Senza reddito e mi arrampico

“Work less, climb more”. Per qualcuno lavorare meno e arrampicarsi è un obiettivo per vivere più sereni nel 2013. Per 2.345 famiglie modenesi che dichiara reddito zero il nuovo anno sarà un arrampicarsi tra servizi sociali e sconti su tariffe.

 

Vivono in affitto o ospiti da amici o parenti. Dichiarano “reddito zero”. Non avendo un lavoro (o meglio uno stipendio in regola), possono contare solo su aiuti economici di conoscenti o enti caritativi. Per arrivare a fine mese, si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e beneficiano di sconti o riduzioni di tariffe e bollette. È la condizione di oltre 2.300 famiglie modenesi (circa l’1% delle famiglie complessive), metà delle quali con due o più figli a carico, come emerge dalle dichiarazioni Isee presentate in provincia di Modena. Il dato è del 2009 e riguarda complessivamente 47.161 nuclei familiari residenti nel nostro territorio, su un totale di 300 mila famiglie al 31 dicembre 2011 (nel 2009 erano 293.799).

Nonostante lo strumento sia impreciso e a livello nazionale si stia tentando di riformarlo, la dichiarazione Isee – che deve essere compilata da chi vuole ottenere agevolazioni su tasse e tariffe o chiede di accedere ai servizi sociali del proprio comune – è uno spaccato della condizione economica delle famiglie modenesi. Potremmo dire un’ulteriore conferma della situazione che si manifesta ai servizi di prima assistenza o agli sportelli delle Caritas cittadine. Anche lo scorso anno, infatti, come emerge dall’Osservatorio sulle povertà a Modena, ai centri di ascolto si sono rivolte 4.696 persone che hanno ottenuto un aiuto materiale (buoni pasto, vestiti, piccoli sussidi); altre 1.527 persone, attraverso un colloquio con gli operatori, sono state accompagnate nella ricerca di un’abitazione o di un lavoro. Di questi “utenti”, la metà è sposata e il 28% celibe o nubile; la maggior parte (39%) è in possesso della licenza media inferiore e il 18% di quella superiore; l’età media è di 35/44 anni e l’80% di loro risulta disoccupato. I poveri (sempre più italiani) vivono in una casa in affitto (45,6%) o in un domicilio di fortuna (26,3% dei casi).

Tornando alle dichiarazioni Isee compilate alla fine del 2009, un dato deve far riflettere: l’1% delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali (2.345) dichiara di non percepire alcun reddito; circa il 10% (6.923 nuclei familiari) dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro; circa il 12% (9.667 famiglie) ha una condizione economica inferiore ai 15 mila euro l’anno. Prendiamo in esame soltanto il primo caso (chi dichiara da zero a 10 mila euro di reddito): 1.680 famiglie hanno un solo figlio; 1.432 famiglie due figli; 1.349 famiglie hanno 3 figli; 1.433 ne hanno quattro; dichiarano cinque figli 654 nuclei; sei figli per 249 famiglie e per 256 si contano sette o più figli.

Come si può (soprav)vivere con circa 800 euro di reddito mensile? Come si fa, con questa cifra, ad arrivare a fine mese con due, tre o quattro figli a carico? Ribadiamo: i dati che si evincono dalle dichiarazioni Isee non possono essere esaustivi, ma indicano la condizione a cui sono costrette migliaia di famiglie anche in una terra da sempre considerata laboriosa e ricca. La fotografia del 2009 non può che essere peggiore a distanza di due anni. Nonostante diversi esponenti politici del precedente governo Berlusconi abbiano addirittura negato la gravità della crisi economica, l’Istat ha certificato il trend negativo: nel 2011 le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione; come emerge dall’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, il rischio povertà o di esclusione sociale nel nostro Paese sale al 29,9%, in particolare tra le famiglie numerose.

Modena già da mesi deve fare il conto con l’aumento della disoccupazione e dell’utilizzo della cassintegrazione; gli effetti del terremoto dello scorso maggio non potranno che peggiorare la situazione. “Work less, climb more”: lavorare meno e arrampicarsi di più, ha augurato ai propri iscritti per il 2013 la sezione di Perugia del Club Alpino Italiano (vedi foto). Per qualcuno è un obiettivo da raggiungere per essere più sereni e rilassati. Invece per sempre più famiglie “lavorare meno” è un dato di fatto; la conquista è quella di “arrampicarsi” tra i servizi sociali per ottenere un contributo.

