Profughi. Perché dobbiamo aiutarli?

Dopo la pubblicazione del nostro articolo sull’accoglienza dei profughi e le responsabilità di politica e stampa, abbiamo continuato a leggere i numerosi commenti sui social network – principalmente su Facebook – a proposito del tema dei richiedenti asilo in Emilia-Romagna, una delle regioni – lo ribadiamo – più ricche d’Europa. A parte i commenti apertamente razzisti, fascisti e nazisti, le foto di Mussolini con le scritte “ci vorrebbe lui”, le ruspe, eccetera, abbiamo colto alcune domande fondamentali che i cittadini continuano a porsi. Per fare chiarezza su questi punti fondamentali, ci siamo rivolti a Valerio Corghi, coordinatore regionale della Caritas per l’accoglienza dei profughi.

Prima di tutto, quanti richiedenti asilo ospiterà l’Emilia-Romagna? E da dove vengono?

Ricordando quanto il fenomeno migratorio sia dinamico, mai statico ed in continua evoluzione, non dimenticando le motivazioni per cui le persone sono spinte a lasciare la propria terra (guerre, conflitti, violenze, intolleranze etniche…) è necessario un piccolo sguardo nazionale.

Dall’inizio dell’anno a maggio sono giunti in Italia circa 34mila migranti. Complessivamente il nostro paese ne ospita 74mila in strutture temporanee (messe a disposizione all’interno del progetto Mare Nostrum ora Frontex Plus), nei CARA (Centri di Accoglienza richiedenti Asilo) e nei servizi Sprar in Italia.Quasi un terzo le domande di asilo presentate.

La maggior parte delle persone proviene da stati africani (Somalia, Eritrea, Nigeria, Senegal Gambia e Mali) e da alcune zone dell’Asia (Siria e Pakistan).

Le Regioni che accolgono maggiormente profughi sono la Sicilia (23%), il Lazio (11%), la Lombardia (9%), la Puglia (8%) e la Campania (7%).

La nostra regione ha superato il 5% (3.187 presenti in 227 strutture temporanee, dati Ministero Interno – 4 maggio 2015, a cui si aggiungono i 782 inseriti nello Sprar per un totale di 3.963 persone), arrivando, oggi, a superare la quota di 4.300 profughi stabilita dal Piano nazionale di ripartizione regionale.

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Da dove vengono i soldi? Ad esempio a Modena abbiamo scoperto che c’è un budget di circa un milione di euro. Chi ce li mette?

Attualmente, il contributo economico investito per l’accoglienza viene gestito dal Ministero dell’Interno attraverso due canali: quello del “Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo” e quello istituito dal DL 30.10.1995 n. 451, convertito in legge 29/12/1995 n. 563.

Il primo garantisce la prosecuzione di anno in anno dei servizi di accoglienza nell’ambito dello SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il secondo è il fondo attraverso il quale il Ministero trae il contributo economico necessario per la creazione dei CAS gestiti quindi dalle Prefetture come da reg. 233 del 1996 per fronteggiare, con interventi di carattere straordinario a situazioni di emergenza che coinvolgono gruppi di stranieri privi di qualsiasi mezzo di sostentamento arrivati e presenti sul territorio nazionale.

I soldi che vengono utilizzati per l’assistenza ai profughi vengono tolti agli italiani in difficoltà?

Entrambi i fondi vengono provvisti, annualmente o al bisogno, di dotazioni economiche ed i Fondi Europei per i rifugiati, ora confluiti nei FAMI, vengono utilizzati proprio per sostenere questi tipi di interventi di emergenza e sono stati stanziati dall’UE pertanto non possono essere utilizzati per altre finalità, dirottati su altre voci di spesa senza intaccare i fondi riservati ai cittadini italiani.

Perché ai profughi vengono dati 2,50 euro al giorno e la scheda telefonica?

Per quanto concerne il contributo economico, pro capite pro die, garantisce ogni aspetto progettuale a tutela di ogni singola persona: accoglienza, vitto e alloggio, beni di prima necessità a cura dell’igiene personale, aspetti medico sanitari, corsi di lingua italiana, attivazione di assistenza legale inerente tutto l’iter previsto per la richiesta permesso di soggiorno per asilo politico, mediazione linguistico culturale, pocket money (2.50 euro giornalieri per le spese e necessità personali), possibilità di integrazione e attività sociali sui territori. Per quanto concerne la scheda telefonica, è necessaria e fondamentale, oltre che prevista, al momento dell’arrivo affinché il migrante possa contattare e parlare con la famiglia, a volte anche vicini di casa, per informarli, spesso a distanza di mesi o più, delle loro condizioni di salute e integrità fisica.

