Un pastore che sapeva scaldare i cuori

«Le persone burbere e arcigne ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri – soprattutto quelli ritenuti inferiori – con rigidità, durezza e arroganza. In realtà, la severità teatrale e il pessimismo sterile sono spesso sintomi di paura e di insicurezza di sé. L’apostolo deve sforzarsi di essere una persona cortese, serena, entusiasta e allegra che trasmette gioia ovunque si trova. Un cuore pieno di Dio è un cuore felice che irradia e contagia con la gioia tutti coloro che sono intorno a sé: lo si vede subito!». Non posso sapere a chi si riferisse papa Francesco quando, il 22 dicembre scorso durante gli auguri alla curia romana, inseriva nel catalogo dei 15 mali della Chiesa (tutta quanta l'”azienda-Chiesa”, dal primo cardinale a quello battezzato due giorni fa) la “malattia della faccia funerea”. Ho ben chiaro, però, di cosa si può sentire orfana la Chiesa modenese e tutta la città di Modena: di un pastore entusiasta e allegro, che sapeva contagiare con la sua gioia chi gli stava intorno.

Il vescovo Lanfranchi quasi ci stava stretto dentro quella talare nera che ha cominciato ad indossare nel 2003 dopo essere stato ordinato vescovo a Cesena. Ma per chi l’ha conosciuto da “don Antonio” – come il sottoscritto negli anni ’80, ai campi estivi di formazione delle équipe giovani di Azione Cattolica – sa che quell’aria del pastore che conosce le sue pecore tanto da avere il loro odore non l’ha mai persa. E’ una cosa che ti ritrovi dentro da sempre, perché la respiri in casa, in famiglia. Come ci ha raccontato qualche anno fa parlando dei suoi genitori, nell’intervista davvero preziosa realizzata assieme a p. Prezzi e pubblicata su un Quaderno del Ferrari: i miei genitori – disse – «legati ai ritmi della terra ne aspiravano la sapienza: mai esaltarsi quando le cose vanno bene e mai abbattersi quando vanno male. La vita semplicemente si attraversa con dignità e con la pace interiore che viene dalla convinzione di aver fatto quanto si doveva fare davanti alla propria coscienza credente e confidando in Dio».

Nelle ore dopo la sua morte, tanti lo stanno ricordando, tante belle testimonianze di persone a cui don Antonio “ha scaldato il cuore” con i messaggi, le lettere, gli incontri di questi anni a Modena. Non è mai un esercizio facile quello di sintetizzare (banalizzare? ingigantire?) in poche righe il “segno” che una persona, appena scomparsa, ha lasciato sulla strada da vivo. A titolo personale potrei concentrarmi sulla sua attenzione al mondo della comunicazione, sulla sua premura affinché il messaggio arrivasse sempre “pulito e chiaro” al destinatario (per un articolo con taglio “economico” mi ha chiesto di vedere, rivedere, sistemare e correggere la sua intervista quattro volte!). Ma ogni modenese ha potuto apprezzare direttamente il suo “stile” e il suo bisogno di “trasmettere” in ogni modo il Vangelo attraverso la felice tradizione delle “Lettere alla città” che come i suoi predecessori ha voluto mantenere.

Ripropongo quindi soltanto due punti (tra i tanti) che possono sintetizzare la feconda presenza di mons. Lanfranchi nella nostra città. Sono riflessioni raccolte nell’intervista di cui sopra, che uno può rileggere completa in questo Quaderno del Ferrari.

Ci ha chiesto di essere poveri.
Don Antonio è arrivato a Modena nel pieno della crisi economica: ha visto quanto una città ricca come la nostra ha cominciato a perdere pezzi; ha constatato quanto può essere lungo ripartire più sfibrati e più deboli. «Le risorse diminuiscono, non possiamo vivere come prima. È duro ammetterlo: andiamo verso una società più povera. Ma se essere più poveri vuol dire essere ancora più individualisti, siamo davvero sventurati. Per sé la povertà non significa una società peggiore, se si recupera in solidarietà e sussidiarietà quello che si perde nel conto in banca. Tutti più poveri, ma più solidali». Il vescovo ha quindi indicato un’altra direzione, quella di «attivare il desiderio, di far ripartire la passione, di non trasformare la crisi economica in crisi antropologica. Perdere il lavoro è un dramma, ma è assai peggio perdere la voglia di cercarlo. La terza direzione attiene agli interventi specifici».

