Fin che Gigetto va, lascialo andare

Non c’è italiano che non si sia mai lamentato di Trenitalia. Ed a ragione. Per quanto immorale e deleterio per la natura umana, il sentimento di puro odio che si può sviluppare per Trenitalia è davvero (quasi) sempre giustificato. Le biglietterie non funzionano, il treno è in ritardo, è sovraffollato, l’aria condizionata è impiantata, le finestre sono rotte, hai bisogno di andare in bagno? Quello nel tuo scompartimento non funziona. Poco male, mi sposto nell’altra carrozza e ne cerco un altro. Non funziona neanche quello. Li passo tutti, uno è un lago di piscio, un altro è intasato, allora vado fino a fondo treno, ormai con la vescica in fiamme, arrivo finalmente nell’ultimo bagno del convoglio, sono a qualche centimetro dalla maniglia, allungo la mano, alzo gli occhi gonfi di speranza e gratitudine e vedo uno sgualcito foglio A4 attaccato con qualche pezzetto di scotch alla superficie ruvida della porta ingrigita dallo sporco con scritto sopra “guasto”.

Sì, Trenitalia è una realtà distopica che merita tutto l’odio de-umanizzante che una persona possa provare verso un’azienda che dovrebbe fornire un servizio pubblico ed efficiente. Anche la creatura più virtuosa di fronte a certe manifestazioni di mal funzionamento si abbandona ai sentimenti più degradanti e degradati che possa sperimentare e che forse nemmeno sapeva di avere. E non si tratta di qualunquismo o di grillismo, ma di osservazioni figlie di una navigata esperienza sul campo, di anni e anni di treni in ritardo, dove di fronte a tante delusioni non c’è nemmeno più lo spazio per l’ironia, per l’umorismo, per la pacca tra amici (quando si viaggia in compagnia) in cui ci si dice, ma va beh, prenderemo il prossimo. E nemmeno un serafico atteggiamento zen è quasi più possibile, anche se forse, ad oggi, sembra essere l’unica cosa da fare per rimanere in pace con se stessi.

Anche Modena è al centro di una piccola bufera per le vicende legate ad un treno. Non si tratta di Trenitalia, ma di TPER e FER, l’azienda trasporti che opera sul territorio regionale dell’Emilia Romagna. Che c’entrava Trenitalia quindi, direte voi. Poco o niente, ma non importa, era comunque un’occasione buona per parlarne male, e sarebbe stato da fessi lasciarsela sfuggire.

Tornando a noi, lo storico treno Gigetto, treno TPER tratta Modena-Sassuolo, è stato da domenica scorsa rinnovato con un convoglio che ha l’accattivante nome di Flirt, emilianizzato da ETR 350, un mezzo dalla linea sensuale e all’avanguardia, dotato di un impianto di aria condizionata funzionante, di sedili confortevoli, di schermi con l’infografica del viaggio, di bagni pronti per l’uso, di wi-fi (funzionante: lo abbiamo testato). Un segno di speranza, forse. Qualcosa che offre una valida alternativa ai servizi macilenti di, lasciatecelo dire di nuovo, Trenitalia. Potenzialmente, vista la quantità di fermate ravvicinate le une alle altre, una metropolitana di superficie a tutti gli effetti lungo una tratta storica (è attiva dal 1883) come la Modena-Sassuolo.

Nella gallery qui sotto: Gigetto 1 e 2.0:

Anche se sono ancora molte le cose che non funzionano, come ad esempio le biglietterie inesistenti a Baggiovara (ma i titolari dell’edicola dell’ospedale smentiscono: “i biglietti da noi ci sono sempre“) e non solo, il nuovo Gigetto non è assolutamente paragonabile ai disservizi di…. Tuttavia, sembra che il popolo non sia comunque contento. O almeno non tutto il popolo. Facebook, come al solito, fa da megafono alle istanze di gruppi di persone più o meno numerosi. E anche riguardo a Gigetto, molti sentono il bisogno di dire la loro. Molto democraticamente, esistono quindi due pagine che toccano la questione, quella pro e quella contro. Quella pro, “SalviamoGigetto” dall’atteggiamento piuttosto misurato, si spende decisamente a favore di Gigetto, del suo recente rinnovo, ma ne evidenzia allo stesso tempo i difetti. “Un miraggio?????…no…per fortuna è reale…silenzioso, moderno, con display e avvisi vocali…solo una pecca: sovradimensionato. Con due o tre carrozze sarebbe più che sufficiente…ma si vede che la gestione certi calcoli non li fa, visti i precedenti anche, si procede per tentativi…mah…speriamo inizino a guardarci meglio…”. Oppure ancora, ecco un intervento con una frase piuttosto concisa ma eloquente: “Lo risolviamo subito il problema dei biglietti o aspettiamo 10 anni?”.

La pagina contro, “Odio Gigetto”, nonostante il nome poco moderato, è anch’essa abbastanza misurata, e anche un pelo più ironica. E’ nata dalla volontà di alcuni automobilisti di sopprimere il povero Gigetto per via delle soste ai passaggi a livello, e da chi ritiene che Gigetto sia un treno completamente inutile, costoso e sempre vuoto, insomma uno spreco in tutti i sensi, che per di più da ora correrà anche la domenica, diventando così “vuoto 7 giorni su 7”. Il gruppo “Odio Gigetto” ha dichiarato guerra al gruppo “Salviamo Gigetto”, come commenta il signor Giuseppe Russo: “Stare a commentare su questo gruppi è sicuramente divertente ma non aiuta a cambiare le cose. Commentate anche sul gruppo “Salviamo Gigetto…”. Ridiamo, ma senza esagerare. Le cose importanti vanno cambiate per davvero! La partecipazione è una cosa seria. Non mancano i dissidenti, che commentano “Basterebbe togliere qualche corriera e il treno sarebbe pieno, se il problema è quello, la verità è che ci tira il culo stare fermi al passaggio a livello.” Forse sì, forse no.

Certo è che i modenesi amano la loro automobile con cui, se potessero, si sposterebbero anche dal bagno alla cucina. Pur non trattandosi di Trenitalia, Gigetto risveglia comunque un arcobaleno di sentimenti interessanti “Un treno politico che serve a trasportare gente che non lavora e non paga tra la stazione di Formigine Modena e Sassuolo. ….affare sicuram è quello che commerciano fuori da queste… un argomento delicato che apre le vene a noi e chiude sempre di più gli occhi a chi non vuol vedere…….meglio parlare di belle serate. ……” oppure “Mi sembra una tratta MORTA i poli scolastici sono da tutt’altra parte di Modena i tunka non pagano ecc a qualcuno GIOVERÀ. …”.

Certo, se ci dovessimo trovarci su Gigetto insieme a questi commentatori che, per fortuna, Gigetto non lo prenderanno mai, saremmo comunque costretti a preferire un qualsiasi mezzo Trenitalia, e a portarci dietro anche i nostri amici “tunka” (come “simpaticamente” qualcuno nei commenti su Facebook definisce i nordafricani), ovviamente tutti senza pagare il biglietto. E comunque, niente, anche i convogli Trenitalia costringono gli automobilisti a fermarsi ai passaggi a livello. Non c’è verso: la soluzione migliore potrebbe essere solo quella del teletrasporto, che, non perdiamo la speranza, prima o poi arriverà.

Alla ricerca di piccoli capolavori di tipografia urbana

Opere d’arte dove non te l’aspetteresti. Piccoli capolavori di tipografia urbana come perle sparse all’interno del tessuto delle città. Per vederle non si deve pagare un biglietto: basta, di tanto in tanto, alzare lo sguardo con lo stupore e la voglia di esplorare che hanno i bambini. E ci si renderà conto di meraviglie spesso ignorate, incastonate fra architravi o all’interno di lunette, talvolta impreziosite da un sottile strato di foglia d’oro, il più delle volte sbiadite o graffiate. Stiamo parlando di insegne. La particolarità di questi caratteri tipografici risiede nella loro eclettica varietà: difficile, se non impossibile, scovarne due identiche. L’unica cosa che le accomuna è il fatto che sono frutto di esperienza, creatività e perizia tecnica di grandi artigiani. Dal 27 maggio di quest’anno Francesco Ceccarelli e Lia Roncaglia – rispettivamente presidente e graphic designer di Bunker – gestiscono la pagina Facebook “Lettering da Modena”, un variopinto luogo virtuale dove catalogare, mostrare e mappare le insegne più interessanti di Modena. Il loro impegno s’inscrive in un progetto ad ampio respiro che raccoglie le esperienze di varie città italiane – Lettering da, appunto – ideato da Silvia Virgillo. Una nuova prospettiva, da cui ammirare la città.

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Vi chiederei innanzitutto com’è nato il progetto “Lettering da Modena”. È sorto in concomitanza della nuova edizione del libro L’Italia insegna di James Clough?
F: In un certo senso mi stai chiedendo se sia nato prima l’uovo o la gallina [sorride]. In quanto soci e art director di Lazy Dog Press, abbiamo avuto l’occasione di progettare il libro che indaga oltre vent’anni di ricerca di James. Lui ama tutto ciò che noi italiani generalmente critichiamo: il fatto che, per esempio, non ci sia un’immagine coordinata all’interno delle città italiane per James è motivo di profondo interesse. Anche perché nel Regno Unito i caratteri tipografici utilizzati per insegne o steli commemorative sono praticamente tutti identici. Dalla follia italiana si generano la genialità e la varietà in diversi campi, non solo quello del lettering.

Il fatto che poi voi abbiate iniziato a seguire il progetto “Lettering da Modena”, ora anche su Facebook, è stato una diretta conseguenza della pubblicazione del libro di Clough?
L: È stata una fortunata concomitanza di eventi. Silvia Virgillo è colei che ha ideato e creato il progetto “Lettering da”, che è il collettore delle varie esperienze di lettering sparse sul territorio nazionale. Questo progetto nasce a Torino, in modo assolutamente spontaneo.
F: Esatto: noi stavamo lavorando al libro, Silvia aveva dato il la al suo progetto, l’attenzione alle insegne andava crescendo indipendentemente da noi e così sono nate le varie pagine Facebook. Chiedere la licenza di aprire “Lettering da Modena” è stata una naturale conseguenza. Oltre a queste pagine, fra l’altro, ne stanno nascendo tante altre.

Vedo che sulla pagina Facebook state seguendo regole editoriali ben precise: ogni foto pubblicata viene accompagnata a un testo estremamente ‘essenziale’: il simbolo # (l’hashtag) e una numerazione progressiva. Il focus è dunque sull’immagine.
L: L’idea è quella di costruire un archivio digitale capace anche di mappare la posizione di queste insegne: numerare le immagini e dare loro una collocazione geografica all’interno della trama urbana. Questo è il nostro obiettivo.
F: Una volta esaurite le insegne all’interno della cerchia urbana, potremo anche allargare il raggio d’azione alla provincia. Per ora, ci focalizziamo su Modena. Da typo-nerd quali siamo, di alcune insegne particolarmente interessanti estrapoliamo il tracciato vettoriale in modo da averne una ricostruzione grafica che potrà poi essere utilizzata per progetti futuri, quali pubblicazioni o mostre.

