Brexit? Perhaps!

Non è affatto persuaso che tutto sia compiuto riguardo l’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea. Marco Piantini, consigliere per gli affari europei del presidente del consiglio italiano. Lo ha spiegato ieri a Modena presso il Centro Culturale F.L.Ferrari al palazzo Europa. Un incontro partecipato da numerose persone interessate a capire cosa succede ora nei rapporti con la Gran Bretagna e quale ruolo può svolgere anche la politica estera italiana a questo proposito. Oltremanica si è tenuto un referendum consultivo che ha espresso la volontà maggioritaria del popolo britannico di svincolarsi dai legami con la Unione Europea. Una indicazione politica forte, anche se non fortissima. Sia per i numeri di una maggioranza non eclatante, sia per lo stupore con il quale parte degli stessi votanti pare avere reagito ad un esito che nemmeno i più accesi sostenitori del “leave” credevano davvero potesse realizzarsi. Ora tocca ai poteri istituzionali decidere, avviando le procedure di revisione previste dai trattati comunitari che porterebbero ad una effettiva ricollocazione della Gran Bretagna nel contesto europeo. Potrebbero, per assurdo, perfino prendere decisioni difformi dalla volontà popolare espressa dal referendum e, comunque, finché non vengono avviate tali procedure formali, di fatto, nulla è ancora accaduto.

In effetti, Theresa May, neo primoministro britannico, appena varcata la soglia di Downing Street, ha subito cominciato a prendere tempo e non pare intenzionata a passi decisi prima del nuovo anno. Ma è un’altra la motivazione ancora più forte che spinge Piantini ad una analisi scettica sullo strappo inglese e il suo effettivo compimento. Il destino è insieme. E la Comunità Europea in tutta la sua evoluzione storica è stata ed è un processo concreto di condivisione, di cultura dei diritti, di politiche transazionali, di dialogo costruttivo verso un mondo fatto più di connessioni che di confini. Si parla con facilità dei limiti di una Unione Europea che non riesce ancora, dopo decenni, a fare davvero il suo mestiere ma va riconosciuto un grande successo a questo progetto di comunità continentale che è quello di avere ammansito i nazionalismi, costruendo spazi di elaborazione comune. Nel dibattito che ha seguito la sua presentazione, il prof. Piantini si è confrontato con una batteria di domande ed interventi dei partecipanti all’incontro, tra i quali numerosi amministratori ed esponenti politici locali, spiegando che i modelli di “relazione alternativa” che Londra potrebbe instaurare con la UE (stile Norvegia o Svizzera, ad esempio) non sembrano offrire migliori condizioni di coabitazione e collaborazione e, di fatto, non c’è nessuno che abbia fin qui elaborato ipotesi migliori.

La velocità con la quale si studiano soluzioni è inadeguata ed i ritardi molto gravi. Lo dimostra anche la difficile situazione della Turchia, con la quale la UE tarda da troppi anni a definire uno schema di relazioni inclusivo, capace di coinvolgere anche quel Paese in uno stile di equilibri democratici più robusti.
Non possiamo passare i prossimi mesi ad occuparci dei problemi inglesi. E’ tempo di costruire i prossimi passi di una nuova e più forte cultura europea.

La prima rivoluzione di Francesco

Francesco è l’unico leader credibile a livello internazionale. E non per la standing ovation che lo accoglie nei suoi viaggi; nemmeno per le “toccanti” frasi e i gesti “semplici” che distribuisce durante le udienze. Ma per la svolta antropologica che sta portando avanti all’interno dell’antica istituzione che governa: la Chiesa vecchia, rigida, tradizionalista e fredda lascia spazio a un nuovo modo di “essere pastore”. Questo non comporta un indebolimento della Chiesa. Che comunque continuerà a battersi per le ingiustizie e le immoralità che si consumano nel mondo. Lo farà, però, rispettando un nuovo paradigma. Perché – lo ha detto il papa stesso in una delle sue prime interviste – “chi sono io per giudicare gli altri?”.
È questa la fotografia scattata, a circa due anni dall’inizio del pontificato, da Gianfranco Brunelli, direttore della rivista “Il Regno”, nel corso di un incontro promosso dal Centro culturale F.L. Ferrari.