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Secondo lei la stampa come sta trattando l’argomento dei richiedenti asilo?

Reputo fondamentale una informazione vera, obiettiva, che non si scordi mai di un’etica e di una morale indispensabile che deve appartenere ad ognuno, sempre nel rispetto della persona, nella sua dignità, storia, vissuto, in quella di una comunità, di un territorio. Alle volte, purtroppo, gli interessi personali, l’egoismo, forme inutili di allarmismo che cercano di creare tensioni, o quant’altro non permettono tutto ciò …

Situazioni come quelle di Treviso e Roma potrebbero verificarsi anche in Emilia-Romagna?

Gli episodi di Quinto in provincia di Treviso e di Roma, Casale San Nicola per la precisione, devono farci riflettere. Secondo il mio parere, non si risolvono le situazioni con l’intolleranza, la violenza, lo scontro, la strumentalizzazione delle situazioni, la disinformazione dei fenomeni, il rifiuto dell’altro e le contrapposizioni. E’ necessario conoscere, apprendere, dialogare, cogliere l’accoglienza dei profughi come una opportunità che possa mettere anche in discussione i nostri stili di vita, le nostre consuetudini, aspetti l’economico – finanziari e diverse scelte politiche. Davanti a tutto persone, volti, sguardi, mani tese, necessità, diritto nei doveri di una vita migliore e un futuro di pace. E’ una situazione che non si può continuare ad affrontare come una emergenza: è una quotidianità che dura da oltre trent’anni. Questo deve interpellarci, può essere progettata, accompagnata con professionalità e dedizione, non ci deve spaventare o esimere dal riconoscere che tutto ciò è possibile: agendo sulla cultura, formando coscienze, continuando a percorrere insieme strade di giustizia sociale che non escludano nessuno.

In conclusione, una domanda che si fanno in molti, apparentemente banale ma comunque importante, ed è questa: perché dobbiamo aiutarli?

Il tema dei profughi è quotidianità che deve essere affrontata, condivisa, normata mettendo al centro la persona rispetto a quanto accade nei diversi paesi di provenienza. Tutto ciò nella solidarietà, nell’attenzione a chi è in difficoltà, nella giustizia di una società che include e non esclude, che spesso fatica ad essere equa, dove non deve esistere l’indifferenza ed il girarsi dall’altra parte o la paura, dove è necessario continuare a dare importanza all’accoglienza, all’ascolto, alla relazione, alla vita, proteggendo e tutelando i diritti umani, valori universali, condividendo percorsi e possibili progetti con e per la persona.

L’esperienza delle Caritas della nostra regione pone sempre l’attenzione a chi soffre, chi è in difficoltà, nella dimensione dell’ascolto, dell’accoglienza, della relazione, del “farsi carico di”, dello “starci” con generosità e cura. E’ prerogativa fondamentale tutelare la vita, provare a far ritrovare dignità nella prossimità ad ogni individuo, facendo un piccolo pezzo di strada insieme coinvolgendo e animando la comunità, ecclesiale e civile, dei territori.

(intervista a cura di Martino Pinna)

La carità si fa moda

Testo e foto di Isabella Colucci

Nel pieno centro di Modena, un negozio piccolissimo, 24 metri quadri che si aprono sulla popolare Via dei Servi, a due passi dal Mercato Albinelli. Discreto, passa inosservato al visitatore saltuario, ma con la particolarità di essere sempre affollato.

E’ l’Arca Charity Shop, il secondo punto vendita de “L’Arca”, il centro di raccolta e distribuzione di Porta Aperta.
Dopo l’esperienza del primo, sorto per autofinanziare il centro di accoglienza e situato in Strada Cimitero San Cataldo, Porta Aperta, l’associazione di volontariato della Caritas Diocesana Modenense, ha pensato di scommettere su qualcosa di nuovo e di ispirarsi alla moda dei charity shop inglesi puntando ad una clientela diversificata e posizionandosi per questo nel centro storico della città.

“Vestiti, scarpe, borse, arrivano all’Arca direttamente dalle donazioni della gente” spiega Chiara Messora che insieme ad altre volontarie si occupa della selezione “e normalmente vengono scelti per il punto vendita di Strada San Cataldo insieme all’oggettistica di ogni tipo e venduti a prezzi davvero simbolici. Ma quelli ben tenuti, puliti e senza difetti vengono destinati al negozio di Via dei Servi.”
Se il primo negozio attira maggiormente stranieri alla ricerca di vestiario a buon mercato o elettrodomestici da spedire per esempio in Africa e ambulanti a caccia di tesori, libri soprattutto, per i loro mercatini, quello di Via dei Servi vive della clientela tipica del centro storico. Un po’ di pubblicità iniziale e tanto passaparola hanno fatto di questo Charity Shop un negozietto sempre pieno di gente in cerca dell’occasione o del pezzo vintage a prezzi che si aggirano intorno ai 5 euro.

