Sotto questo sole, è bello riposare, se…

Modena è bella, ma c’è una sola parole che frulla in testa ai suoi cittadini quando inizia l’estate: fuggire. La stupenda cattedrale romanica, la Ghirlandina, i tortellini, piazza Roma con le sue fontane, il gelato al K2, non sono abbastanza per convincere un modenese ad auto infliggersi la tortura dell’afa estiva della nostra provincia. Dopo l’allarme siccità e la richiesta di stato d’emergenza da parte della Regione, i motivi per restare a Modena si possono contare davvero sulle dita di una mano. Tra questi, uno è sicuramente il lavoro. Non una scelta, ma un obbligo che costringe i modenesi a tenere i propri sederi (almeno refrigerati dall’aria condizionata) incollati alle sedie, o a lavorare in campagna con quasi 40 gradi all’ombra.
Ma per non abbattersi troppo non c’è altro da fare che guardare avanti. Avanti verso le agognate ferie accumulate in un sudatissimo – ora più che mai – anno di lavoro. Un piccolo barlume di speranza che consente alla nostra immaginazione di vagolare tra onde dolci e calme e pesci dalle squame sberluccicanti che danzano allegri fra le nostre caviglie. Passano le settimane e il momento di impacchettare tutto, salire in macchina, sgommare a tutta birra verso le spiagge arriva, finalmente. L’entusiasmo è alle stelle, le autostrade sono piene ma non c’importa, noi sappiamo dove stiamo andando, sappiamo cosa ci aspetta.

E quando arriviamo finalmente alla località su cui tante volte, forse troppe, abbiamo fantasticato in ufficio, ecco ripiombarci addosso ancora una volta la realtà con tutto il suo peso, la sua gravità, la sua asciuttezza. Chilometri di spiagge ricoperti di ombrelloni, lettini, famiglie numerose, secchielli, palette e materassini. Forse abbiamo scelto il posto sbagliato? Forse. Ma chiudiamo gli occhi e procediamo, comunque soddisfatti. D’altronde non tutti hanno lo spirito dell’esploratore o il gusto per la spiaggia vuota e selvaggia, sconosciuta ai più, popolata da nudisti dai culetti marmorei e che può essere raggiunta solo percorrendo a piedi un impervio sentierino circondato da una secchissima macchia mediterranea, su cui bisogna scarpinare per circa mezz’ora prima di poter mettere i piedi in acqua.

coco

La maggior parte di noi, c’è poco da discutere, preferisce andare sul sicuro, virare su mete conosciute come, nel caso dell’Emilia Romagna, le affollate Rimini e Riccione dove è possibile rinfrescarsi con uno spritz ad ogni ora, degustare piatti di ostriche e calamari fritti, conoscere gente e ri-incontrare gente, la solita, i colleghi di lavoro, i vari Filini o Calboni tutti abbronzati e con la pancetta penzolante. Allora ecco spiegato perché tanti di noi prediligono, in fin dei conti, il famoso stabilimento balneare alle rocce scomode su cui non si sa neanche dove mettere l’ombrellone e dove dormire dopo pranzo diventa un incubo perché quel maledetto Sole si sposta di continuo (il Sole?) e ci brucia i piedini quando cerchiamo di appisolarci tutti accaldati, sognando l’aria condizionata. No, meglio i villaggi con le spiagge ben organizzate e dalle metrature perfette, spalla a spalla con i nostri vicini. Unica pecca? Forse doversi svegliare alle 7 di mattina per poter arrivare per i primi alle sdraio migliori, quelle davanti a tutti, con vista sull’acqua invece che sulla schiena pelosa di chi ci sta davanti.

Ed ecco la vera notizia dell’articolo. Per aggiungere un’altra nota di merito ai famosi stabilimenti, arriva una soluzione anche al problema della sdraio. Un’app di recente invenzione, firmata da due giovani ingegneri che si sono conosciuti tra le file di Microsoft, che consente di prenotare il proprio ombrellone proprio come si fa con Airbnb per gli appartamenti e con The Fork per i ristoranti. Coco,  così si chiama, è nata da un’idea di Nicola Palumbo e Antonio Baldassarre, entrambi pugliesi e amanti del mare. I due ragazzi, che per investire nella loro start up hanno decise di lasciare il lavoro, hanno battuto 7000 km di coste per convincere i gestori degli stabilimenti ad aderire al loro progetto, arrivando a coprire finora numerose località turistiche di mare che includono spiagge della Toscana, Sardegna, Liguria, Marche, Puglia, Abruzzo e anche Emilia Romagna, appunto.

Il loro slogan? “Non rischiare di rimanere al sole”, seguito da un sommario molto semplice ed incisivo “Prenota il tuo posto in spiaggia con l’AppCoco”. Insomma, dal nostro divano ora è possibile prenotare lo sdraio che più preferiamo con un semplice clic, pagando con Paypal o carta di credito, per poter così arrivare in spiaggia all’ora che preferiamo e con tutta la calma del mondo. Prenotata e pagata la porzione di spiaggia, non ci resta che prenotare anche la nostra porzione di mare, così da potersi bagnare senza dover aspettare che il gruppo di vecchiette smetta di fare esercizi e, perché no, anche la nostra porzione di aria, ché non si sa mai. Ma per ora ci accontentiamo dello sdraio, una piccola isola nel mare di gente che, come noi, non vuole “rischiare di rimanere al sole”.

In copertina: riviera romagnola (Fonte immagine in Licenza CC, Wikipedia)

L’eredità di Don Milani diventa uno spettacolo

“Zia? Tu li picchi i tuoi allievi? Io da grande se faccio la maestra non picchio nessuno”. A parlare è un’immaginaria bambina di 10 anni – Alice – che nel 1967 si trova tra le mani “Lettera ad una professoressa“, il manifesto educativo di don Lorenzo Milani, rimanendone profondamente e intimamente segnata. La domanda è di quelle che lasciano inorriditi; non era così fino a non molto tempo fa, quando in una scuola ancora impregnata di un’ottica classista e autoritaria, punizioni corporali e maltrattamenti erano parte integrante di un metodo formativo accettato senza troppe discussioni. La bambina curiosa è la protagonista di “I care. L’eredità ignorata”, un inedito spettacolo musicale che proprio oggi, nel giorno del cinquantesimo anniversario della scomparsa del religioso, si presenta come un viaggio di andata e ritorno dai nostri giorni al 1967 nel corso del quale la sua più importante eredità viene assimilata, elaborata e rilanciata oltre la soglia degli anni 2000.

In questo arco di tempo la musica, la materia che Alice, divenuta a sua volta insegnante, ha scelto come mezzo per mettere in pratica concretamente un nuovo modello di scuola e di didattica, accompagna una crescita personale e umana che si snoda per cinque decenni e scorre sulle note immortali di 29 Settembre dell’Equipe 84, passando per i King Crimson fino ad arrivare al rap di Eminem. Perché la musica è aggregazione e si configura come una palestra educativa: dal coro di paese alle più elaborate sinfonie, il mettersi a disposizione l’uno dell’altro rappresenta la base essenziale per la buona riuscita. Così in “I care”, dove ben oltre al classico saggio di fine anno, i ragazzi dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Vecchi-Tonelli di Modena e Carpi, dell’Accademia “Il Flauto Magico” di Formigine e del Liceo Musicale “Carlo Sigonio” di Modena sono essi stessi al centro di un esperimento meta-teatrale: protagonisti sulla scena, ma protagonisti e attori di come collaborazione, autonomia, reciprocità – alcune delle parole chiave della dottrina di Don Milani – siano in tutti i campi dell’educazione e della convivenza dei principi dai quali non è possibile prescindere.

