Nota della redazione

Modena, 22 settembre 2018

In data odierna abbiamo avuto notizia che una nostra collaboratrice è oggetto di inizio di un’indagine penale. A tal proposito la redazione si è riunita e, a scopo cautelativo – manifestando piena solidarietà alla collaboratrice e confidando nell’operato della magistratura – ha preferito espungere l’articolo oggetto del contenzioso. Nella convinzione che tale scelta non costituisca in alcun modo acquiescenza alle ragioni avverse che hanno portato alla denuncia e confidando parimenti che i contenuti da questo articolo riportati rientrino a pieno titolo nel diritto di cronaca, attendiamo pienamente fiduciosi gli esiti dell’accertamento penale.

Il direttore responsabile

Luigi Vaccari

150 anni di quel “sicuro navicello che solca limpida e placida onda”

28Il 12 giugno 1867, con atto del notaio Benucci, viene costituita la Banca Popolare di Modena. Siamo ancora in pieno Risorgimento, con l’Italia appena nata, in un clima fecondo per la nascita e diffusione di Banche popolari, come strumento per promuovere il credito a favore delle classi lavoratrici. In questo ambito si delinea il progetto di creazione della Banca Popolare di Modena, voluta dal gruppo dirigente della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso. Il primo bilancio viene approvato nel 1870 a pochi mesi dalla presa di Roma con la breccia di Porta Pia. La sede della nuova banca è nel palazzo Fabrizi, in corso Canalgrande, angolo via Emilia centro. Fin qua potrebbe essere la cronaca di uno dei tanti istituti di credito, nati in una qualsiasi città italiana, che ripercorre le proprio origini per arrivare a spiegare di essere oggi parte di una grande banca, con una sede prestigiosa in una grande città italiana, o estera. E’ già accaduto ad altre banche modenesi e va bene così, perché questo è il corso delle cose.

Invece, questo è l’incipit di una storia che la BPER ha prodotto in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di vita di una banca che oggi è la sesta in Italia come dimensioni, che ha scelto di restare nella piccola città in cui è nata, Modena. Proprio in città la Popolare, così la chiamano ancora i modenesi, ha voluto celebrare il compleanno, offrendo alla cittadinanza tre giorni di eventi (10-12 giugno) e allestendo una mostra, presso la chiesa di San Carlo, aperta fino al prossimo 9 luglio.

Un’immagine che la BPER fa sua per descrivere la propria storia è presa ancora dai documenti storici dei suoi primi decenni di vita ed è quella del , descritto nel 1899 per presentare ai soci un altro anno di buoni risultati di gestione. Una navigazione che ha seguito una rotta sicura, capace di superare indenne le più terribili tempeste, come testimoniato dalle parole della relazione del bilancio 1930: “La crisi economica che si è verificata in quasi tutta Europa e che ha, anche in Italia, cagionato dissesti di organismi già ritenuti forti e sani sotto ogni aspetto, può dirsi che non abbia avuto ripercussione sul nostro Istituto”.

Questa rotta economico-navale subì una prima sostanziale accelerazione nel secondo dopoguerra, quando la Banca divenne “attore principale nel processo di ricostruzione dell’economia locale dilaniata dal conflitto e favorì il boom industriale e artigianale di una delle provincie più povere del Nord, favorendo lo sviluppo dell’economia dei distretti.”
Il legame con il territorio non è una cosa scontata per aziende di questa portata, ma Modena è ben abituata, perché non sono poche le realtà economiche che sono cresciute anche a livello mondiale e che hanno tenuto radici e legami saldi all’ombra della Ghirlandina o nella nostra provincia.

“Un punto fermo di questi 150 anni di storia sono i valori: il rapporto con le persone e la vicinanza al territorio. La storia di BPER Banca racconta infatti questi legami forti; l’istituto è nato in una piccola città dove lo spirito imprenditoriale ha sempre animato le persone. E proprio dall’attenzione al rapporto con le imprese è arrivato lo stimolo a crescere, ad attrezzarsi per migliorare prodotti e servizi e a competere ad armi pari con i più importanti Gruppi bancari. Grazie al rapporto virtuoso con la loro banca – prosegue la sintesi storica prodotta dalla popolare – molte piccole imprese sono cresciute, fino a diventare eccellenze assolute sui mercati internazionali. Questo è avvenuto prima a Modena e in Emilia Romagna, poi via via in ambiti più ampi ed estesi al territorio nazionale, in cui l’istituto ha operato con le stesse modalità di dialogo e attenzione che l’hanno caratterizzato dalla nascita. BPER ha sempre rispettato i valori che animarono nel 1867 un gruppo di cittadini modenesi nel progettare una banca in grado di agevolare il ricorso al credito, rivolgendosi a un ambito sempre più vasto di fasce sociali, mantenendo le persone sempre al centro.” La Popolare è indubbiamente entrata a far parte del tessuto sociale della città, non solo attraverso il rapporto con le imprese e i cittadini, ma anche dando lavoro a migliaia di famiglie della città, creando, almeno nei primi tempi, anche un orgoglioso senso di appartenenza. Ecco perché è nata la scelta di aprire alla città le proprie celebrazioni, offrendo appuntamenti di spettacolo e cultura economica, confermando che Modena resta comunque la “capitale” della banca.

I dubbi non sarebbero infondati, perché la Popolare inizia fin dalla fine degli anni Sessanta vi a superare i confini provinciali con l’apertura di alcune filiali nelle provincie limitrofe e con l’acquisizione di alcune piccolissime banche locali. Nel 1983 la Banca Popolare dell’Emilia, nata dalla fusione della Banca Popolare di Modena e della Banca Cooperativa di Bologna, muove i primi passi da banca regionale, proclamando orgogliosamente che ognuna delle sue filiali – diffuse essenzialmente nelle provincie di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – avrebbe mantenuto “l’identità propria di una banca locale, secondo la tradizione del credito popolare”.

