Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

L’algoritmo diventa arte, e si chiama A.N.N.A.

Il 20 aprile alle 18:00 inaugura presso la Sala dei Cardinali della Fondazione San Carlo l’installazione A.N.N.A, un’opera immersiva che dialoga in modo del tutto nuovo con lo spazio in cui è allestita, gli affreschi dipinti sul soffitto e lo spettatore. Chi salirà lo Scalone sotto lo sguardo vigile dei ritratti di collegiali illustri, al termine della Galleria d’Onore si troverà davanti uno spettacolo inedito. E forse, all’inizio, avrà un po’ di vertigini.

L’installazione è curata da Antonella Battilani e realizzata dal collettivo modenese Delumen. Formatosi nel 2013, è composto da una squadra di programmatori, musicisti, tecnici ed esperti in comunicazione, e ha all’attivo lavori in Italia e all’estero, dalla Germania a Dubai. Menti creative ed eterogenee che lavorano a braccetto con le nuove tecnologie, i membri di Delumen sono specializzati nell’intrattenimento artistico audiovisivo. Per questo motivo, A.N.N.A si inserisce in modo naturale all’interno dell’ultimo tema trattato nel ciclo di conferenze della Fondazione San Carlo: la presenza della tecnica nel mondo contemporaneo. (Ne avevamo parlato anche noi nell’articolo dedicato all’automa F.A.C.E, oggetto di uno degli incontri presso la Fondazione).

FSC Modena - Sala dei Cardinali
FSC Modena – Sala dei Cardinali

Con A.N.N.A vanno in scena le implicazioni che la tecnica può avere nel mondo dell’arte. E’ sufficiente dimenticare quell’iniziale senso di vertigine e avventurarsi nel mezzo della Sala dei Cardinali, sopra la pedana-specchio posta sul pavimento. A quel punto, ci si trova dentro l’installazione e si può guardare in basso o in alto. La sensazione è quella di essere immersi in un fluttuare di fili luminosi, macchie d’inchiostro, bolle di colore e nidi fosforescenti. E ancora, impulsi intermittenti che si muovono a branchi come acciughe dalla pancia brillante, sinapsi che diventano vortici viola, abissi accelerati. L’affresco spunta a tratti, si ricompone, si frantuma, si modella e rifà capolino. A ritmo di musica.

Lumiscenze di uno spazio dilatato nello spazio di un soffitto

Raoul Battilani
Raoul Battilani

Il segreto di A.N.N.A si chiama mapping procedurale. Ce lo spiega Raoul Battilani, art director di Delumen: “Abbiamo campionato l’affresco, i suoi colori e i suoi contrasti fra chiari e scuri grazie a un algoritmo che abbiamo scritto. Lo abbiamo ricostruito con la stessa tecnologia del mapping per le proiezioni architetturali. Però, quando si fa un mapping architetturale la struttura è passiva: siamo noi che decidiamo cosa dire, creando i contenuti in base all’architettura della struttura. Con il mapping procedurale, invece, l’affresco è attivo: ci ha dato lui le tonalità del suono, il tema, i colori, le cromie e tutto il resto”.

Fra le pieghe delle vesti che sbucano dalle architetture dipinte, fra le nuvole, il cielo e la prospettiva scorciata, l’affresco ci parla e rivela un sé nascosto, la sua rete neurale artificiale. Che fra l’altro dà il nome all’installazione: A.N.N.A significa infatti Artificial Neural Netwok. Continua Raoul Battilani: “Abbiamo creato l’algoritmo basandoci sulle connessioni della rete neurale, cioè il nostro processo legato a un’idea. La prima fase è l’input, quindi i recettori e le sinapsi che si attivano nel momento in cui abbiamo un impulso. Poi c’è la fase nascosta di creazione. Infine l’output, il risultato”. Queste fasi corrispondono anche alle tre parti in cui si articola A.N.N.A: la prima molto astratta, la seconda in cui l’affresco comincia a emergere e l’ultima in cui il colore diventa protagonista.

E l’ultima “A” di A.N.N.A? È il tocco finale, la pedana-specchio. Riflettendo il soffitto affrescato della Sala dei Cardinali, riflette anche il turbine delle sue immagini segrete dilatando lo spazio in modo ancor più illusionistico. Ovviamente, sullo specchio si può camminare. Anzi, si deve. “Non è stato facile trovare il vetro adatto, resistente e temprato al punto giusto, – conclude Raoul Battilani – ma il risultato permette allo spettatore di essere attivo”. E di immergersi testa e piedi dentro una magica sinestesia.

FSC Modena - Sala dei Cardinali

Per conoscere A.N.N.A

L’installazione A.N.N.A sarà visitabile fino al 5 maggio, dal lunedì al venerdì, dalle 16:00 alle 19:00.
Si prevedono aperture speciali secondo gli stessi orari il 22 aprile (con visita guidata a cura di Patrizia Curti alle 17:00) e il 29 aprile (con incontro con Raoul Battilani alle 17:00). L’installazione rimane chiusa il 25 aprile e il 1 maggio.

Tutte le immagini sono di Studio 129.

In mostra a Milano l’«amore perduto» del duca Francesco I d’Este

Così come nella mitologia greca la bellissima Elena, sposa di Menelao, fu oggetto di contesa e origine della famosissima guerra di Troia (arrivata anche sul grande schermo con l’hollywoodiano Troy), allo stesso modo ci fu un dipinto, superbo concentrato di devozione e sfolgorante bellezza, che piacque da morire al duca di Modena e Reggio Francesco I d’Este (1610-1658), il quale decise di farlo suo. Si racconta che Francesco I amasse stupire i suoi ospiti mostrandolo come seducente trofeo, dopo aver sollevato con gesto teatrale il drappeggio scuro dietro cui lo teneva celato.

Correggio, Adorazione dei pastori
Correggio, Adorazione dei pastori

L’Adorazione dei pastori di Correggio – conosciuta anche come «La notte» – dal 1530 si trovava nella cappella di Alberto Pratonieri nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia. «Moltissimi pittori hanno voluto imitare quest’opera sublime con fare che un solo oggetto illumini tutti gli altri […]», scrisse nell’Ottocento Luigi Pungileoni in Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio (Stamperia Ducale, Parma 1817-21). Il dipinto è sensazionale: nel fulcro della scena Gesù neonato emana una luce bianca e ultraterrena, abbacinante. Mentre i tre personaggi sulla sinistra ne sono quasi accecati, Maria lo contempla con infinito amore materno. Sullo sfondo, un paesaggio grigiazzurro come le tetre sere d’inverno e in alto, sulla sinistra, un gruppo di angeli incastonato nell’umida morbidezza di una nuvola. Sin dai primi anni, per la modernità del soggetto e la dolcezza della composizione, l’Adorazione iniziò ad avere una fortuna incredibile, a tal punto da diventare oggetto del desiderio anche di Diego Velázquez che, in qualità di agente del re di Spagna, era in cerca di capolavori per il suo sovrano.

Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d'Este
Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d’Este

Nella notte del 1° maggio 1640, in gran segreto, Francesco I riuscì finalmente a impossessarsi dell’ambitissima «preda», non dando alcun peso né alle proteste del parroco né tantomeno a quelle dei cittadini. Il vuoto lasciato nella chiesa reggiana fu poi colmato da una copia dell’Adorazione realizzata da Jean Boulanger, pittore di corte del duca.
Ma si sa, la fortuna è una ruota che gira. E infatti, circa un secolo dopo, Francesco III d’Este (1698-1780) si vide costretto a vendere oltre novanta capolavori della sua galleria a Federico Augusto II elettore di Sassonia. A una condizione, però: il compratore, stando a una clausola presente nel contratto, avrebbe dovuto pagare di tasca sua la copia della Notte di Correggio, che venne commissionata al pittore veneziano Giuseppe Nogari. Probabilmente, solo un pittore veneto sarebbe riuscito a ricreare l’incanto di luce che scivola sull’epidermide dei personaggi realizzato da Antonio Allegri.
E a quanto pare, anche la copia ebbe un notevole successo. Qualche tempo dopo, Napoleone in persona decise di impossessarsene e di portarla a Parigi, dove finì per adornare la cappella privata dello zio cardinale Joseph Fesch.

Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori
Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori

Il dipinto del Nogari tornò poi a Modena (oggi si può ammirare alla Galleria Estense), mentre l’Adorazione di Correggio è tuttora conservata alla Gemäldegalerie di Dresda.
La copia di Nogari è stata scelta per la mostra “Rubens e la nascita del Barocco” allestita a Palazzo Reale a Milano assieme ad altre due Adorazioni dei pastori: una di Pietro da Cortona (1626) e l’altra realizzata dallo stesso Rubens (1608), che senz’altro si ispirò al conteso capolavoro di Correggio.
L’occasione perfetta, insomma, per concedersi un weekend fuori porta nel capoluogo lombardo e lasciarsi sedurre dal dipinto che fece innamorare i potenti del passato.

I primi dieci anni del Museo della Figurina

Lo scorso 15 dicembre il Museo della Figurina ha spento le candeline festeggiando i primi dieci anni di attività. Aperto grazie ai materiali donati nel 1992 da Giuseppe Panini, oggi conta 500.000 pezzi, 29 mostre temporanee realizzate dall’apertura – quasi tutte con pubblicazione – e un totale di 140.000 visitatori di cui 12.000 studenti, per una media di 15.000 ingressi l’anno.

La mostra organizzata per il decennale, “I migliori album della nostra vita: storie in figurina di miti, campioni e bidoni dello sport” è aperta già da settembre presso il Mata e visitabile fino al 27 febbraio 2017. Curata da Leo Turrini, è dedicata al tema che più di tutti incarna la figurina nell’immaginario popolare. Eppure, proprio grazie alle attività del museo, abbiamo scoperto che la figurina portata da Panini in tutte le case ha radici molto lontane. Oltre alle figurine propriamente dette, infatti, il museo espone materiali affini per tecnica e funzione, risalenti anche ai secoli scorsi, come calendarietti, bolli chiudilettera, cigarette cards, pubblicità in miniatura di tempi lontani. In pratica, un compendio unico nel suo genere di storia della piccola immagine a colori.

figurina05

 

All’indomani dei festeggiamenti, abbiamo parlato con Paola Basile, curatrice responsabile del Museo della Figurina, di questi primi dieci anni di attività e del futuro del museo, proprio adesso al centro di un progetto di cambiamento piuttosto consistente.

Dieci anni di Museo della Figurina: qual è il bilancio che vi sentite di fare?
Penso che il bilancio sia positivo. Va tenuto in conto un aspetto molto rilevante: il Museo della Figurina è l’unico museo pubblico totalmente dedicato a questo tipo di materiali. Quindi non si è trattato semplicemente di aprire un museo e farlo funzionare, ma di aprire un museo su tipologie di materiali totalmente nuovi nell’ambito della museologia pubblica. Esistono collezioni analoghe, ma non sono esposte: una grossa collezione di “cigarette cards” al British Museum, una piccola sezione al Metropolitan Museum, alcuni fondi a Parigi. Il nostro compito è stato soprattutto quello di fare uscire questi materiali dall’ambito prettamente collezionistico, agendo su un doppio binario. Da una parte, cercare contatto con i centri universitari facendo loro conoscere e valorizzare le nostre collezioni. Dall’altra, tramite mostre su diversi soggetti per coinvolgere più pubblico possibile. Non abbiamo mai voluto fare mostre che parlassero delle figurine in sé, ma parlare di altri temi attraverso le figurine.

figurina02Oggi avete modo di sapere chi sono i visitatori più interessati al museo?
Abbiamo diverse fasce d’età. Dipende molto dalla tipologia di mostra, spesso le persone vengono attratte dal tema che noi affrontiamo, quindi non sempre il pubblico è omogeneo. Ad esempio la mostra sulla fantascienza ha attirato anche molti giovani. Negli ultimi anni riproponiamo la mostra sugli anni ’80 e ’90, ogni volta con dei focus differenti, e continua ad attrarre. Anche quella attira tanti giovani, e devo dire anche persone di diverse generazioni: vengono i più piccoli, gli adolescenti, quelli che adesso hanno 30 anni, i nonni che guardavano i cartoni animati coi loro nipoti… ha attirato abbastanza la tipologia “famiglia”. Queste due mostre, assieme a “L’amore è una cosa meravigliosa”, sono quelle che hanno avuto più successo.

figurina04A livello universitario, invece, con chi avete collaborato?
Abbiamo collaborato diverse volte con Roberto Farné, di Scienze dell’Educazione, che ha curato per noi una mostra all’inizio in occasione del Festival della Filosofia sul Sapere. In occasione di Expo abbiamo collaborato con Alberto Capatti, ex Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche. Con la mostra “Figurine di gusto ha estremamente valorizzato i nostri materiali dal punto di vista della storia dei prodotti alimentari industriali che venivano pubblicizzati attraverso le figurine.

Cosa riserva il futuro per il Museo della Figurina?
Al momento è in corso un progetto per la trasformazione del museo in fondazione. Sarà costituito questo Polo dell’Immagine insieme a Galleria Civica e Fondazione Fotografia, e dovrà essere trasferito al Sant’Agostino. Sono in corso adesso le selezioni per il nuovo direttore, che sarà direttore della fondazione. Quello che possiamo dire è che il progetto va nella direzione di un ampliamento, un allargamento, nella nuova sede. Quali saranno gli orientamenti, dipenderà dal direttore. Speriamo che andranno nella direzione della valorizzazione e dell’integrazione con le nuove tecnologie.

