I libri belli. A Carpi Aldo Manuzio e la xilografia

Questa mostra, davvero unica e interessante, prende corpo dalla presenza di Aldo Manuzio nella cittadina carpigiana. I libri belli ripercorre il legame esistente tra l’editore e Carpi. Manuzio capitò in terra modenese in qualità di tutore della famiglia dei Pio, tra il 1480 ed il 1489, probabilmente menzionato da Pico della Mirandola, zio dei principi Pio. Con Alberto III mantenne un rapporto privilegiato di amicizia. A Carpi nasce l’idea di una “stamperia” che egli potrà realizzare a Venezia con il sostegno economico del principe Alberto Pio. Attratto dalla grande quantità di codici che si trovavano con lo scopo di stamparli, di renderli più fruibili e meno costosi. Venezia era allora il migliore centro editoriale d’Europa: in quella città egli ebbe un’ulteriore spinta a pubblicare perché temeva la dispersione dei patrimoni librari, sotto l’instabilità politica del tempo e delle guerre. Inoltre egli voleva mutare l’approccio verso il libro, facilitare il sapere, ampliare la conoscenza. La mostra degli otto xilografi italiani è un omaggio alla figura illustre di Ugo da Carpi, inventore del chiaroscuro e si inserisce nel tradizionale appuntamento della Biennale della Xilografia. In questa occasione Emilio Isgrò ha cancellato alcune pagine del Polifilo, apportando così un suo personale omaggio all’invenzione dell’editoria moderna.

La mostra di Carpi tesse un filo lungo la penisola che raggiunge Bassiano (Latina), paese natale di Aldo Manuzio, padre della moderna editoria ed illustre umanista. A lui si deve l’invenzione del carattere “Bembo” e del corsivo. Inoltre lo possiamo anche definire lo sviluppatore dell’idea del tascabile, ovvero di un libro che potesse essere portato agilmente sia nei viaggi brevi che nei lunghi. Nel suo paese natale, Bassiano, si è sviluppata una tradizione culturale e tipografica che ha reso possibile la realizzazione di un museo unico in Italia, il Museo delle Scritture. La struttura si propone come un luogo di testimonianza e centro di ricerca, conservazione e valorizzazione della scrittura come segno dell’uomo, dalla tavoletta di cera ai bit dell’era digitale.

Il borgo medievale si raggiunge percorrendo una strada che, tornante dopo tornante, svela il suo paesaggio antico fatto di querce, faggeti e rocce. Queste terre separavano gli abitanti dei paesi dalle aspre e malsane paludi pontine, infine bonificate solo in epoca fascista. Territori attraversati nel corso dei secoli da cavalieri templari, briganti e papi. Parte di antichi feudi della nobile famiglia dei Caetani. Davanti alla porta del serpente, l’antico ingresso di Bassiano che è ora divenuto l’entrata del Museo delle Scritture, ci aspetta Samuele Caiani, istrionico Cicerone e padre putativo di questo singolare museo. La sede museale è dedicata al bassianese Aldo Manuzio, insigne editore, stampatore ed umanista, di cui quest’anno si celebra il V centenario della scomparsa. Una figura davvero singolare, formatasi inizialmente a Roma negli studi umanistici; poi approfonditi a Ferrara, fu tra i primi ad intuire la potenzialità dei caratteri a stampa per la diffusioni delle arti e della cultura.

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Ciò che rende singolare questo museo al visitatore, è che entrando in esso, ci si trova a ripercorrere la storia dell’uomo attraverso la scrittura, attraverso l’analisi di quel segno che ci ha caratterizzato sin dagli albori della civiltà… Il nostro ”cicerone” Samuele, bolognese di origine ma laziale d’adozione, ci accompagna in un percorso storico e antropologico delle diverse forme di scrittura.

Si inizia da una sala in cui si mostra l’evoluzione dei diversi strumenti e supporti impiegati per scrivere, sino ad arrivare alle moderne “macchine” informatiche. Su di un muretto, in maniera ininterrotta e senza didascalie, partiamo dalle tavolette di cera, per passare alle bellissime e leggiadre piume. Poi vediamo i pennini con i calamai e le relative boccette d’inchiostro. Successivamente notiamo le penne a sfera e le macchine da scrivere, tra cui le mitiche ”Valentina” e “Lettera” della Olivetti.
Fino ad arrivare ai computer. Non si può restare indifferenti ai tanti oggetti in mostra, poiché ognuno di essi in maniera commovente ci ricorda un’epoca ed i relativi sforzi per rendere più agevole il supporto con cui scrivere.
Nelle sale successive troviamo enormi e pesanti macchine tipografiche e la cassettiera del tipografo con tutti i tipi di caratteri che servivano per comporre il giornale. Un mestiere “infernale” perché un qualsiasi errore nella composizione dei caratteri (incluso l’eccessivo spargimento d’inchiostro) era passibile di licenziamento.

 

Senz’altro una delle sale più vivide nelfoto 2la memoria del visitatore, è quella dei graffiti. Questa sala un tempo era un carcere. Qui i lavori di restauro del museo hanno riportato alla luce sulle pareti, graffiti e disegni a carboncino. L’effetto d’insieme è stupefacente: sembra di trovarsi di fronte ad una specie di “Guernica”, in bianco e nero si scorgono testi di denuncia, riproduzioni di paesaggi, simboli religiosi, volti, parti significative del corpo umano. Il muro rappresenta uno spazio immaginario di libertà e fantasia. Ancora una volta la scrittura è protagonista e narra la vita delle persone ivi recluse.