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Trovo anche molto interessante il fatto che in questo modo si conserva la memoria di queste insegne, grazie al social più utilizzato al mondo: Facebook. Mettiamo che una di queste insegne storiche venga eliminata da una nuova – e poco assennata – gestione: voi ne avreste lo schema grafico, lo scheletro. Volendo, potrebbe essere anche riprodotta. Un po’ come essere in possesso della pianta di un edificio demolito…
F: Esattamente. Sul sito abbiamo messo le fotografie di poco più di una dozzina di insegne, di cui una già non esiste più: una splendida insegna composta da lettere geometriche annidate sotto i portici accanto a piazza Mazzini. Ora non ne resta che l’ombra sull’intonaco. Perché avviene questo? James direbbe che manca la coscienza del valore di questi ‘oggetti’. A meno che non siano incastonate nell’edificio, è complicato conservarle…
L: Come quella del cinema Splendor: essendo parte dell’architettura, è stata restaurata assieme all’edificio.
F: In Canalchiaro, invece, ci sono insegne che sono state mantenute: una di queste è il ‘memoriale’ di una macelleria che non esiste più.

Il mattone tende ad avere un valore diverso rispetto al neon, purtroppo.
F: A Milano ci sono negozi che vendono solo insegne storiche.
L: È chiaro che sta nascendo una moda attorno alle insegne di un tempo, sì.

Leggi anche: Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali.

È già capitato che qualcuno vi ringraziasse per aver pubblicato la sua insegna?
F: Con la nascita di “Robinson”, l’inserto domenicale di “Repubblica”, James cura una sezione dedicata proprio alle insegne non contenute nel libro. Noi gli abbiamo inviato, fra le tante, la fotografia dell’insegna della torrefazione storica a pochi passi dal mercato Albinelli: la proprietaria è stata contentissima di vedere la propria insegna lì, immortalata sulla pagina di un giornale, esposta con orgoglio in vetrina assieme ai liquori e altre goloserie.
L: È già capitato che qualcuno ci scrivesse per mandarci le fotografie di alcune insegne.

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Questa esperienza costringe le persone ad alzare lo sguardo, non restando chine sullo smartphone.
F: Sì, è un invito a guardare altrove. Ora parliamo di insegne, ma la tipografia della città riguarda anche altri dettagli urbani: dai tombini alle iscrizioni.

Qual è il discrimine fra l’insegna da fotografare e quella che non ha un intrinseco valore storico?
L: Alcune sono falsi storici, quindi rifacimenti che vogliono scimmiottare qualcosa di storico. Sono citazioni, possono avere un legame interessante col passato, però le tecniche sono diverse.
F: Devono essere artigianali, fatte a mano. Un’insegna realizzata col prespaziato non ha lo stesso valore. Lo stesso discorso può essere fatta per un’insegna stampata sul plexiglas e retroilluminata. Una al neon invece è molto più interessante: la sagomatura del neon è un’arte che sta sparendo. Le insegne che possiedono un valore artistico sono state pensate, progettate e realizzate. Nel libro L’Italia insegna si parla inoltre degli ultimi due pittori di insegne: uno romano e l’altro genovese. Ma le tematiche legate al lettering urbano, per fortuna, stanno ispirando tanti giovani convinti nel riprendere in mano questo antico mestiere. Questo tema ci è molto caro.
L: C’è un forte ritorno all’artigianato, si sta dando nuovo valore al “fatto a mano”.

Qual è per voi l’insegna più bella?
L: Quella di Telesforo Fini: è ricchissima e davvero ben conservata.
F: Un’altra cosa interessante è trovare in basso a destra o a sinistra di un’insegna – come quella di Fini o quella della Torrefazione Caffè – la firma della vetreria che la realizzò. Si tratta di un elemento storico molto interessante. Alcune di queste vetrerie esistono ancora, fra l’altro.

Vi è mai capitato di girare l’angolo e trovare un’insegna che ancora non conoscevate?
In Corso Canalchiaro, poco prima di Piazzale San Francesco, hanno tolto qualche mese fa la copertura della lunetta di un negozio. Con mio grande stupore è comparsa l’iscrizione su vetro “Barbiere”. A breve la fotograferemo. Il lato interessante è che è comparsa così, per caso. Come un reperto archeologico.

AAA Cercasi giovani imprenditori amanti del viaggiare lento

In Italia va tutto male? No, non proprio tutto. Nonostante siamo in periodo di dichiarazione dei redditi – e come ogni anno alla compilazione del 730 si alzano gli occhi al cielo e si sussurra fra i denti qualche imprecazione furiosa contro questo “benedetto, assurdo Bel Paese” – qualche buona idea circola, e viene proprio da chi su questo Paese ci si siede sopra: cioè lo Stato.

L’Agenzia Demanio, l’organizzazione che si occupa della gestione degli immobili di proprietà pubblica – ha recentemente dato il via ad un’interessantissima iniziativa, “Cammini e percorsi”, che consiste nel mettere a disposizione, a titolo gratuito, 103 immobili da ristrutturare situati lungo antichi cammini e percorsi per bici. A disposizione di chi? Di tutti gli under 40 che abbiano voglia di mettersi in gioco (avendo una certa disponibilità economica visto che in molti casi lo stato di conservazione degli edifici va dal pessimo al mediocre, e quindi necessitano di interventi strutturali), che amino natura, trekking e animali. “L’obiettivo – si legge nella presentazione dell’iniziativa – è riutilizzare i beni come contenitori di servizi e di esperienze autentiche, fortemente radicate sul territorio, per camminatori, pellegrini e ciclisti”. E’ il Demanio stesso a suggerirne le tante possibili destinazioni d’uso: punto di ristoro, osteria, enoteca, bottega artigianale, locali per la vendita di prodotti tipici, spa, officina, affitto biciclette, ufficio informazioni.

Il tracciato della ciclopista del Sole che presenta due "tappe" anche nel Modenese
Il tracciato della ciclopista del Sole che presenta due “tappe” anche nel Modenese

Ma cos’ha di particolarmente interessante l’iniziativa? L’aspetto più originale è sicuramente quello legato al fatto che il progetto sembra assecondare le nuove (o quasi nuove) tendenze in fatto di cibo, moda, e ora anche di viaggi, il cosiddetto “slow movement”.
Sono sempre di più i viaggiatori che decidono di dare alla propria vacanza una bella frenata: aerei, treni ad alta velocità, automobile? No, grazie. Molto meglio un paio di scarpe comode, uno zaino, un berrettino per il sole, e tanta voglia di godersi appieno un’esperienza.

Il turismo lento, e in generale tutto ciò che viene preceduto dalla parola inglese “slow”, rivendica un modo del tutto diverso di vivere la propria vacanza e , in generale, la propria vita: all’insegna della profondità, della calma e, in generale, della lentezza, appunto. Rispetto a viaggi e vacanze, ad esempio, sono bandite le corse folli per prendere l’aereo in orario, le scalette serrate per riuscire a vedere più cose possibile in poco tempo, il lungo elenco di musei da visitare per poter tornare a casa e dire “Sì, l’ho visto. Anche quello! E anche quell’altro ancora!”. Insomma, per i praticanti di “slow travel”, non è importante “quanto”, ma “come”.

Non ci soffermeremo ad elencare le molteplici letture filosofiche che si possono dare all’idea di Viaggio con la V maiuscola. “Mettersi in cammino”, dalla notte dei tempi, ha molto di più di un significato prettamente fisico. In una società che, a molti, pare completamente depauperata della propria spiritualità, sono sempre di più le persone che sentono la necessità di uscire dai ritmi frenetici dell’esistenza, per entrare, almeno temporaneamente, in un regno di calma e pace e riuscire così a cogliere la sostanza delle cose.

macellovignola“Cammini e percorsi” cavalca intelligentemente quest’onda, promuovendo da un lato lo “slow travel” e dall’altro dando un incentivo ai giovani ad iniziare una propria attività senza stress eccessivi. Inoltre, è anche mirata al recupero del territorio e dei suoi immobili in disuso. Le 103 strutture che verranno messe a disposizione rimarrebbero altrimenti fatiscenti e in stato d’abbandono. Caserme, scuole, macelli, ex case del Fascio, saranno così invece completamente recuperate e rese utili per tutti.

“Cammini e percorsi”, naturalmente, vede protagonista anche qualche edificio storico del Modenese. Inclusi tra i 103 immobili infatti, ci sono il Macello di Vignola e la Torre della Bastiglia di Serramazzoni. Due “tappe” che si trovano sulla Ciclopista del Sole, un percorso di 3.000 km che attraversa da nord a sud 12 regioni, interessando ben 414 Comuni, inclusi i due a sud di Modena.

torrebastigliaIl Macello di Vignola, una lunga storia alle spalle dal 1910 fino alla chiusura del 2006, si trova in uno stato di conservazione definita “buono”, ed è un’ottima notizia per chi decida di investirci, mentre la Torre della Bastiglia di Serramazzoni, simbolo del paese, è attualmente considerato un edificio a rischio, che necessiterebbe di un tempestivo intervento per valorizzarne nuovamente i numerosi pregi. Stato di conservazione: mediocre. Il primo, un impianto costituito da un fabbricato centrale e due edifici laterali, nasce dalla mente dell’ingegnere di Bologna Dino Zucchini. Nel corso del Novecento è stato ampliato numerose volte, pur mantenendo le sue caratteristiche costruttive piuttosto inalterate. La Torre della Bastiglia è invece una struttura risalente al XII secolo, che gode di una straordinaria posizione panoramica sulla sottostante vallata, proprio perché nata come torre di vedetta (in questo pdf, tutte le info sulle due strutture, estrapolate dal dossier contenente le schede di dettaglio di tutti gli immobili).

Entrambi sembrano destinati ad un glorioso recupero. Che, ci auguriamo, non sarà troppo “lento”.

In copertina, un’immagine in Licenza CC  di Noel Bauza

Il mio lavoro nel paese più complicato del mondo

Claudia Lodesani, nata e cresciuta e Modena, dove si è laureata in Medicina con specializzazione sulle malattie infettive, lavora dal 2002 per un’importante ONG di medici per la quale compie missioni in diversi paesi e per periodi variabili dai 6 ai 12 mesi. Passa i mesi di intervallo a Modica, dove ha preso la sua residenza italiana. “La scelta di Modica è stata decisa da me e il mio compagno, che è francese. Abbiamo preso casa in Sicilia perché ci è piaciuto il posto e questa regione è anche diventata la sede italiana del mio lavoro, perché ora con i migranti ci sono situazioni estreme anche nel nostro paese. Vivono nel limbo della scarsa assistenza, per tante ragioni sia soggettive che oggettive; vagano nei vicoli dell’organizzazione medica italiana e a volte perdono i diritti di starci. A Trapani abbiamo aperto una sede post ospedaliera, per le terapie e le riabilitazioni e stiamo avviando un progetto di etnopsichiatria. A Roma abbiamo un ambulatorio per vittime delle torture, coordinato da un’altra modenese, Laura Cremonini.”

