Chiavi per la ricerca della Bellezza a Modena, “città poetica”

“Credo che tutto nasca dalla fame e dalla necessità. Tu vieni al mondo, hai occhi per vedere, e la realtà impatta su di te con la sua forza; scrivi per cercare senso a quell’impatto, anche se provvisorio, sempre in fieri. Ma non puoi scrivere se non davanti a ciò che esiste, se anche solo in termini di visione”.

Mariadonata mi racconta che, secondo lei, ciò che rende oggi le persone lontane dalla poesia è la tendenza diffusa a rendere la parola poetica un rigurgito solipsistico.

assedio“E allora come può interessare all’altro? Questa è una questione che non riguarda solo chi “ha il pallino” della parola scritta: ha a che fare col nostro essere umani. Le parole sono sottoposte a un gravissimo processo di erosione. Non so ancora se avesse ragione san Tommaso quando diceva che “nomina sunt consequentia rerum”, o se le parole siano degli oggetti magici che hanno vita in sé. Ne “La strada” di Cormac Mc Carthy, in un mondo di catastrofe post-apocalittica, i due protagonisti, padre e figlio, trovano una latta di pesche sciroppate, e il figlio, prima di mangiarle, non sa cosa siano, né le sa nominare. Il linguaggio si restringe perché si restringe la nostra esperienza del mondo. “Per cambiare lingua, devi cambiare vita”, dice Derek Walcott. Io credo che – sostiene Villa, che oltre che di letteratura, in particolare di lingua inglese, si occupa di teatro, fotografia ed arti visive, esplorando il rapporto tra parola e immagine. La sua prima raccolta in volume, “L’assedio“, è stata pubblicata nel 2012 dall’editore Raffaelli di Rimini. Dopo varie pubblicazioni su rivista, sta completando il suo secondo libro di poesie – Anche se pochi se ne accorgono, oggi camminiamo sull’orlo di questo abisso di perdita. Occorre che i poeti corrano ai ripari col corpo delle parole. Allora anche la scrittura e la lettura diventano una forma di resistenza. Alla perdita, alla mancanza totale di senso, al buio. Ma questo resistere è una conseguenza dell’esistere.

La ricerca della bellezza in questa era dell’anestesia totale: cosa ci sveglierà dal torpore? Come poetessa ed educatrice, cosa puoi dire?

La parola “anestesia” ha esattamente la stessa radice della parola “estetica”; la bellezza può ancora essere un antidoto alla perdita di senso generale. Ma il nostro piccolo benessere diffuso, eretto a scopo del vivere, ha bombardato quell’anelito di assoluto che, in fondo in fondo, ci distingue dagli altri animali, che in ere passate ci ha fatto alzare su due piedi per guardare più in alto e più lontano. La grande arte è nata spesso in mondi terribili, perché per far resistere il corpo dell’uomo era indispensabile tenere vivo il fuoco al suo interno. Mi sembra un ordine di grandezza molto diverso da quel concetto disincarnato di bellezza che ci viene venduto già contraffatto.
Non ho visto nulla di più rigenerante, in vite piccole, ma già spesso messe alla prova da tante situazioni difficili, che essere di fronte alla bellezza in prima persona. Da qualche anno porto i ragazzini di quinta in gita dove c’è il mare, perché quasi sempre in classe c’è qualcuno che non l’ha mai visto. Ecco, poter guardare gli occhi di qualcuno che vede il mare per la prima volta è qualcosa che non si dimentica facilmente. Non ha a che fare con la didattica, ma è il suo motore.
Nella scuola vedo una tendenza a sottovalutare, affogati nella burocrazia, questo potere eversivo. Far studiare a memoria a bambini che non sanno bene l’italiano versi di duecento o duemila anni fa, e vederli illuminarsi, anche solo per il sapore che quella parola ha sulla lingua, è un rischio che bisogna tornare a correre. Ci vogliono tempo, silenzio e fatica. Non sono indici misurabili, ma mi sembrano, in fondo, l’unica via praticabile.

Mariadonata Villa
Mariadonata Villa

Educare alla ricerca di senso e di bellezza è una bella responsabilità di cui un insegnante in generale e una maestra di scuola elementare in particolare, come te, si fa carico. Il tema dell’integrazione, che parte dai primi anni di scuola, secondo me è centrale in questo percorso, in questa ricerca dell’individuo…
Viviamo in una città in cui si investono molti soldi per far vedere che innoviamo nella scuola modenese, con progetti anche avanzatissimi. Ma esistono ancora troppe scuole brutte, grigie e vecchie, nonostante gli sforzi di chi ci vive quotidianamente. Per un’integrazione vera bisognerebbe ripartire dai fondamenti: investire sui luoghi più fragili; potenziare, invece che tagliare sempre più ogni anno, le ore di alfabetizzazione in lingua italiana; usare come strumenti l’arte, il teatro, il territorio. Quando, dopo anni di scuola qui, un ragazzino continua ad essere estraneo sia alla propria lingua madre che all’italiano, questo è un grande fallimento, non del sistema scuola, ma del sistema città, perché la lingua è lo strumento del pensiero, e come potrà un giovane uomo o una giovane donna dire ciò che pensa o che sente, partecipare alla vita pubblica, se non ne ha i mezzi? A che tipo di istruzione accedono, una volta passati agli ordini superiori di scuola, i figli dei migranti, che tra pochi anni saranno, per ragioni squisitamente demografiche, la maggioranza?
La vera integrazione non è una “normalizzazione”, ma è dare a ciascuno quello che gli serve per camminare. Su questo siamo ancora molto indietro. Un investimento su queste cose non è immediatamente visibile o misurabile nel breve periodo; ci vorrebbe qualcuno che avesse il coraggio di farlo. La scuola è una straordinaria fucina di comunità, ma non può vivere da sola.

Modena è una città poetica?

Per rispondere, devo prima dire che a me interessa molto la marginalità, la periferia; per trovare la terra di nessuno devi uscire dal centro, devi staccarti dal già noto, dal già conosciuto. E per fare questo c’è chi va in cerca di Ultima Thule, o c’è chi, come Luigi Ghirri, che amo tantissimo, e che è uno dei maestri indiscussi dello sguardo, per me, riteneva che anche con un giro di due chilometri intorno a casa si potesse fare un viaggio in un territorio inesplorato.
In questo senso, Modena è una città molto poetica, perché è piena di interstizi (monumenti, luoghi, persone); al contempo, nonostante in provincia ci sia un festival di poesia che ormai è fra i più importanti a livello nazionale, e nonostante vivano nella provincia poeti la cui opera resisterà al tempo, Modena città fatica ad ospitare fatti di poesia strutturati, (se escludiamo il ciclo La parola verticale che Drama Teatro organizza da due anni).

photo credit: yumikrum depths via photopin (license)
photo credit: yumikrum depths via photopin (license)

Hai alle spalle tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia e sei una cittadina attenta e partecipe alle proposte culturali modenesi. Come valuti la tua città dal punto di vista culturale?

L’offerta culturale (termine che odio) è sicuramente molto ricca: teatri, circoli, eventi, festival, musei. Si potrebbe, certo, discutere a lungo sui criteri con cui si decide su cosa investire a livello cittadino. Ma c’è una questione che viene prima, su cui sono stata costretta a riflettere anche nei tre anni di mandato nel CdA di Fondazione Fotografia, ed è la questione di quale sia la visione che ci anima. Per me è qualcosa di cruciale, nella poesia come nella concezione di una città.
Si tratta di chiedersi non come attiriamo gente, ma cosa è importante per noi che resista al tempo. Ho la sensazione che manchi questa prospettiva di lunga gittata, di qualcosa che vada oltre sé e la propria azione nel mondo. Mi sembra però che qualcosa stia cambiando dal basso; penso ad eventi collettivi come quello recente, ispirato alle Città invisibili di Calvino, che il Teatro dei Venti ha organizzato in apertura del Festival Trasparenze, e che ha molto a che vedere col tema della bellezza e del suo spazio nella città.