Ci ha insegnato la pazienza e la passione.
Le virtù di un vescovo, secondo don Antonio, sono quelle che anni fa a mo’ di battuta aveva elencato il card. Siri: «le virtù necessarie sono quattro, cioè la pazienza, la pazienza, la pazienza e la pazienza». Ma per Lanfranchi se ne doveva aggiungere una quinta: «la pazienza con coloro che invitano il vescovo ad avere pazienza». Per lui “essere pastore” non era un mestiere relegato nel recinto ecclesiale, come ha dimostrato una volta per tutte in occasione dei tragici eventi legati al terremoto e all’alluvione in particolare nella Bassa Modenese. Il compito del vescovo «è riattivare il desiderio e la passione per Dio e costruire comunione. Come diceva Antoine De Saint-Exupery: “Se vuoi costruire una nave per attraversare il mare per un lungo viaggio non metterti a distribuire incarichi, a dare ordini, ma suscita prima la nostalgia per il mare sconfinato e vedrai che poi spontaneamente la gente porterà legna e svolgerà compiti”. Oggi viene meno il “desiderio”, la passione, si diffonde l’indifferenza e l’individualismo. Fra le virtù per riuscire ad essere costruttore di comunione e suscitare passione e desiderio metterei l’empatia e il distacco. L’empatia ti porta ad essere vicino a comprendere col cuore e non solo con la testa la vita degli altri, anche quando hanno idee diverse dalla tue. Il distacco ti permette di essere di fronte come guida per aiutare ciascuno a fare un passo in avanti. Dovrei parlare anche della condivisione della fede, ma mi limito a indicare un passaggio non sempre facile: la capacità di essere e stare da soli. In certi passaggi e in certi momenti bisogna saper abitare la solitudine. Certo, davanti a Dio. Anzi in Lui».

La prima rivoluzione di Francesco

Francesco è l’unico leader credibile a livello internazionale. E non per la standing ovation che lo accoglie nei suoi viaggi; nemmeno per le “toccanti” frasi e i gesti “semplici” che distribuisce durante le udienze. Ma per la svolta antropologica che sta portando avanti all’interno dell’antica istituzione che governa: la Chiesa vecchia, rigida, tradizionalista e fredda lascia spazio a un nuovo modo di “essere pastore”. Questo non comporta un indebolimento della Chiesa. Che comunque continuerà a battersi per le ingiustizie e le immoralità che si consumano nel mondo. Lo farà, però, rispettando un nuovo paradigma. Perché – lo ha detto il papa stesso in una delle sue prime interviste – “chi sono io per giudicare gli altri?”.
È questa la fotografia scattata, a circa due anni dall’inizio del pontificato, da Gianfranco Brunelli, direttore della rivista “Il Regno”, nel corso di un incontro promosso dal Centro culturale F.L. Ferrari.

Quale modello di Chiesa ha in mente papa Francesco?
Per comprendere il nuovo “modello di Chiesa” che ha in mente Bergoglio, occorre tornare agli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI che, attraverso le sue dimissioni, ha dimostrato “l’infragilimento della figura del papa” e confermato che, in fondo, «la “società perfetta” da contrapporre alla modernità non era più così perfetta». «Quel gesto – ha spiegato Brunelli – ha liberato una forza enorme dentro l’istituzione ecclesiastica», perché ha dettato un «cambio di paradigma».
Un cambio di paradigma che papa Francesco ha cominciato a interpretare subito dopo l’elezione. «La sua Chiesa non intende criticare il contemporaneo a partire dalla Dottrina, dal Magistero, da una formulazione concettuale – ha proseguito il direttore de Il Regno –. Vuole invece dialogare a partire da una svolta antropologica: al centro ci sono gli uomini e le donne del nostro tempo». Lo dimostra l’affermazione più radicale pronunciata da Francesco “Chi sono io per giudicare il mio fratello”: un’affermazione in sé assolutamente rivoluzionaria che mai dalla cattedra di un papa si era sentita.

papa2

Pastori miti, non principi
A papa Francesco non interessa la “filosofia sull’umano”, ma l’uomo come “carne”, chi vive al limite della sopportabilità umana, il diseredato, il fallito. «Il suo è un modello di Chiesa che fa della scelta per i poveri non una scelta ideologica e neppure sociologica, ma evangelica, di conformazione a Cristo».
Lo si può comprendere bene quando il 21 giugno 2013, qualche mese dopo la sua nomina, riceve i nunzi pontifici, e parla lor del compito dei pastori.

Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. E’ un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”.

