Il vero tecnico è l’idraulico

Tutti hanno fatto l’esperienza di chiamare in casa l’idraulico o l’elettricista per risolvere grandi o piccoli problemi o anche solo per mettere in sicurezza la casa secondo gli standard di legge. In questo caso la differenza la fanno la competenza nel risolvere il problema in maniera possibilmente stabile, il tempo impiegato, la cortesia e, non ultimo, il costo della prestazione.

Le cose si complicano un po’ quando si passa ad esempio a progettare una nuova casa, a ordinare il giardino o anche solo a tinteggiare le pareti. In questo caso sono evidenti a tutti le implicazioni estetiche degli interventi quindi le idee estremamente soggettive che possono fare riferimento più o meno consapevolmente a diverse filosofie.

Se poi passiamo al campo politico abbiamo un’ulteriore complicazione determinata da due tensioni contrapposte: da una parte stabilità e dall’altra mobilità dell’elettorato. In questo quadro si è cercato di far passare i membri del governo dimissionario come dei tecnici assimilabili all’idraulico o all’elettricista. E’ stata detta una falsità e noi tutti ci abbiamo creduto pur sapendolo.

Analizzando i curricula si può scoprire che la quasi totalità di ministri e sottosegretari sono stati burocrati, consiglieri del principe, attivisti di partito con tanto di tessera e che ciascuno appartiene ad una determinata
area politica. La cosa appare oggi un po’ più chiara nel momento in cui ministri e sottosegretari si candidano al parlamento più o meno come diversi magistrati lasciano la toga seppure con formule, ovviamente “tecniche”, diverse.

Dai tempi di Cartesio la cosa più ovvia da fare sarebbe quella di dichiarare la squadra del cuore e poi individuare gli strumenti tramite i quali rendere l’appartenenza ideologica non solo un elemento di parte, ma la base di partenza dalla quale poi trascendere in nome del bene comune. Se proprio si vuol essere dalla parte di qualcuno, per non sbagliare conviene partire dagli ultimi.

 

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Non sempre basta un clic

Il ruolo dei social network sta acquisendo sempre più importanza sul tavolo dell’informazione globale e i social media non sono più sottovalutati. Si può azzardare a dire che la democrazia è a portata di clic?

 

«Le campagne politiche ne tengono conto, le strategie di marketing aziendali ne tengono conto, le indagini di mercato ne tengono conto, l’economia ne tiene conto» spiega Riccardo Cavalieri, che dalla fine degli anni Novanta si occupa di consulenza informatica, sviluppo di applicazioni web e siti internet, collabora con il Comune di Modena per la diffusione delle nuove tecnologie ed è autore di diversi libri di informatica.

«In molti eventi di cronaca, come dimostrano i paesi colpiti dalla primavera araba o gli stessi disordini londinesi, i social media hanno giocato un ruolo importante e sono stati utilizzati dalle persone per influenzare in un modo o nell’altro l’origine e il cambiamento stesso degli eventi. Il fattore comune ai social media è la capacità di diffusione immediata e su larga scala dell’informazione. Questa diffusione porta nuova informazione, a volte perfino cambiamenti. Con ciò, non credo si possa parlare di democrazia a portata di clic, ma preferisco credere che siano nuovi strumenti, con un grande potenziale, che è necessario conoscere».

Questa è davvero democrazia o un banale palliativo per dar sfogo ai pensieri delle persone, facendo credere loro di essere ascoltate, capite, garantite nella loro libertà d’espressione? «Potere esprimere il proprio assenso o dissenso – continua Cavalieri – è apprezzabile, significa libertà d’espressione anche se però non ritengo questo concetto avvicinabile ad una idea compiuta di democrazia. La libertà d’espressione non è che uno dei tanti aspetti che formano la democrazia».

Il punto focale della questione, secondo l’esperto informatico, è se questa vera o presunta democrazia online possa influenzare lo stato reale. Quali sono i pro e i contro della democrazia telematica? «Oggi Internet è consultabile su Tablet, le news si leggono sugli Smartphone, e, a breve, immagino ogni casalinga far scorrere il dito su un quadretto digitale appeso al muro della cucina per consultare con un dito le ricette del giorno o i fatti di cronaca. Se la rete è quanto mai preziosa in consultazione, non bisogna dimenticarsi di essere anche lì cittadini attivi, producendo contenuti degni di valore e capaci di durare nel tempo».

