Francesco è davvero un papa nuovo?

Se lo è chiesto Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenendo ad un incontro al Palazzo Europa dal titolo “Osservando Francesco”. Ecco il suo ritratto del papa venuto dalla fine del mondo

 

frans1«Il nuovo papa è un papa nuovo, ma le sue novità sono relative». Sono parole di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenuto all’incontro organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Modena-Nonantola e dal settimanale diocesano Nostro Tempo, dal titolo “Osservando Francesco”. Nel corso dell’incontro, introdotto dalle parole dell’arcivescovo di Modena-Nonantola mons. Antonio Lanfranchi, Vian ha toccato vari aspetti del pontificato di Francesco, dalla sua straordinaria capacità di comunicare con i fedeli alle tante scelte che lo rendono diverso, forse unico, certamente popolare.

Oltre Porta Pia. «Da un punto di vista storico – spiega Vian – si può dire che con papa Francesco si è superato definitivamente il trauma di Porta Pia del 1870. Dopo il 1870 e per quasi un settantennio i papi non hanno messo fuori il naso non solo da Roma, ma dai giardini vaticani. Pio X non è mai uscito dal Vaticano, lo stesso ha fatto Pio XI, che cercava continue occasioni di incontro. Queste udienze interminabili di papa Francesco, in cui parla per una ventina di minuti, poi passa due o tre ore a salutare malati, bambini e anziani, sono annunciate negli anni Venti e negli anni Trenta da Pio XI, che aveva fatto costruire degli enormi armadi per conservare i regali portati dai fedeli».

papa-timeCome Giovanni Paolo II. «Solo con Paolo VI – spiega Vian –, pontefice che ritengo decisivo per il secolo scorso, il papa inizia a viaggiare. Per la prima volta con Montini il papa torna in Terra Santa e tocca tutti i continenti, in viaggi semplici e rapidissimi, concentrati in sette anni. Il pontificato di Luciani, anche se durato solo 33 giorni, ricorda molto quello di Francesco, proprio per la comunicazione straordinariamente efficace, anche se non così spontanea. Giovanni Paolo II, come novità, è quello che si avvicina di più a Francesco. In epoca recente, dopo l’annuncio, i papi uscivano, benedicevano e rientravano. Già Giovanni Paolo I avrebbe voluto pronunciare qualche parola dopo la benedizione, ma gli dissero che non usava. Probabilmente lo stesso venne detto a Giovanni Paolo II, ma fece di testa sua».

Uniti, ma distanti. Dopo Giovanni Paolo, ecco Benedetto, il papa che non voleva fare il papa, secondo Vian. «Benedetto XVI ha una personalità radicalmente diversa da quella di Francesco, ma a mio parere c’è una continuità di fondo. Benedetto e Francesco sono uniti da molto, anche se sono distanti. Il bavarese viene da una famiglia modesta, ma è nato intellettuale, ha passato trent’anni all’Università, abituandosi al confronto col mondo laico. Con l’elezione di Bergoglio per la prima volta si oltrepassa l’oceano, il vescovo di Roma è preso alla fine del mondo, una scelta sorprendente, perché è la prima volta che si esce dal mondo mediterraneo. Questo significa un cambio di prospettiva decisivo».

frans2Meglio Santa Marta. Bergoglio è il primo pontefice gesuita, altra grande novità secondo Vian, e la sua formazione incide profondamente nelle scelte che sta compiendo. «Anche quando era vescovo ha sempre compiuto scelte anticonformiste: rinunciare a vivere nell’arcivescovado di Buenos Aires, non avere segretari, viaggiare senza autisti e usare i mezzi pubblici. Tutto questo lo ritroviamo oggi con coerenza nella scelta di non lasciare Santa Marta, residenza predisposta per i cardinali durante il conclave e per il nuovo pontefice finché non è pronto l’appartamento papale. Papa Francesco sa perfettamente che non avrebbe potuto continuare la vita che faceva a Buenos Aires, quindi ha scelto di stare a contatto con la gente in questo modo».

“Miserando atque eligendo”. Il direttore de “L’Osservatore Romano” ha poi rivelato alcune abitudini dell’uomo Bergoglio, come quella di arrivare sempre in anticipo. «Si sveglia prima delle cinque, medita, prega e poco prima delle sette scende nella cappella di Santa Marta per prepararsi a celebrare la messa. Una volta finita, saluta tutti, anche se non sempre è possibile. Francesco anticipa sempre, e questo ha causato anche dei disguidi in Vaticano. Inoltre ci ha abituati ad una predicazione quotidiana, con omelie straordinariamente efficaci, su temi centrali come la misericordia. Nella visione papale, Dio prende l’iniziativa, ma si aspetta una risposta dell’uomo. Lo stesso motto di papa Francesco, “Miserando atque eligendo”, tratto dalle omelie di san Beda, vuole avere questo significato». E Francesco, con i suoi gesti e con le sue parole, chiede una risposta a tutti i cattolici.