Secondo Brunelli una Chiesa di questo tipo, che fa della scelta dei poveri il modello di imitazione a Cristo, che si spoglia del proprio potere sacrale, che annuncia una modernità nuova nella fedeltà antica al vangelo – cioè la crescita della coscienza responsabile e spirituale così come della comunità cristiana – è una Chiesa che può amare solo il vangelo della tenerezza.

Il sinodo, la prima riforma di papa Francesco
Tanta enfasi è stata data dai media e dai commentatori alla prima parte del sinodo dei vescovi sulla famiglia. Un sinodo che, dal punto di vista delle procedure, ha inverato un diverso modo di essere della Chiesa. E per questo può essere considerato rivoluzionario. Francesco ha chiesto un coinvolgimento delle Chiese locali, di tutto il popolo di Dio, non solo dei vescovi. Ha applicato un “modello partecipativo”, tipicamente “conciliare”.
Al di là del tema della famiglia affrontato dai vescovi, l’effetto di questa riforma è di aver fatto «percepire al centro della Chiesa universale – a Roma – le diversità culturali, ambientali, di abitudini e anche le diverse miserie morali che ci sono nel mondo», e quindi di aver fatto «percepire una realtà che non è solo il frutto di un dibattito, che non può orientarsi solo a partire da noi, dall’Europa, dall’Italia, dall’Occidente, ma che deve guardare a come lo stesso tema e gli stessi valori comuni sono diversamente assunti nelle diverse aree del mondo».
Si è inaugurato, a detta del direttore de Il Regno, un «senso nuovo della Chiesa universale». Come avrebbe detto il teologo tedesco Karl Rahner «è finita l’epoca piana» quella di «una chiesa omogenea»: la Chiesa mondiale è una Chiesa che fa emergere le proprie diversità.

Avanti con coraggio!

Queste parole che papa Francesco ha rivolto all’Azione Cattolica in occasione della festa dell’Immacolata dell’8 dicembre scorso, sono quelle che abbiamo scelto come Ac di Modena-Nonantola per l’assemblea di domenica 16 febbraio. Un’assemblea importante, perché (come a ogni scadenza di tre anni) i delegati sono chiamati a eleggere il nuovo Consiglio diocesano che, a sua volta, sceglierà tre nomi da sottoporre al vescovo Antonio per il nuovo presidente diocesano, mentre poi lo stesso Consiglio eleggerà la presidenza con i responsabili di adulti, giovani e Acr.
Nuovo presidente perché, dopo due mandati, non potrò essere rinnovato in questa carica (un criterio molto sano che l’Ac si è dato e che permette il ricambio di persone e di idee e impedisce di legarsi troppo a un ruolo, per quanto di servizio stiamo parlando). Sono stati sei anni molto intensi e belli, ricchi di grazia e di volti, di amicizia e di incontri, anche di fatiche (certo!) ma superate con la passione per il Vangelo, per la Chiesa e per questa associazione così straordinaria che è l’Azione Cattolica.

Ma ci saranno ancora altri impegni, altri incontri, altri volti, altre fatiche: mica si può smettere! Alla fine restano due parole soltanto: grazie (al Signore e a tutti, per tutto) e perdono (per gli errori, le mancate attenzioni, le pigrizie).

Stanchi, sfiniti, ognuno pensa per sé

Sono “stanchi e sfiniti”; ognuno si occupa delle proprie cose e non ci si sente più “popolo”; a Modena cresce il senso di tristezza e la malinconia è diffusa ormai ovunque. Per uscire da questo impasse, secondo il vescovo Antonio Lanfranchi occorre lavorare tutti per “rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata”. L’occasione per riscoprire la “contentezza di essere cittadini” e di partecipare alla vita della città è il voto per rinnovare l’amministrazione comunale: «Sentiamo il dovere, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Non è sicuramente “morbido” il messaggio che oggi, durante la messa per la festa del patrono di Modena San Geminiano, il vescovo Lanfranchi ha rivolto ai modenesi. In prima fila, come ogni anno, ci sono le autorità, gli amministratori e i politici. Il primo pensiero va ai danni della Bassa dopo l’alluvione per la rottura dell’argine del Secchia: «la loro prostrazione e umiliazione sono più che legittime, vorrei far sentire loro la mia e la vostra vicinanza e solidarietà».

