Tra casa e chiesa, la sfida di don Erio a partire dalla Amoris Laetitia

“Quando sono depresso, non prendo dei medicinali. Leggo la prima lettera ai Corinzi di san Paolo. In diversi capitoli, l’apostolo richiama la comunità dei cristiani dalle debolezze e dai peccati che la dividono, che rendono le celebrazioni dei banchetti per beoni, che creano disparità fra poveri e ricchi, che vedono inquietanti manifestazioni di fede, fornicazioni e incesti, adulteri e idolatria, addirittura incredulità nella Resurrezione. Poi alla fine, dopo una parentesi che richiama la Carità come la cosa fondamentale che viene da Dio, Paolo saluta i santi di Corinto!!” E’ don Erio che propone questa riflessione e continua: “Forse, anzi sicuramente i cristiani di Corinto non sono così diversi dalle nostre comunità e allora penso che ci sia sempre la speranza del cambiamento. Perché è importante non fermarsi all’idea, ma restare fedeli alla realtà.”

L’arcivescovo di Modena è stato il relatore di un incontro promosso dal Centro Ferrari lo scorso mercoledì 18 gennaio, “Tra casa e chiesa, la sfida di don Erio a partire dalla Amoris Laetitia”, nel quale, davanti ad un uditorio davvero numeroso, ha parlato della lettera pastorale pubblicata in settembre 2016, come indirizzo alla pastorale della diocesi di Modena-Nonantola per l’anno 2016/2017.

Ispirazione della lettera sono due esortazioni apostoliche di Papa Francesco, la Evangelii gaudium e, appunto, la Amoris Laetitia. Don Erio non nasconde la sua vicinanza spirituale e pastorale al Pontefice argentino e vuole proporre alla sua comunità diocesana una pastorale di incontro e azione fra la gente; “Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Ripeto qui per tutta la Chiesa ciò che molte volte ho detto ai sacerdoti e laici di Buenos Aires: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (EG. 49).

La lettera pastorale del Vescovo di Modena attinge a piene mani dal Papa e ripropone ai propri fedeli due principi ritenuti fondamentali. Il primo è l’affermazione di Francesco “il tempo è superiore allo spazio”. Quando lo spazio prende il sopravvento, e questo succede soprattutto nell’attività socio-politica, si cade nell’ossessione di voler risolvere tutto subito, dando priorità al momento presente, senza avere prospettiva di evoluzione e cambiamento, “Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli” (EG 223). Quando, invece, è il tempo il riferimento principale, allora ogni azione perde la presunzione di dare etichette immutabili, offre una speranza di cambiamento e un tempo, appunto, per diventare altro: “Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti…” (EG 223). Il tempo cammina, lo spazio chiude e questo fa davvero la differenza. Don Erio, allora, si appropria anche del secondo principio proposto dal Pontefice, quello, cioè, di abbandonare la pastorale della scacchiera, dove tutto deve essere incasellato come bianco o nero. Un esempio per tutti, che sta destando qualche discussione all’interno della Chiesa: le coppie sposate e quelle non sposate- divorziate-riaccompagnate, non sono più definite regolari o irregolari, sono, invece, compiute o incompiute e in possibile compimento.

La riflessione che don Erio ha proposto al suo uditorio ha continuato citando l’Amoris laetitia, una lettera di papa Francesco davvero illuminante, aderente alla realtà e scritta per incoraggiare a camminare fuori dai muri delle chiese. La chiesa che il vescovo propone è la Domus Ecclesia che privilegia la relazione all’organizzazione. Quando è quest’ultima al centro della preoccupazione dei cristiani, allora ci si ferma ad un’idea di Chiesa che non ha nulla a che fare con la realtà, diventa ideologia ed è lontana dalle persone. Lo aveva già scritto nell’introduzione alla Lettera Pastorale e lo ripete all’assemblea. La pastorale deve ispirarsi alla Misericordia, sulla quale il Giubileo ha fondato la propria riflessione e questa misericordia ha una dinamica chiara. “Due atteggiamenti sono contrari alla misericordia, come ci ricorda continuamente papa Francesco: la condanna implacabile in nome della verità e l’approvazione incondizionata in nome della carità. È facile cadere in entrambe le tentazioni, davanti alle situazioni di fragilità: è facile cadere nella condanna implacabile, scagliando la pietra contro tutti quelli che non sono arrivati alla meta; ma in questo modo rimangono bloccati nella loro condizione, perché si sentono esclusi, lontani, spacciati. È facile cadere nell’approvazione incondizionata, assecondando tutti i comportamenti e considerandoli indifferentemente uguali tra di loro; ma in questo modo le persone rimangono nuovamente bloccate nella loro condizione, perché si sentono a posto, legittimate, e non si mettono in cammino. Accompagnare, discernere e integrare: ecco i tre verbi-chiave dell’Amoris Laetitia” (“E’ il Signore che costruisce la casa”, introduzione).

La riflessione che don Erio sta proponendo alla sua comunità diocesana è un cambiamento radicale per la Chiesa, sia locale che universale. Prova sono stati anche un paio di interventi tra il pubblico, che hanno riproposto la propria visione “bianco e nero” della fede e della vita cristiane. Il vescovo ha ascoltato ogni riflessione ed intervento e con un sorriso costante e sincero ha ripetuto che questa azione proposta da Francesco e fatta propria come Vescovo di Modena-Nonantola non ha stravolto nessun fondamento della fede. La dottrina della Chiesa è sempre la stessa, i dogmi non sono negati; quella che cambia è la visione pastorale: “Siamo chiamati a passare da una pastorale della perfezione a una pastorale della conversione: dove la meta, la dottrina, rimane la stessa, ma viene evidenziata la necessità di accompagnare verso la meta e non di sedersi alla meta per additare la posizione di chi sta camminando per strada. È lo stile delle nostre comunità, non il contenuto del messaggio, che deve mostrare una maggiore aderenza al Vangelo” (E’ il Signore che costruisce la casa”, introduzione).
Sarà la Chiesa stessa che dovrà essere la prima in questo cammino. Don Erio, con il sorriso e con determinata convinzione, lo propone a Modena.

Un’estate da Superhumans

Mancano meno di 72 ore alla cerimonia che darà il via alla XXXI edizione delle Olimpiadi moderne che quest’anno si terranno per la prima volta nella storia in Sudamerica, a Rio de Janeiro. Prepariamoci a lunghe notti insonni: a causa del fuso orario, per gli appassionati europei, i Jogos da Olimpíada comporteranno una serie di levatacce non da poco. Per dire, la cerimonia di apertura si terrà all’una di notte di venerdì (in pratica, sabato mattina), ora italiana.

Gli atleti emiliano-romagnoli qualificatisi nelle varie specialità sono 25. Tre i modenesi: in testa, naturalmente, il plurimedagliato nuotatore carpigiano Greg Paltrinieri, campione del mondo in carica e detentore del record mondiale nei 1500 m, alla sua seconda Olimpiade dopo Londra 2012. Insieme a lui, il triatleta Davide Uccellari e il pallanotista Alessandro Nora. Complessivamente, cercheranno di guadagnarsi almeno una delle poco meno di 1000 medaglie a disposizione (306 a testa per per oro a argento, qualcuna in più per il bronzo) nei 28 diversi sport, 10.700 atleti di 206 nazioni. Inoltre, per la prima volta in assoluto ci sarà la nazionale dei rifugiati voluta dal Comitato Olimpico Internazionale – dieci atleti originari dal Sud Sudan, Congo, Siria, Etiopia – che gareggeranno sotto la bandiera del Cio stesso. Gran finale previsto per il 21 agosto con la cerimonia di chiusura.

Fine dei Giochi? Nient’affatto. Perché a Rio, il villaggio olimpico e gli impianti sportivi rimarranno aperti per ospitare la quindicesima edizione dei giochi estivi dedicati ad atleti con disabilità, le Paralimpiadi, con inizio previsto per il 7 settembre e chiusura il 18. Quest’anno, ad affrontarsi nelle 23 discipline paralimpiche, saranno oltre 4.300 atleti provenienti da 176 Paesi del mondo.

POlym2

Dalla nostra regione, saranno 11 gli atleti impegnati nelle varie discipline, 7 uomini e 4 donne. Tra queste, la campionissima Cecilia Camellini, classe 1992, alla sua terza Paralimpiade. Prima a Pechino 2008 e poi a Londra 2012, in cui ha collezionato rispettivamente due medaglie d’argento e due d’oro e due di bronzo, la modenese è una delle atlete più importanti del nuoto paralimpico, con un pedigree notevole che conta 2 record mondiali nei 100 metri stile libero, 3 europei, 11 nazionali.

E proprio a Modena inizia la carriera stellare della Camellini, formiginese d’origine, che inizia ad allenarsi a soli 3 anni presso la piscina dei Vigili del Fuoco della nostra città. Cieca dalla nascita, ha fin da giovanissima raccolto un’innumerevole quantità di premi, partecipando a soli 15 anni a III Giochi Mondiali dell’IBSA, la federazione internazionale dello sport per ciechi, dove vince portandosi a casa due ori, un argento e un bronzo. A Rio concorrerà con stile e dorso, dichiarandosi pronta ed agguerrita, seppur con le stesse sensazioni di sempre: “Sarà la mia terza esperienza ad una Paralimpiade dopo l’esordio assoluto a Pechino nel 2008 e i trionfi di Londra, ma le emozioni sono identiche a quelle della prima volta.”

