiede quotidianamente.

posto6SENZA CULTURA NON SI PROGETTA NIENTE. L’espressione culturale non nasce per caso, bisogna che quell’urgenza di esprimersi, quella necessità culturale si unisca a una formazione che sappia stimolare. Roberta ne spiega il perché. “Il mio maestro, Fronzoni, diceva: senza cultura non si progetta; inizia a progettare te stesso e la tua vita e poi arriverai a progettare i loghi, i marchi e le case; non ci si improvvisa, si studia continuamente; ci sono molti metodi, tu ne sposi uno che nel tempo può cambiare e attraverso quello affronti tutto.”

Una formazione precisa e stimolante, dunque, e non artisti bohémien in balìa di un estro intermittente. Infatti, ciò che oggi sta particolarmente determinando l’identità de Il Posto è un progetto di workshop didattici, con la partecipazione di esponenti del mondo della cultura: tra questi, il giornalista Andrea Scanzi (in una veste inusuale, poiché chiamato per parlare di musica), i figli di Ivan Graziani, i registi Daniele Vicari e Daniele Gaglianone, il poeta Giancarlo Sissa, il disegnatore Stefano Ricci e molti altri.

Queste sinergie che, come spiega Roberta, riuniscono a Il Posto “tutte le discipline in cui noi siamo entrate attraverso la nostra curiosità e i nostri costumi”, sono frutto di collaborazioni e buoni rapporti, talvolta nati all’interno dello stesso Posto. Che diventa così una fucina dove, aggiunge Francesca, c’è la “possibilità di chiamare persone di un certo livello dando loro un contributo, e questo per formare dei giovani, delle persone, che altrimenti non le vedrebbero mai insegnare a Modena.”

posto3PORTARE CREATIVITA’ LADDOVE CE N’E’ BISOGNO. Già, Modena. Come se la passa la creatività modenese oggi? Continua Francesca: “Noi abbiamo trascorso molta parte della nostra vita lavorativa a Roma e in giro. Anche con il Posto giriamo, ma stiamo spesso anche a Modena e io mi sono resa conto che c’è una quantità di meraviglia inespressa, di altissimo livello.” Le fa eco Roberta: “Se si potesse dare la possibilità di fare esperienza (una parola enorme e infinita) a moltissimi giovani e non giovani, persone con il talento, si capirebbe anche che questo produce reddito. Non si può scindere il lato economico, e quando si parla di cultura parlare solo di bellezza che ti fa vivere bene. Ti fa vivere bene, ma ti fa vivere malissimo, se tu non hai il denaro per sopravvivere e per alimentare la tua cultura.”

posto4Un eterno ritorno spinoso e frustrante, quello del riuscire a vivere con la cultura o della propria creatività. Specialmente in Italia, come sottolinea Francesca spiegando che un artista – nel senso ampio della parola – non è “né un dopolavorista, né un fannullone” e deve avere “diritti sacrosanti”, ricordando che un investimento su questo capitale umano creativo “non è dare 100 o 1000 euro, ma investire in modo sostanziale e sostanzioso. E si avrebbe un ritorno economico, ma ci vuole una mente aperta e lungimirante per fare questo”. Stessa cosa per dare credibilità, per esempio, ad un ragazzo di 18 o 20 anni. “I giovani – asseriscono le sorelle Vecchi – hanno talmente tante cose da raccontare e da insegnarci. Gli adulti danno un supporto di altro tipo, ma noi rimaniamo molto informate attraverso i giovani.”

posto5NESSUN LIMITE AL BISOGNO DI CULTURA E CREATIVITA’. “Noi abbiamo iniziato quando la Fandango prendeva registi esordienti che avevano fatto documentari o cortometraggi e li portava avanti fino a quando non diventavano conosciuti – racconta Roberta. – Questo paese dava la possibilità di fare nascere i talenti perché erano in embrione e dovevi dare la possibilità di lanciarli. La difficoltà di questo momento storico rispetto alla cultura è il seguente: rimangono le figure che ormai si sono formate e diventano sempre più conosciute, ma in realtà ce ne sono pochissime adesso che hanno la possibilità di venire fuori. Non c’è più questa idea. Ci dicevano sempre alla Fandango che non è col primo film che un regista diventa famoso, può anche sbagliarlo, ma gli dobbiamo dare la possibilità di farne almeno tre.”