“Cosmo” di Marino Neri: il viaggio di un ragazzo per salutare le stelle

“Uomo: trenta litri d’acqua, grasso per sette pezzi di sapone, ammoniaca sufficiente per pulire una casa, sale per un pranzo, zucchero per venti tazzine di caffè, fosforo per trentasei scatolette di fiammiferi, tanto ferro da fare un chiodo.”

cosmo-copertinaQuesta riduzione impietosa ai minimi termini dell’umano è una delle riflessioni pungenti e toccanti che percorrono “Cosmo”, graphic novel del modenese Marino Neri, edita da Cononino Press – Fandango. E’ la terza produzione dell’artista, classe 1979, pubblicata quest’anno dopo “Il re dei fiumi” (2008) e “La coda del lupo” (2011)

Il protagonista è un ragazzo di 15 anni, Cosimo, detto Cosmo. Appassionato di astronomia e poco predisposto al contatto umano, Cosmo vive in un centro di riabilitazione. Nel giorno del suo compleanno decide di scappare assieme al suo amico immaginario, il ragazzo ombra, per raggiungere il deserto di Atacama. Cosmo sa bene che è il punto migliore per vedere la Via Lattea e salutare le stelle che, per effetto dell’universo in espansione, si stanno allontanando.

marino-neri-2Del resto tutto si muove, e in “Cosmo” tutto è mosso da qualcosa che ci sembra grande e inafferrabile. Oppure, all’estremo opposto, privo di senso. Le balene per esempio, come racconta il ragazzo, percorrono in una vita tutti i chilometri che ci separano dalla luna. Le farfalle monarca invece hanno una specie di bussola interna che nell’arco di quattro generazioni le porta dal Canada al Messico. E gli uomini? “Gli uomini – dice Cosmo – sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la migliore condizione che si può vivere. Io penso però che gli uomini siano animali con molti problemi.” E mentre questi uomini si affannano sulla loro quotidianità, le stelle si allontanano e nessuno ci può fare niente.

Il tratto fluido di Marino Neri accompagna così Cosmo nel suo viaggio iniziatico. Colori pieni e opachi, alternati a larghe macchie scure, ci portano con lui attraverso una campagna piatta che ricorda certe distese emiliane dove il cielo si srotola all’infinito. E nella campagna, si nascondono i personaggi a cui Cosmo si aggrappa come se fossero liane per poi andare oltre. In certi casi, fuggire.

marino-neri-1La trama delle citazioni letterarie, volute o meno, scivola come un sottotesto. C’è un Ismael, come in “Moby Dick”, ma è un vagabondo tatuato più simile al polinesiano Queequeg (e come lui ha un debole per le teste). Ci sono i due bifolchi, Brano ed Ezio, che sembrano usciti dalla penna di Lansdale. C’è una volpe amica, come nel “Piccolo Principe”, e c’è una giovane Ofelia scollegata a sua volta da ciò che è la sua vita.

Il piglio cinematografico dei disegni di Neri ci fa immergere nelle esistenze di queste persone e richiama il dettaglio con pochi tratti. Un armadio un po’ datato, un pupazzo a forma di Stregatto, un poster di Harry Potter, un tappeto peloso, ed eccoci nella camera di Ofelia. Rassicurante quanto minacciosa. Proprio come gli interni incrostati della roulotte dell’uomo cieco, dove l’odore della discarica circostante esce dal foglio e arriva alle narici. Eppure, saranno proprio la generosità e il coraggio dell’uomo cieco (e dei suoi gatti) ad aiutare il ragazzo a proseguire per la sua strada.

Ce la farà Cosmo ad arrivare ad Atacama? Non ve lo diciamo, ma speriamo che a quel punto le stelle non siano già troppo lontane.

La città “in questo momento”: il workshop di Stefano Ricci all’Istituto Venturi

“In questo momento” è il workshop che l’artista Stefano Ricci ha tenuto dal 18 al 21 ottobre presso la sede storica del Venturi, in Via Belle Arti, nell’ambito dell’Alternanza Scuola-Lavoro. Il progetto è stato coordinato da Antonella Battilani, docente di Laboratorio Grafico, con la partecipazione di Margherita Mantovani e Marilena Ballotta, docenti di Discipline Pittoriche. Hanno partecipato le classi 4D e 4E del corso liceale di Grafica e le classi 4F e 4G del corso liceale di Arti Figurative. Chiari gli obiettivi: grazie al contatto con Stefano Ricci – artista di fama internazionale e con una grande esperienza di docenza – , permettere a ciascuno studente di immergersi completamente nella concezione e nello sviluppo di un’opera d’arte complessa e completa. I lavori prodotti saranno in seguito esposti presso la Galleria ArteSì di Modena.

Studenti del Venturi con Stefano Ricci
Studenti del Venturi con Stefano Ricci

Il workshop ha visto inoltre la partecipazione, fianco a fianco delle quarte coinvolte, di due ospiti esterni speciali. “E’ una fortuna avere con me dei “clandestini” – sorride l’artista -, cerco sempre di farlo. Portano conoscenza, un sapere tecnico: è un confronto fra età sempre molto utile”.
Il primo è Ahmed Ben Nessib, 24 anni, originario di Tunisi. Dopo la maturità si è trasferito in Francia dove frequenta il terzo anno dell’EMCA (Ecole des métiers du Cinéma d’Animation) ad Angoulême. Attualmente trascorre il periodo all’estero previsto dal suo corso di studi presso la Scuola del Libro di Urbino. “Io personalmente ho già fatto workshop con Stefano in Francia e a Gorizia – spiega -. Ci siamo incontrati in Francia, quindi adesso che sono in Italia mi ha proposto di venire qui.” Il secondo è Samuele Canestrari, 20 anni, marchigiano. Ha frequentato il liceo artistico presso la Scuola del Libro di Urbino e sta completando il secondo anno di perfezionamento post-diploma che la stessa scuola offre. “Io mi sono accodato – racconta -. E’ uscito il discorso a cena con Ahmed e mi sono detto: proviamo a uscire anche solo per un attimo da quelle quattro mura in cui vivo ormai da 7 anni”.

Assieme a Stefano Ricci, Ahmed e Samuele ci hanno raccontato “In questo momento” e le loro impressioni a caldo.

Stefano, in che cosa consiste questo workshop?
Stefano Ricci: Propongo agli studenti di uscire la mattina per un’ora e cercare una cosa che succeda in questo momento, qualcosa che incuriosisca prima di tutto loro. Poi propongo loro di disegnarla in esterni o di fotografarla. Io li aspetto dove lavoriamo e li ascolto uno per uno, singolarmente, su quello che hanno visto, e guardo quello che hanno disegnato. Qui, propongo di ridisegnare senza schizzi, ma direttamente a pennello correggendo in bianco, su formato A3 orizzontale o verticale. Da quello che hanno disegnato propongo di tagliare uno o più stencil per avere più mascherine di stampa. Poi di stampare più copie, per avere una serie di variazioni, e di completarle stampando l’ora in cui hanno visto quello che hanno visto. Questo permette in una giornata di avere un arco che va dall’osservazione, al disegno, alla riproduzione, alla serialità di copie uniche, e permette di disegnare in ogni passaggio.

Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib
Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib

Ahmed e Samuele, voi siete l’anello di congiunzione in questo gruppo: siete più grandi dei ragazzi che avete conosciuto, e dall’altro lato c’è l’artista. Come la vivete?
Ahmed: È una cosa che vivo anche a Urbino. La statale dove c’è il perfezionamento è anche un liceo, quindi questo periodo l’ho passato anche con ragazzi di 14 anni. Ed è curioso… La storia dell’arte, la storia del cinema, l’arte contemporanea, sono cose che ho scoperto veramente tardi: avendo fatto la maturità in Tunisia non sono cose che ho studiato, quindi ho scoperto questo mondo a 19 anni. Invece arrivo qui e trovo dei bambini che conoscono già tutto… È fantastico!

Samuele: È stata una delle prime volte che ho lavorato in questo modo. È curioso il fatto che quest’estate io abbia odiato quello che abbiamo fatto oggi, perché ho lavorato per tre mesi in una fabbrica di serigrafie. Il background è lo stesso, cioè avere delle matrici che producono teoricamente la stessa immagine. All’inizio mi sono detto “Nooo, ritorna questo mostro”, invece è stato confortante. Capisci che la tecnica è la stessa, ma la situazione completamente diversa, quindi anche lo stato d’animo è diverso.

Stefano Ricci: Infatti disegnare per la serigrafia, o per gli stencil, è una tecnica che ti porta a tradurre il disegno in una sintesi di luci e di masse che può essere una forzatura, ma è un grande esercizio. La sfida è anche lavorare con due strumenti che hanno un carattere completamente diverso. Il pennello è uno strumento molto sensuale, il cutter è molto crudele. Quindi, come rendere esatto il pennello e come rendere più dolce il taglio? C’è un disegnatore argentino che ho amato molto che si chiama Alberto Breccia. A un certo punto invece di usare il pennino ha cominciato a usare una lametta. Con la lametta riusciva a fare un segno come un capello, anche più sottile forse, però la lametta tagliava la carta e dove tagliava la carta l’inchiostro si apriva. Ha trasformato uno strumento così, anche pericoloso, in uno strumento lirico.

Per Samuele e Ahmed: le vostre impressioni a caldo su Modena?
Samuele: È difficile da dire, è completamente diverso da dove veniamo. Quando abbiamo visto questa città tutta ordinata, tutta “disegnata”, ci siamo detti “Ecco, adesso ci spennano”, invece non più di tanto. Le persone sono cordiali, mi sembra che amino quello che hanno nella loro città. Ieri abbiamo pranzato al Mercato Albinelli e non avevamo mai visto un mercato coperto così. Magari è stata un’impressione romantica…

Ahmed: È strano perché siamo stati a Bologna per due giorni, dove c’è una vita intensa, di persone, di studenti. Modena da Bologna è mezz’ora, ma arrivando qui c’è… silenzio, calma, tutto pulito. E’ tedesca come situazione! E devo dire un’altra cosa, forse non è politicamente corretto ma è vicino alla mia situazione. Io vengo dal Nord Africa e guardo sempre gli stranieri per sapere come si vive qui. A Urbino, a Pesaro e anche a Bologna ho incontrato delle persone che vengono dall’Africa. Cercano di incontrare gente per la strada, per chiedere un lavoro ad esempio. Qui, da quando sono arrivato, non è che non ci sono… in Norvegia per esempio non c’è una persona che non sia completamente bianca. Qui ci sono, però sono vestiti alla moda, hanno la bicicletta… Lo so, è esotico come punto di vista!

Per finire, Stefano, ci sono lavori particolarmente interessanti fra quelli prodotti dai ragazzi e dalle ragazze del Venturi?
Stefano Ricci: Molti. Molti lavori sono belli, anche di natura diversa. Molti di loro hanno trovato una semplicità nell’osservazione che li ha portati dritti anche a una semplicità compositiva e tecnica. Altri hanno avuto nel disegno un impianto più complesso, quindi un passaggio in stampa più difficile. Ma va bene, va bene così.

“Modena città di canali”: le tappe del FAI Marathon di domenica 16 ottobre

Modena sarà una delle 150 città italiane a partecipare all’iniziativa FAI Marathon 2016, promossa dal Fondo Ambiente Italiano e prevista per domenica 16 ottobre. Il FAI Marathon, giunto alla quinta edizione, è l’evento autunnale di punta gestito dalle delegazioni locali del FAI Giovani, contraltare affermato delle già famose Giornate di Primavera.

Durante il FAI Marathon ogni città sceglie un tema, articolando su di esso un itinerario che permetta di scoprire angoli nascosti dello spazio urbano. Le tappe sono rese note in anticipo e si possono visitare in ordine sparso. Presso ciascuna di esse, i giovani volontari faranno da ciceroni. L’invito è dunque alla passeggiata: andare a piedi fra una tappa e l’altra, conoscere qualcosa di nuovo sulla propria città, essere per una volta turisti curiosi fra le vie che si percorrono senza attenzione tutti i giorni.

fai03

Per il FAI Marathon 2016 Modena propone il tema “Città di canali“. E’ noto che Modena fosse in passato percorsa da una rete di vie d’acqua che ne modellavano la forma e la collegavano a città anche distanti, come Venezia e Milano. Le testimonianze restano nella toponomastica: Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto, ma anche Via della Cerca e Via Modonella che portano il nome di rispettivi canali, oppure Via Fonte d’Abisso, una delle polle in cui tuttora l’acqua sale in superficie (i famosi fontanazzi!). Il 16 ottobre, però, il FAI Giovani di Modena va oltre le evidenze per proporre altre tappe che hanno a che fare con l’anima acquatica della città. Ecco quali.

fai01

  • Abbazia di San Pietro (Via S. Pietro 7).
    Il cortile della Spezieria di San Pietro è ancora oggi coltivato con erbe officinali e custodisce un’antica fontana recentemente restaurata. Nel corso della visita sarà possibile anche vedere le fondamenta della chiesa precedente all’attuale San Pietro e il museo dell’Abbazia.
  • Sistema di dilavamento del Canale di San Pietro presso Palazzo della Provincia (Via Saragozza 113).
    Dove oggi c’è l’ex Palazzo della Provincia, un tempo c’erano i mulini di San Pietro. Al primo piano si scorge ancora il Canale San Pietro imbrigliato in una chiusa che tuttora contribuisce alla pulizia della rete fognaria modenese.
  • Complesso di San Paolo (Via Francesco Selmi 67).
    Il Canale Modonella scorre ancora sotto l’abbazia di San Paolo: il cuore della visita sarà quindi la Sala del Canale, dove sono visibili le volte che coprono il corso d’acqua. Ma sarà anche l’occasione per visitare i due suggestivi chiostri del complesso: il cortile del banano e il cortile del leccio.
  • Archivio Storico Comunale (Via Vittorio Veneto 5).
    Lo scrigno della storia politico-amministrativa di Modena apre le sue stanze. Qui sono conservati gli atti prodotti nei secoli dal “Magistrato di Acque e Strade”, numerose mappe e documenti che testimoniano una Modena fatta d’acqua.