Accompagnata dal suo allenatore Ettore Pacini, in Brasile si presenterà partecipando ai 100 dorso il 9 settembre, il giorno dopo ai 400 stile, per chiudere infine con i 50 e i 100 stile il 12 e il 15 settembre. Una campionessa con i fiocchi, che non solo eccelle nello sport, ma anche negli studi. La Camellini è infatti a pochi passi dal concludere la laurea magistrale in Psicologia clinica presso l’Università di Bologna, dopo una triennale da 110 e lode. Alla luce anche della sua scelta universitaria, non sorprende come la ragazza dia prova di una sensibilità particolare verso questioni delicate: proprio insieme Ettore Pacini, la Camellini si è sempre battuta perché lo sport paralimpico ottenesse la giusta considerazione. D’altronde, sembra che alcuni progressi siano stati fatti, e che le battaglie di atleti come la nostra Camellini abbiano portato a dei risultati. Lo spot promozionale delle Paralimpiadi di Rio contribuisce a tutto questo. Un trailer di 3 minuti che ha avuto immediatamente un enorme successo, contando su Youtube – nel momento in cui scriviamo – oltre 3 milioni di visualizzazioni.

Sulle note della canzone “Yes we can” di Sammy Davis Jr., nella versione di un gruppo di musicisti disabili, il video è una scoppiettante celebrazione di ogni disciplina sportiva eseguita da atleti disabili, senza far mancare un tocco di ironia. Con un cast di circa 150 persone, tra cui 40 atleti paralimpici, 16 musicisti e 53 non atleti, il video mostra anche persone con disabilità alle prese con le faccende di tutti i giorni, dal lavarsi i denti al fare la spesa. “Noi siamo i Superuomini (o superumani, più correttamente)”, questo lo slogan scelto dal canale che ha prodotto il trailer, l’inglese Channel 4. Dan Brooke, responsabile del marketing e della comunicazione di Channel 4, ha dichiarato che con questo spot l’intento era proprio di rendere le Paralimpiadi mainstream, sfruttando anche un estetica ispirata al carnevale brasiliano. L’immagine fresca, briosa e estremamente positiva che hanno deciso di trasmettere sembra infatti aver funzionato, raccogliendo consensi e condivisioni.

Un passo importante che segna una nuova fase nella concezione di discipline che ancora da molti sono considerate poco. Mark Atkinson, presidente esecutivo di Scope, associazione che si occupa di garantire uguali opportunità alle persone disabili, dichiara che, purtroppo, il 62% delle persone con disabilità subiscono ancora oggi trattamenti diversi per via delle loro menomazioni.

POlym3

Un dato che preoccupa, perché la percezione delle persone disabili nelle comunità rimane per buona parte traviata da pregiudizi, ma ciononostante i segnali di un miglioramento ci sono. A cominciare dallo spot delle Paralimpiadi di Rio, alle battaglie giornaliere di atleti come la modenese Cecilia Camellini, e di tutti gli altri. Fare le cose in modo diverso non significa farle in modo “sbagliato”, e soprattutto non significa che non si possano fare. Ad un certo punto dello spot delle Paralimpiadi, un ragazzo in sedia a rotelle viene scoraggiato da quello che sembra essere un dirigente scolastico, che guardandolo tra il divertito e il canzonatorio, gli sussura: “no, non puoi.” Nella sequenza successiva lo stesso ragazzo urla “Sì, posso”, mentre gioca ad una partita di basket. Un messaggio forte e vincente che, speriamo, rivoluzioni finalmente il modo di vedere i “superumani” da parte di tutti gli “umani”.

Tutte le immagini sono tratte dal video: We’re The Superhumans | Rio Paralympics 2016 Trailer.

Anatomia di un’assassina. Il processo alla Cianciulli nelle cronache del Carlino

30 novembre 1940. Un freddo sabato d’autunno inoltrato. Da giugno, l’Italia di Mussolini ha dichiarato guerra a Francia e Inghilterra. Da poco più di un mese è iniziata la disastrosa campagna di Grecia ma, grazie alla Germania, l’avanzata dell’Asse è ancora inarrestabile. Per il momento, a Correggio la vita scorre tranquilla come sempre. Quella mattina Virginia Cacioppo, vedova Fanti, ex cantante lirica ormai vicina ai sessanta che da tempo ha smesso di calcare il palcoscenico, si alza presto. E’ emozionata e anche un po’ spaventata.

E’ il gran giorno in cui potrà finalmente lasciarsi alle spalle la malinconia che l’attanaglia da quando la sua carriera d’artista ha conosciuto un triste tramonto, da quando il marito, il violinista correggese Alfredo Fanti sposato nel 1924, è mancato dopo appena due anni di matrimonio a causa di una grave malattia. E senza Alfredo, per una donna a cui la vita ha concesso l’emozione di cantare nei teatri d’Italia, Egitto e perfino Sudamerica (dove, quarantaduenne, ha conosciuto e sposato il Fanti), abituarsi alle giornate tutti uguali di una piccola cittadina agricola come Correggio, non deve essere stata un’impresa facile.

Leonarda Cianciulli, per le amiche, Nardina

Leonarda Cianciulli
Leonarda Cianciulli

Poi una cara amica, Leonarda Cianciulli detta Nardina, nota in tutto il paese come donna gioviale e simpatica (sebbene susciti qualche apprensione la sua passione per pratiche come magia e chiromanzia, anche se non esiste alcuna testimonianza certa che svolgesse effettivamente l’attività di chiromante), commerciante di abiti usati, famosa per le sua abilità nella preparazione di torte strepitose e gustosissimi pasticcini, le offre su un piatto d’argento l’occasione di tornare finalmente alla vita. A Firenze. Dove la Cacioppo, proprio grazie ai buoni contatti dell’amica, avrebbe potuto acquisire la gestione di uno spaccio di generi di monopolio – sali e tabacchi – pagando una cauzione di sessantamila lire. Una cifra eccessiva per l’ex cantante, benestante, ma di certo non in possesso di tutto quel denaro. Ma a Firenze, la Cianciulli racconta di avere una sorella ricchissima in grado di anticipare la somma. Ciliegina sulla torta, afferma anche di essere in contatto con un vedovo milionario che potrebbe fare al caso della ex cantante.

La Cacioppo si lascia convincere. Troppa la sua voglia di cambiar aria, di ricominciare. Nonostante i dubbi e le paure, le inquietudini per la passione di arti magiche della Cianciulli, e per l’improvvisa partenza – nel dicembre del ’39 l’una, nel settembre del ’40 l’altra – di altre due amiche di Leonarda, Faustina Setti e Francesca Soavi, di cui poi non si è più saputo niente. Come già alle altre due, la Cianciulli le consiglia di non rivelare a nessuno della sua partenza che deve essere tempestiva per chiudere immediatamente la faccenda dello spaccio sul quale altri hanno già messo gli occhi. Ma a differenza della Setti e della Soavi – cosa che si rivelerà decisiva per le indagini – l’ex cantante ha dei parenti in paese: i fratelli del marito, Augusto, Ezio e Alberta, maestra elementare che in famiglia viene scherzosamente chiamata “la poliziotta”.

vittime3

30 novembre 1940, ore 9.30

Quella mattina, poco prima delle nove e trenta, la Cacioppo esce da casa sua, in via Roma 1, e percorre i trecento metri che la separano dal vecchio edificio di Corso Cavour 11, al terzo piano del quale vive Leonarda Cianciulli. “La mia vita è un romanzo e finirà come un romanzo” aveva confessato la Cacioppo a un’amica qualche giorno prima di quel 30 novembre. Una profezia rivelatasi purtroppo prossima alla realtà: anche lei conclude la sua vita sotto i colpi della mannaia della Cianciulli, per essere poi squartata, bollita nella soda caustica e ridotta a pezzi di sapone, le sue ossa finemente triturate a far da ingrediente ai dolci della Cianciulli tanto apprezzati dai correggesi. Fino a quando Alberta Fanti, il 17 gennaio 1941, non avendo trovato ascolto presso il maresciallo Scagliarini della caserma dei Carabinieri di Correggio, si reca in questura a Reggio e denuncia la Cianciulli al commissario Serrao: troppi i fatti che non tornano, troppi i dubbi e i sospetti che ormai in paese si rincorrono di bocca in bocca. Ad esempio una testimone, tale Santina Secchi, ha visto entrare la Cacioppo all’11 di via Cavour, senza più uscirne. Nonostante in teoria una macchina dovesse venirla a prendere.

Ma soprattutto, la Fanti è in possesso di un elenco di titoli di stato, con numero di serie e importo, che le ha consegnato la cognata prima di sparire. Sarà questa la chiave che permetterà una svolta nelle indagini quando, in seguito, si scoprirà che già il 4 dicembre qualcuno – Don Adelmo Frattini, parroco della frazione di San Prospero – ne ha venduto uno alla succursale del Banco di San Prospero di Reggio. E da lui, si risalirà a un altro complice (per entrambi verrà quasi subito derubricata l’accusa di complicità negli omicidi: saranno invece prima condannati per ricettazione e poi amnistiati), il casaro Abelardo Spinabelli, e da questi alla Cianciulli. Che dal primo marzo 1941 si trova in stato di fermo a Reggio mentre l’indagine prosegue.

Vengono rinvenute le armi dei delitti

giuseppe pansardi
Giuseppe Pansardi

Il 5 aprile viene fermato il maggiore dei suoi quattro figli, Giuseppe Pansardi, detto Peppuccio, perché sospettato di complicità con la madre, anche se prove certe ancora ne sono state trovate. Ma il muro comincia a sgretolarsi. Durante una perquisizione in casa Cianciulli-Pansardi vengono rinvenuti in un solaio un’accetta, una piccola scure, un martello e un seghetto di 48 centimetri. Nonché una pagina della Gazzetta dello Sport datata 2 dicembre 1940 macchiata di sangue. L’allora domestica della Cianciulli, Nella Barigazzi, offre una testimonianza preziosa, Spinabelli e don Adelmo confessano la loro parte, minore, in una vicenda che comprendono sta diventando sempre più pericolosa per loro. Infine, il 17 aprile, il giorno prima del suo quarantasettesimo compleanno, angosciata dal possibile coinvolgimento dell’amatissimo figlio Peppuccio, la Cianciulli confessa tutto. A partire dall’agosto del ’41, viene spedita al manicomio giudiziario di Aversa, nel casertano, in attesa del processo che si terrà solo a guerra conclusa, nel giugno/luglio del 1946.

