Comunicare di meno e meglio per (ri)avvicinare la gente alla politica

Lavoro nel mondo della comunicazione e sono sempre stata una forte sostenitrice dell’ecologia della parola. Quando poi si tratta di comunicazione politica – e lo scenario attuale ci offre un’imbarazzante quantità di spunti di riflessione – la faccenda si fa davvero elettrizzante.

Ne ho parlato con Giuseppe Morrone, 32 anni, originario di Caggiano, che vive a Modena e lavora nel campo della comunicazione politica e istituzionale. Alle spalle, ha una laurea triennale in Scienze della Comunicazione, una laurea magistrale in Storia contemporanea e un master di II livello in Public History. Nello specifico, Morrone collabora con l’On. Giovanni Paglia, capogruppo di Sinistra Italiana in commissione Finanze a Montecitorio e occasionalmente svolge attività di ricerca come freelance, in università (Laboratorio di Storia delle Migrazioni, Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali di Unimore), per gli enti locali e, da quest’anno, nelle scuole portando avanti progetti di educazione alla cittadinanza e alla partecipazione. Si occupa inoltre di curare la comunicazione del collettivo modenese cosMOlab, attivo da due anni nella nostra città, e di organizzare e promuovere eventi di taglio storico-politico-sociale.

Quale sforzo occorre fare, oggi, per comunicare la politica in modo efficace ai cittadini?
Sembra banale dirlo, ma occorre mettersi nei loro panni, provare ad osservare attraverso le loro lenti, senza alcun cedimento a questo esclusivo punto di vista giacché la comunicazione è in primo luogo relazione, quindi reciprocità e corresponsabilità.
I panni cioè di una popolazione largamente sfiduciata e che percepisce – a torto o a ragione – nella politica uno strumento inutile o tuttalpiù impotente a migliorare la propria condizione. Le lenti cioè di chi troppo spesso pur lavorando non riesce a condurre un’esistenza dignitosa e felice, privato di diritti, reddito, potere, libertà e prospettive.
Come si fa?
Io credo moltissimo nella cura e nella qualità dei contenuti che la politica ha il dovere civico di trasmettere – nel loro intreccio che sappia dosare pensiero e immediatezza – e in una paziente opera di alfabetizzazione diffusa, a partire da quella digitale.
Non basta la semplificazione urlata, non basta lo storytelling ben agghindato, occorre rifuggire come la peste la cialtroneria e la mitologia degli splendidi social media manager privi di contenuti, attenti più alla forma che alla sostanza delle cose.
Ci vogliono almeno tanti umanisti con il senso storico dei processi e l’orecchio a terra attento a captare e interpretare il magma dell’attualità e la polifonia delle voci, quanti sono i creativi e grafici, meglio ancora se combinati nei rispettivi campi di saperi, necessari ma da soli insufficienti.
La tecnica “obbediente e ammaestrata”, priva di intellettualità critica, non comporta avanzamenti di conoscenza utili alla collettività.
Basterebbe comunicare di meno ma meglio ciò che la politica di costruttivo produce ogni giorno e non avere pietà nel criticare con costanza ciò che la politica commette di deleterio o ignora, giacché si parla di temi che, volenti o nolenti, riguardano tutti.

Giuseppe Morrone
Giuseppe Morrone

Comunicazione politica e social network: la lentezza tipica della comunicazione politica (incontri, dibattiti…) si incontra o si scontra con la velocità del mondo online? I social la sviliscono oppure la rafforzano?
Queste domande sono opportune perché mi consentono di completare un ragionamento ed evitare un fraintendimento.
Anzitutto: concordo sull’insufficienza odierna delle iniziative cosiddette verticali – ovvero con relatori dietro a un tavolo e uditorio passivo – che pure rappresentano uno dei must della sinistra.
Sarei per limitarle e circoscriverle il più possibile a problematiche contingenti e non generiche, che tocchino il sentire dei cittadini e dunque li coinvolgano, evitando le tristi platee dei “già convinti” e degli addetti ai lavori che si parlano addosso.
Ciò detto, c’è modo e modo di organizzare questi eventi: anche qui fare interagire diversi linguaggi e attori (letture, proiezioni, testimonianze, storie di vita, interventi densi, intermezzi musicali) può essere la chiave e avrei da richiamare diversi esperimenti di successo realizzati negli ultimi anni, per differenti ambienti e collaborando con decine di donne e uomini impegnati civicamente o socialmente a vario titolo nel territorio provinciale:: sul reddito, sul caporalato, sulla Maserati, sul boom dei voucher, sul senso del fare politica, sulla mercificazione del lavoro; argomenti non esattamente facili eppure resi attrattivi.
Sul rapporto tra reale e virtuale, invece, credo vada generato un equilibrio tra azioni “on line” e “off line” e loro riproduzione.
Cosa vuol dire?
Da un lato c’è chi vagheggia un ritorno a una presunta età dell’oro fatta di “radicamento sul territorio” ed eterni dibattiti in fumose sezioni di partito; dall’altro chi pensa che l’agire politico si risolva in un paio di “mi piace”, qualche condivisione simpatica e commenti ad ogni piè sospinto sotto post d’attualità sapientemente organizzati dall’algoritmo di Facebook.
Ci sono frammenti di verità in ognuno di questi due atteggiamenti, ma presi a se stanti non affrontano la complessità del presente – che è pregno di iper-connessione costante quanto di disperata ricerca di scambi umani sinceri – e non ci fanno procedere di un millimetro.
Un esempio: recentemente come cosMOlab siamo stati protagonisti di un paio di episodi di mobilitazione “off line” – tradotto: piccoli gruppi di ragazze e ragazzi che individuano un nodo di conflitto e lo politicizzano con le proprie idee, srotolando uno striscione in mezzo a un centro commerciale aperto durante un giorno festivo oppure distribuendo volantini e parlando con le persone in attesa alla fermata del bus – organizzati nelle loro modalità concrete prevalentemente “on line” (attraverso un paio di chattate su Messenger) o in situazioni insolite per lo scopo (un aperitivo) e chiaramente rilanciati live sui nostri canali social durante il loro svolgimento; episodi che, per altro, hanno ricevuto una notevole ricaduta mediatica tradizionale su siti e giornali cittadini, costituendo oggetto di confronto pubblico più che di soddisfacimento del nostro ego.
Lentezza? Velocità?
Io la chiamo volontà di fare e comunicare bene le cose – sottraendo consapevolmente ore preziose alle proprie vite precarie – adottando i mezzi, le possibilità e i tempi volta a volta più adatti al contesto.

