Medulla e l’artigianato a colori (sì, ma naturali)

Un tempo, nel loro antro, gli alchimisti lambiccavano sulla trasformazione dei metalli in oro, cercando di trasmutarli con l’aggiunta di zolfo e mercurio per arrivare alla perfezione e alla completa incorruttibilità della materia. Oggi, nel suo laboratorio di Nonantola, Davide Montorsi dà vita a paste colorate totalmente prive di additivi chimici e realizzate con pigmenti naturali, per produrre e commercializzare stampe artistiche su diversi supporti attraverso la tecnica della serigrafia.

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Il laboratorio di Medulla

Il nome di questa particolare impresa artigiana è Medulla (dal latino, midollo, essenza delle cose), e da due anni i suoi frutti sono t-shirt, borse in tela, stampe, manifesti e prodotti per la piccola editoria, che coniugano la tecnica alla collaborazione con artisti e realtà del territorio. Ma Medulla non è solo un luogo fisico; è anche uno stile di vita che strizza l’occhio al mondo del biologico, all’artigianato artistico, al concetto di sostenibilità. E a una ricerca continua, che Davide ha cominciato diversi anni fa per arrivare a trovare l’impasto naturale giusto, quello perfetto e incorruttibile, nonché il tempo di posa adatto a renderlo indelebile: basti pensare che nel caso della stampa su t-shirt bisogna attendere circa due settimane affinché il colore organico intrida le fibre nel modo ottimale.

Davide Montosi a Brera
Davide Montosi a Brera

Nato nel 1982, formatosi all’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena e poi al DAMS Arte di Bologna, Davide Montorsi ha cominciato a lavorare con i colori naturali seguendo una specie di esigenza, di necessità. “Lavorare con lacche plastiche – spiega infatti -, oltre a essere dannoso per l’ambiente e per chi le odora, restituisce colori che non trovano secondo me un impatto completamente positivo neanche in chi ne usufruisce come cliente. La resa del colore influisce sulla nostra percezione. Le forme, i materiali, i colori, i metodi, influiscono sul nostro essere. Io ho trovato la tecnica e il materiale su cui costruire un metodo di stampa che influisce con maggiore positività su di me artigiano, sull’ambiente che mi circonda e sulle persone che decidono di stampare o comprare una stampa realizzata da Medulla.”

Anche la crisi ha fatto da motore, diventando per Davide l’occasione di reinventarsi riscoprendo tecniche del passato – una delle sue guide è stato “Il libro dell’arte” di Cennino Cennini, compilato nel XVI secolo – e adattandole al presente, creando al contempo una sorta di etica in cui Medulla ha trovato terra fertile per prosperare.

UNA RETE DI SINERGIE POSITIVE

Emilia Vascular System
Emilia Vascular System

Una componente forte di questa etica, spiega Davide, è anche lavorare con persone che lo possano arricchire e che gli diano motivo di migliorare. Tra robbia, indaco e clorofilla, la sua ricerca lo ha portato infatti a conoscere uno dei più grandi esperti di pigmenti naturali e di procedimenti di estrazione, Marco Fantuzzi, già collaboratore del Museo dei Colori Naturali di Lamoli, nelle  Marche, con il quale ha cominciato a lavorare sui pigmenti da lui estratti. Per il lancio di Medulla, invece, ha scelto di stampare su magliette di cotone organico alcune opere dei quattro artisti modenesi Francesco Bevini, Luca Zamoc, Marino Neri e Luca Lattuga: quello che Davide chiama il suo “dream team”.

“Un’altra collaborazione sul territorio – racconta – è quella con Cecilia Rinaldi, stilista modenese che ha deciso di impostare la sua linea di accessori abbigliamento solo con materiali ecosostenibili. Per lei ho realizzato le stampe per i rivestimenti interni delle giacche della collezione 2015 e ora stiamo lavorando sugli accessori della collezione 2016.”

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Philosophorum, concept di Giacomo Serafini

Restando in area modenese, si contano inoltre la collaborazione con l’associazione Postrivoro, impegnata in eventi e didattica in ambito eno-gastronomico, per la quale Medulla ha prodotto serie limitate di t-shirt, poster e accessori; la realizzazione del poster e delle t-shirt per il NODE Festival 2014; alcune stampe in collaborazione con la Galleria d406 e lo studio di comunicazione e web design Intersezione di Modena; i poster per la prima edizione di Borgo Indie lo scorso settembre, festival di editoria, musica e makers indipendenti sponsorizzato da Wired e Bookrepublic.

Poi, quest’anno, è arrivata una telefonata da Milano.

LA PREZIOSA LEZIONE DELL’ARTIGIANO

La matrice per il poster di NODE 2014
La matrice per il poster di NODE 2014

“L’insegnante di serigrafia dell’Accademia di Belle Arti di Brera era alla ricerca di metodi di stampa serigrafici diversi e ha trovato Medulla – racconta Davide -. Quando mi ha chiamato chiedendomi se avevo intenzione di tenere una lezione a Brera non ci ho creduto, ma questo qua continuava a parlare, a fare domande, a descrivermi il laboratorio di serigrafia. Era tutto vero. Penso di aver detto che non volevo soldi, che per me era una soddisfazione già grande abbastanza andare da loro, ma niente da fare: mi dovevano pagare per forza. A Milano ho portato i miei colori e qualche telaio. Il fatto che sia arrivato un’ora in anticipo dice abbastanza sul mio stato di agitazione. Ma una volta entrato mi sono immediatamente sentito nel mio laboratorio, con la differenza che ad ascoltarmi e a vedermi lavorare c’erano 40 studenti e qualche docente. ”

Pigmenti
Pigmenti

Per chi ha studiato arte, l’Accademia di Brera è quello che “il Madison Square Garden è per lo sport e lo spettacolo”, una delle più note istituzioni di formazione artistica, un luogo simbolicamente importante. Ma, commenta Davide, “non rappresenta un arrivo, né un nuovo inizio: rappresenta una conferma che il mio modo di operare con Medulla è corretto.”

Se infatti l’esperimento artigianale – quasi alchemico – di Medulla ha superato i propri confini, l’ha fatto anche quell’insieme di valori precedentemente evidenziati che ne costituiscono le linee guida. Non da ultimo, quel recupero di una dimensione di rispetto della propria etica, di lentezza e attesa, in antitesi alla grande produzione industriale e ai ritmi schizofrenici della nostra società. Un recupero di tempo e di valori: in breve, cio che è il midollo, l’essenza delle cose.

L’Italia che si consuma

aironi_cicogne_ (1)Otto metri quadrati al secondo di suolo consumato, ogni giorno, ogni notte. Si stima che dal 1950 al 2012 in Italia si siano persi 22mila chilometri quadrati di territorio naturale.