Eleonora
Eleonora

Ad Eleonora Pettinà piace lavorare al Charity Shop. Giovane, laureata, dipinge e realizza a mano gioielli, maschere e tante altre cose, a lei il lavoro di commessa part-time permette di avere tempo libero per dedicarsi alle sue passioni. “Mi piace il contatto con la gente” racconta “e qui si incontra una grande varietà di culture. Ci sono soprattutto le signore che vanno a fare la spesa al Mercato Albinelli, queste vengono anche tutti i giorni, spesso solo per chiacchierare un po’.” Sulle pareti campeggiano cartelli che spiegano di che negozio si tratta e che cosa avviene dei ricavi: “La gente sa da dove vengono i vestiti, molti chiedono informazioni e chiedono di portare qui la roba che vogliono donare.”

Tutto il materiale consegnato passa le due selezioni del magazzino prima, quella in negozio alla fine “Perché cerchiamo il più possibile di vendere cose senza difetti” continua a spiegare Eleonora.
Alle signore, clienti abituali, si aggiungono persone bisognose che trovano più comodo venire in centro e altro tipo di clientela, in particolare ragazze, che cercano il pezzo estroso. Non manca chi va a caccia dell’affare puntando ai capi firmati. “Cerchiamo di mettere i prezzi anche in base al valore della roba: pellicce e vestiti firmati non possono essere venduti a 5 euro, ma sicuramente ad un prezzo molto più basso dell’originale”. La merce per così dire nuova arriva ogni due giorni e spesso non si trova neanche il tempo di esporla che viene venduta.

Oggi con Eleonora c’è anche Daniela, una vita in Coop e ora, da pensionata, oltre a continuare a lavorare un po’, fa anche del volontariato: un giorno qui e un giorno nell’altro punto vendita. Solitamente aiuta Eleonora con la merce e le tante signore e in questa occasione le invoglia a rispondere alle mie domande.

Daniela
Daniela

Clelia ha 70, viene qui molto spesso anche se vive fuori dal centro, lo trova conveniente ma soprattutto considera importantissimo “il fine non a scopo di lucro” del negozio.
Franca invece ha 73 anni, abita qui vicino e ci viene sempre per trovare compagnia: “Anche senza comprare niente, un giro lo faccio, trovo da chiacchierare”. E’ stata per venticinque anni custode del Teatro Comunale di Modena, ora le piacerebbe fare del volontariato ma non sta bene e non ce la fa e anche suo marito è malato. Allora viene qui a far compere, le sembra così di fare anche una buona azione oltre che rispondere ad una sua esigenza di prezzi molto bassi. “Adesso, se ha finito con me, vado a chiedere a quella mia amica come sta suo marito, che non è stato tanto bene” mi sfugge Franca indicando una signora qualche metro più in là.

Franca
Franca

Non tutte mi vogliono dire il loro nome. Una di loro, molto elegante e ben truccata, dice che il suo nome è troppo particolare, la riconoscerebbero tutti e non vuole. A lei questo negozio piace per via dello “shopping vintage” oltre che per le sue finalità. “Ci divertiamo tanto” mi dice “ci confrontiamo sugli acquisti e si fa aggregazione. Ci ritroviamo tutte qui alla mattina prima di andare al mercato.”
“Io ho preso questa, mi piace” dice un’altra signora che vuol rimanere anonima mostrando una maglia bianca traforata e con i bottoni davanti. Poi mi confida di avere 60 anni e di essere un’esodata “in pieno”, perciò con poche possibilità di spendere. “Qui mancano solo i tavolini e le sedie per il caffé” ride “E si trova della bella roba. Ho preso anche una camicia per mio marito, firmata. Nuova! Ma non gliel’ho detto di averla presa qui se no non l’avrebbe voluta.” E fugge via anche lei.

E’ quasi ora di chiudere ma ancora qualcuno si affaccia dalla strada. E’ un’altra di quelle signore che vengono tutti i giorni: “C’è roba nuova per me?”