Cosa significa oggi partecipazione democratica (si parla più di cittadinanza attiva, no?) e com’è educare i bambini a questa dimensione?
Partiamo da un presupposto: io non sono un insegnante, ma nella passata primavera mi è capitato di tenere un corso di educazione alla cittadinanza per le quarte e quinte elementari delle Scuole Rodari e Stradi di Maranello.
Mi sono dunque avvicinato a piccoli passi a questo ambiente per me sconosciuto, anche con qualche timore, e al termine dell’esperienza non nascondo che mi piacerebbe proseguire.
Io penso anzitutto che non soltanto i giovani vadano edotti alle gioie e alle fatiche della partecipazione democratica, ma anche gli adulti.
A Maranello abbiamo provato ad affrontare argomenti abbastanza ostici per ragazzi di 10-11 anni: l’attualità della Costituzione (di alcuni articoli in particolare, cito il 3 sull’eguaglianza), il ruolo del Parlamento e del Consiglio comunale, del sindaco e degli assessori, il valore dei diritti e doveri tra i cittadini in formazione, la consapevolezza del non essere solamente individui bensì soggetti attivi della comunità cui si appartiene.
Sono partito da un esempio che i ragazzi hanno dimostrato di avere apprezzato: l’immagine di un grande condominio nel quale ad ogni piano – dal primo in cui trova posto la famiglia con genitori e figli al quarto occupato dalla Repubblica e dai suoi 60 milioni di abitanti da rappresentare attraverso gli organismi democratici, passando per Comuni e Regioni – corrispondesse un ambito più largo, complicato ancorché costellato di ruoli, procedure, norme e istituzioni per garantire il vivere insieme, associato.
E torniamo alla domanda: cos’è partecipazione democratica, cos’è fare politica in fondo?
Io credo che per rispondere adeguatamente vada sfidata una narrazione che è ormai senso comune, suffragata da molta realtà purtroppo, trasversale e da cui nessuno schieramento è immune: cioè che chi fa politica sia un arrivista, un mediocre, un cazzaro, se non un ladro.
E’ vero: tanti, troppi politici hanno fatto l’impossibile per legittimare e rendere verosimile questa narrazione, io stesso ne ho conosciuti diversi, ma non tutto è perduto.
Come scriveva Calvino, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Proprio così: stravolgere i modi del fare politica quotidiano, a partire da quelle ostinate minoranze e individualità che esistono e già li praticano, magari ignorate dal caos indistinto del “facciamo tabula rasa, non si salva nessuno”.
Ultimamente mi hanno colpito due citazioni di Luigi Manconi e Jeremy Corbin, penso condensino abbastanza quello in cui attualmente mi riconosco:
La mia politica muove sempre da un nome, un cognome e un volto e da una storia individuale per raggiungere, quando possibile, una questione generale”.
Insieme possiamo costruire una società migliore, dove ognuno conta, dove ogni differenza è fonte di ispirazione e ricchezza”.
In sintesi: se ai ragazzi e ai bambini gli spieghi che la politica può essere un’altra cosa, magari li appassioni.

morrone02

Che domande ti fanno i bambini a riguardo?
Guarda, l’esperienza è stata sorprendente, i giovani sanno sempre stupire anche gli scettici come me.
Durante un incontro ho provato a introdurre un argomento: i diritti dei bambini, quali possibilità di fare conoscere e valere le loro esigenze.
A partire da alcuni accenni, ho dovuto praticamente sospendere la spiegazione perché sono stato subissato di domande che ho meticolosamente appuntato.
Ognuno aveva la propria rimostranza o curiosità: dal perché i genitori non li considerano ma pretendono assoluta obbedienza al perché le auto corrono troppo con il rischio di investirli; dal perché i parchi non siano puliti e sicuri al perché occorra pagare i trasporti, i libri e la mensa dato che la scuola è un obbligo sancito dalla Costituzione.
Su tale caterva di quesiti non ho ritenuto corretto affermare giudizi certi, netti – casomai fosse possibile – bensì per i successivi incontri ne ho selezionati alcuni attorno ai quali fare dibattere le classi, presentando chi fossero i decisori politico-istituzionali atti (nella realtà) a valutarli e risponderne, argomentando i pro e i contro e infine invitando i ragazzi anche a votare tra opzioni differenti, specificando i ruoli altrettanto decisivi delle maggioranze di governo e delle opposizioni che si formavano, come in una specie di piccolo Consiglio comunale trasportato a scuola.
L’obiettivo era fornire un ABC del nostro sistema democratico e specialmente sottolineare l’essenzialità della discussione informata e del consenso nelle decisioni e nelle scelte che riguardano la vita pubblica di tutti i giorni, come vi si può dunque incidere sin da piccoli.