La chiacchierata che Claudia intrattiene con i presenti all’incontro organizzato dall’associazione Deade è basata sulla situazione del Sud Sudan, ma si intreccia, con una trama lineare e senza falle, con il racconto di una vita di 15 anni nelle frontiere mediche del nostro pianeta. In Sud Sudan la base è la capitale, ma poi ci si sposta in questo paese, dimenticato dalle cronache. “E’ forse la Nazione più giovane della Terra, avendo ottenuto l’indipendenza dal resto del Sudan nel 2011. Poi nel 2013 è scoppiata la guerra civile, guidata dalle etnie principali del presidente e dell’ex presidente, alle quali si sono aggiunte le altre. Ma soprattutto, è un Paese ricco di petrolio, che è sfruttato maggiormente dal Sudan del nord, per un accordo politico dei tempi dell’indipendenza. E’ il paese più complicato del Pianeta, pieno di qualsiasi povertà e privazione si possa immaginare”

Claudia Lodesani
Claudia Lodesani

Il Sud Sudan, infatti, è quasi privo di scuole; ha circa 12 milioni di abitanti e 2 milioni di essi sono profughi, sia interni che esterni. Un milione scarso di sud-sudanesi vivono in campi in Uganda. Gli spostamenti sono frequenti, perché le zone petrolifere sono costante bersaglio di attacchi e guerriglie. Lavorare in Sud Sudan non è affatto semplice. “E’ davvero il paese più difficile che io abbia frequentato. Sono stata in Marocco, Burundi, Haiti e Congo, ad esempio, ma nessuno è così malmesso. Adesso lavoriamo a tre progetti nel paese: uno di maternità e pediatria; uno di assistenza medica completa ai profughi interni; il terzo un piccolo ospedale da campo in una palude, vicino ad un centro di conflitto” Il Sud Sudan è attraversato trasversalmente dal Nilo, il quale, nella stagione delle piogge tracima e crea una palude per chilometri e per quasi metà anno. I medici lavorano con il fango ai polpacci a volte. “Non ci sono certamente gli standard igienici dei nostri ospedali, ma neanche della maggior parte di quelli africani. Nella stagione delle piogge quasi tutto si ferma e si aspetta il defluire delle acque, però l’assistenza medica non può fermarsi.”

Il Sud Sudan spende il 90% delle proprie entrate in armi, l’1% in istruzione e l’1% in salute. La situazione è davvero complessa e le etnie non accennano a diminuire il conflitto. E’ per questo che, parlando con Claudia, mi esce la domanda più scontata possibile, che, in genere, si fa per sentirsi dare qualche rassicurante risposta. Del resto sto parlando con un medico!

Claudia Lodesani con Kindi Taila
Claudia Lodesani con Kindi Taila

“Il 3 ottobre del 2015 a Kunduz, in Afghanistan, un ospedale è stato bombardato e sono morti molti medici e personale sanitario, oltre che pazienti. Gli USA, autori del bombardamento, non hanno ancora subito alcuna inchiesta e non hanno dato spiegazioni attendibili. Ma sappiamo che non è stato un errore, una bomba caduta per caso, ma un bombardamento di mezz’ora con un comando che indicava le coordinate. Certamente dentro alle sale c’erano dei taliban, ma noi non abbiamo mai fatto distinzioni tra i feriti. Ora, quella data è il crollo di una frontiera: l’immunità degli ospedali. Oggi nessun è più sicuro in una sala operatoria e questo deve preoccupare tutti, perché il diritto alla salute è universale ed è sancito anche nelle zone di guerra. Il Sud Sudan forse è lontano, ma il diritto alla salute è di tutti, per tutti. Restare indifferenti a questo episodio e lasciare impunità e silenzio è l’inizio della perdita dei diritti fondamentali. Del resto – continua Claudia, che, per la prima, vela il suo sorriso accogliente –questo paese che vive da 4 anni una guerra civile uguale a quella siriana è nella lista dei “paesi sicuri”, cioè i migranti sud sudanesi sono migranti economici, non politici o perseguitati. Se questi sono i metri di valutazione, se non ci sono parametri riconosciuti, allora non saprei rispondere alla domanda sul pericolo”

Il pubblico presente all'incontro
Il pubblico presente all’incontro

E’ stato di questo tenore anche l’intervento di Kindi Taila, dell’associazione Deade, che ha coordinato l’incontro. La dottoressa Taila ha raccontato che un militare gli ha spiegato come in Africa “ottimizzano” i bombardamenti: prima bombardano una zona; poi calcolano i tempi di arrivo all’ospedale ed, infine, bombardano l’ospedale. Così si alza il numero delle vittime. Siamo di fronte ad una strategia che usa gli ospedali come obiettivi importanti per il risultato militare. “Viviamo in due mondi separati – riflette Claudia – uno occidentale, come lo pensiamo noi e l’altro non occidentale. Questa contrapposizione si è inasprita e ha chiuso le rispettive posizioni” La contrapposizione riguarda sicuramente qualsiasi parte in conflitto; ricomporla, si vedano i vari scenari di guerra, è cosa molto complessa. Il coinvolgimento di ospedali e operatori segna un inasprimento molto preoccupante. E mentre penso a tutto ciò, Claudia parla di cosa farà da domani, tornata a Juba.

In copertina: villaggio del Sud Sudan (fonte: Wikimedia)

”Non ho amici, solo fratelli. Del resto del mondo non mi fido”

“Peace, love, unity and having fun”, era il motto del movimento hip hop ai suoi albori, prima che si frammentasse in sotto-generi: dal melodico gangsta rap della soleggiata California a quello più cupo della grigia costa est, dal conscious rap impegnato al disincanto della trap e delle ibridazioni crossover a metà strada fra hard rock e hip hop. “Ma oggi il rap è corrotto come la società che un tempo contestava”, osserva Lorenzo Argese, alias Elefante, mc (master of ceremonies, colui che scrive e scandisce le rime) di 22 anni, originario di Bomporto. Con Andrea Raimondi, a.k.a. Ragan Munda, un altro bomportese di 20 anni, hanno fondato .ASAP. (ndr: As Soon As Possible: “al più presto”) un collettivo di mc, dj, produttori e beat-maker del modenese. “L’ideale è sempre quello: unire la scena hip hop locale, fare rap autentico perché insieme si cresce meglio”, dice Ragan Munda.

Elefante e Ragan Munda sono le nuove leve del rap locale. Giovani, preparati, riflessivi, arrabbiati ma non violenti. “Se mi trovassi in mezzo a una rissa non saprei cosa fare, probabilmente le prenderei”, dice Elefante. Quest’ultimo ha preso la maturità al Corni, Ragan frequenta invece l’ultimo anno al Barozzi. Entrambi si trovano a disagio con le tematiche attuali che hanno portato l’hip hop a diventare un fenomeno commerciale anche in Italia, il rap “bling-bling”, quello dell’ostentazione piccolo-criminale come orizzonte di vita che tanto seduce.

hh01Ma non è sempre stato così. La degenerazione dei contenuti del rap, da impegnato a frivolo, è da ricercare nel processo di autoaffermazione individuale e collettiva della comunità afro-americana. Prima dell’ostentazione del lusso e del disprezzo della donna, prima dei rapper che portano anelli e collane d’oro, capsule dentali con diamanti, c’era un messaggio di liberazione dall’oppressione. Erano gli anni ’60, c’era Martin Luther King e le Pantere Nere.

L’anello di congiunzione fra questi due mondi, fra il movimento nero e quello rap è rappresentato bene dalla figura di Tupac Shakur che spesso torna nelle parole dei giovani rapper emergenti del modenese come modello da riverire, come mito ineguagliabile. Non tutti sanno che Tupac, morto assassinato nel 1996, era figlio di una pantera nera, una militante dura e pura di nome Afeni Shakur. Paradossalmente anche Tupac darà il suo contributo alla svolta individualista, edonista e autoreferenziale. “Facciamo come i ricchi bianchi, anzi peggio”, dicevano i rapper dell’epoca. Era la metà degli anni ’90, Elefante e Ragan Munda non erano ancora nati ma conoscono bene la storia.

Con loro loro, sulle gradinate del parco Novi Sad, c’è Wanksta Torres, alias Nameless (“Senza Nome”), 19 anni, peruviano di Trujillo, organico del collettivo .ASAP. “Per noi è fondamentale evitare forzature, i testi vanno costruiti, curati, meditati, devono parlare di noi ma anche del mondo che ci circonda, un mondo per niente solidale anzi ostile”, dice Nameless che spiega così il suo nick. “Non è importante il messaggero ma il messaggio”. Elefante vuole simboleggiare invece la forza calma ma inesorabile del quadrupede. Insieme ai tre mc c’è Salvatore detto Kob, un beat-maker 20enne che è un’enciclopedia vivente del rap. “Sono cresciuto con l’hip hop italiano underground, con la scena milanese e romana degli anni ’90. Nomi come Colle del Fomento, Cor Veleno, Salmo, Kaos One, Dj Gruff: era la cosiddetta Golden Age del rap italiano sotterraneo”. E lui non era ancora nato.

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Elefante spiega che esistono due fazioni contrapposte non dichiarate a Modena e provincia che riflettono le fratture nel mondo dell’hip hop in Italia. “Da una parte c’è una scena più commerciale e mainstream che insegue le paillettes delle star del momento, dall’altra una più underground, più “real”, nel senso di “autentico”. I primi si esibiscono nei club e nelle discoteche come il Vox e il Kyi; i secondi nei pub, nei parchi e nei centri sociali. I primi, nei loro testi, parlano di soldi, papponi, prostitute, spacciatori e “andiamo a comandare”; i secondi riflettono sulla vita quotidiana, sull’assenza di prospettive e sulla volontà di unire il mondo rap in un unico grande movimento, una sola grande “famiglia”. Come agli albori.

L’appellativo “fratello” o “sorella” che si rivolgono i rapper fra di loro sono da prendere quasi alla lettera: ”Io non ho amici, ho solo fratelli, del resto del mondo non mi fido”, aggiunge Nameless che del gruppo è quello che ha vissuto situazioni di vita più pericolose. ”In Perù, a Trujillo, nel mio quartiere, hanno sparato a un amico mio quando avevo 14 anni, ma non strumentalizzo mai questo episodio nelle mie rime, il tema della violenza esplicita non è per niente centrale nei miei testi”.

Il locale di riferimento dei giovani rappers “indipendenti” è il Red Lion Pub dove ogni martedì sera si tengono contest di free-style e rap battles. Il free-style è una disciplina dell’hip hop non necessariamente in rima e senza struttura predeterminata in cui l’mc può improvvisare con una base, lo stretto necessario ovvero basso e batteria. I ragazzi si ritrovano intorno alle figure di Frank Macro e di Grand Master Angel (GMA). Quest’ultimo è il gestore del pub nonché produttore e dj, è una figura storica della scena hip hop sotterranea locale. Le serate si chiamano “The block” e sono aperte a tutti gli aspiranti Mc.