Il 1 maggio 1992 la Banca Popolare di Modena diventa Banca Popolare dell’Emilia Romagna: gli sportelli aumentarono del 37%, i dipendenti del 21%, il patrimonio del 16% e il nuovo Istituto compì l’ultimo passo per accreditarsi come banca regionale. Non passa molto e nel 1994 parte il progetto di costituzione di un Gruppo bancario federale con l’acquisizione di numerose banche locali in varie zone d’Italia, delle quali venne preservata l’autonomia, insieme con il radicamento territoriale. Tale modello resta fino al piano industriale 2012-2014, quando la politica dell’Istituto si indirizza verso una semplificazione adeguata alle nuove esigenze di mercato, per arrivare nel recentissimo 2015 all’adozione del nuovo Piano industriale 2015-2017 e nella ridefinizione del brand e del nome stesso dell’Istituto, diventato appunto BPER Banca.
Oggi BPER è presente in 18 regioni con circa 1.200 filiali, oltre 11.000 dipendenti e 2 milioni di clienti.

A dimostrazione dell’attaccamento a Modena restano anche le numerose presenze che la BPER afferma in città, attraverso sponsorizzazioni e patrocini negli ambiti dello sport, della cultura e dello sviluppo del territorio, fino ad arrivare a quello che ormai in città tutti chiamano “l’Evento”, il concerto di Vasco del 1 luglio.
In contemporanea ai cambiamenti e agli sviluppi che questa storia narra, restano le radici e la volontà di mantenerle, per dire che Modena può essere una città con il tessuto adatto ad ospitare un istituto di credito di dimensioni nazionali. Dopo 150 anni si può dire che la Popolare c’è ancora.

“Una nube lo sottrasse ai loro occhi”

Nel giorno in cui la Chiesa universale celebrava l’Ascensione del Signore, il vescovo Benito è salito al Padre. Don Paolo Losavio, che lo ha conosciuto bene e gli è stato vicario generale per tanti anni, lo ricorderà in modo adeguato al termine della Messa. Ma due piccole foto del vescovo Cocchi vorrei scattarle anch’io, che ho potuto frequentarlo molto meno di tanti tra voi. La prima risale al 1980, quando don Benito, come tutti lo chiamavano nella sua Bologna, era vescovo da soli cinque anni. Noi seminaristi del Regionale lo vedevamo solo nelle funzioni in Cattedrale; sapevamo che era stato professore di diritto canonico nel corso di teologia, che appena quarantenne era stato auspicato come vescovo ausiliare del Card. Antonio Poma dal presbiterio bolognese, poi nominato e ordinato, e che abitava in una comunità sacerdotale. Decidemmo quindi di andarlo a trovare e ci trovammo a pranzo con un uomo dalla fede profonda e concreta, di grande spirito e intelligenza, vivace ed arguto, colto e umilissimo, innamorato di Cristo e della Chiesa, che serviva con grande energia.

L’altra foto è di pochi giorni fa. La vigilia della sua morte ho potuto pregare per mezz’ora al suo capezzale, insieme ad alcuni parenti ed altre persone amiche. Guardando il suo viso sofferente ma disteso, ho pensato a quante persone, in quindici anni di ministero presbiterale e oltre quaranta di ministero episcopale, avevano incrociato quel volto, ricevuto una parola e un sorriso, raccolto un’attenzione da parte sua. Don Benito non è salito al cielo da solo, ma atteso e scortato da una schiera di amici che gli sono riconoscenti per la sua bontà. Scortato, soprattutto, dai tanti poveri ed emarginati da lui assistiti anche personalmente: sapeva vedere la ricchezza del Signore là dove molti scorgevano solo problemi e miserie. Credo che uno dei servizi a lui più congeniali sia stato quello di guidare, come Presidente, la Caritas italiana per sei anni. La sua attenzione alla dimensione sociale si è espressa, in quegli anni, anche avviando qui a Modena la tradizione della Lettera alla città, in occasione della festa di San Geminiano. E la città gli è riconoscente e lo sente molto vicino.

mons_cocchiNon solo la vita terrena del vescovo Cocchi, ma la vita di ciascuno di noi si snoda tra queste due foto: tra le esperienze in cui siamo padroni di noi stessi, siamo pieni di energie e ci dedichiamo attivamente ai nostri compiti, e le esperienze in cui siamo consegnati ad altri e viviamo il tempo della quiete e del silenzio. Anche Gesù ha provato queste esperienze: come ricordano la prima lettura e il Vangelo appena proclamati, quelli della solennità dell’Ascensione, ha attraversato la passione e la risurrezione, la vita e la morte, prima di salire al cielo. Anche lui ha sperimentato la gioia di una vita attiva e la mestizia della consegna ad altri e del silenzio. E ha portato tutto con sé salendo al Padre. Dice Luca che “una nube lo sottrasse ai loro occhi”. La nube è segno del mistero di Dio che avvolge, è il simbolo di un avvenimento impenetrabile allo sguardo umano, di un evento che Dio protegge dalla curiosità degli uomini. Gli ultimi anni della vita del vescovo Benito sono stati velati da una specie di nube che impediva una piena comunicazione con lui, una nube sempre più spessa che lo ha avvolto e come custodito nel silenzio, una nube che gli ha tolto gradualmente la capacità di esprimersi con quella logica che prima padroneggiava così bene, lo ha privato a poco a poco della stessa parola, ma non ha potuto spegnere quello sguardo così luminoso che si trasmetteva dai suoi occhi ed era incorniciato da un largo sorriso. La nube ha avvolto l’intelligenza, la volontà, i movimenti e la parola; ma non è riuscita ad avvolgere gli affetti, che si esprimevano attraverso la vivacità dei suoi occhi, conservata fino quasi agli ultimi giorni. Quella nube, forse, dava fastidio più a noi che a lui, perché colpiva il nostro desiderio di intenderci con le parole e la logica e soprattutto perché interrogava i nostri ritmi frenetici, il mito dell’efficienza e in definitiva il senso stesso della nostra vita.