Le tappe indicate sono visitabili dalle 10:00 alle 17:00. Non c’è un biglietto di ingresso, ma è possibile fare una piccola donazione oppure iscriversi al FAI a tariffe agevolate.

Un viaggio nel tempo con Officina Typo

Nel libro “22/11/1963” di Stephen King, nel magazzino di una locanda di Lisbon Falls, Maine, è nascosto un varco temporale, una “buca del coniglio”. Ogni volta che lo si attraversa ci si trova nella Lisbon Falls del 9 settembre 1958, alle 11:58 del mattino.

Anche a Modena c’è un varco temporale: basta scendere una rampa di scale sotto la mole grigia del Direzionale 70, proprio davanti alla fermata dell’autobus, per ritrovarsi nella Magonza di Johannes Guntenberg, anno 1455. La magia che lo permette si chiama Officina Typo.

08_Officina Typo_Merlo comanda colore di Ebe Babini

STAMPARE I LIBRI COME SI FACEVA UNA VOLTA

Officina Typo nasce come associazione nel 2011 e rientra a pieno titolo fra quelle realtà artigiane che punteggiano ovunque il tessuto italiano. Il suo cuore pulsante è una famiglia: Silvano Babini, Gina Paolini e la figlia Ebe Babini. Lo scopo, preservare e valorizzare la stampa tipografica come si faceva una volta, ossia con l’uso di torchi manuali e caratteri mobili: lo stesso principio con cui Gutenberg realizzò la prima Bibbia stampata dando il via alla produzione di incunaboli in Occidente. Una tecnica rivoluzionaria e sorprendente per l’epoca, che oggi ci sembra preistoria.

02_Officina Typo_ Silvano ed Ebe Babini con un torchio del 1863
Silvano ed Ebe Babini con un torchio del 1863

L’avventura di Officina Typo comincia grazie all’esperienza maturata da Silvano Babini e agli strumenti da lui collezionati negli anni, fra cui diversi torchi d’epoca. Ravennate d’origine, Silvano compie i suoi studi alla Scuola del Libro di Urbino formandosi in grafica, fotografia e in tutta la tecnologia relativa alla stampa. Arriva a Modena con il movimento cooperativo e lavora per tipografie e agenzie di pubblicità fino ad approdare alla Panini. Una volta raggiunta la pensione nel 2010, raccoglie tutti i torchi antichi acquistati per passione e disseminati fra garage di parenti e depositi della Panini per dare loro una nuova vita. L’embrione di Officina Typo prende forma. Il varco temporale per fare un viaggio nell’epoca dei caratteri mobili anche.

MACCHINE ANTICHE PER UN DESIGN MODERNO: PARTECIPAZIONI, LIBRI ILLUSTRATI E STAMPE D’ARTISTA

“La tipografia da un punto di vista industriale è morta 30 anni fa. E’ rimasta a livello artigianale, ma anche lì, col cambio di generazione, stanno scomparendo gli ultimi artigiani. Quindi la tipografia come tale è sostanzialmente destinata a morire. – Esordisce Silvano -. Ma è rimasta a livello artistico, perché ha ancora delle cose da esprimere.”

04_Typo_stampa a caratteri mobili

Infatti, le produzioni di Officina Typo sono le più disparate, e non riguardano solo la parola scritta, ma anche l’immagine. “I nostri lavori su commissione tendenzialmente sono le partecipazioni – spiega Ebe -. C’è ancora qualcuno che, per gusto o per scelta, cerca partecipazioni un po’ strane e decide di venire da noi.” Tuttavia, ci tiene a precisare che in Italia questo mercato è una nicchia, mentre altrove costituisce un business non indifferente. “In Nord Europa e in Nord America per esempio c’è più attenzione per tutto quello che riguarda i biglietti di auguri, la cartoleria, cose che da noi sono quasi scomparse. Là hanno una tradizione fortissima del biglietto cartaceo, lo usano per tante occasioni. Le realtà straniere simili alla nostra frequentano addirittura fiere della cartoleria per far vedere i loro biglietti: cose incredibili, impensabili da noi.”

 

06_Officina Typo_L'Infinito di LeopardiOfficina Typo alle fiere ci va soprattutto con le sue auto-produzioni, libricini che coniugano parola e immagine, strizzando l’occhio alla grafica, il tutto rigorosamente creato con matrici mobili. “Per fare le immagini devi fare un cliché fotomeccanico o con il linoleum – spiega Ebe -. Ritagli la forma con il linoleum, lo incidi, e poi si stampa la parte a rilievo esattamente come i caratteri. Ovviamente tutto ribaltato.” Ogni pezzo diventa quindi unico, seppur riproducibile. Fra i cavalli di battaglia, “Merlotipo comanda colore” di Ebe Babini, “Caratteri dell’Architettura” di Ilaria Lusetti, e l’ultimo della scuderia: un “Infinito di Giacomo Leopardi” alto solo 7 centimetri!

Date queste premesse, la saltuaria collaborazione di Officina Typo con artisti diventa quindi un fatto naturale. Valeria Brancaforte, artista italiana residente a Barcellona, ha inciso su linoleum per loro tre tavole dedicate alla Creazione, mentre l’illustratore Stefano Ricci ha creato “Rebus n. 7”, un trittico di xilografie dallo stile inconfondibile.

 

UN “SAPER FARE” DA TRAMANDARE

Per concludere, la valorizzazione della stampa a caratteri mobili come antico sapere – e saper fare – passa anche per la formazione, infatti Officina Typo organizza nella sua sede corsi pratici di ogni genere, sia per addetti ai lavori, sia per per bambini e ragazzi. Tornare in sintonia con la manualità è la parola d’ordine.

Stefano Ricci al lavoro
Stefano Ricci al lavoro

“Il 70% di quelli che vengono a fare i corsi sono dei grafici – spiega Silvano -. Stanno tutto il giorno a lavorare con il computer. Quando sono qua e lavorano con le mani gli si apre un mondo, anche perché nel settore si è cominciato a lavorare col computer negli anni ’90.”

Anche per i ragazzi di oggi, i cosiddetti “nativi digitali” con smartphone alla mano e connessione H24, la stampa a caratteri mobili con i suoi tempi dilatati e “offline” riserva sorprese. Racconta infatti Ebe: “Quando vengono i ragazzini sono incredibili. Abbiamo fatto un corso con dei ragazzi di prima media, erano venuti in 3 o 4 ed erano entusiasti. Una bimba è andata via dicendo “Ma io non pensavo che fosse così, è bellissimo!”. Forse per loro è molto più emozionante, proprio perché non sono abituati a fare cose con le mani: è un mondo completamente nuovo.”