Ascolto, credibilità, possibilità, essere pagati per il proprio lavoro, continuità, non darsi limiti, alimentare la propria creatività, unire cultura del progetto e progetto della cultura. Gli ingredienti sono tanti e non ci sono limiti geografici. Per questo Il Posto, che vuole accogliere questi valori in ogni centimetro del suo spazio, pur avendo il physique du role della metropoli si trova a Modena. Perché, conclude Francesca, “anche se ci sono 40°, o -30°, anche se non sei a Berlino o a New York, c’è molta terra fertile: basta avere la possibilità di coltivarla”.

Viale delle Rimembranze: una scommessa ideale contro il degrado

“Ideal”, come ideale. “I deal”, come affrontare, fare fronte a qualcosa. “Deal”, come accordo, riforma. Sono molti i significati che stanno dietro al nome dell’associazione no profit che ha deciso di rimboccarsi le maniche per contrastare la desertificazione del centro storico di Modena e lo stato di abbandono in cui versano alcune aree verdi della città. Si chiama Ideal, per l’appunto, ed è una realtà messa in piedi nel marzo del 2014 da ragazzi e ragazze modenesi tra i 20 e i 30 anni, formata da un nucleo direttivo di una quindicina di persone, ma che conta ad oggi circa cinquanta iscritti.

Incontro due dei suoi membri, il presidente Marco Belforti, classe ’87, e Urania Dekavalis del Comitato Cultura, classe ’85, alla Baracchina di Viale Amendola. Sembra un controsenso parlare di centro storico e incontrarsi nella prima periferia, eppure non lo è. Parliamo infatti attorno a un tavolino con vista sul Bonvi Parken, uno dei tanti polmoni verdi della città, e l’argomento è il parco di Viale delle Rimembranze: il luogo in cui l’Associazione è attualmente impegnata con un progetto di pulizia e riqualificazione. D’altronde, non sarebbe stato possibile ad oggi sedersi a un tavolino con vista sull’area in oggetto.

IL PARCO DI VIALE DELLE RIMEMBRANZE, UN LUOGO SIMBOLICO

ex caserma garibaldi“Ci siamo rivolti all’Assessorato all’Ambiente a maggio dell’anno scorso, già con l’idea di lavorare alla pulizia di un parco – spiega Marco – . Prima di tutto ci è stato consigliato di visionare tutti i parchi per renderci conto sia della complessità, sia della vastità del verde modenese. Noi in primis ne siamo rimasti stupiti, e ci siamo accorti che alla fine i parchi meno seguiti e tutelati sono quelli che dal punto di vista storico hanno maggior pregio.”

Il Parco di Viale delle Rimembranze ne è una conferma. Solo tra le poche centinaia di metri che separano la chiesa di S. Pietro da Via Saragozza, si trovano le statue dei due garibaldini, praticamente coperte alla vista, un tempo situate sulla sommità della Barriera Garibaldi ossia l’entrata est della città. Ma ci sono anche la struttura settecentesca dell’ex Caserma Garibaldi, da tempo totalmente abbandonata e pericolante, nonché l’unico cimelio delle antiche mura che, come commenta Urania, “è talmente ricoperto di vegetazione che sembra la spada nella roccia”. E’ proprio qui che comincia la sfida di Ideal.

sopralluogo ex caserma 2“C’è un interesse storico nel cercare di tutelare e valorizzare quest’area – continua Marco -. Passandoci a piedi o in bicicletta ci siamo accorti di quanto fosse trascurata, sporca, con monumenti di rilevanza storica abbandonati a se stessi. Quindi abbiamo detto: vogliamo fare qualcosa? Partiamo da quello.”