Gesù è salito al Padre, dice ancora Luca, benedicendo i suoi discepoli. Il vescovo Cocchi, come molti dicono, era “troppo buono”: non era capace di maledire, cioè di dire male del prossimo. Non era incline alla critica: quando dissentiva da qualcuno, una volta espresso chiaramente il proprio pensiero, piuttosto taceva. Capiva molto di più di quello che lasciava intendere. Il suo interesse per i gufi – ne ha raccolto una collezione impressionante, di ogni fattura e grandezza – deriva dal fatto che questo animale è uno dei simboli della saggezza; don Benito spiegava il suo hobby, un po’ strano per un vescovo, ripetendo questo detto: “il vecchio gufo più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva”. E lui spesso taceva, perché era saggio. Alla fine la parola gli è stata tolta, forse perché aveva raggiunto una misura alta di saggezza.

Non era portato ad esprimere rabbia e a sgridare: usava invece l’arma intelligente dell’ironia e della battuta, più rispettosa e spesso più efficace del rimprovero, anche se poteva essere scambiata per un segno di debolezza. Sono certo che l’altro ieri, salendo al Padre, ha raccolto di nuovo tutti in una grande benedizione: anche quelli che lo hanno fatto soffrire. Per questo chiediamo al Signore di imitare i suoi discepoli che, una volta asceso lui al cielo, non si sono rattristati ma sono stati investiti di grande gioia ed hanno iniziato a lodare Dio. Lodiamolo per questo pastore così buono che ha arricchito la nostra Chiesa con la sua testimonianza, con il suo ministero instancabile, con la sua predicazione e il suo sorriso e con il suo silenzio avvolto dalla nube del mistero; silenzio che ha parlato più di tante parole.

Don Erio Castellucci

Passato e Presente

Istituto Comprensivo “G. Leopardi”
A.S. 2014-2015

I ragazzi erano molto interessati agli aspetti della vita quotidiana del ‘900 e alle differenze con quella moderna: hanno perciò, fin da subito, scritto delle scene che comparavano le condizioni di viaggio, la cena e il fidanzamento nel 1905 e nel 2015. Insieme a loro poi abbiamo aggiunto a questo schema delle informazioni storiche riguardo la quotidianità novecentesca, e abbiamo imbastito la scena come se passato e presente si affrontassero su un ring, evidenziandone le inevitabili differenza ma anche le preoccupanti somiglianze. Con loro la maggio parte del lavoro si è basato sulla costruzione della scena e dei movimenti, in quanto lo spettacolo ha molti e rapidi cambi scena.

Per ulteriori informazioni si rimanda alla pagina del laboratorio sul sito di Carissimi Padri…

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Copione

Il palco è diviso in due parti con un gioco di luci accese/spente.

I gruppi si alternano nel mostrare momenti di vita quotidiana nel passato e nel presente.

A sinistra del palco stanno: Gianluca, Valeria, Manuele, Marco, Isak, Matteo, Samuel, Sofia, Raffaele, Manuela, Laura; a destra stanno: Eleonora, Giulia, Beatrice, Hamza, Tosca, Martina

PRIMA SCENA

Entrambi i gruppi del primo round sono posizionati sul palco.

Isak entra e si posiziona in centro (dove rimane fisso): potrebbe avere una giacca e una cartellina, così che ad ogni round possa girare il foglio con scritto il numero e mostrarlo al pubblico.

ISAK NARRATORE: Signore e Signori oggi vedremo combattere su questo ring niente popò di meno che il nostro passato e il nostro presente! I Round: il viaggio. 1905

MADRE VALERIA , PADRE LUCA e FIGLIO MANUELE sulla carrozza trainata da un cavallo MARCO e guidata dal cocchiere GIANLUCA. La MADRE legge un libro, il PADRE un giornale, il FIGLIO si annoia e li infastidisce

COCCHIERE: Buongiorno messeri, vi informo che siamo in arrivo a Parigi. La carrozza è partita da Milano incirca una settimana fa e abbiamo accumulato circa 5 ore di ritardo. Grazie di aver viaggiato con noi.

FIGLIO: Quando arriviamo?

MADRE: Tesoro, abbi pazienza, stiamo per arrivare!

FIGLIO: Mi annoio..

PADRE: te l’ ho già detto, prova a guardare il paesaggio!

Il FIGLIO guarda fuori con un piccolo binocolo

PADRE: ah hai portato il binocolo che ti ho regalato eh? Pensa che è l’invenzione di un Italiano, tale Ignazio Porro… Il FIGLIO parla sopra il PADRE che continua a spiegare

FIGLIO: porro?? Madre….Ho fame!

MADRE: Prova a chiedere a tuo Padre se ha un pezzo di pane

FIGLIO: Padre, ha un pezzo di pane?

PADRE: …ottico e topografo, che nel 1850 trovò il metodo per associare due cannocchiali a prismi…

FIGLIO: Madre, ho sete!

MADRE: Alla prossima fermata potrai bere un po’ d’acqua dell’ acquedotto

FIGLIO: Sono scomodo! Questa carrozza è stretta! PADRE: Prova ad appoggiare la testa su tua Madre

FIGLIO: Ci sono delle buche!

MADRE: mi scusi buon uomo, per quanto ancora ci saranno queste buche?

Cocchiere: La strada è dissestata ancora fino alle porte della città, li poi hanno creato delle strade lisce e facilmente percorribili.

FIGLIO: Mi sento male..

MADRE: Tranquillo, tesoro

Il PADRE vomita

MADRE: sospirando. Visto? Te l’ ho sempre detto che non digerisci il porro!

Finita la scena rimangono fermi al buio e aspettano che si svolga la scena del presente Isak in centro:

ISAK: 2015

MAMMA GIULIA, PAPA’ HAMZA e FIGLIA ELEONORA comodamente seduti su un aereo:

il PAPA’ sonnecchia, la MAMMA è tesa, il FIGLIA ha in mano il cellulare ma non riesce a stare ferma. COMANDANTE GIANLUCA voce fuori campo, HOSTESSO TOSCA

COMANDANTE: Signore e signori ben venuti a bordo di “Vola vola airline”; vi informiamo che il viaggio da Milano a Parigi durerà all’ incirca un’ ora e venti minuti e che non ci dovrebbero essere turbolenze. Vi preghiamo di stare seduti e di spegnere i cellulari.