La definizione di consumo di suolo è molto semplice: è quando si passa da uno spazio ambientale non artificiale (naturale, seminaturale, agricolo) a uno artificiale, ovvero edifici, capannoni, infrastrutture, strade, città. E’ un fenomeno che in Italia è costantemente in crescita a partire dagli anni ’50 ad oggi.

Nel rapporto 2014 dell’ISPRA dedicato al Consumo del suolo si nota come, mentre nelle regioni del Nord-Ovest si assiste a una fase di rallentamento, in Emilia-Romagna si mantiene elevato il tasso di consumo di suolo. Negli anni ’50, quando l’Italia diventa sempre meno contadina e prende il volo il processo di industrializzazione e urbanizzazione, il Centro e il Sud hanno percentuali di suolo consumato simili a quelli del Nord. Ma poi, mentre altrove segue un rallentamento, nella pianura padano-veneta la crescita continua. E non si ferma.

Sempre secondo i dati ISPRA nel 2012 le percentuali più elevate si segnalano in Lombardia e Veneto, e subito dopo in Emilia-Romagna. Se atterrate in queste zone con un aereo durante il giorno avrete sotto gli occhi la situazione e la definizione di “consumo di suolo” vi apparirà molto chiara.

La campagna come la conoscevamo (o come l’hanno conosciuta i nostri nonni) non esiste quasi più. E’ ristretta ormai in piccoli poligoni verdi in mezzo a un’intricata rete di strade, capannoni, aree industriali, ponti, frazioni, misteriosi centri abitati scollegati da tutto il resto (il fenomeno conosciuto come “dispersione urbana”, un’unica infinita città).

Un esempio significativo è l’oasi Lipu di Torrile, un’immagine paradossale che parla da sola. Un’oasi vera e propria, con 300 specie diverse di uccelli, confinante con un’area industriale. E là vicino c’è anche uno dei più grandi depositi auto d’Italia (vedi l’articolo Tonnellate di lamiera in dolce attesa).

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In Emilia sono migliaia gli ettari di suolo agricolo consumati a causa dell’espansione urbana e dalla costruzione di infrastrutture, che da sole ricoprono l’80% del territorio non-naturale, cioè la parte di suolo coperta dall’uomo. Nel 2010 è uscito un bel documentario dal titolo “Il suolo minacciato” dedicato proprio al consumo di suolo nella cosiddetta “food valley” padana, dove i vigneti confinano spesso con capannoni (a volte abbandonati) e aree industriali.

Il consumo del suolo è anche un dato indicativo sull’uso dissennato del territorio italiano che porta, oltre alla distruzione dell’ambiente, del paesaggio e al peggioramento della qualità di vita di chi ci abita, alle note conseguenze disastrose del dissesto idrogeologico, e dunque anche alla perdita di vite umane.

“L’Italia da anni paga un costo molto pesante in termini di perdite di vite umane, danni ai beni culturali, a case ed a infrastrutture” ha dichiarato Gian Vito Graziano, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Oggi le aree con la maggiore esposizione al rischio idrogeologico sono quelle metropolitane, densamente abitate. Il nostro Paese per il continuo ripetersi di eventi causati da 30 anni di malgoverno del territorio, rischia un ulteriore grave danno d’immagine soprattutto nell’anno in cui ospita l’EXPO e diventa vetrina mondiale”.

Vedi anche: Dissesto, l’Italia che si disfa

Arte & scuola: il progetto “Graziosi Around”

La Fontana dei Fiumi in Largo Garibaldi, la fanciulla col cesto al Mercato Albinelli e il putto con l’oca in Piazza XX Settembre hanno una cosa in comune: sono opere dell’artista modenese Giuseppe Graziosi. Nato nel 1879 a Savignano sul Panaro e morto nel 1942, Graziosi si è formato a Modena e a Firenze come scultore e pittore, per poi lavorare attivamente in diverse parti d’Italia sia come artista, sia come accademico. Il suo lascito a Modena è una trama di opere pubbliche integrate al tessuto artistico più datato che permea la città, e la Gipsoteca Graziosi presso il Museo Civico che conserva le bozze in gesso di molte sue realizzazioni.

Oggi, a 73 anni dalla morte, l’artista è diventato il protagonista di Graziosi Around, un progetto di valorizzazione che si snoda tra la città e alcune aree della provincia e che coinvolge scuole superiori, realtà culturali e aziende del territorio. Capofila è l’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena, assieme all’Istituto per le Tecnologie Agrarie L. Spallanzani di Savignano e all’Istituto Alberghiero di Serramazzoni, in collaborazione con il Museo Civico di Modena, il comune di Savignano, Fiab Modena, Cotamo RadioTaxi, con il supporto dell’Agenzia di Comunicazione Intersezione e dell’Ufficio Stampa del Consorzio Mercato Coperto Albinelli.

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GRAZIOSI AROUND: ARTE E TERRITORIO SI FONDONO ATTRAVERSO LA SCUOLA 

Lo scopo di “Graziosi Around”, vincitore del concorso “I Love Beni Culturali 2014-2015”, è la realizzazione di un itinerario crossmediale tra le opere e i luoghi dell’artista nel territorio modenese. Il risultato sarà una mappa tematica cartacea collegata a strumenti web tramite l’utilizzo di codici QR, dunque uno strumento che incrocia diversi supporti e canali di comunicazione permettendo un’esplorazione del tema a 360°.

Dopo una necessaria fase di studio sulla figura di Giuseppe Graziosi, le tre scuole coinvolte stanno attualmente portando avanti con i professori di riferimento le azioni che rispondono alle proprie specificità. Gli studenti delle classi 4H e 4E dell’Istituto Venturi si stanno occupando della mappatura delle opere che costituiranno l’itinerario, nonché della redazione di schede e testi per la mappa cartacea e il sito web. Se la classe 4H, del corso di Architettura, abbina al progetto l’approfondimento dell’evoluzione architettonica e urbanistica di Modena in relazione alle opere pubbliche di Graziosi, la classe 4E del corso di Grafica si occupa della realizzazione dei supporti comunicativi e della grafica coordinata, tra cui il logo (ideato dalla studentessa Serena Gennari), la pagina Facebook e la produzione di reportage fotografici e video.

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Grazie al coinvolgimento degli altri due Istituti, poi, il progetto esce dai confini della città e dell’arte in senso stretto. L’Istituto Spallanzani di Savignano, terra d’origine di Graziosi, si focalizza infatti sull’analisi del paesaggio rurale all’epoca dell’artista, elemento molto presente nelle sue opere specialmente quelle pittoriche. L’Istituto Alberghiero di Serramazzoni propone invece una ricerca sulle ricette di origine contadina dello stesso periodo, nell’ambito di uno studio sull’evoluzione del gusto e delle tendenze gastronomiche.