Dire semplicemente la verità

L’umiltà è soprattutto una qualità dell’attenzione
(Simone Weil).

A sei mesi dal sisma che ha colpito il mio territorio ci sono due verità: la prima è fatta di schede Aedes e della inevitabile compilazione di montagne di burocrazia per dimostrare ciò che è assolutamente evidente; è fatta di ordinanze e sopralluoghi, di banche e imprese edili. La seconda è fatta di persone rese fragili da una situazione inaspettata di precarietà esistenziale: la conta di suicidi, tentati suicidi e patologie correlabili al trauma, parlano da soli. A questi vanno aggiunti i nostri anziani che si sono lasciati morire con la consapevolezza di non avere di fronte a sé il tempo necessario per riscattarsi.

Eccole le due verità. Vanno dette entrambe, non solo una. E va fermato immediatamente il circuito della tristezza. Lo si deve fare dando buone notizie, non certo con una comunicazione dell’ottimismo pianificata a tavolino. Faccio un esempio: vedere i bambini felici inaugurare le loro nuove scuole liberando in cielo centinaia di palloncini colorati è comunicazione dell’ottimismo. Dire che tutto va bene e ce la facciamo da soli è informazione che avvilisce, non aiuta.

Cambiare il clima psicologico quindi è la priorità, a livello locale e nazionale, dicendo come stanno le cose veramente e mettendo in campo soluzioni immediate per chi è più in difficoltà.

L’area nord di Modena così ferita è la metafora più evidente di un’Italia già da tempo ammalata.

In Italia la pesante crisi economica è stato il terremoto. Ci ha fatto prendere coscienza di una realtà che non c’era. I ristoranti pieni, le feste, l’opulenza e l’ingordigia di pochi (troppi). Monti, con la sua autorevolezza in Europa, è stato uno schiaffo in faccia di verità. Tanto duro quanto necessario. Ma alcuni membri del suo Governo hanno mostrato un limite, cioè quello di accompagnare questo schiaffo con un gesto di saccenza (la superiorità del tecnico): di qua noi che sappiamo ciò che facciamo, di là voi che ne subite le scelte. Marcando ancora una volta la frattura già evidente tra chi non ha bisogno di salvarsi e chi è con l’acqua alla gola.

Ciò che serve oggi è verità accompagnata da umiltà, non da presunzione. Non ci si può più permettere di comunicare distanza tra chi compie le scelte e chi quelle scelte le deve sopravvivere.

Credo che l’unica strada possibile sia quella della liberazione dai personalismi, dal divismo e dall’egoismo che hanno caratterizzato un tempo troppo lungo. Oggi, se vogliamo uscire dalla fragilità e dalla povertà, occorre intraprendere definitivamente la via di una comunicazione più umile della verità.

Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.