Immagine di copertina, photo credit: Massimo Accarino via photopin (license).

Ultima stagione, il pianeta a fine serie

Nell’ultima puntata della terza (e ultima) stagione di Bloodline, serie tv di Netflix che narra il progressivo disfacimento di un’intera famiglia apparentemente “felice”, Sally, una delle protagoniste, riceve una brutta notizia. Attenzione, non proseguite nella lettura del primo paragrafo se non avete visto Bloodline per intero, a meno che non vogliate spoilerarvi il finale. Chi invece è arrivato fino in fondo, si ricorderà delle sorti della magione Rayburn: alla fine biblica di Danny, al destino “giobbesco” di John, al caos primordiale di Kevin, e al tormento interiore di Meg s’aggiunge il cataclisma ambientale. Sally, la madre, decide di vendere la proprietà sull’oceano, costruita da lei stessa e dal marito Robert quarant’anni prima, per poter dare i soldi ai nipoti, ma scopre che l’acqua, nel giro di dieci anni, sommergerà tutto.

Insomma, la natura, nella sua furia, non si cura dei piccoli moti umani che per noi sono tragedie insuperabili. Le travagliate vicende della famiglia Rayburn saranno destinate a finire sott’acqua, per poi dissolversi in nulla. Un finale amaro, che sembra voler puntare i riflettori anche su una realtà che non può più essere ignorata: il riscaldamento globale. Nonostante ci sia ancora qualcuno con il coraggio di negare fatti incontestabili, come ad esempio l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, il riscaldamento globale è reale, e non è da catastrofisti dire che, se l’uomo non decide di intervenire significativamente per risolvere il problema, le sorti del pianete, e con esse la razza umana, non saranno delle più rosee.

Modena, l’Emilia Romagna, e in generale tutta l’Italia, non rischiano di essere sommerse dall’oceano, ma di diventare un secco e desolato deserto. L’associazione delle bonifiche e delle irrigazioni (Anbi) ha lanciato l’allarme siccità proprio la settimana scorsa: le riserve di acqua dell’Emilia Romagna, Modena inclusa, sono infatti quasi del tutto esaurite, con le falde acquifere nella provincia di Modena calate di ben 165 centimetri. Il presidente della Regione Stefano Bonaccini ha richiesto lo stato di emergenza per siccità, preoccupato per l’assenza di precipitazioni e per le temperature che superano ampiamente la media stagionale e che non vogliono saperne di abbassarsi nelle prossime settimane.

Photo credit: degeronimovincenzo Siccità via photopin (license)
Photo credit: degeronimovincenzo Siccità via photopin (license)

La primavera del 2017 è stata infatti una delle più secche mai registrate finora, con soli 16 giorni di pioggia rispetto ai 22 che sarebbero invece la norma. La provincia di Parma, la più a rischio, ha raggiunto il record per la media generale più alta dal 1922, con un deficit delle precipitazioni pari al 46%. Le dighe di Molato e Mignano, in provincia di Piacenza, sono state chiuse per mancanza d’acqua, e l’unica risorsa ancora disponibile è il Canale Emiliano Romagnolo, che però fornisce già cinque province dell’acqua necessaria all’agricoltura ed approvvigiona tre sistemi di potabilizzazione romagnoli. Insomma, uno scenario tutt’altro che fiducioso, in cui si prevedono anche tensioni fra le diverse province, costrette a spartirsi una ridotta quantità d’acqua per poter foraggiare le proprie coltivazioni.

A subire il danno maggiore, almeno sul corto raggio, saranno infatti gli agricoltori, perché è proprio nel mese di giugno che l’agricoltura necessita di grandi quantità d’acqua per l’irrigazione. I danni stimati, che interessano tutta la penisola, sono già pari ad un miliardo di euro, con regioni come la Sardegna che hanno subito perdite nella produzione oltre il 40%, e la Puglia, che tocca il 50%.

Il 21% del territorio italiano infatti è a rischio desertificazione, e l’Emilia Romagna, appunto, figura fra una delle regioni interessate, insieme a Sardegna, Sicilia, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Marche, Umbria e Abruzzo. Il Centro Euromediterraneo per i Cambiamenti Climatici ha previsto che entro la fine del secolo le temperature subiranno un incremento dai 3° ai 6°, con gravi conseguenze climatiche che, ad esempio, consisteranno in una diminuzione significativa delle precipitazioni.

L’Italia, che ha accesso a 52 miliardi di metri cubi d’acqua, consuma circa il 30% delle risorse rinnovabili d’acqua, superando così del 10% la soglia suggerita dall’obiettivo europeo. A rischio sono anche le Oasi del WWF, aree sempre più secche e con il livello delle falde acquifere in costante diminuzione. Insomma, l’Emilia Romagna e tutta l’Italia sembrano essere destinate ad essere sommerse da un asfissiante oceano di sabbia, silenzioso, immobile, in cui passioni, guerre, amori non saranno che cenere. A differenza della famiglia Rayburn, noi siamo ancora in tempo per cambiare il nostro destino?

Immagine di copertina: photo credit, Keflux “Lago” di Santa Luce via photopin (license).

Lealismo e dissidenza fra i migranti di Modena

21A Modena e provincia abitano circa 94mila cittadini stranieri, pari al 13,5 % dell’intera popolazione. Le migrazioni verso il territorio sono cominciate alla fine degli anni ’70 e oggi sono presenti circa 140 nazionalità diverse. Le etnie maggioritarie sono quella marocchina, rumena e ghanese e la religione più praticata fra i migranti è il cristianesimo, sia esso cattolico, ortodosso o evangelico.

La tendenza ad assimilare tutti gli stranieri in un’unica grande categoria indistinguibile si scontra con una realtà molto più sfaccettata: gli immigrati del modenese sono certamente divisi per linee etniche e culturali ma lo sono anche per ragioni politiche interne. In alcuni gruppi nazionali è “guerra aperta”.

Diana kassem
Diana Kassem

I siriani di Modena sono poco più di un centinaio. “Prima non c’era bisogno di emigrare, nel paese c’era pane e lavoro anche se non c’era libertà”, ricorda Diana Kassem, giovane neolaureata siro-modenese, militante anti-regime. I levantini di Modena sono per lo più ostili al governo del presidente di Bashar al Assad quanto all’Isis. “Ma è Bashar il vero colpevole dell’escalation della violenza nel paese, è lui che ha fatto precipitare la Siria nella guerra civile”, sostiene Nabil Cholhop professore di origine siriana in una scuola di Vignola. I siriani di Modena più in vista, quelli che hanno organizzato le fiaccolate contro i bombardamenti su Aleppo in piazza Grande, si riconoscono nel primo movimento rivoluzionario, quando il fermento di un cambiamento democratico era il motore di mobilitazioni pacifiche. Tuttavia in una delle moschee della città incontriamo Rami, un ragazzo di famiglia siriana nato a Damasco 27 anni fa ma residente da decenni a Modena nonché studente nel locale ateneo. “La democrazia non è esportabile, la Siria non è la Svizzera, è un paese che godeva di una stabilità invidiabile se consideriamo lo scenario in cui è inserito: la verità è che ci sono stati degli “utili idioti” che si mobilitavano per la democrazia mentre altre fazioni ribelli si armavano per il jihad”, dice il giovane. Rami non frequenta i siriani delle fiaccolate e nutre una sincera ostilità nei loro confronti:”Sono dei traditori, in Europa non capiamo che le alternative a regimi laici pur duri come quello siriano sono il fanatismo dei jihadisti”, aggiunge.