Graziosi Around culminerà nel fine settimana del 9 – 10 maggio. Sabato 9 avrà luogo l’inaugurazione dell’itinerario completo di tutti gli strumenti elaborati, con partenza dalla Gipsoteca Graziosi, e arrivo al Mercato Albinelli dove verrà predisposto un buffet a cura dell’Istituto Alberghiero. Per i più sportivi, domenica 10 verrà proposto un itinerario ciclo-turistico da Modena alla casa natale di Graziosi a Savignano, curato da FIAB e comprensivo di una visita guidata ai luoghi dell’artista.

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SE LA VALORIZZAZIONE PARTE DALLA SCUOLA 

Nel gergo tecnico degli addetti ai lavori, “valorizzazione” significa “migliorare l’accesso e la fruizione” ai beni culturali. È questa la direzione in cui va Graziosi Around il cui scopo, come recita il progetto stesso, è “raccontare la città e il suo territorio in modo interattivo, incrociando valori simbolici e luoghi reali, fornendo una visione che unisce musei e territorio in un unico palinsesto ricco di storie e capace di parlare alla comunità a vari livelli, sollecitando memorie e curiosità”.

La digitalizzazione entra quindi a scuola per mettere in relazione la scuola stessa con il mondo esterno, digitale e reale, attraverso un progetto dallo sviluppo concreto che richiede per la sua realizzazione tempo, competenze e sinergie. E soprattutto, un progetto non volatile, ma destinato a restare in modo permanente a disposizione di tutti, sia cittadini sia turisti.

Anche questa è Buona Scuola.

Viale delle Rimembranze: una scommessa ideale contro il degrado

“Ideal”, come ideale. “I deal”, come affrontare, fare fronte a qualcosa. “Deal”, come accordo, riforma. Sono molti i significati che stanno dietro al nome dell’associazione no profit che ha deciso di rimboccarsi le maniche per contrastare la desertificazione del centro storico di Modena e lo stato di abbandono in cui versano alcune aree verdi della città. Si chiama Ideal, per l’appunto, ed è una realtà messa in piedi nel marzo del 2014 da ragazzi e ragazze modenesi tra i 20 e i 30 anni, formata da un nucleo direttivo di una quindicina di persone, ma che conta ad oggi circa cinquanta iscritti.

Incontro due dei suoi membri, il presidente Marco Belforti, classe ’87, e Urania Dekavalis del Comitato Cultura, classe ’85, alla Baracchina di Viale Amendola. Sembra un controsenso parlare di centro storico e incontrarsi nella prima periferia, eppure non lo è. Parliamo infatti attorno a un tavolino con vista sul Bonvi Parken, uno dei tanti polmoni verdi della città, e l’argomento è il parco di Viale delle Rimembranze: il luogo in cui l’Associazione è attualmente impegnata con un progetto di pulizia e riqualificazione. D’altronde, non sarebbe stato possibile ad oggi sedersi a un tavolino con vista sull’area in oggetto.

IL PARCO DI VIALE DELLE RIMEMBRANZE, UN LUOGO SIMBOLICO

ex caserma garibaldi“Ci siamo rivolti all’Assessorato all’Ambiente a maggio dell’anno scorso, già con l’idea di lavorare alla pulizia di un parco – spiega Marco – . Prima di tutto ci è stato consigliato di visionare tutti i parchi per renderci conto sia della complessità, sia della vastità del verde modenese. Noi in primis ne siamo rimasti stupiti, e ci siamo accorti che alla fine i parchi meno seguiti e tutelati sono quelli che dal punto di vista storico hanno maggior pregio.”

Il Parco di Viale delle Rimembranze ne è una conferma. Solo tra le poche centinaia di metri che separano la chiesa di S. Pietro da Via Saragozza, si trovano le statue dei due garibaldini, praticamente coperte alla vista, un tempo situate sulla sommità della Barriera Garibaldi ossia l’entrata est della città. Ma ci sono anche la struttura settecentesca dell’ex Caserma Garibaldi, da tempo totalmente abbandonata e pericolante, nonché l’unico cimelio delle antiche mura che, come commenta Urania, “è talmente ricoperto di vegetazione che sembra la spada nella roccia”. E’ proprio qui che comincia la sfida di Ideal.

sopralluogo ex caserma 2“C’è un interesse storico nel cercare di tutelare e valorizzare quest’area – continua Marco -. Passandoci a piedi o in bicicletta ci siamo accorti di quanto fosse trascurata, sporca, con monumenti di rilevanza storica abbandonati a se stessi. Quindi abbiamo detto: vogliamo fare qualcosa? Partiamo da quello.”

UN SEGNALE DI RESPONSABILITA’ DAVANTI AI CHIOSCHI SOTTO SEQUESTRO

Benché in cantiere da tempo, l’attività di Ideal su quest’area ha preso formalmente il via da qualche mese. Racconta sempre Marco: “Abbiamo quasi definito l’accordo e la convenzione con l’Assessorato all’Ambiente e l’Assessore Giulio Guerzoni, e stiamo parlando con alcuni tecnici ambientali in merito all’assicurazione che ci coprirà nelle nostre attività, per tutelare noi stessi e le persone che interverranno per darci una mano. Però nel frattempo come privati cittadini abbiamo eseguito due o tre sopralluoghi per capire come intervenire e cosa fare.”

Le tappe d’intervento si sono quindi delineate: ripristinare i vialetti in ghiaia, estirpare le erbacce, togliere i rami secchi e la sporcizia organica, attraverso incontri bisettimanali il sabato e grazie all’attrezzatura fornita dal Comune. L’obiettivo a breve termine è riuscire a rendere l’area più gradevolmente fruibile da tutti entro l’estate. Quello a lungo Modena - Garibaldino 2termine è un monitoraggio continuo e l’impegno costante a renderla viva attraverso la sinergia con altre realtà del territorio impegnate su obiettivi analoghi. Sui beni culturali presenti, l’associazione non può ovviamente intervenire in modo diretto, ma scommette sul valore simbolico – oltre che pratico – della propria azione per sensibilizzare chi di dovere. Anche rispetto alla faccenda dei chioschi.

“Siamo dirimpetto agli obbrobri creati in una zona che doveva essere fortemente riqualificata, tutta quella delle baracchine dalla parte opposta alla strada – spiega Urania -. Quello è stato uno smacco per la città, perché lì c’è stato un errore grave delle autorità competenti con un progetto invasivissimo che a tutti è evidente non fosse da fare. Quindi adesso attenderemo le conseguenze del blocco dei lavori e le decisioni successive, però nel frattempo noi diamo un messaggio che è quello che l’impatto ambientale deve essere sostenibile.”