Avanti un altro

Avanti un altro Presidente del Consiglio, che sembra uguale (il Consiglio) a quelli della Prima Repubblica a guida democristiana o meglio della sinistra democristiana. Si conferma la regola che se il centro sinistra vuole governare non può candidare come premier un politico dichiaratamente di sinistra.
Forse la fase di transizione per la quale si è adoperato Aldo Moro, che non si fidava della destra e che lavorava per una deriva democratica ed istituzionale dell’allora PCI, non si è conclusa almeno per buona parte degli italiani e dei politici che li rappresentano. La durata del Governo Letta e le cose che riuscirà a fare ci diranno a che punto siamo della visione di Moro. Al momento il PD appare come un partito mai nato ancora alla ricerca di una propria identità e di un proprio leader.
Da un altro punto di vista si rileva che la legge elettorale – fintamente maggioritaria – esaspera la necessità di trovare una coalizione dopo il voto in grado di esprimere un governo. In questo caso, poi, emerge il peggio delle storie delle relazioni tra politici. Per evitare tale spettacolo sarebbe bene che la permanenza in una carica elettiva non durasse più di 10 anni. Può sembrare paradossale ma se i criteri di scelta sono quelli dettati dal sistema comunicazionale garantiamoci almeno il ricambio e garantiamogli, al politico di turno, un’adeguata profilassi al virus contagioso del potere e la possibilità di rientrare in gioco dopo un necessario periodo di disintossicazione da trascorrere lavorando. Questo a tutti i livelli.

Abbiamo assistito in breve tempo a due gesti esemplari di amore intelligente apparentemente di segno opposto: uno di chi lascia, cioè Benedetto XVI e uno che, per le stesse ragioni, rimane ovvero Napolitano I. Ma questo sembra ancora non averci insegnato nulla. Purtroppo. Ciò che conta è la conservazione del proprio potere, ovviamente personale, riaffermare la propria posizione, contrastare con ogni mezzo quella degli altri. Niente di personale si dice, questa è la politica. La politica è ragionamento. Niente di più falso. Basta osservare l’uso del termine “nuovo”. Comunemente utilizzato come aggettivo, sulla bocca dei politici viene promosso a sostantivo. Ovviamente quando ciascuno parla di sé e non degli altri. Lo stesso vale per la parola “traditore”. Siamo abituati a pensare che ne esista uno all’interno di una moltitudine. Ora, invece, i traditori sono moltitudine. Tra l’altro sconosciuti e non organizzati. Questa è la forza del potere resistente individuale di cui al momento non conosciamo l’obiettivo anche perché non è stato nemmeno dichiarato.
Allora il fattore di differenziazione politica non andrebbe individuato tanto sull’asse della dichiarazione di appartenenza alla destra o alla sinistra quanto sull’asse autoreferenza/referenza. Con un sistema elettorale uninominale a doppio turno le comunità locali avrebbero la possibilità di scegliersi i politici da eleggere. Possibilmente quelli che sanno amare il loro Paese.

I due papi

Francesco I, duca o Papa? Da questo interrogativo, comprensibile solo da chi vive a Modena e ne conosce la storia, ha preso il via l’incontro al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari con padre Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana, che ha raccontato il breve ma intenso periodo di transizione che ha portato all’elezione del nuovo pontefice.

Tutto ha avuto inizio a partire dalle dimissioni di Benedetto XVI, la più importante decisione del suo pontificato e quella con cui verrà maggiormente ricordato. Anche i precedenti papi avevano affrontato l’ipotesi della possibile rinuncia, ma nessuno l’aveva mai messo in pratica: come disse Wojtyla “non si scende dalla croce”, scegliendo la sua stessa consunzione come ultima testimonianza da offrire al popolo di Dio.
Benedetto XVI ha invece deciso di concludere il ministero petrino nella preghiera e nel silenzio, per evitare che altri gli prendessero la mano nel governare la vita della Chiesa, come ad esempio avvenuto con i 40 vescovi nominati da Giovanni Paolo II negli ultimi giorni di vita.
Una scelta, quella dei 115 cardinali elettori per il cardinale Bergoglio, che è risultata del tutto inaspettata sia per i suoi 76 anni di età, sia per essere già stato il più votato tra i non eletti al precedente conclave. Ed invece fra i due principali papabili, il cardinale di Milano Scola e il cardinale di San Paolo Schrerer, un terzo prelato proveniente dalla “fine del mondo” acquistava consensi scrutinio dopo scrutinio, fino a raggiungere un probabile plebiscito.
Una decisione che rivela lo spostamento del cattolicesimo verso il sud del mondo: oggi ormai due terzi dei cattolici vivono in Paesi del sud del mondo, spesso nella povertà delle immense megalopoli urbane.
Un’immagine, quella del nuovo Papa, che ha fatto irruzione nella storia con la più assoluta semplicità di un discorso partito dal saluto «Fratelli e sorelle, buona sera» e proseguito parlando di sé come vescovo di Roma valorizzando la collegialità episcopale, quasi mettendo da parte la sua investitura papale, recitando con la folla le preghiere più popolari e chiedendo su di sé un momento di preghiera silente, quasi una benedizione dal popolo.