Quale modello di Chiesa ha in mente papa Francesco?
Per comprendere il nuovo “modello di Chiesa” che ha in mente Bergoglio, occorre tornare agli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI che, attraverso le sue dimissioni, ha dimostrato “l’infragilimento della figura del papa” e confermato che, in fondo, «la “società perfetta” da contrapporre alla modernità non era più così perfetta». «Quel gesto – ha spiegato Brunelli – ha liberato una forza enorme dentro l’istituzione ecclesiastica», perché ha dettato un «cambio di paradigma».
Un cambio di paradigma che papa Francesco ha cominciato a interpretare subito dopo l’elezione. «La sua Chiesa non intende criticare il contemporaneo a partire dalla Dottrina, dal Magistero, da una formulazione concettuale – ha proseguito il direttore de Il Regno –. Vuole invece dialogare a partire da una svolta antropologica: al centro ci sono gli uomini e le donne del nostro tempo». Lo dimostra l’affermazione più radicale pronunciata da Francesco “Chi sono io per giudicare il mio fratello”: un’affermazione in sé assolutamente rivoluzionaria che mai dalla cattedra di un papa si era sentita.

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Pastori miti, non principi
A papa Francesco non interessa la “filosofia sull’umano”, ma l’uomo come “carne”, chi vive al limite della sopportabilità umana, il diseredato, il fallito. «Il suo è un modello di Chiesa che fa della scelta per i poveri non una scelta ideologica e neppure sociologica, ma evangelica, di conformazione a Cristo».
Lo si può comprendere bene quando il 21 giugno 2013, qualche mese dopo la sua nomina, riceve i nunzi pontifici, e parla lor del compito dei pastori.

Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. E’ un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”.

Secondo Brunelli una Chiesa di questo tipo, che fa della scelta dei poveri il modello di imitazione a Cristo, che si spoglia del proprio potere sacrale, che annuncia una modernità nuova nella fedeltà antica al vangelo – cioè la crescita della coscienza responsabile e spirituale così come della comunità cristiana – è una Chiesa che può amare solo il vangelo della tenerezza.

Il sinodo, la prima riforma di papa Francesco
Tanta enfasi è stata data dai media e dai commentatori alla prima parte del sinodo dei vescovi sulla famiglia. Un sinodo che, dal punto di vista delle procedure, ha inverato un diverso modo di essere della Chiesa. E per questo può essere considerato rivoluzionario. Francesco ha chiesto un coinvolgimento delle Chiese locali, di tutto il popolo di Dio, non solo dei vescovi. Ha applicato un “modello partecipativo”, tipicamente “conciliare”.
Al di là del tema della famiglia affrontato dai vescovi, l’effetto di questa riforma è di aver fatto «percepire al centro della Chiesa universale – a Roma – le diversità culturali, ambientali, di abitudini e anche le diverse miserie morali che ci sono nel mondo», e quindi di aver fatto «percepire una realtà che non è solo il frutto di un dibattito, che non può orientarsi solo a partire da noi, dall’Europa, dall’Italia, dall’Occidente, ma che deve guardare a come lo stesso tema e gli stessi valori comuni sono diversamente assunti nelle diverse aree del mondo».
Si è inaugurato, a detta del direttore de Il Regno, un «senso nuovo della Chiesa universale». Come avrebbe detto il teologo tedesco Karl Rahner «è finita l’epoca piana» quella di «una chiesa omogenea»: la Chiesa mondiale è una Chiesa che fa emergere le proprie diversità.

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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orizzonte

 

E’ bellissimo lavorare in grande

E anche: pensare in grande. Guardare oltre la linea dell’orizzonte. Oltre il quotidiano e il suo minimalismo, per immaginare un grande futuro. Che puoi vuol dire semplicemente rendere migliore il presente. Magari a partire dal passato. E’ questo l’insegnamento che probabilmente deriva dal laboratorio “Ribellarsi con maestria”, parte del progetto “RiBelli!” promosso dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, dall’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea di Modena e dall’Istituto Superiore d’Arte Venturi, per celebrare il centesimo anniversario della nascita di don Elio Monari, partigiano nato a Spilamberto e fucilato dai nazisti a Firenze nel 1944. Oggi presentiamo il video completo di quell’esperienza.