“La stampa è sempre una magia – Conclude Silvano -. E’ una magia anche quando viene fuori dalla stampante di casa, ma è una magia un po’ diversa. Qui la magia è che tu con le tue mani hai messo dei caratteri, dei pezzi di legno in un torchio e hai messo un po’ di inchiostro, un pezzo di carta, hai dato una rullata e viene fuori il risultato.”

Perché si sa, i viaggi nel tempo sono sempre affascinanti. E quando si torna in superficie, fuori dalla “buca del coniglio”, ci si accorge di avere un pizzico di magia in più nell’animo.

Fantasia per tutti al Consorzio Creativo

Da quando è stata liberata dalle bancarelle, Piazza XX Settembre sembra quasi una piazza fiorentina. Larga, rettangolare, con piccole vie di accesso e qualche caffè che si allunga con tavolini e sedie sui lastroni di pietra che ne coprono la superficie. Mancano la statua di Dante e la facciata policroma di Santa Croce per completare il quadro, ma insomma, si fa quel che si può. Per esempio, proprio lì dove la stretta Via dello Zono sfocia nella Piazza, c’è una piccola fucina di creatività che da qualche tempo fa parlare di sé.

evento_consorzio5Si tratta del Consorzio Creativo: un paio di stanze ben curate, usate nei fine settimana come spazio espositivo per mostre, ma anche per altre attività culturali come concerti e presentazioni di libri. Una delle sue anime è Gloria Rossi, che nella vita è medico nutrizionista. Davanti a un cappuccino al ginseng e a un chinotto biologico mi racconta che anche i soci fondatori – il Consorzio è un’associazione – non hanno nulla a che fare con il mondo dell’arte pur essendo “due creativi repressi”.

La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5
La sede del Consorzio creativo in via dello Zono 5

“L’idea è nata dall’imprenditore e ragioniere Alessandro Orrea e dal medico Massimo Baraldi – racconta Gloria – . Sono andati a fare viaggio, una specie di bilancio della vita, quando i figli sono diventati grandi e viene da chiedersi: e ora che cavolo facciamo? Come sarebbe che cavolo facciamo… Apriamo il Consorzio Creativo! E così, due anni fa, è nato questo luogo come punto di riferimento per tutto un gruppo amicale allargato che qui vede un luogo di incontro per vedersi il sabato e la domenica.”

La dichiarazioni di intenti, quella che chiameremmo la mission dell’associazione, campeggia chiaramente sul sito internet e recita così: il Consorzio Creativo promuove gli artigiani del pensiero e della fantasia con l’intento di facilitare la realtà collettiva.

evento_consorzio2Non si parla di artisti e ogni parola è precisamente pesata. Artigiani. Pensiero. Fantasia. Facilitare.
Spiega infatti Gloria: “Diamo a chiunque ne faccia richiesta la possibilità di condividere un’idea, un progetto. La condivisione genera idee, fa rete. Non abbiamo una pretesa alta, noi non siamo professionisti. L’idea originaria è quella di non selezionare nulla, se compatibile con gli spazi, ma una selezione si è imposta per necessità perché sono state talmente tante le richieste che il calendario per l’anno prossimo è già completo.”

Il cuore del Consorzio, dunque, non sono solo e necessariamente gli artisti, ma in generale le persone che hanno qualcosa da dire, una fantasia interna da esprimere, e lo fanno tramite forme artistiche come fotografia, pittura, scrittura.

evento_consorzio3Tuttavia, qualche artista dal Consorzio ci è passato. “Per come la vedo io, l’artista ha un’impellenza, un aspetto totalizzante di questa necessità espressiva – afferma Gloria -, un magma da cui fare uscire una lava.” Purtroppo gli artisti divorati dall’impellenza non diventano necessariamente famosi, ma per completare il cerchio anche il Consorzio ha visto la presenza qualche celebrità. Franco Fontana, per esempio, che qui ha esposto durante gli ultimi due Festival della Filosofia. Alcune sue fotografie, accompagnate da testi di Valerio Massimo Manfredi, sono diventate le protagoniste del libro “Terra Alma et Amara”, prodotto recentemente dallo stesso Consorzio, i cui proventi andranno alla Lega del Filo d’Oro.

evento_consorzio4Inoltre, a riprova che il ritrovo per il gruppo amicale si è ulteriormente allargato, le due salette in Via dello Zono hanno avuto di recente l’occasione di essere un luogo di superamento della stessa Modena, dove non sono sempre i modenesi a raccontarsela fra modenesi. Questo dato è evidente soprattutto nell’ambito delle presentazioni dei libri, grazie a un rapporto instauratosi con la casa editrice Longanesi che qui ha portato alcuni dei suoi autori tra cui Lorenzo Marone che al Consorzio ha presentato “La tentazione di essere felici”.

C’è chi dell’espressione artistica fa il proprio lavoro, o la propria vocazione. Al Consorzio Creativo va innanzitutto in scena l’arte di esprimere la propria fantasia. Perché coltivare ed esprimere creatività e fantasia fa bene a tutti. Solleva l’animo e aggiunge un tocco di colore alla vita quotidiana. In pratica, facilita la realtà collettiva.

Tutte le immagini di questo articolo sono tratte dai video realizzati dal Consorzio Creativo.

Viva il buglione: lingue che muoiono e parole che risorgono

Sul nostro pianeta ci sono lingue che tra qualche anno non parlerà più nessuno perché i pochi che le sanno parlare moriranno. Secondo alcuni dati, oggi esistono circa 7000 lingue. La maggior parte degli esseri umani parla le lingue dominanti, circa 80, tra le quali regnano incontrastate il cinese, l’inglese, l’hindi, lo spagnolo e l’arabo. Solo queste cinque lingue sono parlate dall’80% degli abitanti del pianeta Terra.

Le altre migliaia di lingue e dialetti (sulla distinzione fra le due cose c’è una lunga discussione in corso da sempre, che qua saltiamo a piè pari) sono le cosiddette lingue minori, cioè parlate da una minoranza di abitanti, il restante 20%. E di queste, una buona metà è a rischio di estinzione. Esistono 357 idiomi che oggi vengono parlati da meno di 50 persone, e ogni anno ne sparisce qualcuno. C’è anche chi parla fischiando, qui ad esempio si può sentire e leggere un’intera conversazione tra due contadini.

Un "dottore" Kallawaya
Un “dottore” Kallawaya

Ma perché è grave se una lingua muore? Intanto, con la scomparsa di una lingua se ne va spesso anche una cultura, una tradizione, e anche un patrimonio di competenze. E’ il caso, ad esempio, del Kallawaya, lingua iniziatica boliviana che custodisce il sapere tradizionale della popolazione Kallawaya: se sparisce la lingua, spariscono anche le loro conoscenze delle piante medicinali.