La nostra città è caratterizzata da un forte attivismo sociale (mi riferisco al volontariato e non solo) che si contrappone a una presenza politica non proprio ruggente. C’è un forte associazionismo ma sono anche tanti i comitati che nascono, portando istanze politiche, iniziative singole che di fatto non riescono a fare sistema. Come leggi questa contrapposizione?
Concordo. Modena è una città con un forte tessuto associativo e di volontariato e una presenza politica piuttosto sonnacchiosa, anche se a scavar bene qualcosa si muove.
Io non credo debba sussistere per forza un dualismo tra queste due dimensioni, entrambe vitali, oserei direi complementari se solo si parlassero di più, superando reciproche diffidenze; quanto ai comitati si tratta più che altro di luoghi che sorgono per rispondere a determinate istanze locali e che segnalano comunque situazioni cui le istituzioni non sanno o non vogliono rispondere, dunque fondamentali.
In generale ci si scontra con un gigantesco equivoco: si è abituati a credere che si possa fare politica solamente nei partiti, invece non è così; ora: da più dieci anni ho provato (e provo) ad abitare partiti di sinistra in maniera eretica – con anche ruoli di responsabilità in passato, un processo di picchi emotivi altissimi, entusiasmanti e deludenti a corrente alternata – e credo nella loro valenza seppure siano totalmente da reinventare nel loro stesso modo di funzionamento.
Riconosciuto ciò, alcuni appunti disordinati dalla mia cassetta degli attrezzi: per fare politica non servono particolari doti da “dirigenti”  né retrive nostalgie dei bei tempi andati, occorrono dedizione, determinazione, intuito, spirito di osservazione, passione, umiltà, generosità, spontaneità, serietà, disponibilità, chiarezza, abilità nel creare nessi, informazione e apprendimento continui, testa e cuore.
Quel dispendio al servizio dell’interesse generale e del “diritto di avere diritti” di cui è stato maestro il compianto Stefano Rodotà.
Ancora: stare fisicamente nei conflitti, prospettare soluzioni a chiunque ponga un problema, aguzzando l’ingegno, non ignorare perfino le richieste più improbabili. Autorevoli nelle aule istituzionali e di lotta, insieme agli sfruttati, nelle piazze, davanti a una fabbrica o in un CIE a fianco dei rifugiati.
Non specialisti né tuttologi, non professionisti né fenomeni da piedistallo ma persone normali, con i loro casini e sentimenti. Più umanità meno astuzie.
Servono preparazione (cioè studio) e duttilità (cioè pragmatismo) abbinate a un disegno di società da avere sempre in mente, un’idea forte che ci guidi, cui tendere.
Gli irregolari, i coraggiosi, gli scomodi, i piantagrane – spesso donne ma non soltanto, specie a Modena – possono essere la salvezza di un mondo politico che è in crisi anche perché profondamente maschile, nel suo grigiore, nei suoi riti stanchi, nelle sue prevaricazioni e nelle sue paranoie.
Dunque: meno timidezze per chiunque sia affascinato dalla partecipazione alla polis ma non vi si affacci per timore di una sua inadeguatezza, meno supponenze e atteggiamenti respingenti da parte chi la polis già la frequenta.
Qualche spunto: avremmo bisogno di amministratori che non considerino sognatori coloro che han l’ardire di immaginare disegni rivoluzionari per il futuro – ad esempio chi ritiene che i centri storici delle città vadano integralmente sgomberati dalla dittatura delle automobili – quanto di giornalisti e osservatori dallo sguardo acuto che, per dirne una, si cimentino in un racconto dell’Italia nelle sue pieghe meno esplorate, dalle città ai paesi; o ancora, come auspica il mio amico Federico Martelloni, di un’inchiesta parlamentare, con strumenti innovativi, che dissodi e descriva com’è composto davvero il mondo del lavoro odierno.
Politica è interessarsi di quel che ci accade intorno e organizzarsi per migliorare e trasformare l’esistente, che lo si faccia con una tessera di partito in tasca o meno ha un’importanza secondaria; i movimenti, i comitati e il civismo che non han timore di misurarsi e contaminarsi con partiti che a loro volta siano in grado di ripensare se stessi e relativizzarsi, ci mostrano una strada virtuosa.