(Immagine di copertina, photo credit: Silvia Sala via photopin cc)

Giovani, ribelli e non indifferenti

Gli indifferenti dei nostri giorni sono quelle persone che non danno il proprio contributo, anche minimo, alla storia, sono i “deboli di spirito” come li chiamava Dante Alighieri, quelli che non hanno niente da offrire, figure tristi. I ribelli, invece, sono quelli che rompono il muro dell’indifferenza e sacrificano una parte del proprio tempo per cambiare – anche a costo di andare contro le regole – la città, il territorio e il mondo. A parlare non sono professori, esperti, politologi o sociologi, ma i giovani di Modena che hanno partecipato al progetto “Ribelli del terzo millennio” che si è concluso con un convegno il 6 marzo promosso dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, l’Istituto storico della Resistenza e l’Istituto superiore d’arte Venturi. Trecento sono gli studenti che hanno risposto al questionario on-line i cui dati sono stati diffusi durante la mattinata. Quattrocento gli studenti che hanno ascoltato al convegno le testimonianze di Sergio Guttilla e Angelo Benigno attivisti di “Rivoluzione delle Matite” e di Elisa Fangareggi presidente di “Time4Life International”.

ribelli2Il questionario. Tra novembre-dicembre 2013 sono stati coinvolti 285 studenti (171 femmine e 114 maschi) delle classi 4 e 5 superiore di Modena per rispondere a un questionario on line: di questi frequenta il liceo (147), un istituto tecnico (69), un istituto professionale (35) e un istituto d’arte (34). La maggior parte degli intervistati (180) ha dichiarato di essere intenzionato a proseguire gli studi all’università, 40 hanno detto di voler concludere gli studi solo con le superiori e 42 di non essere ancora convinti sulle scelte future.
Salute, libertà e amicizia sono gli “ambiti” che i giovani considerano “prioritari” (voto 9 su 10) per la propria vita, seguono l’autorealizzazione, la famiglia, la pace, l’amore, l’istruzione, il lavoro… in ultimo la religione (voto 5). Alla domanda “Se tu fossi il presidente del consiglio mondiale, quali sarebbero i primi tre problemi a cui cercheresti di dare una soluzione?” la maggior parte delle persone hanno indicato: guerre, disoccupazione e corruzione… a seguire inquinamento, criminalità, violenza verso le donne e i minori, immigrazione e globalizzazione.

La ricerca ha posto particolare attenzione sulle proposte che i giovani sono disposti a mettere in campo per risolvere i “problemi” del mondo: il tempo (voto 7,8), la reputazione (7,4), i soldi (6,9), il lavoro (6,3), la vita (5,4), la salute (5,3) e la famiglia (4,1) sono le principali risposte. Con chi saresti disposto a farlo? Con amici (voto 7,8), attraverso un’associazione di volontariato (7), attraverso l’Onu (6,9)… a seguire l’Unione europea, la Nato, la famiglia, internet, i giornali, le forze dell’ordine, le televisioni (tutte con voto medio 6), da solo (5,8), con magistrati, sindacati, industriali, parrocchia e amministratori (voto medio 4) e partiti politici (4,1).
Quale delle seguenti parole associ maggiormente all’idea di ribellione? Protesta (voto 8,2), rivoluzione (8), opposizione (8)… a seguire resistenza, rifiuto, insurrezione, sacrificio, sommossa, solidarietà (5,8), solitudine (3,7) e obbedienza (2,6). Qual è il personaggio che incarna il tuo ideale di ribelle? Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara, Nelson Mandela e Borsellino sono i nomi più ricorrenti.

«La ribellione per i giovani – ha spiegato Gianpietro Cavazza, presidente del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari – è per lo più un moto personale. È vero, rispetto al passato, se pensiamo per esempio alle rivoluzioni del ’68, sono venuti meno ideali e punti di riferimento, ma per i più giovani c’è ancora voglia di un cambiamento personale, talmente forte che può coinvolgere anche gli altri e creare movimento».

ribelli1Durante la mattinata sono intervenuti anche due giovani rappresentanti del gruppo “La rivoluzione delle Matite” nato a Bolognetta, piccolo comune della provincia di Palermo, in occasione delle elezioni del 2012. «E’ solo la paura che ci blocca, noi abbiamo capito che il futuro era nelle nostre mani e dovevamo fare di tutto per non farcelo rubare» hanno spiegato Sergio Guttilla e Angelo Benigno ricordando il lavoro fatto da un gruppo di giovani contro il “voto di parentela” e il “voto clientelare” nel proprio paese. Un impegno attivo che è costato loro anche minacce, superate con il sostegno di un gruppo di giovani impegnati in questa “rivoluzione” per portare la gente a votare secondo coscienza.

