Con il cibo che butti via (forse) potresti salvare il mondo

Più di 8 miliardi di euro di cibo all’anno vengono gettati nella spazzatura. Il dato, inquietante, arriva dal Rapporto 2014 Waste Watcher – Knowledge for Expo presentato da Andrea Segré, presidente di Last Minute Market e dal presidente di SWG Maurizio Pessato che lanciano un appello contro lo spreco di cibo: “Se è vero che dobbiamo ‘Nutrire il Pianeta’ e se è vero che, con l’aumento della popolazione, la produzione dovrà aumentare del 60% (come dicono i dati FAO) e che sprechiamo un terzo di questa produzione, allora dobbiamo ripartire dalla prevenzione e dall’attenzione agli sprechi”. Un discorso che sembra chiarissimo finché l’occhio non cade sull’8° Rapporto su Innovazione e sostenibilità della produzione agricola realizzato dall’Osservatorio Innovazione Impresa Agricola, promosso da Agri2000, che dice che bisogna produrre di più. Adesso cosa si fa? Chi ha ragione? Probabilmente entrambi.

abbondanza

Partiamo dall’agricoltura: dati alla mano, con 50 miliardi annui di produzione agricola, dei quali circa il 9% realizzati in Emilia-Romagna, e 740mila imprese iscritte alla Camera di Commercio (l’8% sono emiliano-romagnole) l’agricoltura italiana è al 12° posto nel mondo (con solo lo 0,3% della superficie agricola mondiale), ma deve fare i conti con un saldo negativo di 7 miliardi di euro: questo significa che importiamo più di quanto produciamo, mentre ci sarebbe spazio per un incremento della produzione di ben il 20%. A questo punto sorge un dubbio: produrre di più o sprecare meno? Se consideriamo che in media si spreca un terzo della produzione, anche arrivando all’utopico risultato di rifiuti (alimentari) zero quello che rimane non sarebbe sufficiente e quindi dovremmo comunque produrre di più. Però meno di quello che si crede. Ed è già qualcosa. Mettere d’accordo modello economico ed etica però non è così semplice, perché se da una parte per chi produce e vende non è certo un problema che poi chi compra butti via, visto che comprando comunque paga il prodotto creando quindi un ritorno economico, dall’altra parte l’idea che tutto quel cibo finisca nella spazzatura non piace a nessuno: alla nostra salute, alla nostra coscienza e al nostro pianeta.

Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall'intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu
Ogni anno circa un terzo del cibo prodotto dall’intero pianeta, va sprecato. Fonte: Onu

Analizzando però i dati del rapporto forse una via d’uscita sembra esserci: produrre di più – considerando però la fetta che viene sprecata -, su meno ettari coltivati (negli ultimi due decenni c’è stato un calo del 18%) e in maniera più sostenibile. La soluzione è quella di fare rete e in Emilia-Romagna i numeri delle aziende agricole che scelgono questa strada sono già importanti: il 31% nel settore dell’ortofrutta e il 30,4% in quello dei seminativi. Cosa fanno concretamente? Si aggregano in primis per abbattere i costi dei mezzi tecnici attraverso gruppi di acquisto, ma anche per acquistare e scambiare mezzi meccanici o manodopera e gestire in maniera associata il processo produttivo. Lavorare in gruppo consente di aumentare il fatturato e avere un budget che permetta di investire sull’ambiente. Un esempio è il versante dell’acqua, uno dei temi più sentiti dai produttori agricoli che nel 75,5% dei casi utilizzano sistemi di irrigazione nella propria azienda. Tecnologia e innovazione possono aiutare gli agricoltori a migliorare la produzione limitando però i danni all’ambiente e riducendo lo spreco di materie prime (proprio come l’acqua), le emissioni di Co2 e il consumo di terreno.

La classifica dello spreco. L'Europa è al terzo posto.
La classifica dello spreco. L’Europa è al terzo posto.