“Una cosa è il free-style, un’altra la composizione di un testo”, dicono Nameless e Ragan Munda. Temi apolitici, rime un po’ acerbe ma testi originali e non allineati alle tematiche degli artisti di oggi e della loro auto-glorificazione. Il rap italiano contemporaneo è Fedez, J-Ax, Gué Pequeno e Jacke La Furia. Questi ultimi, già componenti dei Club Dogo, hanno preso i loro alias da famosi cult movies come “City of God” e “Once were warriors”. In verità, al di là dei nick aggressivi e da strada, sia Gué Pequeno che Jack La Furia sono figli della buona borghesia milanese. Il primo dello scrittore e giornalista Massimo Fini, il secondo di un manager pubblicitario. “Non vedo come abbiano potuto conoscere la strada, rappresentano qualcosa che non sono”, osserva Elefante.

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Lontani dai grandi palcoscenici .ASAP. cerca ancora una propria identità. E’ una ricerca prima di tutto comunitaria, una crew (“banda”) è come una famiglia alternativa in cui crescere musicalmente, dove i più esperti aiutano le nuove leve. Il collettivo, in nome di una purezza anti-consumo, rifiuta persino di farsi pubblicità su Youtube dove hanno invece trionfato alcuni fenomeni rap recenti. “Non vogliamo usare Youtube come contenitore dei nostri pezzi, vogliamo pubblicare un lavoro organico con un concetto dietro”, dice Elefante.

In questa strada tutta in salita i ragazzi curano con scrupolo i testi, perché fare rap, in fondo, significa metterci la faccia e non rifugiarsi dietro alle melodie. “Non possiamo dire che facciamo conscious rap però ci proviamo, e non possiamo neanche dichiararci militanti di una parte politica sebbene i centri sociali ci offrano sempre spazio. Di certo non siamo di destra ma ci sentiamo a disagio con categorie che riteniamo incomplete, come fascisti e comunisti, per spiegare il presente: i nostri testi parlano di antirazzismo, di comunità; siamo contro la violenza, l’arroganza, il bullismo, l’individualismo, il soldo facile e sovrano. Sogniamo una società universale giusta, pacifica, solidale, senza confini”, dice Ragan Munda.

Al parco Ducale incontriamo Maroun Giré e Egos Bandolero. Alberto V. ha un alias trasparente, chiaro: ”Maroun Giré perché quando canto l’aspetto della mia personalità che risalta è quello bizzoso e irritabile”, spiega. Maroun ha 30 anni, è di Modena ed è cresciuto a pane e Eminem nel quartiere delle Morane. “Per me è un modello, la sua vita è fatta di soprusi e bullismo, e lui, da bianco, è riuscito a emergere in una scena di neri”. Maroun racconta di una gioventù turbolenta che in parte giustificherebbe la sua musica, una sorta di cross-over rap-hard rock un po’ urlato. “Musicalmente cerco di avvicinarmi ai Rage Against the Machine ma ho tanti riferimenti musicali, da Marilyn Manson a Vasco Rossi”.

Il punto di vista di questi due ragazzi è rilevante poiché hanno anagraficamente vissuto la transizione dell’hip hop italiano da fenomeno di nicchia a baraccone commerciale mangia soldi. Ma hanno anche vissuto sulla loro pelle un certo stigma che colpiva chi ascoltava rap a Modena all’inizio del millennio, prima che la moda dei pantaloni a vita bassa e i cappellini da baseball con la visiera piatta conquistassero i teenager di mezzo mondo, rapper o meno. “Vestirsi così era oggetto di scherno, all’epoca le bande giovanili si rifacevano al metal duro, tipo gli Slayer, oppure alla musica gabber (ndr: un sottogenere iper-aggressivo di techno) o al punk”. Emarginato a scuola, le circostanze hanno spinto il giovane Maroun a frequentare altri emarginati: gli immigrati. “Ho passato la mia adolescenza con un gruppo di ragazzi africani e sudamericani è in quel periodo che ho deciso di reagire al bullismo veicolando la mia rabbia nel rap”.

Al via oggi lo “slow festival” del teatro

Il teatro è una città, che incrocia storie e luoghi. Il teatro è una casa accogliente, che ospita amici e offre ristoro per la mente e per il corpo.

Per la terza edizione del festival “Città e Città” il Teatro Drama di Modena (via Buon Pastore 57) punta sulla gradevolezza del tempo lento da passare insieme. Si potrebbe definire uno slow festival.
Una concezione familiare dello spazio-teatro che diventa anche spazio di consultazione e condivisione di un pensiero artistico. Drama supera così il concetto di “offerta e fruizione” che vede un pubblico frettoloso che si allontana dopo l’ultimo applauso e sperimenta uno “stare a casa tra amici”. Un’occasione per fare colazione insieme, sfogliare i giornali, conversare con gli artisti e assistere agli spettacoli. Tra sala teatro, foyer, bar, cortile, libreria.

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Venerdì 7 giugno
> ore 10:00, con l’inaugurazione dell’installazione permanente “La città dei popoli” curata da Stefano Vercelli a conclusione del laboratorio condotto da Magda Siti e Francesca Iacoviello nelle scuole del Comprensivo 3 di Modena.
Sempre il 7 giugno, alle 21:30, in programma La vedova in “vuoti nuziali”, di Dancewoods, con la regia e la coreografia di Marianna Miozzo (supporto artistico e servo in scena Riccardo Palmieri).

Giovedì 8 giugno
> ore 18:30, “I racconti delle cose”. Incontro con Gerardo Guccini. L’intervento espone le motivazioni teoriche e lo svolgimento del progetto Dalle tracce alle storie. Scopo di questa esperienza è l’individuazione di media relazionali tra adulto e bambino.
> ore 21:30 il Teatro delle Ariette presenta “Parliamo d’amore? (in treno)”. Con la regia di Paola Berselli, Stefano Massari e Stefano Pasquini.
Un cortometraggio girato sul vagone di un treno. Giovani, studenti, lavoratori e pendolari “galleggiano” nel tempo sospeso del viaggio che li separa dalla loro destinazione, su un piccolo treno locale tra Casalecchio di Reno e Vignola. Fuori dal finestrino vedono campi, capannoni e strade in costruzione.
Parlano d’amore, tra una stazione e l’altra, prima della scuola o prima del lavoro, e mentre tornano a casa. “Parlano d’amore perché l’amore esiste, ma nessuno sa cos’è”. Dal tempo di Comizi d’amore di Pasolini sono passati circa 50 anni – dicono gli autori – Era provocatorio e un po’ scandaloso parlare di sessualità, allora. Ora è il sentimento il vero tabù, la parola scandalo della società dei consumi. Ai giovani che abbiamo incontrato abbiamo semplicemente chiesto: Parliamo d’amore?”.

Venerdì 9 giugno
> ore 18:30 in programma “Tempo”, un incontro con Attilio Scarpellini, giornalista, saggista, critico e traduttore di testi di teatro (da Stendhal a Mallarmé, da Maupassant a Drieu La Rochelle), al Drama in veste di curatore del libro Tempo, 10 variazioni sul tema (Ed. ETS). Il libro raccoglie le prime 5 “variazioni” cioè il primo ciclo di 5 seminari tenuti dall’Associazione teatrale Armunia a Castiglioncello sul tema del tempo. Attilio Scarpellini, tra i soci fondatori e attuale presidente di Lettera22, è stato critico teatrale per “Diario” e il settimanale “Carta”. Collabora alla redazione di “Nuovi Argomenti”. Già redattore del settimanale di critica on-line La differenza e vicedirettore del mensile Tempo Presente, è conosciuto al grande pubblico per aver condotto su Radio Rai la trasmissione Mattino Tre/Lucifero e Qui comincia per RaiRadio3. Dal 2011 dirige la rivista “Quaderni del teatro di Roma”.
> ore 21:30 la Compagnia Esecutivi per lo spettacolo sarà al Drama con “Freier Klang” per la regia di Claudio Morganti e la drammaturgia di Rita Frongia, con Sergio Licatalosi, Francesco Pennacchia, Gianluca Stetur. Domanda: Il respiro è musica? Se il mio lamento è musica quanto è grande l’orchestra?
Freier Klang non è soltanto musica, piuttosto è musica per lo strumento “attore” che suona il corpo, i gesti, la voce, le parole, cui si aggiunge anche l’improvvisazione di veri e propri brani musicali.
Nel complesso, il lavoro si suddivide in due momenti: dopo aver suonato alcuni pezzi, i tre musicisti chiudono il concerto propriamente musicale, e passano a una sorta di bis, un concerto di parole. Se all’inizio si rimane un poco fuorviati dall’uso della parola al posto dei suoni (perdendosi un po’ alla ricerca di un significato o di un filo discorsivo nascosto), a breve si smette di cercare un senso e ci si abbandona. Nella sua apparente assurdità, Freier Klang resta godibilissimo: i tre performer sono paradossali, comici e divertenti. Vediamo suonare: il respiro, le parole, gli oggetti.

Sabato 10 giugno
> ore 18:30 Il Teatro Rebis con “Signorina Else” con Meri Bracalente e Giuliano Bruscantini. Signorina Else è una lettura scenica tratta dall’opera omonima del 1924 di Arthur Schnitzler, uno dei primi autori ad occuparsi in maniera così ‘endoscopica’ e viscerale del tema della violenza sulle donne – una violenza sottile, sociale, patriarcale, una violenza di ‘costume’, strisciante, che vede protagonista un’adolescente schiacciata da responsabilità più grandi della sua età. È anche uno dei primi esempi di utilizzo in letteratura del flusso di coscienza come tecnica narrativa. Un’introspezione umana e psicologica, spesso messa in relazione alle coeve sperimentazioni psicoanalitiche, data anche la fitta corrispondenza tra Schnitzler e Freud.
L’attrice Meri Bracalente darà voce alle fragilità di una giovane donna vittima di un gioco adulto, che con superficialità e cinismo ne spegne la grazia. Il cantante Giuliano Bruscantini, con una tessitura vocale spezzata e minimale, farà da contrappunto ipnotico al precipitare degli eventi.
> ore 21:30, “Miss Lithuania” con una straordinaria Vilma Pitrinaite in una performance corporale tra il tradizionale e il surreale, ironica e un po’ folle, che dice allo spettatore in sintesi: “Ehi gente, ascoltate, da noi la popolazione diminuisce per emigrazione e suicidi. Suicidi sì perché chi resta beve e si rattrista. Venite! Voi siete tanti, noi siamo pochi. Faremo dei barbecue nei nostri accoglienti paesi, con le belle lituane. Così il problema sarà risolto”.