Interessante anche la scelta di riproporre un “oratorio”, un genere musicale antico, di ispirazione religiosa senza però attingere alla liturgia; recitativo, ma senza rappresentazione scenica, mimica o personaggi in costume: protagonisti, come detto, un gruppo di giovanissimi di età compresa tra i 12 e i 20 anni, ottimamente diretti dal maestro Antonio Giacometti e guidati dalla regista Alice Melloni, abili a mettere in scena uno spettacolo di ragazzi con la profondità tematica necessaria per far riflettere i più grandi.

I CARE

Al di là, infatti, della curiosità per un’esibizione incentrata su una figura che ha fatto discutere fino al gesto decisivo di papa Francesco, che nei giorni scorsi si è recato a pregare sulla tomba di Don Milani (“era trasparente e puro come il cristallo”, ha detto con animo commosso), questa rappresentazione costringe a tornare a fare i conti con un programma educativo forse mai completamente recepito dalla scuola italiana. Concepito in un’epoca nella quale le percosse facevano parte della vita scolastica, nella quale nelle classi erano rimarcate – se non addirittura enfatizzate – le diseguaglianze sociali, esso promuoveva un approccio diverso e sicuramente avveniristico prima ancora che moderno: fondato sull’inclusione, sulla partecipazione, sulla benevolenza, sull’assistenza reciproca, esso si poneva in netta discontinuità con un’istituzione che tra i banchi di scuola favoriva ed esacerbava differenze e disparità, in un contesto nel quale il “figlio del dottore” arrivava alle elementari già in grado di leggere a fronte dell’analfabetismo dilagante.

In un certo senso la scuola di oggi è figlia di questi principi: essa non umilia chi sbaglia, non punisce a nerbate chi rimane indietro; ad essa è demandato l’arduo – ma essenziale – compito di favorire l’integrazione in una società sempre più diversificata e al tempo stessa diversa da quella che don Milani voleva contribuire a cambiare. Perché se è vero che le basi della Lettera ad una professoressa rimangono universalmente valide, è altrettanto inevitabile che esse debbano rapportarsi a una società mutata, più articolata e con esigenze diverse, dove il tempo rappresenta un fattore sempre più stringente e vincolante e dove, del resto, il titolo di studio elevato non costituisce più una garanzia di avanzamento sociale.

Lavorare assieme, far sì che nessuno rimanga indietro e che chi è più avanti aiuti chi ha delle lacune non devono rappresentare proclami che, dal politico al dirigente, rimangono il più delle volte lettera morta; al contempo non devono essere trascurati tanto l’aspetto formativo, quanto una sana selezione: essa non dovrebbe “marchiare a fuoco” chi non ce la fa, ma indirizzare verso la giusta via ciascuno a seconda delle proprie inclinazioni. Non trascurare nessuno non dovrebbe essere l’alibi per il più grande svilimento dell’istituzione scolastica: appiattire la qualità verso il basso rappresenterebbe infatti il più grande travisamento del pensiero di don Milani, che tanto voleva una scuola capace di formare persone in grado di fare la differenza.

Il guaio di nascere venti giorni prima

Insaf Dimassi, pavullese nata in Tunisia, ci ha incuriosito dopo la sua breve apparizione su Rai3 nella quale parlava della sua assurda storia. Di una cittadinanza italiana mancata per un soffio: per esser nata venti giorni troppo presto (o troppo tardi) rispetto ai dettami della burocrazia. Date un’occhiata al video prima di proseguire nella lettura.

La curiosità iniziale non è andata affatto delusa dalla chiacchierata con Insaf, che volentieri ha parlato di sé, includendo talvolta quel milione di ragazze e ragazzi che con l’approvazione della legge in discussione in Parlamento diventerebbero cittadini italiani.

E il primo spunto Insaf lo offre proprio parlando di questo: “A me è stato negato un diritto, quello di poter partecipare attivamente alla vita del mio Paese, di votare ed essere votata, di dire la mia in sedi istituzionali, volendo farlo”. L’argomento, quindi, dal punto di vista di Insaf, non è una procedura amministrativa o uno status giuridico, ma “un diritto negato”.

Insaf
Insaf Dimassi

“Sono nata in Tunisia, 19 anni fa e con la mia famiglia siamo venuti in Italia quando avevo 9 mesi. Abbiamo vissuto in Sicilia i primi tempi, in provincia di Trapani. Mio papà lavorava come contadino. Poi ci siamo spostati, a causa delle difficili condizioni lavorative e siamo arrivati nell’Appennino modenese; il papà ha iniziato a lavorare da muratore e abbiamo vissuto prima in una frazione di Palagano, poi a Pavullo. Qui ho frequentato tutte le scuole dell’obbligo e il liceo scientifico. Ora sono iscritta a Scienze Politiche a Bologna”.

Insaf parla con voce dolce e determinata e quello che racconta è una storia di una ragazza come tante, forse inusuale per i risvolti di interesse politici e sociali, ma poi neanche tanto rara, visto che la nostra gioventù non è affatto tutta persa negli schermi e nelle luci led.

“Negli anni delle superiori mi sono appassionata di politica, intesa come darsi da fare per migliorare i posti in cui viviamo, partecipare e lottare per i diritti negati. In IV e V superiore sono stata rappresentante di Istituto: ci battevamo quando non erano riconosciuti i nostri diritti, organizzavamo le assemblee di Istituto e attività complementari a quelle scolastiche. Poi il mio interesse si è allargato anche fuori dalla scuola e mi sono interessata di politica locale e nazionale. Mi sono avvicinata al PD e ho iniziato a collaborare con Stefano Iseppi, ex assessore a Pavullo e oggi all’opposizione in consiglio comunale, il quale mi aveva proposto di candidarmi alle amministrative dell’anno scorso. Ma non essendo cittadina italiana, non ho potuto.”

Il papà di Insaf riceve la cittadinanza italiana quando sua figlia è maggiorenne da poco tempo e così non riesce a trasmetterla, come invece ha fatto per la altre due figlie più piccole. Insaf resta, così, tunisina, il che suona davvero strano a sentirla parlare: “Io sono solo nata in Tunisia, non rinnego affatto le mie origini. Ma poi il mio legame vero è qui, a Pavullo e in Italia. Sono italiana in tutto, nel mio modo di pensare, fare, vestire. Non ho nostalgia della Tunisia, sarebbe una nostalgia infondata, perché ci sono tornata pochissime volte e il mio legame è davvero esile. Io sono italiana, mi riconosco nei valori di questo paese, della sua Costituzione e della Repubblica; ma non sono io riconosciuta, mi stanno negando i miei diritti fondamentali”.

Fonte immagine: progetto Melting pot Europa. 
Fonte immagine: progetto Melting pot Europa

a solo partecipare ai contesti istituzionali, ma lottare e promuovere per le proprie idee,per i proopri diritti. Non ho come obiettivo una carica, ma un impegno costante per migliorare le nostre condizioni di vita, la nostra quotidianità.”