Torniamo al cibo. Secondo il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali nella sola Unione europea vanno sprecati ogni anno 89 milioni di tonnellate di cibo – 179 chili pro capite – e senza l’adozione di opportune misure si calcola che si arriverà a sfiorare le 126 milioni di tonnellate nel 2020. Uno schiaffo alla dignità umana, considerando che nell’Unione Europea vivono ancora 79 milioni di persone al di sotto del livello di povertà, vale a dire oltre il 15% dei cittadini, e di questi solo 16 milioni ricevono aiuti alimentari. Per non parlare delle cifre allarmanti divulgate dalla FAO, secondo le quali oggi nel mondo ci sono 925 milioni di persone che soffrono la fame. Che cosa fare, dunque? Intanto avviare buone pratiche e questa è una cosa che riguarda tutti: stare attenti alle date di scadenza, non accumulare cibo in frigorifero, non scartare un alimento solo perché ha una confezione rovinata o un ortaggio perché ha un difetto. Usare di più fornelli e cucina e considerare che quello che non si butta via è anche un risparmio in denaro. Che in tempo di crisi economica non fa mai male. Poi ci sono le iniziative di raccolta di generi alimentari, ma su questo punto si deve stare molto attenti, perché donare cibo è una cosa molto complicata, come spiega Andrea Segrè: “L’idea del foodsharing è molto bella ma con le donazioni private si deve prestare attenzione perché ci sono rischi per la salute. Noi con Last Minute Market abbiamo studiato anni per capire come fare e coinvolto le Usl per certificare la qualità dei prodotti e garantire sicurezza alimentare. Il recupero non è uno scherzo”.

Tra luci e ombre, l’agricoltura resiste alla crisi

La terra resiste alla crisi: non solo perché produce beni da considerarsi indubitabilmente primari, ma anche perché viene ritenuta un investimento affidabile. L’agricoltura infatti, secondo gli ultimi rapporti di Abi e Banca d’Italia, è l’unico settore produttivo che negli ultimi tre mesi del 2013 ha registrato un andamento positivo dei prestiti bancari, in controtendenza rispetto ad altri settori per cui l’accesso al credito resta uno dei principali problemi per invertire una tendenza negativa che prosegue da sei anni consecutivi.  Tra il primo trimestre 2013 e lo stesso periodo del 2014 i finanziamenti alle aziende agricole sono cresciuti del 1,2 per cento, passando da 43,8 a 44,4 miliardi di euro, contro un calo medio del 5 per cento dei prestiti agli altri tipi di imprese. Insomma, la terra è considerata “sicura”. Questo il quadro generale.

Photo credit: lorca56 via photopin cc
Photo credit: lorca56 via photopin cc

Abbiamo interpellato i rappresentanti modenesi di Confagricoltura e Confederazione Italiana Agricoltori per capire se anche a Modena le banche preferiscono dare credito alle aziende agricole e perché. “Non è ancora evidente a Modena questa propensione, ma credo che sarà questione di poco tempo prima che lo diventi” – dice Gianni Razzano, direttore di Cia Modena sottolineando che da un po’ di tempo il sistema bancario si è accorto di poter trovare nell’imprenditore agricolo un buon creditore”. Principalmente per tre motivi:

  • l’agricoltura è la categoria con meno sofferenze, seppur non manchino le difficoltà, specialmente in alcuni settori di produzione;
  • le imprese agricole sono più patrimonializzate perché si basano sul bene terra, che è un bene stabile, dal valore intrinseco, il bene rifugio per eccellenza (soprattutto dopo il crollo del valore del mattone);
  • il contadino, per un fattore culturale, tende maggiormente di altri a rispettare gli impegni assunti. Una famiglia agricola che smette di pagare una banca ha già “stretto la cinghia al massimo”, facendo sacrifici personali pur di onorare l’impegno.

Detto questo – conclude Razzano – a prescindere dal fatto che il settore agricolo, per i motivi esposti, risulta più gradito alle banche, rimane una generalizzata difficoltà nel ottenere finanziamenti”.

