Vivere sospesi nella società

Hanno fra i 35 e i 55 anni, quindi in piena età lavorativa; sono per la maggior parte stranieri (72,3%) anche se la quota degli italiani non è per niente trascurabile; le più “fragili” e bisognose d’aiuto sono le ragazze madri e le badanti che a causa della morte dell’anziano che accudivano sono rimaste senza lavoro. I poveri in Emilia-Romagna sono una schiera di circa 20mila persone: qualcuno di loro è rimasto senza lavoro con lo scoppio della crisi e non l’ha più ritrovato, altri sono precari da una vita e altri ancora dopo i danni del terremoto del maggio 2012 hanno dovuto sopportare anche la mobilità o la cassintegrazione. Tutti hanno un comune denominatore: vivono “sospesi” nella società e, superando la vergogna, si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane.cittadinanza fascia età

Secondo la delegazione regionale della Caritas, che ha realizzato – con la collaborazione del Centro culturale F.L. Ferrari il Dossier povertà regionale 2013, sono state 19.921 le persone che hanno varcato la soglia di un centro d’ascolto (erano 17.209 nel 2009). «La crisi economica colpisce maggiormente i giovani, coloro che ancora non sono pervenuti ad una condizione stabile di vita» spiegano dalla Caritas. Probabilmente si sono rivolti agli operatori proprio «per essere aiutati a mettere le basi per il proprio futuro». Ma «gli effetti della fuoriuscita dal mercato del lavoro pare si siano manifestati anche nella fascia di età più elevata».
Sette persone su dieci di coloro che si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas emiliano-romagnolo convivono con altri, la maggior parte familiari, ma anche conoscenti con cui dividere l’alloggio. Da una osservazione qualitativa della situazione delle famiglie emerge un quadro caratterizzato da fragilità economica cui spesso si accompagnano problematiche legate all’instabilità dei rapporti coniugali, alla difficoltà ad interpretare il ruolo genitoriale, alla forte rarefazione della rete di relazioni. Per i nuclei familiari stranieri la presenza di molti figli nel nucleo accompagnata con molta frequenza ad un solo reddito porta ad una situazione di forte dipendenza dal sistema dei servizi.

Per accompagnare una famiglia fuori dalla trappola della povertà occorre, secondo Caritas, “prenderla per mano”. «Solamente dentro un rapporto personale di fiducia, stabile e profondo – hanno spiegato nel Dossier – è possibile immaginare, con quella fantasia della carità di cui parlava Papa Giovanni Paolo II, delle modalità per le quali chi è povero riacquisti fiducia nelle proprie potenzialità e desiderio di rendersi autonomo».

Per questa domenica vi proponiamo tre video.

Il primo riguarda il lavoro della Caritas portato avanti in particolare nella provincia di Modena a seguito del sisma.

A seguito della raccolta in tutte le parrocchie del 10 giugno 2012, le offerte pervenute a Caritas Italiana per le attività di ricostruzione e di sostegno alle popolazioni colpite sono state di 10,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i 3 milioni di euro subito stanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana in fase di emergenza. È stata inoltre avviata la realizzazione, in alcuni dei comuni maggiormente colpiti, di 17 Centri di Comunità, (strutture polifunzionali per attività, liturgiche, sociali e ricreative).

 

Il secondo video racconta di chi (operatori e volontari) in tempo di crisi economica è andato al di là della distribuzione di pacchi di alimenti, del pagamento di una bolletta o di un pasto alla mensa. Ecco la testimonianza chi è riuscito a “testimoniare compagnia”.

 

Il terzo video deve essere visto e rivisto, centinaia di volte, da chi crede che l’immigrazione sia un reato e sinonimo di insicurezza, da chi è convinto che lo straniero (magari rifugiato, magari disperato) non potrà mai riscattarsi e sperare in un futuro (lavorativo) migliore.