Vivere sospesi nella società

Hanno fra i 35 e i 55 anni, quindi in piena età lavorativa; sono per la maggior parte stranieri (72,3%) anche se la quota degli italiani non è per niente trascurabile; le più “fragili” e bisognose d’aiuto sono le ragazze madri e le badanti che a causa della morte dell’anziano che accudivano sono rimaste senza lavoro. I poveri in Emilia-Romagna sono una schiera di circa 20mila persone: qualcuno di loro è rimasto senza lavoro con lo scoppio della crisi e non l’ha più ritrovato, altri sono precari da una vita e altri ancora dopo i danni del terremoto del maggio 2012 hanno dovuto sopportare anche la mobilità o la cassintegrazione. Tutti hanno un comune denominatore: vivono “sospesi” nella società e, superando la vergogna, si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane.cittadinanza fascia età

Secondo la delegazione regionale della Caritas, che ha realizzato – con la collaborazione del Centro culturale F.L. Ferrari il Dossier povertà regionale 2013, sono state 19.921 le persone che hanno varcato la soglia di un centro d’ascolto (erano 17.209 nel 2009). «La crisi economica colpisce maggiormente i giovani, coloro che ancora non sono pervenuti ad una condizione stabile di vita» spiegano dalla Caritas. Probabilmente si sono rivolti agli operatori proprio «per essere aiutati a mettere le basi per il proprio futuro». Ma «gli effetti della fuoriuscita dal mercato del lavoro pare si siano manifestati anche nella fascia di età più elevata».
Sette persone su dieci di coloro che si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas emiliano-romagnolo convivono con altri, la maggior parte familiari, ma anche conoscenti con cui dividere l’alloggio. Da una osservazione qualitativa della situazione delle famiglie emerge un quadro caratterizzato da fragilità economica cui spesso si accompagnano problematiche legate all’instabilità dei rapporti coniugali, alla difficoltà ad interpretare il ruolo genitoriale, alla forte rarefazione della rete di relazioni. Per i nuclei familiari stranieri la presenza di molti figli nel nucleo accompagnata con molta frequenza ad un solo reddito porta ad una situazione di forte dipendenza dal sistema dei servizi.

Per accompagnare una famiglia fuori dalla trappola della povertà occorre, secondo Caritas, “prenderla per mano”. «Solamente dentro un rapporto personale di fiducia, stabile e profondo – hanno spiegato nel Dossier – è possibile immaginare, con quella fantasia della carità di cui parlava Papa Giovanni Paolo II, delle modalità per le quali chi è povero riacquisti fiducia nelle proprie potenzialità e desiderio di rendersi autonomo».

Per questa domenica vi proponiamo tre video.

Il primo riguarda il lavoro della Caritas portato avanti in particolare nella provincia di Modena a seguito del sisma.

A seguito della raccolta in tutte le parrocchie del 10 giugno 2012, le offerte pervenute a Caritas Italiana per le attività di ricostruzione e di sostegno alle popolazioni colpite sono state di 10,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i 3 milioni di euro subito stanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana in fase di emergenza. È stata inoltre avviata la realizzazione, in alcuni dei comuni maggiormente colpiti, di 17 Centri di Comunità, (strutture polifunzionali per attività, liturgiche, sociali e ricreative).

 

Il secondo video racconta di chi (operatori e volontari) in tempo di crisi economica è andato al di là della distribuzione di pacchi di alimenti, del pagamento di una bolletta o di un pasto alla mensa. Ecco la testimonianza chi è riuscito a “testimoniare compagnia”.

 

Il terzo video deve essere visto e rivisto, centinaia di volte, da chi crede che l’immigrazione sia un reato e sinonimo di insicurezza, da chi è convinto che lo straniero (magari rifugiato, magari disperato) non potrà mai riscattarsi e sperare in un futuro (lavorativo) migliore.

(photo credit: B Tal via photopin cc)

La carità non è una mensa

«Nella mensa della Caritas di Firenze non ci sono più gli extracomunitari, perché se ne sono andati via. Ormai vanno a mangiare là solo gli italiani. Ci sono in fila con il vassoio le famiglie con lo sguardo basso perché si vergognano». La frase che Beppe Grillo va ripetendo da alcune settimane nel tour della sua campagna elettorale, serve per scaldare la platea su uno dei punti del programma elettorale del Movimento 5 stelle: un piano di emergenza immediato per contrastare la crisi, mettendo al primo posto la creazione di un fondo destinato al reddito di cittadinanza per soddisfare i bisogni primari, dalla casa alla spesa. Sensibilizzare la gente sul tema delle povertà è positivo, ma il dato che l’ex comico presenta è falso.