Domenica 11 giugno
> ore 18:30 sarà la volta di Teatro Medico Ipnotico con “Leonce Und Lena”, adattamento per teatro dei burattini della commedia omonima di Georg Buchner. Con Patrizio Dall’Argine, Veronica Ambrosini, burattinai. I burattini sono scolpiti nel legno e la baracca ha un boccascena in 16/9 che valorizza i fondali dipinti. La storia è quella di un principe e una principessa che fuggono dal loro destino per andare incontro ad un altro destino. Si allontanano da loro stessi per incontrare la loro proiezione. (Una curiosità: Buchner aveva scritto Leonce und Lena per un concorso, nella speranza di racimolare un po’ di soldi per campare. Il manoscritto fu inviato in ritardo e gli fu riconsegnato senza mai essere aperto).
Sempre domenica 11, alle ore 21:30, “La vita nel legno”, incontro con Piergiorgio Giacchè. Antropologo, scrittore, saggista. Anche in questo caso si parla del mondo sopraffino dei burattinai “che di arte sanno più di una parte e tutte le parti vogliono mettere insieme”. Pittura, scultura e il teatro si sommano e resuscitano spesso figure di artisti famosi animati per passione e per gioco.

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“Città e Città” rientra nel più ampio Progetto Andante. Ha il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Ministero dei Beni culturali, Regione Emilia Romagna, Comune di Modena.

Modena, Drama Teatro 7-11 giugno 2017 – Festival Città e Città
Terza edizione – Aperto dalle 10 alle 24 – Il teatro da godere in lentezza

INFO e PRENOTAZIONI
spettacoli 10€ intero // 8€ ridotto (under30 e over60)
incontri > ingresso gratuito
sala proiezioni > ingresso gratuito
installazione > offerta libera

info@dramateatro.it
www.dramateatro.wordpress.com/festival
Pagina Facebook
Cell: 328 1827323

Durante il festival Città e Città gli spazi del teatro restano aperti.

BAR
aperto dalle 10:00 alle 18:00, e anche a conclusione degli spettacoli.

LIBRERIA
aperta dalle 10:00 alle 20:00, con una selezione di testi della casa editrice Cue Press, riviste e giornali.

SALA PICCOLA
“La città dei popoli”, installazione permanente.

CORTILE
Punto ristoro per una cena a buffet tra uno spettacolo e l’altro.

PRIMO PIANO
Postazione Radio Loggione, la web radio ospite del Drama da due anni curerà le dirette YouTube del festival con interviste agli artisti.

SECONDO PIANO
Saletta proiezioni, con una selezione di video e cortometraggi forniti dagli artisti ospiti al festival.

Storie da allacciarsi addosso

“Raccogliamo soprattutto storie che ci aiutino a capire chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando e che cosa vorremmo fare del nostro presente – racconta Paola – Ci interessano soprattutto le storie che le comunità e i territori in cui siamo cresciuti hanno vissuto nel Novecento. Non lo facciamo né per la nostalgia di un piccolo mondo antico, né per l’ossessione legata alle radici. Partiamo dalla storia locale perché crediamo che aiuti a catturare l’attenzione delle persone. Raccontare vicende che riguardano la realtà vissuta nel quotidiano aiuta ad avvicinare la storia ai non addetti ai lavori. Quando ci si muove in uno spazio noto, il passato sembra meno lontano, pur non perdendo tutta la sua profondità. Proprio da questo punto possiamo partire per costruire un discorso storico capace di tracciare un legame fra il mondo di ieri e quello di oggi. Ci affascinano le storie di vita, le esperienze raccontate e raccolte dal basso, le vicende accadute lontano dai riflettori della “grande storia”: insomma, non solo e non tanto battaglie, sovrani, famiglie nobili e intrighi politici”.

Paola mi racconta di trovare molto stimolante nel suo lavoro il fatto di coinvolgere pubblici diversi, non necessariamente appassionati o interessati alla storia. “Mi è capitato infatti di incontrare persone che hanno partecipato alle iniziative e agli eventi perché toccavano temi e luoghi a loro vicini: diversi di loro non avevano affatto idea di amare la storia, ma sono andati a casa con qualche curiosità in più. Ancora più bella, poi, è la possibilità di “tornare a scuola” per portare la Public History agli studenti. Quando i ragazzi abbandonano la noia del manuale scolastico e iniziano a leggere la storia in un altro modo, hai la possibilità di risvegliare la loro curiosità. Per farlo, occorre utilizzare strumenti diversi, ma anche, a monte, orientare la ricerca in modo da scovare cose che siano interessanti per loro. Cambiare punto di vista è sempre stimolante!
Se, poi, i destinatari sono i bambini, la sfida si fa ancora più complessa, interessante e divertente. Trasmettere l’importanza di uno sguardo storico alle classi elementari è una delle missioni educative più belle che mi siano capitate. Recentemente ho lavorato insieme a Daniel ad un progetto che si chiama “Dai margini alla storia. Cittadini responsabili”, ideato da Arci Modena: abbiamo costruito una mappa che propone due itinerari nella storia della Resistenza a Fiorano Modenese e a Sassuolo, accompagnati da un piccolo gioco enigmistico. Da questo strumento partirà un percorso di didattica della storia: preparare le attività per il lavoro in classe è uno stimolo a rendere sempre più efficace, vivace e coinvolgente il nostro modo di proporre il metodo e il racconto della storia ai più piccoli.

spettacolo #cittadine al teatro comunale di Modena

Vado brutalmente al sodo: si guadagna qualcosa dal punto di vista economico da questa attività?
Direi che si guadagna più di qualcosa! Se poi vogliamo provare a quantificarlo, la mia esperienza mi dice che è una professione della quale si può vivere. Il mercato c’è, poi vivere o meno di Public History dipende molto dalle scelte e dalle attitudini personali. Per quello che mi riguarda, amo fare anche altro: mi sono sempre occupata anche di turismo e di comunicazione, digitale in particolare. Continuano a chiedermi di farlo, per cui i miei guadagni di libera professionista si dividono appunto tra comunicazione, turismo e Public History, a volte con incarichi che integrano tra loro questi miei tre ambiti di competenza. Ci sono state fasi della mia vita professionale in cui ho guadagnato di più dal turismo ed altre, come questa, in cui la gran parte degli introiti mi viene dalla Public History. La mia sensazione è che se scegliessi quest’ultimo ambito come unico ramo di attività, investendoci tutte le mie energie, potrei camparci. Come d’altra parte ci vivono altri professionisti che conosco. È ad esempio il caso del mio “socio” in affari Daniel Degli Esposti.
Detto questo, devo aggiungere che credo di capire il senso della tua domanda, perché penso che si debba agli stessi dubbi che all’inizio avevo anche io. Ovvero: verrà percepito il valore di quello che faccio e la sua utilità? Verrà riconosciuto come lavoro e ricompensato? Come spesso succede, credo che la risposta stia in noi, più che negli altri: se sono convinta del suo valore e riesco a comunicarlo, allora sarà ricompensato. Sta a me. Ci sono committenti, come l’università e altri, che non hanno bisogno di essere convinti e ci sono committenti con i quali invece è necessario “farsi valere”. D’altra parte questa capacità di darsi valore dovrebbe appartenere ad ogni professionista, che in fondo è un imprenditore di sé stesso.

Qual è una storia legata al territorio modenese che avete raccolto e che pochi o nessuno conosceva?
Bella domanda! Per rispondere, però, bisogna fare una premessa. Abbiamo avuto la fortuna di partire dalle ricerche che gli storici hanno fatto negli ultimi settant’anni. Quando abbiamo letto per la prima volta i loro libri, credevamo che fosse difficile scoprire qualcosa di nuovo o di più. Il bello della ricerca, invece, è che gli archivi e le persone hanno tantissime storie inedite da raccontare, molte più di quelle che uno studioso possa arrivare ad abbracciare. La difficoltà non sta tanto nello scovarle, quanto nel capirle e nell’inserirle in un contesto che permetta di trasmetterne il senso. In questi mesi ne abbiamo trovate diverse, ma una ci ha colpito in modo particolare: è successa a Vignola nel giugno del 1937, quando quasi tutto il paese girava intorno al business delle ciliegie. All’epoca la Cirio aveva uno stabilimento nel viale Trento e Trieste, dove lavoravano 300 operaie stagionali. La fabbrica assumeva soprattutto le ragazze per pagarle meno degli uomini. Le famiglie erano d’accordo, perché uno stipendio in più faceva comunque comodo, ma non mancavano le voci critiche. Un giorno infatti un cittadino si presentò dal podestà per chiedere che le operaie smettessero di uscire per le strade durante la pausa pranzo: credeva che la loro presenza fosse “un inconveniente” per il decoro pubblico. Ci aspettavamo che la protesta si esaurisse nella sua denuncia, invece il podestà scrisse una lettera al direttore dello stabilimento per evitare che “l’inconveniente” si ripetesse!
Non è un semplice aneddoto di colore: è una storia che, raccontata in modo corretto, fa emergere molto bene la complessità del contesto sociale e la mentalità di una comunità in un preciso periodo storico. Da fatti come questo un Public Historian può costruire un racconto “glocal”, che inserisce lo scenario del territorio in una cornice più ampia, attraverso il confronto fra le continuità e le specificità.

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Come si fa oggi, in mezzo a tutto questo frastuono, a prestare orecchio, bene, alle storie e ad allacciarsele addosso?
Mi chiedi i segreti del mestiere! È un discorso lungo, ma semplificando direi che di solito ci teniamo strette le cose che sentiamo nostre, che ci riguardano, che ci toccano in qualche modo. Se abbiamo questa percezione, è automatico tenersi strette le storie. Compito del Public Historian è accorciare quella distanza che è normale che le persone sentano rispetto al passato. Va fatto comprendere – direi anzi sentire – quel legame tra noi e le storie che solo apparentemente sono passate, ma che in realtà ci parlano del nostro presente e a volte sono più vive che mai. Il passato lascia traccia nel presente, lo condiziona, lo spiega… si tratta solo di vederlo. Lo storico tradizionale sa vederlo, il Public Historian sa anche comunicarlo, farlo vedere ai non addetti ai lavori. Può non essere facile far sentire la propria voce nel frastuono del presente, ma le chiavi per richiamare l’attenzione, superare l’indifferenza, coinvolgere il pubblico e tenerlo con noi fanno parte delle competenze di chi fa questo mestiere.

Leggi anche:
Quel master che è tutta un’altra storia.
Public History, tornare al passato vivendolo da protagonisti.

Come comunicatrice, lavori anche in ambito turistico e culturale. Come si intreccia tutto ciò con la Public History?
Dal punto di vista di un manager del turismo, valorizzare un territorio significa prima di tutto conoscerlo, studiarlo, anche nel suo divenire storico. Fatto questo, occorre farlo conoscere agli altri, incoraggiarne e sostenerne la scoperta e la fruizione da parte di residenti e visitatori. Il punto d’incontro fra turismo e Public History si trova nella dimensione locale: quando gli “storici per il pubblico” studiano una comunità e il suo territorio, ricavano elementi importanti per raccontarli alle varie tipologie di fruitori. Ecco perché la Public History e il Management della valorizzazione del patrimonio territoriale hanno punti comuni, pur non sovrapponendosi completamente.