Percorrere rotte nuove

Le risposte alla crisi economica perdurante, lo sappiamo, sono poche e confuse. In questa nebbia le imprese navigano a vista, ma se il condottiero è abile, se l’equipaggio lo sostiene – e se la nave è ben costruita – è possibile non affondare. Percorrendo rotte nuove.
Per le aziende in difficoltà, metodi alternativi alle soluzioni più classiche – primi tra tutti gli interventi di integrazione salariale, ma anche delocalizzazioni, licenziamenti, chiusure – ci sono sempre stati, se si volevano usare; ultimamente qualche passo in più è stato fatto nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, che offre oggi nuovi strumenti a disposizione degli imprenditori più lungimiranti e, nel confronto tra esperienze diverse, occasioni per sperimentare, aggiornare, raffinare percorsi che siano poi a disposizione di altri.
È lo scopo, ad esempio, del Club Rsi di Modena (www.comune.modena. it/clubrsi), un laboratorio di idee finalizzato al miglioramento aziendale, dell’ambiente e del territorio. Cioè alla responsabilità sociale d’impresa, che diventa segno di distinzione commerciale e addirittura una leva competitiva. Nel Club nascono e si condividono buone pratiche e le aziende elaborano progetti da mettere a servizio di tutti: in quattro anni sono state un centinaio le proposte concrete, nel 2011 erano 47 le realtà inserite, tra grandi e piccole e medie imprese, per un totale di 10 settori industriali e di servizi rappresentati. “L’ascolto, il dialogo tra i diversi livelli dei collaboratori di un’azienda era in auge già negli anni Settanta”, spiega Walter Sancassiani, coordinatore tecnico del Club modenese, amministratore del centro di ricerche Focus Lab e tra i primi professionisti a livello nazionale ad occuparsi della promozione e sperimentazione di pratiche di progettazione partecipata. “Vi erano ad esempio i circoli di qualità, ovvero gruppi di lavoratori che si incontravano con il management per discutere e proporre azioni migliorative, erano strumenti di confronto che permettevano di andare al di là dei rapporti sindacali più tradizionali. Con la crisi però – precisa – emergono due macro scuole, due modus operandi che rimettono in discussione queste relazioni: da una parte rimane il rapporto di tipo classico e poco innovativo che sceglie, di fronte alle difficoltà, le scorciatoie e il non coinvolgimento di tutta la struttura aziendale; dall’altra l’imprenditore che si fa in quattro per non avvalersi degli strumenti statali e vive in una dimensione di reciproca responsabilità il rapporto con i dipendenti”.
Vi sono stati vari esempi, anche sul territorio, di dirigenti che si sono autoridotti lo stipendio per non mettere in difficoltà l’azienda e per dare respiro al personale, oppure si è assistito alla sperimentazione di modalità lavorative a rotazione che, se applicate in maniera corretta e non dequalificante, permettono ai dipendenti di aggiornare le proprie competenze e di acquisire maggiore consapevolezza del mestiere dei colleghi, con la conseguenza di un miglioramento organizzativo. Sono piccoli passi che aprono la strada a un metodo per affrontare la crisi che sia più partecipativo e democratico.
Nel periodo di difficoltà di alcune aziende, in accordo con la proprietà, i dipendenti in esubero hanno partecipato ad azioni di volontariato che hanno avuto una significativa ricaduta sul territorio e sulla qualità di vita degli stessi lavoratori; oppure, ma sono ancora rari sul piano italiano, gruppi di dipendenti sono riusciti a rilevare l’attività in crisi costituendosi in cooperativa. È quindi apprezzabile che recentemente sia stata da più parti richiamata l’importanza di iniziative legislative intese a favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione delle imprese.
“Da qui – chiarisce Walter Sancassiani – si entra nell’orizzonte del cosiddetto welfare aziendale: occorre rivedere quelle garanzie che si davano per scontate per capire invece come aprirsi a soluzioni nuove”. Buoni spese, convenzioni e voucher, progetti di conciliazione famigliare, possono essere forme di coinvolgimento del personale nella dimensione aziendale. Gestiti direttamente e in maniera personalizzata, consentono di far fronte alle difficoltà degli enti locali contribuendo al miglioramento della qualità di vita e al mantenimento del potere d’acquisto forse più di molte forme classiche di welfare. E responsabilizzano i dipendenti che si sentono maggiormente coinvolti nell’andamento dell’azienda.
“Gli strumenti di partecipazione – precisa Sancassiani, che da 20 anni gestisce progetti di sviluppo locale orientati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica ed è tra i promotori della Scuola di alta formazione per la progettazione partecipata – permettono di salvaguardare l’azienda nei momenti di criticità e di emergenza, ma non possono rilanciare un’impresa destinata a fallire: presupposti per un’azienda sana sono prodotti buoni, strumenti finanziari adeguati, una buona organizzazione commerciale”.
E se le premesse ci sono, quella di utilizzare gli strumenti partecipativi sembra essere una strada percorribile. Accorgendosi che non basta l’apertura e la disponibilità dell’imprenditore: occorre imparare a coinvolgere i dipendenti, scardinare vecchi tabù e ridurre le distanze. Perché, conclude Sancassiani, “la responsabilità sociale d’impresa riguarda tutti, dipendenti compresi”.