UN SEGNALE DI RESPONSABILITA’ DAVANTI AI CHIOSCHI SOTTO SEQUESTRO

Benché in cantiere da tempo, l’attività di Ideal su quest’area ha preso formalmente il via da qualche mese. Racconta sempre Marco: “Abbiamo quasi definito l’accordo e la convenzione con l’Assessorato all’Ambiente e l’Assessore Giulio Guerzoni, e stiamo parlando con alcuni tecnici ambientali in merito all’assicurazione che ci coprirà nelle nostre attività, per tutelare noi stessi e le persone che interverranno per darci una mano. Però nel frattempo come privati cittadini abbiamo eseguito due o tre sopralluoghi per capire come intervenire e cosa fare.”

Le tappe d’intervento si sono quindi delineate: ripristinare i vialetti in ghiaia, estirpare le erbacce, togliere i rami secchi e la sporcizia organica, attraverso incontri bisettimanali il sabato e grazie all’attrezzatura fornita dal Comune. L’obiettivo a breve termine è riuscire a rendere l’area più gradevolmente fruibile da tutti entro l’estate. Quello a lungo Modena - Garibaldino 2termine è un monitoraggio continuo e l’impegno costante a renderla viva attraverso la sinergia con altre realtà del territorio impegnate su obiettivi analoghi. Sui beni culturali presenti, l’associazione non può ovviamente intervenire in modo diretto, ma scommette sul valore simbolico – oltre che pratico – della propria azione per sensibilizzare chi di dovere. Anche rispetto alla faccenda dei chioschi.

“Siamo dirimpetto agli obbrobri creati in una zona che doveva essere fortemente riqualificata, tutta quella delle baracchine dalla parte opposta alla strada – spiega Urania -. Quello è stato uno smacco per la città, perché lì c’è stato un errore grave delle autorità competenti con un progetto invasivissimo che a tutti è evidente non fosse da fare. Quindi adesso attenderemo le conseguenze del blocco dei lavori e le decisioni successive, però nel frattempo noi diamo un messaggio che è quello che l’impatto ambientale deve essere sostenibile.”

NON SOLO PARCHI PER UN CENTRO STORICO IDEALE

sopralluogo ex caserma garibaldiOltre al progetto di riqualificazione in atto, gestito soprattutto dal Comitato Ambiente di Ideal, ci sono anche le azioni portate avanti parallelamente dal Comitato Cultura e dal Comitato Eventi, per continuare, come spiegano Urania e Marco, “a valorizzare dal nostro modesto punto di vista quello che di bello e positivo abbiamo in questa città, provando a migliorare ciò che non funziona”.

Il Comitato Cultura è attualmente impegnato nell’organizzazione di Slow Cinema, una rassegna di serate presso il superstite cinema Astra, precedute da un aperitivo in centro con commento critico del film di volta in volta proiettato. Il Comitato Eventi è invece il nucleo organizzativo del Bike Fest, iniziativa con cui Ideal si è fatta soprattutto conoscere l’anno scorso e che riproporrà anche quest’anno, rigorosamente in centro storico: l’orgoglio cittadino che oggi più che mai ha bisogno di una dimostrazione d’amore da parte dei suoi abitanti.

Se l’Omino coi baffi è una gloria dimenticata di Modena

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Sì, sì sì… sembra facile fare una storia coi disegni animati. Ci vogliono un soggetto e una sceneggiatura, proprio come nei film o negli spettacoli teatrali. Ma non si tratta proprio di un film o di uno spettacolo, no, no… infatti ci vuole uno storyboard per tradurre in immagini la nostra storia. A questo punto bisogna cominciare a disegnare, disegnare e disegnare. Sembra facile, ma se la nostra storia va in tv occorrono 25 disegni per ogni secondo di animazione e questo vuol dire che se la nostra storia dura 5 minuti ci servono 7500 disegni. Che poi vanno inchiostrati, animati, montati e passati in post-produzione, dove vengono aggiunte le voci già registrate e le musiche.