(photo credit: B Tal via photopin cc)

RiBelli!

«Lassù ci sono parecchi dei miei giovani; essi sono in pericolo e non posso abbandonarli». Convinto di questo, don Elio Monari il 20 maggio 1944 prende parte alla Resistenza sull’Appennino Modenese. Fedele alla sua vocazione e alla Chiesa, ma anche ribelle alle imposizioni del suo vescovo, don Elio collabora con i partigiani e anima quella “rete” che mese dopo mese è riuscita a mettere in salvo ebrei e soldati inglesi. Catturato mentre assisteva un ferito, dopo essere stato torturato viene ucciso.

Quella di don Elio è soltanto una delle testimonianze di uomini liberi che non hanno fatto pesare le proprie ideologie e hanno creduto che il paese si può salvare. Il grido “Io non ci sto, io mi ribello” può ancora accompagnare i giovani che vogliono essere protagonisti in prima persona del cambiamento della città, del paese e dell’Europa. E’ l’obiettivo anche del progetto “Ribelli!” promosso dal Centro culturale F.L. Ferrari dall’Istituto storico e dal liceo artistico Venturi, con il contributo di Enrico Ferri, autore del libro “Il sorriso dei ribelli” e dell’artista e musicista Enrico Fink.

Umanesimo (politico) europeo

Brevi considerazioni su politica e amicizia

Raccolgo la sollecitazione a scrivere sul rapporto tra politica e amicizia, proseguendo quel filo immaginario iniziato da tempo al Centro Ferrari, così ricco di sollecitazioni.

Il mio più illustre concittadino, Pico della Mirandola, mi viene in soccorso.
Tra Trecento e Seicento, in particolare nella corte di Cosimo e di Lorenzo de’ Medici, c’era la politica. E poi c’erano anche i tecnici: i vari Brunelleschi, Alberti, Michelangelo, gli architetti, i banchieri e gli amministratori. Nella repubblica platonica non c’era soltanto il filosofo-re, ma anche le tecniche fondamentali per fare la città. Perché vi fosse davvero governo della città ci voleva un progetto, grandi idee culturali e, allora, uomini per realizzarla. Nasceva da qui un’élite politica in grado di comprendere che una città non è fatta soltanto dalla sua ricchezza, né della luce che emana il suo filosofo-re, ma dai Ficino, Pico, Michelangelo, Alberti. Dalle persone e dalle loro abilità, messe a disposizione per un progetto complessivo di respiro lungo.

Sintetizzando in modo grossolano, ciò che dal Seicento ad oggi si è andato perdendo è lo sguardo d’insieme, la cura per l’educazione, la paideia. Si è sostituita con il culto del filosofo-re. Si è confuso il progetto con l’autore; la sua fortuna ne determina la realizzazione. Così le città sono divenute scomposte, senza un apparente senso d’insieme, nel nome di un culto del leaderismo fine a se stesso.
Non c’è più innamoramento della città, ma della sua corte. L’amicizia politica è legata a doppio filo con la figura del potente. Chi si sente filosofo-re, o più modestamente cortigiano. In ogni caso, attore su un palcoscenico troppo piccolo.

Se oggi c’è un’uscita da questa logica personalistica è quella di dare volto e voce a quei giovani, donne e uomini plurispecializzati, laureati, ricchi di competenze apprese all’estero, che vivono del cono d’ombra della corte: i Brunelleschi, gli Alberti e i Michelangelo del terzo millennio. E rifondare un tessuto di relazioni virtuose con loro, mettendo a frutto le loro competenze, specie se apprese altrove.
Il giovanissimo Pico apprezzato oltralpe, ha tutte le carte per essere, nel 2013, il paradigma del riscatto di una generazione che lotta contro la logica provinciale dell’uomo solo al potere, in nome di nuovo umanesimo europeo.