La proposta di legge dello Ius Solis temperato ti soddisfa?
“Sì, credo che sia un passo in avanti molto importante, che riscatta il diritto negato di chi è nato qui ed è italiano al 100%, oppure chi, come me, è cresciuto in Italia e si sente italiano”

La legge ha questo aggettivo “temperato”, che sembra ridurla un po’. Gli Stati Uniti, del tanto criticato presidente Trump, hanno lo Ius Solis puro; basta nascere in territorio USA e si è cittadini, non importa altro.
“In Italia, a mio avviso, non ci sono le condizioni culturali per uno Ius Solis puro. Non basta nascere in un territorio per esserne parte, occorre crescerci, studiare, avere dei legami sociali. La cittadinanza non è innata, ma cresce insieme a te. Se nasco in Italia e poi mi sposto continuamente in giro per l’Europa, o per il mondo, allora non posso dire di esserlo. Ma se nasco o cresco in Italia e faccio mie la cultura e le leggi, allora sono italiana.”

Se venisse approvata l’attuale proposta di legge circa 1 milione di ragazze e ragazzi acquisirebbero la cittadinanza. Sono 800mila nati nel nostro Paese e 200 mila cresciuti nel sistema scolastico e sociale. Tuttavia a me non sembra che tutti i ragazzi stranieri si sentano italiani, forse non tutti lo vorrebbero.
“E’ vero, sono d’accordo. Chi oggi ha la carta di soggiorno illimitata non ha alcun altro beneficio dalla cittadinanza, se non girare per l’Europa con meno fatica. Non tutti i miei coetanei sono integrati. Dipende da come si cresce, da quali legami si tengono con la terra d’origine, a quale cultura si fa riferimento. Come ho già detto, la cittadinanza è un senso di appartenenza. E’ importante studiare, compiere il percorso scolastico. Sono importanti le amicizie, frequentare gruppi di persone multiculturali. Altrimenti si resta svantaggiati rispetto al rapporto con l’Italia. Tanti ragazzi non hanno conosciuto i valori della Repubblica Italiana e, quindi, non possono confrontarsi con essa, né fare una scelta di appartenenza. Istruzione, cultura e rapporti di amicizia sono le strade per l’integrazione vera”

Come vivono i tuoi genitori questa tua identità?
“26I miei sapevano che venire qui e farci frequentare la scuola e crescerci in Italia avrebbe potuto portare a questo. Loro rispettano la mia scelta.”

Insaf parla un bellissimo italiano, fluido e senza particolari accenti. Non le ho neanche chiesto se sa l’arabo. Del resto non è una domanda che pongo frequentemente, anzi mai; dovrebbe esserci un motivo per farla.

Chiavi per la ricerca della Bellezza a Modena, “città poetica”

“Credo che tutto nasca dalla fame e dalla necessità. Tu vieni al mondo, hai occhi per vedere, e la realtà impatta su di te con la sua forza; scrivi per cercare senso a quell’impatto, anche se provvisorio, sempre in fieri. Ma non puoi scrivere se non davanti a ciò che esiste, se anche solo in termini di visione”.

Mariadonata mi racconta che, secondo lei, ciò che rende oggi le persone lontane dalla poesia è la tendenza diffusa a rendere la parola poetica un rigurgito solipsistico.

assedio“E allora come può interessare all’altro? Questa è una questione che non riguarda solo chi “ha il pallino” della parola scritta: ha a che fare col nostro essere umani. Le parole sono sottoposte a un gravissimo processo di erosione. Non so ancora se avesse ragione san Tommaso quando diceva che “nomina sunt consequentia rerum”, o se le parole siano degli oggetti magici che hanno vita in sé. Ne “La strada” di Cormac Mc Carthy, in un mondo di catastrofe post-apocalittica, i due protagonisti, padre e figlio, trovano una latta di pesche sciroppate, e il figlio, prima di mangiarle, non sa cosa siano, né le sa nominare. Il linguaggio si restringe perché si restringe la nostra esperienza del mondo. “Per cambiare lingua, devi cambiare vita”, dice Derek Walcott. Io credo che – sostiene Villa, che oltre che di letteratura, in particolare di lingua inglese, si occupa di teatro, fotografia ed arti visive, esplorando il rapporto tra parola e immagine. La sua prima raccolta in volume, “L’assedio“, è stata pubblicata nel 2012 dall’editore Raffaelli di Rimini. Dopo varie pubblicazioni su rivista, sta completando il suo secondo libro di poesie – Anche se pochi se ne accorgono, oggi camminiamo sull’orlo di questo abisso di perdita. Occorre che i poeti corrano ai ripari col corpo delle parole. Allora anche la scrittura e la lettura diventano una forma di resistenza. Alla perdita, alla mancanza totale di senso, al buio. Ma questo resistere è una conseguenza dell’esistere.

La ricerca della bellezza in questa era dell’anestesia totale: cosa ci sveglierà dal torpore? Come poetessa ed educatrice, cosa puoi dire?

La parola “anestesia” ha esattamente la stessa radice della parola “estetica”; la bellezza può ancora essere un antidoto alla perdita di senso generale. Ma il nostro piccolo benessere diffuso, eretto a scopo del vivere, ha bombardato quell’anelito di assoluto che, in fondo in fondo, ci distingue dagli altri animali, che in ere passate ci ha fatto alzare su due piedi per guardare più in alto e più lontano. La grande arte è nata spesso in mondi terribili, perché per far resistere il corpo dell’uomo era indispensabile tenere vivo il fuoco al suo interno. Mi sembra un ordine di grandezza molto diverso da quel concetto disincarnato di bellezza che ci viene venduto già contraffatto.
Non ho visto nulla di più rigenerante, in vite piccole, ma già spesso messe alla prova da tante situazioni difficili, che essere di fronte alla bellezza in prima persona. Da qualche anno porto i ragazzini di quinta in gita dove c’è il mare, perché quasi sempre in classe c’è qualcuno che non l’ha mai visto. Ecco, poter guardare gli occhi di qualcuno che vede il mare per la prima volta è qualcosa che non si dimentica facilmente. Non ha a che fare con la didattica, ma è il suo motore.
Nella scuola vedo una tendenza a sottovalutare, affogati nella burocrazia, questo potere eversivo. Far studiare a memoria a bambini che non sanno bene l’italiano versi di duecento o duemila anni fa, e vederli illuminarsi, anche solo per il sapore che quella parola ha sulla lingua, è un rischio che bisogna tornare a correre. Ci vogliono tempo, silenzio e fatica. Non sono indici misurabili, ma mi sembrano, in fondo, l’unica via praticabile.