Un’altra sala riproduce l’ambiente di un’aula scolastica del 1904, in cui insegnava Giovanni Cena e dove i bambini, sottratti alla vita di stenti e alla malaria delle campagne, apprendevano sui banchi di legno scuri, con il ripiano a ribaltina ed i fori per i calamai, il lavoro faticoso della scrittura e della lettura. Il museo si propone come luogo esplorativo dei differenti modi di essere della scrittura.

(ha collaborato Flaviana Fabozzi)

Uno a zero, palla al centro

Sì, sono ancora tutti increduli, eppure la mattina di mercoledì 29 aprile era ancora tutto vero. Vera la storica promozione, vera la festa, vere le troupe nazionali che in cerca di qualche tifoso da intervistare per le rubriche sportive dell’ora pranzo. E dire che da settimane ormai la classifica non lasciava spazio a equivoci: sarà per questo che a Lotito, che due mesi fa scongiurava di non ritrovarsi tra i piedi della massima serie squadrette di provincia come Frosinone e Carpi – “Una può salì, se mi porti squadre che non valgono un cazzo, noi fra due o tre anni non ci abbiamo più una lira. Chi cazzo li compra i diritti?”, cit. -, i tifosi han risposto con un altrettanto inequivocabile “stai sereno” (che vuol dire mo’ sono tutti cazzi tuoi, per rimanere sulla stessa lunghezza d’onda).

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Martedì notte, dopo lo 0-0 contro il Bari, la folla dei tifosi biancorossi si è riversata in piazza Martiri in attesa del pullman dei giocatori – che nel frattempo festeggiavano facendo irruzione nella minuscola sala stampa dello stadio Cabassi – e ha iniziato la festa per la squadra con più vittorie totali, con più vittorie in casa, con la migliore difesa e il secondo migliore attacco della serie B 2015 (questo, lo ammetto, l’ho preso pari pari da internet).

Inutile perdersi in ovvietà – il terremoto, la maglieria che resiste alla crisi, i lambrusco, il piccolo è bello e chi più ne ha più ne metta – perché ormai è già stato detto. Gli ingredienti sono vari: e mettiamoci prima di tutto un po’ di cose che han girato per il verso giusto e che hanno permesso al Carpi di salire inarrestabile, a stagione ancora aperta, verso la vetta. Poi la bravura di mister Fabrizio Castori, che per sicurezza già si auto-ipoteca con un “E chi si muove? Io qui ho trovato un ambiente piccolo ma in realtà ‘a misura d’uomo’ dove un allenatore viene messo in condizione di lavorare al meglio senza pressioni. Amo la città e mi piace come lavora la nostra società fatta di persone per bene che non fanno mai il passo più lungo della gamba”.

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Ha i suoi meriti anche il presidente Claudio Caliumi che con l’acquolina in bocca – e si faccia vivo chi non ha fatto almeno un pensierino alla partita con le grandi, giocata in casa al Cabassi? – già pregusta la sfida contro il suo Milan, ma che generosamente rilancia sulle virtù (nel senso di attributi maschili) del direttore sportivo, Cristiano Giuntoli, e sull’intero staff: “Noi siamo la dimostrazione di come le idee e la passione possano anche, a volte, avere la meglio sui grossi bilanci – osserva –. Abbiamo sempre adottato la politica dei piccoli passi pur rimanendo sempre molto ambiziosi. Quest’anno davvero siamo riusciti a creare un’alchimia perfetta fra gruppo di giocatori, tecnici e dirigenza e il risultato è sotto agli occhi di tutti”.

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Gli ingredienti di questa vittoria sono tanti insomma e se il neo sindaco Alberto Bellelli martedì sera aveva il sorriso un po’ tirato è perché ora questa grande magia aspetta il suo compimento ultimo, portare la serie A a Carpi (in quel Cabassi che ha quattromila posti ed è già in deroga per l’utilizzo in B). E questo vuol dire confusione, problemi che si aggiungono a quelli già esistenti, ma anche turismo e mercato, almeno un orizzonte progettuale in un momento in cui il “piccolo grande successo carpigiano” non è così luminoso e patinato come lo dipingono i media nazionali.

“Faremo di tutto per accontentare i nostri tifosi – ammicca Caliumi – perché è anche una nostra volontà, quella di poter giocare qui nella nostra città, ma se non dovesse essere possibile sceglieremo la soluzione più congeniale alle nostre esigenze”. Come dire: noi abbiamo segnato, ora città tocca a te. Uno a zero, palla al centro.

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COSA PREVEDE IL REGOLAMENTO
La capienza minima regolamentare per gli stadi della L.N.P. è di 20.000 posti per la Serie A e di 10.000 posti per la Serie B. Tutti gli stadi devono avere solo posti a sedere numerati, con sedute conformi alle nor- 10 me UNI 9931 e 9939 relative alle caratteristiche, dimensioni e sistemi di ancoraggio. Negli Stadi di Serie A e Serie B deve essere riservato un settore avente una capienza minima pari al 5% della capienza totale per i sostenitori della squadra ospite. Ogni 10 anni deve essere prodotto un certificato di idoneità statica delle strutture (Fonte: calcioweb.eu).