Rigenerare la città e trasformare i modenesi

Stop al consumo del suolo agricolo, congelamento di ogni nuova previsione insediativa fino all’adozione del PSC, costruzione e aggiornamento di un “Atlante del consumo del suolo” che possa essere consultato da tutti i cittadini. Puntare ai “poli culturali”, strategici per il futuro dello sviluppo sostenibile della città. Rigenerare il tessuto produttivo, proponendo uno sviluppo che pur garantendo benessere alle persone e alle famiglie sia equo e sostenibile in particolare puntando sul contenimento della bolletta energetica per le imprese. Rigenerare il mercato immobiliare a Modena che abbia come priorità il contrasto ad ogni forma di iniquità e di speculazione. Ripensare ai luoghi di aggregazione e alla sicurezza urbana, avendo come obiettivo la realizzazione di una città per tutti, accogliente e includente. Difendere la sostenibilità ambientale come scelta strategica e trasversale ti tutte le politiche di governo della città.

Cinque idee e altrettante proposte concrete per la redazione del nuovo Piano Strutturale Comunale di Modena. Cinque documenti su Cultura, Economia, Società, Ambiente e Territorio, che si possono sintetizzare nello slogan “Rigenerare la città, trasformare i cittadini”. È quanto è emerso dal lavoro svolto negli incontri del Laboratorio di politiche urbanistiche “facciaMOlacittà”, uno strumento partecipativo autonomo che si affianca al percorso promosso dal Comune di Modena.
Il documento verrà consegnato ai modenesi e agli amministratori del Comune di Modena, martedì 11 giugno.

In sintesi i capitoli del documento, frutto dei temi affrontati nei gruppi di lavoro.

TERRITORIO – coordinatore Carla Ferrari
E’ necessario che il PSC assuma l’obiettivo del consumo “zero” di suolo, sia delle aree ancora libere da edificazione all’interno della città costruita che di quello agricolo. Tutte le politiche insediative e di trasformazione del nuovo PSC devono essere ricondotte all’interno della città costruita, nelle aree dismesse (aree militari, aree ferroviarie, aree industriali) o in via di dismissione.
In una città con le dimensioni di Modena, ci sono tutte le condizioni per operare interventi di rigenerazione urbana e riqualificazione edilizia, riconoscendo centralità agli spazi pubblici, assegnando un ruolo innovativo alle funzioni commerciali e di servizio, rendendo la città più accogliente e solidale, energicamente efficiente, in grado di rispondere alla domanda di edilizia residenziale sociale, di servizi ai cittadini e alle imprese, di qualità, bellezza, sicurezza ed efficienza degli spazi urbani.

CULTURA – coordinatore Eriuccio Nora
Nessun Piano Urbanistico o Piano d’Azione, anche il migliore, è in grado di perseguire i suoi obiettivi efficacemente se non è condiviso e non è in sintonia con gli abitanti della città. La sua caratteristica vincente sarà data dalla qualità culturale, che consentirà di far dialogare la storia con il presente, l’identità con le differenze, il locale col globale, il particolare col tutto, l’empatia con la scienza, la tradizione con la creatività, la innovazione col futuro, la competitività con la cooperazione. Partiamo o ripartiamo dalla Cultura.

ECONOMIA – coordinatore Gianpietro Cavazza
Rigenerare il manifatturiero: per aumentare la capacità competitiva delle imprese si potrebbero abbassare alcune voci di costo tra le quali, oltre alla burocrazia, occupa un posto di rilevo la bolletta energetica (quindi educare a forme di risparmio energetico, favorire lo scambio di energia sul posto, incentivare sistemi di stoccaggio di energia, favorire la costruzione di reti locali di produzione e consumo di energia indipendenti dalla rete nazionale, incentivare la costituzione di cooperative di produttori/consumatori, correlare l’Imu alla classe energetica degli edifici e nel caso degli edifici abitativi alla condizione economica familiare).
Rigenerare il mercato immobiliare. La programmazione territoriale potrebbe: eliminare il consumo di suolo agendo direttamente sul patrimonio abitativo concentrando, con benefici fiscali, l’attività edilizia sulle aree già costruite; evitare di congestionare ulteriormente i tessuti urbani esistenti e anzi migliorandone i valori ambientali; prevedere interventi di densità misurata e ad alto valore ambientale nella riutilizzazione delle cosiddette “aree dismesse”; facilitare la rigenerazione e il cambio d’uso delle abitazioni per ristrutturazioni funzionali alle cure domestiche abbassando/eliminando gli oneri comunali.