Mariadonata Villa
Mariadonata Villa

Educare alla ricerca di senso e di bellezza è una bella responsabilità di cui un insegnante in generale e una maestra di scuola elementare in particolare, come te, si fa carico. Il tema dell’integrazione, che parte dai primi anni di scuola, secondo me è centrale in questo percorso, in questa ricerca dell’individuo…
Viviamo in una città in cui si investono molti soldi per far vedere che innoviamo nella scuola modenese, con progetti anche avanzatissimi. Ma esistono ancora troppe scuole brutte, grigie e vecchie, nonostante gli sforzi di chi ci vive quotidianamente. Per un’integrazione vera bisognerebbe ripartire dai fondamenti: investire sui luoghi più fragili; potenziare, invece che tagliare sempre più ogni anno, le ore di alfabetizzazione in lingua italiana; usare come strumenti l’arte, il teatro, il territorio. Quando, dopo anni di scuola qui, un ragazzino continua ad essere estraneo sia alla propria lingua madre che all’italiano, questo è un grande fallimento, non del sistema scuola, ma del sistema città, perché la lingua è lo strumento del pensiero, e come potrà un giovane uomo o una giovane donna dire ciò che pensa o che sente, partecipare alla vita pubblica, se non ne ha i mezzi? A che tipo di istruzione accedono, una volta passati agli ordini superiori di scuola, i figli dei migranti, che tra pochi anni saranno, per ragioni squisitamente demografiche, la maggioranza?
La vera integrazione non è una “normalizzazione”, ma è dare a ciascuno quello che gli serve per camminare. Su questo siamo ancora molto indietro. Un investimento su queste cose non è immediatamente visibile o misurabile nel breve periodo; ci vorrebbe qualcuno che avesse il coraggio di farlo. La scuola è una straordinaria fucina di comunità, ma non può vivere da sola.

Modena è una città poetica?

Per rispondere, devo prima dire che a me interessa molto la marginalità, la periferia; per trovare la terra di nessuno devi uscire dal centro, devi staccarti dal già noto, dal già conosciuto. E per fare questo c’è chi va in cerca di Ultima Thule, o c’è chi, come Luigi Ghirri, che amo tantissimo, e che è uno dei maestri indiscussi dello sguardo, per me, riteneva che anche con un giro di due chilometri intorno a casa si potesse fare un viaggio in un territorio inesplorato.
In questo senso, Modena è una città molto poetica, perché è piena di interstizi (monumenti, luoghi, persone); al contempo, nonostante in provincia ci sia un festival di poesia che ormai è fra i più importanti a livello nazionale, e nonostante vivano nella provincia poeti la cui opera resisterà al tempo, Modena città fatica ad ospitare fatti di poesia strutturati, (se escludiamo il ciclo La parola verticale che Drama Teatro organizza da due anni).

photo credit: yumikrum depths via photopin (license)
photo credit: yumikrum depths via photopin (license)

Hai alle spalle tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia e sei una cittadina attenta e partecipe alle proposte culturali modenesi. Come valuti la tua città dal punto di vista culturale?

L’offerta culturale (termine che odio) è sicuramente molto ricca: teatri, circoli, eventi, festival, musei. Si potrebbe, certo, discutere a lungo sui criteri con cui si decide su cosa investire a livello cittadino. Ma c’è una questione che viene prima, su cui sono stata costretta a riflettere anche nei tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia, ed è la questione di quale sia la visione che ci anima. Per me è qualcosa di cruciale, nella poesia come nella concezione di una città.
Si tratta di chiedersi non come attiriamo gente, ma cosa è importante per noi che resista al tempo. Ho la sensazione che manchi questa prospettiva di lunga gittata, di qualcosa che vada oltre sé e la propria azione nel mondo. Mi sembra però che qualcosa stia cambiando dal basso; penso ad eventi collettivi come quello recente, ispirato alle Città invisibili di Calvino, che il Teatro dei Venti ha organizzato in apertura del Festival Trasparenze, e che ha molto a che vedere col tema della bellezza e del suo spazio nella città.

Immagine di copertina, photo credit: Massimo Accarino via photopin (license).

Ultima stagione, il pianeta a fine serie

Nell’ultima puntata della terza (e ultima) stagione di Bloodline, serie tv di Netflix che narra il progressivo disfacimento di un’intera famiglia apparentemente “felice”, Sally, una delle protagoniste, riceve una brutta notizia. Attenzione, non proseguite nella lettura del primo paragrafo se non avete visto Bloodline per intero, a meno che non vogliate spoilerarvi il finale. Chi invece è arrivato fino in fondo, si ricorderà delle sorti della magione Rayburn: alla fine biblica di Danny, al destino “giobbesco” di John, al caos primordiale di Kevin, e al tormento interiore di Meg s’aggiunge il cataclisma ambientale. Sally, la madre, decide di vendere la proprietà sull’oceano, costruita da lei stessa e dal marito Robert quarant’anni prima, per poter dare i soldi ai nipoti, ma scopre che l’acqua, nel giro di dieci anni, sommergerà tutto.

Insomma, la natura, nella sua furia, non si cura dei piccoli moti umani che per noi sono tragedie insuperabili. Le travagliate vicende della famiglia Rayburn saranno destinate a finire sott’acqua, per poi dissolversi in nulla. Un finale amaro, che sembra voler puntare i riflettori anche su una realtà che non può più essere ignorata: il riscaldamento globale. Nonostante ci sia ancora qualcuno con il coraggio di negare fatti incontestabili, come ad esempio l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, il riscaldamento globale è reale, e non è da catastrofisti dire che, se l’uomo non decide di intervenire significativamente per risolvere il problema, le sorti del pianete, e con esse la razza umana, non saranno delle più rosee.

Modena, l’Emilia Romagna, e in generale tutta l’Italia, non rischiano di essere sommerse dall’oceano, ma di diventare un secco e desolato deserto. L’associazione delle bonifiche e delle irrigazioni (Anbi) ha lanciato l’allarme siccità proprio la settimana scorsa: le riserve di acqua dell’Emilia Romagna, Modena inclusa, sono infatti quasi del tutto esaurite, con le falde acquifere nella provincia di Modena calate di ben 165 centimetri. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha richiesto lo stato di emergenza per siccità, preoccupato per l’assenza di precipitazioni e per le temperature che superano ampiamente la media stagionale e che non vogliono saperne di abbassarsi nelle prossime settimane.

Photo credit: degeronimovincenzo Siccità via photopin (license)
Photo credit: degeronimovincenzo Siccità via photopin (license)

La primavera del 2017 è stata infatti una delle più secche mai registrate finora, con soli 16 giorni di pioggia rispetto ai 22 che sarebbero invece la norma. La provincia di Parma, la più a rischio, ha raggiunto il record per la media generale più alta dal 1922, con un deficit delle precipitazioni pari al 46%. Le dighe di Molato e Mignano, in provincia di Piacenza, sono state chiuse per mancanza d’acqua, e l’unica risorsa ancora disponibile è il Canale Emiliano Romagnolo, che però fornisce già cinque province dell’acqua necessaria all’agricoltura ed approvvigiona tre sistemi di potabilizzazione romagnoli. Insomma, uno scenario tutt’altro che fiducioso, in cui si prevedono anche tensioni fra le diverse province, costrette a spartirsi una ridotta quantità d’acqua per poter foraggiare le proprie coltivazioni.

A subire il danno maggiore, almeno sul corto raggio, saranno infatti gli agricoltori, perché è proprio nel mese di giugno che l’agricoltura necessita di grandi quantità d’acqua per l’irrigazione. I danni stimati, che interessano tutta la penisola, sono già pari ad un miliardo di euro, con regioni come la Sardegna che hanno subito perdite nella produzione oltre il 40%, e la Puglia, che tocca il 50%.