Se la guerra dovesse risolversi in una vittoria del presidente al Assad difficilmente Diana e Nabil potranno tornare impunemente nel loro paese poiché i dittatori non dimenticano i dissidenti soprattutto quelli all’estero.

Nabil Cholhop
Nabil Cholhop

Nella stessa situazione si trovano un paio di professionisti iraniani residenti a Modena. I cittadini iraniani nel nostro territorio sono un centinaio. Quelli con i quali abbiamo parlato hanno voluto mantenere l’anonimato. “Sono decenni che non torno in Iran, vorremmo poter tornare un giorno quando il regime religioso degli ayatollah cadrà sotto il peso della storia, nel frattempo è meglio mantenere un profilo basso”, dice uno di loro.

Anche i membri dell’Associazione culturale turca Milad rischiano ritorsioni pesanti dal proprio governo. Il loro è un esilio forzato di fatto. Almeno finché ci sarà il presidente Erdogan e il partito Akp al potere. “Siamo schedati dall’ambasciata di Turchia in Italia, è pericoloso per noi tornare in patria”, dice Bahar Turk, coordinatrice di Milad, associazione legata all’imam e leader politico di opposizione Fetullah Gulen. La sua organizzazione, Hizmet, è considerata da Erdogan come la loggia P2, un’associazione a delinquere che promuove la sedizione. E’ ritenuta responsabile, dal governo di Ankara, del tentato colpo di stato del 14 luglio 2016. Quella notte, a Modena, tentarono di dare fuoco al circolo Milad. Un episodio di violenza politica inedito per la città, ancora oggi oggetto d’inchiesta. La maggioranza dei turchi orbita intorno all’altra associazione culturale della città, la Ulu Camii, la “grande moschea” in turco. “Quasi tutti i frequentatori del centro – che si trova in via Munari a pochi passi dalla stazione dei treni – sono elettori o simpatizzanti del governo”, dice il portavoce della “moschea turca” Ozgur Ozcan. Non mancano le visite a sorpresa, in incognito istituzionale, di membri del partito o funzionari del Diyanet, il dipartimento degli affari religiosi, istituto dello Stato turco a cui è legata Ulu Camii. L’ultima risale all’inizio di questa primavera, pochi giorni prima del referendum sul presidenzialismo del 16 aprile 2017, un voto fortemente voluto da Erdogan che ha coinvolto le comunità turche d’Europa (oltre 3 milioni di elettori). A fare campagna elettorale fu Mehmet Emin Ozafsar, vice-presidente del Diyanet. A margine dell’incontro parlammo con il presidente della Ulu Camii, Murat Durgun, che disse lapidario:”Non abbiamo né vogliamo avere contatti con i turchi di Milad, sono affiliati a un’organizzazione uluche consideriamo criminale”.

Dagli infuocati scenari mediorientali all’Ucraina, teatro di una guerra civile dimenticata dai media. A Modena abitano circa 2000 cittadini di origine ucraina, costituiscono la settima nazionalità più presente in città. La divisione all’interno della comunità è lacerante e riflette le spinte secessionistiche dell’Ucraina orientale dove i separatisti ambiscono a unire i loro territori alla Russia di Putin. Qui lo scontro ha varie dimensioni che includono anche la religione. In città c’è la Chiesa ortodossa di Tutti i Santi diretta da un prete modenese Padre Giorgio Arletti:”In questa chiesa vengono a pregare gli ucraini legati al Patriarcato di Mosca, quelli della parte est del paese, gli ucraini pro-Occidente si recano invece nella chiesa greco-cattolica ucraina di via Cavour con la quale cerchiamo invano di organizzare iniziative in comune per la pace”, racconta il prelato. La posta in gioco è anche geopolitica con un equilibrio e un’influenza regionale che la Russia intende riscrivere. Dietro alla stazione ferroviaria sorge uno dei tanti minimarket etnici della città. A gestirlo è una coppia di ucraini:”Il posto dell’Ucraina è in Europa, non vogliamo più essere i vassalli di Mosca, in città ci sono tanti simpatizzanti di Putin, noi lo consideriamo un tiranno senza scrupoli che cerca di mangiarsi il nostro paese”.

Gli scenari bellici costringono alla presa di posizione individuale. Ma se il dissenso interno, l’ostilità per il proprio governo è talvolta palese, in altri casi a prevalere è la rassegnazione o una forma di critica disincantata. E’ il caso dei peruviani, la prima comunità latina della città con circa 600 cittadini residenti in città. “Nella sua storia recente il Perù ha attraversato fasi di crisi e instabilità politica fortissima. Basti pensare che fino alla metà degli anni ’90 c’era la lotta armata. Molti di noi sono scappati a causa del terrorismo. Chiusa l’epoca dell’eversione, si sono susseguiti dei presidenti che hanno praticato soprattutto il latrocinio. C’è come una tradizione politica in Perù, quella di ingannare il popolo e convincerlo a votare per il peggior criminale”, dice Oscar Guerrero, un peruviano di 50 anni originario di Piura, nel nord del paese.

Per motivi completamente diversi anche gli egiziani di Modena manifestano una profonda amarezza per gli esiti di una rivoluzione fallita:”Una parte di egiziani appoggia apertamente la restaurazione del regime del generale al Sissi che è la controfigura dell’ex presidente Hosni Mubarak mentre nelle moschee si fa il tifo, discretamente, per la Fratellanza Musulmana, intesa come soggetto politico e non militare”, dice un ristoratore egiziano che desidera rimanere anonimo.

Altri “rassegnati” sono i serbi, una comunità che conta 150 residenti in città: ”Dalla dissoluzione della Jugoslavia in poi è stato un disastro dietro l’altro per i serbi, abbiamo perso pezzi interi di territorio, persino il Kosovo. Ora nel paese comandano i banditi”, dice Dragan, padre di famiglia e manovale originario di Pancevo. Sentimento di abbandono e rinuncia dominano anche la numerosa comunità rumena, la seconda per numero con oltre 3100 residenti nel Comune di Modena. Nel paese ci sono state grandi mobilitazioni in primavera. “La gente in piazza non chiedeva libertà o diritti ma la fine della corruzione che ha superato ormai la soglia della decenza”, spiega Costantin, muratore di Timisoara.

E la comunità più numerosa? E’ quella marocchina con 3200 residenti nel territorio comunale e appare coesa intorno alla figura del re. Lealista anzi realista. E’ molto raro trovare un marocchino che contesta apertamente la monarchia di Mohamed VI e la comunità è fra le più monitorate della città. I suoi membri gestiscono due delle quattro sale di preghiera esistenti in città. “Ci sono spie che registrano gli umori dei paesani in moschea o in altri luoghi di aggregazione, in pubblico è sconsigliato parlare di politica e parlare male del re in particolare”, spiega un giovane studente marocchino.

Fonte immagine di copertina: Leapafrica.

Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

unione-campanari-modenesi-san-francesco-modena-intervista

Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
«
A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

modena-chiesa-san-francesco-campanile-vista

I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

Se la ricostruzione passa dall’integrazione

Sono arrivati nei giorni scorsi a Novi i primi quattro richiedenti asilo, in un’area che ancora porta, molto evidenti, i segni del terremoto del 2012. Prima tutta la zona del cratere era esclusa da quello che si può definire “l’obbligo dell’accoglienza”, proprio per la difficoltà di reperire alloggi e di farsi carico di situazioni che sarebbero diventate una vera e propria emergenza nell’emergenza. Oggi non è più così anche se popolazioni e amministrazioni comunali non hanno accolto ovunque e di buon grado la notizia. A Finale Emilia, ad esempio, il sindaco ha chiuso all’arrivo dei profughi, mentre a Novi di Modena la questione ha rischiato di far impantanare il nuovo primo cittadino, eletto solo pochi giorni fa.
Dove vengano accolti, da chi e soprattutto in che modo è al centro delle cronache di questi giorni. A occuparsene sul comune della Bassa Modenese il cui centro storico è ancora fermo a cinque anni fa, è la cooperativa Sociale Il Mantello. Cercando al telefono il presidente Andrea Maccari, ha risposto, in un italiano incerto, l’immigrato Alfred: il confronto è immediato con quella che è ormai una realtà, vale a dire la presenza di persone straniere nei nostri contesti di vita e di lavoro (a dirla proprio tutta, Alfred altri non è che lo stesso Maccari che, ormai stufo delle strumentalizzazioni sulla questione, boicotta così i rompiscatole).