SOCIETÀ – coordinatore Teresa Fiorito
L’obiettivo è di rendere davvero Modena una città per tutti, ma come intervenire? Ri-pensando alla scala urbana come quella del quartiere. Si richiede alla Pubblica Amministrazione il coinvolgimento diretto dei diversi attori sociali, attraverso una propria rappresentanza in tutte le fasi della progettazione, promuovendo misure volte al coinvolgimento sociale ed alla partecipazione inclusiva, ma dove, dopo la fase dell’ascolto dei bisogni, vi sia la risposta attraverso la condivisione di conoscenza sui temi dell’innovazione e della sostenibilità urbana, aperto ai contributi del mondo istituzionale e della ricerca, dell’impresa e della società civile.

AMBIENTE E MOBILITÀ – coordinatore Paolo Silingardi
I fattori ambientali critici sono riconducibili per sintesi ad alcune aree definite che coinvolgono beni collettivi primari come: Acqua, Aria, Suolo, Rifiuti, Energia. Ognuno di questi ambiti, strettamente integrati fra loro, esprime delle criticità, degli indicatori e delle priorità di intervento per ottimizzare e migliorare le politiche ambientali, della mobilità, di governo del territorio finalizzate al raggiungimento della sostenibilità e alla tutela della salute e del benessere delle persone.
La sostenibilità, obiettivo trasversale a tutte le politiche di governo, è oggi più che mai una scelta strategica per raggiungere e garantire competitività e creare attrattività e lavoro nel territorio.

Con i giovani sforzo comune per una città migliore

«Incontro spesso giovani della nostra città. Il “lavoro” che faccio – assessore alle Politiche sociali, sanitarie ed abitative del Comune di Modena – mi porta a contatto con le persone di tutte le età, e non solo con persone in difficoltà. Credo che stia crescendo sempre di più la distanza tra i linguaggi dei giovani, i loro interessi, le loro mille diversità, e il linguaggio delle istituzioni. Che resta spesso formale, monocorde, poco incisivo rispetto agli standard della comunicazione serrata di oggi, in ogni caso lontano e difficile da penetrare per chi non è “addetto ai lavori”».

Assessore Francesca Maletti, questa “preoccupazione” è emerso in maniera chiara nei risultati del sondaggio La Modena che vorrei che il Centro culturale F.L. Ferrari ha rivolto ai giovani under 35.
Non mi ha stupito riscontrare che, secondo il sondaggio, atti politici e di indirizzo del comune, in generale, e in particolare strumenti come il PSC (Piano Strutturale Comunale) restano ignoti ai più. Anche se se ne parla molto sui giornali, o nelle pagine Facebook degli “appassionati” al tema…
Non è un dato da affrontare a cuor leggero, se si considera che il PSC è un atto che ha l’ambizione di orientare lo sviluppo della città nei prossimi decenni. Come riporta il sondaggio stesso, “per il 58,6% degli intervistati il Psc in via di definizione a Modena (per il quale si è discusso ampiamente sui mezzi di comunicazione a seguito di un vivace dibattito politico) non è conosciuto”.
Un dibattito così importante, ignoto a 6 giovani modenesi su 10, genera un vuoto, un deficit di controllo democratico che non possiamo sottovalutare.