NON SOLO PARCHI PER UN CENTRO STORICO IDEALE

sopralluogo ex caserma garibaldiOltre al progetto di riqualificazione in atto, gestito soprattutto dal Comitato Ambiente di Ideal, ci sono anche le azioni portate avanti parallelamente dal Comitato Cultura e dal Comitato Eventi, per continuare, come spiegano Urania e Marco, “a valorizzare dal nostro modesto punto di vista quello che di bello e positivo abbiamo in questa città, provando a migliorare ciò che non funziona”.

Il Comitato Cultura è attualmente impegnato nell’organizzazione di Slow Cinema, una rassegna di serate presso il superstite cinema Astra, precedute da un aperitivo in centro con commento critico del film di volta in volta proiettato. Il Comitato Eventi è invece il nucleo organizzativo del Bike Fest, iniziativa con cui Ideal si è fatta soprattutto conoscere l’anno scorso e che riproporrà anche quest’anno, rigorosamente in centro storico: l’orgoglio cittadino che oggi più che mai ha bisogno di una dimostrazione d’amore da parte dei suoi abitanti.

Un’avventura riciclante

Banda Riciclante è un progetto del Teatro dei Mignoli che affronta i temi della sostenibilità ambientale e del recupero degli spazi pubblici, attivo principalmente sul territorio di Bologna, anche se i suoi laboratori sono stati portati in giro in tutta Italia. L’idea nasce da Mirco Alboresi, direttore artistico del teatro e il progetto lavora su un aspetto comunicativo, uno di animazione teatrale e un aspetto di formazione, coinvolgendo scuole  primarie e secondarie di primo grado, per sensibilizzare i ragazzi delle scuole italiane sui temi della raccolta differenziata, ciclo e riciclo dei prodotti e risparmio energetico, riqualificazione di aree pubbliche, coinvolgendoli nell’utilizzo a scopi sociali degli spazi.

Ma cosa ci azzecca il teatro con la sostenibilità ambientale? Ne abbiamo parlato con Arianna Bartolucci, responsabile del progetto Banda Riciclante, che vive a Modena, dove sta cercando di attivare collaborazioni per far crescere il progetto anche qui.
Il teatro è uno strumento efficace per comunicare con le persone e coinvolgerle attivamente in maniera creativa – afferma Arianna – In particolare, per i bambini e i ragazzi  è importante che si emozionino  e che facciano esperienza diretta di un certo argomento, affinché possa appassionarli e rimanergli impresso. Per questo i personaggi della Banda Riciclante sono dei Form-Attori che trasmettono i contenuti della sostenibilità ambientale in maniera ludica e teatrale. Ognuno di loro interpreta  un super-eroe del Riciclo esperto di un particolare tema (ecologia urbana, riuso creativo dei materiali di scarto, animazione civica, creazione musicale con oggetti di seconda mano) e coinvolge le classi in laboratori pratici che diventano occasione di educazione non formale. Inoltre il filo rosso che lega i progetti del Teatro dei Mignoli è il concetto di Cittadinanza Attiva e partecipazione sociale. Prendersi cura dell’ambiente in prima persona è un modo per sentirsi parte del territorio e della comunità in cui si vive. Il teatro in questo senso è un’esperienza divertente e allo stesso tempo riflessiva con cui arrivare dritto al cuore dei bambini.

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Il progetto Banda Riciclante è stato patrocinato dal Dipartimento della Gioventù nel 2011. Tra  ottobre 2012 e maggio 2013 ha realizzato una tournée che ha coinvolto 13 scuole di diverse città italiane tra cui Bologna, Roma, Cagliari, Palermo, Torino, L’Aquila. 

“Le classi potevano scegliere di riqualificare sia un cortile della loro scuola particolarmente mal messo o un’area della loro città a cui erano legati – spiega Arianna – Ci segnalavano la situazione che stava loro a cuore e  noi proponevamo un progetto. Poi gli chiedevamo di raccogliere in maniera seriale materiali di “scarto” (per noi preziosissimi!) come bottiglie di plastica, palletts, barattoli di pomodoro della mensa scolastica, lattine, tetrapack ecc. In alcuni casi è stato significativo ripulire cortili completamente in abbandono come ad esempio nell’Istituto Virgilio di Roma, dove insieme ai ragazzi abbiamo rimosso cumuli di foglie secche e rifiuti non gestiti dal Comune. In atri casi abbiamo allestito degli arredi urbani in parchi pubblici vicini alle scuole senza più tavoli o panchine, o con aree verdi molto trascurate.

Ad esempio a Falconara abbiamo creato delle “Isole Riciclanti”: sedili fatti di palletts con tanto di book croossing e giardino in bottiglia, vista l’assenza di fiori nel parco. Piccoli luoghi che invitano alla bellezza e alla socialità.

A Senago la scuola ci ha segnalato un’area giochi vandalizzata nel parco, al posto della quale abbiamo installato il Gazebo Riciclante composto di sedute ricavate dai palletts, orto idroponico verticale (un sistema di orti in bottiglia che risparmiano spazio e acqua), e un grande ombreggiante fatto di vecchi ombrelli cuciti tra loro da un lato e striscioline di tetrapack intrecciato dall’altro. I ragazzi hanno conservato per un mese le bottiglie del latte e a scuola, attraverso un grandissimo lavoro di cooperazione, hanno tagliato e cucito le strisce necessarie.

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A L’ Aquila anche se non abbiamo agito in un luogo pubblico, è stato comunque molto significativo creare un arredo nel cortile della scuola. In questo caso si è trattato di tavolo e panchine interamente ricoperti di tappi di bottiglie raccolti dai ragazzi. E naturalmente l’immancabile orto-giardino annesso! Dopo il terremoto i centri di aggregazione sociale si sono sgretolati (in tutti i sensi…). A volte attraverso questo lavoro si possono lasciare messaggi simbolici oltre che pratici. E’come dire ai ragazzi: potete prendervi cura del vostro territorio, potete ricostruire i vostri spazi per stare insieme, non esistono solo i centri commerciali (problema molto sentito a L’Aquila dove il centro storico non esiste più e il luogo di socialità che va per la maggiore è il centro commerciale)”.