E non basta avere un pezzo di carta e una matita, no no no. Ci vogliono anche buona tecnica, fantasia e spirito imprenditoriale. A Modena questi elementi non mancano e la città ha avuto un ruolo determinante nella storia del disegno animato italiano. Si può dire che sia parte integrante del suo genius loci assieme al maiale, ai motori e all’aceto balsamico. Ma, contrariamente agli altri tre casi, non tutti a Modena lo sanno.

Proprio per questo la Galleria D406 di Via Cardinal Morone ha inaugurato durante il Festival Filosofia la mostraDa Carosello a Supergulp!, aperta fino al 2 novembre e volta a mostrare per la prima volta al pubblico disegni, schizzi, bozze e rodovetri originali provenienti dall’avventura modenese del disegno animato. “Con questa mostra abbiamo voluto riportare in città un’esperienza troppo a lungo dimenticata – spiega Andrea Losavio, proprietario della galleria -. Si tratta di uno dei momenti più alti della creatività artistica italiana. Creativo, oggi, è un termine abusato, ma queste persone lo erano per davvero.”

GLI STUDI DI ANIMAZIONE, VECCHIE GLORIE DI MODENA

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Nel secondo dopoguerra il disegno animato italiano trova sbocco soprattutto nella pubblicità e, nella Modena degli anni ’70, vediamo la compresenza di ben tre studi di animazione. Capofila è la Paul-Film, fondata nel 1954 da Paul Campani: 16 anni di attività e altri 7 sotto diverso nome, con punte di quasi novanta dipendenti e ospiti illustri tra cui Louis Armstrong che qui registrò alcuni jingle nel 1968. Alla Paul-Film si deve l’invenzione di innumerevoli personaggi animati per Carosello, espressione di una nuova concezione della pubblicità dove le storie dei protagonisti risultavano centrali rispetto al “codino” della réclame finale. L’Omino coi baffi, Angelino, Toto e Tata, Miguel son mi e Svanitella sono solo alcuni dei soggetti usciti dalla penna di Campani, che amava definirsi “commerciante di disegni” piuttosto che “artista”.

Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.
Foto: cortesia Fondo Eredi Campani.

Poi ci sono gli studi che hanno portato “i fumetti in tv” realizzando animazioni per i programmi “Gulp!” (1972) e “SuperGulp!” (1977-1981), ossia lo Studio Bignardi, aperto da Secondo Bignardi nel 1965, la Cartoncine di Renato Berselli fondata sempre negli anni ’60 e la PlayVision, aperta nei primi anni ’70 da Guido de Maria: classe ’32, è l’unico erede ancora vivente di questa avventura, tuttora in pista con le animazioni delle pubblicità Loaker. Infine, una citazione speciale spetta alla figura poliedrica di Bonvi, collante fra i tre studi, “papà” di personaggi quali Nick Carter, Cattivik e Sturmtruppen, nonché maestro di Silver dalla cui penna sono nati Lupo Alberto e la Fattoria McKenzie.

UN’OCCASIONE (MANCATA?) DI VALORIZZAZIONE
Ma c’è un problema. La città, nelle sue istituzioni, non si è mai dimostrata seriamente interessata a valorizzare questa fetta di storia recente della città, che comunque ha a che fare con la storia del costume dell’intero paese. “C’è stata una mostra su Paul Campani nel 2007 a cura di Stefano Bulgarelli: una cosa importante, ma è rimasta isolata. Poi è stato inaugurato il Bonvi Parken, ma non basta. Non stiamo parlando di una meteora, bensì di un’esperienza trentennale e un mondo assolutamente modenese – spiega Andrea Losavio -. C’è una quantità di materiale che non è mai stato studiato nella sua completezza. Solo lo Studio Bignardi ha conservato centinaia di migliaia di disegni, è un patrimonio ineguagliabile che andrebbe studiato, conservato, valorizzato, che meriterebbe uno spazio adeguato, un museo dinamico. I personaggi animati usciti da questi studi sono emblemi del territorio, come il Cavallino”.