FIGLIA: Quando arriviamo?

MAMMA: Siamo appena partiti! Il viaggio dura poco più di un’ ora, abbi un po’ di pazienza.

FIGLIA: Mi annoio!

PAPA’: Prova a leggere qualcosa…perché non usi l’ applicazione dei libri sul cellulare? Così lo usi per qualcosa di utile!

FIGLIA: Non posso, il comandante ha detto di spegnerlo…Ho fame!

MAMMA: Aspetta, fra un po’ dovrebbe arrivare l’hostess.

FIGLIA: Ho sete!

PAPA’: Guarda, sta arrivando l’hostess!                        arriva l’hostess

HOSTESS: Gradite degli stuzzichini?

FIGLIA: Non mi piace! Mi scappa la pipì!

COMANDANTE: Signore e signori vi informiamo che è in arrivo una leggera turbolenza

HOSTESS: è in arrivo una turbolenza, si prega di restare seduti.

FIGLIA: ma che noia!!

PAPA’: Ti racconto io qualcosa di interessante: lo sapevi che il primo volo aereo fu compiuto nel 1903 dei fratelli Wright e durò solo qualche secondo?

FIGLIA: Beati loro! Almeno lì non c’era il tempo di annoiarsi.

PAPA’: non è mica così semplice la storia: l’ aereo non era per i passeggeri, ma era talmente leggero che il vento lo spostava… solo a pensarci mi viene la nausea.

FIGLIA: Mamma, non mi sento tanto bene..

PAPA’ Vomita

Finita la scena rimangono fermi al buio. Mentre Isak parla si fanno i due cambi scena. Hamza e Tosca escono da sinistra

NARRATORE: Nonostante il progresso raggiunto nell’ industria dei trasporti, un recente studio di settore certifica che… la nausea da viaggio è rimasta uno spiacevole effetto collaterale invariato nel tempo. Isak rimane in centro e gira il foglio della cartellina

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SECONDA SCENA

Lato passato: (Intorno ad un tavolo, o seduti per terra) MAMMA SOFIA , FIGLI MATTEO, SAMUEL, MANUELE E TOSCA; lato presente: MAMMA BEATRICE, FIGLIO MARCO.

NARRATORE: II Round: Una cena in famiglia. 1915

i FIGLI MINORI sono già a tavola

MADRE: a tavola!

Entrano il FIGLIO MAGGIORE GIANLUCA e il PADRE HAMZA

FIGLIO MAGGIORE: arrivo madre!

PADRE: buonasera

TUTTI: buonasera padre

MADRE: com’è andata nei campi oggi tesoro?

PADRE: quest’anno il raccolto è molto diminuito, dopo che mi hanno tolto del terreno per far passare la nuova Ferrovia dello Stato, sono davvero deluso ed arrabbiato. A voi com’è andata la giornata?

FIGLI: tutto bene

PADRE: cosa hai preparato, cara?

MADRE: ho preparato delle patate, con piselli e qualche legume.

PADRE: non c’è rimasta un po’ di carne?

MADRE: vado a vedere se ce n’è ancora… Sai, ho saputo che è arrivato dalla Nuova Zelanda il primo carico di carne di montone surgelata, ma purtroppo il frigorifero che serve per conservarla non è ancora arrivato in tutte le case.

PADRE: ah si! Il mio amico di Londra cucina i surgelati già da qualche anno. Certo, mi ha detto che per mantenerli freschi ha dovuto comprare anche un re-fri-ge-ra-to-re, ma mi ha assicurato che il sapore del cibo è ottimo e inoltre non deperisce…

MADRE: ecco… a proposito di deperire… la carne purtroppo è andata a male.

l a MADRE va a prendere della carne

MADRE: è rimasta solo questa, ma purtroppo è andata a male

FIGLIO MAGGIORE: bhe, speriamo che questi nuovi re-fi-ge-ra-to-ri arrivino in fretta anche qui da noi! Ci pensate? Potremo surgelare intere cene!

Finita la scena, come sopra. Isak al centro NARRATORE: 2015

MAMMA: è pronto..   è pronto.. è pronto!

FIGLIO: Uffa, arrivo Mamma! Ma non c’è niente in tavola!

MAMMA: Apparecchia! Non sono una serva.

Entra il PAPA’ LUCA

PAPA’: Buonasera!

MAMMA: come è andata a lavoro, oggi?

PAPA’: Bene, oggi abbiamo inviato alla NASA il nuovo carico di cibi liofilizzati e surgelati per gli astronauti sulla stazione spaziale internazionale. (Come se facesse lo spot) Più buoni, più sani, più stellari! A te, invece?

MAMMA: Tutto bene. Stamattina sono uscita per fare la spesa e mi sono dimenticata di avviare la lavatrice, ma con la mia nuova applicazione per cellulare “Lavatrice intelligente” ho potuto farla partire con un solo click! (Come se facesse lo spot) Lavatrice happy clean, così silenziosa che nemmeno la senti!

FIGLIO: forse non l’ hai sentita perché eri fuori casa!

PAPA’: E tu?! Come è andata?

FIGLIO: Bene

PAPA’: Che cosa avete fatto oggi a scuola?

FIGLIO: Niente! Solite cose con la Lavagna elettronica

PAPA’: Ancora con quel telefono!? Mettilo via, dobbiamo cenare!

Si siedono tutti a tavola

PAPA’: Che cosa hai preparato per sta sera?

MAMMA: (Come se facesse lo spot) Bastoncini di pesce, surgelati! Funghi, surgelati! Patatine, surgelate! E per finire, frutti di bosco, surgelati!

FIGLIO: Ma tutto surgelato!

MAMMA: Sono molto pratici. Pensa a quei poveri bambini di 100 anni fa che neanche li avevano! Quindi, evviva i surgelati!

TUTTI: Evviva i surgelati!