Uno stile nuovo che dimostra l’animo del pastore che sente il desiderio di rivolgersi alle persone con un linguaggio vicino e comprensibile.
Ma al di là delle semplificazioni dei media, che difficilmente escono dalla logica “destra sinistra”, “conservatore e progressista”, chi è veramente il primo cardinale latino americano salito sul soglio pontificio?
È uomo di spirito ma non è spiritualista, la sua lettura della realtà sociale, storico culturale e politica è lucida e acuta, non lesina le accuse alle forme di sfruttamento, al narcotraffico, alle situazioni che generano povertà ed emarginazione e alle deviazioni provocate dagli eccessi dell’economia speculativa .
È uomo di Chiesa e assolutamente rispettoso dell’ortodossia dottrinale e della disciplina ecclesiastica, ma non è clericale, la sua attenzione al popolo e ai “suoi” poveri è continua ed incessante.
Insomma, è un pastore semplice, dal tratto umile, attento al suo interlocutore, vicino a tutti. Ha fatto per sé la scelta di una povertà personale e di una solidarietà di vita che lo avvicina a tutti e lo rende profondamente empatico.

In ultima analisi, Francesco I non è soltanto il nome di una persona ma un progetto di Chiesa povera, semplice e più evangelica, che rinuncia ai simboli del potere e a quei fasti secolari che tanto ostacolano la credibilità del suo messaggio. Soltanto il tempo ci dirà se quel progetto verrà realizzato.

Errata Corrige! Il Papa Sudamericano

A nun buys a newspaper with the front page of Pope Francis, at a newsstandBueno!
lo Spirito Santo è uscito dal Vecchio continente e, dopo 1300 anni (!), se ne va dall’Europa per spirare anche oltre i modelli (molto vanagloriosi) della modernizzazione occidentale.
La (quasi) completa imprevedibilità dell’elezione del Cardinal Bergoglio, ci dice come i mass media creino una loro realtà a cui noi spettatori siamo costretti a riferirci: la realtà dei mass-media, appunto, e non la realtà.
Quello che è successo nel Conclave appena chiuso non dà affatto l’idea di un “colpo di scena” (come invece certamente è per il sistema dei mass media). Mi pare abbastanza sciocco pensare che la scelta di un Cardinale, già indicato da moltissimi confratelli nel precedente Conclave (dove Ratzinger aveva potuto godere di una vantaggio netto, quello di essere stato la voce teologica chiara, distinta e ferma, di Giovanni Paolo II), rappresenti davvero una sorpresa. La velocità con cui è stato deciso ci fa pensare che, di fronte ai primi voti forse un po’ dispersi, si sia trovata una convergenza molto forte proprio sull’argentino. D’altra parte il Conclave, per i motivi eccezionali dovuti alla decisione di Benedetto XVI, ha avuto il vantaggio di essere stato preparato con maggiore tempo e riflessione. I 115 Cardinali elettori si conoscono in modo diverso da quello che pensano i mass media. Si leggono, si ascoltano, si invitano e riflettono con parametri molto specifici, quasi sempre invisibili ai grandi giornalisti del globo (per non dire della Agenzie di scommesse!).
Lasciando perdere ogni gossip e ogni altra considerazione pseudo-razionale (attenzione perché già in alcuni siti cattolici, anche famosi, stanno comparendo considerazioni sinceramente “imbarazzanti” su Francesco I, sintomo che la religione fa molto bene a chi ha la testa a posto e molto male a chi l’ha già di per sé fuori posto), vorrei soffermarmi su due punti soltanto.

Pope Francis praying at Rome's Santa Maria Maggiore basilicaPrimo. La Chiesa cattolica entra definitivamente nella globalizzazione. Ne è stata certamente una delle cause originarie, anzi forse la principale dal punto di vista culturale e la storia stessa del Sud America ne è testimone. La Chiesa da sempre punta all’Universalismo e all’evangelizzazione delle genti, ed è senz’altro l’istituzione più globale del Mondo, più dell’Onu e del WTO (!). Con il Papa Francesco, però, il cattolicesimo rientra nella globalizzazione in modo nuovo. Uscire dall’Europa e andare nelle americhe significa proprio questo. Simbolicamente, ma non solo, significa innanzitutto cambiare il modo di pensare Roma e la cattolicità. Il riferimento del Papa alla Chiesa di Roma come “quella che presiede nella carità a tutte le chiese”, è ricco di conseguenze, così come l’idea che la bella città di Roma vada evangelizzata. Presto avremo una idea più chiara di cosa queste affermazioni significano sia dal punto di vista delle relazioni interne alla Chiesa (quale servizio spetta alla chiesa locale di Roma, rispetto alle altre chiese locali?), sia rispetto a una nuova visione di evangelizzazione e di rielaborazione della fede. In questo la Chiesa non stupisce affatto, tanto che si tratta di temi antichissimi per esempio già presenti in S. Ignazio d’Antiochia, ripreso tante volte da PaoloVI, oppure di linee guida per il futuro già ereditati saldamente da Benedetto XVI. Non si tratta soltanto di ribadire l’universalismo della Chiesa e della sua missione. La novità, a mio parere, sta nel fatto che – a differenza di una scelta che poteva essere nord americana od europea – lo Spirito appaia maggiormente attento al Popolo “minuto”, piuttosto che a quello in cui si specchia una chiesa occidentale più established. Si badi bene che la scelta sudamericana non riguarda solo un mero calcolo di potere, dettato dalla maggior presenza di cattolici nel globo. Riguarda simultaneamente un continente che da anni sta perdendo fedeli. Questo i mass media non lo capiscono bene. L’America Latina è fortemente in crisi perché attaccato da forme radicali di evangelizzazione (quelle per esempio pentecostali) che lo colpiscono proprio nel suo cuore caritativo e di prossimità: quello della pratica pastorale, della cura delle anime e (sopratutto) dei corpi. Da qui sembra ripartire la sfida cattolica, proprio dal centro della sua forza e della sua possibile debolezza. Cosa significa essere-fare-Chiesa? Cosa significa comportarsi come fratelli, figli dello stesso Padre? Cosa significa essere cristiani? Cosa distingue da altri, sempre più potenti, che sanno rispondere ai bisogni delle persone più in difficoltà? In quali strade cammina il volto del Cristo?