Photo credit: StoryTravelers via photopin cc
Photo credit: StoryTravelers via photopin cc

Meno ottimista Eugenia Bergamaschi, Presidente di Confagricoltura Modena, che tende piuttosto a elencare i motivi che rendono difficile l’accesso al credito per le aziende agricole italiane e modenesi. “Anni fa era più semplice; il fatto di essere molto patrimonializzate grazie alla proprietà di terreni, fabbricati, macchinari, valeva come importante garanzia e le banche erano più propense a sostenere le aziende agricole. Ora la situazione è cambiata notevolmente:

  • gli ultimi accordi di Basilea, avendo come fine esclusivo quello di vigilare la gestione del rischio, impongono alla banca vincoli di accesso al credito che si ripropongono su tutte le imprese, a tappeto, senza distinzione di categoria. I parametri di Basilea, molto restrittivi, rappresentano un problema nazionale per tutte le imprese;
  • le aziende agricole, inoltre, come previsto dalla legge, possono avere una contabilità a regime forfettario, che non prevede la stesura di bilanci. Con l’introduzione dei parametri di Basilea questo costituisce un grosso ostacolo per l’accesso al credito poiché, in mancanza di bilanci, la banca non riesce a stabilire il reale patrimonio produttivo dell’azienda. Al posto di un rapporto chiaro tra banca e agricoltore qual’era in passato, ora abbiamo una difficoltà di relazione a causa dei nuovi parametri che le istituzioni bancarie devono rispettare”.

Insomma, luci ed ombre. E se è difficile vedere nella terra un nuovo Eldorado, certo è che sta resistendo meglio di altri settori a una crescita ferma da lunghissimo tempo. Vogliamo vederla in positivo? Si torna sempre lì, alla terra.

Immagine di copertina, photo credit: _ Night Flier _ via photopin cc

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Quei morti sul lavoro di cui nessuno si accorge

Non se ne parla spesso, e quando si pensa agli infortuni sul lavoro non è proprio il primo degli incidenti che vengono in mente. Eppure in Italia il ribaltamento del trattore è una delle principali cause di feriti e morti durante il lavoro. C’è chi parla addirittura di “strage dei trattori”.

Dati recenti dicono che solo nei primi sei mesi del 2014 ci sono stati 195 incidenti con trattori agricoli che hanno causato 119 feriti e ben 94 morti. I dati di questo primo semestre segnalano un aumento del 13,4% rispetto all’anno precedente.

Per capire l’importanza di questi numeri, basti pensare che nello stesso periodo le vittime di incidenti automobilistici sull’intera rete autostradale sono state 120. Nei campi, a causa degli incidenti con trattori, 94.

L’Emilia-Romagna, assieme alla Lombardia, è la regione con il maggior numero di incidenti (26 solo nei primi sei mesi dell’anno). Alcuni esempi recenti tratti dai titoli dei quotidiani locali:

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La maggioranza degli incidenti avviene all’aperto, fuori strada, ovvero nei campi, e nella maggior parte dei casi riguardano il conducente del trattore. Ma il dato veramente significativo è quello sull’età: nel 44% dei casi la persona coinvolta aveva più di 65 anni. A lavorare nei campi infatti sono molto spesso le persone anziane, proprietarie del terreno, che non vogliono assumere personale e che preferiscono portare avanti la propria attività da soli, spesso sopravvalutando le proprie capacità e sottovalutando i rischi.

Una tendenza già nota e probabilmente in crescita, dato che nell’anno precedente la percentuale di over 65 coinvolti in incidenti con trattori era del 38,2%.

C’è poi il problema del rinnovo dei mezzi. L’età infatti può essere un problema anche per il veicolo: una delle cause principali di incidente è il temuto ribaltamento, frequente nei modelli vecchi di trattori. Nel 2014 si segnala un calo delle immatricolazioni dei trattori, il che significa che i mezzi invecchiano e non vengono rinnovati, con tutte le conseguenze sulla sicurezza.

Il ribaltamento spesso è causato da distrazione o dalla pendenza eccessiva del terreno che non consente di agire in sicurezza: il mezzo perde aderenza e si ribalta schiacciando il conducente.