La valorizzazione, infatti, sarebbe sia culturale sia turistica, poiché il disegno animato è una forma espressiva che ha ammiratori in tutto il mondo. Losavio rivela che nessun esponente dell’Assessorato alla Cultura di Modena è stato presente all’inaugurazione della mostra durante i giorni del Festival, eppure l’affluenza cittadina c’è stata – “assieme a qualche lacrimuccia di alcune signore che lavoravano negli studi” – e la stampa ne ha parlato a livello nazionale.

Pensare a investimenti oculati, fare sistema, ottimizzare gli spazi vuoti, realizzare sinergie tra pubblico e privato, “sembra facile”, direbbe l’Omino coi baffi, ma forse il peccato originale è il puntuale disinteresse verso i profeti in patria. “Ci sono realtà cittadine che acquistano in cultura guardando a luoghi lontani e ignorando quanto si ha in casa propria – conclude infatti Losavio -. Non è mai troppo tardi per lanciare una sfida e una proposta: la città non può farsi scippare da altri luoghi questa occasione.”

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Moviole per la realizzazione dei filmati di animazione. Una cortesia della Galleria D406 e di  Fabio e Giacomo Bignardi.

Ascesa e caduta della Paul Film. Fonte: Converso.

Le impronte di Jaix, dal canile alla street art

Jaix è un cane bianco e nero. È una femmina ed è uscita dal canile di Modena nel 2002, casualmente, così come casualmente è diventata icona e musa ispiratrice. Da anni Jaix diffonde la sua arte, in città la possono vedere tutti. Tracciata come graffito, con le sue semplici linee canine ha riqualificato spazi urbani e ridato vita e colore a luoghi degradati.

Sta a cuccia, a quattro zampe, fa i suoi bisogni indisturbata, scruta i passanti con lo sguardo languido e attento dei cani. Ha uno spirito creativo e lo usa per raccontare la sua identità fissandola sul tessuto urbano. Per arrivare più lontano è diventata sticker, portando la sua presenza e il suo sorriso canino fino a Parigi, Berlino, New York e Londra, dove lo scorso febbraio ha viaggiato anche in veste di poster.

Jaix sostiene che la città sia una tela da decorare e che il muro grigio e l’angolo spoglio possano essere usati per veicolare messaggi positivi. Dice che qualsiasi intervento artistico racconta il nostro tempo e che spesso non ci accorgiamo di quanto l’arte sia semplice nel suo contenuto: “è quello che abbiamo davanti, un raccontare qualcosa del quotidiano tra immaginazione e realtà”.

L’impronta di Jaix è un segno grafico immediato, sia in pittura sia in disegno, su collage come a stencil. E’ un’icona pop che quando incontra la tela vera si diverte a diventare seriale, mantenendo precisi i suoi contorni come le figure saltellanti di Keith Haring.

Alla fine, quando posa gli strumenti di lavoro, le piace fotografarsi con le sue opere perché è giusto serbare un ricordo dei momenti speciali, quelli che scaturiscono da una forte emozione. E Jaix crea arte proprio perché vive, riflettendo emozioni, affetti e sentimenti. I cani, afferma, sono come gli esseri umani, “affezionati, confusi, facilmente delusi, avidi di divertimento”. Per questo possono essere un supporto reciproco, muoversi su un terreno comune, siglare un’alleanza, una forma di scambio: l’arte, allora, non è che un pretesto per parlarne.

Jaix esce dal canile e diffonde la sua arte, così che tutti possano conoscerla.

La città dei nostri sogni

Ci sono due scene di Inception di Cristopher Nolan che hanno a che fare con la voglia di immaginare di stravolgere la città così come la conosciamo.

La prima è quella in cui il protagonista Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) illustra alla giovane Arianna, sua allieva, il potere dell’architetto dei sogni. La ragazza capisce in fretta: dopo pochi passi vediamo la città di Parigi avvolgersi su se stessa e Cobb annuire soddisfatto. La passeggiata prosegue con ponti che appaiono o si spostano e la città che cambia forma a seconda del volere dell’architetto.