La parola “eccellenze” ci piace da matti. Tortellini, Pavarotti, aceto balsamico. Vogliamo andare un po’ oltre? Cosa vedi tu, oltre questo? La bella ricerca a cui hai collaborato all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore fa luce, anche in prospettiva, su altri tipi di eccellenze che ignoriamo? E in generale, quali sono per te le eccellenze modenesi?
Esatto: andiamo oltre. Anche perché a me la pappardella sulle eccellenze – che non riguarda solamente Modena – pare sopperire più che altro un vuoto di elaborazione e di visione, che riflette a sua volta l’inconsistenza culturale di grossa parte delle cosiddette classi dirigenti.
Classi dirigenti che sembrano non vedere l’ora di agganciarsi al carro del messia di turno anziché prendere l’iniziativa e dettare una linea attenta alla qualità sociale, culturale e ambientale dello sviluppo, che non rifaccia il verso, magari ammodernato tecnologicamente, a modelli obsoleti.
I livelli enormi di inquinamento e le distese di cemento per nuove costruzioni pur in presenza di migliaia di case inutilizzate e sfitte nonché di sempre più persone sotto sfratto, sono lì a ricordarci gravi storture che diventano danno generale.
Intendiamoci: ho massimo rispetto per quei brand che incontrano il favore del mercato, dei turisti, che generano introiti e ricchezze per il sistema produttivo e l’indotto in termini di posti di lavoro; ma mi chiedo: cosa rimane al territorio, al di là del gigantismo e dell’occasionalità degli eventi nonché dei profitti che volentieri circolano in circuiti ristretti, magari poggiati su manodopera precaria?
Non soltanto: la concentrazione ossessiva su specifici settori – l’enogastronomico e il motoristico, per semplificare – rischia di precludere lo sguardo a quel tanto di positivo e funzionale che la nostra città mette a disposizione da decenni per chiunque vi approdi nonché di favorire distorsioni che pure esistono.
Senza dubbio allora, il sistema dei servizi alla persona, il sistema scolastico, il sistema sanitario e il sistema universitario e, perché no, il panorama musicale (rinverdito dal recente e indiscutibile successo del Modena Park di Vasco Rossi), rappresentano quattro micro-cosmi di alto livello, da preservare e valorizzare; ma anche qui alcune situazioni sono da affrontare: come ha ricordato poche settimane fa il prof. Giovanni Solinas, direttore del Dipartimento di Economia di Unimore, non è possibile che esistano Dipartimenti privilegiati e pigliatutto in termini di finanziamenti (tipo Ingegneria) ed altri (in particolare quelli economico-sociali-umanistici) costantemente sviliti.
Con il nostro progetto “Il posto di chi arriva” – frutto di una felice convergenza tra storici, sociologi ed economisti nata all’interno del Laboratorio di Storia delle Migrazioni di Unimore – abbiamo impiantato una collaborazione tra attori diversi (Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Università, Comuni di Fiorano, Sassuolo, Modena e Maranello) su un lavoro di ricerca che indagasse e ricostruisse il fenomeno dell’immigrazione tra Modena e il Distretto Ceramico dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’90 del Novecento, comparando la fase degli spostamenti interni (prevalentemente dal Sud Italia ma non solo) con quella degli spostamenti dall’estero.
Ci siamo chiesti: quale rapporto sussiste tra gli arrivi provenienti da territori prossimi, come l’Appennino, poi da geografie più lontane ma sempre italiane, il sud e le isole, infine dai Paesi extraeuropei? A quali difficoltà e quali opportunità si è trovato di fronte un immigrato giunto da Catanzaro come da Tangeri? Quali relazioni e tensioni intercorrono tra la persona che migra e il luogo d’accoglienza? Cosa è il posto di chi arriva? E quali ripercussioni sullo spazio pubblico? Come questi sono stati attraversati e modificati dalle domande di cittadinanza progressivamente rivendicate da sempre nuovi soggetti migranti (individui o organizzati tra loro)? Quali le risposte fornite dai soggetti collettivi, le soluzioni adottate dalle istituzioni?
Ecco: intervistare non meno di 50 persone, tra testimoni diretti e informatori, tra vecchi e nuovi amministratori; spulciare le rassegne stampa e gli archivi più vari; confrontarsi con le emozioni di chi rievoca la propria storia privata; per poi estrarre da questo lungo e puntiglioso scavo, materiale utile alla comprensione del presente – per la cittadinanza, per le scuole, per la politica – a noi equipe di ricercatori pare un modo di attraversare, conoscere e narrare il territorio – nelle sue infinite sfumature – da incoraggiare e moltiplicare.

150 anni di quel “sicuro navicello che solca limpida e placida onda”

28Il 12 giugno 1867, con atto del notaio Benucci, viene costituita la Banca Popolare di Modena. Siamo ancora in pieno Risorgimento, con l’Italia appena nata, in un clima fecondo per la nascita e diffusione di Banche popolari, come strumento per promuovere il credito a favore delle classi lavoratrici. In questo ambito si delinea il progetto di creazione della Banca Popolare di Modena, voluta dal gruppo dirigente della locale Società Operaia di Mutuo Soccorso. Il primo bilancio viene approvato nel 1870 a pochi mesi dalla presa di Roma con la breccia di Porta Pia. La sede della nuova banca è nel palazzo Fabrizi, in corso Canalgrande, angolo via Emilia centro. Fin qua potrebbe essere la cronaca di uno dei tanti istituti di credito, nati in una qualsiasi città italiana, che ripercorre le proprio origini per arrivare a spiegare di essere oggi parte di una grande banca, con una sede prestigiosa in una grande città italiana, o estera. E’ già accaduto ad altre banche modenesi e va bene così, perché questo è il corso delle cose.