Secondo. Diversamente da una scelta nordamericana, quella di Bergoglio sembra sottolineare non tanto una apertura al modernizzazione intesa come ulteriore astrazione nel massmediologico, quanto un ritorno alle origini e alla presenza. Qui si scontrano due culture sociali potentissime: quella della comunicazione concepita come “astrazione virtuale” e “collegamento” e quella della interazione come “presenza” e “prossimità”. Ora, le due cose non sono assolutamente in contrasto, anzi è vero l’opposto; ma la scelta del Papa dei poveri e quella di chiamarsi Francesco, danno un tono “epocale” alla decisione. La Chiesa sembra voler ripartire dagli esclusi (e non dagli inclusi), dai deboli dispersi (e non dalla curia – etimologicamente l’assemblea dei potenti); dagli sconnessi (e non dai connessi), da chi non ha reti (e non da chi è in rete). Sembra voler essere una chiesa-Madre, che accoglie gli “ultimi” per parlare anche ai “primi”. Una Chiesa che, ben salda nella globalizzazione e nella società della comunicazione, punta le sue forze sulla cura e sull’amore messo in pratica: sulla presenza che salva! Se così fosse, la scelta argentina sarebbe chiara. Non tanto da New York o da Boston (e men che meno dalle antiche università europee) può arrivare il modello per questa sfida. Serve una Chiesa maggiormente abituata alla povertà, alla emarginazione e al contatto con la carnalità del male. Anche i Nordamericani lo hanno capito e, dall’alto delle loro competenze organizzative, hanno deciso di servire chi serve.

1363261930_184256_1363289040_album_normalVedremo: la sfida è certamente enorme anche perché esistono altri problemi che con questa idea di Chiesa saranno più difficili da intercettare. Per fare qualche piccolo esempio: l’evangelizzazione delle giovani generazioni occidentali ormai abituate alla virtualità, o il dialogo con i vecchi che verranno sempre più sedotti dalla ideologia tecnico-medica della “vita eterna”; la sfida del relativismo e del dialogo inter religioso che necessita di una specie di meta-teologia comune rispettosa delle teologie locali; la sfida della modernizzazione dei continenti africano e asiatico… ecc. D’altra parte il nome scelto dal Cardinal Bergoglio rimanda direttamente all’alter Christus e, sinceramente visti i tempi che corrono, non è un’eredità da poco. I critici sono già pronti a sparare sentenze. L’equilibrio necessario per tenere-insieme i cristiani del globo, con tutte le loro diversità, è difficilissimo da ottenere. La sfida della secolarizzazione e della cultura immanentista, paurosa. La disattenzione a Dio, drammatica. Le idee non molte. Servirebbe davvero un nuovo inizio, come lo fu al suo tempo Francesco per una Chiesa che, forse, era messa peggio di oggi. Questo fa ben sperare. Il Regno è già presente, ma nel frattempo, prima dell’Apocalisse, la Chiesa deve rivelare quotidianamente il volto del Padre, attraverso la memoria del Figlio e con l’aiuto dello Spirito. Ce n’è da fare, pur nell’attesa che il tempo si compia.
Tutto il resto, è noia.

Il Papa nordamericano

Il nuovo gioco di società che i mass media hanno lanciato, e che durerà ancora almeno una settimana, il quiz “vota il tuo Papa”, rappresenta bene quanto andiamo dicendo da questo blog fin dallʼinizio. Lʼinformazione è una merce spettacolare che va fatta fruttare, contro ogni “responsabile” appello a (in)formare lʼopinione pubblica così che essa possa comprendere il mondo in cui vive e decidere di conseguenza.
Tale è la situazione e nessuna geremiade può sconfiggerla, neppure le timide critiche della Sala stampa Vaticana.

san pietroLa riflessione che propongo, non fa parte di quel gioco. Vuole invece soffermarsi sulla elezione del nuovo Pontefice, in termini semplici ma precisi, per focalizzarsi sul futuro della Chiesa cattolica.
La domanda che mi pongo è: quale “immagine” di Chiesa è necessaria oggi – nellʼepoca della globalizzazione – e quale “figura” potrebbe rappresentarla.

Gran parte dei mass-media ha ridotto questo enorme pro-blema a un mero scontro interno tra forze “curiali” e forze “globali”. Le prime spingerebbero per lʼelezione di un Papa che conosce a menadito la presunta situazione “scandalosa” della Chiesa – in quanto piena di pietre dʼinciampo capaci di farla cadere a terra tagliando ogni rapporto con la trascendenza -: le seconde spingerebbero verso un Papa che, invece, è tutto pro-iettato fuori dalla “curia”, verso la nuova evangelizzazione di un mondo che è capace sempre meno di collegare in modo sensato fede e ragione (cultura), Dio e Mondo, presente e futuro, visibile e invisibile.
Non vi è dubbio che questa contrapposizione è semplicistica e del tutto sviante dal centro del problema, che sta invece proprio nel tenere unite – oggi – il governo della Chiesa cattolica (la sua conduzione in quanto Corpo di Cristo) e lʼapertura al mondo. Le due questioni fanno-unità e qualsiasi analisi che le contrapponga è semplicemente inefficace e idiotistica. Simul stabunt, simul cadent.