Problema sovrastimato
“Noi abbiamo individuato un appartamento e, in quanto accreditati, ci siamo resi disponibili ad accogliere le quattro persone”, precisa Maccari. Già perché non è che i profughi vengono sbattuti lì a casaccio e in questo caso il prefetto ha garantito al nuovo sindaco massima collaborazione. E se da una parte sono evidenti le fatiche, dall’altra possono esserci opportunità nuove per risollevare un territorio che a quanto pare, contando solo sulle sue forze, non ce l’ha ancora fatta.

L’arrivo di quattro persone nel piccolissimo centro di Sant’Antonio in Mercadello – vivono qui solo 900 persone delle 10mila sull’intero comune – epicentro di una delle scosse del 20-29 maggio ha allarmato tutti: la comunità è piccola e si sta spopolando. La provincia di Modena ha ormai raggiunto la quota limite di 2100 ospiti, pari al 3 per mille dei residenti, ma lì quel minuscolo numero 4 ha un peso percepito enorme. La realtà dei fatti è che, dall’anno del sisma, si è passati sul comune da una media del 18 (con picchi del 21% a Novi) a una del 15% di stranieri, quindi come al solito e soprattutto grazie ai social, la dimensione fenomeno è sovrastimata.

Integrazione01

La fatica dell’accompagnamento
L’arrivo dei profughi, chiarisce comunque il presidente della cooperativa, può essere “gestito”. La sfida, qui più che altrove, è tenere insieme ricostruzione e integrazione. “Faremo il possibile, e l’impossibile, per inserire queste persone e condividere il progetto con la gente della frazione – afferma Maccari – siamo già in contatto con la Caritas e ci impegniamo a incontrare la comunità, gli amministratori, la parrocchia, per trasformare quello che viene immediatamente percepito come un problema, e lo dico senza retorica, in opportunità di rilancio e sostegno al territorio”. I ragazzi, se arriveranno, potranno svolgere quei lavori non sostitutivi di manodopera retribuita che sono di pubblica utilità, dando un contributo alla comunità: pulire il circolo, la chiesa, sistemare gli spazi comuni per limitare lo stato di abbandono e incuria in cui, quando mancano volontari che se ne occupano, rischiano di cadere alcuni ambienti.

Ma anche aiutare nell’organizzazione di feste e sagre: “si tratta – chiarisce il responsabile de Il Mantello – di trovare il giusto equilibrio con politiche intelligenti, né troppo buoniste, né oppositive (e oggi la legge che abbiamo in Italia è oppositiva) per costruire qualcosa insieme. La fatica è sempre quella dell’accompagnamento, ma avremo qualcuno che li affiancherà nel primo periodo mentre si inseriscono e svolgono le loro occupazioni. Non mancheremo di comunicare tutto quando si inizierà, allo stesso modo chiediamo a chi fa informazione coerenza e correttezza: qui giochiamo sulla pelle delle persone”. E quando si parla di pelle, si parla anche di soldi. 33 euro o poco più quelli che percepisce la cooperativa al giorno per ciascun ragazzo: qui ci sta dentro tutto, dai generi di prima necessità ai vestiti – che vengono dalla raccolta abiti usati – all’alloggio: stipulato l’affitto di un appartamento a Sant’Antonio (in centro e non un casolare di campagna come dicono i giornali) grazie al progetto di affitto casa garantito che permette di tutelare il proprietario rispetto al bene messo a disposizione.

Integrazione03

La forza della rete
Se l’accoglienza è organizzata a partire dalle direttive statali, la rete che si crea intorno a loro può fare la differenza nella qualità del percorso e nelle relazioni. Si tratta di tenere insieme i legittimi timori degli “autoctoni” senza sottrarsi alla responsabilità verso chi è nel bisogno, la sfida è non cadere nell’allarmismo fatto da chi cerca di spostare i consensi – i profughi non sono clandestini – e lavorare invece per creare ponti tra persone, dialogo.
Una delle esperienze riuscite è a pochi km da Sant’Antonio e nella stessa Diocesi e si chiama “Protetti. Un rifugiato a casa mia”. Il percorso è quello proposto da Caritas nazionale anche in risposta alle inqualificabili azioni che hanno preso di mira diverse Caritas diocesane nel Nord Italia per il loro impegno accanto ai migranti. Oltre 170 famiglie, 150 parrocchie e 30 istituti religiosi in tutta Italia hanno messo a disposizione circa 1.000 posti rispondendo all’esortazione di Papa Francesco ad accogliere una famiglia di profughi. Uomini e donne hanno così trascorso almeno 6 mesi in un contesto familiare protetto che scommettesse su di loro, dando fiducia e possibilità concrete di integrazione. Il tutto nella totale gratuità visto che i costi sono stati sostenuti dai soggetti coinvolti con una spesa finale che è stimata essere circa 6 volte inferiore a quelli ordinariamente sostenuti dalle istituzioni per la sola accoglienza.

La casa che accoglie, a misura di persona
Anche a Carpi si è fatto così, coinvolgendo ben cinque parrocchie e diverse famiglie nell’accoglienze di due persone. “Abbiamo trovato chi li ospitava per pranzo e cena – spiega Roberta Della Sala di Caritas diocesana – perché non fossero soli, chi li accompagnava in giro, a una partita di calcio, a una sagra, chi ha fatto con loro il curriculum e chi li ha aiutati a migliorare nella lingua. In questo modo si sono create piccole occasioni in cui, anche solo attraverso due chiacchiere, si sono ridotte le barriere culturali e le paure sono pian piano sfumate”. “La casa che accoglie diventa segno tangibile di integrazioni possibili e a misura di ogni persona: non si tratta di offrire solo un tetto e pasti – precisano i promotori – ma di accompagnare le persone accolte in casa a diventare autonome e a inserirsi gradualmente nel contesto sociale”.

Indice del buon risultato di questo metodo è che i soggetti coinvolti hanno voluto proseguire, hanno trovato una nuova casa sostenendo in parte l’affitto finché i ragazzi non sono riusciti a contribuire autonomamente. E allora anche nelle zone del cratere, dove la casa ha un valore diverso, questo può rappresentare un percorso possibile. Si tratta di aprire la propria fragilità – quella delle mura – e un’altra fragilità – quella del corpo – per costruire relazioni nuove. “Oggi i ‘nostri ragazzi’ si sono trasferiti a Modena ma le amicizie continuano, ci si incontra, ci si scambiano notizie – conclude Roberta Della Sala –; vivere insieme è davvero possibile”.

Un amore lungo duecento anni

Se si fa una passeggiata nel centro di Modena, oltre alle numerose botteghe di cover di cellulari, a saltare all’occhio sono i super trendy, all’avanguardia, estremamente” cool” negozi di biciclette. Delle stanzine dai colori pastello con delle vetrate lucide e pulitissime, da cui si possono vedere esposte le biciclette più belle che uno si possa immaginare. Sellini ergonomici, design glamour, cestini variopinti, catene sinuose e non ci sorprenderemmo se vedessimo anche pedali laccati in oro. D’altronde, le bici a Modena sono un trend davvero intramontabile. Nella classifica delle città più sicure e bike friendly d’Italia, Modena si piazza orgogliosamente al terzo posto, con un indice di ciclabilità urbana di 3.05 (su un massimo di 5) e il 40 % di strade mappate. Il capoluogo emiliano viene preceduto da Torino, al secondo posto, e dalla cugina Reggio Emilia, al primo.