Finita la scena, come sopra: Isak al centro che parla e dietro i cambi scena. Beatrice esce da sinistra

NARRATORE: (come se facesse lo spot) Nonostante i progressi raggiunti nel settore alimentare e della conservazione dei cibi, dalle dispense di sale ai refrigeratori moderni, recenti studi hanno dimostrato che solo una cosa non è mai cambiata: il comando ai fornelli è rimasto esclusiva femminile!

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TERZA SCENA

Lato passato: PADRE RAFFAELE, MADRE MANUELA in scena, PRETENDENTI 1 ISAK in centro, 2GIANLUCA, 3 MARCO in quinta.

Lato presente: a sinistra tutti i ragazzi, a destra tutte le ragazze

NARRATORE : III round: Il fidanzamento. 1905

PRETENDENTE 1 ISAK bussa alla porta (lo fa dal centro palco dove è fisso da sempre)

PADRE: chi è che bussa a quest’ora

MADRE: deve essere quel ragazzo che vuole chiedere la mano di nostra FIGLIA

PADRE: quale ragazzo?

MADRE: quello che abita sull’argine del Po

PADRE: fallo entrare, ci parlerò io

MADRE apre la porta

MADRE: buona sera, prego

PRETENDENTE1: buona sera, sono Guglielmo Giovanni Maria Marconi, vorrei parlare con vostro marito. (Porgendo dei fiori alla MADRE) questi sono per lei.

MADRE: si accomodi

PRETENDENTE1: (stringe la mano al PADRE) buona sera

PADRE: si sieda,(camminando avanti e indietro)ho saputo che vuole chiedere la mano di mia FIGLIA

PRETENDENTE1: si signore

PADRE: e che cosa ha da offrire?

PRETENDENTE1: sono l’ inventore del radiotelegrafo, un efficace sistema di comunicazione con telegrafia senza fili via onde radio. Modestamente credo che la mia invenzione possa avere grandi sviluppi in futuro e di procurarmi una certa fortuna. PADRE: Ceeerto…. (a sé) aggeggi infernali senza futuro…

PRETENDENTE2 GIANLUCA bussa alla porta da sinistra

PADRE: e adesso chi è che disturba la nostra conversazione?

MADRE: deve essere l’altro ragazzo che vuole chiedere la mano di nostra FIGLIA

PADRE: chi è?

MADRE: quel forestiero che viene dall’ America

PADRE: fallo entrare, ci parlerò io

(MADRE apre la porta)

MADRE: buonasera, prego

PRETENDENTE2: buonasera, sono Walter Stanford Sutton, vorrei parlare con vostro marito, questo è un omaggio per lei MADRE: si accomodi

PRETENDENTE2: buonasera signore ( rivolto a PADRE che non ricambia il saluto ), buonasera (rivolto a PRETENDENTE1 che lo guarda male)

PADRE: ho saputo che anche lei vuole chiedere la mano di mia FIGLIA

PRETENDENTE2: (indicando PRETENDENTE1) ah perchè anche lui è qui per lo stesso motivo?

PADRE: sorvoliamo, lei che garanzie può offrire a mia FIGLIA?

PRETENDENTE2: sono un genetista, e dopo molte ricerche e studi ho scoperto che il patrimonio ereditario si trovi nei cromosomi. E vostra FIGLIA ha il patrimonio cromosomico più bello che io abbia mai visto (innamorato)

(PRETENDENTE3 bussa alla porta)

PADRE: chi è che ci disturba ancora?

MADRE: deve essere l’altro ragazzo

PADRE: un altro?????? fallo entrare

MADRE: buonasera, prego

PRETENDENTE3: buonasera, sono Karl Landsteiner, vorrei parlare con vostro marito. questi sono per lei MADRE: si accomodi

PRETENDENTE3 tenta di stringere la mano a PADRE e a PRETENDENTE1 e PRETENDENTE2, ma nessuno ricambia

PADRE: e lei cosa offre, sentiamo?

PRETENDENTE 3: Io sono un fisiologo e ho scoperto recentemente i gruppi sanguigni e sono certo che….

PADRE: (lo interrompe) cara, dato che tutti e 3 vogliono chiedere la mano di nostra FIGLIA, vai a chiamarla

FIGLIA LAURA entra

PADRE: Laura, conosci questi tre uomini? FIGLIA: forse, ci siamo visti alla fiera del paese

I 3 PRETENDENTI: ma come?

PADRE: e chi preferisci dei 3?

FIGLIA: ma, veramente nessuno

PADRE: Avete sentito? Ora potere uscire da casa mia

PRETENDENTE3: ma come?

PRETENDENTE2: pensavo che mi amassi

FIGLIA: ma come potrei? Un italiano, un americano ed un austriaco insieme, assomigliate a una barzelletta!

I pretendenti 2 E 3 escono tristi; Isak rimane al centro a dire la battuta

PRENTENDENTE 1: una curiosità, lor signori hanno mai sentito la storiella dell’ Italiano, dell’ inglese, del francese e del tedesco che giocano a risiko?? c’è da spanciarsi…

…Vabbè, 2015

Isak si unisce al gruppetto di ragazzi formatosi nel “lato passato” .

Le ragazze hanno formano un gruppo nel lato presente e parlano,

FIDANZATA BEATRICE entra da sinistra, passa davanti al gruppetto di ragazzi e lancia uno sorriso al FIDANZATO GIANLUCA

Fidanzato: oh jack, hai visto? Giulia mi ha guardato!! Secondo te le piaccio?

Amico: e io che ne so, chiedilo a lei no?

Fidanzato: eh sì che faccio mi avvicino e le dico: “senti ho visto che mi hai guardato, ma per caso ti piaccio?” Non mi tira per niente!

Amico: vabbè allora scrivile su whatsapp, no?

I gruppetti si allontanano, intanto FIDANZATA E FIDANZATO si staccano dal gruppo e si mettono di spalle l’ uno all’ altro. Inizia così uno scambio di baloons con le emoticons di whastapp, (tenuti da TOSCA E MANUELE) con reazioni collegate dei ragazzi.

Alla fine dello scambio si alzano, si girano lentamente e si guardano imbarazzati.