I ragazzi trasformano materiali che verrebbero gettati via, guardano con occhi nuovi oggetti inutilizzati, costruiscono piccoli arredi che potranno essere utili per stare insieme, dipingono vecchie porte, finestre prossime alla discarica, imparano a fare un semenzaio o a prendersi cura delle piante sporcandosi le mani nella terra e scoprono che insignificanti bottiglie di plastica vuote possono essere degli ottimi vasi . Il teatro poi aiuta a comunicare tutto questo alla comunità circostante: ogni intervento si concludeva con la Parata della Banda Riciclante, un momento festivo per inaugurare e comunicare ai cittadini e agli adulti il lavoro fatto e divertirsi insieme.

Come reagiscono gli studenti a questi “esperimenti” urbani ecosostenibili?
Gli studenti ormai sentono continuamente parlare di ambiente, il problema è che il più delle volte non lo vivono. L’ecologia spesso è una nozione da studiare o un problema sentito alla televisione. La  raccolta differenziata qualcosa che a volte fanno i genitori, a volte no. Ma se li coinvolgi in prima persona, se capiscono che loro possono avere un ruolo attivo, se sono i protagonisti di un’avventura come quella che la Banda Riciclante propone loro, allora altro che se c’è sensibilità verso la materia!
Poi gli studenti hanno reazioni diverse a seconda dell’età. I bambini più piccoli si innamorano dei personaggi, di Voda, Vegas, Hilto, vogliono davvero aiutare la Banda Riciclante a cambiare il mondo! Leggono ogni parola del fumetto formativo che gli regala la Banda e vogliono sconfiggere il Dottor Degrado!  Alle medie invece si tuffano a capofitto nei laboratori: costruire i costumi con scatole delle scarpe, mettere le mani nella terra, comporre canzoni rap sulla tutela ambientale… Ma tutti sono sorprendenti: anche se è la prima volta che approcciano l’argomento, portano punti di vista profondi e illuminanti!

Parata Riciclante Bari

Dal prossimo anno scolastico sembra che l’Educazione Ambientale diventi una materia obbligatoria, dalla materna sino alla secondaria superiore. Finalmente…
Banda Riciclante è un progetto che si rivolge alle scuole perché crediamo che un vero cambiamento non può nascere se non si coltiva e cresce sensibilità e partecipazione fin da piccoli. E’ come mettere un seme. Non si può obbligare ad amare o aver rispetto per qualcosa. Ma si può educare. Spero che l’introduzione di questa materia sia la strada affinché certe tematiche nella nostra società non siano percepite solo come un “dovere” ma anche come un “piacere”. Il piacere di vivere in maniera sostenibile, non solo come emergenza. Che diventi naturale per i ragazzi percepire l’ambiente, gli animali e il territorio come Bene Comune, e di conseguenza averne cura. Molti adulti fanno la raccolta differenziata ma la percepiscono come uno strazio. Le aziende cercano di non inquinare perché altrimenti verrebbero sanzionate. Auguro ai “nativi ambientali” di sentirsi parte dell’ambiente naturale senza fare nessuna fatica e di rispettarlo perché fa parte integrante della loro vita.

Laboratorio di ecologia urbana

Un appello per coinvolgere Modena a partecipare al progetto
Scuole modenesi, se volete che la vostra scuola viva un’avventura travolgente  a chilometro 0, non potete fare a meno dei super poteri del Riciclo!  Se nella vostra scuola l’unica cosa verde è l’insalata della mensa, se c’è un luogo della vostra città che a vederlo vi dà tristezza, se avete materiali di scarto ma non sapete come trasformarli… Banda Riciclante può aiutarvi! Possiamo realizzare un orto anche nei cortili più piccoli e grigi, o creare arredi colorati dando una seconda vita agli oggetti. Per riprenderci la città con spazi verdi e sconfiggere insieme Dottor Degrado!”

Quando la Borsa fa bene all’ambiente

Andrea Ronchi è un manager modenese appena trentenne. Per esser precisi è un “Business Development Manager”. E fin qui ci siamo. Solo che chiacchierando del suo lavoro per un’azienda milanese, EcoWay, impresa che si occupa di consulenza globale nel settore dei cambiamenti climatici, finisci per porgli la domanda fatidica di chi ci ha capito poco: “Sì, ma in concreto, che lavoro fai?”. Il problema ovviamente non è Andrea, ma il settore per il quale lavora. Quello che banalizzando, si chiama “borsa delle emissioni“.

andrearonchiQualcosa di cui pochi conoscono l’esistenza e, tra questi, ancor meno sono in grado di spiegarne esattamente funzionamento ed utilità. Eppure l’Emission Trading Scheme (ETS) o, semplificando, il “mercato delle emissioni”, è uno degli strumenti più efficaci oggi in attività per tentare di ridurre le emissioni planetarie di anidride carbonica, considerata prima responsabile dell’Effetto serra e del surriscaldamento globale della temperatura del pianeta. Un’apocalisse da tempo annunciata ma che, inspiegabilmente, non spaventa più di tanto. Anche se il 2014 è stato l’anno in cui si sono registrate le temperature medie più alte dal 1880. Tanto che gli scienziati che gestiscono il “Doomsday clock”, l’orologio dell’apocalisse, un orologio virtuale le cui lancette vengono simbolicamente avvicinate alla mezzanotte a seconda di quanto gli studiosi stessi ritengano prossima all’estinzione l’umanità, è stato spostato a tre minuti dall’ora x.

et1Anche se in maniera sicuramente insufficiente, i governi europei (i paesi cosiddetti emergenti e gli Stati Uniti sono decisamente più indietro rispetto a noi) stanno tentando da tempo di adottare delle soluzioni concrete che pongano argine al fenomeno e al tempo stesso favoriscano la riconversione di tutta l’industria continentale verso un modello sostenibile dal punto di vista ambientale. Il mercato delle emissioni è lo strumento individuato dalla UE a seguito della firma nel 1997 del Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale il cui obiettivo è esattamente la riduzione del riscaldamento globale. L’Europa ha fissato anche una data precisa per la svolta: il 2020, quando nel vecchio continente dovranno essere ridotte le emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, cresciuta del 20% l’energia ricavata da fonti rinnovabili, ridotti del 20% i consumi di fonti primarie (obiettivo conosciuto come “20-20-20”).