Insomma, di fronte a questi dati, cui aggiungiamo tenendoli per buoni quelli riportati dal Comune nel 2009 che rilevavano come alle 8.45 di mattina a Modena si registrassero 2.922 transiti di biciclette e che i modenesi, secondo Wecity (l’app che valuta l’indice di ciclabilità urbana delle nostre città), percorrono all’anno circa 50 milioni di km in bici, non ci stupiamo se questi mezzi di trasporto siano considerati alla stregua di pietre preziose, almeno da alcuni.

Leggi anche: Cosa accadrebbe se usassimo tutti solo la bicicletta?

Karl Von Drais
Karl Von Drais

A duecento anni dalla nascita della “Laufmachine”, la “macchina per camminare” – un veicolo con due ruote allineate, con quella anteriore sterzante, insomma l’antesignana della attuale bicicletta –  ideata dal barone Karl Von Drais nel 1817, sono davvero notevoli i cambiamenti e le innovazioni che questo comodo ed ecologico mezzo di trasporto ha subito nel corso degli anni. Prima veicolo a due ruote in cui non esistevano neanche i freni per cui bisognava frenare coi piedi, ora un sofisticato mezzo dotato di gadget di tutti i tipi, valido sostituto dell’automobile in città. Sì, perché muoversi in biciclette, oltre ad avere un impatto ambientale nullo, oltre a fare benissimo alla salute di chi la usa sistematicamente, facilita la vita anche a tutti gli altri, inclusi gli automobilisti. Non occupa parcheggi, snellisce il traffico e, di nuovo, non inquina. Amsterdam e Copenaghen, infatti, si attraversano i tempi decisamente brevi e il rischio di trovarsi imbottigliati nel traffico è molto inferiore rispetto ad altre capitali europee.

laufmaschine

Una scelta planet-friendly che dovrebbe essere condivisa da tutti, ma che, in realtà, non lo è ancora abbastanza. La stessa Modena, pur essendo, come detto, terza in classifica per quanto riguarda l’uso delle biciclette, è anche terza nella classifica regionale di automobili ogni 1000 abitanti. Secondo dati del Centro Studi Continental del 2014, Modena aveva 635 auto ogni mille abitanti, superando così di più di un centinaio la media europea, che, sempre nel 2014, era ferma a 487. Non proprio il massimo per una città così bike friendly. Una delle tante contraddizioni di cui abbonda il nostro tempo.

In copertina: uno scatto di Stefano Corso in Licenza CC

Storie di cibo raccontate da un giornalista ghiottone e un disegnatore astemio

15Avete notato quante spesso ci ritroviamo a parlare di cibo? Declinato in ogni sua forma: cosa mangiamo oggi, cosa prepariamo per la sera, della ricetta nuova della Parodi, di quanto riesca a guadagnare Giallo Zafferano, o dell’ultima puntata di Masterchef. E di come faranno mai a saper cucinare dei bambini di nemmeno dieci anni, protagonisti della versione Junior. Quello che abbiamo dimenticato, o su cui non abbiamo mai riflettuto, è che le discussioni sul cibo ci sono sempre state. Oggi si sono amplificate e quasi istituzionalizzate a causa della moda che ha investito il settore gastronomico, attraverso l’uso mediatico attraversi tv e internet. In televisione possiamo scegliere fra decine di programmi che declinano il cibo sotto ogni forma, in internet la nascita della figura del food blogger ha livellato verso il basso la critica gastronomica e ha riportato il cibo nelle mani dei non-professionisti. Tutti passaggi che hanno finito per costruire un nuovo e articolato immaginario del cibo, della cucina e della tavola.

Anche il settore delle guide gastronomiche è stata investita da questa fenomeni. Uno su tutti, la nascita del portale TripAdvisor che se da un lato ha dato la possibilità a chiunque di poter esprimere la sua opinione su ristoranti e tutte le altre forme di struttura ricettiva, ha comunque stravolto quello che una volta era la discesa del sapere dall’alto. Eppure le guide gastronomiche, affrontando i cambiamento socio-antropologici-culturali sopravvivono in forma cartacea, per chi deve scegliere a chi affidarsi per un giudizio che sia insieme corretto, esaustivo e quanto meno di parte possibile.

almanachVolendo ricostruire la storia delle guide gastronomiche, scopriamo che sono nate insieme ai primi ristoranti, pensati nella forma moderna di svago. I primi testi del genere sono quelli che Grimod de La Reynière raccoglie nel suo Almanach de gourmands, pubblicati fra il 1803 e il 1812.

“L’abitudine tutta parigina del mangiar fuori, a poco a poco esportata nel resto dell’Europa e poi nel mondo intero, s’impone nella vita quotidiana dei cittadini anche e soprattutto grazie alla nuova cultura gastronomica di cui parlano a più riprese, e con toni non sempre uguali, guide e gazzette d’ogni tipo. […] Mangiare in modo consapevole è anche scriverne, sia per fornire informazioni sul dove e sul meglio (la guida, appunto), sia per spiegarne i modi, interpretarne i significati, diffonderne il verbo (il giudizio critico), sia ancora per metterne alla berlina le esagerazioni, per parodiarne le pose un po’ caricaturali che talvolta assume. […] I toni della scrittura gastronomica sono alle origini, e lo resteranno a lungo, per lo più ironici e autoironici. (Parlare del cibo: dalla cucina alla tavola. Ricettari, guide gastronomiche, critica enologica di Gianfranco Marrone).

ghiottone erranteÈ in questo filone che si inserisce la guida gastronomica scritta nel 1935 da Paolo Monelli, giornalista e scrittore di Fiorano Modenese, recentemente ripubblicato da Slow Food Editore. Il Ghiottone Errante, illustrato da Giuseppe Novello, è un viaggio nell’italia delle osterie, intese proprio come luogo di ristoro. La struttura è semplice: una regione, un vino, i piatti della tradizione da accompagnare ad una buona bevuta. Il giornalista ghiottone e il disegnatore astemio viaggiano in lungo e in largo il Paese, verificando e classificando, assaggiando e raccontando, dando vita ad un racconto che ha il sapore autentico delle cose buone di una volta. All’interno non troverete il suggerimento a frequentare questa o quella osteria (del tutto inutile visto che i locali chiudono e gli osti vengono a mancare) ma un itinerario eno-gastronomico che rivive attraverso le preparazioni, le spiegazioni, le ricette e i segreti di chi quel mestiere lo faceva per passione, oltre che per mero guadagno, condite da aneddoti che delineano perfettamente la situazione storica e culturale dell’Italia agli inizia del Novecento.