lanfranchi«Non possiamo nasconderci un malessere diffuso, una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali – ha detto Lanfranchi -. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiama le “passioni tristi”, che generano un senso pervasivo di impotenza e incertezza che rende pesante la vita e che porta a chiuderci in noi stessi e vivere il mondo come minaccia. Le manifestazioni di questa crisi le conosciamo bene, dalla povertà crescente, alla insicurezza, al clima di litigiosità, alla rassegnazione, all’individualismo utilitaristico». Si ripresenta la situazione descritta nel Vangelo, quando Gesù incontrava «folle “stanche e sfinite”, come pecore senza pastore… era venuta meno o era diminuita la forza unitiva che faceva di quelle persone un popolo. E’ come se ognuno si occupasse delle cose sue e trascurasse le vecchie memorie, i vecchi riti, le tradizioni, i vecchi valori. Proprio perché si dedica soltanto alle cose proprie ognuno si sente solo, abbandonato e disperso». Il vescovo parla di fenomeni ormai diffusi ovunque come la “stanchezza interiore”, la “tristezza del cuore” e la “malinconia”: «quando si impossessano del cuore, disgregano l’anima, trasformano le persone in risentite, scontente, senza vita. Sono consapevole che la crisi profonda che stiamo attraversando richiede soluzioni concrete strutturali, ma queste non possono realizzarsi senza rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata».

Modena sta quindi perdendo colpi? «Occorre essere contenti di essere cittadini di Modena, sentire propria la città. E’ questa la condizione per impegnarci ad avere cura di essa, a partecipare alla sua vita, a costruire tutti il bene comune. La città può fare paura, ma può generare anche gioia di vivere quando è vissuta come occasione di prossimità, di amicizia, di ospitalità. Vorrei guardare alle elezioni amministrative come a un’occasione per rinnovare la nostra partecipazione alla vita della città. Viviamo tempi difficili, che sembrano fatti apposta per rafforzare contrasti e generare derive pericolose per il presentare e il futuro. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Secondo il vescovo anche a Modena «viviamo in un tempo di elevato tasso di litigiosità, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita. Cedere alla litigiosità, alla contrapposizione su ogni cosa, all’odio, di fatto vuol dire cedere all’influsso negativo del grande tentatore. Cacciare i demoni allora vuol dire costruire unità dove c’è divisione, costruire fraternità dove c’è contrapposizione; dove c’è odio portare riconciliazione, dove c’è violenza portare pace». Chi ha responsabilità, ma anche ogni singolo cittadino, deve «lavorare per togliere tutto ciò che mortifica la dignità dell’uomo, tutto ciò che lo spersonalizza, lo riduce a oggetto, a funzione, per far risplendere la dignità di figlio di Dio, amato in ter¬mini unici e irripetibili, amato per sempre, gratuitamente. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città, a misura della dignità di ogni uomo. Rinnoviamo tacitamente il “patto sociale e civile”. Un vero rinnovamento ha bisogno di volontà di incontro, di modi e di linguaggi capaci di attuare un confronto».

Francesco è davvero un papa nuovo?

Se lo è chiesto Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenendo ad un incontro al Palazzo Europa dal titolo “Osservando Francesco”. Ecco il suo ritratto del papa venuto dalla fine del mondo

 

frans1«Il nuovo papa è un papa nuovo, ma le sue novità sono relative». Sono parole di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenuto all’incontro organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Modena-Nonantola e dal settimanale diocesano Nostro Tempo, dal titolo “Osservando Francesco”. Nel corso dell’incontro, introdotto dalle parole dell’arcivescovo di Modena-Nonantola mons. Antonio Lanfranchi, Vian ha toccato vari aspetti del pontificato di Francesco, dalla sua straordinaria capacità di comunicare con i fedeli alle tante scelte che lo rendono diverso, forse unico, certamente popolare.

Oltre Porta Pia. «Da un punto di vista storico – spiega Vian – si può dire che con papa Francesco si è superato definitivamente il trauma di Porta Pia del 1870. Dopo il 1870 e per quasi un settantennio i papi non hanno messo fuori il naso non solo da Roma, ma dai giardini vaticani. Pio X non è mai uscito dal Vaticano, lo stesso ha fatto Pio XI, che cercava continue occasioni di incontro. Queste udienze interminabili di papa Francesco, in cui parla per una ventina di minuti, poi passa due o tre ore a salutare malati, bambini e anziani, sono annunciate negli anni Venti e negli anni Trenta da Pio XI, che aveva fatto costruire degli enormi armadi per conservare i regali portati dai fedeli».

papa-timeCome Giovanni Paolo II. «Solo con Paolo VI – spiega Vian –, pontefice che ritengo decisivo per il secolo scorso, il papa inizia a viaggiare. Per la prima volta con Montini il papa torna in Terra Santa e tocca tutti i continenti, in viaggi semplici e rapidissimi, concentrati in sette anni. Il pontificato di Luciani, anche se durato solo 33 giorni, ricorda molto quello di Francesco, proprio per la comunicazione straordinariamente efficace, anche se non così spontanea. Giovanni Paolo II, come novità, è quello che si avvicina di più a Francesco. In epoca recente, dopo l’annuncio, i papi uscivano, benedicevano e rientravano. Già Giovanni Paolo I avrebbe voluto pronunciare qualche parola dopo la benedizione, ma gli dissero che non usava. Probabilmente lo stesso venne detto a Giovanni Paolo II, ma fece di testa sua».