Anche Elisa Fangareggi, animatrice volontaria di Time4Life International, è impegnata in prima persona per portare aiuti alle popolazioni colpite dalla guerra in Siria e, in particolare, alle categorie più deboli e bisognose, i bambini. «Essere ribelli spesso ha una connotazione negativa – ha detto Elisa agli studenti – è possibile invece diffondere un messaggio positivo: se mi attivo, mi do da fare, anche trasgredendo le regole, quelle regole che non sento giuste, posso cambiare un piccolo pezzo di mondo».

(Immagine di copertina, photo credit: r.f.m II via photopin cc)

Ti amo e poi ti odio e poi ti amo

Alla presentazione del Quaderno del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, “Cara amica ti scrivo” ospite d’eccezione è  Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers che, per l’occasione, tira fuori dal cilindro il testo di una nuova canzone per Modena. Eccola.

Amo Modena perché mi ha dato molti posti in gioventù dove fuggire, nascondermi e divertirmi.

Amo Modena perché ha inventato la Panini e le sue figurine.
Odio Modena e la Panini perché non sono mai riuscito a finire un album.

Amo Modena perché mi ha dato un posto di lavoro in centro, sulla via Emilia, bellissimo, stupendo, in un negozio di dischi, il mio sogno.
Odio Modena perché dopo tre mesi mi hanno licenziato e mi hanno rispedito a Carpi.

Amo Modena perché mi ha dato anche un pizzico d’amore.
Ovviamente odio Modena perché subito dopo mi hanno lasciato… quindi il ricordo non è buono.

Amo Modena perché… banale: la sua cucina, unica, meravigliosa, inimitabile (come quella di Carpi ovviamente).
Odio Modena perché alla fine, potete vedere, mai perso un chilo in vita mia, mai.

Amo Modena perché mi ha insegnato a camminare da solo, mi ha insegnato a cadere e a rialzarmi.
Odio Modena perché in fondo sono un provinciale di Carpi e ho sempre tifato per il Bologna.

Amo Modena perché sul calcio ci ha regalato tante soddisfazioni.

Amo Modena perché mi ha raccontato un sacco di storie e di canzoni che ho potuto cantare in giro per il mondo.
Odio Modena perché in fondo ci ha sempre un po’ snobbato.

Amo Modena perché ci ha anche accarezzato e coccolato.

Ma in fondo amo Modena perché ha dato il nome ai miei sogni e al mio gruppo, perché in fondo Carpi o Sassuolo City Ramblers faceva veramente cagare.

 

Immagine di copertina: elaborazione grafica da un immagine dell’album di Cisco, “Fuori i secondi”.

Le cose “pubbliche” sono di ogni cittadino

Dedicare una parte della propria vita per svolgere “funzioni pubbliche”, che vuole dire essere a disposizione 24 ore su 24, non smettere mai di mettersi in discussione, fare rinunce rispetto alla propria vita privata e tanto altro, è un gesto d’amore nei confronti della propria città, con la consapevolezza che l’obiettivo che mi pongo è quello di non fare troppi danni con il mio operato. E’ la testimonianza dell’assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena, Francesca Maletti, raccolta nel Quaderno del Centro culturale F.L. Ferrari “Cara amica ti scrivo“.

malAmare la propria città è un sentimento molto profondo ed assume diversi significati e sfaccettature. Amare vuole dire conoscere la città sia nella sua totalità che nelle diverse specificità e peculiarità, prendersi cura della città, provare un affetto profondo e sentirsi parte integrante della città. Tutto questo vuole dire che quello che accade nella città riguarda anche me, che le cose “pubbliche” sono di ogni cittadino e non che ci deve pensare qualcun altro. Una città che è una porzione di territorio ben definito fatto di luoghi di ritrovo, di piazze, di strade, di case, di fabbriche, di laboratori e di negozi commerciali; ma soprattutto una città intesa come insieme di relazioni, di persone che abitano e vivono la città. Persone che hanno culture, religioni, aspettative, sogni e progetti diversi, ma che sono accomunate dall’obiettivo di vivere bene e di poter migliorare, o almeno non peggiorare, le condizioni di vita proprie e dei propri familiari. Per cui una città intesa come una comunità di persone che a loro volta si sentono parte di comunità più piccole.