Per questi fondamentalissimi motivi penso che il prossimo Pontefice, appunto colui che costruisce ponti tra lʼimmanenza e la trascendenza, potrebbe essere un “Papa-statunitense”. Lo Spirito Santo, mezzo di comunicazione ante litteram, potrebbe parlare la lingua della comunicazione globale (insieme a un buon latino, a sua volta lingua globale di un tempo che oggi viene rivalutata).
Non intendo dire che sarà di passaporto nord-americano, bensì che probabilmente chiunque verrà eletto lo sarà perché i cardinali statunitensi gli faranno pervenire i loro voti.

Perché questa riflessione? Tre sono i motivi fondamentali che propongo.
Primo. La Chiesa statunitense nasce entro un contesto fortemente pluralistico ed è abituata ad essere una minoranza-attiva, capace di dialogare/combattere con altre fedi altre culture. Questo dà un vantaggio rilevante nel contesto della globalizzazione e del cosiddetto relativismo. Inoltre la Chiesa nordamericana è ricchissima di energie spirituali-operative e fortemente inter-etnica. Eʼ quindi “allenata” a discutere con pensieri diversi alla ricerca di punti di convergenza.
Secondo. La Chiesa statunitense vive al centro di quel mondo occidentale che, pur in declino, ha forgiato e continuerà a forgiare lʼepoca della globalizzazione. Eʼ una Chiesa abituata a vivere dentro alla cultura comunicativa e tecnologica, dentro cioè a quel potentissimo dispositivo globale tecnico-scientifico-informatico che rappresenta, per larga parte, ancora il futuro del pianeta. E questo dispositivo che genera il pericolo è più drammatico per la Chiesa e per chiunque altro sia ancora interessato a collegare immanenza e trascendenza. Il dispositivo tecnico-scientifico-informatico produce quella cornice immanente (immanent frame) che fa del pensiero di Dio una enorme favola da raccontare a bambini in cerca di vane sicurezza. La Chiesa nord-americana è da tempo impegnata nella lotta contro tale dispositivo, “figlio dellʼOccidente”, quel razionalismo immanentistico che nega ogni realtà a Dio. Lo si è visto su temi caldissimi del matrimonio, della salvaguardia della vita, della bio-etica e del contrasto alle potestà economico-scientifiche che vorrebbero ridurre lʼuomo a mera tabula rasa su cui imprimere ogni arbitraria volontà di potenza. La Chiesa statunitense è meglio attrezzata di altre per arrischiare il tentativo, quasi disperato a dire il vero, di mantenere la fede nel contesto della cultura, mantenendola ben salda sui binari di una ragione che non è mero calcolo-tecnico-economico. Solo così la fede potrà continuare un dialogo con gli uomini contemporanei, senza scivolare nel misticismo estetico, nella mera reazione al nuovo, nella completa irrazionalità “magica” o nella disperata volontà di farsi potenza religioso-politica del “secolo”, credendo di poterlo governare.
Infine la Chiesa nord-americana è quella che, con maggior forza, ha saputo affrontare gli scandali interni, forse senza risolverli tutti, ma senza mai abbassare lo sguardo sulla drammatica peccaminosità che è emersa in molte situazioni (spesso “sponsorizzata” da poteri che godrebbero di enormi vantaggi se la Chiesa cattolica crollasse a terra). Questo coraggio, non remissivo ma ricostruttivo, questo atteggiamento “affermativo”, la pone allʼavanguardia di una riforma interna, ma non curiale, che certamente attende in nuovo Pontefice. Ma, come tutti sanno, ecclesia semper reformanda est (e questa non è una novità).
Le chiese europee, africane, asiatiche e sudamericane, per motivi molto diversi, non rispondono a queste sfide in modo altrettanto forte. A mio parere non con-figurano quellʼequilibrio tra forze di conservazione e di trasformazione, di apertura e chiusura, di radicamento al mondo e di auto-trascendenza, che è necessario per il futuro. Vedremo dunque se il prossimo Papa sarà il “papa-(nord)americano“.

L’ha fatta davvero grossa

pope

Squilla il telefono in pausa pranzo. E’ mia moglie che mi chiede se ho saputo la notizia. Le rispondo sorridendo.
Cosa c’è da sorridere, è un fatto epocale. Mi dice.
Il mio è il sorriso che fanno spesso i bambini quando vedono un loro coetaneo, ma anche un adulto, che la fa grossa e si immaginano le facce che faranno gli altri grandi.
Questo Papa l’ha fatta veramente grossa. Si è liberato di un potere che forse stava frenando il rinnovamento della Chiesa – che lui stesso aveva fortemente predicato – per appellarsi, come ha dichiarato nel primo annuncio, all’unico Signore che è Dio, per essere sempre più come persona e come Chiesa a sua immagine.
Si dice: un gesto semplice dall’alto valore simbolico.
Ha risolto il paradosso “Vivere nel mondo ma non essere del mondo”.
Si è comportato come chi ha auctoritas.
Ha segnato un punto di riferimento che potrà, anzi dovrà, essere utilizzato di fronte alle indecisioni, anzi alle decisioni che contano.
Mai come in questo momento ne abbiamo veramente bisogno.