Ma come funziona esattamente il mercato delle emissioni? “Per dirla con uno slogan – mi spiega pazientemente Ronchi – le aziende che inquinano pagano,  quelle che disinquinano vengono pagate“. Detta in maniera un po’ più complessa, l’Emissions Trading Scheme varato dall’Unione Europea regola la compravendita di “crediti di emissioni” come se, appunto, fossero azioni regolarmente scambiate in Borsa (azioni che attualmente, a causa di una serie di fattori, non ultimo la crisi,  vengono scambiate a a 7 euro per tonnellata, mentre il prezzo di equilibrio sarebbe tra i 30 e 40 euro). In pratica, i singoli Governi, sotto il controllo della Commissione europea, stabiliscono un tetto alle emissioni di ogni singola azienda secondo standard comuni. Più un’azienda resta sotto il limite e più crediti può rivendere ad altre società non in grado, per la natura della propria produzione o dei propri impianti magari obsoleti, di restare entro i livelli prescritti. Il sistema così concepito finisce per incentivare meccanismi virtuosi di riduzione dell’inquinamento, perché a essere ecosostenibili ci si guadagna, a inquinare ci si perde. Venendo obbligato o ad acquistare crediti o, nei casi peggiori, a pagare le multe comminate. Perché chi non rispetta i limiti imposti, oltre alla revoca della possibilità di effettuare emissioni, viene multato. Di 100 euro a tonnellata di anidride carbonica emessa. Che detta così, pare poca cosa, “ma che – mi precisa Ronchi – per molte aziende significa dover chiudere”. Meglio “giocare” in borsa, quindi.

et2Il sistema è il migliore tra quelli possibili? Ovviamente no, tutto è perfettibile e migliorabile. E le scelte politiche (e il mercato delle emissioni è un meccanismo nato da una scelta politica) sono sempre, inevitabilmente, frutto di compromessi. “Nell’ETS – dice Ronchi – va sicuramente riconosciuta la lungimiranza della Commissione europea nel dotarsi di uno strumento pragmatico in grado di operare per una effettiva riduzione degli agenti inquinanti ma, al tempo stesso, non va nascosto che questa soluzione nasce anche dall’impossibilità di attivare altri strumenti. Ad esempio la Carbon tax, da alcuni economisti ritenuta uno strumento più performante per raggiungere l’obiettivo. A livello UE se ne è discusso, ma non è possibile imporre tasse agli stati membri. L’emission trading è un compromesso. A suo modo, fa comunicare tra loro ambientalismo e capitalismo. Cosa non da poco, visto che nessuna tra le estremità dei due poli lo vorrebbe. Le aziende perché dicono che il meccanismo, che soggiace a un tasso di burocratizzazione piuttosto alto, appesantisce il loro lavoro. Gli ambientalisti perché contestano la stessa idea di fondo: fare dell’ambiente un oggetto di mercato.  I più intransigenti tra questi ultimi vorrebbero una severa tassazione e stop. All’estremo opposto c’è che non vorrebbe alcuna forma di controllo. In mezzo ci sta il mercato delle emissioni”.

et4Siamo di fronte alla quadratura del cerchio quindi? Non esattamente. “Il meccanismo va sicuramente migliorato – continua Ronchi – e ha ancora diverse criticità. Oltre che ampi margini di ottimizzazione, naturalmente. E’ indubbia ad esempio l’eccessiva burocratizzazione. La modulistica da compilare è impressionante e un’azienda finisce per dover avere al suo interno una persona che si occupi solo di questo. Altro problema: quando nei primi anni del nuovo millennio la Ue ha stabilito il numero di permessi da immettere sul mercato, lo ha fatto tenendo conto di un’Europa in continua crescita. Se oggi siamo dentro gli obiettivi previsti dai vari step, non è perché in pochi anni (lo schema EU-ETS è partito il 1 di gennaio del 2005) abbiamo assistito in Europa a una rivoluzione industriale ecosostenibile, ma perché le  nostre aziende oggi lavorano il 30 per cento in meno e, ovviamente, emettono altrettanta Co2 in meno. Insomma, siamo in linea perché i forni sono spenti”.

La direttiva ETS non copre tutta la produzione industriale europea, ma riguarda quegli impianti con elevati volumi di emissioni che, appunto, non possono funzionare senza l’apposita autorizzazione a rilasciare gas serra. A livello europeo, coinvolge oltre 11.000 impianti, tra termoelettrici e industriali nel campo della produzione di energia e della produzione manifatturiera. L’Italia, paese a forte vocazione industriale (nonostante tutto) si posiziona come numero di soggetti attivi nel trading tra i primi tre in Europa. Ad oggi, sono oltre 1.300 gli impianti italiani coinvolti, di cui il 71% circa nel settore manifatturiero. In Emilia-Romagna, sono 186 (dato 2013), per un totale di emissioni verificate di 10.269 milioni di tonnellate annue. In termini di emissioni, la nostra regione si trova al settimo posto in Italia. In testa troviamo la Puglia, con 31.988 milioni, seguita da Lombardia (21.911) e Sicilia (19.415).

Ma cosa fanno in concreto, il manager Andrea Ronchi e la sua azienda? “Varie cose – risponde – aiutiamo le aziende nelle loro strategie di riduzione e annullamento delle emissioni di CO2, a scambiare permessi sui mercati, a monitorare i livelli di emissione e anche nella gestione burocratica accompagnandoli fino alla verifiche di certificazione in modo da garantire un puntuale e trasparente accesso ai mercati alle migliori condizioni”.

et5E come ci finisce un trentenne in un settore così complicato, tanto importante quanto poco conosciuto dall’opinione pubblica?  “Per caso – sorride Ronchi – dopo l’Università ho cominciato a lavorare in Lufthansa. Quattro anni fa, quando gli operatori aerei hanno dovuto cominciare a preparasi per essere inclusi nel mercato (obbligatorio) mi venne assegnato il compito di elaborare il progetto di entrata. Mi ci sono appassionato. Da lì sono venuto a contatto con la mia attuale azienda e quando ho deciso di fare un salto di qualifica mi si è aperta l’opportunità di lavorare con loro. Oggi sono contento. Sono in un settore d’avanguardia. Stiamo parlando di una nuova frontiera. Trovarmi a trent’anni in prima linea su un tema centrale delle politiche economiche e ambientali del futuro, beh, sì: mi gasa”. Almeno questo, anche in un mondo complicato come quello dell’emission trading, non è difficile da capire.

Quel luppolo che va tutta birra

Dalla birra al luppolo in una specie di viaggio a ritroso.  E’ questo il percorso fatto da Gabriele Zannini, un tempo gestore di una nota birreria del centro di Modena e oggi reinventatosi come contadino, nel settore dell’agricoltura biodinamica basata sui principi elaborati tra ‘800 e ‘900 da Rudolf Steiner. Oggi sostenitore di una economia diversa, più consapevole, legata all’agricoltura, alla biodinamica e all’arricchimento e non allo spreco delle risorse naturali, Zannini, insieme al comune di Marano e all’università di Parma, sta cercando in particolare di creare una varietà autoctona di luppolo italiano.