Daniel e PaolaProvo a fare qualche esempio per cercare di chiarire meglio questo punto. I fruitori di turismo culturale si muovono tra beni culturali – come monumenti, musei, edifici e luoghi con valenza storica e artistica – o anche andando a conoscere la cultura enogastronomica locale, le tradizioni, le produzioni artigianali o industriali… cultura in senso ampio, insomma. Se affidiamo lo studio di questo patrimonio ad un Public Historian, tutto ciò diventa prima oggetto di ricerca storica e poi elaborato e reso fruibile attraverso una narrazione, un discorso storico, che offre una profondità di sguardo solitamente molto apprezzata. Non si tratta di snocciolare nomi, date ed eventi in ordine cronologico. Si tratta invece di spiegare i nessi che li legano, soprattutto di rispondere alla domanda del perché certe cose sono accadute.
Per comunicare questi contenuti, ci si può avvalere di pannelli museali, installazioni multimediali, video, guide in carne ed ossa, applicazioni digitali… A volte vengono proposti percorsi attraverso luoghi significativi del territorio o eventi che combinano narrazione e arte. Gli strumenti sono infiniti, lo scopo è sempre quello di far conoscere storicamente e in modo interessante e coinvolgente un territorio. Tutti questi che ho elencato sono strumenti tipici della Public History, ma appartengono anche alla classica offerta turistico culturale che tutti conosciamo.
Guardando alla mia esperienza personale, in effetti progetti di questo tipo mi sono stati commissionati sia da soggetti pubblici e privati interessati allo sviluppo turistico culturale del loro territorio – come nel caso del comune di Fiorano con il Museo della Ceramica – sia da associazioni con obiettivi più legati alla disciplina storica. Penso ad esempio ai percorsi dell’applicazione digitale Resistenza mappe o alle camminate e pedalate di questa primavera organizzate dall’Istituto storico e dal Centro documentazione donna di Modena per il progetto #cittadine. In ogni caso progetti di questo tipo hanno un risvolto turistico, possono offrire vantaggi economici per un territorio… ed è un aspetto che aiuta.

Cosa ci insegnano le storie nel 2017?
Ci insegnano a distinguere, ad avere uno sguardo critico sul presente e anche su noi stessi. A vivere con più consapevolezza e senso di responsabilità. Ci insegnano che niente di quello che viviamo oggi è frutto solo o semplicemente del caso o addirittura del destino. Che si può sempre scegliere, magari non di fare tutto quello che vorremmo, ma tra qualche opzione sì. Ricordandoci sempre che anche non scegliere, anche restare indifferenti, è una scelta, con delle conseguenze. Ci insegnano che come le scelte che gli uomini hanno fatto in passato hanno determinato il nostro presente, così quelle del presente determineranno il nostro futuro. Mentre lo dico mi rendo conto che è un insegnamento che vale sempre, non solo per il 2017. Perché non si tratta di capire e conoscere una storia precisa e fine a se stessa, ma, attraverso questa, imparare a leggere il senso e i meccanismi del divenire storico fino al nostro presente. Questo per me è fondamentale.

Anatomia di un matrimonio, ieri, oggi e domani

I decisi raggi di sole di un caldissimo maggio si affacciano sul porticato interno del Palazzo dei Musei di Modena, illuminando i già candidi marmi del lapidario e riaccendendo in essi una vita che l’ombra altrimenti sembra voler sottrarre. Parlare di vita in quelli che dovevano essere monumenti deputati alla conservazione del ricordo e alla memoria di chi lasciava questo mondo può sembrare quasi una contraddizione logica, ma se si fa lo sforzo di superare in prima battuta gli ostacoli della barriera linguistica che ci separano dal latino delle iscrizioni e, in secondo luogo, la diffidenza che ci allontana da quella che è considerata un’età remota, troppo distante per poter ancora comunicare con i giorni nostri, ecco quindi che è possibile percepire tutta l’energia di un mondo di passioni e sentimenti sostanzialmente molto simile al nostro. In essi vi è il dolore per una perdita, l’orgoglio per una carriera illustre o la voluta ostentazione di uno status sociale di rilievo; in essi vi è la sensazione che dietro moduli vecchi duemila anni vi siano gli stessi uomini e donne di oggi, alle prese con gli stessi problemi, le stesse preoccupazioni e con le stesse ansie. In essi, ovviamente, sono presentati gli affetti e i legami e l’elemento familiare, con le relazioni di parentela alla sua base, non può che avere un ruolo centrale. Una passeggiata nel chiostro – una visita che potrebbe rivelarsi stimolante anche in considerazione della ricorrenza dell’anniversario della fondazione di Mutina-Modena – non mancherà, infatti, di mettere in luce quanto numerose siano le testimonianze che offrono uno spaccato sulla vita coniugale, una delle tematiche più presenti tra le iscrizioni del Lapidario estense: dietro a formulari inevitabilmente ricorrenti e alle consuete indicazioni biometriche, emergeranno storie di uomini e donne modenesi, di diverse età e classe sociale.

Entrando da Largo porta sant’Agostino, una volta superato l’atrio, nel porticato di fronte all’ingresso, il visitatore si imbatterà in una serie di monumenti, tra i quali spicca un sarcofago – in termini tecnici può essere definito “a cassapanca”, secondo un percorso analogico di non difficile comprensione – che presenta un tale Lucius Nonius Verus nell’atto di dedicare alla defunta moglie Lucia Peducea Giuliana il sepolcro ne avrebbe accolto le spoglie mortali. Siamo nella prima metà del IV sec. d.C. e Lucio, nel pieno rispetto di quelle che erano le norme e la consuetudine, aveva preso in moglie una giovane fanciulla, una bambina secondo i nostri parametri, in quanto non ancora tredicenne.

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“Lucio Nonio Vero (pose questo monumento) alla memoria della clarissima foemina Lucia Peducea Giuliana, confrontabile agli illustri modelli di virtù delle matrone antiche per natali e per decoro; visse 13 anni e 47 giorni e fu sposata con il marito per 5 mesi e 20 giorni”.

Peducea appare allineata in virtù ai modelli delle illustri donne romane, ma Lucio Nonio tenne a sottolineare anche la sua appartenenza alla gens Peducea, una famiglia importante e attestata in diversi monumenti nell’area di Modena, grazie alla quale poteva presentarsi come clarissima foemina. Questo appellativo segnava un solco tra le donne comuni e quelle dell’alta, altissima, classe senatoria: esso caratterizzava un’élite che poteva vantare un ruolo nella direzione dello stato stesso. Un buon partito quindi per il nostro Lucio Nonio Vero, ma per lui il destino aveva evidentemente altri piani: l’unione tra i due infatti fu molto breve, menses V, dies XX, cinque mesi e venti giorni, e la sposa venne meno all’età di tredici anni e quarantasette giorni.
Per capire cosa fu dello sfortunato vedovo basta fare quale passo a sinistra e imbattersi in un’altra iscrizione, molto interessante seppur non curata quanto il rango dei personaggi di cui parla richiederebbe.

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Lucio Nonio Vero, ex console e per due volte commissario straordinario dell’Apulia e della Calabria, comes delle Venezie e dell’Istria, patrono dei modenesi, degli aquileiensi e di tutte le città della Puglia e della Calabria, pose questo monumento alla memoria di Vinicia Marciana, clarissima foemina e moglie integerrima e dolcissima, visse riconosciuta per impegno e virtù a tal punto da superare per giudizio di tutti in contegno le antiche matrone ed essere celebrata per questo pubblicamente. Essa fu figlia di Ceciliano, membro dell’ordine senatorio, due volte amministratore della città di Roma e della provincia d’Africa, governatore della Lusitania, co-reggente della Puglia e della Calabria, vice prefetto per l’Italia”.

A qualche anno di distanza Lucio Nonio Vero aveva percorso a grandi passi le tappe della politica del tempo ed aveva trovato una nuova compagna, Vinicia Marciana; alla fortuna della vita pubblica non si era mai accompagnata un altrettanto buona riuscita della vita familiare, perché anche in questa occasione Lucio si era ritrovato nella triste situazione di perdere la compagna. Che fosse trascorso diverso tempo lo si può intuire proprio dalla sfavillante carriera politica del personaggio: se, infatti, nella precedente testimonianza non vi è traccia di alcuna delle cariche ricoperte, in questa occasione Lucio presenta orgogliosamente, come si può leggere nel testo tradotto, una carriera di tutto rispetto, con incarichi di prestigio e tali da inserirlo nella cerchia dei più alti alti funzionati di tutto l’impero. Che fosse una figura in netta ascesa lo prova anche il profilo della nuova compagna, Vinicia, anch’essa clarissima foemina, ma figlia di Ceciliano, un uomo che poteva vantare un curriculum da far impallidire anche quello del suo pur illustre genero. Bollare questo legame come un matrimonio di comodo è troppo severo; certamente si trattava dell’unione tra membri dello stesso gruppo sociale e sicuramente un avanzamento – dal punto di vista politico – rispetto alla situazione precedente.

Perché, tra tanti, si è risvegliato questo Lucio Nonio Vero dal sonno delle bianche epigrafi? L’occhio attento dello studioso metterà in evidenza la rilevanza di colui che fu un altissimo esponente della politica romana, con incarichi di prestigio e soprattutto vicino, in qualità di alto ufficiale, niente meno che all’imperatore Costantino (274-337). Con lo stesso occhio meticoloso si potrà constatare che le due unioni di cui si è parlato non erano le prime per il nostro Lucio: a Canossa, presso il locale Museo Campanini, un frammento di un altro sarcofago di provenienza modenese, lo ricorda nell’atto di celebrare le esequie dei suoceri assieme alla moglie del momento, Sulpicia Triaria.

C(aio) Sulpicio Agatangelo et Vibiae Vibianae parentibus Sulpicia Triaria fil(ia) et L. Nonius Verus Gener
(Nel ricordo dei) genitori Caio Sulpicio Agatangelo e di Vibia Vibiana la figlia Sulpicia Triaria e il genero Lucio Nonio Vero (posero)

Non ci sono elementi per pensare che questo primo connubio sia terminato a causa della scomparsa della moglie; anzi, è altamente probabile che, al fine di contrarre un’unione più vantaggiosa, questo legame sia stato rotto e si sia arrivati al divorzio tra i due contraenti. Sulpicia Triaria, a differenza della seconda e della terza moglie, non è presentata con nessun titolo che possa distinguerla; i suoi parenti non la connotano come una delle eredi dell’élite locale: l’ipotesi che Lucio abbia voluto fare qualcosa per la propria ascesa unendosi in matrimonio a una donna dai più nobili natali prende decisamente corpo.