Uniti, ma distanti. Dopo Giovanni Paolo, ecco Benedetto, il papa che non voleva fare il papa, secondo Vian. «Benedetto XVI ha una personalità radicalmente diversa da quella di Francesco, ma a mio parere c’è una continuità di fondo. Benedetto e Francesco sono uniti da molto, anche se sono distanti. Il bavarese viene da una famiglia modesta, ma è nato intellettuale, ha passato trent’anni all’Università, abituandosi al confronto col mondo laico. Con l’elezione di Bergoglio per la prima volta si oltrepassa l’oceano, il vescovo di Roma è preso alla fine del mondo, una scelta sorprendente, perché è la prima volta che si esce dal mondo mediterraneo. Questo significa un cambio di prospettiva decisivo».

frans2Meglio Santa Marta. Bergoglio è il primo pontefice gesuita, altra grande novità secondo Vian, e la sua formazione incide profondamente nelle scelte che sta compiendo. «Anche quando era vescovo ha sempre compiuto scelte anticonformiste: rinunciare a vivere nell’arcivescovado di Buenos Aires, non avere segretari, viaggiare senza autisti e usare i mezzi pubblici. Tutto questo lo ritroviamo oggi con coerenza nella scelta di non lasciare Santa Marta, residenza predisposta per i cardinali durante il conclave e per il nuovo pontefice finché non è pronto l’appartamento papale. Papa Francesco sa perfettamente che non avrebbe potuto continuare la vita che faceva a Buenos Aires, quindi ha scelto di stare a contatto con la gente in questo modo».

“Miserando atque eligendo”. Il direttore de “L’Osservatore Romano” ha poi rivelato alcune abitudini dell’uomo Bergoglio, come quella di arrivare sempre in anticipo. «Si sveglia prima delle cinque, medita, prega e poco prima delle sette scende nella cappella di Santa Marta per prepararsi a celebrare la messa. Una volta finita, saluta tutti, anche se non sempre è possibile. Francesco anticipa sempre, e questo ha causato anche dei disguidi in Vaticano. Inoltre ci ha abituati ad una predicazione quotidiana, con omelie straordinariamente efficaci, su temi centrali come la misericordia. Nella visione papale, Dio prende l’iniziativa, ma si aspetta una risposta dell’uomo. Lo stesso motto di papa Francesco, “Miserando atque eligendo”, tratto dalle omelie di san Beda, vuole avere questo significato». E Francesco, con i suoi gesti e con le sue parole, chiede una risposta a tutti i cattolici.

Essere cristiani in Siria in questi giorni

«Scrive Laila da Damasco e io la traduco, perché si sappia: Essere siriani in questi giorni significa che un terzo dei tuoi amati è sotto terra, un terzo in viaggio e un terzo ha paura di finire nel primo o nel secondo gruppo. Essere siriani in questi giorni significa piangere quando sei allegro e quando sei triste e quando nasci, ma sorridere quando muori».

de francesco  Così recita su facebook un post del 6 luglio di Ignazio De Francesco, religioso della Piccola Famiglia dell’Annunziata, islamologo, che è stato recentemente a Modena ospite del Centro di accoglienza Porta Aperta insieme all’antropologo Daniele Cantini, per una serata di riflessione durante la quale si è cercato di spiegare ai presenti cosa succede al di là del Mediterraneo, in Siria ed Egitto.

Tra i vari argomenti trattati nel corso dell’incontro, il pubblico ne ha voluto sapere di più sulla situazione dei cristiani in Siria, che come tutti sanno sono una minoranza.
Molto interessante la lettura dei fatti proposta a riguardo da Ignazio De Francesco, che ha vissuto per molto tempo a Damasco e ha potuto spiegare con estrema chiarezza e puntualità la situazione.