Da anni si registra un aumento delle famiglie italiane in “zona povertà”, con un incremento delle richieste di servizi assistenziali. Ma questo “sorpasso” di cui si parla non si è ancora registrato. A Modena, per esempio, su 1.667 che si sono rivolte ai Centri di ascolto della Caritas diocesana nel 2012, soltanto 268 sono italiani. A livello nazionale gli utenti sono nel 70% dei casi stranieri. E’ vero che una quota di stranieri ha lasciato l’Italia (anche se al momento non esistono stime ufficiali), ma si tratta di quelle persone arrivate nel nostro paese da pochi mesi, che non hanno fatto in tempo a trovare un lavoro a causa della crisi economia, a ricongiungersi con la propria famiglia e quindi a integrarsi pienamente.

«Ci sono famiglie modenesi che con un aiuto possono arrivare meglio a fine mese, ma non si mettono in fila con gli extracomunitari per ritirare la sportina con generi alimentari». Secondo Federica Zironi, responsabile del Centro di ascolto della parrocchia di Fiorano, gli italiani bisognosi sono per lo più i «recidivi», quei nuclei familiari «da anni seguiti dai servizi sociali, spesso non pienamente inseriti nella società che in qualche modo li ha esclusi». Anche se ogni comune e ogni quartiere fa caso a sé, nella nostra provincia nessuno muore di fame e la povertà più grave è l’esclusione sociale: «Casi veramente difficili non ce ne sono – come spiega Zironi -; certo, ci sono famiglie che hanno bisogno di un aiuto per pagare la bolletta alla fine del mese, ma preferiscono rivolgersi direttamente al parroco, anche per un senso di vergogna, prima di passare dal Centro d’ascolto».

Il linguaggio dei politici, soprattutto in campagna elettorale, crea soltanto confusione e non consente di affrontare in modo serio gli effetti della crisi economia sui cittadini, oltre a ridurre maldestramente la funzione dei servizi di assistenza. Le “mense delle Caritas”, come sbrigativamente le chiama Grillo, sono una cosa diversa dai “Centri di ascolto” aderenti alla rete nazionale degli Osservatori sulle povertà. Il disagio non lo si conosce (e tanto meno lo si risolve) allungando un pacco di pasta e con qualche vestito di seconda mano. «Ogni sabato mattina consegnamo a circa 40/50 famiglie la sportina con generi alimentari – spiega ancora la volontaria di Fiorano -, si tratta di un aiuto a quelle persone segnalate anche attraverso una convenzione con il Comune. Ma l’attività più consistente è quella dell’ascolto delle esigenze delle famiglie, circa 20 ogni settimana».

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Immagine in licenza CC: “Soup Kitchen” di DiAnn

A Modena sono 89 mila. Ma non sono numeri

Presentato a Modena il 22° dossier Caritas Migrantes. A Modena gli stranieri sono quasi 89mila.

In provincia di Modena un lavoratore su sei è immigrato, guadagnano meno degli italiani, soprattutto le donne: mille euro netti in media, il 25% in meno. Sono alcuni dei dati del dossier statistico Immigrazione 2012 della Caritas Migrantes, presentato nei giorni scorsi all’incontro organizzato alla Camera di Commercio di Modena da Cna, Caritas, Centro Ferrari e Associazione Servizi per il Volontariato. Un volume ricco di numeri che offre una fotografia dell’immigrazione in Italia e nei suoi diversi territori, Modena compresa.

«Gli 89mila immigrati modenesi non sono numeri – spiega Franco Pittau, curatore dell’indagine – ma sono studenti, lavoratori, imprenditori, donne e bambini e provengono da 137 paesi diversi. Tutti con una storia da raccontare».

Una presenza che deve fare i conti non solo con l’ignoranza e il pregiudizio, sempre troppo diffusi (come disse Einstein, è più difficile spezzare un atomo che un pregiudizio!), ma anche con oggettive condizioni di discriminazione sociale. I lavoratori stranieri hanno il 30% di possibilità in più, rispetto ai colleghi italiani, di essere licenziati, nel 40 % dei casi sono utilizzati al di sotto delle loro qualifiche professionali e anche per questo sono pagati meno (un quarto, in media) dei lavoratori locali.

A quanti si chiedono perché, in un paese con oltre 2 milioni e mezzo di disoccupati, ci sia bisogno degli immigrati, bisogna ricordare la loro indispensabile funzione di supporto al sistema economico-produttivo: per la giovane età, la mancanza di riluttanza nell’inserirsi in settori dai quali gli italiani rifuggono o nello svolgere mansioni non corrispondenti al loro livello di formazione (ad esempio, sono decine i laureati in medicina che lavorano come badanti), come anche per la maggiore disponibilità a spostarsi territorialmente per cui, senza togliere opportunità agli italiani, rimediano alle carenze del mercato del lavoro.