Altro aspetto di solito meno considerato, perché apparentemente poco rilevante sul lato pratico, è che la scomparsa di una lingua significa anche la scomparsa di concetti astratti molto specifici che nessuno sarà più in grado non solo di dire, ma anche di pensare. Idee che possono essere dette solo in una lingua e non in un’altra, o che difficilmente possono essere tradotte (un esempio noto è il termine tedesco “schadenfreude”, ovvero “provare piacere per la sfortuna degli altri”, presente in molte altre lingue come unica parola).

Inoltre, come scrivono sul National Geographic, “studiando le varie lingue aumentiamo anche la capacità di capire come  gli umani comunicano e acquisicono la conoscenza. Ogni volta che una lingua muore, si perde una parte del quadro di ciò che il nostro cervello è in grado di fare”.

Questo, che per molti non rappresenta nulla di grave ma anzi un banale effetto collaterale del progresso dell’umanità a una sorta di “selezione naturale” tra le lingue – infatti spesso quelle minori vengono inglobate da quelle dominanti – per molti altri invece è un fatto gravissimo e si fa di tutto per evitarlo. Perché si considera la varietà linguistica e la diversità culturale come una ricchezza fondamentale per il patrimonio dell’umanità, così come consideriamo – o almeno lo considera la maggior parte di noi – importante salvare dall’estinzione alcune specie animali per tutelare il patrimonio naturale del pianeta e la famosa “biodiversità”.

Il quagga, sottospecie estinta della zebra.
Il quagga, sottospecie estinta della zebra.

L’Italia in particolare è un paese di dialetti e lingue minori. I dialetti oggi si parlano meno rispetto al passato ed è sempre più frequente l’uso frammisto di italiano e dialetto, perfino in regioni dove la parlata locale è a tutti gli effetti una lingua, come la Sardegna (i sardi chiamano il sardo “sa limba”, cioè “la lingua” – ma anche su questo ci sono infinite discussioni e anche qua, oplà, saltiamo a piè pari). Ma i dialetti sono comunque tanti e all’interno di ogni regione se ne trovano decine di varianti diverse, che spesso cambiano completamente da paese a paese, praticate sia in contesti famigliari sia con estranei o sul lavoro. Pensiamo al Veneto, ad esempio, probabilmente la regione dove il dialetto è più diffuso e più che convivere parallelamente alla lingua italiana, la sostituisce.

Ma anche in Italia, paese così ricco di varietà linguistiche, ci sono le minoranze a rischio. Alcune famose come il friulano, il ladino, ma anche l’occitano, il provenzale, il patois, o varianti dell’albanese parlate in Calabria o del croato in Molise; o ancora il catalano in Sardegna (ad Alghero, dove il catalano è usato ufficialmente anche dal Comune per cartelli e strade), e perfino il greco nella cosiddetta Grecia Salentina, isola linguistica pugliese, oppure il cimbro, una lingua di ceppo germanico parlata nel Trentino e anche in Veneto.

Una bella famiglia ladina.
Una bella famiglia ladina.

Ma allo stesso tempo, anche all’interno dell’italiano, intesa come la lingua ufficiale della nazione Italia – basata sul fiorentino letterario del 1300, ricordiamo, nonché tra le prime 25 lingue del mondo per numero di madrelingua – esistono parole destinate a estinguersi. Per alcune è troppo tardi: si sono già estinte e quasi nessun italiano, sentendole, saprebbe non solo assegnare loro un significato, ma anche solo riconoscere che si tratti effettivamente della propria lingua e non di una lingua immaginaria.

Uzzolo, buglione, burbanza, traccheggio, zinzino, salapuzio: vi dicono qualcosa? Probabilmente no, eppure sentite che belle, sentite come suonano bene, come sembrano dire qualcosa, come sembrano vive nonostante siano a tutti gli effetti morte perché non più utilizzate – o quasi.

Zinzino ad esempio nel suo suono contiene già il suo significato: provate a pronunciarla e vedrete che vi verrà spontaneo il modo corretto di usarla e la parola riprenderà vita. Non vorreste giusto uno zinzino di qualcosa? Forse la minestra è perfetta così, ma non aggiungereste uno zinzino di sale? Giusto uno zinzino, oppure, addirittura, uno zinzinino?

Questa intuizione è alla base del progetto dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (URPS), che si presenta come “ente preposto al recupero di parole smarrite benché utilissime alla vita sulla terra”. La sua fondatrice, Sabrina d’Alessandro, se ne occupa dal 2009, recuperando parole italiane dimenticate, a volte talmente strane e talmente lontane dall’italiano di oggi – in continua evoluzione, come sappiamo – da suonare come parole di un’oscura minoranza linguistica straniera, di qualche etnia lontanissima da noi, una di quelle lingue parlate da poche persone viventi. Un italiano straniero, insomma.

uzzolo

In effetti basta poco perché la nostra stessa lingua ci appaia aliena. Ad esempio, qualche tempo fa parlavo con una cantante dell’est Europa, grande appassionata di opera fin da bambina. Nel suo paese d’origine, la Croazia, ascoltava le opere italiane di Verdi, Rossini, Puccini, imparandole a memoria ma ignorandone completamente il significato. Decise così di imparare quella lingua che l’affascinava tanto proprio partendo dai suoi libretti d’opera preferiti, cercando sul dizionario il significato dei vocaboli che cantava.

Quando poi si è trasferita in Italia, a Modena, pensava di poter parlare perfettamente l’italiano, dato che l’aveva imparato con tanta passione attraverso il canto lirico. Ma L’italiano che conosceva lei nel frattempo era morto: usava solo il passato remoto e termini ormai scomparsi, in pratica parlava come un librettista dell’800. Mi raccontò di quanto fu difficoltoso discutere e firmare il contratto d’affitto per l’appartamento utilizzando l’italiano imparato con le arie di Verdi e Puccini. Per il proprietario della casa quello era un italiano piuttosto bizzarro e lei, straniera doppiamente straniera, le appariva come un’aliena.

Alcune in effetti sembrano davvero parole aliene: risquitto, daddolosa, suzzacchera, papocchione, gorghiprofondo: sono tante le parole che l’Ufficio resurrezione recupera e diffonde, non solo per puro gusto conservativo, museale, archivistico (come il bellissimo sito ufficiale dell’Ente farebbe pensare), ma anzi, tutto al contrario, per riportarle in vita, farle risorgere facendole risuonare.

PastedGraphic-1

E qui sta l’originalità dell’intuizione di Sabrina d’Alessandro – autrice anche del volume “Il libro delle parole altrimenti smarrite” edito da Rizzoli -, e cioè sfruttare l’aspetto ludico di questi termini così buffi e desueti (ricordiamo che anche desueto è un termine desueto, anche se non ancora estinto) e la loro “capacità di far risuonare la realtà in modo diverso”.