La mannaia usata dalla Cianciulli
La mannaia usata dalla Cianciulli

“Una donna accusata di tre terrificanti delitti”

PDF
Il trafiletto sulla prima pagina de La Stampa di Torino di sabato 7 febbraio 1942

Nonostante nel corso del Ventennio tutti i giornali fossero sottoposti alla rigida censura del regime che, per creare l’illusione che il fascismo avesse totalmente pacificato il Paese, proibiva si parlasse di omicidi, furti e rapine (i suicidi si trasformavano in “disgrazie da gas” e gli omicidi in “incidenti di lavoro”) il caso della “saponificatrice di Correggio” era talmente eclatante che qualcosa riuscì a filtrare sui giornali. La Stampa di Torino ad esempio, gli dedicò un trafiletto in prima pagina il 7 febbraio 1942, a istruttoria del Pubblico Ministero in corso (si concluderà nel settembre del 1943). “Una donna accusata di tre terrificanti delitti”, recita il titolo:

“Si ha notizia da Correggio che dopo una lunga e difficile istruttoria, l’autorità ha fatto luce sopra una serie di atroci delitti commessi in Correggio negli anni 1939-40 da una donna criminale, certa Leonarda Cianciulli, di anni 40 da Lacedonia (Avellino) (…) Insieme alla Cianciulli è stato arrestato e denunciato, per gravi indizi di complicità, il ventiquattrenne Giuseppe Cianciulli (un errore, in realtà il cognome del ragazzo è Pansardi. Ndr), studente, figlio dell’imputata”.

La cronaca nera accende l’interesse per la lettura dei giornali

A guerra conclusa però, dopo vent’anni a far da passacarte alle veline di regime, i giornali scoprono il piacere della libertà. Già dall’immediato dopoguerra, la lettura dei quotidiani, da passatempo per pochi, si evolve in strumento di informazione di massa. A contribuire a questa svolta epocale è certamente anche la cronaca nera che, attraverso il racconto di grandi delitti e vicende straordinarie come quello di Leonarda Cianciulli, avvicina alla lettura anche chi se ne era tenuto sempre ben lontano.

Come scrive Massimo Polidoro nel suo “Cronaca Nera” (Piemme), quella della Cianciulli “è una storia che da sola racchiude tutti gli ingredienti della nera: una donna dalla vita drammatica e difficilissima che si trasforma in un’assassina, ancora oggi non si sa bene se per follia o per interesse. Una alla volta uccide tre amiche, poi le fa a pezzi e ne cuoce i resti in un pentolone, ricavandone saponette e candele, tra improbabili riti satanici e complici misteriosi. Ogni fase del dibattimento era offerto ai lettori come un giallo a puntate. Per gli editori si rivelò una scelta azzeccatissima a giudicare dagli enormi incrementi delle vendite dei giornali”.

Nascita della repubblica

Il processo si apre a Reggio Emilia il 12 giugno 1946, a pochi giorni dal referendum che ha sancito il passaggio del paese dalla monarchia alla repubblica. Alla sbarra degli imputati, la Cianciulli e il figlio Giuseppe, accusato di complicità negli assassinii delle tre donne. Il Pubblico Ministero è Giulio Laurens. Nevio Magnarini e Giulio Fornaciari difendono quella che per tutti è già la Saponificatrice di Correggio. Piero Fornaciari, Alberto Ferioli e Bartolo Bottazzi gli avvocati delle parti civili. Alessandro Cucchi e Raul Comini, invece, gli avvocati di Giuseppe.

Il caso attira subito l’interesse dei lettori. Il fatto che l’assassina sia una donna, solletica ancora di più la morbosità del pubblico. Scrive il “Nuovo Corriere della Sera” l’11 giugno 1946: “La Cianciulli viene ad aumentare il numero delle donne di cui purtroppo abbondano le cronache criminali per occuparvi un posto di primo piano. Della criminalità femminile essa rivela i caratteri principali: il cinismo, la crudeltà, la depravazione, caratteri che più raramente si riscontrano nella criminalità maschile, meno intensa e meno perversa”.

Ercole Moggi, inviato della Stampa, scrive anche per il Carlino

Dal canto suo, La Nuova Stampa invia sul posto uno dei suoi cronisti più brillanti ed esperti, Ercole Moggi, ferrarese d’origine e torinese d’adozione. Sarà lui per tutti i due mesi della durata del processo a raccontarlo non solo ai lettori torinesi, ma anche sulle pagine de Il Resto del Carlino, lo storico quotidiano bolognese. Che però, dalla fine della guerra – il suo ultimo direttore Giorgio Pini condannato per il passato da dirigente della Repubblica di Salò – prende il nome di “Corriere dell’Emilia” conservandolo fino al 4 novembre 1953, quando tornerà ad assumere il vecchio.

Le cronache di Moggi, a rileggerle anche oggi, sono spettacolari. Capaci di rendere tutta la drammaticità di una vicenda terribile e, al tempo stesso, di cogliere l’involontaria ironia e la palese assurdità di certe dichiarazioni e situazioni verificatesi durante il processo, così come di raccontare l’Italia appena uscita dall’esperienza bellica e ancora preda dei pesanti strascichi della guerra civile.

Ferrara, Reggio e Bologna: il triangolo della morte

La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L'articolo di taglio basso a sinistra titola: "Con le armi dell'Emilia si può fare un arsenale"
La prima pagina de La nuova Stampa di venerdì 8 novembre 1946. L’articolo di taglio basso a sinistra titola: “Con le armi dell’Emilia si può fare un arsenale”

Occorre infatti tener presente il quadro complessivo della situazione del dopoguerra lungo l’asse che congiunge Reggio, Modena e Bologna con Ferrara, che proprio il Giornale dell’Emilia per la prima volta in un articolo del 26 maggio 1946 denominerà ‘triangolo della morte’. «Un triangolo tracciato col sangue» di ex fascisti e cattolici, la cui responsabilità viene attribuita ai partigiani comunisti. Come riportato da una relazione – senza data, ma successiva alla proclamazione della Repubblica – compilata dalla “Divisione Affari generali e riservati” della Direzione generale di Pubblica Sicurezza nel Ministero dell’Interno, per l’Emilia si parla di una “situazione esplosiva con rappresaglie sanguinose, pressoché cessate nelle altre regioni, anche verso chi era semplicemente sospettato di essersi compromesso col precedente regime. Tra le vittime anche donne e bambini. Categoria particolarmente presa di mira era quella dei sacerdoti accusati di tendenze fasciste solo perché contrari al comunismo per motivi di ordine morale e religioso”.

Preoccupa anche la delinquenza comune: sono infatti insicure non solo la via Emilia e le altre strade di grande comunicazione nelle quali vengono regolarmente commesse rapine e omicidi, ma anche le città. Si verifica pure il caso di “interi paesi rimasti per molte ore in mano di malviventi che vi avevano commesso – riporta sempre la relazione – efferatezze di ogni genere”.

“La fosca criminalità della Cianciulli”

fosca criminalitaEd è proprio a questa situazione drammatica a cui fa riferimento Ercole Moggi nell’attacco della sua prima corrispondenza da Reggio Emilia, giovedì 13 giugno 1946, in un lungo pezzo dal titolo: “La fosca criminalità della Cianciulli documentata nella prima udienza del processo”.

“Nonostante gravi fattacci di cronaca siano nel reggiano purtroppo all’ordine (o al disordine) del giorno, l’interessamento e l’avida curiosità della popolazione di questa operosa cittadina, sono oggi concentrati su un solo soggetto, su questa Petiot in gonnella, che il popolino chiama anche strega o peggio, secondo i personali giudizi. C’è una morbosa sete di vederla e sentirla: vedere quella faccia che taluni hanno descritto torva e altri insignificante, e sentire ciò che racconterà dei suoi delitti e con quale accento. Ad acuire la curiosità intanto si conferma che in carcere la strega ha tentato di suicidarsi ingoiando alcuni chiodi e cocci di vetro. Questo stomaco di criminale ha digerito chiodi e vetri, e allora tentò di impiccarsi lacerando a strisce una coperta. Ma tutto si ridusse a un danno della Amministrazione carceraria. (…)”

“L’aula della Corte è una delle più belle e più vaste dei palazzi di giustizia. Il pubblico l’ha invasa. Gli imputati, madre e figlio, hanno preso posto nella gabbia di buon’ora. Leonarda Cianciulli, di 55 anni, è di statura al di sotto della media (…) Dalla fronte bassa spiccano due occhi neri, furbeschi talvolta o allucinati, che essa volge in giro come per ambientarsi. Sul labbro superiore mostra una peluria che le dà un’aria di un maschio. Eppure ha avuto ai suoi tempi qualche distrazione sentimentale e poi 17 figli, dei quali soltanto 4 viventi. Non sappiamo se abbia avuto dal regime elogi o un premio durante la battaglia demografica…”

Leonarda Cianciulli nel corso del processo.
Leonarda Cianciulli nel corso del processo.