Già oggi, solo per dare qualche esempio, gli immigrati sono una struttura portante della nostra economia. Sono stranieri: l’80% dei collaboratori familiari per assistere gli anziani ultra65enni, il 50% dei calciatori della Serie A (oltre il 70% nell’Udinese e nell’Inter, dove si parlano 13 lingue diverse), il 40% dei i marittimi nelle navi mercantili, il 30% dei lavoratori nell’edilizia, il 10% degli infermieri.

Sempre più numerosi sono inoltre gli imprenditori stranieri (249.464) e gli iscritti ai sindacati (1 milione e 159mila): segno della loro esigenza di maggiore tutela: la flessibilità si trasforma troppo spesso in sfruttamento e in esposizione al rischio di infortuni.

Una forza lavoro, quella degli stranieri, che apporta un beneficio economico per l’Italia pari ad almeno 1,7 miliardi di euro, specialmente grazie all’importo rilevante dei contributi previdenziali versati a fronte di un ridottissimo numero di persone che vanno in pensione.

Anche in prospettiva futura la loro incidenza sarà sempre più indispensabile per lo sviluppo economico del Paese: secondo le previsioni Istat, infatti, nel 2065 la popolazione complessiva sarà di 61,3 milioni di residenti, con una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni a seguito del calo demografico rispetto ad oggi e di un saldo positivo che avverrà solo grazie a 12 milioni di nuove migrazioni dall’estero.

Se l’immigrazione costituisce quindi un apporto dal punto di vista demografico e occupazionale, se gli immigrati venuti in Italia, nonostante tutto, hanno sentimenti di amicizia nei nostri confronti e di attaccamento all’Italia: perché non iniziare a costruire insieme un nuovo futuro per l’Italia?

La carica dei 450 nei territori colpiti dal sisma

Immaturi, fragili, bamboccioni. Tanti i luoghi comuni riferiti ai giovani che spesso vengono smentiti dai fatti. Migliaia infatti sono i giovani che ogni anno scelgono il volontariato e il servizio civile. per aiutare il prossimo e mettersi al servizio della collettività.

Mettersi in gioco, partecipazione, sfida e voglia di fare: queste sono le loro parole d’ordine che mettono in campo nel loro servizio quotidiano per la tutela dei più deboli. Daniele Ghillani, era uno di loro ed aveva scelto il servizio civile volontario all’estero in Brasile con la Caritas per aiutare i bambini e i ragazzi della parrocchia di Nossa Senhora Esparecida, missione della diocesi di Parma nella città di Goiania, nel centro del Brasile. Ma il 16 ottobre sorso, a soli 22 anni, ha perso la vita proprio mentre svolgeva attività in parrocchia.

Cresciuto in una famiglia di Parma profondamente credente e impegnata nel sociale (il papà Federico è stato presidente diocesano dell’Azione Cattolica ed è il segretario generale della Cisl) viene ora ricordato nel bando “Per Daniele: Straordinario Come Voi“, che consente a 450 giovani di dedicare un anno della loro vita al servizio del prossimo. Non così lontano come aveva fatto lui, ma nelle zone colpite dal terremoto delle province di Modena, Ferrara, Bologna e Reggio Emilia.

I giovani saranno impegnati nei settori dell’educazione e dell’assistenza, a favore della popolazione colpita dal sisma, nella fase di ripresa della vita sociale, di ricostruzione e di ritorno alla normalità.

E la solidarietà tinge di tanti colori, in quanto ai 350 giovani italiani se ne affiancheranno altri 100 stranieri, d’età compresa tra i 18 e i 28 anni. Complessivamente saranno 212 i giovani impegnati in provincia di Modena, 51 in provincia di Reggio Emilia, 69 nel bolognese e 118 nel ferrarese.

Le domande di partecipazione per accedere al bando in ricordo di Daniele possono essere presentate fino a mercoledì 30 gennaio 2013.

«É un’esperienza straordinaria – ha affermato l’assessore regionale alle politiche sociali Teresa Marzocchi – perché consente di valorizzare impegno e la disponibilità di tanti giovani anche stranieri o che sono qui per studiare».

Dello stesso parere anche Fabio Cavicchi del COPRESC: «É una grande occasione per i giovani del nostro territorio, ed in particolare per quelli delle zone colpite dal sisma, e la testimonianza di come il Servizio Civile ha un vero e proprio valore per la nostra collettività. Non si limita ad essere un’esperienza positiva per i giovani, ma diventa una ricchezza per la comunità in termini di condivisione sociale, oltre che collaborare a creare una partecipazione attiva nei giovani. Una comunità che riceve queste attenzioni in una situazione di difficoltà come quella post sisma, credo che sia veramente un bel segnale».