“Dòmine aiutaci, siamo ancora sbalorditi di questa pingue provincia di Modena dove tutto è grasso tranne lo spirito degli abitanti che è aguzzo e storico, come gi annotò il Carducci (Modena è la patria del tàmpel, la canzonatura secca e feroce).”
Questo l’inizio del capitolo dedicato a Modena, ma non la Modena cittadina, con la sua Ghirlandina e la sua Piazza Grande, ma la Modena provinciale quella dove: “grassa è la terra che esplode in due tre piani sovrapposti di culture, e le sue centocinquantamila vacche ognuna delle quali fornisce quattro quintali l’anno fra latte burro e formaggio grana, e i suoi centomila maiali onde si fanno prosciutti salami coppe e zamponi; e grasse sono le botti per ospitare ogni anno un lago, un mare, un oceano di 150 milioni di litri di vino; e grassi i ventri dei mangiatori.” Seguono racconti e aneddoti legati a quelle terre, a quelle mucche, ma in particolare ai quei maiali, da cui si ricava lo zampone “[…] il classico salame insaccato nelle zampe posteriori del porco, che si mangia dopo che è stato cotto a lentissimo fuoco, e si serve sopra un letto di candida poltiglia di patate, o fra le nere lenticchie, ardente, acuto, glorioso […]”

Paolo Monelli
Paolo Monelli

Nessuna ricetta, solo il voluttuso racconto di cibi che fanno venire l’acquolina in bocca al lettore, descritti con tale dovizia di particolari da far sentire quasi il loro sapore, parola dopo parola: crescenta, fichi neri, frittelle di riso, prosciutto di Sassuolo, tortellini di Carpi “detti persunér, prigionieri, perché il ripieno di maiale, tacchino, salumi vari, uova, grana e noce moscata, è ben serrato nella pastella fine a foggia d’ombilico”.
Fino ad arrivare al vino, al lambrusco, “e andiamo a cercare il lambrusco più veri, quello del comune di Bomporto; e di questo il più classico, quello della frazione di Sorbara; e di questo il più illustre, quello dell’arciprete”. La degustazione del vino non è asettica o professionale “Gorgoglia nel bicchiere un’allegra spuma che subito si placa e dilegua; restan brividi nel vino a rivelarne l’ardita natura”. […]

“Io sono nato due volte” dice l’amico modenese che sopraintende alle diciassette cantine sociali della provincia e a non so quante altre altrove. “Quando venni alla luce, e quando cessai di essere astemio”.
“Allora io sono nato morto” dice Novello.

Questo il tono dell’intero viaggio gastronomico fatto dal Monelli, che sa essere sincero senza prendersi troppo sul serio, professionista e professionale, ma amante del piacere e quindi capace di esprimere un modus vivendi conviviale, informale, ludico e leggero.
Una lettura da mettere in pratica ricominciando a viaggiare non solo virtualmente fra le bacheche di Instagram, invase di foto di piatti e di locali, ma toccando con mano e assaggiando dal vero, uno dei patrimoni della cultura italiana: la sua gastronomia locale.

Fin che Gigetto va, lascialo andare

Non c’è italiano che non si sia mai lamentato di Trenitalia. Ed a ragione. Per quanto immorale e deleterio per la natura umana, il sentimento di puro odio che si può sviluppare per Trenitalia è davvero (quasi) sempre giustificato. Le biglietterie non funzionano, il treno è in ritardo, è sovraffollato, l’aria condizionata è impiantata, le finestre sono rotte, hai bisogno di andare in bagno? Quello nel tuo scompartimento non funziona. Poco male, mi sposto nell’altra carrozza e ne cerco un altro. Non funziona neanche quello. Li passo tutti, uno è un lago di piscio, un altro è intasato, allora vado fino a fondo treno, ormai con la vescica in fiamme, arrivo finalmente nell’ultimo bagno del convoglio, sono a qualche centimetro dalla maniglia, allungo la mano, alzo gli occhi gonfi di speranza e gratitudine e vedo uno sgualcito foglio A4 attaccato con qualche pezzetto di scotch alla superficie ruvida della porta ingrigita dallo sporco con scritto sopra “guasto”.

Sì, Trenitalia è una realtà distopica che merita tutto l’odio de-umanizzante che una persona possa provare verso un’azienda che dovrebbe fornire un servizio pubblico ed efficiente. Anche la creatura più virtuosa di fronte a certe manifestazioni di mal funzionamento si abbandona ai sentimenti più degradanti e degradati che possa sperimentare e che forse nemmeno sapeva di avere. E non si tratta di qualunquismo o di grillismo, ma di osservazioni figlie di una navigata esperienza sul campo, di anni e anni di treni in ritardo, dove di fronte a tante delusioni non c’è nemmeno più lo spazio per l’ironia, per l’umorismo, per la pacca tra amici (quando si viaggia in compagnia) in cui ci si dice, ma va beh, prenderemo il prossimo. E nemmeno un serafico atteggiamento zen è quasi più possibile, anche se forse, ad oggi, sembra essere l’unica cosa da fare per rimanere in pace con se stessi.

Anche Modena è al centro di una piccola bufera per le vicende legate ad un treno. Non si tratta di Trenitalia, ma di TPER e FER, l’azienda trasporti che opera sul territorio regionale dell’Emilia Romagna. Che c’entrava Trenitalia quindi, direte voi. Poco o niente, ma non importa, era comunque un’occasione buona per parlarne male, e sarebbe stato da fessi lasciarsela sfuggire.

Tornando a noi, lo storico treno Gigetto, treno TPER tratta Modena-Sassuolo, è stato da domenica scorsa rinnovato con un convoglio che ha l’accattivante nome di Flirt, emilianizzato da ETR 350, un mezzo dalla linea sensuale e all’avanguardia, dotato di un impianto di aria condizionata funzionante, di sedili confortevoli, di schermi con l’infografica del viaggio, di bagni pronti per l’uso, di wi-fi (funzionante: lo abbiamo testato). Un segno di speranza, forse. Qualcosa che offre una valida alternativa ai servizi macilenti di, lasciatecelo dire di nuovo, Trenitalia. Potenzialmente, vista la quantità di fermate ravvicinate le une alle altre, una metropolitana di superficie a tutti gli effetti lungo una tratta storica (è attiva dal 1883) come la Modena-Sassuolo.

Nella gallery qui sotto: Gigetto 1 e 2.0:

Anche se sono ancora molte le cose che non funzionano, come ad esempio le biglietterie inesistenti a Baggiovara (ma i titolari dell’edicola dell’ospedale smentiscono: “i biglietti da noi ci sono sempre“) e non solo, il nuovo Gigetto non è assolutamente paragonabile ai disservizi di…. Tuttavia, sembra che il popolo non sia comunque contento. O almeno non tutto il popolo. Facebook, come al solito, fa da megafono alle istanze di gruppi di persone più o meno numerosi. E anche riguardo a Gigetto, molti sentono il bisogno di dire la loro. Molto democraticamente, esistono quindi due pagine che toccano la questione, quella pro e quella contro. Quella pro, “SalviamoGigetto” dall’atteggiamento piuttosto misurato, si spende decisamente a favore di Gigetto, del suo recente rinnovo, ma ne evidenzia allo stesso tempo i difetti. “Un miraggio?????…no…per fortuna è reale…silenzioso, moderno, con display e avvisi vocali…solo una pecca: sovradimensionato. Con due o tre carrozze sarebbe più che sufficiente…ma si vede che la gestione certi calcoli non li fa, visti i precedenti anche, si procede per tentativi…mah…speriamo inizino a guardarci meglio…”. Oppure ancora, ecco un intervento con una frase piuttosto concisa ma eloquente: “Lo risolviamo subito il problema dei biglietti o aspettiamo 10 anni?”.

La pagina contro, “Odio Gigetto”, nonostante il nome poco moderato, è anch’essa abbastanza misurata, e anche un pelo più ironica. E’ nata dalla volontà di alcuni automobilisti di sopprimere il povero Gigetto per via delle soste ai passaggi a livello, e da chi ritiene che Gigetto sia un treno completamente inutile, costoso e sempre vuoto, insomma uno spreco in tutti i sensi, che per di più da ora correrà anche la domenica, diventando così “vuoto 7 giorni su 7”. Il gruppo “Odio Gigetto” ha dichiarato guerra al gruppo “Salviamo Gigetto”, come commenta il signor Giuseppe Russo: “Stare a commentare su questo gruppi è sicuramente divertente ma non aiuta a cambiare le cose. Commentate anche sul gruppo “Salviamo Gigetto…”. Ridiamo, ma senza esagerare. Le cose importanti vanno cambiate per davvero! La partecipazione è una cosa seria. Non mancano i dissidenti, che commentano “Basterebbe togliere qualche corriera e il treno sarebbe pieno, se il problema è quello, la verità è che ci tira il culo stare fermi al passaggio a livello.” Forse sì, forse no.