Quasi 6.000 km con un litro

Il veicolo che può vantare una percorrenza di 5.736 km con un litro di carburante – sì, avete letto bene – nasce a Modena. Ma, sorpresa, non in in delle tante eccellenze motoristiche della zona, ma in una scuola. Grazie al gruppo di studenti dell’Itis Da Vinci di Carpi, il “Team Zero C” (Consumo Zero di carbonio), che ha inventato un mezzo che somiglia più a un razzo che ad un’auto, e che occorre osservare più volte per comprendere come faccia a contenere un uomo, o quantomeno uno studente. I “prof” Stefano Covezzi e Marco Vidoni sono gli unici adulti nel laboratorio dove una manciata di ragazzi mostra orgogliosa Escorpio014, il veicolo alimentato a batteria ed energia solare classificatosi ottavo nella sua categoria – tra numerose scuole superiori e università europee – alla Shell Eco-Marathon che si è corsa quest’anno a Rotterdam, davanti a 25mila visitatori.

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“L’origine della competizione risale al 1939, in un laboratorio di ricerca Shell negli Stati Uniti, come una scommessa amichevole tra alcuni scienziati – spiega uno di loro, Elia Goldoni – il cui oggetto era come ottenere il massimo kilometraggio dai loro veicoli a partire da un litro di carburante”. Il concorso si è evoluto trasferendosi in Europa e richiamando migliaia di giovani ingegneri, sfidandoli su un semplicissimo principio: progettare e costruire un veicolo che utilizzi il minor quantitativo possibile di carburante – convenzionale (gasolio, benzina, benzina/GPL) oppure no (GTL, solare, bio-etanolo, idrogeno) – per percorrere una certa distanza. Si sfidano nella competizione gli istituti tecnici superiori e le università di tutta Europa e il team carpigiano vanta il primato italiano della sua categoria.

E così eccoli qui – tra loro ci sono futuri periti meccanici, elettronici e informatici – mentre candidamente ammettono che “il fatto di poter far parte di questo progetto è stata una motivazione sufficiente per frequentare questa scuola” ed osservano la loro creatura come una donna potrebbe osservare un paio di scarpe appena acquistato.
Non si creda che sia facile, che basti qualche ora “regalata” all’istituto. Già, perché il gruppo – 25 studenti in media ogni anno, e un team ristretto che poi parte per Rotterdam – lavora in orario extrascolastico, talvolta fino a notte e, osservano i ragazzi, “capita che passiamo più tempo a scuola il pomeriggio che al mattino. Soprattutto quando manca poco alla gara e in quattro giorni ti giochi tutto il lavoro di un anno”. Ma anche il rapporto coi docenti è diverso: “ci lasciano piena libertà di sperimentare le idee, ci appoggiano e ci spingono a fare sempre meglio”.

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“Il motore elettrico è del tipo a corrente continua a spazzole striscianti” spiegano i Daniele Timò e Luca Verzelloni scoperchiando il veicolo per mostrarne con orgoglio i componenti. “La scelta è stata fatta utilizzando un software che ci ha consentito di individuare il corretto rapporto di trasmissione massimizzando il rendimento del motore. Anche se già quando andavamo a idrogeno eravamo sempre dentro la top ten”, precisano.

Aerodinamica, scocca, freni, elettronica, motore, sterzo e ruote, tutto è stato costruito e assemblato tra i banchi di scuola: un progetto che costerebbe ogni anno 12mila euro, tra fabbricazione e trasferta… pochi per fabbricare un veicolo, tantissimi, troppi!, per farlo in un istituto superiore italiano. E infatti da un anno, oltre ad essere a consumo zero sono anche a budget zero. Come si fa? “Possiamo vivere solo grazie alle sponsorizzazioni esterne – chiarisce il professor Covezzi –. Ciò che non possiamo realizzare internamente per la limitatezza delle strutture che abbiamo a disposizione  lo chiediamo alle aziende del territorio coinvolgendo i ragazzi stessi. Ad esempio quest’anno dobbiamo costruire un veicolo del tutto nuovo, se vogliamo rispettare il rigidissimo regolamento della gara… per cui un pezzo che si aggira intorno ai 4000 euro devo trovarlo gratis. Il che significa che devo andare a parlare con le aziende, chiedere preventivi finché non ne trovo una che me lo faccia a questo prezzo”. E ovviamente in tutti questi passaggi i ragazzi sono in prima linea, a fronteggiare colloqui che “confrontandosi con i prezzi del mercato, ci permettono di portare a casa un piccolo miracolo” .

Oltre a spingere l’acceleratore sulle competenze dei ragazzi – tanto che tra loro c’è anche chi, come Lorenzo Ferrari, terminata la scuola e approdato a Ingegneria elettronica, prosegue nel progetto – questo impegno permette loro di costruirsi un bagaglio trasversale, utilissimo in azienda. “Il problem solving, l’attitudine alla cooperazione, la tenuta alla pressione, tutto questo sperimentato sulla propria pelle nei giorni di gara, nel confronto con i team migliori al mondo”, spiega Davide Malvezzi, team manager del gruppo, che si occupa degli aspetti burocratici, dell’iscrizione coi relativi documenti, del rapporto coi commissari di gara partecipando al briefing mattutini, rigorosamente in fluent english, rispondendo e accompagnandoli nelle ispezioni tecniche.

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“I miglioramenti li intuiamo guardando in gara al lavoro dei team migliori, sforzandoci di capirne le innovazioni. Perché il bello della competizione è che è tutto condiviso e libero e i team si possono confrontare – racconta Elia Goldoni –. Piano piano lo sguardo diventa esperto, ad esempio negli ultimi anni ci siamo accorti che aumentavano gli informatici intorno alle macchine nei paddock e abbiamo iniziato a studiare l’importanza dei dati e delle simulazioni, anche noi abbiamo inserito una componente elettronica significativa nel nostro veicolo. Ovviamente tutta autoprodotta perché ogni pezzo dev’essere realizzato internamente, con tanto di marchio di fabbrica”.