Fidanzato: bhe, io vado agli allenamenti

Fidanzata: si, io vado in centro con le mie amiche.

Fidanzato: ok…

Insieme: ci sentiamo su whatsapp!

Si girano e corrono verso i propri gruppi. Isak al centro,

nella cartellina ha l’ immagine della bomba di whatsapp che mostrerà alla fine della battuta

NARRATORE: nonostante i progressi nel campo delle relazioni interpersonali e delle comunicazioni, studi recenti dimostrano che le possibilità di fraintendimento tra esseri umani è rimasta invariata nel tempo…fino a catastrofiche conclusioni.

Tutti guardano la bomba spaventati, urlano ed escono.

Le migrazioni: nuovi scenari di crisi e possibili soluzioni

Negli ultimi anni abbiamo attraversato una serie di repentine crisi economiche definite anche dall’OCSE “turbolenze”, crisi acute che comunque avevano effetti di media portata. Oggi invece la situazione di incertezza è tale – come ha spiegato Stefano Giovannini partecipando lo scorso 20 novembre a un incontro della Fondazione Gorrieri sul futuro economico-sociale ed i fenomeni migratori – da chiedersi se non sia il caso di ripensare ad un nuovo modello di sviluppo, di fronte alle evoluzioni delle grandi questioni irrisolte politiche ed economiche e agli effetti dei cambiamenti climatici, che influenzano i flussi migratori di decine di migliaia di persone,.

Mentre nel passato si pensava che lo sviluppo economico fosse progressivo e lineare, i nuovi scenari locali ed internazionali ci presentano ora un mondo con poca linearità, frammentato e fortemente instabile. Nella conferenza sul clima di Parigi, l’obiettivo principale per tutti i paesi industrializzati sarà di ridurre a non più di 2 gradi l’innalzamento della temperatura del pianeta producendo minori emissioni. Ed anche solo così gli impatti dei cambiamenti sull’ambiente saranno di enorme portata. In un mondo che supererà i 7 miliardi di abitanti ci saranno grandi flussi migratori di popolazioni in fuga da territori che a seguito dei processi di desertificazione e scarsità di acqua saranno divenuti inospitali e inadatti alla vita.
L’Italia, in questo panorama, rimane un luogo di passaggio per molti migranti ed anche la politica deve cambiare, nelle strategie sull’immigrazione.

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Alcuni paesi europei, come l’Ungheria, l’Austria e la Germania, reagiscono male di fronte alle migliaia di persone che chiedono asilo perché la pressione sociale è davvero molto forte ma non tengono presente che nel giro di alcune decine d’anni saranno necessarie milioni di persone straniere per consentire ad una popolazione in progressivo invecchiamento come quella europea di continuare a percepire una pensione dignitosa. Tenendo anche presente, ad esempio, che in Turchia ci sono già ora circa 2 milioni di rifugiati, e la nazione ha fatto una richiesta non negoziabile all’Unione Europea di alcuni miliardi di euro per tenere i rifugiati sul proprio suolo, a cui si aggiunge l’ingresso della Turchia senza condizioni nella UE.

Un ulteriore fattore di incertezza nel nostro futuro arriva anche dal mondo delle macchine costruite dall’uomo: robot e computer non solo hanno modificato le nostre vite, ma stanno influenzando i rapporti sociali e la privacy, ormai del tutto inesistente nell’universo dei social network. Si sta poi passando dall’Internet delle persone all’Internet delle cose, con oggetti che dialogano tra loro mediante la rete e si scambiando dati, istruzioni ed informazioni. Si tratta di un nuovo modo di gestire i dati già oggi diffusi nei processi di produzione industriale. Il divario tra chi sa utilizzare i dati e chi non li sa utilizzare sarà sempre più marcato e per questo motivo l’istruzione nella società della conoscenza sarà la chiave per il successo. E’ però ancora troppo elevata nel nostro paese la percentuale dei giovani che non studiano e non lavorano, per cui occorre investire su programmi contro la dispersione scolastica e a sostegno dell’occupazione.

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Per immaginare un nuovo modello di sviluppo occorre soffermarsi sul sistema umano e sull’eco sistema. La sostenibilità dipende da quattro forme di capitale: il capitale naturale, il capitale sociale, il capitale umano e quello economico. Combinando questi tipi di capitale, una società produce beni e servizi ma anche rifiuti, per cui occorrono nuovi modelli di sviluppo sostenibile. Dovremmo occuparci fondamentalmente dei bisogni dell’eco sistema e ciò procura benessere ecosostenibile in funzione della capacità che abbiamo di estrarre benessere dalle nostre risorse e dal livello di resilienza, ovvero dalla nostra capacità di reagire positivamente di fronte ai problemi.

L’intervento integrale:

Fonte immagine di copertina.

Italiani: razza bianca pelle scura

C’è stato un tempo, fra il 1880 e il 1920, in cui anche gli italiani emigravano su navi stracolme, trovando talvolta la morte per assideramento o per asfissia, ma spesso arrivando su un isola, Ellis Island, dove potevano essere ritenuti idonei per entrare nel Nuovo Mondo: gli Stati Uniti d’America. Qui, li attendeva la quarantena. Un sistema meccanicamente rodato sottoponeva i migranti ad approfondite visite mediche e test di intelligenza, perché non era opportuno fare entrare nel paese persone malate nel fisico, analfabete o “deboli di mente”.

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Secondo il pensar comune di allora, la razza dominante anglo-sassone non poteva infatti permettersi di essere imbastardita da flussi migratori di scarsa qualità, economicamente necessari ma socialmente indesiberabili poiché appartenenti a una razza considerata inferiore. Perché a Ellis Island c’era anche questo, la classificazione razziale. E per gli italiani, specialmente quelli del sud, la razza era annotata come “bianca”, ma la carnagione come “scura”. GUGLIELMO-J_italiani1

Parte da qui la raccolta di saggi a cura di Jannifer Guglielmo e Salvatore Salerno intitolata “Gli italiani sono bianchi ?” (Il Saggiatore, 2006), che illustra una serie di esempi storici frutto di studi e ricerche su come l’integrazione degli immigrati italiani negli USA non abbia seguito un percorso lineare, bensì una strada tortuosa legata a doppio filo alla “linea del colore“.