I voti del dopo partita

Come ogni buona redazione sportiva, proponiamo i voti del match elettorale appena concluso davanti a 40 milioni di spettatori in tendenziale calo.

PD/Bersani: voto 2. Perde il 28,55% dei voti che prese nel 2008 e tutti se ne accorgono! Bersani ha vinto lʼunica sfida che doveva perdere, quella contro Renzi. Poi, distratto dalla questione MdP ha smesso di occuparsi della campagna elettorale. Ha perso contro un partito in ritirata guidato da un anziano signore che aveva già portato le lenzuola e il guanciale in Malindi per svernare. Eʼ lʼalleato oggettivo di Berlusconi. Se c’è lui, l’altro vince.
Nome in codice: Viavaʼ(o vaʼ via), lo smacchiatore smacchiato.

PDL/Berlusconi: voto 10 (per lui…per gli italiani vedremo). Perde il 46,20% dei voti che prese nel 2008, ma fa credere di aver vinto! Prima con Briatore accarezza il “sciogno” di trasferire il suo caravanserraglio in Africa: The Lion in the Sun. Poi visto lʼharakiri del Pd alle primarie, si frega le mani e “scende in campo, di nuovo”. Gode del vantaggio di avere tutti i giornalisti a suo favore, soprattutto gli intellettuloidi di sinistra, reduci degli anni Settanta a cui ha dato il latte contrent’anni di Tv situazionista (questi signori, invece che spiegare criticamente la situazione reale, hanno buttato tutto in vacca facendo delle elezioni uno spettacolo da idioti. Complimenti: voto 10 e Lode).
Alla fine il Berlusca è così stanco che, ripetendo a macchinetta le sue famose “promesse“, comincia a lacrimare come le statue della Madonna negli anni ruggenti del dopo guerra. Eʼ human stain.
Nome in codice: l’uomo del “scendo, faccio e vengo”.

Lega Nord/Maroni: voto 1. Perde il 54,04% dei voti del 2008, praticamente un elettore su due gli dà un calcio là dove il cognome gli ha indicato un destino certo. Gestisce il “dopo Bossi” come un becchino timido, ghiacciato e con le mani sudate. Adesso governerà la Lombardia che passa dal “celeste” al “marrone” facendo presagire “strascichi” maleodoranti. Impalpabile (nel senso dei Maroni).
Nome in codice: Marron glacé.

UDC/ Casini: voto 0. Perde il 70,33% dei voti del 2008. Gigante! In un colpo solo riesce a non far vincere Monti e a perdere la dote di voti che in ventʼanni aveva conservato come una reliquia (che gli si è sciolta in mano). Lʼunica volta che si sacrifica per una buona idea, perde.
Nome in codice: il donatore untore.

Scelta civica/Monti: voto 3. Si suicida subito sperando di far ragionare gli italiani. Poi arriva lʼamericano di turno e gli piazza in braccio un cane preso a noleggio. Ne risulta una immagine del tipo “festa di compleanno di un generale tedesco, con torta a base di stoccafisso e brindisi con un cappuccino freddo, per poi andare a fare due salti in seminario”. Totalmente inadatto allo show che gli intellettuali di sinistra hanno montato. Non hanno neanche avuto il coraggio di mandarlo da Santoro, ma solo dalla Daria… ce lo ha reso simpatico come lʼesattore di Equitalia che bussa alla porta la domenica mattina…
Nome in codice: Lurch, il maggiordomo della famiglia Addams, conosciuto anche per la sua famosa frase: “Chiamatoooo” (dalla Merkel).

Fermare il declino/Giannino: voto 0 (o 10, dipende dai punti di vista).
And the Oscar goes to… Gianni(zecchi)no(dʼoro). Il nome dato al partito, alla fine, era la previsione allarmata del risultato del voto. Il declino, però, è inarrestabile.
Nome in codice: Transfromers “Re.booted“.

Rivoluzione civica/Ingroia: voto 0 (o 10, dipende dai punti di vista). Vorrebbe andare “a manetta”, ma rimane lui “ingabbiato” dagli italiani che mostrano maggiore senso della realtà.
Nome in codice: Ingoia (amaro).

Fratelli dʼitalia/Crosetto-Meloni-La Russa: voto 8. Li hanno votati davvero i fratelli e i cugini. Coerenza massima. Tanto di cappello. Nemesi finali: “con il culo che ti voto…!”
Nome in codice: Fratelli unici.

Sel/Vendola: voto 1. Per commentare il suo 3% ci mette 45 minuti senza che nessuno capisca cosa dice. Eʼ la caricatura della caricatura che faceva Guzzanti di Bertinotti.
Nome in codice: avendola… (ne farei buon uso).