Il ruolo che ricopro di assessore alle politiche sociali, sanitarie e abitative del Comune di Modena mi ha permesso in questi anni di venire in contatto con tanta sofferenza e disperazione ma nel contempo ho potuto incontrare centinaia di persone che quotidianamente, giorno dopo giorno, si fanno carico e si prendono cura di altre persone o di luoghi della città per permetterne la fruibilità alle altre persone. Il tagliare l’erba in un parco, l’andare a raccogliere pere per darle a famiglie in difficoltà, aprire la propria casa e il proprio cuore per accogliere un bambino in difficoltà o un adulto fragile, affiancare una famiglia per aiutarla a gestire il bilancio familiare, fermarsi ad ascoltare il vicino di casa o portare a scuola i figli dei vicini insieme ai propri… sono solo alcuni esempi di tantissime attività che vengono fatte in silenzio nella nostra città e che concorrono a costruire il senso di sicurezza e di comunità. Tante volte queste “piccole” azioni vengono date per scontate o sottovalutate perchè non fanno notizia, penso invece che siano gesti di amore nei confronti della città e che dovrebbero essere valorizzati maggiormente.

Ritengo che i maggiori ostacoli ad amare la città, nel senso che intendevo prima, sono alcuni sentimenti negativi che in questi ultimi anni sono aumentati e ci condizionano nel nostro agire quotidiano. Il senso di impotenza e di rassegnazione che ci invade, determinato dal fatto che, mentre conosciamo in tempo reale quello che succede dall’altra parte della terra, riusciamo ad incidere sempre meno sul nostro presente e futuro, come la possibilità a trovare un lavoro, o se crolla una borsa dei paesi asiatici il costo della benzina, della corrente elettrica e del gas a noi aumenta in termini significativi. Inoltre l’individualismo, il materialismo e la paura del futuro rischiano di indurci a sentimenti di chiusura verso gli altri, a pensare che quello che prevale è la competizione e di conseguenza a vedere gli altri come avversari, come competitor… con questi sentimenti non si possono creare atteggiamenti di collaborazione tra le persone o di amore verso la città. Inoltre ritengo che alcune forme di eccesso di burocratizzazione possano limitare la disponibilità e la possibilità di alcune persone di svolgere azioni di amore verso la città.

Come gesto d’amore per la mia città cerco di conoscere, di porre attenzione alle cose che succedono e alle persone che incontro durante la giornata, a comportarmi come parte di una comunità più grande, dalla quale derivano le mie radici ed alla quale devo rendere conto, con la consapevolezza che il bene (o benessere) della singola persona o famiglia si concretizza in un risultato collettivo e non singolo. Inoltre, per il ruolo che ricopro, sono chiamata a fare scelte e prendere decisioni in base al bene della collettività… sembra un luogo comune parlare di “bene comune” che io però definirei “senso di comunità”; ben consapevole che ogni decisione che si prende comporta una scelta e ogni scelta una rinuncia. Nel corso di questi anni ho cercato di prendere decisioni che si basavano sull’equità, sulla giustizia e nella tutela delle persone in maggiore difficoltà e sono consapevole che questo mi ha portato numerose critiche e incomprensioni…

Il Quaderno “Cara amica ti scrivo” sarà presentato pubblicamente giovedì 13 febbraio 2014 alle 21 al Palazzo Europa. Saranno presenti Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers, e Riccardo Prandini, professore di sociologia all’università di Bologna.

Ecco il video trailer dell’evento:

 

Ti amo quindi ti difendo

La diffidenza delle persone ad accettare qualcosa dall’esterno uccide le nostre città. Abituati come siamo a consumare tutto, anche l’amore per la città si è affievolito: ci abitiamo, ma non la viviamo veramente. Amare Modena, secondo Maddalena Notardonato, studentessa all’Istituto d’Arte Venturi, significa anche difenderla. Il racconto di Maddalena è pubblicato sul Quaderno del Centro culturale F.L. Ferrari “Cara amica ti scrivo“.

ragaCredo che ovunque andiamo ci portiamo con noi sempre almeno due città. La città in cui noi siamo cresciuti, che sappiamo nostra nonostante i suoi difetti e la città che speriamo sia in grado di comprenderci e di rappresentarci.