La domanda su come, otto anni fa, qualcuno si sia svegliato con l’idea di costruire un veicolo è d’obbligo: “cercando su internet materiale sul risparmio energetico è saltata fuori la Shell Eco-Marathon – racconta il professor Vidoni –. Ci siamo incuriositi, abbiamo scoperto che oltre a noi una sola scuola italiana partecipava, l’itis Bucci di Faenza. Siamo andati a trovare i colleghi che ci hanno incoraggiati a buttarci. Ora siamo noi a farci promotori a nostra volta di questa esperienza presso altre scuole”.

Nota:
Il team quest’anno è composto, tra gli altri, da Daniele Timò, Luca Verzelloni, Lorenzo Ferrari, Davide Malvezzi, Elia Goldoni e Alessandra Malagoli, che hanno parlato con me riuscendo a farmi capire (quasi) tutto, e che per bravura ed entusiasmo si meritano senza alcun dubbio di poter leggere il loro nome su queste pagine.

La seconda vita dei materiali di scarto

Entrare nello Spazio Erre è come entrare in una di quelle mercerie dove ogni scaffale trabocca di scampoli, tessuti e bottoni colorati. La differenza è che, accanto agli esemplari di sartoria, compaiono anche pile di bobine, ritagli di carta e cartone, colate plastiche, forme in plexiglass, tubi colorati e tanti oggetti a cui, da profani, non sapremmo neanche dare un nome.

Questo luogo così singolare è il progetto cardine dell’Associazione IncontrArti e si traduce in uno spazio fisico, a Fossoli di Carpi, “dove i materiali riprendono vita”. Dal 2011 la sua missione è raccogliere scarti aziendali dell’area modenese e promuovere nelle scuole iniziative didattiche che abbiano come scopo il riuso creativo di questi materiali.

spazio erre 2Marcello Neri, Ilaria Belloi, Gabriella Colla, Enrica Magnaguagno, Daniela Buldrini, Irene Valbonesi e Rossella Daolio sono i cuori pulsanti dell’attività. Provenienti da mondi diversi – dal turismo etico al volontariato, dalla psicologia alle agenzie interinali – hanno trovato nei temi legati all’ecologia, al riuso e all’educazione il loro punto d’incontro, portando sul territorio modenese una precisa attività già presente in zone limitrofe, prima tra tutti Reggio Emilia. Spazio Erre ha infatti tratto spunto dal reggiano REMIDA, spazio analogo attivo dal 1996 che, fa notare Ilaria Belloi, “oggi è una realtà grande e sviluppata, che ha il sostengo della politica, conosciuta anche all’estero.”

Spazio Erre. Se REMIDA è il gigante, Spazio Erre è ancora il bambino, ma cammina con tenacia sulle proprie gambe e ha le idee ben chiare. Il luogo fisico di Spazio Erre ha un fascino tutto suo e senza dubbio aiuta a proporsi, pur accusando alcuni limiti come la mancanza di un effettivo spazio di lavoro. “Questa è la parte più difficile – spiega Ilaria -. Sarebbe bello avere un posto più grande dove potere accogliere le classi, ma anche le famiglie che il sabato pomeriggio non sanno cosa fare. L’idea sarebbe arrivare ad avere un altro spazio su Modena, mantenendo quello di Carpi a livello di magazzino. Modena dà la centralità. Bisogna ricordare che c’è anche la montagna, noi abbiamo una scuola che viene da Palagano. Abbiamo anche tre scuole di Foligno che vengono a fare man bassa di materiali una o due volte l’anno, perché là non hanno nulla di analogo.”

Il rapporto con le aziende. Finora Spazio Erre è riuscito a coinvolgere una ventina di aziende che hanno acconsentito a donare i propri materiali di scarto, ritirati personalmente dall’Associazione. “Decidiamo quali aziende chiamare in base alle proposte formative che sviluppiamo – spiega Ilaria -. Gli scarti non sono ordinabili, dipende da cosa si produce, dagli ordini della clientela. Questo è un valore aggiunto, un modo per permettere alla creatività di mettersi in gioco. Anche i tempi di ritiro sono variabili, può essere ogni settimana come ogni tre mesi. Le aziende piccole spesso sono molto contente di vederci: loro ne hanno guadagno, volumi in meno da smaltire.”

Il rapporto con le scuole. Gli scarti raccolti diventano quindi i protagonisti di laboratori didattici rivolti a scuole di ogni ordine e grado. Si va dalle esperienze sensoriali al nido per mettere i più piccoli in contatto con forme e materiali, fino alle scuole superiori dove si cerca l’incontro con le aziende stesse e il mondo del lavoro. Ne sono un esempio “RRR” (la sfilata di moda organizzata a dicembre dalle scuole modenesi Cattaneo-Deledda e Venturi) e un progetto in corso con l’istituto Vallauri di Carpi che prevederà l’allestimento di vetrine nel centro della città dei Pio da parte degli studenti. Senza dimenticare le scuole primarie, come le Rodari di Modena, in cui dai materiali di scarto sono stati ricostruiti i giocattoli di un tempo. Ilaria racconta che le scuole si sono orientate a questo tipo di attività e cultura in modo massiccio. “Noi abbiamo un punto di vista filtrato dalla scuola, ma notiamo un aumento dell’interesse. La parte più gratificante è proprio vedere le insegnanti con gli occhi che brillano, inventare qualcosa di stimolante per i ragazzi, andare nelle scuole e vedere che la gente si diverte: bastano minime idee per instaurare relazioni sociali.”