Invece, questo è l’incipit di una storia che la BPER ha prodotto in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di vita di una banca che oggi è la sesta in Italia come dimensioni, che ha scelto di restare nella piccola città in cui è nata, Modena. Proprio in città la Popolare, così la chiamano ancora i modenesi, ha voluto celebrare il compleanno, offrendo alla cittadinanza tre giorni di eventi (10-12 giugno) e allestendo una mostra, presso la chiesa di San Carlo, aperta fino al prossimo 9 luglio.

Un’immagine che la BPER fa sua per descrivere la propria storia è presa ancora dai documenti storici dei suoi primi decenni di vita ed è quella del , descritto nel 1899 per presentare ai soci un altro anno di buoni risultati di gestione. Una navigazione che ha seguito una rotta sicura, capace di superare indenne le più terribili tempeste, come testimoniato dalle parole della relazione del bilancio 1930: “La crisi economica che si è verificata in quasi tutta Europa e che ha, anche in Italia, cagionato dissesti di organismi già ritenuti forti e sani sotto ogni aspetto, può dirsi che non abbia avuto ripercussione sul nostro Istituto”.

Questa rotta economico-navale subì una prima sostanziale accelerazione nel secondo dopoguerra, quando la Banca divenne “attore principale nel processo di ricostruzione dell’economia locale dilaniata dal conflitto e favorì il boom industriale e artigianale di una delle provincie più povere del Nord, favorendo lo sviluppo dell’economia dei distretti.”
Il legame con il territorio non è una cosa scontata per aziende di questa portata, ma Modena è ben abituata, perché non sono poche le realtà economiche che sono cresciute anche a livello mondiale e che hanno tenuto radici e legami saldi all’ombra della Ghirlandina o nella nostra provincia.

“Un punto fermo di questi 150 anni di storia sono i valori: il rapporto con le persone e la vicinanza al territorio. La storia di BPER Banca racconta infatti questi legami forti; l’istituto è nato in una piccola città dove lo spirito imprenditoriale ha sempre animato le persone. E proprio dall’attenzione al rapporto con le imprese è arrivato lo stimolo a crescere, ad attrezzarsi per migliorare prodotti e servizi e a competere ad armi pari con i più importanti Gruppi bancari. Grazie al rapporto virtuoso con la loro banca – prosegue la sintesi storica prodotta dalla popolare – molte piccole imprese sono cresciute, fino a diventare eccellenze assolute sui mercati internazionali. Questo è avvenuto prima a Modena e in Emilia Romagna, poi via via in ambiti più ampi ed estesi al territorio nazionale, in cui l’istituto ha operato con le stesse modalità di dialogo e attenzione che l’hanno caratterizzato dalla nascita. BPER ha sempre rispettato i valori che animarono nel 1867 un gruppo di cittadini modenesi nel progettare una banca in grado di agevolare il ricorso al credito, rivolgendosi a un ambito sempre più vasto di fasce sociali, mantenendo le persone sempre al centro.” La Popolare è indubbiamente entrata a far parte del tessuto sociale della città, non solo attraverso il rapporto con le imprese e i cittadini, ma anche dando lavoro a migliaia di famiglie della città, creando, almeno nei primi tempi, anche un orgoglioso senso di appartenenza. Ecco perché è nata la scelta di aprire alla città le proprie celebrazioni, offrendo appuntamenti di spettacolo e cultura economica, confermando che Modena resta comunque la “capitale” della banca.

I dubbi non sarebbero infondati, perché la Popolare inizia fin dalla fine degli anni Sessanta vi a superare i confini provinciali con l’apertura di alcune filiali nelle provincie limitrofe e con l’acquisizione di alcune piccolissime banche locali. Nel 1983 la Banca Popolare dell’Emilia, nata dalla fusione della Banca Popolare di Modena e della Banca Cooperativa di Bologna, muove i primi passi da banca regionale, proclamando orgogliosamente che ognuna delle sue filiali – diffuse essenzialmente nelle provincie di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma – avrebbe mantenuto “l’identità propria di una banca locale, secondo la tradizione del credito popolare”.

Il 1 maggio 1992 la Banca Popolare di Modena diventa Banca Popolare dell’Emilia Romagna: gli sportelli aumentarono del 37%, i dipendenti del 21%, il patrimonio del 16% e il nuovo Istituto compì l’ultimo passo per accreditarsi come banca regionale. Non passa molto e nel 1994 parte il progetto di costituzione di un Gruppo bancario federale con l’acquisizione di numerose banche locali in varie zone d’Italia, delle quali venne preservata l’autonomia, insieme con il radicamento territoriale. Tale modello resta fino al piano industriale 2012-2014, quando la politica dell’Istituto si indirizza verso una semplificazione adeguata alle nuove esigenze di mercato, per arrivare nel recentissimo 2015 all’adozione del nuovo Piano industriale 2015-2017 e nella ridefinizione del brand e del nome stesso dell’Istituto, diventato appunto BPER Banca.
Oggi BPER è presente in 18 regioni con circa 1.200 filiali, oltre 11.000 dipendenti e 2 milioni di clienti.