La sua storia, per quanto ci riguarda, termina sostanzialmente qui: tanti elementi che potrebbero essere risolutivi mancano all’appello e tanto è lasciato al campo delle ipotesi. È stato però stimolante ripercorrere la parabola di questo personaggio la cui esperienza ha offerto la possibilità di osservare uno spaccato di una realtà di vita comune a molti seppur, con le dovute differenze di ceto e classe sociale, in età romana, nell’epoca in cui il matrimonio ha conosciuto nel campo del diritto la prima vera codificazione. Si noti bene: non siamo in presenza di un organico diritto matrimoniale, ma nel vasto mare dell’immenso Corpus Iuris Civilis – la raccolta di materiale normativo di diritto romano voluta dall’imperatore Giustiniano I (527-565) per riordinare l’ormai caotico sistema giuridico dell’impero – diversi sono i richiami volti a regolamentare gli aspetti più delicati del vincolo coniugale. Per richiamare di nuovo Lucio (o Sulpicia) e le procedure per terminare un matrimonio, allora come oggi la richiesta di rottura del connubio poteva essere unilaterale o consensuale: in entrambi i casi era necessario che vi fosse una comunicazione formale ed ufficiale dell’intenzione di recedere dal vincolo da parte del partner interessato. Essa poteva avvenire oralmente o in forma scritta, ma era necessario che la richiesta fosse ratificata da sette testimoni, numero nel quale non era incluso colui – spesso un ex schiavo – che recava il messaggio e che doveva essere raggiunto tramite cittadini romani adulti (Digesto, 24, 2, 9: Nullum divortium ratum est nisi septem civibus Romanis puberibus adhibitis prater libertum eius qui divortium faciet; nessun divorzio può essere ratificato se non ci si avvale di sette testimoni romani adulti oltre al liberto di colui che fa richiesta di divorzio).

Frammento di sarcofago romano con scena di matrimonio, 150-200 dc
Frammento di sarcofago romano con scena di matrimonio, 150-200 dc

Qualora la richiesta di rottura venisse da solo uno dei coniugi era necessario vi fosse una cosiddetta giusta causa: la donna aveva infatti la facoltà di richiedere lo scioglimento del vincolo nel caso il consorte si fosse reso colpevole di rapporti con prostitute nell’abitazione comune, violenze e furto di bestiame; il marito aveva facoltà di divorziare se la donna avesse preso parte a giochi o spettacoli teatrali o avesse trascorso la notte lontana dal focolare senza il suo permesso; per entrambi, infine, l’incapacità di adempiere ai propri doveri coniugali o di procreare rappresentava un fattore fortemente penalizzante e ovviamente il matrimonio poteva essere sciolto nel caso uno dei due coniugi indistintamente si macchiasse di adulterio, crimini deprecabili come la violazioni di sepolcri, furti in luoghi sacri e nell’eventualità venisse a mancare per decesso o lontananza forzata perdurante (prigionia, incarichi esteri…). Non erano invece considerati elementi quali l’incompatibilità caratteriale al fine di una risoluzione unilaterale: che i coniugi potessero non andare d’accordo era del tutto plausibile, ma difficilmente si sarebbe potuto richiedere di annullare il connubio a causa di ciò.

Ne è un esempio un passo del Satyricon di Petronio, nel quale il celebre Trimalchione – per quanto modello perpetuo del parvenu – dichiara di preferire di gran lunga le sfuriate della sua esasperante moglie piuttosto che mostrarsi frivolo e poco responsabile nel chiedere il divorzio per il suo caratteraccio (parlando della propria moglie, al capitolo 74, paragrafo 16: At ego dum bonatus ago et nolo videri levis, ipse mihi asciam in crus impegi, Ma io sono stato un bonaccione e per non sembrare una persona frivola ho preferito tirarmi la zappa sui piedi). Sarebbe del resto andata ancora peggio nel V secolo, quando una separazione senza motivi certificati avrebbe portato all’impossibilità per legge di contrarre un nuovo matrimonio.

Per tornare a un contesto più vicino a quello del nostro personaggio, se da un lato un divorzio consensuale si risolveva senza sanzioni o risarcimenti, la situazione era più intricata in caso di richiesta unilaterale e l’elemento economico-patrimoniale rappresentava spesso un ostico tema di confronto. Molto raramente si era in una situazione che oggi definiremmo di comunione dei beni e tutto ruotava intorno a dote e doni: chi si trovava dalla parte della ragione poteva trattenerli o richiederne la restituzione totale o parziale. Non vi era riguardo per la situazione economica post-divorzio, che anzi poteva essere particolarmente sfavorevole per una donna: nel caso il giudizio non l’avesse vista uscire vincitrice, essa avrebbe visto la sua dote diminuita e, di conseguenza, sarebbe stata meno appetibile per un nuovo connubio. Un risarcimento contribuiva solitamente ad accomodare le parti, com’è evidente dal caso illustre di Nerone al momento del suo divorzio dalla prima moglie Ottavia: Tacito (Annali, 14, 60, 4-5) racconta che l’imperatore aveva avanzato il pretesto della sterilità della moglie, ma che comunque le avesse offerto beni, mobili e immobili, al fine di arrivare a un accordo condiviso. Nel caso il matrimonio avesse generato dei figli, essi, contrariamente a quanto accade oggigiorno, sarebbero rimasti di preferenza sotto la tutela del padre, che ne avrebbe curato la crescita e il mantenimento: questa prassi appare facilmente comprensibile se si sposta l’attenzione al versante delle relazioni e si pensa al fatto che i figli rappresentassero un mezzo essenziale per contrarre alleanze e trasmettere il nome della famiglia. La madre, invece, avrebbe potuto contribuire di sua spontanea volontà al loro mantenimento oppure sarebbe stata chiamata a farlo in caso di necessità o incapacità da parte della famiglia del padre.

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Che la fine dell’unione matrimoniale fosse serena o burrascosa, l’elemento finanziario rappresenta dunque un fattore di totale continuità con il passato e mantiene, oggi come allora, una centralità assoluta nelle trattative e nell’analisi giuridica: segno di vicinanza e attualità, dopo 1700 anni i temi sul tavolo rimangono sostanzialmente gli stessi. Anche i meno attenti a questo punto non possono non aver ripensato all’attualità e in particolare alla recente sentenza della Corte di Cassazione che ha rivisto il diritto all’assegno di divorzio subordinandolo alla situazione economica del richiedente e rovesciando le sentenze precedenti.

La Suprema Corte, superando, in considerazione dell’evoluzione del costume sociale, il proprio consolidato orientamento, ha stabilito che il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile postula che il giudice cui sia rivolta la corrispondente domanda accerti che l’istante sia privo di indipendenza o autosufficienza economica sicché, solo ricorrendo tale condizione, potrà procedere alla relativa quantificazione avvalendosi di tutti i parametri indicati, dall’art. 5, comma 6, della l. n. 898 del 1970.

Nel 1970, infatti, la Corte aveva stabilito che uno dei due coniugi fosse tenuto al versamento dell’assegno di divorzio nel caso il richiedente non disponesse dei “mezzi adeguati” o comunque nell’impossibilità dello stesso di “procurarseli per ragioni oggettive”. È facile immaginare, già a prima vista, come la voce “mezzi adeguati” sia stata fin dal primo momento al centro di intense dispute legali: qual era, infatti, il metro attraverso il quale valutare l’adeguatezza delle risorse del partner economicamente più debole della coppia? Si arriva così al 1990, al primo tentativo di soluzione del dibattito: come parametro di riferimento per la determinazione degli ormai famosi mezzi adeguati fu scelto il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, o che poteva legittimamente e ragionevolmente fondarsi su aspettative maturate nel corso del matrimonio stesso, fissate al momento del divorzio. Al di là di ogni riflessione o considerazione di carattere ideologico o religioso, la linea guida seguita allora dai giudici della Corte è chiara oltre ogni dubbio: l’orientamento prevalente era quello secondo il quale un matrimonio poteva anche cessare, ma non tutti gli impegni si sarebbero esauriti assieme alla fine del legame. Altrettanto evidenti le conseguenze di questa impostazione: la permanenza di un impegno, più o meno gravoso che fosse e a tempo sostanzialmente e potenzialmente indeterminato, rappresenta un forte fardello per chi intenda intraprendere una nuova relazione matrimoniale nel momento in cui l’assegno deve mantenere uno standard economico spesso ben superiore alla soglia dell’autosufficienza. È a questa situazione, quindi, che la Cassazione ha voluto opporsi decretando con la recente sentenza l’estinzione del rapporto matrimoniale oltre che sul piano personale su quello economico, restituendo il tema dei “mezzi adeguati” alla dimensione del puro mantenimento essenziale.

Diversi sono i punti di contatto tra l’istituzione di ieri e quella di oggi e altrettante le dissonanze tra un rito che inevitabilmente ha cambiato fisionomia e modo di essere sentito e vissuto nel tempo. La sostanziale analogia risiede nell’attenzione verso le questioni legali e patrimoniali quando un matrimonio andava esaurendosi, ma, in particolar modo, nel fatto che a seguito dei recenti sviluppi un’unione conclusa sia da considerarsi una parentesi di vita altrettanto chiusa, senza strascichi e continuazioni dal punto di vista patrimoniale. Le differenze più evidenti risiedono nel già osservato ribaltamento dei ruoli nella gestione degli interessi dei figli al momento della rottura del vincolo, che rimanevano per lo più sotto la tutela del padre; ma un campo, tanto caro a noi moderni, nel quale le difformità possono essere solamente percepite dal momento che non è possibile avere dati certi è quello dell’analisi quantitativa e statistica del fenomeno. Se, infatti, è difficile stabilire, in assenza di dati ufficiali, l’incidenza della rottura delle unioni per l’antichità, già una prima e fugace analisi ci può restituire un quadro nel quale la fine dei matrimoni rappresentava un evento certamente non inconsueto per quanto riguarda le classi elevate: basti pensare all’imperatore Claudio, che tra il 15 e il 54 d.C., anno della sua morte, ebbe addirittura quattro mogli. Del resto era normale che fosse così in un contesto nel quale i legami familiari – e il matrimonio su tutti – costituiva il sigillo di un’alleanza politica: la rottura del sodalizio non poteva che portare anche al naufragio di un legame appositamente creato. Questo tipo di dinamica valeva a differenti livelli, ma è ipotizzabile che scendendo di classe il fenomeno andasse attenuandosi e, venendo gradualmente meno motivazioni di carattere opportunistico, vi fossero meno matrimoni di interesse e conseguentemente meno rotture di essi. Oggi questo trend sembra essere se non ribaltato, quanto meno cambiato, con numeri che rivelano un andamento contrario: a fronte, infatti, di un calo drastico delle unioni (11.925 i matrimoni in Emilia Romagna nel 2014, in calo del 20% rispetto al 2008; Modena peraltro maglia nera in regione con soli 2.5 matrimoni ogni mille abitanti a fronte della media del 2.7/1000 e del 3,0 registrato da Ravenna), il numero delle separazioni e dei divorzi ha subito un’impennata notevole se, rispetto alla metà degli anni ’90, si può parlare rispettivamente di uno sconfortante + 43% e + 61%. È chiaro che dietro a questi numeri, che tra l’altro ci dicono che l’Emilia Romagna si collochi al settimo posto a livello nazionale e ci rivelino come in alcune regioni ci si separi ancora di più, si nasconda un aumento alla propensione alla rottura del vincolo che ormai interessa qualsiasi classe in maniera sostanzialmente omogenea.