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Il 2014 sarà l’anno della svolta per l’industria modenese. E non lo dicono le stelle

Il 2013 non vedrà ancora manifestarsi una ripresa industriale degna di nota, ma sarà comunque un anno di svolta per il sistema industriale modenese. Ma come?

Tutto è fermo al palo, i segnali di risveglio dell’economia scarseggiano, dove sta la svolta? La svolta nasce dalle acquisizioni estere e nazionali, che hanno punteggiato gli ultimi mesi della nostra economia locale.
La nostra analisi abbraccia tre dei cinque comparti, che hanno ormai da 30 anni innervato l’industria modenese: il biomedicale, il ceramico e la moda o, se preferite, il tessile-abbigliamento. Tralasciamo la meccanica e l’alimentare, perché il fenomeno appare in maniera più decisa tra Mirandola, Sassuolo e Carpi per citare le capitali dei relativi distretti.

Il biomedicale – sorto grazie al grande estro imprenditoriale del farmacista Mario Veronesi, un genio nel suo campo, sbocciato 500 anni dopo il grande Pico ancora a Mirandola – è cresciuto per impollinazione (basterà citare Bellco e Dideco), portando le multinazionali da tutto il mondo occidentale ad impiantarsi nel cuore della Bassa. La recente acquisizione della Gambro da parte del gruppo americano Baxter dimostra che neanche il drammatico sisma del maggio 2012 è riuscito a scalzare un comparto, dove la ricerca si fonde con la grande capacità acquisita dalle maestranze locale. Insomma quanto fu definito con il termine “valori depositati”.
I timori che si diffondevano sotto la tensostruttura di Finale Emilia nelle assemblee estive 2012 di Confindustria di gruppi stranieri pronti a “girare l’angolo” e a fuggire in altre regioni italiane si sono dissolti. Anzi, anche dalle parole di industriali, sia del settore, che dell’area di Cavezzo, come il mai morbido e mai domo Wainer Marchesini di WAM, traspaiono stima e apprezzamento per quanto la Regione ha saputo fare nel dopo-terremoto.

Scendendo da nord a sud scrutiamo la situazione del distretto carpigiano dell’abbigliamento. Abituato a cambiare pelle, appena ne intravede la necessità, dopo aver passato le fasi del lavoro a domicilio, del pronto-moda ruggente, dell’importazione cinese, la “lucertola” carpigiana scopre per prima volta nella sua ultracinquantennale esperienza che non si vive solo di imprenditoria locale. Dopo aver raggiunto negli ultimi 10 anni una concentrazione di imprese leader, a lungo invocata (il professor Sebastiano Brusco, già oltre 20 anni fa) da chi la paragonava al sistema Benetton e giudicava il sistema carpigiano troppo disperso in microimprese alla ricerca del proprio mercato, Carpi ha visto entrare nel giro di pochi mesi in due importanti imprese di “brand”, con i loro marchi Twin Set e Via delle Perle, fondi di investimento nazionali e internazionali. Certo esistono diversità notevoli tra i gruppi industriali esteri che investono sul biomedicale e gli “investitori istituzionali” arrivati a Carpi. Qui la logica imprenditoriale è sempre e comunque la massimizzazione degli utili e la cessione societaria nell’arco massimo dei 5 anni. Ma la tenuta dell’impresa nel distretto è legata oltre che al coinvolgimento almeno pluriennale dei fondatori nella compagine sociale alla qualità delle lavorazioni e al sistema stellare tipico di Carpi. Nessuno in Italia è capace di governare, come si fa a Carpi, i passaggi del ciclo produttivo, basato su un incessante entrata e uscita della merce, che parte dal filato e arriva al controllo qualità del capo finito. Certo saremmo tutti più felici… se nel sito dell’investitore istituzionale di Via delle Perle, a fianco si scrivesse Carpi e non Capri! Ma giusto per essere sicuri che si è entrati con il cuore e non solo con il soldo nella città dei Pio. D’altra parte la presenza di Light Force, l’ azienda che detiene il marchio Twin Set, sulla piattaforma Elite della Borsa italiana, in prospettiva è garanzia di consolidamento di un progetto di sviluppo a medio termine.

Resta la “tile valley”, la ceramica. Da Marazzi, acquisita dal gruppo americano Mohawk industries alla Rondine, dove è entrato il gruppo turco Seramiksan, prosegue il fiorire di investimenti di gruppi industriali stranieri. Le situazioni aziendali sono molto diverse da caso a caso. Il distretto attira sicuramente, come fanno notare primari industriali, ma è qui, a cavallo del Secchia, che bisogna riconoscere che esiste un serio problema occupazionale. I posti a rischio reali toccano la cifra di 5.000 addetti. Le aziende investono, ma anche il sorpasso della Spagna sull’Italia, quanto a volumi prodotti è un segnale inequivocabile. Le cifre diffuse durante il Cersaie segnano un andamento a due velocità: gli stabilimenti esteri dei gruppi emiliani tirano, quelli locali, quando va bene, mantengono la produzione precedente. Non saremo certo alle cattedrali nel deserto, ma gli stabili vuoti tra Maranello e Scandiano abbondano e sentire parlare di arrivo della Bretella fa quasi tenerezza.
E’ così che qui dobbiamo concordare con l’analisi dell’editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, che scriveva dopo l’acquisizione di Loro Piana «Stando così le cose è logico che finiamo per subire il paradosso del cachemire, siamo capaci di invadere i mercati più lontani con la qualità dei nostri prodotti e la compattezza delle nostre filiere, nel frattempo però rischiamo costantemente di prendere gol in campo amico. Di vedere le nostre aziende più prestigiose passare di mano». In altre parole servirebbe una politica industriale per evitare che l’Italia diventi in molti settori la Cina del lusso.