A dimostrazione dell’attaccamento a Modena restano anche le numerose presenze che la BPER afferma in città, attraverso sponsorizzazioni e patrocini negli ambiti dello sport, della cultura e dello sviluppo del territorio, fino ad arrivare a quello che ormai in città tutti chiamano “l’Evento”, il concerto di Vasco del 1 luglio.
In contemporanea ai cambiamenti e agli sviluppi che questa storia narra, restano le radici e la volontà di mantenerle, per dire che Modena può essere una città con il tessuto adatto ad ospitare un istituto di credito di dimensioni nazionali. Dopo 150 anni si può dire che la Popolare c’è ancora.

Il guaio di nascere venti giorni prima

Insaf Dimassi, pavullese nata in Tunisia, ci ha incuriosito dopo la sua breve apparizione su Rai3 nella quale parlava della sua assurda storia. Di una cittadinanza italiana mancata per un soffio: per esser nata venti giorni troppo presto (o troppo tardi) rispetto ai dettami della burocrazia. Date un’occhiata al video prima di proseguire nella lettura.

La curiosità iniziale non è andata affatto delusa dalla chiacchierata con Insaf, che volentieri ha parlato di sé, includendo talvolta quel milione di ragazze e ragazzi che con l’approvazione della legge in discussione in Parlamento diventerebbero cittadini italiani.

E il primo spunto Insaf lo offre proprio parlando di questo: “A me è stato negato un diritto, quello di poter partecipare attivamente alla vita del mio Paese, di votare ed essere votata, di dire la mia in sedi istituzionali, volendo farlo”. L’argomento, quindi, dal punto di vista di Insaf, non è una procedura amministrativa o uno status giuridico, ma “un diritto negato”.

Insaf
Insaf Dimassi

“Sono nata in Tunisia, 19 anni fa e con la mia famiglia siamo venuti in Italia quando avevo 9 mesi. Abbiamo vissuto in Sicilia i primi tempi, in provincia di Trapani. Mio papà lavorava come contadino. Poi ci siamo spostati, a causa delle difficili condizioni lavorative e siamo arrivati nell’Appennino modenese; il papà ha iniziato a lavorare da muratore e abbiamo vissuto prima in una frazione di Palagano, poi a Pavullo. Qui ho frequentato tutte le scuole dell’obbligo e il liceo scientifico. Ora sono iscritta a Scienze Politiche a Bologna”.

Insaf parla con voce dolce e determinata e quello che racconta è una storia di una ragazza come tante, forse inusuale per i risvolti di interesse politici e sociali, ma poi neanche tanto rara, visto che la nostra gioventù non è affatto tutta persa negli schermi e nelle luci led.

“Negli anni delle superiori mi sono appassionata di politica, intesa come darsi da fare per migliorare i posti in cui viviamo, partecipare e lottare per i diritti negati. In IV e V superiore sono stata rappresentante di Istituto: ci battevamo quando non erano riconosciuti i nostri diritti, organizzavamo le assemblee di Istituto e attività complementari a quelle scolastiche. Poi il mio interesse si è allargato anche fuori dalla scuola e mi sono interessata di politica locale e nazionale. Mi sono avvicinata al PD e ho iniziato a collaborare con Stefano Iseppi, ex assessore a Pavullo e oggi all’opposizione in consiglio comunale, il quale mi aveva proposto di candidarmi alle amministrative dell’anno scorso. Ma non essendo cittadina italiana, non ho potuto.”

Il papà di Insaf riceve la cittadinanza italiana quando sua figlia è maggiorenne da poco tempo e così non riesce a trasmetterla, come invece ha fatto per la altre due figlie più piccole. Insaf resta, così, tunisina, il che suona davvero strano a sentirla parlare: “Io sono solo nata in Tunisia, non rinnego affatto le mie origini. Ma poi il mio legame vero è qui, a Pavullo e in Italia. Sono italiana in tutto, nel mio modo di pensare, fare, vestire. Non ho nostalgia della Tunisia, sarebbe una nostalgia infondata, perché ci sono tornata pochissime volte e il mio legame è davvero esile. Io sono italiana, mi riconosco nei valori di questo paese, della sua Costituzione e della Repubblica; ma non sono io riconosciuta, mi stanno negando i miei diritti fondamentali”.

Fonte immagine: progetto Melting pot Europa. 
Fonte immagine: progetto Melting pot Europa

a solo partecipare ai contesti istituzionali, ma lottare e promuovere per le proprie idee,per i proopri diritti. Non ho come obiettivo una carica, ma un impegno costante per migliorare le nostre condizioni di vita, la nostra quotidianità.”

La proposta di legge dello Ius Solis temperato ti soddisfa?
“Sì, credo che sia un passo in avanti molto importante, che riscatta il diritto negato di chi è nato qui ed è italiano al 100%, oppure chi, come me, è cresciuto in Italia e si sente italiano”

La legge ha questo aggettivo “temperato”, che sembra ridurla un po’. Gli Stati Uniti, del tanto criticato presidente Trump, hanno lo Ius Solis puro; basta nascere in territorio USA e si è cittadini, non importa altro.
“In Italia, a mio avviso, non ci sono le condizioni culturali per uno Ius Solis puro. Non basta nascere in un territorio per esserne parte, occorre crescerci, studiare, avere dei legami sociali. La cittadinanza non è innata, ma cresce insieme a te. Se nasco in Italia e poi mi sposto continuamente in giro per l’Europa, o per il mondo, allora non posso dire di esserlo. Ma se nasco o cresco in Italia e faccio mie la cultura e le leggi, allora sono italiana.”

