Sei buoni motivi per (ri)scoprire la Galleria Estense

Dopo tre anni di chiusura a seguito del terremoto del 2012, la Galleria Estense di Modena ha riaperto i battenti. Forte di un investimento di 760 mila euro provenienti in gran parte da fondi MIBACT, ritorna con i locali messi in sicurezza e un allestimento nuovo di zecca, per un totale di 609 opere esposte, 50 in più rispetto a prima.

La cornice della riapertura è stata l’iniziativa “Notti Barocche”, una tre giorni di eventi culturali volti a solleticare l’anima barocca di Modena: la città diventò infatti capitale dello Stato Estense nel 1599 ed è proprio il ‘600 il secolo in cui ne venne rimodellata l’identità per renderla luogo degno del nuovo titolo.

Per chi non lo sapesse, la Galleria Estense è inoltre annoverata tra i 20 principali musei italiani che godranno di un nuovo regime di autonomia sancito dalle ultime riforme in materia, il cosiddetto “decreto musei”. Il “museo Galleria Estense” farà quindi compagnia a grandi nomi come gli Uffizi di Firenze e la Galleria Borghese di Roma, nonostante la Storia l’abbia privata dei 100 quadri migliori, venduti nel 1745 dal duca Francesco III per fare cassa e finiti a rimpinguare l’attuale Gemaldegalerie di Dresda che oggi deve in gran parte ad essi la sua fama. Raffaello, Tiziano, Rubens, Veronese, Correggio (la sua “Notte”, presente su tutti i manuali di storia dell’arte) sono solo alcuni dei nomi altisonanti che nel 1745 vengono ceduti ad Augusto III di Sassonia per 100.000 zecchini d’oro.

selfie franceschini

Il 29 maggio 2015 non ci sono state scosse di terremoto, bensì la kermesse delle istituzioni (incluso il Ministro Franceschini e qualche selfie su fondo dorato) per la grande riapertura. Il 30 e il 31 maggio nessuna paura e sconforto, ma fiumi di visitatori e code da “grande museo”. Ma perché, il nostro non è un grande museo? Sì che lo è, e per questo vi diamo sei buoni motivi per riscoprirlo, poiché una volta spenti i riflettori sulle “Notti Barocche” non ritorni a essere semi-vuoto come era prima della chiusura forzata.

Il Ritratto Francesco I d’Este, Bernini (1650), fiero e vaporoso di riccioli e stoffe. No, il genio del Barocco non passò mai da Modena. Scolpì il duca a partire da alcuni ritratti che gli furono spediti, in quella che lui stesso definì un’impresa “quasi impossibile”. Il busto arrivò in città su un carro trainato da buoi e a Francesco piacque così tanto che lo pagò 3000 scudi: la stessa cifra incassata da Bernini per la Fontana dei Fiumi in Piazza Navona a Roma.

Bernini

Il Ritratto Francesco I d’Este, Velasquez (1638), quello che è anche sulle bottigliette dell’aceto. Neanche Velasquez passò da Modena, fu piuttosto Francesco a passare dalla corte di Spagna – dove risiedeva il pittore – per siglare accordi politici. Giovane, serio e in abiti da condottiero, il duca riuscì a farsi fare questo ritratto in tempo: il progetto di larghe intese ispanico-estensi infatti abortì senza un seguito.

Velasquez

Il Cristo crocifisso, Guido Reni (1636), ossia la dolce morte. Lineare, essenziale. C’è solo Cristo che squarcia con la sua luce il buio. Nessun personaggio a corredo, nessun santo in adorazione, nessuna scena corale con personaggi piangenti e soldati romani. Solo la testa rivolta al cielo e un breve soffio di brezza.

Guido Reni Cristo Crocifisso

Venere, Marte e Amore, Guercino (1633), il ritratto di famiglia allargata più originale. Realizzato sempre per Francesco I, mette in scena una Venere tornita e dall’acconciatura elaborata, un Marte cupo che irrompe sulla scena portandosi dietro un cielo plumbeo, e il loro piccolo figliolo (sicuramente di Venere, ma di Marte non si sa), Cupido, che ha già imparato a maneggiare l’arco e con piglio deciso mira dritto, proprio su di te.