«La mia lettura dei fatti è che tutto è nato, nel marzo del 2011, dalla sollevazione della società civile, in particolare dei giovani siriani, per motivi del tutto condivisibili, civili nel senso più alto del termine – ha esordito De Francesco – Che questo virgulto iniziale sia stato poi sommerso, schiacciato, calpestato dal sopravvenire di attori ben più potenti, sia interni che esterni, non toglie che esso sia la verità più profonda ed autentica dell’intera faccenda. A questa verità semplice e profonda il regime ha risposto immediatamente con la pura opzione militare. Sparare e nient’altro. Ha deciso cioè molto consapevolmente di militarizzare subito il confronto, trasformandolo in un campo di battaglia. Le testimonianze in proposito sono indiscutibili (a chi volesse approfondire consiglio il numero di febbraio di Limes, dal titolo Guerra mondiale in Siria). Così facendo, il regime ha dato mostra della propria natura, dell’impossibilità cioè di riformarsi, trasformarsi da sistema dittatoriale in democrazia».

E per sopravvivere, si è presentato, era ovvio aspettarselo, come il difensore delle minoranze, prima fra tutte i cristiani.
Lo stato di polizia deve rimanere per la difesa dei cristiani. Grande tentazione per la nostra coscienza e cosa per nulla inedita nella lunga storia della Chiesa: quante dittature e tiranni abbiamo benedetto e considerato “provvidenziali”, a Est Ovest Nord e Sud del mondo? Basti guardare agli ultimi cento anni.

I crimini efferati che si stanno commettendo in Siria, anche dalla parte degli insorti, funzionano così come la prova migliore che un tiranno è necessario per quelle terre, e che i cristiani devono quindi parteggiare per lui e considerarlo come il Salvatore delle proprie sorti.
Fosse anche Nerone, i cristiani benedicono Nerone, se li ha presi in simpatia.
Ma la mia coscienza di cristiano può sopportare questa “capriola” nelle verità del Vangelo?”

Nell’aprile del 2012 Ignazio De Francesco scriveva da Il Cairo la notizia che riportiamo di seguito e che «considero la risposta diretta – afferma De Francesco – dall’interno della Siria, dalla generazione dei giovani cristiani che dovranno ricostruire il paese, insieme ai loro coetanei musulmani, alla domanda che qui vi pongo».
Nei giorni scorsi è giunta conferma della scarcerazione di Yara Shammas, un’attivista siriana cristiana arrestata due mesi fa a Damasco, e rinchiusa a Homs con l’accusa di sostegno ad attività terroristiche e di appartenere a un’organizzazione segreta. La Shammas, 21 anni, figlia di Michel Shammas, avvocato noto per aver difeso numerosi dissidenti, era stata fermata dai servizi di sicurezza lo scorso 7 marzo a Damasco assieme ad altri giovani attivisti. Del gruppo di nove, due rimangono ancora in carcere ma non si sa dove sono rinchiusi. Gli occhi timidi di Yara sono una risposta sommessa, quasi anonima, ma chiara e netta, a chi pensa che i cristiani infallibilmente benedicono Nerone, a patto che Nerone protegga i cristiani.

(Immagine in evidenza: particolare degli affreschi della Chiesa di Sant’Elia, Homs, Siria. Uno scatto di syrialooks via photopin cc)

Rolando Rivi, beato dell’identità!

Rolando Rivi copiaPuò essere autorevolmente inserito tra gli eroi del secolo scorso, nonostante qualche vaga perplessità sia circolata qua e là a seguito della sua beatificazione avvenuta sabato 5 ottobre in un palazzetto dello sport decisamente gremito.

La storia di Rolando Rivi è breve. Nasce a San Valentino di Reggio Emilia nel 1931 ed entra in seminario, a Marola, nel 1942 all’età di undici anni. L’occupazione tedesca ai tempi della guerra tronca, però, quell’esperienza a lui tanto cara costringendolo a rientrare alla casa paterna dopo soli tre anni. La chiusura del seminario, tuttavia, non impedisce a Rolando di sentirsi seminarista dentro e di continuare a vestire quotidianamente quell’abito talare che per lui rappresenta l’elemento fondante della sua identità, quasi una seconda pelle.
Il 10 aprile del 1945, all’età di quattordici anni, Rolando viene preso e fatto prigioniero da un gruppo di partigiani comunisti. Viene percosso e maltrattato. A causa della sua decisione di non togliersi l’abito talare, dopo tre giorni, viene ucciso con due colpi di arma da fuoco: uno alla tempia e l’altro al cuore.
La storia di Rolando può sembrare limitata rispetto a quella dei grandi Santi, di quei Santi che hanno fondato ordini religiosi, cambiato il corso della storia, fatto opere sociali e vissuto tutta una vita intera tribolando e bestemmiando. La storia di Rolando può sembrare piccola e marginale rispetto a quella dei Santi di serie A, e forse potrebbe anche essere così. Tuttavia l’insegnamento di Rolando Rivi non è marginale e riguarda l’importanza nella nostra vita dell’identità e dei simboli che la rappresentano, laddove identità-e-simboli non possono essere disgiunti se non si vuole essere schizofrenici.