Se venisse approvata l’attuale proposta di legge circa 1 milione di ragazze e ragazzi acquisirebbero la cittadinanza. Sono 800mila nati nel nostro Paese e 200 mila cresciuti nel sistema scolastico e sociale. Tuttavia a me non sembra che tutti i ragazzi stranieri si sentano italiani, forse non tutti lo vorrebbero.
“E’ vero, sono d’accordo. Chi oggi ha la carta di soggiorno illimitata non ha alcun altro beneficio dalla cittadinanza, se non girare per l’Europa con meno fatica. Non tutti i miei coetanei sono integrati. Dipende da come si cresce, da quali legami si tengono con la terra d’origine, a quale cultura si fa riferimento. Come ho già detto, la cittadinanza è un senso di appartenenza. E’ importante studiare, compiere il percorso scolastico. Sono importanti le amicizie, frequentare gruppi di persone multiculturali. Altrimenti si resta svantaggiati rispetto al rapporto con l’Italia. Tanti ragazzi non hanno conosciuto i valori della Repubblica Italiana e, quindi, non possono confrontarsi con essa, né fare una scelta di appartenenza. Istruzione, cultura e rapporti di amicizia sono le strade per l’integrazione vera”

Come vivono i tuoi genitori questa tua identità?
“26I miei sapevano che venire qui e farci frequentare la scuola e crescerci in Italia avrebbe potuto portare a questo. Loro rispettano la mia scelta.”

Insaf parla un bellissimo italiano, fluido e senza particolari accenti. Non le ho neanche chiesto se sa l’arabo. Del resto non è una domanda che pongo frequentemente, anzi mai; dovrebbe esserci un motivo per farla.

Modena tra le prime cinque province italiane per numero di sfratti

Nonostante ormai da anni si senta ripetere il mantra ottimistico di una crisi “ormai alle spalle”, di una ripresa “contenuta ma reale”, numeri alla mano, è possibile tranquillamente affermare che se in questi dieci anni qualcuno è stato appena sfiorato dalla crisi, per altri “questa guerra non è mai finita”. Anzi. A dimostrarlo sono le cifre appena fornite dal Ministero dell’Interno sugli sfratti riguardanti l’anno 2016, dati ripartiti per regioni e province che l’Unione Inquilini ha reso pubblici sul suo sito.

Per quanto attiene le sentenze di sfratto – precisa in un comunicato la segreteria nazionale dell’associazione – tenuto conto che per alcune province anche importanti si tratta di dati ancora incompleti, si rileva che le sentenze di sfratto da gennaio a dicembre 2016 sono state 61.718, meno 5,55%, un dato quindi in linea con il 2015. Per quanto riguarda le richieste di esecuzione queste ne 2016 sono state 158.720, ovvero + 3,09% rispetto all’anno prima. Le esecuzioni di sfratto, con forza pubblica, sono state 35.336 , + 7,99%.

Le tabelle complete con tutti i dati regionali e provinciali

“Si tratta – continua la segreteria nazionale – di dati drammatici, segnati anche nel 2016 da una fortissima incidenza degli sfratti per morosità, infatti su un totale di 61.718 sentenze di sfratto emesse, 24.858 sono quelle per morosità emesse nei comuni capoluogo e ben 29.971 quelle per morosità emesse nel resto dei comuni, per un totale di 54.829 sentenze di sfratto per morosità che rappresentano, quindi, circa il 90% delle sentenze. Il dato più preoccupante è quello relativo alle esecuzioni di sfratto queste nel 2016 sono state 35.336 con un aumento di quasi l’8%” .

Questi i dati nazionali. Entrando nel merito di quelle regionali e comunali spicca la situazione dell’Emilia Romagna, quarta regione con 6.124 sfratti emessi nel 2016 (in testa Lombardia con 11.049, poi Lazio con 8.499 e Piemonte con 6.920) – un dato sostanzialmente in linea con l’anno precedente – e quello di Modena in particolare, che risulta di gran lunga la provincia emiliano-romagnola maggiormente segnata dagli sfratti, con una crescita di quasi il 26 per cento rispetto al 2015. Nella tabella qui sotto, il dettaglio della situazione regionale:

sfratti

Con i suoi 1.742 sfratti emessi, Modena risulta la quinta provincia italiana per numero di sfratti. Una triste classifica che vede primeggiare Roma con 7.092 sfratti, seguita da Torino con 4.373, Napoli con 3.624 e Milano con 3.480. Buona quinta, appunto, Modena. Tornando al quadro regionale, va segnalato che gli sfratti invece eseguiti con l’intervento dell’ufficiale giudiziario sono stati 3.407 in regione (+6,8%), con in testa Bologna con 944 sfratti eseguiti seguita da Reggio Emilia con 507 e da Modena con 468. Come riporta Repubblica Bologna, secondo l’Unione Inquilini «le politiche della Regione sono fallimentari. C’è uno squilibrio a favore dello smantellamento dell’edilizia pubblica nei confronti di quella privata e del profitto».