Come se fosse la prima volta

Trent’anni fa un gruppo di giovani, partecipando a un corso di avviamento al giornalismo, ha dato vita a “Note Modenesi”. La rivista aveva una duplice finalità: realizzare un momento di pratica giornalistica ed essere uno strumento di aggiornamento e di formazione politica per chi seguiva l’attività culturale del Centro Francesco Luigi Ferrari.

Anche allora, a cavallo tra il 1982 e il 1983, si viveva un tempo di crisi, e in un suo editoriale Luigi Paganelli scriveva: «“Note Modenesi” tenta di diventare pian piano, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, occhio più disincantato e voce più chiara per capire e far capire meglio i problemi» che la provincia di Modena, e il resto del Paese, vivono.

In trent’anni, grazie all’impegno di tante persone, il Centro Ferrari attraverso l’attività di ricerca e approfondimento, ha continuato ad essere una voce critica della società, una critica non fine a se stessa ma aperta a nuove proposte. Crediamo che questa esperienza non vada trascurata, ma anzi ammodernata.

In occasione di questo felice trentennale abbiamo deciso di fare un altro passo avanti e di lanciarci nella nuova avventura multimediale. Lo facciamo consapevoli dell’importanza e dell’efficacia dei nuovi linguaggi – è emblematico che una delle più importanti riviste al mondo, il settimanale americano Newsweek, abbia deciso col nuovo anno di interrompere la versione cartacea per dedicarsi esclusivamente all’informazione on-line – ma anche delle difficoltà che il settore della comunicazione, in Italia e nella nostra regione, sta vivendo.

Il lettore che accetterà di percorrere questa nuova avventura assieme a noi, avrà modo giorno dopo giorno di orientarsi nella struttura che il sito di Note Modenesi assumerà. Gli articoli di approfondimento, i reportage e le interviste che vi proporremo, saranno il frutto di un lavoro collegiale fatto durante le riunioni di redazione. Abbiamo dedicato inoltre uno spazio (i blog) alle opinioni, un luogo di confronto, dialogo e partecipazione. Avremo un ampio spazio video, per dare evidenza a fatti, avvenimenti e persone che, per diversi motivi, non salgono agli onori della cronaca.

Per troppo tempo c’è chi ha pensato che si potesse raccogliere senza arare, seminare e coltivare il campo. Quello presente appare il momento più opportuno per la semina, correndo consapevolmente il rischio che saranno altri a beneficiare del raccolto. Dopo trent’anni è come se fosse ancora la prima volta.

Non sempre basta un clic

Il ruolo dei social network sta acquisendo sempre più importanza sul tavolo dell’informazione globale e i social media non sono più sottovalutati. Si può azzardare a dire che la democrazia è a portata di clic?

 

«Le campagne politiche ne tengono conto, le strategie di marketing aziendali ne tengono conto, le indagini di mercato ne tengono conto, l’economia ne tiene conto» spiega Riccardo Cavalieri, che dalla fine degli anni Novanta si occupa di consulenza informatica, sviluppo di applicazioni web e siti internet, collabora con il Comune di Modena per la diffusione delle nuove tecnologie ed è autore di diversi libri di informatica.

«In molti eventi di cronaca, come dimostrano i paesi colpiti dalla primavera araba o gli stessi disordini londinesi, i social media hanno giocato un ruolo importante e sono stati utilizzati dalle persone per influenzare in un modo o nell’altro l’origine e il cambiamento stesso degli eventi. Il fattore comune ai social media è la capacità di diffusione immediata e su larga scala dell’informazione. Questa diffusione porta nuova informazione, a volte perfino cambiamenti. Con ciò, non credo si possa parlare di democrazia a portata di clic, ma preferisco credere che siano nuovi strumenti, con un grande potenziale, che è necessario conoscere».

Questa è davvero democrazia o un banale palliativo per dar sfogo ai pensieri delle persone, facendo credere loro di essere ascoltate, capite, garantite nella loro libertà d’espressione? «Potere esprimere il proprio assenso o dissenso – continua Cavalieri – è apprezzabile, significa libertà d’espressione anche se però non ritengo questo concetto avvicinabile ad una idea compiuta di democrazia. La libertà d’espressione non è che uno dei tanti aspetti che formano la democrazia».