Povertà: tamponare non basta

Intervista a Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena: “L’ente locale deve creare azioni strutturali per dare impulso all’occupazione”.

 

I dati pubblicati da Note Modenesi descrivono una realtà dove anche a Modena aumenta in modo significativo la quota di poveri, o nuovi poveri. Non è una novità, ma leggere di tante famiglie che tirano avanti con 800 euro al mese, pur avendo uno o più figli, affitti e bollette da pagare, suscita un certo stupore.

Assessore Maletti, che cosa ne pensa?

La vera novità è che a partire dal 2008 sono cadute nella fascia della povertà famiglie e singole persone che fino ad allora erano autosufficienti dal punto di vista economico. Fino al 2008, cioè, i poveri delle nostre città erano essenzialmente le persone che vivevano quella situazione a causa di patologie o altri problemi: dalla non autosufficienza alla disabilità, dalla tossicodipendenza all’alcolismo, fino ai senza tetto o, comunque, a persone e famiglie che uscivano dagli standard.

 

E oggi, invece?

Oggi è diverso. Oggi i poveri sono come gli altri, sono come noi… Solo più vulnerabili e a volte non ce la fanno da soli. Sono circa 1.300 le famiglie in condizioni di disagio che hanno ottenuto contributi economici nell’ultimo anno dal Comune di Modena, la metà con minori a carico. E gli stranieri sono solo poco più di un terzo, quasi tutti con minori, verso i quali l’assistenza è obbligatoria per legge. Gli aiuti riguardano in particolare il mantenimento di casa e utenze. Oltre al sostengo dei minori, naturalmente.

 

Sono quindi vittime della crisi economica?

La crisi economica e occupazionale ha colpito subito i più giovani ma poi negli ultimi due anni si è allargata ad altre fasce della popolazione e per il 2013 le prospettive per il nostro territorio sono ancora preoccupanti rispetto ai dati sulla disoccupazione e della cassa integrazione, per esempio. E non sappiamo se ci sarà copertura.

 

Solo un problema di mancanza di lavoro, quindi?

Quello è il dato principale che rende vulnerabili, appunto, molte famiglie. Un altro elemento è  l’aumento del costo della vita. Un’inflazione del 3 per cento nel 2012 significa dover spendere di più per pagare le bollette e i generi di maggiore consumo proprio nel momento in cui in casa entra di meno perché, magari, un familiare ha perso il lavoro o è in cassa integrazione.

 

In questi casi come interviene l’ente locale? Cosa fanno i servizi sociali?

Oggi i servizi sociali possono e devono “tamponare” il problema, non hanno la possibilità di risolverlo. Ecco allora gli interventi per garantire la casa, in particolare gli alloggi in affitto con strumenti diversi per le diverse esigenze (dagli alloggi Erp all’Agenzia casa, fino ai contributi per sostenere il pagamento del canone ed evitare gli sfratti) e poi gli aiuti economici per evitare i distacchi delle utenze e le agevolazioni sulle tariffe per una spesa complessiva di circa otto milioni di euro. Insieme alle Caritas parrocchiale e alle altre associazioni, poi, si interviene anche con aiuti in generi alimentari. Sono circa 500 le famiglie con bisogni di questo tipo che sono state individuate nell’ultimo anno, ma spesso si vergognano a chiedere aiuto. Questa fragilità è una situazione a cui non sono abituate.

 

Quindi il Comune può solo “tamponare” il problema?

No, sarebbe un errore. L’ente locale deve andare oltre e nel 2013 sono necessarie azioni strutturali che contribuiscano a dare impulso all’occupazione. Ci sono infrastrutture strategiche, come lo scalo merci di Marzaglia, che possono attrarre investitori sul nostro territorio in grado di creare posti di lavoro, oltre a non fare scappare imprese che già operano qui. E poi c’è l’ambito della formazione da sviluppare ulteriormente per garantire al mercato le professionalità necessarie sia rispetto a operai specializzati o tecnici sia rispetto ai percorsi universitari. Modena, inoltre, deve affiancare ai settori caratteristici del suo sviluppo economico (come la metalmeccanica, il tessile, il manifatturiero in genere) anche nuovi ambiti, in particolare nella green economy. Una sua applicazione nell’edilizia, per esempio, con incentivazioni per la riqualificazione della città potrebbe garantire ottimi risultati occupazionali e risparmi energetici e ambientali. Inoltre è necessario proseguire con politiche volte a favorire percorsi per inserimenti lavorativi incentivando anche le imprese che fanno assunzioni.