RAZZA MEDITERRANEA E INCLINAZIONE ALLA VIOLENZA.  Il Darwinismo Sociale che circolava in Europa, secondo cui esistevano razze superiori destinate a comandare le razze inferiori, aveva attecchito molto bene anche nelle classi dirigenti americane che lo applicavano alla stregua di una certezza scientifica. In questo quadro, la “razza mediterranea” nella quale erano stati inclusi gli italiani prevalentemente del sud, pur essendo bianca, presentava tratti somatici e caratteriali comuni alla “razza nera”, tra cui l’inclinazione alla criminalità e alla violenza. Nel film “Nuovomondo”  di E. Crialese (2006), la famiglia siciliana protagonista decide di emigrare perché è venuta a sapere che in America crescono ortaggi giganti, gli alberi sono carichi di soldi e si può fare il bagno nel latte.

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Partono col vestito buono e con le scarpe, per arrivare in America “vestiti come i prìncipi”. Non serve: gli italiani non potevano aspirare ad essere bianchi a tutti gli effetti, in quanto semplici dago e guinea. Alcuni rafforzarono questa situazione accettando, da bianchi, di fare lavori  “da neri”, con i neri, al di là della segregazione razziale. Altri cercarono invece di affrancarsi dall’etichetta, comportandosi quanto più possibile “da bianchi” e prendendo le distanze dalla comunità nera.

UN BAGNO NEL LATTE NEL PAESE DELLE CONTRADDIZIONI. I neri, dal canto loro, passarono dalla triste storia della schiavitù alla triste storia della segregazione razziale. Ottennero gli stessi diritti dei bianchi solo nel 1964. I “bianchi scuri”, invece, li ottennero prima, negli anni ’30, attraverso le politiche del New Deal. Con la crisi del 1929, le mutate situazioni politiche a livello internazionale, lo spettro comunista e i movimenti sindacali ben nutriti di esponenti italiani, la classe dirigente americana decise di estendere anche agli immigrati i diritti di cittadinanza, l’accesso ai mutui, tutele sul lavoro, possibilità imprenditoriali e sussidi. E così gli italiani, arrivati negli USA senza una vera e propria idea sul colore della propria pelle, diventarono bianchi davanti alla legge.

Qualche tempo fa circolava su Facebook una frase che diceva : “Perché un italiano che va all’estero lotta per il proprio futuro mentre un extracomunitario che viene in Italia ruba il lavoro ?“. I flussi migratori esistiti ed esistenti tuttora non si contano neanche più. Molti, a distanza di decine di anni, ancora si somigliano. La maggior parte sono generati da condizioni sociali e politiche che possono continuare, anche dopo, a dettarne le sorti, in negativo come in positivo. Ma tutti, bene o male, hanno uno scopo comune seppur talvolta disatteso: cercare un mondo nuovo dove poter fare il bagno nel latte. Magari sulle note di Nina Simone.

Immagine di copertina: Una sequenza del film di Emanule Crialese, “Nuovomondo”.

Caro Ministro, torni in Congo

Caro ministro Cecile Kyenge, caro primo ministro Enrico Letta…
Questa non è una lettera, ma forse anche sì. Conosciamo bene la situazione delle 26 famiglie italiane che sono bloccate in Congo in attesa del visto di uscita dal Paese per i loro figli. Sappiamo che il Congo ha deciso, dal 25 settembre, di sospendere le adozioni per valutare su alcune irregolarità (che comunque non sono state riscontrate nei confronti dell’Italia). Famiglie italiane, già, figli e genitori sono nostri connazionali e come tali vanno trattati, so bene che voi non avete bisogno di questa precisazione, ma dato che conosco la situazione delle famiglie adottive è bene sottolinearlo.

La sostanza è che ci sono 26 famiglie italiane in Congo (famiglie, non coppie: i bambini sono già a tutti gli effetti, per la legislazione congolese, figli dei genitori adottivi) e molte altre, molte di più, sono in Italia con i propri bambini già dichiarati figli loro ma non possono partire per andare a prenderli (per chi volesse saperne di più, leggete qui). Beh, sappiamo anche che una recente telefonata tra il primo ministro Letta e l’omologo congolese sembra aver sbloccato la situazione (speriamo sia vero), però…

Caro ministro Kyenge, so bene che sto per scrivere una provocazione ma… non è possibile tornare in Congo, a Kinshasa, e aspettare lì che le famiglie partano per l’Italia? E, nel frattempo, lavorare anche in loco per sbloccare le altre situazioni ancora ferme? E’ una provocazione, certo, ma non facciamo in modo che, passato il Natale, ci dimentichiamo di questi bimbi, di queste mamme e di questi papà.

(photo credit: Monica’s Dad via photopin cc)

La creatività plasma il lavoro

teapot 3Sentire continuamente parlare di “non-lavoro” spesso porta a dimenticarci cosa vuol dire parlare di “lavoro”. Eppure, vedere cosa succede quando si prova, con pazienza e dedizione, a forzare i confini entro cui è articolata una professione unendo competenze e passioni, resta una materia interessante. L’importante il più delle volte è avere un’idea. Elisa Paganelli ne sa qualcosa: ha 28 anni, è grafica, illustratrice e imprenditrice; la sua idea si chiama Teapot Graphic Design e ha preso forma in quell’angolo di Largo Sant’Eufemia dove tra un palazzo e l’altro fa capolino il Duomo.

«Teapot è un negozio di assortimento misto – spiega Elisa -. Si va dagli oggetti per la casa al vestiario. Il tratto comune è selezionare prodotti di brand specifici con un design moderno e un prezzo accessibile, che siano funzionali e, quando possibile, rispettino l’ambiente». Lo ha aperto nel 2008 dopo un anno presso un’agenzia di comunicazione che avrebbe potuto darle un lavoro sicuro, in barba alla crisi incipiente e superando una triade di scogli ben nota: essere donna, giovane e imprenditrice.