Ogni città vive e respira in modo diverso. Amare la propria città significa comprenderla, capire i suoi limiti per trarne rimedio e capirne la sua quotidianità. Conoscere la storia che traspare dai monumenti e dai visi degli anziani, le tradizioni che custodisce, il “buongiorno” e i gesti che le persone si scambiano, le parole in dialetto e i vari accenti stranieri, le risate dei bambini, bambini che sorridono e piangono, le vie che si ricordano e quelle che si dimenticano, le persone che aspettano e si aspettano.

Significa anche difenderla, difenderla dallo smog, per esempio. Trovo scorretto, infatti, usare l’automobile per piccole tratte e addirittura farne uso sempre da soli, senza porsi il problema o meglio pensare all’opportunità di condividere quello spostamento con qualcun’altro e quindi dividerne il peso che avrà sull’ambiente. È necessario regolare l’impiego dell’automobile, utilizzando la bicicletta o i trasporti pubblici. Purtroppo la soluzione non è così semplice, perché mi sembra di notare che nell’ultimo periodo il costo del trasporto pubblico sia aumentato e che la puntualità e la qualità del servizio non sempre venga rispettata. È quindi più difficile essere coerenti con una scelta attenta alla salute propria e della città, riuscire a difenderla e amarla come si vorrebbe, poiché si è sempre più portati nella direzione opposta. A tutto ciò si aggiunga un altro tipo di inquinamento, conseguente all’enorme quantità di veicoli in circolazione, ovvero quello acustico provocato dai clacson e dal rumore dei motori, portandoci a fuggire dalla nostra città, evitando i luoghi pubblici e rinchiudendoci nelle nostre abitazioni.

A poco a poco ci isoliamo, credo infatti che la diffidenza delle persone ad accettare qualcosa dall’esterno, anche se ne si ricava vantaggio, uccida le nostre città. Ci comportiamo a volte come se fossimo soli e di conseguenza non ci curiamo dell’effetto delle nostre azioni e comportamenti su chi ci sta intorno e vive nel nostro stesso ambiente. È questo uno dei motivi che aggrava il problema dei rifiuti e del loro smaltimento. Fin dall’antichità, ma soprattutto nella società in cui viviamo, i rifiuti e la loro gestione rappresentano una questione problematica. Basti pensare a quante volte ci sono arrivate, mediante la televisione, immagini di una Napoli intrappolata dalla spazzatura. Consumiamo e buttiamo, produciamo immondizia e la allontaniamo da noi, dalla nostra vista, ma rimane. Ci costruiamo una sorta di realtà virtuale dove i rifiuti spariscono per magia e non ci curiamo del loro destino e soprattutto del loro peso sulla vita degli altri. Consumiamo in particolar modo la nostra città, permettendo al cemento di mangiare sempre più spazio. Oggi infatti si continuano a costruire edifici in maniera quasi ossessiva ed esagerata, molti di essi rimangono disabitati e nelle città le zone verdi vengono sempre più ristrette o considerate quasi degli optional.

Noi viviamo nelle città ma non siamo più in grado di viverle davvero. Le utilizziamo come oggetti, il nostro amore per questi luoghi si è affievolito a tal punto che non ci riconosciamo più in essi, senza renderci conto che siamo gli unici responsabili del loro cambiamento. Di fronte a ciò il cittadino non dovrebbe chiudere gli occhi, ma impegnarsi il più possibile per garantire una quotidianità più piacevole. È importante quindi ritrovare l’amore per la propria città, il piacere ad assaporarne gli spazi, gli angoli e i colori. Perché sarebbe magnifico far coincidere le due città che ci portiamo con noi, in una sola: quella in cui stiamo vivendo.

Il Quaderno “Cara amica ti scrivo” sarà presentato pubblicamente giovedì 13 febbraio 2014 alle 21 al Palazzo Europa. Saranno presenti Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers, e Riccardo Prandini, professore di sociologia all’università di Bologna.