Certo è che i modenesi amano la loro automobile con cui, se potessero, si sposterebbero anche dal bagno alla cucina. Pur non trattandosi di Trenitalia, Gigetto risveglia comunque un arcobaleno di sentimenti interessanti “Un treno politico che serve a trasportare gente che non lavora e non paga tra la stazione di Formigine Modena e Sassuolo. ….affare sicuram è quello che commerciano fuori da queste… un argomento delicato che apre le vene a noi e chiude sempre di più gli occhi a chi non vuol vedere…….meglio parlare di belle serate. ……” oppure “Mi sembra una tratta MORTA i poli scolastici sono da tutt’altra parte di Modena i tunka non pagano ecc a qualcuno GIOVERÀ. …”.

Certo, se ci dovessimo trovarci su Gigetto insieme a questi commentatori che, per fortuna, Gigetto non lo prenderanno mai, saremmo comunque costretti a preferire un qualsiasi mezzo Trenitalia, e a portarci dietro anche i nostri amici “tunka” (come “simpaticamente” qualcuno nei commenti su Facebook definisce i nordafricani), ovviamente tutti senza pagare il biglietto. E comunque, niente, anche i convogli Trenitalia costringono gli automobilisti a fermarsi ai passaggi a livello. Non c’è verso: la soluzione migliore potrebbe essere solo quella del teletrasporto, che, non perdiamo la speranza, prima o poi arriverà.

Alla ricerca di piccoli capolavori di tipografia urbana

Opere d’arte dove non te l’aspetteresti. Piccoli capolavori di tipografia urbana come perle sparse all’interno del tessuto delle città. Per vederle non si deve pagare un biglietto: basta, di tanto in tanto, alzare lo sguardo con lo stupore e la voglia di esplorare che hanno i bambini. E ci si renderà conto di meraviglie spesso ignorate, incastonate fra architravi o all’interno di lunette, talvolta impreziosite da un sottile strato di foglia d’oro, il più delle volte sbiadite o graffiate. Stiamo parlando di insegne. La particolarità di questi caratteri tipografici risiede nella loro eclettica varietà: difficile, se non impossibile, scovarne due identiche. L’unica cosa che le accomuna è il fatto che sono frutto di esperienza, creatività e perizia tecnica di grandi artigiani. Dal 27 maggio di quest’anno Francesco Ceccarelli e Lia Roncaglia – rispettivamente presidente e graphic designer di Bunker – gestiscono la pagina Facebook “Lettering da Modena”, un variopinto luogo virtuale dove catalogare, mostrare e mappare le insegne più interessanti di Modena. Il loro impegno s’inscrive in un progetto ad ampio respiro che raccoglie le esperienze di varie città italiane – Lettering da, appunto – ideato da Silvia Virgillo. Una nuova prospettiva, da cui ammirare la città.

insegna-lanastile-modena-lettering-da

Vi chiederei innanzitutto com’è nato il progetto “Lettering da Modena”. È sorto in concomitanza della nuova edizione del libro L’Italia insegna di James Clough?
F: In un certo senso mi stai chiedendo se sia nato prima l’uovo o la gallina [sorride]. In quanto soci e art director di Lazy Dog Press, abbiamo avuto l’occasione di progettare il libro che indaga oltre vent’anni di ricerca di James. Lui ama tutto ciò che noi italiani generalmente critichiamo: il fatto che, per esempio, non ci sia un’immagine coordinata all’interno delle città italiane per James è motivo di profondo interesse. Anche perché nel Regno Unito i caratteri tipografici utilizzati per insegne o steli commemorative sono praticamente tutti identici. Dalla follia italiana si generano la genialità e la varietà in diversi campi, non solo quello del lettering.

Il fatto che poi voi abbiate iniziato a seguire il progetto “Lettering da Modena”, ora anche su Facebook, è stato una diretta conseguenza della pubblicazione del libro di Clough?
L: È stata una fortunata concomitanza di eventi. Silvia Virgillo è colei che ha ideato e creato il progetto “Lettering da”, che è il collettore delle varie esperienze di lettering sparse sul territorio nazionale. Questo progetto nasce a Torino, in modo assolutamente spontaneo.
F: Esatto: noi stavamo lavorando al libro, Silvia aveva dato il la al suo progetto, l’attenzione alle insegne andava crescendo indipendentemente da noi e così sono nate le varie pagine Facebook. Chiedere la licenza di aprire “Lettering da Modena” è stata una naturale conseguenza. Oltre a queste pagine, fra l’altro, ne stanno nascendo tante altre.

Vedo che sulla pagina Facebook state seguendo regole editoriali ben precise: ogni foto pubblicata viene accompagnata a un testo estremamente ‘essenziale’: il simbolo # (l’hashtag) e una numerazione progressiva. Il focus è dunque sull’immagine.
L: L’idea è quella di costruire un archivio digitale capace anche di mappare la posizione di queste insegne: numerare le immagini e dare loro una collocazione geografica all’interno della trama urbana. Questo è il nostro obiettivo.
F: Una volta esaurite le insegne all’interno della cerchia urbana, potremo anche allargare il raggio d’azione alla provincia. Per ora, ci focalizziamo su Modena. Da typo-nerd quali siamo, di alcune insegne particolarmente interessanti estrapoliamo il tracciato vettoriale in modo da averne una ricostruzione grafica che potrà poi essere utilizzata per progetti futuri, quali pubblicazioni o mostre.

lettering-da-modena-francesco-ceccarelli-lia-roncaglia

Trovo anche molto interessante il fatto che in questo modo si conserva la memoria di queste insegne, grazie al social più utilizzato al mondo: Facebook. Mettiamo che una di queste insegne storiche venga eliminata da una nuova – e poco assennata – gestione: voi ne avreste lo schema grafico, lo scheletro. Volendo, potrebbe essere anche riprodotta. Un po’ come essere in possesso della pianta di un edificio demolito…
F: Esattamente. Sul sito abbiamo messo le fotografie di poco più di una dozzina di insegne, di cui una già non esiste più: una splendida insegna composta da lettere geometriche annidate sotto i portici accanto a piazza Mazzini. Ora non ne resta che l’ombra sull’intonaco. Perché avviene questo? James direbbe che manca la coscienza del valore di questi ‘oggetti’. A meno che non siano incastonate nell’edificio, è complicato conservarle…
L: Come quella del cinema Splendor: essendo parte dell’architettura, è stata restaurata assieme all’edificio.
F: In Canalchiaro, invece, ci sono insegne che sono state mantenute: una di queste è il ‘memoriale’ di una macelleria che non esiste più.

Il mattone tende ad avere un valore diverso rispetto al neon, purtroppo.
F: A Milano ci sono negozi che vendono solo insegne storiche.
L: È chiaro che sta nascendo una moda attorno alle insegne di un tempo, sì.

Leggi anche: Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali.

È già capitato che qualcuno vi ringraziasse per aver pubblicato la sua insegna?
F: Con la nascita di “Robinson”, l’inserto domenicale di “Repubblica”, James cura una sezione dedicata proprio alle insegne non contenute nel libro. Noi gli abbiamo inviato, fra le tante, la fotografia dell’insegna della torrefazione storica a pochi passi dal mercato Albinelli: la proprietaria è stata contentissima di vedere la propria insegna lì, immortalata sulla pagina di un giornale, esposta con orgoglio in vetrina assieme ai liquori e altre goloserie.
L: È già capitato che qualcuno ci scrivesse per mandarci le fotografie di alcune insegne.

farmacia

Questa esperienza costringe le persone ad alzare lo sguardo, non restando chine sullo smartphone.
F: Sì, è un invito a guardare altrove. Ora parliamo di insegne, ma la tipografia della città riguarda anche altri dettagli urbani: dai tombini alle iscrizioni.