“Sono una grande italiana”

“Ha mani piccole – continua a scrivere Moggi – ma devono essere robuste se maneggiò nei suoi crimini una grossa scure da spaccalegna e una pesante mazza da marmista. (…) Il Presidente spiega ai giudici popolari le imputazioni mosse alla Cianciulli, cioè di aver ucciso Faustina Setti, Francesca Soavi, maestra d’asilo e Virginia Cacioppo Bassi (in realtà il cognome riportato da Moggi è errato, la Cacioppo è vedova Fanti. Ndr), ex artista lirico, sbarazzandosi dei cadaveri saponificandoli in un calderone preso a prestito da un’amica col pretesto di fare molto sapone. (…) Ora è la volta dell’imputata che dichiara: «Non sono una donna colpevole. Non desidero che mio figlio assista al mio interrogatorio. (…) Racconterò tutto quello che volete; condannatemi anche, però mio figlio è innocente e non voglio che mi ascolti»”. (…)

“«Non sono una colpevole, non ho rubato per lucro. Tutta Correggio ha avuto in regalo da me dei dolci. Sono una grande italiana (ilarità del pubblico) una madre prolifica. Avevo bisogno di danaro per farne dono agli dei, per rendere mio figlio invulnerabile, avendo letto nell’Eneide che Achille era stato reso invulnerabile dai sacrifici resi agli dei da sua madre». (…) Sul conto di questa vittima (si parla della Soavi. Ndr) ha raccontato: «Era una mia cara amica ed era ammalata per un cancro a una mano. Una voce interna mi suggeriva: ammazzala e guarirà. Allora l’abbattei con la scure». (…) L’imputata prosegue: «Soltanto io e Dio possiamo sapere quel che è successo. Dopo due giorni misi la mia amica a pezzi nella caldaia a bollire nella soda caustica. Quando vedevo la carne sciogliersi, esultavo. Io mescolavo il liquido e ci toglievo con un mestolo la schiuma, con la quale ci facevo la cera. Quel mestolo di rame l’ho donato alla Patria» (commenti ostili del pubblico)”.

“Credo nella resurrezione della carne”

scure abbatte la cacioppoIl dibattimento prosegue il giorno dopo con la ricostruzione da parte della Cianciulli dell’assassinio dell’ultima sua vittima. Nell’edizione di venerdì 14 giugno così titola il “Giornale dell’Emilia”: “La scure abbatte la Cacioppo”.

“La saponificatrice la quale si presenta tranquilla, accurata nella persona e nella capigliatura a riccioli, anche oggi vuol parlare senza la presenza del figlio il quale, poverino, non avrebbe nulla da apprendere dalla sua genitrice, anche ammesso che non le abbia tenuto mano, come sostiene l’accusa, o fosse totalmente all’oscuro delle operazioni necroscopiche che tra la cucina e lo stanzino del lavabo si compivano in casa sua. E chissà che non abbia mangiato di quella marmellata che la provvida donna preparava col sangue delle vittime e dava a degustare, nella sua vantata prodigalità, alle amiche di casa. Poiché quasi come un refrain ella non fa che ripetere di aver sempre fatto dono a tutti di tortine, di ciambelle preparate con le sue mani. Il pubblico è tornato in questa seconda udienza più numeroso, e poiché la vasta sala non è sufficiente, a molta gente basta semplicemente di vedere la saponificatrice e le fa ala quando dopo l’udienza costei scende le scale, poiché la Corte è al primo piano, per avviarsi, protetta da un nucleo di carabinieri, due volte al giorno alle carceri. Una volta queste erano in comunicazione col Palazzo di Giustizia ed era una bella comodità di famiglia, ma i bombardamenti hanno devastato questa via di comunicazione tra il luogo dove si distribuiscono le pene e dove si espiano”. (…)

cianciulli2

“Colla solita parlantina, col suo agitare delle mani per dare più forza alle sue risposte, l’imputata ripete che non ha mai chiesto denaro alle sue vittime. Glielo ha tolto; ma con tono di semplicità osserva che denaro e gioielli li ha avuti in deposito. Il denaro l’avrebbe restituito dopo la loro ‘resurrezione’. (…) «Credo nella resurrezione della carne». Ma la resurrezione, secondo la Cianciulli, sarebbe stata effettuata da un processo chimico e meccanico insieme (…). Infatti dichiarava al Presidente: «Se io riuscivo a farle resuscitare, avrei rivoluzionato il mondo. Sarei diventata ricca, io e le mie vittime». Se il Presidente le fa qualche contestazione o chiede spiegazioni, la scaltra donna esclama con tono dispiaciuto: – Non mi ricordo quel che precisamente mi è successo. Posso dirle che una forza oscura, il mio Destino, mi trascinava. Sentivo una forza ignota e misteriosa che mi afferrava il braccio. Già – commenta il Presidente che non crede a siffatti sortilegi – il braccio di muoveva e giù un colpo di scure sulla nuca”.

In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione

deposizioni schiacciantiIl 15 giugno è il giorno della deposizione di una ex domestica, Nella Barigazzi, secondo la quale, riporta Ercole Moggi nel lungo articolo intitolato “Deposizioni schiaccianti contro la Cianciulli e il figlio”, “la Cianciulli lavorava con metodo. Quando le vittime entravano in casa, la tragica caldaia con la soda caustica era già pronta. (…) Il pubblico che oggi nella sala era veramente straboccante si affolla lungo le scale e l’atrio per assistere al passaggio dei due imputati che passano imperterriti, come al solito, fra due ali di curiosi non certo osannanti. Prima di andarcene abbiamo modo di dare una scorsa ai voluminosi incartamenti dell’Istruttoria e leggiamo due precedenti giudiziari della Cianciulli. Con sentenza del tribunale di Lagonegro confermata dalla Corte d’appello di Potenza il 9 giugno 1927 veniva condannata a dieci mesi di reclusione per truffa continuata. Dice la sentenza che l’imputata, «con un diabolico disegno», si era impossessata di due libretti di risparmio di una povera donna cui sottrasse pure biancheria, generi alimentari e grano fino a costringerla a vendere un asino, il cui importo la Cianciulli si trattenne. In sostanza l’aveva spolpata. Non giunse però alla scarnificazione (…)”.

Entra in azione una macchina da presa cinematografica

regalo la scureIl processo conosce una breve pausa di qualche giorno e riprende il 21 giugno, come viene riportato il 22 nell’articolo “La Cianciulli regalò la scure quando ebbe finito di servirsene”. Il pezzo riporta un paio di episodi, del tutto ininfluenti su quello che sarà il prosieguo del dibattimento, ma che rappresentano un gustoso quadretto, per una volta non così drammatico, dell’Italia del dopoguerra.

“Si è molto parlato nei passati giorni dell’eventualità di un clamoroso colpo di scena che avrebbe forse aumentato il numero degli occupanti la gran gabbia della Corte d’Assise. Niente di fatto per ora, ma tuttavia qualcosa di nuovo c’è. Nella gabbia troviamo, oltre la Cianciulli e il figlio, una terza persona. «Chi è?» si domanda la folla. S’è scovato un complice? Lo sconosciuto che siede accanto al giovane Pansardi con aria visibilmente ritrosa è un semplice teste del processo, tale Luigi Bassi, detenuto in espiazione di una condanna a quattro anni di reclusione per collaborazionismo coi nazifascisti. Insignificante è stata la sua deposizione che fu resa nel solito emiciclo dei testi. (…) Il teste, licenziato, nell’accomiatarsi dalla Corte si è irrigidito – con nostalgie d’un tempo che fu! – nel saluto romano. Il pubblico scoppia in una clamorosa risata. Ridono i giurati, gli avvocati, i carabinieri. (…) Nel pomeriggio sono stati escussi altri testi su circostanze già note. Nella udienza l’aula è stata sotto il fuoco degli obiettivi dei fotografi e oggi è entrata in azione una macchina da presa cinematografica con speciali impianti di luce. Madre e figlio sembrano lusingati da questo apparato (…)”.

Sospetti e pettegolezzi impediscono alla Cianciulli di operare per la resurrezione della Cacioppo

colpo di pazziaIl 23 giugno, domenica, il “Giornale dell’Emilia” pubblica un nuovo pezzo sulla seduta del giorno precedente. Titolo: “Un colpo di pazzia della Cianciulli”. Il sommario riporta una dichiarazione della saponificatrice: “Non riuscii a rifare la Cacioppo per colpa dei pettegolezzi e dei sospetti”.

“Tutti attendono il cosiddetto ‘fatto nuovo’ al processo della Cianciulli. Si spera in qualche lucido intervallo della saponificatrice perché riveli come effettivamente consumò i suoi delitti e chi l’aiutò nel processo di saponificazione dei cadaveri. Settanta chili pesava la povera Soavi ed i 70 chili dovettero essere posti da questa donnetta criminale, dalle mani delicate, nella caldaia famigerata. Il metodo illustrato dalla Cianciulli non convince. Essa ha dichiarato al presidente di essere pronta a dimostrare che in venti minuti può uccidere e squartare una persona; l’eccellentissimo magistrato ha naturalmente lasciato cadere la proposta. (…) Tutte e tre le vittime, prima di partire da Correggio (ed effettivamente per l’altro mondo) salutavano parenti ed amiche, insomma parlavano con amiche e, cosa strana, mantennero un chiuso riserbo circa la loro futura residenza e sistemazione”.

riprodursi in udienza

“La Cianciulli, evidentemente, le aveva ben istruite e suggestionate, sicché, dopo la loro sparizione, le ricerche dell’autorità vagarono senza alcun punto di riferimento né si riusciva a sospettare dove fossero finite le disgraziate. Nessuno immaginava che si fossero dissolte nella macabra caldaia? Lo si seppe perché lo confessò la stessa Cianciulli subito dopo il suo arresto. (…) La Cianciulli, condotta davanti al Presidente dice, fra la grande attenzione del pubblico: «Io lo avevo detto alla teste (Lucia Ferrari, amica della Cacioppo che poco prima ha testimoniato in aula. Ndr): per Natale la sua povera amica sarà di ritorno. Poi avvennero tutti i pettegolezzi, i sospetti che sappiamo e che mi turbavano; quando mi recavo a rimestare nel paiolo cercando di rifare la Cacioppo, non riuscivo a nulla. Ma la colpa non è mia, ma di quelle pettegole, è tutta di quella peste di gente che me lo ha impedito! Sono loro che non mi hanno lasciato ricostruire la Cacioppo». Il Presidente rimanda al suo posto l’imputata”.

“Sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, ma mio figlio è innocente”

Il processo prosegue il 25, il 26, il 27, 28 e 29 giugno. Poi luglio. Saranno in totale 15 le udienze prima della sentenza. La Cianciulli è rea confessa e per lei non si tratta che stabilire l’entità della pena che varierà a seconda che le venga riconosciuta l’assoluta infermità mentale, come chiede la difesa forte anche della perizia dello psichiatra direttore del manicomio di Aversa, Professor Filippo Saporito, o che invece prevalga la tesi del Pm, Giulio Laurens, che vede nell’interesse il movente principale delle azioni criminali della saponificatrice: “non intendo negare – dichiarerà nell’arringa finale – che la mente dell’imputata sia malata: quale persona sana avrebbe potuto compiere simili atrocità? Ciò che crediamo essere riusciti a provare è che nella sua follia questa orrenda donna agì con sorprendente lucidità. Ora vuole far credere di avere ucciso per salvare suo figlio, ma in realtà ha ucciso solo per denaro, il denaro delle sue povere, sfortunate vittime”.

Si tratta inoltre di stabilire l’eventuale complicità di Giuseppe, anch’egli alla sbarra insieme alla madre. Fin dalla sua confessione del 1941, la Cianciulli ha cercato di sottrarlo all’accusa assumendosi ogni responsabilità. La parte civile, rappresentata dall’avvocato Piero Fornaciari, ha cercato a più riprese di dimostrare invece la complicità di Peppuccio. Nell’udienza del 13 luglio, la Cianciulli sbotta: “«Tengo a dire che in questo processo, in cui io ho detto 99 bugie, la parte civile ne ha dette 1099. Io sono la sola colpevole; sono una svergognata, sono un’assassina, sono la saponificatrice di Correggio, la fabbricatrice di cera, ferro e gas. Mio figlio è innocente, è un martire». (…) Minaccia quindi di saltare dalla gabbia e di avventarsi contro l’avvocato. «Diverrei una leonessa come sono sempre stata; salterei da questa gabbia e sbranerei chi accusa mio figlio qui davanti a voi». Il pubblico le grida: «Assassina, delinquente, lazzarona». La donna non si smonta; anzi si indirizza nuovamente all’avvocato Fornaciari compiendo con le mani un espressivo gesto, come di tirare il collo a un pennuto”.

la condanna

Arriva la condanna: 30 anni per la Cianciulli

Si arriva all’epilogo. Il 17 e 18 luglio si tengono le arringhe finali. La Pubblica Accusa chiede una condanna di ventiquattro anni per Giuseppe, l’ergastolo per la madre. Ripete che il fine di lucro della Cianciulli è la prova provata che non è pazza. Che la sua determinazione, la sua freddezza, sono altre prove. Dal canto suo l’avvocato dell’accusata, Giulio Fornaciari chiede invece che sia dichiarata pazza e rinchiusa in manicomio. Comini, uno degli avvocati del figlio, chiede l’assoluzione di Peppuccio e, qualora non venga accolta la richiesta, che sia concesso alla madre di fare l’esperimento più volte invocato – poter squartare una persona in aula in pochi minuti – per dimostrare che agì da sola.

Il 20 luglio arriva la sentenza. “La Cianciulli condannata a 30 anni e il figlio assolto per insufficienza di prove” titola il pezzo di Ercole Moggi. “Finalmente alle ore 13.15 – scrive – la Corte esce e nel profondo silenzio fattosi immediatamente nell’aula, il Presidente legge il dispositivo della sentenza con la quale, concessa alla Cianciulli la seminfermità mentale, essa viene condannata per i reati ascrittile a 30 anni di reclusione con le conseguenze di legge, disponendosi il di lei ricovero in manicomio per la durata minima di tre anni prima dell’inizio dell’espiazione della pena. Il Giuseppe Pansardi viene assolto per insufficienza di prove. Un applauso saluta la sentenza che pare abbia soddisfatto il folto pubblico, ivi compresi numerosi intellettuali e professionisti che avevano assiduamente assistito alle ultime battute dell’importante processo”.

L'abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe
L’abbraccio in aula tra Leonarda e Giuseppe

“Durante la lettura della sentenza la Cianciulli è rimasta impassibile, mentre il figlio appariva pallido e vivamente emozionato. Appresa l’assoluzione del figlio, la Cianciulli scatta improvvisamente in una clamorosa manifestazione di ringraziamento ai giudici, invocando perdono da Dio per i suoi misfatti e dal popolo di Correggio indulgenza e comprensione. Indi abbraccia lungamente il figlio e se lo stringe al seno con gesto teatrale, mentre il pubblico non si decide a sfollare dall’aula, impressionato dalla scena con la quale si chiude l’ultimo atto di questa singolare e mostruosa vicenda giudiziaria”.

 

Quaderno di un’anima amareggiata

Ercole Moggi continuerà a lungo a fare il suo mestiere di giornalista fino alla morte, ormai settantaquattrenne, nel 1952. Leonarda Cianciulli rimase rinchiusa fino al giorno del decesso, causato da un ictus, il 15 ottobre 1970. Aveva 76 anni. Nel corso della lunga detenzione cambiò molte carceri, per concludere i suoi giorni nel “Manicomio Giudiziario per Donne” di Pozzuoli. Nei primi anni ’40, durante il periodo trascorso nel manicomio di Aversa, ha scritto un memoriale di 748 pagine dattiloscritte intitolato “Quaderno di un’anima amareggiata”, secondo alcuni saggisti ispiratole dai suoi avvocati allo scopo di dimostrare la sua infermità mentale e ottenere così uno sconto di pena.

sanvitale_mastronardi“Centinaia e centinaia di pagine – riportano Vincenzo Maria Mastronardi e Fabio Sanvitale in quello che ad oggi è il miglior libro scritto sul caso, “Leonarda Cianciulli. La saponificatrice” (Armando editore) – di un linguaggio pseudo religioso; zeppo di esagerazioni, un continuo di disperazioni, spasimi, abbracci, entusiasmi, speranze in Dio. Una telenovela popolare a tinte fosche, dove la vita è un susseguirsi di dolore, ma lei è buona e lavoratrice. È tutto talmente romanzesco e fantasioso che si capisce come, dal 1946 ad oggi, chiunque si sia sentito autorizzato, raccontando la sua storia, a sparare grosso, ad aggiungere altre balle, a inventare dettagli inverosimili, invogliato, autorizzato dalle pagine della Cianciulli, tanto erano già enormi quelli che sparava lei. Ecco, mente in un modo così convincente ed affascinante che riesce difficile non restarne avvinti”. (Interessante anche il fatto che il libro di Mastronardi e Sanvitale smentisca alcune circostanze ritenute assodate sul caso Cianciulli: che la donna possa aver compiuto i delitti da sola, così come il fatto che dal grasso corporeo delle vittime abbia effettivamente fabbricato del sapone).

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là

Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941
Il civico 11 di Corso Cavour nel 1941

Quattro anni fa, la testata Reggionline ha brevemente intervistato il figlio di Alberta Fanti, noto medico a Correggio, Pier Vittorio Saccozzi. Nel ’60 la Cianciulli aveva inoltrato richiesta di grazia al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. “Io, erede unico, avrei dovuto firmarla – ha raccontato Saccozzi – Il sindaco Rodolfo Zanichelli (sindaco di Correggio dal 1951 al 1962. Ndr), persona proba e giusta, mi mandò a chiamare e mi disse tale e quale, ‘Per carite an ne firma mia, se no lì le la vin fora e nin masa di dagl’etri’ (Per carità, non firmi se no quella lì viene fuori e ne ammazza delle altre). E io non non firmai”.

A Correggio, il numero 11 di Corso Cavour è sempre là. A parte due vetrine aperte sulla facciata, il palazzo è lo stesso. L’appartamento del terzo piano, però, è stato ristrutturato dagli anni in cui era abitato dai Pansardi-Cianciulli. E’ stato diviso in tre appartamenti più piccoli e “chi ci abita, quando è arrivato, s’è sentito raccontare strane storie sulla cantina, quella dove i Pansardi tenevano le bottiglie di pomodoro e la bicicletta”.

Balle solidali

L’episodio è di quelli che spaventano. Alle 3,15 della notte tra lunedì 9 e martedì 10 novembre, il capannone adibito a fienile della Società Agricola Fratelli Chiletti di Albareto ha preso fuoco e in poche ore sono state ridotte in cenere 5mila balle di fieno del peso di 5 quintali l’una e 4mila balle di paglia, necessarie a sfamare più di 500 capi di bestiame. Come si può immaginare il danno è ingente: circa 450mila euro andati letteralmente in fumo e una spesa prevista di 800mila euro per abbattere, smaltire e ricostruire il capannone. Le cifre saranno solo in parte recuperate tramite la copertura assicurativa e gravano ora sulle spalle di due fratelli coraggiosi, Antonio e Gabriele, rispettivamente di 42 e 35 anni, che negli ultimi anni hanno investito denaro ed energie per ammodernare ed ampliare l’azienda agricola di famiglia. Un’attività che prosegue da generazioni, con 400 ettari coltivati a fieno e cereali necessari ad alimentare 300 vacche e 280 capi giovani da rimonta.

Nel 2009 l’idea di investire sul recupero delle tradizioni contadine e sulla filiera corta, avviando un piccolo caseificio per la vendita diretta, mentre solo nel 2014, con grande sforzo economico, erano stati ampliati gli spazi per la raccolta e lo stoccaggio del fieno e la sistemazione dei mezzi agricoli. Portati fortunatamente al sicuro, insieme a tutti gli animali, prima che le fiamme raggiungessero altri capannoni. Il modo in cui l’incendio è divampato sembra confermare l’origine dolosa del rogo e i carabinieri hanno aperto un’indagine. Difficile intuire se si tratta di un atto vandalico o di qualche forma di ritorsione; rimane il fatto che dall’oggi al domani i due fratelli e le loro famiglie si sono ritrovati senza poter nutrire il bestiame che garantisce loro la produzione dei 25 mila quintali di latte l’anno destinati alla realizzazione del Parmigiano Reggiano e in piccola parte alla produzione interna.