Giorgio Pagliani

 

 

Brucia un impianto, in cenere i legami sociali

29 FOSSOLINel tardo pomeriggio di sabato 24 agosto a Fossoli di Carpi si è sviluppato un incendio di vaste dimensioni presso l’impianto dell’azienda Ca.Re, un centro di selezione e trattamento dei rifiuti da imballaggio provenienti dalla raccolta differenziata domestica e dai rifiuti speciali non pericolosi delle attività produttive che serve un bacino di 50 km di diametro, protendendosi sulle province di Modena, Reggio Emilia e Mantova. Una imponente nube nera, ben visibile sin dall’autostrada, ha spaventato gli abitanti del paese e ha attirato centinaia di curiosi sul posto. Nonostante l’intervento di Vigili del Fuoco, Protezione civile, Polizia municipale e Carabinieri – nonché di Arpa (Agenzia regionale di prevenzione e ambiente) ed Ausl che hanno avviato la verifica e il monitoraggio dei valori di inquinamento – le fiamme hanno attaccato i 3000mq di capannone causando l’inagibilità di gran parte dell’edificio e dei macchinari, con un danno di 5 milioni di euro.
IMG_4786Dopo una partecipatissima assemblea dei cittadini, proprio in questi giorni un nuovo video riporta l’incendio al centro delle cronache locali ma, al di là dei tentativi di strumentalizzare politicamente le responsabilità in gioco e le conseguenze reali o presunte dell’incendio, appare chiaro come disastri di questa portata abbiano ricadute pesanti su una popolazione già pesantemente colpita dal terremoto del maggio 2012.
Nella zona sono insediati, oltre all’impianto di Ca.Re, il compostaggio di Aimag, la piattaforma di trattamento dei RAEE di Tredcarpi, le attività di recupero degli inerti, l’acquedotto industriale di Aimag alimentato dalle acque reflue urbane adeguatamente depurate, le discariche con recupero di biogas per la produzione di energia. Un vero e proprio “distretto del recupero”, viene però da chiedersi quanto le istituzioni abbiano investito per far comprendere il valore delle proprie scelte strategiche – se così sono state – in termini di ambiente. Ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati poi si ribellano.
La tensione e la paura causata dai recenti eventi geologici e ambientali, coesistono infatti con una forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini e lo sviluppo dell’uso dei social media è frutto della necessità di trovare canali diversi per far circolare le informazioni. Ma esiste anche un problema di controllo dell’informazione: la scienza non è mai neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che tende a cercarsi un po’ dove vuole le notizie a sostegno della propria posizione. Come è successo in questi giorni sui social network dove sono bastati alcuni click per incenerire il legame tra politici e cittadini.
IMG_4787Eppure, anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente, possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono investire e, ovviamente, informare. La comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore, un impianto di smaltimento o una via di comunicazione – va risarcita. Non si tratta di un dare-avere – si sa che la salute non ha prezzo – ma di contrastare le disuguaglianze e aver cura del territorio e di chi lo abita. In termini, ad esempio, di qualità e costo della vita, ambienti e infrastrutture, tutela ambientale. L’incendio di Ca.Re pone questi piccoli agglomerati urbani sotto i riflettori: pochi sono gli spazi “pensati” a disposizione della gente, i parchi, le occasioni di aggregazione, mentre i nuovi quartieri residenziali rischiano di rimanere dei variopinti dormitori.
Forse più capacità progettuale e comunicativa e una maggiore reciprocità nel farsi carico delle cose aiuterebbe non solo il riciclo dei materiali ma anche il recupero degli spazi di socializzazione e la cura per la vita collettiva delle nostre città e frazioni.

 

 

Eros e Polis

filo1Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia? Un aggregatore sociale, ma anche l’occasione per ridefinire un’etica della politica

A Modena la filosofia scende di nuovo in piazza, portando avanti la tradizione delle dodici edizioni precedenti con risultati da record, e riconfermandosi grande iniziativa di pedagogia pubblica e di comunicazione moderna dei saperi, oltre che un prezioso strumento per la valorizzazione del territorio.
«Tre giorni che riempono la città. Il Festival risponde alla voglia di pensare» afferma Alda Baldaccini, segretario della Fondazione San Carlo.

Festival Filosofia coinvolge e rivitalizza tre città: le piazze, le location dei centri storici e la partecipazione attiva della cittadinanza rendono Modena, Carpi e Sassuolo personaggi primari.
Nondimeno la manifestazione si distingue per la scelta dei temi proposti. Questa del 2013 è stata l’edizione dell’amare. Il direttore scientifico Michelina Borsari precisa: «amare, non amore. Amare interessa in quanto implica una relazione, anche con la polis. Amare connette. O non connette e ci lascia da soli».
In questo caso specifico, viene da dire che amare connette, eccome. Il pubblico del festival riempe le piazze e le strade come una polis possibile,innervata di philia e con cittadini di tutte le età, luogo di ricerca a misura d’uomo.
Philosophia ed Eros sono connaturati similmente, legati dall’idea di ricerca. La prima ha la sua radice etimologica nella ricerca del sapere, il secondo invece è figlio dell’Indigenza e dell’Espediente.

filo4Cosa va cercando chi partecipa al Festival della filosofia?