Ogni anno nei dizionari italiani vengono aggiunte nuove parole che in realtà ci suonano fredde, quasi imposte. Parole che vengono usate più che altro dai giornalisti nei titoli di giornali, ma raramente dalla gente nelle conversazioni quotidiane. Neologismi e anglicismi che dovrebbe essere espressioni di una realtà che cambia, ma che nascono già vecchi e che di fatto pochi o nessuno usano realmente. Termini come “downloadare” invece del più utilizzato scaricare, “svapare”, che sarebbe l’atto di fumare la sigaretta elettronica, twittare, selfare (cioè fare un selfie), tutti termini inseriti negli ultimi anni nei dizionari. O perfino phablet. Giuro, è stata inserita la parola phablet nei dizionari, per ora solo tra i neologismi. Non è il nome di un profeta ebraico ma l’unione tra smartphone e tablet.

La Treccani cita come fonte un articolo di Repubblica del 2013, che diceva così:

“Il termine è nuovo, ma è meglio impararlo subito. Perché quella dei “phablet”, che potremmo tradurre con “tabletfonini”, rischia di essere una vera e propria invasione […] qui si parla di dispositivi che sono una via di mezzo fra smartphone e tablet”.

Ora siamo nel 2015, i giornalisti due anni fa ci consigliavano di imparare subito questo termine, e noi l’abbiamo imparato, ci siamo esercitati ogni giorno a ripeterlo; ma a oggi, siamo sinceri, l’invasione di questo termine sembra lontana.

Gli oggetti esistono e sono venduti, ma non sentiamo in continuazione qualcuno parlare di phablet o tabletfonini (e tantomeno delle varianti “phonablet” e “phonevlet”, in teoria esistenti). Tanto che Amazon, che diamo per scontato sappia bene quello che fa quando si parla di vendere, continua a usare il termine “smartphone” o “tablet” nelle sue inserzioni e molto raramente “phablet”.

Svapate pure, tranq.
Svapate pure, tranq.

Ma l’Italia sembra avere una vera passione per neologismi e anglicismi e ogni anno i giornali presentano entusiasticamente le nuove parole inserite nel dizionario. Parole che, in molti casi, non sentiremo e non leggeremo mai più, se non – di nuovo – sui giornali. E capita anche che si generi un ciclo paradossale in cui 1) il termine non viene ancora realmente usato, 2) i giornali ne parlano come di una nuova parola che tutti usano e 3) la gente finisce per iniziare a usarla davvero: praticamente una profezia che si autoavvera. Nel frattempo alcuni vecchi termini scompaiono e finiscono nel dimenticatoio, nel cimitero delle parole che non si usano più.

E allora? E’ davvero un peccato? Per noi sì. Non si tratta di un moto di fastidio per il “nuovo” o peggio per un’assurda fedeltà linguistica alla cara vecchia lingua di una volta, o ancora per un nazionalismo spinto che non accetta le parole straniere. Si tratta più semplicemente di considerare di fondamentale importanza la varietà linguistica come espressione della ricchezza culturale del pianeta. In Italia per ogni parola “nuova” (di solito inglese) che appare, molte altre “vecchie” muoiono in solitudine. E noi, che ci siamo dimenticati del buon vecchio buglione, ci ritroviamo a “whatsappare”, ignorando che molto probabilmente appariremo ridicoli tra un paio d’anni, esattamente come oggi ci fa ridere il gergo dei paninari degli anni ’80.

Ma l’Italia è soprattutto il paese dove le parole non si traducono ma si importano così come sono: più che inglobarle, ne veniamo inglobati.

Ad esempio tutti ricordano sempre che i francesi chiamano “ordinateur” il computer, ma in realtà anche gli spagnoli lo traducono in “ordenador” o “computador” e se si guarda la voce di Wikipedia sul computer si scopre che praticamente in tutto il mondo la parola viene tradotta e che l’Italia è tra i pochi paesi a chiamarlo esclusivamente computer, senza sinonimi e varianti. Idem per il mouse, tradotto in quasi tutte le lingue, mentre è inesistente un sinonimo italiano (a meno che non vogliate fare gli eroi e decidere di chiamarlo “topo”). Ma che dire, ormai è andata così, inutile lamentarsi.

tumblr_nh758i6s6a1u1x3ooo3_1280

La cosa che però ci intristisce è che mentre aggiungiamo al nostro vocabolario parole di altre lingue o neologismi che non useremo mai, si estinguono simpatici vocaboli come pampinoso, magnolino, schiribilloso, ruzzaiolo, struggimondo o guastapagnotte. Parole morte, eppure vive ed evocative, dunque degne di essere riportate in vita. Ed è appunto questo che fa Sabrina d’Alessandro con l’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.

Lo fa da anni in vari modi, sfruttando l’aspetto ludico e anche le potenzialità espressive e visionarie delle parole smarrite e la loro presa sul nostro immaginario. LogoUfficioResurrezioneNon siete d’accordo? Non pensate che schiribilloso sia un termine assolutamente schiribilloso? La D’Alessandro ne è convinta e per questo continua nella sua opera di risurrezione: l’ha fatto con i disegni, con il libro, con il sito dell’Ufficio Resurrezione Parole Smarrite (opera d’arte a sé), oppure “oggettificando” alcune parole perdute, cioè costruendo delle opere che le rappresentassero, come si può vedere nel Dipartimento Oggettificazioni.

Nuova tessera nel mosaico di questo vasto progetto è la performance “Parole Scilingue per Quadri Trappola” che si terrà sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena nell’ambito della mostra “Daniel Spoerri Eat Art in transformation”. Le parole scelte provengono dalla cultura alimentare e, attraverso un rituale artistico, verranno riportate in vita, servite, illustrate e cantate dalla D’Alessandro, con l’aiuto del mimo Antonio Brugnano, la chitarrista Paola Brani e il soprano Alice Lombardi.

Purtroppo sono costretto a usare il banale e abusato termine “performance” perché non me ne viene in mente uno migliore in italiano. Chissà, forse c’è qualche parola scomparsa che andrebbe benissimo, o forse si potrebbe fischiare. Oppure potremmo complicare ulteriormente le cose utilizzando non la parola ma una delle definizioni di performance presa dal dizionario:

“Esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile”.

Ecco, sabato 21 novembre 2015 alla Galleria Civica di Modena ci sarà un’esibizione caratterizzata da particolari qualità spettacolari o drammatiche e soprattutto da una certa imprevedibilità che ne faccia in qualche modo un evento irripetibile. Vi invitiamo a partecipare.

  • “Parole Scilingue per Quadri Trappola ” di Ufficio Resurrezione Parole Smarrite.
  • Sabato 21 novembre 2015, doppia performance ore 18.00 e ore 19.00
  • Alla Galleria civica di Modena presso la sala grande di Palazzo Santa Margherita, Corso Canal Grande 103.

Vedi anche: Babbo Natale Girls: quando tradurre è dire qualcosa di completamente diverso