Hanno però subito trovato il sostegno di parenti e amici che, da Albareto a Soliera, da Carpi a Cavezzo, hanno attivato una catena di solidarietà lanciata attraverso il web con l’hashtag #Balle solidali e una pagina Facebook.

Diverse le possibilità per contribuire all’approvvigionamento di fieno e acquistare i prodotti del caseificio grazie anche alla collaborazione di alcune cooperative locali che si sono impegnate nella comunicazione e nella distribuzione su un territorio che copre quasi tutta la Provincia. “Abbiamo voluto metterci accanto a due giovani imprenditori che via via sono subentrati ai genitori nella conduzione dell’azienda, coadiuvati oggi da 10 dipendenti, investendo sul rispetto per l’ambiente e sulla qualità – chiariscono alcuni amici della famiglia -. Sono vittime di un gesto premeditato che ancora non trova spiegazioni”.

Sarà per questo che subito i social si sono mobilitati, nella speranza di avviare ancora una volta quel circolo virtuoso che da nord a sud ha permesso di sostenere diverse aziende colpite da questi atti, o sempre più spesso da calamità naturali, e che proprio grazie al web hanno ritrovato la forza e le risorse per rialzarsi.

chiletti

Come aiutare

  • donazione tramite bonifico intestato a “Balle solidali – Sosteniamo Soc. Agr. F.lli Chiletti” Codice Iban  IT26 J 05034 66720 000000101115
  • prodotti agricoli dell’azienda e ceste di Natale direttamente presso lo spaccio Chiletti in Via Albareto 792 – Albareto (Modena)
  • se sei anche tu un’azienda agricola e puoi donare qualche balla di fieno l’indirizzo dell’azienda agricola è Via Albareto 792 – Albareto (Modena)
  • se abiti a Soliera, Carpi o Cavezzo, da oggi fino al 23 dicembre 2015 puoi ordinare in azienda i tuoi prodotti preferiti e riceverli direttamente a casa. Chiama in azienda al numero 059 842315, prenota i tuoi prodotti ed entro pochi giorni con un ordine minimo di 20 euro li riceverai tutti a casa con pagamento alla consegna.

Fonte immagine di copertina: ModenaToday.

Quelli dei barconi

Un articolo del Daily news così scriveva in tempo non sospetti: “oggi abbiamo accettato l’idea che è giusto lasciar morire i profughi per scoraggiarli a partire, quanto ci metteremo ad accettare l’idea che è giusto ucciderli per scoraggiarli a partire?”.

La fine di Mare nostrum e l’assunzione da parte di Frontex di un operazione denominata prima “Frontex Plus” e quindi “Triton”, “rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani perché mette (con piena coscienza e deliberato consenso) gravemente a rischio la vita dei profughi e dei migranti, li espone a trattamenti inumani e degradanti aumentando il numero di giorni di navigazione senza alcun soccorso”. È questa la posizione di Giuseppe Piacenza, responsabile del servizio immigrazione della Comunità Papa Giovanni XXIII.

frtx1

All’indomani dell’ennesima strage nel mediterraneo, ricorda che “il presidente del consiglio Matteo Renzi aveva più volte dichiarato pubblicamente che Mare nostrum non sarebbe terminata sino a quando l’Europa non avesse assunto un’operazione di eguale portata. Così non è stato. Il 31 ottobre 2014 il ministro degli interni Alfano ha annunciato in conferenza stampa, visibile sul web, la fine dell’operazione tutta italiana, finanziata con 9 milioni di euro al mese, che pattugliava 24 ore su 24 tutto il mediterraneo centrale sino ai confini con le acque territoriali libiche e l’inizio di Triton, operazione europea gestita da Frontex, finanziata con circa 4 milioni di euro al mese e che si limita a pattugliare le acque territoriali a 30 miglia dalla costa.

“L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della Marina militare italiana, ha denunciato senza mezzi termini l’assurdità di tale decisione ed il costo elevatissimo che avrebbe causato in termini di vite umane perdute, chiedendo esplicitamente conto del perché l’Europa intera non riuscisse a coprire i costi che fino ad oggi erano stati coperti dall’Italia, uno stato membro per giunta in piena crisi economica – spiega Piacenza –. Non ha ricevuto alcuna risposta a dimostrazione della malafede che si nasconde dietro a questo provvedimento. Lo scopo di questa riduzione delle operazioni in mare è quello di rendere il più possibile difficile e pericoloso l’attraversamento del Mediterraneo che già oggi l’Unhcr ha definito la rotta marittima più mortale per i profughi e i migranti”.

 

E allora, che fare?
Non possiamo affrontare la questione dei profughi e dei migranti senza affrontare contestualmente la questione della vendita delle armi e delle guerre che con queste armi si combattono. Dall’Afghanistan fino all’Africa subsahariana le situazioni di violenza indiscriminata e generalizzata stanno causando centinaia di migliaia di vittime e milioni di profughi. La Siria prima dello scoppio della guerra era il quarto paese al mondo per l’accoglienza dei profughi, oggi milioni di Siriani vivono ammassati nei campi profughi ai confini della Turchia, del Libano e della Giordania e decine di migliaia di loro tentano pericolosissimi viaggi della speranza per raggiungere il nord Europa.

Chi sono “quelli che arrivano sui barconi”? E’ vero, come alcuni dicono, che ormai telefonano al largo delle coste per “farsi venire a prendere”?
Sono per il 60% profughi: Siriani, Eritrei, Somali, Afghani. Una parte invece è in fuga dalla povertà, come Nigeriani, Egiziani, Gambiani, Maliani. Ci sono molti cristiani che scappano dalle persecuzioni, si stima almeno il 20%. Telefonano per lanciare la richiesta di soccorso e segnalare attraverso il segnale GPS del telefono l’esatta posizione in mare, purtroppo molte volte i soccorsi arrivano in ritardo, e quella telefonata oltre ai cadaveri ripescati diventa l’unica prova dell’ennesima tragedia.

Paesi d'origine dei richiedenti asilo (Fonte: Eurostat
Paesi d’origine dei richiedenti asilo (Fonte: Eurostat)

C’è la tendenza a far coincidere rifugiato e immigrato. Non è opportuno operare dei distinguo? La legge italiana ci può aiutare a farlo o ci sono lacune in merito?
Noi insieme a tutte le altre associazioni, da Amnesty International a Save the Children, Caritas, Migrantes, Comunità di Sant’Egidio, stiamo insistendo per l’istituzione dei “canali umanitari”. In questo momento ad esempio è impossibile che a Siriani ed Eritrei non venga riconosciuta la Protezione internazionale per la gravità della situazione nei loro Paesi: allora perché la Comunità Europea non dichiara che i cittadini di queste nazioni possono imbarcarsi su voli di linea verso i paesi dell’Unione senza bisogno del visto e possano presentare domanda d’asilo in aeroporto? Così facendo si sottrarrebbero decine di migliaia di profughi ai mercanti di morte e ognuno di loro potrebbe presentare domanda d’asilo direttamente nel Paese in cui intende trasferirsi senza passara per forza dall’Italia.

Fonte immagine: Next Quotidiano
Fonte immagine: Next Quotidiano

Una comunità incapace di accogliere quali rischi corre a livello della sua identità?
La storia dell’immigrazione è antica come il mondo, anzi senza immigrazione probabilmente non ci sarebbe stata la Storia: basta sfogliare qualsiasi libro scolastico per rendersi conto del continuo spostamento di popolazioni da un luogo all’altro del Pianeta e di come questo abbia favorito il propagarsi delle conoscenze tecnico scientifiche, dell’arte, della letteratura, della musica. Oggi poi, in un mondo in cui con un semplice click si possono spostare miliardi di euro da un capo all’altro del pianeta, pensare che gli unici a non avere diritto di spostarsi siano le persone che cercano di sfuggire alla morte è semplicemente assurdo.

E’ possibile contrastare questo fenomeno senza intervenire, responsabilmente, per la stabilità e la crescita dei paesi di provenienza dei migranti?
No, non è possibile, però bisogna intervenire in modi completamente diversi da come abbiamo fatto fino ad oggi, perché paradossalmente i paesi oggi più instabili, dove regna una violenza incontrollata, sono proprio quelli in cui siamo intervenuti noi occidentali: Afghanistan, Iraq e Libia.

Immagine di copertina: una bimba senza vita (fonte: Avvenire).

L’arte di imparare ad imparare

Maria Montessori diceva che “se si è imparato ad imparare allora si è fatti per imparare” e che “quando la mano si perfeziona in un lavoro scelto spontaneamente, e nasce la volontà di riuscire, di superare un ostacolo, la coscienza si arricchisce di qualcosa di ben diverso da una semplice cognizione: è la coscienza del proprio valore”.

Il metodo educativo che porta il suo nome incoraggia l’incontro e il rapporto dell’essere umano e in particolare del bambino con la natura e tramite l’educazione cosmica, si apprende che tutti gli esseri viventi sono in forte connessione tra loro, incoraggiando il bambino al rispetto e alla solidarietà verso ciò che lo circonda.

maria-montessori“L’idea è quella di portare un cambiamento a partire dall’educazione: sognavamo una scuola dove i bambini fossero liberi di muoversi e di scegliere, dove fosse valorizzata la diversità e promossi l’autonomia e il senso critico, dove fosse possibile lavorare cooperando con gli altri bambini: una scuola senza giudizi , né voti, né premi, né punizioni, né competizione. E così a Carpi abbiamo creato questa associazione – spiega la presidente Angela Gozzi, mamma di tre bimbi che lavora nell’ambito della disabilità – Crediamo che la scuola sia, dopo il contesto familiare, un luogo di crescita importante non solo da un punto di vista cognitivo ma anche di sviluppo personale sotto molteplici punti di vista: relazionale, dell’autonomia, di riconoscimento e crescita delle proprie capacità individuali. Un luogo dove sperimentarsi e coltivare l’innato desiderio di apprendere in un clima di cooperazione, rispetto e valorizzazione della diversità”.

montessori2Nel 2011 un gruppo di genitori, educatori ed insegnanti accomunati dalla volontà di promuovere e divulgare l’approccio educativo di Maria Montessori sia a livello familiare che scolastico, decidono di unirsi e lavorare a questo progetto educativo. Attualmente, a livello regionale (Bologna, Modena, Parma) sta nascendo una rete fra tutte le realtà associative simili a Scuola amica dei bambini.