Il punto focale della questione, secondo l’esperto informatico, è se questa vera o presunta democrazia online possa influenzare lo stato reale. Quali sono i pro e i contro della democrazia telematica? «Oggi Internet è consultabile su Tablet, le news si leggono sugli Smartphone, e, a breve, immagino ogni casalinga far scorrere il dito su un quadretto digitale appeso al muro della cucina per consultare con un dito le ricette del giorno o i fatti di cronaca. Se la rete è quanto mai preziosa in consultazione, non bisogna dimenticarsi di essere anche lì cittadini attivi, producendo contenuti degni di valore e capaci di durare nel tempo».

Se la piazza si rivolta

Dal comitato No Tav al No Gas di Rivara, dal laboratorio Modenattiva ai comitati di quartiere, c’è un’esigenza di partecipazione che viene dal basso e, anche grazie alla forza dei nuovi media, si sta sviluppando nel nostro Paese.

«I comitati – spiega il professor Gregorio Arena, docente di diritto amministrativo all’Università di Trento e autore del libro Cittadini attivi – sono un’espressione concreta della democrazia partecipativa deliberativa che è diffusa in tutto il mondo e che affianca e integra la democrazia rappresentativa». Non la sostituisce ma la rafforza, la completa insomma: i comitati sono la punta dell’iceberg, la parte visibile di un fenomeno che, purtroppo, la politica tende sempre più spesso a leggere come una minaccia o un indebolimento del proprio potere.

«Invece queste forme partecipative – chiarisce Arena, che è anche fondatore e presidente del Laboratorio per la sussidiarietà (www.labsus. org), una rivista online che promuove la cittadinanza attiva, responsabile e solidale – non nascono come un’espressione di sfiducia verso gli amministratori della cosa pubblica, ma come volontà dei cittadini di prendere parte, appunto, alle decisioni che riguardano la collettività. È come se si dicesse a chi guida la comunità: “io ti ho eletto perché la amministri, ma su questa decisione, che ha un impatto forte sul futuro mio e dei miei figli, mi riprendo la delega”». Il cittadino chiede di essere coinvolto sulle decisioni che lo riguardano, il problema della politica, semmai, sta nel non aver capito che si tratta di una sana richiesta di partecipazione che non mette in discussione la legittimità della delega: «essa è riconosciuta per l’ordinario, ma per ciò che è straordinario occorrono passaggi ulteriori», precisa il docente. In Francia ad esempio esiste una legge sul “débat public” e una commissione che opera per applicarla, incaricata di vigilare sul rispetto della partecipazione: nessuna opera pubblica rilevante per l’ambiente e la vita della collettività viene eseguita senza una adeguata consultazione dei cittadini.

Il nostro sistema è fondato sulla delega, vista come un ‘qualcun altro si prenderà cura’, mentre invece servono “comunicazione, procedure, regole nuove”. Tanto più in questo contesto di forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini: anche questo squilibrio produce nelle comunità la necessità di trovare canali diversi da quelli della politica per far circolare le informazioni. Il web, e i social network in particolare, hanno favorito lo sviluppo dei comitati, da una parte creando luoghi di diffusione delle informazioni e di discussione, dall’altra fungendo da collegamento tra gruppi anche fisicamente distanti. “Eppure – precisa il docente – c’è anche un problema di controllo dell’informazione. Abbiamo potuto sperimentare come la scienza non sia neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che fa fatica a fidarsi”. E tende a cercarsi un po’ dove vuole le informazioni a sostegno della propria posizione.

«In Italia rileviamo la fatica, talvolta l’incapacità, da parte dei decisori pubblici di coinvolgere i cittadini di fronte alle opere pubbliche, ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati si ribellano». E così spesso capita che i comitati si formino dopo o durante l’esecuzione di un’opera rilevante per la comunità. «Non si può smettere di ascoltare le istanze che vengono dai cittadini, anzi, negli anni in cui un politico governa ha il dovere di ascoltare.

Questo – osserva Arena – non implica che poi si faccia come chiedono i cittadini, la sfida sta nel dimostrare la validità di certe decisioni. Anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono informare, perché è ovvio che la comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore o una via di comunicazione – va adeguatamente risarcita». Mancano dunque anche dei canali riconosciuti e riconoscibili per dialogare sul serio, per far intersecare i comitati e la politica prima che questo rapporto sfoci nella violenza. Accettare la fatica di coinvolgere oppure tenersi le piazze in rivolta: la scelta sta tutta lì ma la politica italiana sembra non averlo ancora compreso.