Se la piazza si rivolta

Dal comitato No Tav al No Gas di Rivara, dal laboratorio Modenattiva ai comitati di quartiere, c’è un’esigenza di partecipazione che viene dal basso e, anche grazie alla forza dei nuovi media, si sta sviluppando nel nostro Paese.

«I comitati – spiega il professor Gregorio Arena, docente di diritto amministrativo all’Università di Trento e autore del libro Cittadini attivi – sono un’espressione concreta della democrazia partecipativa deliberativa che è diffusa in tutto il mondo e che affianca e integra la democrazia rappresentativa». Non la sostituisce ma la rafforza, la completa insomma: i comitati sono la punta dell’iceberg, la parte visibile di un fenomeno che, purtroppo, la politica tende sempre più spesso a leggere come una minaccia o un indebolimento del proprio potere.

«Invece queste forme partecipative – chiarisce Arena, che è anche fondatore e presidente del Laboratorio per la sussidiarietà (www.labsus. org), una rivista online che promuove la cittadinanza attiva, responsabile e solidale – non nascono come un’espressione di sfiducia verso gli amministratori della cosa pubblica, ma come volontà dei cittadini di prendere parte, appunto, alle decisioni che riguardano la collettività. È come se si dicesse a chi guida la comunità: “io ti ho eletto perché la amministri, ma su questa decisione, che ha un impatto forte sul futuro mio e dei miei figli, mi riprendo la delega”». Il cittadino chiede di essere coinvolto sulle decisioni che lo riguardano, il problema della politica, semmai, sta nel non aver capito che si tratta di una sana richiesta di partecipazione che non mette in discussione la legittimità della delega: «essa è riconosciuta per l’ordinario, ma per ciò che è straordinario occorrono passaggi ulteriori», precisa il docente. In Francia ad esempio esiste una legge sul “débat public” e una commissione che opera per applicarla, incaricata di vigilare sul rispetto della partecipazione: nessuna opera pubblica rilevante per l’ambiente e la vita della collettività viene eseguita senza una adeguata consultazione dei cittadini.

Il nostro sistema è fondato sulla delega, vista come un ‘qualcun altro si prenderà cura’, mentre invece servono “comunicazione, procedure, regole nuove”. Tanto più in questo contesto di forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini: anche questo squilibrio produce nelle comunità la necessità di trovare canali diversi da quelli della politica per far circolare le informazioni. Il web, e i social network in particolare, hanno favorito lo sviluppo dei comitati, da una parte creando luoghi di diffusione delle informazioni e di discussione, dall’altra fungendo da collegamento tra gruppi anche fisicamente distanti. “Eppure – precisa il docente – c’è anche un problema di controllo dell’informazione. Abbiamo potuto sperimentare come la scienza non sia neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che fa fatica a fidarsi”. E tende a cercarsi un po’ dove vuole le informazioni a sostegno della propria posizione.

«In Italia rileviamo la fatica, talvolta l’incapacità, da parte dei decisori pubblici di coinvolgere i cittadini di fronte alle opere pubbliche, ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati si ribellano». E così spesso capita che i comitati si formino dopo o durante l’esecuzione di un’opera rilevante per la comunità. «Non si può smettere di ascoltare le istanze che vengono dai cittadini, anzi, negli anni in cui un politico governa ha il dovere di ascoltare.

Questo – osserva Arena – non implica che poi si faccia come chiedono i cittadini, la sfida sta nel dimostrare la validità di certe decisioni. Anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono informare, perché è ovvio che la comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore o una via di comunicazione – va adeguatamente risarcita». Mancano dunque anche dei canali riconosciuti e riconoscibili per dialogare sul serio, per far intersecare i comitati e la politica prima che questo rapporto sfoci nella violenza. Accettare la fatica di coinvolgere oppure tenersi le piazze in rivolta: la scelta sta tutta lì ma la politica italiana sembra non averlo ancora compreso.