Il Comune in cosa si sente coinvolto? Cosa può fare?
Certo. Si può provare a lavorare ancora di più sulla informazione istituzionale, sui percorsi partecipativi, sugli strumenti di coinvolgimento, anche più efficaci rispetto a quanto fatto fino ad oggi. Ma non basta. Il punto è ricostruire un clima di fiducia, e quindi di attenzione, tra i cittadini e la politica. E’ il problema del nostro paese in questo momento.

Come crede sia possibile riuscire in questo impegno?
In primo luogo, non buttando a mare quanto c’è di buono nella nostra città e in Italia, in modo da non alimentare solo la sfiducia e la rassegnazione, ma da individuare punti fermi, punti positivi da cui ripartire. Nel sondaggio, la qualità della vita a Modena è giudicata positiva da oltre il 65% degli intervistati; il 64% di loro si sente legato a Modena anche per i prossimi anni, e addirittura il 63% dichiara di essere disposto ad impegnarsi direttamente per contribuire al miglioramento della vita a Modena.
Come assessore, ma ancor prima come cittadina, penso che questo ci offra un punto di partenza: il senso di appartenere ad una comunità, il desiderio di farne parte e di contribuirvi anche in futuro non si è perso, anche in questi anni difficili di crisi e di buia eclissi della politica, di pessimi esempi.

Il sondaggio non è stato un attacco all’operato dell’amministrazione comunale. Anzi, ha permesso di mettere in evidenza l’interesse e la voglia di partecipare da parte dei più giovani.
Infatti credo che questo punto sia molto importante: in tanti non hanno perso il gusto per la politica, che è poi molto semplicemente il gusto di impegnarsi nelle cose comuni, quelle che riguardano tutti i cittadini, per farle andare meglio. Non credo che esista l’“antipolitica”. Credo anzi che oggi più che in passato sia fortissima la domanda di politica, di buona politica, di partecipare, di capire, di poter dare una mano.
Per fare questo, come per ogni cosa importante, serve uno sforzo e un po’ di fatica: quella di confrontarsi, di informarsi, di non restare alla superficie dei giudizi affrettati o banali. Temi come quelli della casa, dello sviluppo, della tutela dell’ambiente e del territorio non si liquidano con uno slogan o una battuta: richiedono competenza e comprensione della complessità, e insieme tanta apertura alla innovazione, al cambiamento.

Per avvicinare le persone che cosa possono fare le istituzioni?
Il compito delle istituzioni, che sento anche mio, è quello di aprirsi molto di più, di far circolare le informazioni, di dare opportunità di incontro e di confronto: e in questo senso il sondaggio è un ulteriore invito al cambiamento, a migliorare il mio modo di essere “amministratrice”, e a continuare su quella strada dell’incontro e delle porte aperte che cerco, con tanti limiti, di portare avanti.
Mi auguro che tutti, specie i più giovani, sappiano da parte loro coltivare e tenere viva la curiosità, l’interesse e la partecipazione alla città che abitano, dando voce a come vogliono che sia e come vorrebbero che fosse in futuro. Abbiamo bisogno di questa forza, di condividere con loro le priorità per la nostra città, evitando conflittualità su progetti non partecipati e scegliendo il registro della progettualità condivisa, dello sforzo comune, per una città che sia migliore e sempre più ricca di risorse vive e creative.

Modena, come ti vorrei

Vivono a Modena, studiano o lavorano, praticano uno sport, trascorrono qui il tempo libero con gli amici, svolgono un’attività di volontariato e in futuro non hanno in programma al momento di cambiare città. Anzi, sono disposti – se opportunamente coinvolti – ad impegnarsi per migliorare gli spazi verdi, per utilizzare sempre più i mezzi pubblici o la bicicletta. Ma dell’attività dell’amministrazione comunale, e in particolare del percorso avviato per la realizzazione del Piano strutturale comunale (PSC), non ne sanno praticamente nulla. È quanto emerge dal sondaggio “La Modena che vorrei” che ha coinvolto 768 giovani (dai 16 ai 35 anni). Il questionario on-line, somministrato dal 13 aprile al 13 maggio 2013, è stato realizzato da un gruppo di giovani al lavoro da alcuni mesi al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari sui temi dello sviluppo del territorio e delle politiche abitative.