Questi numeri ci dicono tanto, suggeriscono altrettanto, ma soprattutto aprono il campo alla possibilità di svariate analisi e considerazioni; si può riflettere sull’aumento dell’età media degli sposi, sulla durata del matrimonio o sul rito con cui esso viene celebrato, ma probabilmente si rischia di entrare in un labirinto dal quale è difficile uscire. Il richiamo a Lucio Nonio Vero e al suo caso e il confronto con il presente, invece, non sono stati solamente un divertissement o un passatempo erudito; allo stesso modo non si è inteso tessere una lode del passato, operazione antistorica e sostanzialmente inutile, come del resto lo sono tutte le laudationes temporis acti. Dare giudizi è un gioco dal senso limitato; molto più interessante è invece capire che tipo di società vi sia dietro l’istituzione matrimonio e come anche i modi di intendere la sua rottura siano uno specchio del mondo che in essa, al pari di tutte le altre attività sociali, si esprime. La recente sentenza della Corte di Cassazione e la progressiva attenzione normativa della Roma del IV secolo dopo Cristo hanno in comune il fatto di rappresentare due momenti di passaggio di una società in cambiamento. L’universo romano aveva visto con il tempo attenuarsi la preponderanza del paterfamilias, il capofamiglia che nell’età delle origini poteva addirittura disporre della vita dei suoi congiunti, fino ad arrivare – almeno tra le mura domestiche – a una sorta di parità tra i coniugi; come si è visto sia marito che moglie potevano richiedere il divorzio e i loro diritti erano ugualmente e progressivamente riconosciuti, in un contesto nel quale se da un lato rompere il vincolo matrimoniale poteva essere più facile di quanto non lo sia oggigiorno, il connubio rimaneva un affare sul quale sicuramente non si poteva scherzare.

Il 10 maggio del 2017 una sentenza di tribunale non ha fatto altro che sancire un altro cambiamento sociale in atto, mettendo in evidenza la crisi dell’idea tradizionale del matrimonio e riconoscendo anche in questo caso il superamento di un rapporto non paritetico tra i due coniugi. I due cardini di questa sentenza – l’estinzione totale del rapporto e la valutazione dell’ex coniuge come persona singola e non più come parte di un legame ormai non più esistente – segnano la fine di un’idea “patrimonialistica” secondo la quale il matrimonio si configurava come una sistemazione definitiva, come un vincolo che nasceva per certi aspetti come teoricamente indissolubile. Una volta riconosciuta legittimamente l’unione matrimoniale esclusivamente come luogo degli affetti (e in quanto tale dissolubile) e soprattutto l’importanza alla libertà per il coniuge di costituire una nuova famiglia, diritto che verrebbe se non leso, quanto meno intaccato dall’obbligo di corrispondere potenzialmente a tempo indeterminato un assegno divorzile, ecco che lo scarto rispetto al passato prima che essere patrimoniale è in primo luogo socio-culturale.

Dire che con questa svolta siano incentivati i divorzi e le seconde (o terze, o quarte…) nozze è sicuramente semplicistico prima ancora che inesatto: come percepito dalla stessa Cassazione, è in corso un’evoluzione del costume sociale, un cambiamento che in certo senso riporta indietro le lancette della storia – senza con questo voler esprimere un giudizio, positivo o negativo che sia – a una fase in cui un’unione matrimoniale rimaneva in vigore fintanto che rimaneva viva la fiamma dell’interesse o degli affetti, non un secondo in più.

In copertina: Corteggiamento tra due innamorati in epoca romana, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema (1906). 

Modena tra le prime cinque province italiane per numero di sfratti

Nonostante ormai da anni si senta ripetere il mantra ottimistico di una crisi “ormai alle spalle”, di una ripresa “contenuta ma reale”, numeri alla mano, è possibile tranquillamente affermare che se in questi dieci anni qualcuno è stato appena sfiorato dalla crisi, per altri “questa guerra non è mai finita”. Anzi. A dimostrarlo sono le cifre appena fornite dal Ministero dell’Interno sugli sfratti riguardanti l’anno 2016, dati ripartiti per regioni e province che l’Unione Inquilini ha reso pubblici sul suo sito.

Per quanto attiene le sentenze di sfratto – precisa in un comunicato la segreteria nazionale dell’associazione – tenuto conto che per alcune province anche importanti si tratta di dati ancora incompleti, si rileva che le sentenze di sfratto da gennaio a dicembre 2016 sono state 61.718, meno 5,55%, un dato quindi in linea con il 2015. Per quanto riguarda le richieste di esecuzione queste ne 2016 sono state 158.720, ovvero + 3,09% rispetto all’anno prima. Le esecuzioni di sfratto, con forza pubblica, sono state 35.336 , + 7,99%.

Le tabelle complete con tutti i dati regionali e provinciali

“Si tratta – continua la segreteria nazionale – di dati drammatici, segnati anche nel 2016 da una fortissima incidenza degli sfratti per morosità, infatti su un totale di 61.718 sentenze di sfratto emesse, 24.858 sono quelle per morosità emesse nei comuni capoluogo e ben 29.971 quelle per morosità emesse nel resto dei comuni, per un totale di 54.829 sentenze di sfratto per morosità che rappresentano, quindi, circa il 90% delle sentenze. Il dato più preoccupante è quello relativo alle esecuzioni di sfratto queste nel 2016 sono state 35.336 con un aumento di quasi l’8%” .

Questi i dati nazionali. Entrando nel merito di quelle regionali e comunali spicca la situazione dell’Emilia Romagna, quarta regione con 6.124 sfratti emessi nel 2016 (in testa Lombardia con 11.049, poi Lazio con 8.499 e Piemonte con 6.920) – un dato sostanzialmente in linea con l’anno precedente – e quello di Modena in particolare, che risulta di gran lunga la provincia emiliano-romagnola maggiormente segnata dagli sfratti, con una crescita di quasi il 26 per cento rispetto al 2015. Nella tabella qui sotto, il dettaglio della situazione regionale:

sfratti

Con i suoi 1.742 sfratti emessi, Modena risulta la quinta provincia italiana per numero di sfratti. Una triste classifica che vede primeggiare Roma con 7.092 sfratti, seguita da Torino con 4.373, Napoli con 3.624 e Milano con 3.480. Buona quinta, appunto, Modena. Tornando al quadro regionale, va segnalato che gli sfratti invece eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 3.407 in regione (+6,8%), con in testa Bologna con 944 sfratti eseguiti seguita da Reggio Emilia con 507 e da Modena con 468. Come riporta Repubblica Bologna, secondo l’Unione Inquilini «le politiche della Regione sono fallimentari. C’è uno squilibrio a favore dello smantellamento dell’edilizia pubblica nei confronti di quella privata e del profitto».

Sulla questione segnaliamo questo nostro pezzo dell’anno scorso la cui lettura risulta ancora ancora oggi di grande interesse. Contiene una intervista all’Assessora al Welfare Giuliana Urbelli e a un giovane modenese proprietario di 30 immobili. La sua è la prospettiva del proprietario che tenta di sfrattare la (tanta) gente che non riesce più a pagare l’affitto. “Troppi furbi – affermava – ho smesso di commuovermi da tempo. La casa è un diritto per chi ce l’ha”.

In crescita l’inflazione a Modena

L’inflazione di maggio 2017 a Modena è stata calcolata a + 1,4 % su base tendenziale annua. Segno positivo, + 0,2 %, per la variazione su base congiunturale mensile rispetto ad aprile. È quanto risulta dalle rilevazioni del servizio Statistica del Comune di Modena per il calcolo provvisorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic).

Tre delle 12 divisioni prese in esame sono state rilevate in aumento, quattro in calo, e cinque sono invariate. Queste ultime sono “Istruzione” e “Servizi sanitari e per la salute”, “Bevande alcoliche e tabacchi” dove aumentano birre e vini ma calano altri alcolici, e “Abitazione, acqua, elettricità e combustibili”, divisione che, seppure risulti invariata, fa rilevare all’interno delle classi che la compongono, aumenti sui prodotti per la riparazione e manutenzione della casa compensati dalla diminuzione del gasolio da riscaldamento. Quinta divisione invariata è risultata “Ricreazione spettacolo e cultura”, che all’interno ha però avuto aumenti per giochi e giocattoli, piante e fiori, servizi veterinari, servizi ricreativi e sportivi, libri e articoli di cartoleria. In diminuzione risultano apparecchi di ricezione e audiovisivi e pacchetti vacanze (a rilevazione nazionale).

Tra le divisioni in crescita, “Mobili, articoli e servizi per la casa” (+ 3,2 %), è la divisione che registra l’aumento congiunturale più alto del mese, dovuto a mobili e arredi per adeguamenti tariffari di un’importante catena di vendita. In diminuzione gli articoli tessili per la casa, apparecchi elettrodomestici, attrezzature per il giardino e materiale elettrico.

Altro aumento significativo (+ 1,8 %) si è registrato per “Alimentari e bevande analcoliche”, divisione che registra un aumento congiunturale elevato dovuto soprattutto alla frutta (per l’entrata sul mercato delle primizie estive) ma anche per pesci, carni, latte e formaggi, oli e grassi, zucchero e caffè. In diminuzione gli ortaggi e altri prodotti.

Alla divisione “Abbigliamento e calzature” leggero aumento (+ 0,2 %) dovuto agli ultimi arrivi sul mercato dei prodotti di abbigliamento della nuova stagione primavera/estate.

La flessione più significativa (- 1,9 %) è stata rilevata per la divisione “Trasporti”, che riscontra un calo consistente dovuto alle variazioni delle tariffe (a rilevazione nazionale) del trasporto aereo passeggeri e dei carburanti per autotrazione; in aumento automobili, motocicli, trasporto passeggeri su rotaia (rilevazione Istat), biciclette e ricambi per mezzi di trasporto.

Calo (- 0,6 %) anche alla divisione “Comunicazioni”, a intera rilevazione nazionale, che risulta in diminuzione per la minor spesa per l’acquisto degli apparecchi telefonici e per i servizi di telefonia mobile.

Identica flessione (- 0,3 %) per due divisioni. “Servizi ricettivi e di ristorazione”, risulta in diminuzione per il calo del prezzo della camera d’albergo nella nostra provincia mentre risultano in aumento agriturismo e villaggi vacanze rilevati direttamente dall’Istat. Il calo di “Altri beni e servizi” è invece determinato dalla diminuzione di oreficeria, servizi assicurativi per l’abitazione e servizi finanziari (a rilevazione nazionale).

Sullla pagina del Servizio statistica del Comune, sono consultabili anche i dati sull’inflazione dei mesi precedenti.