Oltre alla regolare manutenzione, e alla eventuale sostituzione in caso di modelli troppo vecchi, le normative vigenti obbligano all’utilizzo di cinture di sicurezza e un telaio ROPS o roll-bar antiribaltamento. Viste le statistiche drammatiche, sarebbe ora che qualcuno si occupasse di farle rispettare rigorosamente.

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Quando è oro, è oro.

Come per le “brave persone”: ci si ricorda di loro quando compiono un gesto eroico o quando muoiono. Il Parmigiano Reggiano non è morto (anzi è sempre più celebre all’estero), però è finito sulla bocca di tutti dopo essere stato letteralmente schiacciato dalla forza brutale del terremoto (120 mila forme distrutte tra Modena, Reggio Emilia, Parma, Bologna e Mantova, per un danno di oltre 100 milioni) e dopo l’escalation di furti delle scorse settimane. «Di spot, soprattutto dopo lo scorso maggio, non ne facciamo più, non abbiamo risorse da investire in promozione» ha spiegato il presidente del Consorzio, Giuseppe Alai presentando il bilancio 2012. Però il formaggio stagionato è sulla bocca di tutti. Secondo una ricerca dell’università di Scienze della formazione di Bolzano, infatti, “Parmigiano solidale” è la parola dell’anno, prima di “spread”, “corruzione”, “vigili del fuoco”, “scandalo” e “talebani”. E’ l’effetto della straordinaria vendita di punte di formaggio “salvate” dal crollo delle scalere e vendute in tutt’Italia e all’estero attraverso il tam tam di Internet.

Ma cosa si nasconde dietro il Re dei formaggi? Qual è la ricchezza per Modena?
In provincia si contano 81 caseifici (in totale i produttori si Parmigiano Reggiano sono 384) che hanno prodotto 643.501 forme nel 2012 (in tutto sono oltre 3,3 milioni), circa l’1,3% in più rispetto l’anno precedente. L’analisi sensoriale del prodotto finale la lasciamo ai consumatori, ma il “prezzo” di ogni forma andrebbe domandato a quei 3.800 lavoratori che ogni mattina all’alba, sabato e domenica inclusi, garantiscono l’avviamento della macchina produttiva, dalla mungitura alla marchiatura delle forme. Ogni forma pesa in media 40 kg l’una e vale circa 500 euro. Praticamente oro.

Nonostante il terremoto e la crisi economica, i consumi interni hanno tenuto, ma c’è stato un sensibile calo delle quotazioni. In sostanza, il prezzo medio all’origine è passato dai 10,76 euro/kg del 2011 a 9,12 euro/kg (-15%), lo stesso prezzo del 2010. Questo è dovuto all’exploit produttivo del 2011 (oltre 3,2 milioni di forme). Ma il futuro del Parmigiano sarà tutto oltre confine. «Contiamo di arrivare al 50% delle esportazioni in pochi anni, mentre ora siamo al 32%» ragiona il direttore del Consorzio, Riccardo Deserti, che non disdegna lo sviluppo di nuovi prodotti, magari anche meno stagionati, «che tengano conto dei nuovi gusti dei consumatori, soprattutto quelli più giovani», sempre «garantendo la qualità dei processi» produttivi.

Cinismo a parte, bisogna ammettere che nella disgrazia il terremoto è stato un volano per il Parmigiano: «Abbiamo avuto richiesta da ogni parte – ammette Andrea Nascimbeni, presidente del caseificio “4 Madonne” di Lesignana – abbiamo dovuto spostare tre persone soltanto per gestire gli ordini e ricevere le telefonate». In attesa degli indennizzi da parte delle assicurazioni e dei contributi pubblici, il settore si è rimesso in fretta in moto: «Non abbiamo chiesto denaro – ha precisato Alai -; ma soltanto che i consumatori continuassero ad acquistare Parmigiano. Questo formaggio è un mito, lo ha dimostrato la reazione al terremoto, anche senza il veicolo della Grande Distribuzione».

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