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Ma la seconda scena è ancora più interessante. A un certo punto della loro vita Cobb e la moglie, entrambi architetti di sogni, decidono di rinchiudersi per 50 anni in quello che chiamano limbo, in pratica un mondo di sogni (“spazio onirico grezzo”). Come due solitari naufraghi onirici vanno a vivere da soli in un mondo che si sono costruiti centimetro per centimetro. È letteralmente la città dei loro sogni.

Avevano possibilità illimitate, proprio come nei sogni: niente costi o vincoli di legge a fermare l’immaginazione. Potevano costruire quello che volevano esattamente come volevano. Risultato?

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I due amanti vanno a vivere in una enorme e grigia metropoli abbandonata, con uno skyline composto da torri tutte uguali e un po’ inquietanti. Perché? Perché andare a vivere, perfino in un sogno, in una città di questo tipo? Una città composta da griglie di grattacieli, di cemento e acciaio, vetro e asfalto? C’è perfino un momento in cui Cobb e sua moglie dicono “Abbiamo sempre voluto vivere in un edificio come questo”. Ah sì?

Non sono l’unico a essersi fatto questa domanda, solo apparentemente semplice, dato che ogni singolo fotogramma del film di Nolan è stato sviscerato, analizzato e teorizzato da migliaia di laureati in lettere e filosofia. Ma anche di architettura: a molti appassionati di urbanistica la città dei sogni di Inception ha ricordato il Plan Voisin di Le Corbusier, cioè una famosa soluzione urbanistica realizzata dal grande architetto per il centro di Parigi.

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In effetti, confrontando le immagini, la città sognata da Cobb e sua moglie ricorda quella disegnata da Le Courbusier. Ma anche il limbo dantesco così come descritto nella Divina Commedia: un castello cinto da sette ordini di mura, un posto calmo e malinconico dove le anime aspettano. È evidente che la città dei sogni dei coniugi Cobb si tratta di una città della memoria: è un contenitore mentale, uno spazio freddo e cartesiano che i due hanno riempito con i ricordi.

Quello che poteva essere il livello più onirico e visionario del film, è in realtà quello più vicino alla realtà, forse perché l’immaginario della vita quotidiana (di coppia, in questo caso) è così forte che diventa impossibile evitarlo: non riusciamo a immaginare una vita che non sia simile a quella che già viviamo. In altre parole non riusciamo a immaginare una città che non sia una città.

Ma prima che si vada a finire nel tunnel senza uscita del delirio interpretativo, sindrome che colpisce chiunque parli dei film di Nolan, fermiamoci qua e ripartiamo dalla sola e unica domanda che riguarda questo articolo: come dovrebbe essere la città dei nostri sogni?

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In passato gli architetti ne immaginavano in continuazione. Città utopistiche, città ideali, sempre a metà tra scienza e fantascienza: c’erano quelle sottomarine o galleggianti, quelle spaziali, le città sotterranee o scavate nelle montagne, oppure ricoperte da prati e alberi. Progetti folli e ambiziosi, e per questo da apprezzare, ma che oggi probabilmente si scontrerebbero con costi impossibili, piani urbanistici e dissesto idrogeologico.

Un punto di non ritorno dei grandi e ambiziosi progetti urbanistici si chiama Pruitt-Igoe, da qualcuno definito addirittura “il giorno in cui l’architettura moderna è morta”.

Si trattava di un complesso di palazzoni progettati da Minoru Yamasaki nella città di Saint Louis, Missouri (USA) nel 1955. Le intenzioni erano buone, ottime. Ma, come si sa, le cose peggiori si fanno con migliori intenzioni.