Elisa, da dove è nata l’idea di Teapot e come si è sviluppata?
«Con Teapot ho voluto fare uscire la grafica dal back-office, renderla qualcosa di diverso da un lavoro dietro una scrivania: ho cercato di dare vita ad una contaminazione tra grafica e design. Alla base c’è l’idea del grafico che consiglia al cliente i prodotti di design e il negozio che diventa al tempo stesso una vetrina per il grafico. Il sogno sarebbe arrivare a commercializzare anche una linea tutta nostra».

teapot 2 Teapot è un negozio particolare, si è inserito bene nel tessuto modenese oppure hai avuto qualche problema?
«Il punto di partenza di Teapot è il “concept store” in stile Nord Europa. Quindi ero terrorizzata dall’idea che in una realtà più piccola e provinciale come Modena non fosse recepito. Invece ho scoperto che il modenese medio viaggia molto, legge, si informa ed è curioso. Pochissimi ormai si stupiscono nel trovare lo scolapasta di fianco al vestito. I clienti, infatti, sono un altro ingrediente fondamentale di Teapot. Il lavoro, in un certo senso, entra dalla porta, poiché il contatto costante con le persone aiuta a capire la tendenza e a seguire i segmenti di mercato giusti».

Inoltre Teapot, come già accennato, è anche una vetrina e ha aiutato Elisa nelle sue attività parallele legate alla grafica e all’illustrazione per ragazzi: tra queste, diverse pubblicazioni con Giunti, De Agostini e Lisciani Giochi, nonché la realizzazione della campagna nazionale per Telefono Azzurro. Le difficoltà incontrate, a conti fatti, restano annidate nelle pecche che in generale sono imputate al sistema-Italia: pochi incentivi all’imprenditoria, mancanza di un dialogo proficuo tra imprenditori e politica, un mercato del lavoro farraginoso, tasse proibitive e l’assenza di programmi a lungo termine. Pur avendo le sue soddisfazioni, Elisa ammette di non escludere un giorno di espatriare, magari in Germania dove è stata di recente in vacanza e dove “si vede immediatamente che la gente è più rilassata, che vive e non sopravvive.” Un’ultima domanda, a questo punto, è d’obbligo.

Da imprenditrice, come vedi la situazione oggi, ai tempi della crisi, delle professioni come la tua, molto legate alla creatività personale?
«Da un certo punto di vista il momento di crisi ha giocato a favore di queste professioni. Molte persone rimaste con nulla da fare hanno trovato lo stimolo per seguire la propria creatività e hanno fatto di necessità virtù. Le idee in Italia ci sono e sono tante, specialmente tra i giovani. L’ingegno italiano esiste e paga. La parte difficile con la situazione attuale, poi, è riuscire a rimanere in piedi».

E’ morto un eroe

E’ morto Pistorius!!! L’eroe senza macchia, che, punito dalla natura, ha trovato nella stessa vita e nell’aiuto dell’intelligenza tecnologica la forza e i mezzi per risollevarsi, non è più un eroe. Prima era un eroe, adesso è un mostro, che nasconde in casa steroidi, mazze insanguinate e con un curriculum da sparatore esperto.

Prima era un eroe, adesso un non-eroe. Il term602-408-20130222_161109_4FF13A4Cine di paragone è comunque “eroe”.
La sua parabola, ascendente o discendente che sia, è esemplare del bisogno che esiste di avere sempre eroi (o non-eroi) protagonisti di una qualsiasi storia. Così è nello sport, nello spettacolo, nella politica, in ogni contesto possibile. L’eroe deve fornire prestazioni perfette e su di lui vengono riversate aspettative altissime, spesso inarrivabili. E’ per questo motivo che l’ascesa è sempre rapida e inarrestabile e la discesa termina con un tonfo pazzesco.

Davanti agli eroi ci sono gli illusi, che nel loro eroe ripongono ogni aspettativa e questa non può essere smentita neanche dai risultati evidenti. Gli illusi tengono il loro eroe anche fin dopo la sua stessa morte. Perché all’eroe avevano chiesto di risolvere ogni situazione da solo, senza chiedere l’aiuto di alcuno, nemmeno quello dell’illuso stesso, il quale aveva firmato una cambiale in cambio della scomparsa di ogni preoccupazione.

Oppure ci sono i super realisti, coloro che cercano un eroe un po’ più normale che guidi una qualsiasi situazione da gestire, che lo faccia con un minimo onestà, un po’ di capacità. Il realista chiede all’eroe di non essere inarrivabile e raccontare qualcosa ogni tanto. Ma deve, comunque essere un po’ eroe.

Infine, il terzo gruppo: gli arrabbiatissimi. Questi sono coloro che non trovano più nessuno degno di fiducia, perché irrimediabilmente traditi dal loro eroe. E gli arrabbiatissimi potrebbero fare o non fare qualsiasi cosa
Così quando l’eroe cade, o è semplicemente assente, restano la rabbia, lo scoramento o l’illusione irriducibile. Da quel momento la colpa è dell’eroe assente, cioè dell’uomo che da solo risolve.

Nessuno tra illusi, realisti e arrabbiatissimi, forse, ha mai chiesto nulla alla comunità di cui fa parte, comunità che potrebbe pensare ed agire, senza bisogno dell’eroe, ma “solo” del degno rappresentante disponibile in quel momento, da formare e sostenere finché non lascerà spazio a quello successivo. Pistorius ha lasciato una pista d’atletica terribilmente vuota, togliendo la voglia di correre a molti e la passione di tifare a moltissimi.

Nella comunità in cui si vive esistono cento Pistorius, ma avevano sospeso gli allenamenti perchè l’eroe Pistorius occupava da solo otto corsie. Oddio, ho scritto comunità? Scusate, la disillusione non mi ha generato rabbia feroce né mi ha smontato una speranza oltre l’apparente realismo. Forse c’è un quarto gruppo, sperando che si rianimi, che io lo aiuti a rianimarsi.