Quella che difende Rolando non è una talare, ma è un’identità. Per lui quella talare è la sua identità, e togliersela significa levarsi di dosso il senso della vita, che è molto di più della vita. Quella che attaccano i partigiani rossi non è una talare, ma un’identità. Far togliere al ragazzo quell’abito è come strappargli di dosso la sua identità, che è molto di più che togliergli la vita. Per questo motivo, per loro doverlo ammazzare è quasi una sconfitta come dimostra la truculenza simbolica con la quale mascherano la loro amarezza: un colpo al cuore e un colpo al cervello. A un bambino!!

Prima dell’incontro con l’esperienza di Rolando Rivi, credevo che la più bella definizione di identità fosse stata data da Giovanni Jervis, uno psichiatra toscano che definiva l’identità come la risposta alle domande “chi sono, da dove vengo e dove vado”. È questa sicuramente una delle più belle definizione di identità mai offerte, perché ci ricorda semplicemente che ciò che sorregge la nostra esistenza è il desiderio di appartenenza e non quello di possesso (del tipo “chi conosco, quanto ho e che obiettivi ho”)
Dopo l’incontro con l’esperienza del Beato Rivi, tuttavia, credo che lo spazio per spingersi oltre si sia manifestato, e si sia aperta la possibilità di definire l’identità come la risposta alla domanda: io per cosa mi farei ammazzare?. Mi sembra una definizione più efficace e concreta, perché aiuta a identificare quegli elementi simbolici che sorreggono l’essenza della nostra identità, e quindi della nostra esistenza. Sempre ammesso che quegli elementi simbolici (e quindi esistenziali) ci siano.
Rolando Rivi potrà anche essere considerato un Santo di serie B: non ha fondato movimenti, non ha avviato opere sociali, non ha costruito conventi e non ha confessato per ore e ore, ma ha semplicemente deciso di farsi ammazzare per una talare, per un’identità. È questo un gesto pieno e straordinariamente bello, che si coglie nella matura dolcezza del suo volto in quell’immagine in cui posa vestito della sua veste talare. Rolando Rivi un’identità ce l’aveva. Beato lui.

Entrerò con rispetto dentro la vostra storia

«Entrerò con rispetto dentro la vostra storia nella consapevolezza che le occasioni di incontro e di dialogo ci metteranno nella stessa direzione di marcia». Con queste parole il nuovo prefetto, Michele di Bari, ha salutato i modenesi nel giorno del suo insediamento.

palazzo_foresto«Ammirazione», «trepidazione», «servizio» e «collaborazione»: è lo spirito con cui il prefetto di Bari si presenta a Modena. Nella lettera inviata dalla Prefettura si legge: «Insieme, siamo chiamati con responsabilità a conseguire convergenti obiettivi perché il bene comune pervada in ogni segmento della società». E ancora: «Sarò al servizio di chi è leso nella dignità, assicurando la vicinanza dello Stato nei confronti dei cittadini e promuovendo ogni utile iniziativa perché il lavoro sia salvaguardato. Alle organizzazioni sindacali e al mondo delle imprese, alle istituzioni universitarie e scolastiche, alla generosa realtà dell’associazionismo e del volontariato, alla Chiesa locale e ai culti acattolici e agli organi di stampa, presterò la mia convinta collaborazione».

«Con trepidazione, giungo in una splendida terra dove comunità con una storia millenaria hanno dato lustro all’intero Paese, testimoniando virtù e valori per l’affermazione dei diritti e delle liberà civili. Resto ammirato dal patrimonio culturale e dalla naturale propensione della laboriosa popolazione che affronta anche le recenti sfide più impegnative con comportamenti solidaristici e intelligente dinamismo imprenditoriale. Sarò costantemente a fianco delle istituzioni locali, dei rappresentanti delle forze politiche, della magistratura e delle forze di polizia per concorrere a superare le difficoltà».

Buon lavoro al nuovo prefetto! E buon lavoro a tutti quelli che devono impegnarsi perché «il bene comune pervada in ogni segmento della società».