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Pruitt-Igoe doveva essere una soluzione geniale per la vita, sempre più dura e disordinata, della popolazione povera della città. La classe operaia di Saint Louis viveva in baracche senza bagno o con il bagno in comune, energia elettrica che saltava, spazzatura agli angoli delle strade, una situazione di insostenibile degrado. Quindi si decise di finanziare un mega progetto di edilizia residenziale pubblica.

Nel progetto era prevista la segregazione razziale: parte del complesso sarebbe stata occupata dai bianchi poveri e un’altra parte dai neri poveri. In seguito la segregazione viene bandita e Pruitt-Igoe diventò semplicemente il quartiere dei neri poveri.

Si trattava di 33 edifici enormi che contenevano 12mila persone.

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L’operazione, ambiziosa, monumentale e innovativa, si dimostrò però un totale fallimento: dopo i primissimi tempi, le condizioni di vita diventarono pessime (principalmente perché la città non aveva i soldi per mantenere il complesso) e il risultato fu che Pruitt-Igoe in pochi anni venne abbandonato. Con l’abbandono, arrivarono crolli, vandalismo, degrado e la zona divenne una terra di nessuno con bande di tossicodipendenti e criminali a regnare, come nei film post-apocalittici.

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Soluzione?

Il comune, che aveva voluto il progetto, trovandosi per le mani un pericoloso e pericolante mostro di cemento, talmente grande da non poter essere recuperato, decide di distruggerlo: il primo edificio viene demolito il 16 marzo 1972. Gli altri 32 palazzoni saranno demoliti nei due anni successivi. Parte di questa demolizione si può vedere in una delle scene più emozionanti del film Koyaanisqatsi.

Anche le fotografie non sono da meno: si tratta di fotogrammi che catturano il crollo di un’utopia, esattamente come gli edifici che crollano all’entrata del Limbo di Inception: un mondo di sogni che si sfalda.

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Oggi si va leggermente più cauti con i mega progetti di città ideali, e il concetto di “città dei sogni” è sempre più legato alle attività commerciali.

Ad esempio a Macau, paradiso fiscale cinese, esiste un posto che si chiama esattamente City of Dream ed è un delirio architettonico che unisce Dubai e Las Vegas: un complesso di alberghi, casinò, palestre, piscine, centri conferenze, negozi e ristoranti, psichedelico, luminoso e scintillante. Un cartello all’entrata dice “la città dove i sogni diventano realtà”, come si diceva di Las Vegas.

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Sempre più spesso le città dei sogni contemporanee assumono questo aspetto: vetri enormi e autopulenti, esoscheletri al neon, luci e giochi d’acqua, centri commerciali e casinò. Il modello prima era Las Vegas, ma oggi è senza dubbio Dubai. Per alcuni è un sogno, per altri un incubo.

Eppure, chissà, anche queste moderne città dei sogni saranno abbandonate e lasciate al loro destino. Un’ipotesi secondo molti non così campata in aria.

È quello che ha immaginato il fotografo inglese Richard Allenby-Pratt con la sua serie Abandoned Dubai, dove la città degli Emirati appare fatiscente, con i grattacieli semidistrutti e coperti dalla sabbia del deserto e gli animali che si aggirano tre le rovine.

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Curiosità: Minoru Yamasaki, l’architetto che ha progettato il complesso residenziale pubblico di Pruitt-Igoe, è noto per aver progettato, fra i tanti, anche altri due edifici passati alla storia. E anche questi sono andati distrutti, sebbene in modo un po’ diverso:

WORLD TRADE CENTER SOUTH TOWER IS IMPACTED BY HIJACKED UNITED AIRLINES FLIGHT 175.

Un’altra dimostrazione che tutti i sogni, prima o poi, si infrangono.

Cara amica, ti scrivo

Giovedì 13 febbraio 2014 alle ore 21 a Palazzo Europa (via Emilia Ovest, 101 – Modena) presentazione della pubblicazioneCara amica ti scrivo” nel corso di un convegno pubblico. Oltre agli estensori delle lettere saranno presenti Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Rambles, e Riccardo Prandini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Bologna.