Senza reddito e mi arrampico

“Work less, climb more”. Per qualcuno lavorare meno e arrampicarsi è un obiettivo per vivere più sereni nel 2013. Per 2.345 famiglie modenesi che dichiara reddito zero il nuovo anno sarà un arrampicarsi tra servizi sociali e sconti su tariffe.

 

Vivono in affitto o ospiti da amici o parenti. Dichiarano “reddito zero”. Non avendo un lavoro (o meglio uno stipendio in regola), possono contare solo su aiuti economici di conoscenti o enti caritativi. Per arrivare a fine mese, si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e beneficiano di sconti o riduzioni di tariffe e bollette. È la condizione di oltre 2.300 famiglie modenesi (circa l’1% delle famiglie complessive), metà delle quali con due o più figli a carico, come emerge dalle dichiarazioni Isee presentate in provincia di Modena. Il dato è del 2009 e riguarda complessivamente 47.161 nuclei familiari residenti nel nostro territorio, su un totale di 300 mila famiglie al 31 dicembre 2011 (nel 2009 erano 293.799).

Nonostante lo strumento sia impreciso e a livello nazionale si stia tentando di riformarlo, la dichiarazione Isee – che deve essere compilata da chi vuole ottenere agevolazioni su tasse e tariffe o chiede di accedere ai servizi sociali del proprio comune – è uno spaccato della condizione economica delle famiglie modenesi. Potremmo dire un’ulteriore conferma della situazione che si manifesta ai servizi di prima assistenza o agli sportelli delle Caritas cittadine. Anche lo scorso anno, infatti, come emerge dall’Osservatorio sulle povertà a Modena, ai centri di ascolto si sono rivolte 4.696 persone che hanno ottenuto un aiuto materiale (buoni pasto, vestiti, piccoli sussidi); altre 1.527 persone, attraverso un colloquio con gli operatori, sono state accompagnate nella ricerca di un’abitazione o di un lavoro. Di questi “utenti”, la metà è sposata e il 28% celibe o nubile; la maggior parte (39%) è in possesso della licenza media inferiore e il 18% di quella superiore; l’età media è di 35/44 anni e l’80% di loro risulta disoccupato. I poveri (sempre più italiani) vivono in una casa in affitto (45,6%) o in un domicilio di fortuna (26,3% dei casi).

Tornando alle dichiarazioni Isee compilate alla fine del 2009, un dato deve far riflettere: l’1% delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali (2.345) dichiara di non percepire alcun reddito; circa il 10% (6.923 nuclei familiari) dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro; circa il 12% (9.667 famiglie) ha una condizione economica inferiore ai 15 mila euro l’anno. Prendiamo in esame soltanto il primo caso (chi dichiara da zero a 10 mila euro di reddito): 1.680 famiglie hanno un solo figlio; 1.432 famiglie due figli; 1.349 famiglie hanno 3 figli; 1.433 ne hanno quattro; dichiarano cinque figli 654 nuclei; sei figli per 249 famiglie e per 256 si contano sette o più figli.

Come si può (soprav)vivere con circa 800 euro di reddito mensile? Come si fa, con questa cifra, ad arrivare a fine mese con due, tre o quattro figli a carico? Ribadiamo: i dati che si evincono dalle dichiarazioni Isee non possono essere esaustivi, ma indicano la condizione a cui sono costrette migliaia di famiglie anche in una terra da sempre considerata laboriosa e ricca. La fotografia del 2009 non può che essere peggiore a distanza di due anni. Nonostante diversi esponenti politici del precedente governo Berlusconi abbiano addirittura negato la gravità della crisi economica, l’Istat ha certificato il trend negativo: nel 2011 le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione; come emerge dall’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, il rischio povertà o di esclusione sociale nel nostro Paese sale al 29,9%, in particolare tra le famiglie numerose.

Modena già da mesi deve fare il conto con l’aumento della disoccupazione e dell’utilizzo della cassintegrazione; gli effetti del terremoto dello scorso maggio non potranno che peggiorare la situazione. “Work less, climb more”: lavorare meno e arrampicarsi di più, ha augurato ai propri iscritti per il 2013 la sezione di Perugia del Club Alpino Italiano (vedi foto). Per qualcuno è un obiettivo da raggiungere per essere più sereni e rilassati. Invece per sempre più famiglie “lavorare meno” è un dato di fatto; la conquista è quella di “arrampicarsi” tra i servizi sociali per ottenere un contributo.