Il 21% del territorio italiano infatti è a rischio desertificazione, e l’Emilia Romagna, appunto, figura fra una delle regioni interessate, insieme a Sardegna, Sicilia, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Marche, Umbria e Abruzzo. Il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici ha previsto che entro la fine del secolo le temperature subiranno un incremento dai 3° ai 6°, con gravi conseguenze climatiche che, ad esempio, consisteranno in una diminuzione significativa delle precipitazioni.

L’Italia, che ha accesso a 52 miliardi di metri cubi d’acqua, consuma circa il 30% delle risorse rinnovabili d’acqua, superando così del 10% la soglia suggerita dall’obiettivo europeo. A rischio sono anche le Oasi del WWF, aree sempre più secche e con il livello delle falde acquifere in costante diminuzione. Insomma, l’Emilia Romagna e tutta l’Italia sembrano essere destinate ad essere sommerse da un asfissiante oceano di sabbia, silenzioso, immobile, in cui passioni, guerre, amori non saranno che cenere. A differenza della famiglia Rayburn, noi siamo ancora in tempo per cambiare il nostro destino?

Immagine di copertina: photo credit, Keflux “Lago” di Santa Luce via photopin (license).

Lealismo e dissidenza fra i migranti di Modena

21A Modena e provincia abitano circa 94mila cittadini stranieri, pari al 13,5 % dell’intera popolazione. Le migrazioni verso il territorio sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti circa 140 nazionalità diverse. Le etnie maggioritarie sono quella marocchina, rumena e ghanese e la religione più praticata fra i migranti è il cristianesimo, sia esso cattolico, ortodosso o evangelico.

La tendenza ad assimilare tutti gli stranieri in un’unica grande categoria indistinguibile si scontra con una realtà molto più sfaccettata: gli immigrati del modenese sono certamente divisi per linee etniche e culturali ma lo sono anche per ragioni politiche interne. In alcuni gruppi nazionali è “guerra aperta”.

Diana kassem
Diana Kassem

I siriani di Modena sono poco più di un centinaio. “Prima non c’era bisogno di emigrare, nel paese c’era pane e lavoro anche se non c’era libertà”, ricorda Diana Kassem, giovane neolaureata siro-modenese, militante anti-regime. I levantini di Modena sono per lo più ostili al governo del presidente di Bashar al Assad quanto all’Isis. “Ma è Bashar il vero colpevole dell’escalation della violenza nel paese, è lui che ha fatto precipitare la Siria nella guerra civile”, sostiene Nabil Cholhop professore di origine siriana in una scuola di Vignola. I siriani di Modena più in vista, quelli che hanno organizzato le fiaccolate contro i bombardamenti su Aleppo in piazza Grande, si riconoscono nel primo movimento rivoluzionario, quando il fermento di un cambiamento democratico era il motore di mobilitazioni pacifiche. Tuttavia in una delle moschee della città incontriamo Rami, un ragazzo di famiglia siriana nato a Damasco 27 anni fa ma residente da decenni a Modena nonché studente nel locale ateneo. “La democrazia non è esportabile, la Siria non è la Svizzera, è un paese che godeva di una stabilità invidiabile se consideriamo lo scenario in cui è inserito: la verità è che ci sono stati degli “utili idioti” che si mobilitavano per la democrazia mentre altre fazioni ribelli si armavano per il jihad”, dice il giovane. Rami non frequenta i siriani delle fiaccolate e nutre una sincera ostilità nei loro confronti:”Sono dei traditori, in Europa non capiamo che le alternative a regimi laici pur duri come quello siriano sono il fanatismo dei jihadisti”, aggiunge.

Se la guerra dovesse risolversi in una vittoria del presidente al Assad difficilmente Diana e Nabil potranno tornare impunemente nel loro paese poiché i dittatori non dimenticano i dissidenti soprattutto quelli all’estero.

Nabil Cholhop
Nabil Cholhop

Nella stessa situazione si trovano un paio di professionisti iraniani residenti a Modena. I cittadini iraniani nel nostro territorio sono un centinaio. Quelli con i quali abbiamo parlato hanno voluto mantenere l’anonimato. “Sono decenni che non torno in Iran, vorremmo poter tornare un giorno quando il regime religioso degli ayatollah cadrà sotto il peso della storia, nel frattempo è meglio mantenere un profilo basso”, dice uno di loro.

Anche i membri dell’Associazione culturale turca Milad rischiano ritorsioni pesanti dal proprio governo. Il loro è un esilio forzato di fatto. Almeno finché ci sarà il presidente Erdogan e il partito Akp al potere. “Siamo schedati dall’ambasciata di Turchia in Italia, è pericoloso per noi tornare in patria”, dice Bahar Turk, coordinatrice di Milad, associazione legata all’imam e leader politico di opposizione Fetullah Gulen. La sua organizzazione, Hizmet, è considerata da Erdogan come la loggia P2, un’associazione a delinquere che promuove la sedizione. E’ ritenuta responsabile, dal governo di Ankara, del tentato colpo di stato del 14 luglio 2016. Quella notte, a Modena, tentarono di dare fuoco al circolo Milad. Un episodio di violenza politica inedito per la città, ancora oggi oggetto d’inchiesta. La maggioranza dei turchi orbita intorno all’altra associazione culturale della città, la Ulu Camii, la “grande moschea” in turco. “Quasi tutti i frequentatori del centro – che si trova in via Munari a pochi passi dalla stazione dei treni – sono elettori o simpatizzanti del governo”, dice il portavoce della “moschea turca” Ozgur Ozcan. Non mancano le visite a sorpresa, in incognito istituzionale, di membri del partito o funzionari del Diyanet, il dipartimento degli affari religiosi, istituto dello Stato turco a cui è legata Ulu Camii. L’ultima risale all’inizio di questa primavera, pochi giorni prima del referendum sul presidenzialismo del 16 aprile 2017, un voto fortemente voluto da Erdogan che ha coinvolto le comunità turche d’Europa (oltre 3 milioni di elettori). A fare campagna elettorale fu Mehmet Emin Ozafsar, vice-presidente del Diyanet. A margine dell’incontro parlammo con il presidente della Ulu Camii, Murat Durgun, che disse lapidario:”Non abbiamo né vogliamo avere contatti con i turchi di Milad, sono affiliati a un’organizzazione uluche consideriamo criminale”.

Dagli infuocati scenari mediorientali all’Ucraina, teatro di una guerra civile dimenticata dai media. A Modena abitano circa 2000 cittadini di origine ucraina, costituiscono la settima nazionalità più presente in città. La divisione all’interno della comunità è lacerante e riflette le spinte secessionistiche dell’Ucraina orientale dove i separatisti ambiscono a unire i loro territori alla Russia di Putin. Qui lo scontro ha varie dimensioni che includono anche la religione. In città c’è la Chiesa ortodossa di Tutti i Santi diretta da un prete modenese Padre Giorgio Arletti:”In questa chiesa vengono a pregare gli ucraini legati al Patriarcato di Mosca, quelli della parte est del paese, gli ucraini pro-Occidente si recano invece nella chiesa greco-cattolica ucraina di via Cavour con la quale cerchiamo invano di organizzare iniziative in comune per la pace”, racconta il prelato. La posta in gioco è anche geopolitica con un equilibrio e un’influenza regionale che la Russia intende riscrivere. Dietro alla stazione ferroviaria sorge uno dei tanti minimarket etnici della città. A gestirlo è una coppia di ucraini:”Il posto dell’Ucraina è in Europa, non vogliamo più essere i vassalli di Mosca, in città ci sono tanti simpatizzanti di Putin, noi lo consideriamo un tiranno senza scrupoli che cerca di mangiarsi il nostro paese”.