Ecco il video trailer dell’evento:

 

Ami la città se non ti senti solo

Ho imparato che si possono amare più città, e che aver vissuto in diverse città è solo un arricchimento della personalità. Puoi amare la città solo se ci stai bene, se non ti senti solo e isolato. Kristina Starschinski è arrivata a Modena per svolgere il Servizio Volontario Europeo… poi non se ne è più andata. Ha raccontato la sua storia nel Quaderno del Centro culturale F.L. Ferrari “Cara amica ti scrivo“.

kristinaDa russa-tedesca, nata in Kazakistan, cresciuta in Germania e ora vivendo a Modena, posso dire che includo in me tre città. Per cui “Amare la città” per me significa amare tre città diverse, in tre modi diversi. Oltre ovviamente le varie particolarità fisiche e visive, cioè i vari monumenti e paesaggi diversi, c’è anche un altro livello da considerare: quello sentimentale, ovvero con quale città mi identifico. E la risposta a questa domanda non è facile.
Della mia città natale in Kazakistan che ai tempi si chiamava Kirowskij non ricordo tanto visto che ero piccola quando ce ne siamo andati. Nonostante questo sento un forte legame con questa piccola cittadina in mezzo alla steppa kazaka e un giorno vorrei tornarci per scoprire dove sono nata e dove i miei genitori e nonni hanno vissuto per molto tempo. In questo senso “amare la città” significa ricordarsi delle proprie radici.
Quella che chiamo casa, è la piccola città Offenburg nella Foresta Nera in Germania. Lì ho passato 15 anni della mia vita e lì sono cresciuta. La chiamo casa perché ora tutta la mia famiglia vive lì e si sente a casa.
“Amare la città” qui è amare la città in cui sei cresciuta e dove vive la tua famiglia. Nonostante questo, ho scelto Modena come città in cui vivere adesso. È stata una scelta per la mia crescita personale e per la mia felicità. Qui, anche se sono sola, cioè senza la mia famiglia, mi sento a casa ugualmente. Ci sono gli amici nuovi, lo studio, il divertimento – tutto quello che mi fa star bene e che mi fa sentire “a casa” in un certo modo. “Amare la città” vuol dire quindi anche sentirsi a proprio agio nella propria città.

Questi tre modi di amare la città sono diversi, ma nello stesso momento li porto sempre con me, ovunque vado. Però l‘amore per la città ci può essere soltanto se stai bene nella città. Se uno si sente solo e isolato, non può certamente amare la città perché non lo fa stare bene. Questo succede spesso in città grandi, dove le persone spesso vivono ognuno per sé stesso, anche se uno accanto all’altro. Vivono in anonimità. Amare la città per me significa anche socializzare, entrare in contatto con la città, provare ad integrarsi. Per quanto riguarda me, io mi indentifico con tutte le tre città, ovunque vado. Ne parlo, racconto delle storie, invito la gente a trovarmi – in un certo senso le valorizzo. Anche vivendo a Modena ora, mi ricordo sempre delle due altre perché fanno e faranno sempre parte della mia identità culturale. Ho imparato che si possono amare più città, e che aver vissuto in diverse città è solo un arricchimento della personalità.

Il Quaderno “Cara amica ti scrivo” sarà presentato pubblicamente giovedì 13 febbraio 2014 alle 21 al Palazzo Europa. Saranno presenti Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers, e Riccardo Prandini, professore di sociologia all’università di Bologna.

 

(Immagine in evidenza: elaborazione grafica da: Lotus Carroll via photopin cc)

Per uscire dalla crisi gli italiani devono tornare a scuola

Ridare un futuro alla scuola e, con lei, a tutto il nostro Paese? Ridisegnare un orizzonte di speranza oltre la crisi economica e la sfiducia che come una cappa tiene l’Italia bloccata, in standby? Si può. Proprio a partire da uno degli ambiti più trascurati in questi ultimi anni: la scuola. Se ne è parlato il 29 gennaio scorso al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari in occasione della presentazione del volume “Quale futuro per la scuola (pubblica)?” di Giovanni Manzini, già Sottosegretario alla Pubblica Istruzione nel Governo Amato. Oltre all’autore, è intervenuto Carlo Petracca, già ispettore e direttore generale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca.

(In copertina, una rielaborazione grafica da: photo credit: pellethepoet via photopin cc)