Tommaso, 20 anni, studente, ci dice che apprezza vedere la Filosofia assumere un ruolo di aggregazione sociale; auspica che possa servire a ridefinire un’etica della politica. Anche Laura, studentessa di 26 anni, vede nella filosofia un possibile veicolo di moralità e di insegnamento per la politica.
Franco nota invece come la filosofia attualmente si sia aperta agli spazi e alle tematiche sociali, ma che viene anche interrogata come qualche cosa di terapeutico, anche se spesso questi tentativi inesorabilmente naufragano: «Come avviene per la fisica, anche quando si indaga il pensiero umano o si assume un ruolo educativo, bisogna fare i conti con il problema dell’intrusione, con il pericolo di alterare il dato durante l’osservazione di un fenomeno. Ci si rifugia allora nella speculazione».
Filippo, 28 anni dal Festival porterà con se’ una frase di Gramellini: «Chi ama è la persona più dignitosa di questo mondo».

L’amare che si sparge nelle città assume forme diverse, si declina talvolta nella simmetria di esperienze transitive vissute nell’apertura verso l’Altro, talvolta si declina invece in forme intransitive e senza reciprocità, in cui le oscillazioni di Eros lasciano l’animo in balia di passioni inappagate e di fantasmi.
Quello che si va cercando sono forse nuove grammatiche amorose, di condivisione, di valori e quadri culturali che consentano agli individui di relazionarsi in un tempo in cui si susseguono velocemente rivoluzioni scientifiche e tecnologiche ma anche politiche e sociali. La filosofia può forse fornirci la rete di simboli a cui aggrapparsi per orientarci in una realtà profondamente mutata, e così velocemente.
Massimo Cacciari, che abbiamo incontrato sulle strade del Festival, «c’è bisogno di pensare, questi sono segnali positivi. La voglia di partecipare a queste manifestazioni dà qualche filo di speranza».

(Foto di Laura Zanazzo)

La fatica val più dell’opera agli occhi di Dio

«Quando hai eretto pietra su pietra, con sacrificio e rinunce, la costruzione che pur deve servire a Dio, una raffica spezza ogni cosa. Ma bisogna non disperare ancora. Bisogna porsi pazientemente all’opera di ricostruzione. Dio vuol dimostrarci così quanto siano labili le nostre povere opere. Può apparire questa una delle contraddizioni del Cristianesimo. E racchiude invece una grande verità. La fatica val più dell’opera agli occhi di Dio. L’opera può farci inorgoglire; la fatica rimane il solo titolo di merito davanti al Signore».

Sono le parole che Odoardo Focherini (1907-1944) ha detto all’amico Giacomo Lampronti dopo il bombardamento su Bologna il 29 gennaio 1944 che ha distrutto la sede del quotidiano “L’Avvenire d’Italia” dove lui lavorava. Focherini fu imprigionato dai nazisti, perseguitato e portato nei campi di concentramento colpevole di aver messo in salvo oltre cento ebrei grazie a un’organizzazione da lui ideata per falsificare documenti. E’ il primo giornalista, laico, che la Chiesa ha beatificato. Nel video alcuni attimi della cerimonia a Carpi.

Un laico, un uomo comune, marito di Maria e padre di sette figli. Beato per la sua fede e il martirio subito. Così lo ha ricordato uno dei suoi figli, Rodolfo.
«Odoardo è il babbo che per tanti anni ho atteso ritornasse a casa. Era un marito molto affettuoso e un padre moderno, che amava molto giocare coi figli al termine della giornata di lavoro. L’attenzione per noi risulta evidente nella lettera scritta dal campo di concentramento di Bolzano per i suoi bambini in cui, proponendoci un indovinello per scoprire il luogo in cui lui si trovava, nonostante l’angoscia per la sua situazione, riesce ancora una volta a giocare con noi».

Un treno per Auschwitz, tempo al tempo

Ci vuole tempo per scrivere del treno per Auschwitz 2013. Non perché ci voglia tempo a pensare a quanto bella e potente sia stata questa esperienza per i 520 ragazzi di 32 istituti superiori di Modena e provincia che hanno partecipato. Ma per provare a mandare giù quello che in sei giorni intensissimi si è visto. Ma il tempo da solo non basta; il treno per Auschwitz no, proprio non va giù. Non si dimentica, non si digerisce, non si ricorda con meno dolore. A settimane dal rientro, ti resta dentro un senso di profondo disgusto alla vista di qualcosa che evochi il nazismo. Si deglutisce con più forza ogni volta che la televisione (ancora troppo poco spesso, per la verità) manda in onda le primissime immagini girate al momento della liberazione di quel campo.

Il treno per la memoria organizzato nel marzo scorso dalla Fondazione Fossoli insieme a Fabello viaggi è tutto questo. Ecco perché raccontarlo è difficile. Tutto comincia su un treno che percorre lo stesso tragitto che da Fossoli a Cracovia – 70 anni fa – trasportava migliaia di prigionieri ebrei che credevano di andare verso un nuovo paese e un nuovo lavoro e che invece andavano a morire. Comincia nelle cuccette in cui gli studenti (entusiasti e distratti, del resto hanno 18 anni e tutta l’energia del caso) si stringono curiosi. Comincia nei vagoni in cui il gruppo dei Flexus (insieme alle rappresentanti del coro delle mondine di Novi) canta festoso un repertorio sempre amato, da De André a Bella Ciao. Comincia dal freddo polacco che ti entra subito dentro dopo una notte di viaggio, da quella neve compatta che scende veloce.