Gli scenari bellici costringono alla presa di posizione individuale. Ma se il dissenso interno, l’ostilità per il proprio governo è talvolta palese, in altri casi a prevalere è la rassegnazione o una forma di critica disincantata. E’ il caso dei peruviani, la prima comunità latina della città con circa 600 cittadini residenti in città. “Nella sua storia recente il Perù ha attraversato fasi di crisi e instabilità politica fortissima. Basti pensare che fino alla metà degli anni ’90 c’era la lotta armata. Molti di noi sono scappati a causa del terrorismo. Chiusa l’epoca dell’eversione, si sono susseguiti dei presidenti che hanno praticato soprattutto il latrocinio. C’è come una tradizione politica in Perù, quella di ingannare il popolo e convincerlo a votare per il peggior criminale”, dice Oscar Guerrero, un peruviano di 50 anni originario di Piura, nel nord del paese.

Per motivi completamente diversi anche gli egiziani di Modena manifestano una profonda amarezza per gli esiti di una rivoluzione fallita:”Una parte di egiziani appoggia apertamente la restaurazione del regime del generale al Sissi che è la controfigura dell’ex presidente Hosni Mubarak mentre nelle moschee si fa il tifo, discretamente, per la Fratellanza Musulmana, intesa come soggetto politico e non militare”, dice un ristoratore egiziano che desidera rimanere anonimo.

Altri “rassegnati” sono i serbi, una comunità che conta 150 residenti in città: ”Dalla dissoluzione della Jugoslavia in poi è stato un disastro dietro l’altro per i serbi, abbiamo perso pezzi interi di territorio, persino il Kosovo. Ora nel paese comandano i banditi”, dice Dragan, padre di famiglia e manovale originario di Pancevo. Sentimento di abbandono e rinuncia dominano anche la numerosa comunità rumena, la seconda per numero con oltre 3100 residenti nel Comune di Modena. Nel paese ci sono state grandi mobilitazioni in primavera. “La gente in piazza non chiedeva libertà o diritti ma la fine della corruzione che ha superato ormai la soglia della decenza”, spiega Costantin, muratore di Timisoara.

E la comunità più numerosa? E’ quella marocchina con 3200 residenti nel territorio comunale e appare coesa intorno alla figura del re. Lealista anzi realista. E’ molto raro trovare un marocchino che contesta apertamente la monarchia di Mohamed VI e la comunità è fra le più monitorate della città. I suoi membri gestiscono due delle quattro sale di preghiera esistenti in città. “Ci sono spie che registrano gli umori dei paesani in moschea o in altri luoghi di aggregazione, in pubblico è sconsigliato parlare di politica e parlare male del re in particolare”, spiega un giovane studente marocchino.

Fonte immagine di copertina: Leapafrica.

Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

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Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
«
A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

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I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

Se la ricostruzione passa dall’integrazione

Sono arrivati nei giorni scorsi a Novi i primi quattro richiedenti asilo, in un’area che ancora porta, molto evidenti, i segni del terremoto del 2012. Prima tutta la zona del cratere era esclusa da quello che si può definire “l’obbligo dell’accoglienza”, proprio per la difficoltà di reperire alloggi e di farsi carico di situazioni che sarebbero diventate una vera e propria emergenza nell’emergenza. Oggi non è più così anche se popolazioni e amministrazioni comunali non hanno accolto ovunque e di buon grado la notizia. A Finale Emilia, ad esempio, il sindaco ha chiuso all’arrivo dei profughi, mentre a Novi di Modena la questione ha rischiato di far impantanare il nuovo primo cittadino, eletto solo pochi giorni fa.
Dove vengano accolti, da chi e soprattutto in che modo è al centro delle cronache di questi giorni. A occuparsene sul comune della Bassa Modenese il cui centro storico è ancora fermo a cinque anni fa, è la cooperativa Sociale Il Mantello. Cercando al telefono il presidente Andrea Maccari, ha risposto, in un italiano incerto, l’immigrato Alfred: il confronto è immediato con quella che è ormai una realtà, vale a dire la presenza di persone straniere nei nostri contesti di vita e di lavoro (a dirla proprio tutta, Alfred altri non è che lo stesso Maccari che, ormai stufo delle strumentalizzazioni sulla questione, boicotta così i rompiscatole).

Problema sovrastimato
“Noi abbiamo individuato un appartamento e, in quanto accreditati, ci siamo resi disponibili ad accogliere le quattro persone”, precisa Maccari. Già perché non è che i profughi vengono sbattuti lì a casaccio e in questo caso il prefetto ha garantito al nuovo sindaco massima collaborazione. E se da una parte sono evidenti le fatiche, dall’altra possono esserci opportunità nuove per risollevare un territorio che a quanto pare, contando solo sulle sue forze, non ce l’ha ancora fatta.

L’arrivo di quattro persone nel piccolissimo centro di Sant’Antonio in Mercadello – vivono qui solo 900 persone delle 10mila sull’intero comune – epicentro di una delle scosse del 20-29 maggio ha allarmato tutti: la comunità è piccola e si sta spopolando. La provincia di Modena ha ormai raggiunto la quota limite di 2100 ospiti, pari al 3 per mille dei residenti, ma lì quel minuscolo numero 4 ha un peso percepito enorme. La realtà dei fatti è che, dall’anno del sisma, si è passati sul comune da una media del 18 (con picchi del 21% a Novi) a una del 15% di stranieri, quindi come al solito e soprattutto grazie ai social, la dimensione fenomeno è sovrastimata.

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La fatica dell’accompagnamento
L’arrivo dei profughi, chiarisce comunque il presidente della cooperativa, può essere “gestito”. La sfida, qui più che altrove, è tenere insieme ricostruzione e integrazione. “Faremo il possibile, e l’impossibile, per inserire queste persone e condividere il progetto con la gente della frazione – afferma Maccari – siamo già in contatto con la Caritas e ci impegniamo a incontrare la comunità, gli amministratori, la parrocchia, per trasformare quello che viene immediatamente percepito come un problema, e lo dico senza retorica, in opportunità di rilancio e sostegno al territorio”. I ragazzi, se arriveranno, potranno svolgere quei lavori non sostitutivi di manodopera retribuita che sono di pubblica utilità, dando un contributo alla comunità: pulire il circolo, la chiesa, sistemare gli spazi comuni per limitare lo stato di abbandono e incuria in cui, quando mancano volontari che se ne occupano, rischiano di cadere alcuni ambienti.