“La prima volta che abbiamo provato a spiegare ad un dirigente scolastico che ci aveva chiesto in cosa consisteva il metodo Montessori, che esso prevede la libera scelta del bambino in ogni attività a cui si approccia, all’udire queste parole stava per cadere dalla sedia!” sorride Angela.

Il metodo Montessori in realtà non è un metodo ma un “aiuto alla vita”: Maria Montessori, medico e scienziata, osservando e lavorando con i bambini capì una cosa rivoluzionaria ovvero che se inserito in un ambiente adatto, cioè dotato di materiali scientifici sensoriali, il bambino può scegliere liberamente all’interno di queste proposte e l’apprendimento avviene in modo naturale.

scuolaamica

I materiali scientifici sensoriali sono stati studiati e costruiti dalla Montessori e permettono di “concretizzare i concetti astratti”: coinvolgono più sensi e prevedono l’autocorrezione consentendo al bambino di apprendere in modo autonomo – spiega Gozzi – In questi anni, l’associazione ha attivato alcune sperimentazioni: a Carpi, dal 2012, nella scuola pubblica primaria di Santa Croce (4 classi) e nella scuola privata dell’infanzia Mary Poppins (due classi); a Modena, dal 2014, nella scuola pubblica primaria di Cittanova e nella scuola privata dell’infanzia a Cittanova.

I docenti delle rispettive sperimentazioni si stanno formando al Corso di Differenziazione Didattica Montessori che si sta svolgendo a Carpi e che termina a luglio 2015 e auspichiamo che nel tempo tutto questo porti alla nascita di vere e proprie scuole Montessori”.

Questo filmato mostra una “scuola dei bambini” ispirata ai principi montessoriani. Le immagini sono accompagnate da un commento che si avvale delle parole di Maria Montessori.

L’Italia che si consuma

aironi_cicogne_ (1)Otto metri quadrati al secondo di suolo consumato, ogni giorno, ogni notte. Si stima che dal 1950 al 2012 in Italia si siano persi 22mila chilometri quadrati di territorio naturale.

La definizione di consumo di suolo è molto semplice: è quando si passa da uno spazio ambientale non artificiale (naturale, seminaturale, agricolo) a uno artificiale, ovvero edifici, capannoni, infrastrutture, strade, città. E’ un fenomeno che in Italia è costantemente in crescita a partire dagli anni ’50 ad oggi.

Nel rapporto 2014 dell’ISPRA dedicato al Consumo del suolo si nota come, mentre nelle regioni del Nord-Ovest si assiste a una fase di rallentamento, in Emilia-Romagna si mantiene elevato il tasso di consumo di suolo. Negli anni ’50, quando l’Italia diventa sempre meno contadina e prende il volo il processo di industrializzazione e urbanizzazione, il Centro e il Sud hanno percentuali di suolo consumato simili a quelli del Nord. Ma poi, mentre altrove segue un rallentamento, nella pianura padano-veneta la crescita continua. E non si ferma.

Sempre secondo i dati ISPRA nel 2012 le percentuali più elevate si segnalano in Lombardia e Veneto, e subito dopo in Emilia-Romagna. Se atterrate in queste zone con un aereo durante il giorno avrete sotto gli occhi la situazione e la definizione di “consumo di suolo” vi apparirà molto chiara.

La campagna come la conoscevamo (o come l’hanno conosciuta i nostri nonni) non esiste quasi più. E’ ristretta ormai in piccoli poligoni verdi in mezzo a un’intricata rete di strade, capannoni, aree industriali, ponti, frazioni, misteriosi centri abitati scollegati da tutto il resto (il fenomeno conosciuto come “dispersione urbana”, un’unica infinita città).

Un esempio significativo è l’oasi Lipu di Torrile, un’immagine paradossale che parla da sola. Un’oasi vera e propria, con 300 specie diverse di uccelli, confinante con un’area industriale. E là vicino c’è anche uno dei più grandi depositi auto d’Italia (vedi l’articolo Tonnellate di lamiera in dolce attesa).

torrile

In Emilia sono migliaia gli ettari di suolo agricolo consumati a causa dell’espansione urbana e dalla costruzione di infrastrutture, che da sole ricoprono l’80% del territorio non-naturale, cioè la parte di suolo coperta dall’uomo. Nel 2010 è uscito un bel documentario dal titolo “Il suolo minacciato” dedicato proprio al consumo di suolo nella cosiddetta “food valley” padana, dove i vigneti confinano spesso con capannoni (a volte abbandonati) e aree industriali.

Il consumo del suolo è anche un dato indicativo sull’uso dissennato del territorio italiano che porta, oltre alla distruzione dell’ambiente, del paesaggio e al peggioramento della qualità di vita di chi ci abita, alle note conseguenze disastrose del dissesto idrogeologico, e dunque anche alla perdita di vite umane.

“L’Italia da anni paga un costo molto pesante in termini di perdite di vite umane, danni ai beni culturali, a case ed a infrastrutture” ha dichiarato Gian Vito Graziano, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Oggi le aree con la maggiore esposizione al rischio idrogeologico sono quelle metropolitane, densamente abitate. Il nostro Paese per il continuo ripetersi di eventi causati da 30 anni di malgoverno del territorio, rischia un ulteriore grave danno d’immagine soprattutto nell’anno in cui ospita l’EXPO e diventa vetrina mondiale”.

Vedi anche: Dissesto, l’Italia che si disfa

In officina, a costruire solidarietà

Si aggirano tra gli stand incuriositi e silenziosi, parlano poco, guardano e ascoltano molto. Non è facile spiegare il volontariato a ragazzi delle scuole medie e superiori. In realtà non è facile spiegarlo, e basta. Il volontariato è materia del fare “aggratis”, dello sporcarsi le mani sul campo, non la troviamo nei libri di scuola, non prevede interrogazioni, non è obbligatoria. E’ una materia viva, come il diritto, non c’è un’età precisa per praticarla. Si impara, tanto, frequentando la società

Fino al 9 febbraio al Foro Boario di Modena oltre 1300 studenti per un totale di 58 classi coinvolte tra scuole medie e superiori della città, sperimentano il volontariato partecipando all’undicesima edizione de “Le officine della solidarietà”, un grande laboratorio di idee curato da volontari di diverse associazioni locali con il supporto del Centro di Servizio per il Volontariato di Modena, all’interno del quale i ragazzi possono entrare in contatto con il mondo del volontariato e del terzo settore (le associazioni coinvolte in questa edizione 2015 sono Acat, Admo, Aido, Amafuoridalbuio, Amnesty International, Arcigay, Asa 97, Aseop, Auser, Avis, Bambini nel Deserto, A.V.O., AVPA Croce Blu, Emergency, CSI Modena Volontariato, Carcere Città, G.P. Vecchi, Gruppo Comunale Protezione Civile, G.V.C., Insieme a Noi, Insieme in quartiere x la Città, Kabara Lagdaf, Lav, Porta Aperta, Porta Aperta al carcere, Ridere per Vivere, Unione Italiana ciechi e degli ipovedenti, UISP).

csv1

In una recente indagine che fornisce la fotografia del volontariato italiano, realizzata da Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione, si afferma che a livello nazionale gli studenti sono i più impegnati nel volontariato (9,5%)  mentre i volontari occupati si attestano al 9,1%. I dati dimostrano anche come il titolo di studio più diffuso fra chi fa volontariato sia la laurea (13,6%).

Siccome la solidarietà non si impara, si costruisce, in questa iniziativa che nel corso delle varie edizioni registra ogni anno una maggiore partecipazione, gli studenti visitano i “reparti” delle Officine e attraverso laboratori, giochi e attività teatrali toccano con mano le varie attività di cui si occupano quotidianamente le associazioni di volontariato: dall’assistenza agli anziani al trasporto dei disabili, dall’organizzazione del dopo scuola alla raccolta di sangue, dall’impegno nelle campagne per i diritti umani fino alla protezione degli animali.

E così, ad esempio, entrando nello stand allestito dal centro di accoglienza Porta Aperta, impari che nella tua città ci sono persone che non hanno un tetto sopra la testa e un tavolo a cui sedersi per mangiare ma grazie a questa associazione trovano un pasto caldo tutti i giorni, una coperta e tanti altri servizi di prima necessità.

C’è anche una cella penitenziaria ad “accogliere” i ragazzi lungo il percorso, la cui ricostruzione è volta a far sperimentare agli studenti l’esperienza di detenzione volontaria nella cella, sottoponendoli ad una ritualità, pure non strettamente fedele al reale, che comunichi una modalità di fruizione di ciò che li attende.

csv2

Il lavoro più importante è quello che avviene in classe, dopo la visita alle Officine dove si fa solo il primo passo, mentre in classe si riflette, si rielabora, si condivide con i compagni e l’insegnante ciò che si è scoperto” spiega Gianni Ascari dell’Associazione Servizi per il Volontariato di Modena.

“Il volontariato dovrebbe essere una componente presente nel curriculum vitae di ognuno di noi, non solo degli studenti – ha affermato l’assessore all’Istruzione del Comune di Modena Gianpietro CavazzaIl volontariato è fondamento della nostra civiltà e si compone di gesti quotidiani di prossimità che contribuiscono a contrastare fenomeni importanti come il bullismo, sensibilizzando le nuove generazioni ai temi dell’integrazione, della solidarietà, della cittadinanza attiva”.