Qual è il discrimine fra l’insegna da fotografare e quella che non ha un intrinseco valore storico?
L: Alcune sono falsi storici, quindi rifacimenti che vogliono scimmiottare qualcosa di storico. Sono citazioni, possono avere un legame interessante col passato, però le tecniche sono diverse.
F: Devono essere artigianali, fatte a mano. Un’insegna realizzata col prespaziato non ha lo stesso valore. Lo stesso discorso può essere fatta per un’insegna stampata sul plexiglas e retroilluminata. Una al neon invece è molto più interessante: la sagomatura del neon è un’arte che sta sparendo. Le insegne che possiedono un valore artistico sono state pensate, progettate e realizzate. Nel libro L’Italia insegna si parla inoltre degli ultimi due pittori di insegne: uno romano e l’altro genovese. Ma le tematiche legate al lettering urbano, per fortuna, stanno ispirando tanti giovani convinti nel riprendere in mano questo antico mestiere. Questo tema ci è molto caro.
L: C’è un forte ritorno all’artigianato, si sta dando nuovo valore al “fatto a mano”.

Qual è per voi l’insegna più bella?
L: Quella di Telesforo Fini: è ricchissima e davvero ben conservata.
F: Un’altra cosa interessante è trovare in basso a destra o a sinistra di un’insegna – come quella di Fini o quella della Torrefazione Caffè – la firma della vetreria che la realizzò. Si tratta di un elemento storico molto interessante. Alcune di queste vetrerie esistono ancora, fra l’altro.

Vi è mai capitato di girare l’angolo e trovare un’insegna che ancora non conoscevate?
In Corso Canalchiaro, poco prima di Piazzale San Francesco, hanno tolto qualche mese fa la copertura della lunetta di un negozio. Con mio grande stupore è comparsa l’iscrizione su vetro “Barbiere”. A breve la fotograferemo. Il lato interessante è che è comparsa così, per caso. Come un reperto archeologico.

AAA Cercasi giovani imprenditori amanti del viaggiare lento

In Italia va tutto male? No, non proprio tutto. Nonostante siamo in periodo di dichiarazione dei redditi – e come ogni anno alla compilazione del 730 si alzano gli occhi al cielo e si sussurra fra i denti qualche imprecazione furiosa contro questo “benedetto, assurdo Bel Paese” – qualche buona idea circola, e viene proprio da chi su questo Paese ci si siede sopra: cioè lo Stato.

L’Agenzia Demanio, l’organizzazione che si occupa della gestione degli immobili di proprietà pubblica – ha recentemente dato il via ad un’interessantissima iniziativa, “Cammini e percorsi”, che consiste nel mettere a disposizione, a titolo gratuito, 103 immobili da ristrutturare situati lungo antichi cammini e percorsi per bici. A disposizione di chi? Di tutti gli under 40 che abbiano voglia di mettersi in gioco (avendo una certa disponibilità economica visto che in molti casi lo stato di conservazione degli edifici va dal pessimo al mediocre, e quindi necessitano di interventi strutturali), che amino natura, trekking e animali. “L’obiettivo – si legge nella presentazione dell’iniziativa – è riutilizzare i beni come contenitori di servizi e di esperienze autentiche, fortemente radicate sul territorio, per camminatori, pellegrini e ciclisti”. E’ il Demanio stesso a suggerirne le tante possibili destinazioni d’uso: punto di ristoro, osteria, enoteca, bottega artigianale, locali per la vendita di prodotti tipici, spa, officina, affitto biciclette, ufficio informazioni.

Il tracciato della ciclopista del Sole che presenta due "tappe" anche nel Modenese
Il tracciato della ciclopista del Sole che presenta due “tappe” anche nel Modenese

Ma cos’ha di particolarmente interessante l’iniziativa? L’aspetto più originale è sicuramente quello legato al fatto che il progetto sembra assecondare le nuove (o quasi nuove) tendenze in fatto di cibo, moda, e ora anche di viaggi, il cosiddetto “slow movement”.
Sono sempre di più i viaggiatori che decidono di dare alla propria vacanza una bella frenata: aerei, treni ad alta velocità, automobile? No, grazie. Molto meglio un paio di scarpe comode, uno zaino, un berrettino per il sole, e tanta voglia di godersi appieno un’esperienza.

Il turismo lento, e in generale tutto ciò che viene preceduto dalla parola inglese “slow”, rivendica un modo del tutto diverso di vivere la propria vacanza e , in generale, la propria vita: all’insegna della profondità, della calma e, in generale, della lentezza, appunto. Rispetto a viaggi e vacanze, ad esempio, sono bandite le corse folli per prendere l’aereo in orario, le scalette serrate per riuscire a vedere più cose possibile in poco tempo, il lungo elenco di musei da visitare per poter tornare a casa e dire “Sì, l’ho visto. Anche quello! E anche quell’altro ancora!”. Insomma, per i praticanti di “slow travel”, non è importante “quanto”, ma “come”.

Non ci soffermeremo ad elencare le molteplici letture filosofiche che si possono dare all’idea di Viaggio con la V maiuscola. “Mettersi in cammino”, dalla notte dei tempi, ha molto di più di un significato prettamente fisico. In una società che, a molti, pare completamente depauperata della propria spiritualità, sono sempre di più le persone che sentono la necessità di uscire dai ritmi frenetici dell’esistenza, per entrare, almeno temporaneamente, in un regno di calma e pace e riuscire così a cogliere la sostanza delle cose.

macellovignola“Cammini e percorsi” cavalca intelligentemente quest’onda, promuovendo da un lato lo “slow travel” e dall’altro dando un incentivo ai giovani ad iniziare una propria attività senza stress eccessivi. Inoltre, è anche mirata al recupero del territorio e dei suoi immobili in disuso. Le 103 strutture che verranno messe a disposizione rimarrebbero altrimenti fatiscenti e in stato d’abbandono. Caserme, scuole, macelli, ex case del Fascio, saranno così invece completamente recuperate e rese utili per tutti.

“Cammini e percorsi”, naturalmente, vede protagonista anche qualche edificio storico del Modenese. Inclusi tra i 103 immobili infatti, ci sono il Macello di Vignola e la Torre della Bastiglia di Serramazzoni. Due “tappe” che si trovano sulla Ciclopista del Sole, un percorso di 3.000 km che attraversa da nord a sud 12 regioni, interessando ben 414 Comuni, inclusi i due a sud di Modena.

torrebastigliaIl Macello di Vignola, una lunga storia alle spalle dal 1910 fino alla chiusura del 2006, si trova in uno stato di conservazione definita “buono”, ed è un’ottima notizia per chi decida di investirci, mentre la Torre della Bastiglia di Serramazzoni, simbolo del paese, è attualmente considerato un edificio a rischio, che necessiterebbe di un tempestivo intervento per valorizzarne nuovamente i numerosi pregi. Stato di conservazione: mediocre. Il primo, un impianto costituito da un fabbricato centrale e due edifici laterali, nasce dalla mente dell’ingegnere di Bologna Dino Zucchini. Nel corso del Novecento è stato ampliato numerose volte, pur mantenendo le sue caratteristiche costruttive piuttosto inalterate. La Torre della Bastiglia è invece una struttura risalente al XII secolo, che gode di una straordinaria posizione panoramica sulla sottostante vallata, proprio perché nata come torre di vedetta (in questo pdf, tutte le info sulle due strutture, estrapolate dal dossier contenente le schede di dettaglio di tutti gli immobili).

Entrambi sembrano destinati ad un glorioso recupero. Che, ci auguriamo, non sarà troppo “lento”.

In copertina, un’immagine in Licenza CC  di Noel Bauza