Ma anche aiutare nell’organizzazione di feste e sagre: “si tratta – chiarisce il responsabile de Il Mantello – di trovare il giusto equilibrio con politiche intelligenti, né troppo buoniste, né oppositive (e oggi la legge che abbiamo in Italia è oppositiva) per costruire qualcosa insieme. La fatica è sempre quella dell’accompagnamento, ma avremo qualcuno che li affiancherà nel primo periodo mentre si inseriscono e svolgono le loro occupazioni. Non mancheremo di comunicare tutto quando si inizierà, allo stesso modo chiediamo a chi fa informazione coerenza e correttezza: qui giochiamo sulla pelle delle persone”. E quando si parla di pelle, si parla anche di soldi. 33 euro o poco più quelli che percepisce la cooperativa al giorno per ciascun ragazzo: qui ci sta dentro tutto, dai generi di prima necessità ai vestiti – che vengono dalla raccolta abiti usati – all’alloggio: stipulato l’affitto di un appartamento a Sant’Antonio (in centro e non un casolare di campagna come dicono i giornali) grazie al progetto di affitto casa garantito che permette di tutelare il proprietario rispetto al bene messo a disposizione.

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La forza della rete
Se l’accoglienza è organizzata a partire dalle direttive statali, la rete che si crea intorno a loro può fare la differenza nella qualità del percorso e nelle relazioni. Si tratta di tenere insieme i legittimi timori degli “autoctoni” senza sottrarsi alla responsabilità verso chi è nel bisogno, la sfida è non cadere nell’allarmismo fatto da chi cerca di spostare i consensi – i profughi non sono clandestini – e lavorare invece per creare ponti tra persone, dialogo.
Una delle esperienze riuscite è a pochi km da Sant’Antonio e nella stessa Diocesi e si chiama “Protetti. Un rifugiato a casa mia”. Il percorso è quello proposto da Caritas nazionale anche in risposta alle inqualificabili azioni che hanno preso di mira diverse Caritas diocesane nel Nord Italia per il loro impegno accanto ai migranti. Oltre 170 famiglie, 150 parrocchie e 30 istituti religiosi in tutta Italia hanno messo a disposizione circa 1.000 posti rispondendo all’esortazione di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi. Uomini e donne hanno così trascorso almeno 6 mesi in un contesto familiare protetto che scommettesse su di loro, dando fiducia e possibilità concrete di integrazione. Il tutto nella totale gratuità visto che i costi sono stati sostenuti dai soggetti coinvolti con una spesa finale che è stimata essere circa 6 volte inferiore a quelli ordinariamente sostenuti dalle istituzioni per la sola accoglienza.

La casa che accoglie, a misura di persona
Anche a Carpi si è fatto così, coinvolgendo ben cinque parrocchie e diverse famiglie nell’accoglienze di due persone. “Abbiamo trovato chi li ospitava per pranzo e cena – spiega Roberta Della Sala di Caritas diocesana – perché non fossero soli, chi li accompagnava in giro, a una partita di calcio, a una sagra, chi ha fatto con loro il curriculum e chi li ha aiutati a migliorare nella lingua. In questo modo si sono create piccole occasioni in cui, anche solo attraverso due chiacchiere, si sono ridotte le barriere culturali e le paure sono pian piano sfumate”. “La casa che accoglie diventa segno tangibile di integrazioni possibili e a misura di ogni persona: non si tratta di offrire solo un tetto e pasti – precisano i promotori – ma di accompagnare le persone accolte in casa a diventare autonome e a inserirsi gradualmente nel contesto sociale”.

Indice del buon risultato di questo metodo è che i soggetti coinvolti hanno voluto proseguire, hanno trovato una nuova casa sostenendo in parte l’affitto finché i ragazzi non sono riusciti a contribuire autonomamente. E allora anche nelle zone del cratere, dove la casa ha un valore diverso, questo può rappresentare un percorso possibile. Si tratta di aprire la propria fragilità – quella delle mura – e un’altra fragilità – quella del corpo – per costruire relazioni nuove. “Oggi i ‘nostri ragazzi’ si sono trasferiti a Modena ma le amicizie continuano, ci si incontra, ci si scambiano notizie – conclude Roberta Della Sala –; vivere insieme è davvero possibile”.

Un amore lungo duecento anni

Se si fa una passeggiata nel centro di Modena, oltre alle numerose botteghe di cover di cellulari, a saltare all’occhio sono i super trendy, all’avanguardia, estremamente” cool” negozi di biciclette. Delle stanzine dai colori pastello con delle vetrate lucide e pulitissime, da cui si possono vedere esposte le biciclette più belle che uno si possa immaginare. Sellini ergonomici, design glamour, cestini variopinti, catene sinuose e non ci sorprenderemmo se vedessimo anche pedali laccati in oro. D’altronde, le bici a Modena sono un trend davvero intramontabile. Nella classifica delle città più sicure e bike friendly d’Italia, Modena si piazza orgogliosamente al terzo posto, con un indice di ciclabilità urbana di 3.05 (su un massimo di 5) e il 40 % di strade mappate. Il capoluogo emiliano viene preceduto da Torino, al secondo posto, e dalla cugina Reggio Emilia, al primo.

Insomma, di fronte a questi dati, cui aggiungiamo tenendoli per buoni quelli riportati dal Comune nel 2009 che rilevavano come alle 8.45 di mattina a Modena si registrassero 2.922 transiti di biciclette e che i modenesi, secondo Wecity (l’app che valuta l’indice di ciclabilità urbana delle nostre città), percorrono all’anno circa 50 milioni di km in bici, non ci stupiamo se questi mezzi di trasporto siano considerati alla stregua di pietre preziose, almeno da alcuni.

Leggi anche: Cosa accadrebbe se usassimo tutti solo la bicicletta?

Karl Von Drais
Karl Von Drais

A duecento anni dalla nascita della “Laufmachine”, la “macchina per camminare” – un veicolo con due ruote allineate, con quella anteriore sterzante, insomma l’antesignana della attuale bicicletta –  ideata dal barone Karl Von Drais nel 1817, sono davvero notevoli i cambiamenti e le innovazioni che questo comodo ed ecologico mezzo di trasporto ha subito nel corso degli anni. Prima veicolo a due ruote in cui non esistevano neanche i freni per cui bisognava frenare coi piedi, ora un sofisticato mezzo dotato di gadget di tutti i tipi, valido sostituto dell’automobile in città. Sì, perché muoversi in biciclette, oltre ad avere un impatto ambientale nullo, oltre a fare benissimo alla salute di chi la usa sistematicamente, facilita la vita anche a tutti gli altri, inclusi gli automobilisti. Non occupa parcheggi, snellisce il traffico e, di nuovo, non inquina. Amsterdam e Copenaghen, infatti, si attraversano i tempi decisamente brevi e il rischio di trovarsi imbottigliati nel traffico è molto inferiore rispetto ad altre capitali europee.

laufmaschine

Una scelta planet-friendly che dovrebbe essere condivisa da tutti, ma che, in realtà, non lo è ancora abbastanza. La stessa Modena, pur essendo, come detto, terza in classifica per quanto riguarda l’uso delle biciclette, è anche terza nella classifica regionale di automobili ogni 1000 abitanti. Secondo dati del Centro Studi Continental del 2014, Modena aveva 635 auto ogni mille abitanti, superando così di più di un centinaio la media europea, che, sempre nel 2014, era ferma a 487. Non proprio il massimo per una città così bike friendly. Una delle tante contraddizioni di cui abbonda il nostro tempo.