La fatica val più dell’opera agli occhi di Dio

«Quando hai eretto pietra su pietra, con sacrificio e rinunce, la costruzione che pur deve servire a Dio, una raffica spezza ogni cosa. Ma bisogna non disperare ancora. Bisogna porsi pazientemente all’opera di ricostruzione. Dio vuol dimostrarci così quanto siano labili le nostre povere opere. Può apparire questa una delle contraddizioni del Cristianesimo. E racchiude invece una grande verità. La fatica val più dell’opera agli occhi di Dio. L’opera può farci inorgoglire; la fatica rimane il solo titolo di merito davanti al Signore».

Sono le parole che Odoardo Focherini (1907-1944) ha detto all’amico Giacomo Lampronti dopo il bombardamento su Bologna il 29 gennaio 1944 che ha distrutto la sede del quotidiano “L’Avvenire d’Italia” dove lui lavorava. Focherini fu imprigionato dai nazisti, perseguitato e portato nei campi di concentramento colpevole di aver messo in salvo oltre cento ebrei grazie a un’organizzazione da lui ideata per falsificare documenti. E’ il primo giornalista, laico, che la Chiesa ha beatificato. Nel video alcuni attimi della cerimonia a Carpi.

Un laico, un uomo comune, marito di Maria e padre di sette figli. Beato per la sua fede e il martirio subito. Così lo ha ricordato uno dei suoi figli, Rodolfo.
«Odoardo è il babbo che per tanti anni ho atteso ritornasse a casa. Era un marito molto affettuoso e un padre moderno, che amava molto giocare coi figli al termine della giornata di lavoro. L’attenzione per noi risulta evidente nella lettera scritta dal campo di concentramento di Bolzano per i suoi bambini in cui, proponendoci un indovinello per scoprire il luogo in cui lui si trovava, nonostante l’angoscia per la sua situazione, riesce ancora una volta a giocare con noi».

Undici bastano?

Molti di noi hanno già passato da tempo gli undici anni. Una veloce rinfrescatina: prima media (scuola nuova, amici in parte nuovi), ancora affascinati da videogiochi e cartoni animati, ma già proiettati verso i nuovi media, Facebook o le serie tv da adolescenti. Il pallone (o il diario segreto) come confidente, i migliori amici (mai meno di una dozzina) e quelli che “mi stanno su”.

cresima

Undici anni è anche, nella stragrande maggioranza dei casi, l’anno della cresima, il sacramento della confermazione. Quello che fa entrare nel mondo “adulto”. Al tempo stesso si è ancora ragazzini e ragazzine, con la testa piena di sogni e di paure, di fantasia e di insicurezza. Il tempo delle cresime, in molte parrocchie, è arrivato e per molti ragazzi e ragazze questa celebrazione rimarrà per molto tempo (salvo qualche matrimonio o funerale) l’ultimo approccio con la Chiesa. Molte famiglie tengono ancora a far concludere il ciclo dei sacramenti, ma poi non si pensa di proseguire nel cammino e non spingono più i ragazzi a partecipare alla vita del gruppo e della comunità.

Ma è il caso anche di farsi qualche domanda sui motivi di questi “abbandoni di massa”. Non è che, a volte e magari giusto pensando ai casi più difficili ‘a quelli che tanto non gliene importa niente’, sono gli stessi catechisti ad accompagnare (inconsapevolmente, certo) i ragazzi alla porta? Non sono le stesse comunità a disinteressarsi dei “ragazzi della cresima” e alle loro famiglie? Non è giusto, a undici anni, non essere ancora nel pieno della
maturità anche cristiana e quindi non sarebbe necessario continuare a chiamare i ragazzi alla vita del gruppo ancora per molto tempo e non “abbandonarli” alla prima occasione proprio perché “tanto si capiva che non gli interessava”? E se non verranno, comunque, si saranno sentiti accettati e ricercati in quanto “amati dal Signore” e di conseguenza dai cristiani e magari torneranno ad avere un rapporto più stretto con Gesù attraverso la sua Chiesa, ben sapendo che noi siamo degli umili seminatori e che tempi e modi del raccolto li decide il Signore.

La Cresima è una tappa del cammino di fede, l’ultimo sacramento dell’iniziazione cristiana ma non l’ultimo passo come troppo spesso accade. La chiave di tutto, mi pare, è quanto vogliamo bene ai ragazzi che ci vengono affidati per l’iniziazione alla fede, quanto li teniamo vicini al cuore e quanto lo facciamo gratuitamente, al di là di quanto ci viene dato in cambio. Un esame di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana per le volte che non abbiamo guardato a questi ragazzi con lo sguardo sorridente e accogliente, forse è davvero il caso di farlo.