La ricerca
Sono state contattate attraverso il questionario on-line 913 persone, ma soltanto 768 avevano i requisiti per proseguire nella rilevazione (entro i 35 anni d’età). Per il 58,6% degli intervistati il PSC in via di definizione a Modena (per il quale si è discusso ampiamente sui mezzi di comunicazione a seguito di un vivace dibattito politico) non è conosciuto. Chi ne ha sentito parlare è per il “passaparola” di amici e conoscenti, per quanto letto su internet o sui giornali; raramente (solo il 13% dei casi) risultano funzionali gli incontri pubblici organizzati da associazioni, enti o partiti, e tantomeno il percorso partecipativo avviato dall’amministrazione comunale (solo il 6% di chi ha risposto). Metà dei giovani considera indifferenti o addirittura negativi gli effetti che il PSC potrà avere sul futuro del territorio.

Il giudizio tutto sommato negativo degli “under 35” non è sinonimo di disaffezione ai temi legati allo sviluppo a cui la città si dovrà inevitabilmente sottoporre. Gli intervistati dichiarano di essere ben integrati nella società (tra studio, lavoro, tempo libero e volontariato), di identificarsi nella Ghirlandina, i tortellini, il duomo, la Ferrari, la bicicletta… nei “simboli storici” di Modena che però non prevedono un coinvolgimento “affettivo” della propria persona. La qualità della vita per oltre il 65% degli intervistati è giudicata positiva, mentre sulle priorità di intervento vengono indicate: la qualità delle strade, soluzioni a favore del superamento dell’inquinamento atmosferico e l’ammodernamento delle piste ciclabili. In questo l’operato della giunta del sindaco Giorgio Pighi è reputato negativo.

I giovani coinvolti nella ricerca (nel 64% dei casi) si sentono legati a Modena anche per i prossimi anni; dichiarano di essere disposti ad impegnarsi direttamente (nel 63,1% dei casi) se il Comune migliorasse, per esempio, la dotazione di verde pubblico nel proprio quartiere; o di implementare l’uso della bicicletta se la rete di piste dedicate fosse qualificata, e quello dei mezzi pubblici pubblici se il servizio fosse implementato.
Sui temi “caldi” inseriti anche nel documento di programmazione in vista della definizione del PSC, i giovani sono tutt’altro che disinteressati: per il 63,5% è necessaria una semplificazione delle procedure di rigenerazione; quattro su cinque sono disposti a sperimentare nuove modalità di acquisto di biglietti per incrementare l’utilizzo di mezzi pubblici; il 63,8% degli intervistati non trova né giusto né prudente che il Comune autorizzi la costruzione di edifici sulle falde acquifere della città, nelle cosiddette “zone F”; sonora bocciatura (il 76,1%) per la creazione del Novi Park e la cessione di suolo pubblico per l’ampliamento dell’area di parcheggio a pagamento intorno al centro storico.

Il PSC è uno sconosciuto per i giovani

volantino2013bisAl Piano strutturale comunale non interessa la visione che le nuove generazioni hanno del futuro.
E ai giovani non interessa il piano di interventi che l’amministrazione di Modena ha intenzione di mettere in campo nei prossimi mesi, sintetizzato nel documento in vista della definizione e dell’approvazione del PSC.
Questo non significa disinteresse sul miglioramento del sistema di trasporto pubblico, sulla tutela del “verde cittadino” e sulla realizzazione di nuovi immobili. Se coinvolti adeguatamente, i giovani si sentono partecipi dello sviluppo della città e della periferia previsto nei prossimi anni.
È quanto emerge, in sintesi, dal sondaggio che abbiamo realizzato nel gruppo di lavoro avviato da alcuni mesi al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari. Al questionario hanno risposto circa 800 “under 35”.
Tutte indicazioni utili per la “Modena che vorremmo”, le esporremo durante la Notte Bianca di sabato 18 maggio a Modena in Calle di Luca, di fronte alla Bottega Oltremare del Commercio equoesolidale.