A questo proposito segnaliamo il video di sensibilizzazione cliccatissimo “We don’t care“, realizzato dall’associazione Agape composta da giovani modenesi che nei giorni scorsi ha lanciato in rete questo video per combattere il bullismo. Il video è girato per le vie del centro di Modena e il messaggio è chiaro: «Siamo tutti uguali, andiamo bene per come siamo»

Per conoscere quanto il Csv di Modena e le associazioni del territorio stanno facendo per avvicinare i giovani al mondo del volontariato, rimandiamo alla visione del documentario “Non contano solo i gigabyte”.

L’anticomunista organico al bene comune

“Era sempre diverso: questa è stata la sua fortuna e la sua sfortuna. Ha cominciato il revisionismo sulla storia partigiana. Le prime analisi sul territorio, sulla distribuzione del reddito, sulle diseguaglianze, quando non ne parlava nessuno. Il suo era un anticomunismo organico, ma con l’obbligo morale di cooperare con i comunisti per il bene della società. Era democristiano fino a un certo punto, ha avuto una vita politica intensa ma sempre fuori dai giochi. Un esempio di grandissima coerenza”.

Queste le parole di Romano Prodi per ricordare Ermanno Gorrieri a dieci anni dalla sua scomparsa. Uno dei tanti interventi contenuti all’interno del documentario – “In ricordo di Ermanno” – realizzato per commemorarne la figura dalla nipote Giulia Bondi, già coautrice del suo ultimo libro “Ritorno a Montefiorino”, insieme al figlio di Ermanno, Claudio.

Il racconto, narrato in ordine cronologico, si basa sull’intreccio tra dieci video testimonianze inedite sulla vita di Gorrieri (dal già citato Prodi a Pierlugi Castagnetti, da Luigi Paganelli alla sorella Giuliana) con interviste d’epoca allo stesso Gorrieri, stralci di trasmissioni televisive cui ha partecipato, video di eventi pubblici.

Intervista Romano Prodi

La voce narrante della nipote Giulia Bondi, giornalista, introduce i temi principali della sua ricca biografia, presentata attraverso immagini e documenti d’epoca: la famiglia di origine di Gorrieri, le sue foto da militare, i documenti falsi che utilizzava nel periodo del partigianato, le rare foto del periodo della guerra, alcune immagini della sua famiglia (la moglie e i sei figli), della prima esperienza sindacale (viaggi e formazione con la Cisl).

Ancora, materiale tratto dal fondo archivistico Gorrieri sulle sue diverse esperienze politiche: articoli sulla sinistra Dc, disegni e mappe che raccontano i progetti ideati e realizzati per il territorio (mappe per la programmazione dell’Emilia Romagna e della provincia di Modena), interventi di Gorrieri da deputato e consigliere regionale, volumi pubblicati (Prospettive modenesi, gli 8 volumi sulla programmazione regionale, le “giungle”), immagini ufficiali del Ministero del lavoro, titoli di articoli di giornale di e su Gorrieri nelle sue molteplici esperienze (referendum sul divorzio, studi sociali sull’uguaglianza, spaccatura della Dc negli anni Novanta, nascita dei Cristiano-Sociali, eccetera). Le ultime immagini riguardano le sue ultime due fatiche editoriali: Parti uguali fra disuguali e Ritorno a Montefiorino.

Intervista Luigi Paganelli

Nel ricostruire la biografia di Ermanno Gorrieri, il documentario attraversa alcuni dei temi principali della storia politica e sociale della seconda metà del Novecento in Italia e in Emilia-Romagna: la Resistenza, le lotte sociali e politiche del dopoguerra, la ricostruzione e lo sviluppo economico, la nascita delle Regioni, le proteste sindacali, il referendum sul divorzio, le trasformazioni sociali e culturali degli anni Ottanta, il sistema partitico italiano tra fine della “Guerra fredda” e Tangentopoli, l’affermarsi di una società sempre più individualista.

La figura di Gorrieri emerge con le sue caratteristiche di politico atipico, precursore di numerosi temi, anticomunista radicale ma profondamente e pienamente “di sinistra” sul piano delle battaglie sociali per l’uguaglianza, per le famiglie in condizioni di bisogno, per un’equa retribuzione del lavoro.

Il documentario (questo il trailer) realizzato da Giulia Bondi e Claudio Gorrieri, verrà presentato oggi a Palazzo Europa:

Invito IN RICORDO DI ERMANNO.indd

Nell’immagine di copertina: Ortisei, campi di formazione Cisl.

La notte in cui Natale fu davvero magico

A creare l’atmosfera giusta in quel Natale di cento anni fa, inizialmente furono le canzoni. Che uomini con lo stesso “identico umore, ma la divisa di un altro colore” intonavano assiepati nelle trincee già rese fangose dal primo inverno di guerra. Poi cominciò qualche timido scambio di auguri, urlato da una linea all’altra: quelle lunghe ferite nel terreno che potevano distare dai 100 ai 250 metri, ma in qualche caso arrivavano anche a 25. Bastava alzare un po’ la voce e ci si poteva parlare, fingendo che fosse un Natale normale, di quelli dove la gente si scambia auguri e regali e non festeggia a colpi di cannone. Infine qualche coraggioso uscì dal proprio buco dirigendosi verso la trincea nemica, ma con in mano qualche tavoletta di cioccolata, dei biscotti, il dolce arrivato da casa e la foto della propria ragazza, invece del fucile con la baionetta innestata. Poi ne seguì un altro, e un altro ancora, infine furono in centinaia. Inglesi e tedeschi soprattutto, che in quel dicembre del 1914 dimenticarono per un po’ la guerra santificando come potevano la festa. Fu organizzata anche qualche improvvisata partita di calcio, con i fucili piantati dentro il terreno a far da pali.

Fu un “cessate il fuoco” non ufficiale, mai dichiarato, anzi osteggiato dai comandi dei vari eserciti che vedevano come fumo negli occhi questa balzana idea di fraternizzare col nemico. Infatti, quella che è rimasta nella storia come la “tregua di Natale” in quel primo anno di guerra, fu severamente proibita l’anno successivo, anche se qualche episodio minore si ebbe nel 1915, mentre per il Natale del 1916, dopo le carneficine delle battaglie di Verdun e della Somme e il massiccio impiego di armi chimiche, l’iniziativa spontanea non si ripeté e ci si sparò addosso anche durante le feste natalizie.

A rievocare questo straordinario episodio attraverso parole e immagini sarà stasera a Mirandola alle ore 21 (Foyer del Teatro Nuovo, piazza Costituente) Luigi Costi, ex sindaco della città ma soprattutto appassionato studioso di storia. Un’occasione davvero speciale perché da noi non sono ancora cominciate le commemorazioni del primo conflitto mondiale che, come noto, vide l’entrata dell’Italia tra i belligeranti solo con la dichiarazione di guerra all’Impero austro-ungarico del 24 maggio 2015.

Il Piave mormorava
calmo a placido al passaggio
dei primi fanti, il ventiquattro maggio:
l’esercito marciava
per raggiunger la frontiera,
per far contro il nemico una barriera…

Per il resto d’Europa invece, l’anno del centenario è stato quello che sta per concludersi e sono state moltissime le iniziative editoriali di valore che hanno ricordato l’inizio di un’inferno durato quattro anni. Su tutte segnaliamo la pagina della BBC e il documentario interattivo – anche in italiano – del Guardian.

Anche se ad essere ricordato in futuro, forse, sarà soprattutto questo bellissimo video (oltre 15 milioni di visualizzazioni su YouTube) pubblicitario realizzato da Sainsbury’s, catena di supermercati britannici che racconta proprio la tregua del Natale 1914. Emozionante e girato benissimo, con lo spot che inizia con un soldato tedesco che canta “Stille Nacht”, la più famosa canzone natalizia, mentre dalla trincea opposta un soldato inglese risponde cantando “Silent night, Holy night”. E così tutto ebbe inizio.

 

Solo uno spot, d’accordo, ma che importa? Va bene ricordarlo così, oggi, quel macello che vide tra caduti militari e vittime civili tra i 16 e i 17 milioni di morti: attraverso uno dei suoi pochi episodi felici . Nei giornali italiani dell’epoca, per altro, non si trova traccia di quell’evento, tutti presi come eravamo nel preparaci a nostra volta alla pugna celebrando le imprese belliche altrui. Ecco ad esempio la prima pagina de La Stampa (immagine tratta dall’archivio storico del quotidiano di Torino) di quel 25 dicembre 1914.

0024_01_1914_0356_0001
E quella del 27 (anche allora, i giornali non uscivano il giorno di Santo Stefano):

0024_01_1914_0357_0001
Ancora più significativa questa pagina interna del 19 dicembre 1914, giorno in cui il Senato “prende le vacanze”, naturalmente, come recita il titolo del pezzo “Con l’augurio per la grandezza dell’Italia” che il governo guidato dal conservatore Antonio Salandra si aspettava potesse arrivare dall’intervento a fianco della Triplice Intesa (Francia, Russia e Gran Bretagna). Cosa che puntualmente avvenne l’anno successivo nonostante l’opposizione della maggioranza del Parlamento.

Da notare anche il pezzo intitolato “Entusiasmo patriottico” sottotitolato “i doveri della stampa”. Che già allora era particolarmente apprezzata se capace di stare al suo posto e non disturbare il manovratore: “Nell’ultima seduta del Senato un punto suggerisce qualche rilievo. Esso riguarda l’appello rivolto alla stampa dall’on. D’Andrea e dal Presidente dei Consiglio. Particolarmente le dichiarazioni del Presidente del Consiglio suggeriscono qualche considerazione. L’on. Salandra ha sottolineato l’inganno di cui i giornali sono talvolta vittime pubblicando notizie sensazionali insussistenti, oppure segreti militari, che non dovrebbero essere divulgati. Il Presidente del Consiglio ha attribuito a queste divulgazioni moventi finanziari, talvolta ignorati dagli stessi giornali, che, in buona fede, pubblicano notizie false e tendenziose“. E buon Natale.

0024_01_1914_0350_0005