La vita nei campi, come è? Potresti raccontare una tua giornata di lavoro?
Lavorare nei campi vuol dire uscire la mattina presto, non ho orari fissi; la campagna non conosce ne sabato ne domeniche,la mia presenza sulla terra è costante,ho instaurato un rapporto con lei, non si parla più di giornata lavorativa ma di uno stile di vita che segue la luce e i ritmi stagionali, avendo una azienda organica cerco di organizzare al meglio possibile i miei interventi su di essa cercando di rispettarla il più possibile e agendo nei modi più sostenibili e soprattutto cercando di creare fertilità in essa.

Come è nata l’idea di coltivare il luppolo?
E’ nata sulla base del progetto “luppolo autoctono di Marano” con cui ho lavorato sin dai primi anni. E’ stato anche un modo per coniugare agricoltura e birra, ma è fondamentale il discorso della territorialità e della biodiversità: l’obiettivo finale è quello di riuscire a creare una varietà di luppolo italiano. Abbiamo reperito campioni di luppolo da tutto il Nord-Italia e stiamo cercando di creare una specie autoctona italiana con il fine della produzione birraia. Questo progetto realizzato insieme al comune di Marano e all’università di Parma è partito da Eugenio Pellicciari, degustatore e giornalista birrario, che mi ha contattato chiedendo di portare qualcosa di nuovo in agricoltura.

luppolo

Cosa si intende per agricoltura biodinamica?
Per me con agricoltura biodinamica si intende creare un rapporto costruttivo con la natura, questo tipo di agricoltura ha a cuore la fertilità e la salute della terra in totale armonia con l’essere umano. Il concetto si espande e comprende anche una rivalutazione delle risorse. Alla base ci sono credenze e osservazioni che durano da millenni, ad esempio l’influenza della luna. Di queste idee che molte volte sono considerate esoteriche io cerco di sviluppare la parte più pragmatica. Il tutto poi si rispecchia nella vita quotidiana

In un’intervista ad inizio settembre parlavi anche dell’attivazione di un sito e-commerce a chilometro zero.
Il progetto e-commerce partirà entro fine Dicembre. Stiamo selezionando le foto per il sito www.relaurino.it  (attualmente in costruzione). Vorrei sfruttarlo sia per organizzare il lavoro sia per trasmettere un messaggio alle persone.

Dalla birra al luppolo, un vero e proprio ritorno alle origini, alla terra: cosa ti ha ispirato?
Una frase di Gandhi mi ha particolarmente ispirato :”Sii te stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Per motivazioni personali ho deciso di cambiare e migliorare la mia vita. Questa esperienza mi ha avvicinato alla concretezza della terra. Il mio obiettivo è costruire un’isola felice salvaguardando la salute del luogo in cui vivo. Mi trovo in contrapposizione con la realtà quotidiana, Occorre andare avanti costruendo , non distruggendo. La resistenza a questo cambiamento è dettata dall’ignoranza e da abitudini sbagliate, ma questo cambiamento è necessario altrimenti rischiamo di diventare tutti automi. Portare avanti un progetto sulla terra che era di mio nonno è una bellissima cosa. Ho avuto la fortuna di essere sensibilizzato. Da ragazzino per punizione mi spedivano in campagna a potare gli alberi di pere, per mia fortuna mi ci sono appassionato e col tempo ne ho fatto una ragione di vita.

 

Inquinamento: il killer seriale che non ci fa paura. Sbagliando

Come ogni anno, ci sono periodi ben precisi in cui si comincia a parlare sui giornali e in tv di inquinamento dell’aria. A inizio estate per via dell’ozono troposferico, in autunno per l’inquinamento formato dalle polveri sospese in aria, le PM10 e PM2.5, non a caso definito anche “smog invernale”. Appuntamenti seriali, che si scorrono distrattamente passando subito a notizie più fresche, meno “rituali”. Invece, lo smog è un vero e proprio killer. Anche se la serialità in questo caso non gli giova per attirare la nostra attenzione.

Per esempio, nella famosa classifica del Sole 24 ore dedicata alla qualità della vita delle province italiane, la qualità dell’aria non è uno dei parametri presi in considerazione. Ci sono il numero di librerie, il numero di furti, i dati sull’occupazione, la differenza tra la temperatura massima e quella minima, ma nessun dato sulla qualità dell’aria. Nella classifica di Legambiente delle città italiane più inquinate – cioè i capoluoghi dove ci sono stati più superamenti dei limiti di legge di polveri fini – Modena si trova alla posizione numero 27. Al primo posto c’è Torino, al secondo Napoli.

A Modena negli ultimi anni si è registrato un complessivo miglioramento: nel 2014 il limite giornaliero di pm10 (le polveri sottili) di 50 microgrammi per metro cubo, è stato superato 33 volte, cifra di poco al di sopra del limite consentito dalla normativa , fissato a 35. Il dato però non tiene conto dei prossimi tre mesi, dunque è probabile che anche quest’anno verrà superato, nonostante l’autunno tardi ad arrivare. In sintesi c’è un calo rispetto agli scorsi ma il livello di inquinamento resta comunque alto e quindi non c’è da gioire. Nel 2012 Modena risultava più inquinata di Bologna, anche se meno di Parma, maglia nera dell’Emilia-Romagna.

Le inversioni termiche sono uno dei fattori meteorologici che influenzano maggiormente la concentrazione di inquinanti nell’aria. Ecco perché nel periodo invernale l’inquinamento aumenta, in particolare nelle ore serali, quando aumenta anche il traffico di automobili. Tutti questi fattori insieme portano a un aumento di CO2 E NO2.

Photo credit: Jonathan Kos-Read via photopin cc
Photo credit: Jonathan Kos-Read via photopin cc

Per questo motivo, tra le politiche di tutela della qualità dell’aria, una delle più diffuse è la manovra antinquinamento, che limita la circolazione dei mezzi più inquinanti proprio nel periodo invernale (fino al 31 marzo). Si tratta sempre di interventi dettati da una logica dell’emergenza: un po’ come decidere di riparare un tetto che perde solo quando inizia a piovere in casa. Inoltre, chi critica le manovre antismog sostiene che si tratti solo di manovre di facciata il cui unico scopo è quello di non superare i limiti previsti dalla legge, senza però eliminare veramente il problema. Anche perché, secondo più fonti, intervenire solo sul traffico ha poco senso: l’attività antropica inquinante non si limita alle automobili, ma anche e soprattutto alle attività industriali e agli impianti termici. Ma una vera soluzione del problema richiederebbe interventi radicali al momento impossibili non solo da attuare ma anche da immaginare.