Guercino-Venere-Marte-e-Amore-1633-Modena-Galleria-Estense-1024x904

L’Altarolo portatile, El Greco (1567), un piccolo oggetto denso di significati. Si tratta di un piccolo altare portatile largo neanche un metro, interamente decorato dal noto pittore greco, un vero outsider visionario. In pochi centimetri di superficie ci racconta con la luce dei suoi colori la caduta dell’essere umano dopo il peccato originale e la salvezza attraverso Cristo che si fa uomo: enormi poteri in un minuscolo spazio vitale.

altarolo portatile

Le Metamorfosi di Ovidio, Tintoretto (1541), gli effetti speciali del Cinquecento. Si tratta di una serie di tavole che ornavano il Palazzo San Paterniano a Venezia, vendute poi agli Este e finite a decorare il soffitto di una delle camere da parata del nostro Palazzo Ducale. Personaggi di fuoco, cavalli ribaltati, ruote di carro volanti, uomini in caduta libera, fiamme e inquadrature azzardate: è il filmone delle Metamorfosi cinque secoli prima dei fratelli Lumière.

Tintoretto

Di cultura si può vivere

In dieci anni la disponibilità economica delle 46 biblioteche statali ha subito una contrazione di circa il 60%, mentre il numero dei lettori annui delle biblioteche del ministero dei Beni culturali (Mibac), di poco inferiore ai 2 milioni e mezzo nel 1996, è sceso lo scorso anno a meno di un milione e mezzo. Si parla sempre e solo di finanza, lavoro e potere d’acquisto. Ma la crisi culturale fa ancora più danni.

Luca Bellingeri, direttore della Biblioteca Estense Universitaria di Modena ha di recente espresso la sua preoccupazione di fronte a questi dati, che prospettano una crisi non solo economica delle biblioteche statali, ma anche di identità. Nei loro volumi sono custoditi interi secoli di storia e di cultura. In particolare la Biblioteca Estense – che affonda le proprie radici nel collezionismo dei signori d’Este e risulta esistente già nel XIV secolo, come istituto di carattere storico e ben radicato nella società – ha la missione di raccogliere, accrescere e salvaguardare le proprie collezioni.
Il problema dei beni culturali rientra nella cornice di quello più ampio della spesa pubblica. «Una parte dei tagli era giustificata, in quanto in passato sono stati fatti sprechi, ma i fondi stanziati di fatto riescono a malapena a garantire la copertura delle spese necessarie per tenere aperto. Non ci sono risorse per ulteriori investimenti, o per nuovi acquisti. Mancano in particolar modo gli investimenti straordinari, come ad esempio quelli per far fronte alla necessità di riconvertire i cataloghi cartacei in elettronici» spiega Bellingeri.

Un tentativo per arginare questa crisi verrà realizzato proprio a Modena: il progetto di riqualificazione dell’ex Ospedale Sant’Agostino finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio porta la firma di Gae Aulenti, e Biblioteca Estense vi sarà trasferita assieme alla Biblioteca comunale Poletti. Vi troveranno posto anche Fondazione Fotografia con la scuola per giovani artisti, il centro linguistico universitario, un auditorium da 180 posti oltre a bar, ristorante, negozi, e alloggi. L’ospedale settecentesco si trasformerà in un grande Polo della Cultura di 23 mila metri quadrati. L’inizio dei lavori è previsto per la fine di quest’anno, l’inaugurazione nel 2017. Il progetto da oltre 60 milioni di euro prevede, tra l’altro, la copertura del Gran Cortile per la realizzazione di una piazza coperta che sarà anche l’atrio del complesso e la costruzione di due “Lame librarie”, torri meccanizzate dove troveranno posto gli oltre 800 mila volumi delle biblioteche. Ciascuna lama si estenderà per circa 7 metri sotto il livello del terreno, e per 23 metri sopra.

In risposta alle preoccupazioni che sono state espresse riguardo all’intervento così massiccio della Fondazione, il direttore di Biblioteca Estense puntualizza che non ci si sta muovendo verso una privatizzazione delle biblioteche statali. «Le fondazioni non sono da demonizzare – dice – ma bisogna mantenere ognuno le proprie prerogative, preservare la propria specificità. La Fondazione mette a disposizione una struttura adeguata all’esigenza di sviluppo della Biblioteca, che nella sede attuale ha spazi insufficienti. In più trovarsi in un polo culturale con attività commerciali non può che essere un vantaggio per una biblioteca statale, che si vede in una certa parte delle sue funzioni, come ad esempio la ricerca di fonti storiche o giuridiche, sempre più rimpiazzata dalla rete».
Per salvare la cultura dalla crisi, le si può restituire il ruolo di punto di riferimento anche ridandole, e ridandoci, uno spazio vivo, popolato, fruibile.