Da quel momento il tempo scorre velocissimo perché il ritmo non lascia spazio. Ci si trova immersi in giorni di viaggio che costano tanto in termini emotivi. Auschwitz colpisce per tante cose, ma in particolare per quello che è. Oggi Auschwitz si chiama Oswiecim (e anzi si chiamava così anche prima che i nazisti arrivassero e la rubassero per i loro scopi); la gente ci vive – anche ai bordi del campo le villette hanno i giochi per i bimbi in giardino e sullo sfondo la porta della morte – e ci lavora. Tante imprese si sono conquistate lo spazio che avevano prima dell’occupazione, nelle stesse aree in cui 950mila persone furono uccise. Perché il campo di concentramento è più grande di quanto si creda: sei chilometri per tre solo la parte industriale. Poi c’è Auschwitz I, il primo settore. C’è Auschwitz II. C’è Birkenau. C’è un’intera città usurpata e trasformata in macchina di morte che oggi vive del suo passato.

Nell’ultimo anno a Oswiecim sono nati tre alberghi e quattro ristoranti in più, nell’anello che precede l’arrivo all’ex campo di concentramento dove il pellegrinaggio dei turisti è incessante. La Polonia ogni giorno fa i conti con un passato terribile e con la linfa vitale che quel passato regala alla popolazione. Le guide polacche raccontano quel campo di concentramento tutti i giorni a migliaia di comitive diverse, e la sera tornano a casa, a 400 metri di distanza, preparano da mangiare ai loro figli e il giorno dopo tornano al campo al lavoro. Eccola qua, la faccia che ti resta impressa di un mondo che non immagini.

Tutto il resto, di Auschwitz, lo hai già visto: nei film, nelle fotografie, nei libri di scuola. Anche se, e questo i ragazzi lo ripetono ogni volta che possono, «non è la stessa cosa». Ti si taglia la pancia, dentro, alla vista di una montagna di capelli umani tagliati ai prigionieri ebrei e destinati al mercato tessile tedesco. Sale l’orrore si fronte ad una stanza fatta di protesi, tolte ai disabili prima di ucciderli. Sembra di non poter respirare dentro la prima camera a gas, quella stanza angusta in cui chi credeva di andare a fare la doccia veniva invece ucciso da piccole bolle di zyclon-b (l’acido cianidrico) che in quindici minuti facevano esplodere le orbite degli occhi e seccavano la pelle.

Restano impressi i binari, dentro il settore di Birkenau, quello che contiene i forni crematori (nati per scopi sanitari e finiti per essere camere a gas, la più grande macchina di morte che ogni giorno poteva spegnere 1300 vite). Due strisce parallele di metallo che portavano alla morte convogli interi di innocenti, di bambini, di donne. Provi a immaginarti il rumore, le grida, la disperazione. Ma non ci riesci. Perché se Auschwitz non fosse stato quello che è stato, sarebbe un posto meraviglioso: betulle a perdita d’occhio, daini che pascolano, lepri che saltellano tra le baracche in legno. Il sole che fa scintillare la neve. Il silenzio. Non ce la fai, ad Auschwitz, a sentire il rumore del dolore. Ma puoi sentire freddo, quello sì. Puoi sentire quanto punge un brivido di orrore nell’ascoltare come si moriva di stenti, di fatica, di fame. Puoi sentire quanto fa male guardare un muro di fotografie di ebrei che riempivano valigie e valigie di ricordi che finivano subito tra le mani cattive dei nazisti. Puoi sentire la pelle d’oca che trapassa i vestiti nel fissare la porta della morte varcata da un milione di persone e superata, alla liberazione, solo da 7mila sopravvissuti. Puoi vedere e puoi sentire la bellezza di una fiaccolata fatta da 520 studenti di 18 anni che marciano per 800 metri sotto il vento per raggiungere il monumento alle vittime e mostrare fieri gli striscioni con i loro pensieri. «I testimoni siamo noi», «Ricordare», «Mai più». Sono parole che, in mano a questi ragazzi, vogliono dire molto di più. Ecco perché il treno per Auschwitz non si può raccontare: perché ce lo racconteranno loro.

Galleria fotografica di Sara Zuccoli:

Il malinconico enigma delle rovine

Esiste un’estetica delle rovine che ne riconosce appieno la bellezza, il valore. E pone parecchi interrogativi su cosa farne, «nella misura in cui» scrive Marc Augé in “Rovine e macerie” – «i molteplici passati ai quali si riferiscono in modo incompleto ne raddoppiano l’enigma esacerbandone la bellezza». Simili considerazioni non valgono solo per gli spettacolari resti di un passato più o meno remoto di cui è disseminato il nostro Paese, ma anche per la cosiddetta archeologia industriale che, alla considerazione del senso del tempo che qualsiasi testimonianza del passato finisce per indurre, aggiunge la variante del tutto contemporanea della percezione fisica della crisi che stiamo vivendo. Quasi un paradosso: le rovine industriali – magari di qualche decina d’anni fa – sono specchio simbolico del presente. La galleria fotografica che proponiamo qui sotto, per altro, è la riproduzione di un sito produttivo abbandonato tra Modena e Carpi (sulla Statale per Carpi Nord appena passato il viadotto dell’Alta velocità), che abbandonato non è più: nel senso che queste immagini (foto di D. Lombardi), risalenti a quasi due anni fa, raccontano di un luogo in piena decadenza che oggi non esiste più. E’ stato recuperato. Dunque immagini che provocano malinconia per una malinconia (quella propria di ogni luogo abbandonato) che non c’è più.  Un curioso spunto di riflessione, in questo momento in cui si discute molto a Modena di piano strutturale comunale, le cui linee guida sono “rigenerazione” e “trasformazione”.

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