Movimento 5 stelle/Grillo: voto 10. La “G force” porta un italiano su 4 a trovare il suo “Punto G”. Operazione di grande portata erotica, ma come tutti sanno difficile da ripetere. Dopo quello che i politici hanno fatto agli italiani, trovare uno che li mandatuttiaffareinc… è trovare la pietra filosofale. Se passasse per Città del vaticano lo eleggerebbero subito. Il popolo italico, da sempre pre e post democratico, si butta a capofitto nell’orgasmo collettivo. Adesso però, svegliati, con la luce accesa e preso il caffè della mattina, comincia la routine del matrimonio… e agli italiani e alle italiane piace di più l’amante, da sempre.
Nome in codice: Mago G….chiudi gli occhi e apri la bocca! (oh my gosh…ma vi rendete conto!)

ps: un grazie particolarissimo va a Fini e a Di Pietro. Davvero grazie ragazzi…ci mancherete tanto!

Lo scenario del dopo partita. I giochi sono fatti, i due baby, B1 e B2, si alleeranno per il bene dell’Italia, facendo un governo di scopo (il termine, cambiando la pronuncia della “o”, dà una idea di fregatura, come di qualcuno che prova a fotterti). Lo scopo è quello di tornare a fare quello che gli pare, come al solito, lavando un po’ di panni sporchi di qua e un poʼ di laʼ (una via dʼuscita decente per un poʼ di polvere da mettere sotto il tappeto).
Decisioni fondamentali nella prima settimana di Governo: 1) legge sul conflitto di interessi – sono gli italiani ad avere un enorme conflitto di interesse. Votano per i propri interessi, mentre gli unici che contano sono quelli delle cricche partitocratiche. Di conseguenza: 2) riforma della legge elettorale: possono essere votati solo partiti che comincino con la lettera P.

Breaking news: dimissioni dell’Assessore Sitta
Sono attese in città almeno 200.000 persone per lʼultimo saluto dellʼAssessore: si prevedono problemi per i parcheggi.
Lʼassessore, uomo del fare (ce nʼè un sacco e una sporta in Italia), ha lasciato perché gli hanno offerto una importante opportunità professionale. Un poʼ come dire che se domani a Bersani offrissero una pompa di benzina, lascerebbe il partito… in ogni caso la cittadinanza ringrazia la Coop Legno di Castelvetro che ha sedotto l’ex-assessore. Qualcuno spiffera che nel passato la frequentasse per il servizio di barba e capelli.

Ps: anche Giuseppe Boschini, Segretario cittadino del Pd, lascia l’incarico in quanto chiamato a salire sul Monte (speriamo per lui non quello dei Paschi!), ma assicura che si dedicherà alla Città ancora di più con preghiere e meditazioni.
Vuoi vedere che il Papa fa tendenza?

Visibile/invisibile

Case-a-Murnau-Paesaggio-estivo-1909-Vasily-Kandinsky-olio-su-cartone-San-Pietroburgo-Museo-di-Stato-Russo In un bel libro di Massimo Recalcati, dedicato allo psicanalista Jacques Lacan (Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina Editore, 2012), viene ricordato che Freud indicava il desiderio con il termine tedesco Wunsch che significa “voto”, “vocazione”, ma anche “augurio”. Il desiderio, ciò che muove ognuno di noi verso Altro, è generato da una assenza, da una mancanza, da un “buco” nella nostra esistenza dovuto proprio alla presenza dellʼAltro, di qualcosa che “aprendoci” non ci permette di chiuderci nella autoreferenza narcisistica e totalizzante. QuestʼAltro, però, non deve dettarci Legge, non deve “riempirci”, ma appunto lasciarci uno spazio di libertà che solo noi possiamo abitare. Secondo Lacan il processo di soggettivazione – della ricerca di quel “Nome proprio” che caratterizza ognuno, del peculiare ubi consistam che ci permette di lanciarci nella vita – accade solo laddove non tradiamo questo desiderio più intimo, la nostra vocazione più profonda, la Legge singolare del proprio desiderio, la propria Legge individuale.

In certi momenti, nei momenti della verità, una “parola” può risuonare nel chiasso del sistema della comunicazione: se lo fa diventa un evento generatore di verità. Così mi è sembrata la Parola del Papa quando, in un incontro pubblico della Chiesa, un Concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto, ha comunicato «una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio…» e poi lʼannuncio che tutti conosciamo.

Quello che mi interessa davvero, è il luogo sorgivo di questa decisione. Precisamente quellʼinvisibile della coscienza davanti a un Dio a sua volta invisibile, quel luogo al riparo dal chiasso, dalla chiacchiera, dalla distrazione, anche del Concistoro, che nessun potere può carpire. Lʼinvisibile sta tornando ad essere una categoria “estetica”, più precisamente un categoria della theía aisthesis, il divino percepire-essere colpiti. Non solo il Papa decide nella solitudine della sua coscienza davanti a Dio, ma lì vuole tornare – come ha specificato salutando i preti della diocesi di Roma: «Anche se mi ritiro adesso sono sempre vicino in preghiera a tutti voi e voi sarete vicini a me anche se rimango nascosto per il mondo». Questa invisibilità che è origine e destino, è il luogo nascosto del desiderio del Papa, un desiderio di comunione e di servizio alla Chiesa, non un desiderio di solitudine e di silenzio fini a se stessi. Non vi è alcuna ricerca di isolamento nella decisione del Papa e neppure di critica stizzita alla Chiesa, bensì la volontà di servire il Dio-con-noi al riparo delle forze che vengono a mancare e che nel “pubblico” lo renderebbero non più atto alla funzione. Nel silenzio e nellʼinvisibilità, le condizioni trasparenti che rendono possibile ogni parola e visibilità, il Papa si rimette in ascolto del suo desiderio più profondo. Che poi questa scelta voglia comunicare anche alla Chiesa un modo di essere, è evidente.