Vedi anche: Tonnellate di lamiera in dolce attesa: i più grandi depositi di auto italiani

Nel frattempo, a proposito di qualità dell’aria, vengono fuori ricerche sulle microparticelle che dimostrerebbero come l’inquinamento non colpisca solo polmoni e cuore, ma anche il cervello, in particolare dei bambini in età di sviluppo. Secondo la ricerca della neurologa Lilian Calderòn-Guarciduenas le microparticelle penetrano attraverso le mucose nasali per poi passare nel lobo olfattivo e nel liquido cerebrospinale, inducendo un attacco immunitario contro le proteine del cervello. Non proprio una bella notizia per chi abita in città.

Per fare tutto ci vuole un seme

Se hai una pianta di pomodori è molto probabile che qualche frutto, o anche solo uno, bello rosso, profumato, maturo, cadrà dalla pianta, rotolerà al suolo, lì marcirà e donerà alla terra ciò che di più prezioso ha da offrire: i suoi semi, vita in potenza. Questi semi, secondo una proposta di legge che la Commissione Europea sta prendendo in esame in questi mesi, sarebbero illegali. La “Plant Reproductive Material Law” impedirebbe di coltivare, riprodurre e commerciare semi di ortaggi che non siano certificati da un nuovo ente europeo denominato “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”.

La proposta di legge sarebbe nata dalla volontà di garantire ai consumatori di vegetali una maggiore tutela per la loro salute, estendendo il controllo sulle sementi. Naturalmente questo scenario è stato avversato da molti agricoltori, con il sostegno di scienziati che si occupano di biodiversità. In effetti il pensiero che ogni operatore agricolo debba registrare (a pagamento) le proprie sementi a un’anagrafe europea (sperando che i prodotti rispondano a precise caratteristiche certificate) desta preoccupazione. Che ne sarà della consuetudine dei contadini di conservare i semi un anno per l’altro o scambiarseli fra di loro? Per non parlare dei costi di registrazione e di acquisto, spesso inaffrontabili per i piccoli agricoltori. Non si starà aprendo la strada a una sempre maggiore omologazione e impoverimento di tutti i prodotti?

Vandana Shiva, nota attivista e scienziata indiana ha affrontato il tema dal punto di vista del pericolo per la biodiversità e per la sovranità dei popoli (vedi qui). Secondo la vice presidente di Slow Food i semi  non devono essere brevettati per tutelare i consumatori ma, al contrario devono essere tutelati da ogni forma di controllo come quella prevista dalla “Plant Reproductive Material Law” che fa soltanto il gioco delle grandi multinazionali, le quali pretenderebbero di “possedere la vita”. Le sementi industriali della grande distribuzione, passate attraverso rigide selezioni o mutazioni genetiche, offrono una grande produttività ma devono essere riacquistate anno dopo anno poiché sono programmate per dare il massimo solo nella prima semina. Le sementi tradizionali invece, quelle che i nostri nonni si sono tramandati conservandole di anno in anno, sono sempre in potenza, come natura comanda! Utilizzando sementi tradizionali, inoltre, si scongiura il rischio che un solo parassita spazzi via il raccolto di interi Paesi caratterizzati dalle monoculture.
Ma se una legge deciderà che anche le sementi tradizionali dovranno superare rigidi controlli ed essere riacquistate ogni anno per essere legali, come ci metteremo al riparo dai rischi delle monoculture e dall’oppressione delle multinazionali? Come potremo sentirci ancora padroni del nostro raccolto e in comunione con la natura?
In realtà, lo scenario proposto dalla “Plant Reproductive Material Law” non è minaccioso come le considerazioni fatte fin’ora farebbero supporre. Per il momento infatti la legge è lontana dal costituire un attacco diretto contro gli orti fai da te e i piccoli agricoltori, per il fatto che il provvedimento non è applicabile a chi produce a scopo di consumo personale, a organizzazioni di volontariato e a piccoli produttori con meno di 10 impiegati… e si sta lavorando ad altre deroghe, meno male!

Viene comunque da chiedersi se sia davvero necessario ancora una volta, andare contro la natura, stabilendo regole, standard e omologazioni, – che il movente sia la tutela dei consumatori o delle multinazionali, siamo davvero sicuri di voler mettere alla prova la Terra? Gli unici che ci potranno rimettere siamo noi.

Per approfondimenti puoi vedere qui:

http://www.nexusedizioni.it/ambiente-e-salute/tag/agenzia-delle-varieta-vegetali-europee/
http://www.youthunitedpress.com/plant-reproductive-material-law-la-fine-dellagricoltura-fai-da-te-o-lennesimo-caso-di-disinformazione/

(photo credit: rogiro via photopin cc)

Giro giro tondo, casca il mondo, tutti giù per terra

Credo che sia venuto il momento di raccontare cosa può succedere a una comune cittadina divisa fra lavoro e attività casalinghe, se un giorno accetta di fare la custode di una casa di campagna abbandonata, per salvarsi dalle spese di affitti e tasse sulla casa…

La mia avventura, che da quasi due anni è la mia quotidianità, inizia proprio così: incapace di mantenermi autonomamente fuori dal nido genitoriale prendo la decisione (assieme al mio ragazzo) di accettare la proposta di un signore in cerca di custodi per la sua grande casa coloniale abbandonata nelle campagne castelvetresi.
DSC_0864Dopo numerosi sopralluoghi caratterizzati da un misto di entusiasmo scatenato e avvilimento paralizzante (c’era tanto lavoro da fare prima di poter vivere in quel posto) abbiamo trovato il coraggio di cominciare i lavori. E in qualche modo ora quello è il nostro nido. Ci viviamo in 8: Io, il mio ragazzo, Brina il gatto, Branca-Menta il cane, Bruce e Vida le oche, Brodo e Bhrama le galline.
Oggi sono una persona diversa da quando quasi due anni fa ho fatto quella scelta, dettata dalle difficoltà economiche.
Essere alle prese con una casa scricchiolante, con un pezzo di terra che risponde a “misteriose” leggi cosiddette “della natura” e a qualche animaletto che, se ben curato, rende la vita più simpatica e complicata, mi ha regalato una nuova prospettiva su una serie di cose.

In questo blog vorrei mettere a disposizione dei lettori, il piacere di ri-scoprire delle ovvietà quasi genetiche che abbiamo dimenticato perché abituati a vivere in un ambiente super-accessoriato al fine di proteggerci dalla natura.
Sto imparando che sono rari i momenti in cui davvero dobbiamo proteggerci da essa. Sono più comuni le occasioni per trarne energia. Sto imparando che l’inesorabile discesa in cui ci sta facendo cadere la crisi economica ci farà toccare il fondo… un fondo fertile perché fatto di terra.
Beh, dare una gran culata per terra è ciò che di meglio può accaderci perché la nostra è una terra piena di risorse, proprio quelle risorse su cui i nostri avi hanno costruito le basi per fondare il mondo in cui viviamo ora.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.

(è un augurio, non un destino terribile).