Tutti giù in cortile!

IMG_1409Si può rifare tutto daccapo, come se nulla fosse accaduto, abbellendo i palazzi e le piazze, sostituendo i vecchi mattoni con strutture moderne e colorate. Oppure si può ricostruire “la casa dell’uomo”, dando ampio spazio ai “cortili”, abbattendo le transenne dei centri storici e – modificando la viabilità – facendo convogliare le strade al “cuore della città“. Le rassicurazioni sullo stato di emergenza o sullo slittamento dei pagamenti delle imposte non sono sufficienti: la macchina organizzativa della ricostruzione in capo alla Regione lascia spazio a una cultura urbanistica in grado di conciliare l’uomo e la natura? A un anno ormai dal sisma che ha piegato l’Emilia questa riflessione si fa urgente.

Il modello de L’Aquila è lontano anni luce da quello emiliano. E certi “orrori abruzzesi” non si dovrebbero più replicare. Ma la guardia va tenuta alta, perché a volte «il dopo terremoto può essere anche peggio» dei danni provocati dalle scosse. Lo ha spiegato bene Francesco Erbani, giornalista autore di diverse inchieste per conto di Repubblica intervenuto al convegno “Ascolto il tuo cuore, città. Come (ri)costruire la casa dell’uomo” promosso dal Centro Ferrari. La capacità di reazione del popolo emiliano (ma anche delle istituzioni locali che hanno preso in mano la ricostruzione dopo la prima emergenza gestita dalla Protezione civile), non sono sufficienti a considerare scampato il pericolo. L’Emilia vuole ripartire e non vuole rimanere imbrigliata nella burocrazia statale. Ma la fretta non è la migliore compagna dei terremotati, come ha insegnato l’Abruzzo.

«Lo slogan usato dal governo Berlusconi “dalle tende alle case”, che ha dominato il post terremoto a L’Aquila – ha spiegato Erbani -, ha dimostrato di essere sbagliato da tutti i punti di vista. La pianificazione urbanistica deve essere una procedura lenta». Il modello della “partecipazione” è fondamentale nella ricostruzione, e ogni “modello” proposto per il “dopo”, «va continuamente interpretato» ma mano che il tempo passa e le esigente e le aspirazioni della gente cambiano.

Il post-terremoto, anche in Emilia, può fare più danni di quelli del 20 e 29 maggio «per l’incapacità di far dialogare il territorio con il patrimonio artistico e culturale» come ha evidenziato Matteo Agnoletto, IMG_1404architetto, ricercatore dell’università di Bologna e coordinatore del Laboratorio Ricerca Emilia. Il commissario straordinario Vasco Errani fin dai primi giorni ha garantito che in Emilia non si replicheranno le “new town” dell’Abruzzo, ma se la ricostruzione «non viene governata con interventi legislativi e anche urbani», tra demolizioni di vecchi casolari e ricostruzione di nuove strutture in aperta campagna nella Bassa modenese, «si rischia il nuovo fenomeno delle villettopoli».

A quasi un anno dalla prima scossa tanti comuni della provincia di Modena sono ancora “cantieri aperti”. «Siamo di fronte a due alternative – ha spiegato Cristina Ceretti, giornalista -: ricostruire tutto come prima» e «rivedere le immagini dei nostri paesi come nelle cartoline anni 80 per sentirci più rassicurati». Oppure «scegliere una via più autentica, fatta di atti concreti e coraggiosi» e riscoprire «la cultura del cortile: rinunciare un pezzo del sé, della propria sfera privata, in nome di un disegno collettivo che possa essere la riscoperta di una collettività che cerca spazi nuovi per stare insieme».

Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.

I due papi

Francesco I, duca o Papa? Da questo interrogativo, comprensibile solo da chi vive a Modena e ne conosce la storia, ha preso il via l’incontro al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari con padre Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana, che ha raccontato il breve ma intenso periodo di transizione che ha portato all’elezione del nuovo pontefice.

Tutto ha avuto inizio a partire dalle dimissioni di Benedetto XVI, la più importante decisione del suo pontificato e quella con cui verrà maggiormente ricordato. Anche i precedenti papi avevano affrontato l’ipotesi della possibile rinuncia, ma nessuno l’aveva mai messo in pratica: come disse Wojtyla “non si scende dalla croce”, scegliendo la sua stessa consunzione come ultima testimonianza da offrire al popolo di Dio.
Benedetto XVI ha invece deciso di concludere il ministero petrino nella preghiera e nel silenzio, per evitare che altri gli prendessero la mano nel governare la vita della Chiesa, come ad esempio avvenuto con i 40 vescovi nominati da Giovanni Paolo II negli ultimi giorni di vita.
Una scelta, quella dei 115 cardinali elettori per il cardinale Bergoglio, che è risultata del tutto inaspettata sia per i suoi 76 anni di età, sia per essere già stato il più votato tra i non eletti al precedente conclave. Ed invece fra i due principali papabili, il cardinale di Milano Scola e il cardinale di San Paolo Schrerer, un terzo prelato proveniente dalla “fine del mondo” acquistava consensi scrutinio dopo scrutinio, fino a raggiungere un probabile plebiscito.
Una decisione che rivela lo spostamento del cattolicesimo verso il sud del mondo: oggi ormai due terzi dei cattolici vivono in Paesi del sud del mondo, spesso nella povertà delle immense megalopoli urbane.
Un’immagine, quella del nuovo Papa, che ha fatto irruzione nella storia con la più assoluta semplicità di un discorso partito dal saluto «Fratelli e sorelle, buona sera» e proseguito parlando di sé come vescovo di Roma valorizzando la collegialità episcopale, quasi mettendo da parte la sua investitura papale, recitando con la folla le preghiere più popolari e chiedendo su di sé un momento di preghiera silente, quasi una benedizione dal popolo.

Uno stile nuovo che dimostra l’animo del pastore che sente il desiderio di rivolgersi alle persone con un linguaggio vicino e comprensibile.
Ma al di là delle semplificazioni dei media, che difficilmente escono dalla logica “destra sinistra”, “conservatore e progressista”, chi è veramente il primo cardinale latino americano salito sul soglio pontificio?
È uomo di spirito ma non è spiritualista, la sua lettura della realtà sociale, storico culturale e politica è lucida e acuta, non lesina le accuse alle forme di sfruttamento, al narcotraffico, alle situazioni che generano povertà ed emarginazione e alle deviazioni provocate dagli eccessi dell’economia speculativa .
È uomo di Chiesa e assolutamente rispettoso dell’ortodossia dottrinale e della disciplina ecclesiastica, ma non è clericale, la sua attenzione al popolo e ai “suoi” poveri è continua ed incessante.
Insomma, è un pastore semplice, dal tratto umile, attento al suo interlocutore, vicino a tutti. Ha fatto per sé la scelta di una povertà personale e di una solidarietà di vita che lo avvicina a tutti e lo rende profondamente empatico.

In ultima analisi, Francesco I non è soltanto il nome di una persona ma un progetto di Chiesa povera, semplice e più evangelica, che rinuncia ai simboli del potere e a quei fasti secolari che tanto ostacolano la credibilità del suo messaggio. Soltanto il tempo ci dirà se quel progetto verrà realizzato.