Ecco il video trailer dell’evento:

(Immagine in evidenza, photo credit: madamepsychosis via photopin cc)

Eros e Polis

filo1Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia? Un aggregatore sociale, ma anche l’occasione per ridefinire un’etica della politica

A Modena la filosofia scende di nuovo in piazza, portando avanti la tradizione delle dodici edizioni precedenti con risultati da record, e riconfermandosi grande iniziativa di pedagogia pubblica e di comunicazione moderna dei saperi, oltre che un prezioso strumento per la valorizzazione del territorio.
«Tre giorni che riempono la città. Il Festival risponde alla voglia di pensare» afferma Alda Baldaccini, segretario della Fondazione San Carlo.

Festival Filosofia coinvolge e rivitalizza tre città: le piazze, le location dei centri storici e la partecipazione attiva della cittadinanza rendono Modena, Carpi e Sassuolo personaggi primari.
Nondimeno la manifestazione si distingue per la scelta dei temi proposti. Questa del 2013 è stata l’edizione dell’amare. Il direttore scientifico Michelina Borsari precisa: «amare, non amore. Amare interessa in quanto implica una relazione, anche con la polis. Amare connette. O non connette e ci lascia da soli».
In questo caso specifico, viene da dire che amare connette, eccome. Il pubblico del festival riempe le piazze e le strade come una polis possibile,innervata di philia e con cittadini di tutte le età, luogo di ricerca a misura d’uomo.
Philosophia ed Eros sono connaturati similmente, legati dall’idea di ricerca. La prima ha la sua radice etimologica nella ricerca del sapere, il secondo invece è figlio dell’Indigenza e dell’Espediente.

filo4Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia?

Tommaso, 20 anni, studente, ci dice che apprezza vedere la Filosofia assumere un ruolo di aggregazione sociale; auspica che possa servire a ridefinire un’etica della politica. Anche Laura, studentessa di 26 anni, vede nella filosofia un possibile veicolo di moralità e di insegnamento per la politica.
Franco nota invece come la filosofia attualmente si sia aperta agli spazi e alle tematiche sociali, ma che viene anche interrogata come qualche cosa di terapeutico, anche se spesso questi tentativi inesorabilmente naufragano: «Come avviene per la fisica, anche quando si indaga il pensiero umano o si assume un ruolo educativo, bisogna fare i conti con il problema dell’intrusione, con il pericolo di alterare il dato durante l’osservazione di un fenomeno. Ci si rifugia allora nella speculazione».
Filippo, 28 anni dal Festival porterà con se’ una frase di Gramellini: «Chi ama è la persona più dignitosa di questo mondo».

L’amare che si sparge nelle città assume forme diverse, si declina talvolta nella simmetria di esperienze transitive vissute nell’apertura verso l’Altro, talvolta si declina invece in forme intransitive e senza reciprocità, in cui le oscillazioni di Eros lasciano l’animo in balia di passioni inappagate e di fantasmi.
Quello che si va cercando sono forse nuove grammatiche amorose, di condivisione, di valori e quadri culturali che consentano agli individui di relazionarsi in un tempo in cui si susseguono velocemente rivoluzioni scientifiche e tecnologiche ma anche politiche e sociali. La filosofia può forse fornirci la rete di simboli a cui aggrapparsi per orientarci in una realtà profondamente mutata, e così velocemente.
Massimo Cacciari, che abbiamo incontrato sulle strade del Festival, «c’è bisogno di pensare, questi sono segnali positivi. La voglia di partecipare a queste manifestazioni dà qualche filo di speranza».

(Foto di Laura Zanazzo)

Giallo modenese

Per Goethe il giallo è il colore più prossimo alla luce ed allo stato di massima purezza rappresenta serenità e gaiezza. Nel suo celebre “Della Teoria dei Colori, facendo l’esempio di poter osservare la natura attraverso un vetro giallo, Goethe afferma che l’occhio ne viene allietato, il cuore si allarga, l’animo si rasserena dandoci un immediato effetto di calore.