Questa ricerca di nuovi legami pieni di significato, è ben colta da Vincenzo Trione che, nelle pagine de La Lettura sul Corriere, descrive la decisione della Santa Sede di organizzare, dopo parecchi anni di assenza, un Padiglione dʼarte alla Biennale 2013 di Venezia. Scrive Trione che esiste un movimento di artisti come Stella, Kounellis, Kapoor, Paladino, Kiefer, Parmiggiani, Turrel, Eliasson, Laib, Spalletti e Sugimoto, accomunati dal bisogno di interrogarsi sul volto dell’invisibile, riprendendo la lezione di Kandinskij, che, nel 1912, aveva osservato: «La letteratura, la musica e l’arte sono i campi più sensibili (…) che riflettono subito il fosco quadro del presente e intuiscono la presenza di qualcosa di grande, anche se a tutta prima è visibile, come un puntino, solo a pochi». Parole che potrebbero essere accostate a quel che ha detto recentemente Bill Viola: «Nel corso della storia, la maggior parte delle creazioni dell’umanità (…) è stata fatta per motivi intangibili o spirituali, è un dialogo con forze ineffabili. (…) Tutta l’arte rappresenta delle cose invisibili». Lo aveva ricordato Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti del 1999: «L’arte anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha una profonda affinità col mondo della fede; sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta d’appello al Mistero».


KandinskyLʼinvisibile, lʼassente, rende possibile il visibile e la presenza, ma per così dire le spoglia dallʼinterno
di qualsiasi velleità di totalizzazione e di completa rappresentazione. La grande arte sempre “ri-vela” e mai “dis-vela” definitivamente. Questo gioco, questo “andirivieni” tra presenza e assenza, torna ad essere fondamentale per le nostre vite. Uno dei mali più gravi del nostro tempo è la troppa presenza, lʼinvasività della Cosa, la mancanza di spazio e di silenzio che lo nostre vite quotidiane subiscono. Siamo letteralmente incitati in ogni momento a rispondere a qualcuno o a consumare qualcosa; siamo invasi e sommersi dalla Presenza e, certe volte, essa diventa una figura maligna dellʼAltro che ci possiede, ci abita e così ci spoglia del nostro desiderio, non lasciandoci lo spazio e il tempo per ricercare il nostro “voto“. Se guardate alle “vite degli altri“ lo vedrete bene: se guardate alla vostra troverete troppo “Io“. La crescente infelicità che deprime e affatica è dovuta alla mancanza di spazi-tempi vuoti, dellʼattesa, del riposo, del silenzio, della pausa, del rifiuto di essere in connessione. Da qui un nuovo paradosso: il legame, la connessione carica di senso sono solo possibili sulla base di una assenza-di-legame e di una-mancanza-di-connessione. Potremmo fare una intera fenomenologia di quel invisibile e di quel mancante che, intrecciandosi con il visibile e il presente, rendono possibile una vita, a partire dalle categorie della Madre del Padre e dellʼAmore.

LʼAugurio è che ognuno torni ad avere il coraggio di rimettersi in ascolto del proprio silenzio e di riannodare le fila con la propria assenza: non cedete mai al vostro desiderio! Non credete mai di essere troppo voi stessi!

 

C’è spread e spread

Mentre lo spread economico, che misura il divario tra Btp e Bund, continua fortunatamente la sua lenta discesa verso l’ormai nota “soglia Monti” (287 punti), indicando in questo modo un miglioramento della situazione economico-finanziaria nazionale e lasciando così immaginare non si sa quanto certe prospettive positive per l’imminente futuro, lo spread sociale, che misura il differenziale tra ricchi e poveri, aumenta inesorabilmente e sempre più, mostrando come la distribuzione del reddito in Italia sia sempre più ingiusta e iniqua.

Se la riduzione dello spread economico rende tutti più felici e sereni, instillando in ciascuno di noi ipotetiche briciole di speranza e ottimismo, è strano notare come sia caduto nel vuoto il recente e accorato appello del Papa a non rassegnarsi all’aumento dello “spread del benessere sociale” e a contrastare le “crescenti differenze fra pochi, sempre più ricchi, e molti, irrimediabilmente più poveri” (Benedetto XVI, 07/01/2013, Discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede).

Scopriamo, se ci pensiamo bene, che lo spread economico attira la nostra attenzione più di quello sociale; che la fluttuazione dello spread economico ci mette più ansia della movimentazione di quello sociale; che i dati relativi allo spread sociale li conosciamo meno di quelli relativi allo spread economico.

Scopriamo, in altri termini, che lo spread economico e quello sociale diventano indicatori del nostro sistema di valori, andando a misurare il nostro investimento affettivo e il nostro interesse nei confronti di noi stessi (spread economico) e degli altri (spread sociale).

Scopriamo, insomma, che c’è spread e spread.