In copertina: uno scatto di Stefano Corso in Licenza CC

Storie di cibo raccontate da un giornalista ghiottone e un disegnatore astemio

15Avete notato quante spesso ci ritroviamo a parlare di cibo? Declinato in ogni sua forma: cosa mangiamo oggi, cosa prepariamo per la sera, della ricetta nuova della Parodi, di quanto riesca a guadagnare Giallo Zafferano, o dell’ultima puntata di Masterchef. E di come faranno mai a saper cucinare dei bambini di nemmeno dieci anni, protagonisti della versione Junior. Quello che abbiamo dimenticato, o su cui non abbiamo mai riflettuto, è che le discussioni sul cibo ci sono sempre state. Oggi si sono amplificate e quasi istituzionalizzate a causa della moda che ha investito il settore gastronomico, attraverso l’uso mediatico attraversi tv e internet. In televisione possiamo scegliere fra decine di programmi che declinano il cibo sotto ogni forma, in internet la nascita della figura del food blogger ha livellato verso il basso la critica gastronomica e ha riportato il cibo nelle mani dei non-professionisti. Tutti passaggi che hanno finito per costruire un nuovo e articolato immaginario del cibo, della cucina e della tavola.

Anche il settore delle guide gastronomiche è stata investita da questa fenomeni. Uno su tutti, la nascita del portale TripAdvisor che se da un lato ha dato la possibilità a chiunque di poter esprimere la sua opinione su ristoranti e tutte le altre forme di struttura ricettiva, ha comunque stravolto quello che una volta era la discesa del sapere dall’alto. Eppure le guide gastronomiche, affrontando i cambiamento socio-antropologici-culturali sopravvivono in forma cartacea, per chi deve scegliere a chi affidarsi per un giudizio che sia insieme corretto, esaustivo e quanto meno di parte possibile.

almanachVolendo ricostruire la storia delle guide gastronomiche, scopriamo che sono nate insieme ai primi ristoranti, pensati nella forma moderna di svago. I primi testi del genere sono quelli che Grimod de La Reynière raccoglie nel suo Almanach de gourmands, pubblicati fra il 1803 e il 1812.

“L’abitudine tutta parigina del mangiar fuori, a poco a poco esportata nel resto dell’Europa e poi nel mondo intero, s’impone nella vita quotidiana dei cittadini anche e soprattutto grazie alla nuova cultura gastronomica di cui parlano a più riprese, e con toni non sempre uguali, guide e gazzette d’ogni tipo. […] Mangiare in modo consapevole è anche scriverne, sia per fornire informazioni sul dove e sul meglio (la guida, appunto), sia per spiegarne i modi, interpretarne i significati, diffonderne il verbo (il giudizio critico), sia ancora per metterne alla berlina le esagerazioni, per parodiarne le pose un po’ caricaturali che talvolta assume. […] I toni della scrittura gastronomica sono alle origini, e lo resteranno a lungo, per lo più ironici e autoironici. (Parlare del cibo: dalla cucina alla tavola. Ricettari, guide gastronomiche, critica enologica di Gianfranco Marrone).

ghiottone erranteÈ in questo filone che si inserisce la guida gastronomica scritta nel 1935 da Paolo Monelli, giornalista e scrittore di Fiorano Modenese, recentemente ripubblicato da Slow Food Editore. Il Ghiottone Errante, illustrato da Giuseppe Novello, è un viaggio nell’italia delle osterie, intese proprio come luogo di ristoro. La struttura è semplice: una regione, un vino, i piatti della tradizione da accompagnare ad una buona bevuta. Il giornalista ghiottone e il disegnatore astemio viaggiano in lungo e in largo il Paese, verificando e classificando, assaggiando e raccontando, dando vita ad un racconto che ha il sapore autentico delle cose buone di una volta. All’interno non troverete il suggerimento a frequentare questa o quella osteria (del tutto inutile visto che i locali chiudono e gli osti vengono a mancare) ma un itinerario eno-gastronomico che rivive attraverso le preparazioni, le spiegazioni, le ricette e i segreti di chi quel mestiere lo faceva per passione, oltre che per mero guadagno, condite da aneddoti che delineano perfettamente la situazione storica e culturale dell’Italia agli inizia del Novecento.

“Dòmine aiutaci, siamo ancora sbalorditi di questa pingue provincia di Modena dove tutto è grasso tranne lo spirito degli abitanti che è aguzzo e storico, come gi annotò il Carducci (Modena è la patria del tàmpel, la canzonatura secca e feroce).”
Questo l’inizio del capitolo dedicato a Modena, ma non la Modena cittadina, con la sua Ghirlandina e la sua Piazza Grande, ma la Modena provinciale quella dove: “grassa è la terra che esplode in due tre piani sovrapposti di culture, e le sue centocinquantamila vacche ognuna delle quali fornisce quattro quintali l’anno fra latte burro e formaggio grana, e i suoi centomila maiali onde si fanno prosciutti salami coppe e zamponi; e grasse sono le botti per ospitare ogni anno un lago, un mare, un oceano di 150 milioni di litri di vino; e grassi i ventri dei mangiatori.” Seguono racconti e aneddoti legati a quelle terre, a quelle mucche, ma in particolare ai quei maiali, da cui si ricava lo zampone “[…] il classico salame insaccato nelle zampe posteriori del porco, che si mangia dopo che è stato cotto a lentissimo fuoco, e si serve sopra un letto di candida poltiglia di patate, o fra le nere lenticchie, ardente, acuto, glorioso […]”

Paolo Monelli
Paolo Monelli

Nessuna ricetta, solo il voluttuso racconto di cibi che fanno venire l’acquolina in bocca al lettore, descritti con tale dovizia di particolari da far sentire quasi il loro sapore, parola dopo parola: crescenta, fichi neri, frittelle di riso, prosciutto di Sassuolo, tortellini di Carpi “detti persunér, prigionieri, perché il ripieno di maiale, tacchino, salumi vari, uova, grana e noce moscata, è ben serrato nella pastella fine a foggia d’ombilico”.
Fino ad arrivare al vino, al lambrusco, “e andiamo a cercare il lambrusco più veri, quello del comune di Bomporto; e di questo il più classico, quello della frazione di Sorbara; e di questo il più illustre, quello dell’arciprete”. La degustazione del vino non è asettica o professionale “Gorgoglia nel bicchiere un’allegra spuma che subito si placa e dilegua; restan brividi nel vino a rivelarne l’ardita natura”. […]

“Io sono nato due volte” dice l’amico modenese che sopraintende alle diciassette cantine sociali della provincia e a non so quante altre altrove. “Quando venni alla luce, e quando cessai di essere astemio”.
“Allora io sono nato morto” dice Novello.

Questo il tono dell’intero viaggio gastronomico fatto dal Monelli, che sa essere sincero senza prendersi troppo sul serio, professionista e professionale, ma amante del piacere e quindi capace di esprimere un modus vivendi conviviale, informale, ludico e leggero.
Una lettura da mettere in pratica ricominciando a viaggiare non solo virtualmente fra le bacheche di Instagram, invase di foto di piatti e di locali, ma toccando con mano e assaggiando dal vero, uno dei patrimoni della cultura italiana: la sua gastronomia locale.