Sulla questione segnaliamo questo nostro pezzo dell’anno scorso la cui lettura risulta ancora ancora oggi di grande interesse. Contiene una intervista all’Assessora al Welfare Giuliana Urbelli e a un giovane modenese proprietario di 30 immobili. La sua è la prospettiva del proprietario che tenta di sfrattare la (tanta) gente che non riesce più a pagare l’affitto. “Troppi furbi – affermava – ho smesso di commuovermi da tempo. La casa è un diritto per chi ce l’ha”.

“Modena? E’ la città delle opportunità”

“Se tutta l’Italia fosse come Modena, l’Italia sarebbe come la Germania”. Con questo esordio Tommaso Rotella, assessore della giunta Muzzarelli da giugno 2014 a maggio 2017, soddisfa ed esaurisce allo stesso tempo la curiosità di parlare con un uomo di Pescara che, a causa degli studi universitari, si trasferì sotto la Ghirlandina per rimanerci a lavorare e vivere e che ha svolto, appunto, anche un’importante esperienza amministrativa.
“La politica mi ha sempre appassionato e l’idea di provare a fare un’esperienza amministrativa mi ha sempre interessato. Ma non era un obiettivo primario, quanto una possibilità eventuale di provare un percorso di impegno in questa che è ormai la mia città”. Tommaso Rotella arrivò a Modena al termine del liceo, fatto nella sua città natale Pescara, scegliendo quasi per caso la facoltà di Giurisprudenza.

tommaso-rotella-1“Negli anni 90 era già una delle prima 10 facoltà italiane, così riconoscevano i vari report che aiutavano gli studenti nell’orientamento. Venni a visitare Modena e decisi di stabilirmi qui. Bologna era un città troppo grande e dispersiva per i miei genitori e a Modena scoprii tanti posti in cui si suonava dal vivo, con bellissima musica e tanti chitarristi. Anch’io suono, così il binomio Università e musica mi attirò qui. I primi due anni, infatti, ho suonato e ascoltato davvero tanta musica.”

Dopo la laurea Rotella si ferma a Modena, per il classico percorso di praticantato e lavoro, si fidanza e si sposa, inizia la sua carriera di avvocato tributarista e fiscalista, fino ad aprire uno studio con un altro socio in pieno centro a Modena. “Questa è stata la prima grande soddisfazione che mi ha dato Modena: l’opportunità di provarci. Modena è la città delle opportunità, con tantissime persone che lavorano ad alto livello, con spazi per poter avere delle idee e provare a realizzarle. Io credo che questa città abbia una costante propensione al miglioramento; ho viaggiato molto e viaggio tuttora per lavoro, mi sposto molto per l’Italia e all’estero e credo che solo Modena e Milano abbiano questa caratteristica”

L’idea di Rotella è stata poi confermata dai tre anni di assessorato. Con le deleghe relative alle attività economiche, al turismo, al commercio, all’agricoltura, all’artigianato, alle Pmi, alla cooperazione e alla promozione della città la conoscenza della nostra città è diventata ancor più profonda: “Ho conosciuto molta gente che chiedeva di incontrarmi non per domandare qualcosa, ma per dirmi cosa stava facendo e quali idee avesse per la città. Moltissimi giovani, moltissimi progetti, molte imprese e associazioni che sono il motore della ricerca del miglioramento e che garantiscono anche un controllo sociale importantissimo, che si prende cura del contesto in cui vive e lavora. Ho visto molta gente che spinge per fare cose, mettersi in gioco e contribuire a tutta la società. Questo credo che sia il modo migliore per vivere la propria città, perché non ci si può lamentare e protestare e poi presentare un esposto in procura alla prima cosa che si pensa che non vada. In questo il consiglio comunale di Modena è un ottimo esempio; avrà i suoi limiti, come tutte le cose, ma è ancora un luogo di richiesta e confronto”

Da questo insieme di deleghe, quale è stata quella più sorprendente?
“Tutte le deleghe e tutte le tematiche mi hanno dato qualcosa e mi hanno fatto imparare molte cose. Anche quella della Polizia Mortuaria mi ha fatto scoprire aspetti sconosciuti. Il culto dei morti e le evoluzioni di questo culto devono portare a pensare a strategie diverse per gli spazi ad essi dedicati; lo stesso cimitero di Modena è stata una scoperta: quante volte siamo andati a riaprire i cancelli, perché erano rimaste dentro persone che si era fermate fino a sera ad ammirare la parte monumentale!”

E quale è stata la sfida più impegnativa?
“Direi che la più entusiasmante, quindi anche impegnativa, è stata quella del turismo e della promozione della città. Abbiamo avviato dei progetti importanti, trovando un clima inizialmente abbastanza teso che si è trasformato pian piano in qualcosa di propositivo. Modena ha la sue possibilità e ora stanno crescendo, come dicono i numeri. E’ stato fatto il sito Visitmodena, un programma di eventi condiviso, sono stati aperti i posti più significativi, perché altrimenti tutto sarebbe stato vano. La Ghirlandina è davvero una bella soddisfazione: 40mila visite, automantenuta grazie ai biglietti venduti. Una cosa che non si vede spesso nei monumenti italiani”.

Tommaso racconta queste cose da vero modenese e, allo stesso tempo, svela a chi a Modena è nato e cresciuto aspetti che rischiano poi di perdersi nella scontata quotidianità. La valutazione davvero lusinghiera della città è a 360 gradi. “Anche nel pubblico sono stato davvero colpito della qualità del lavoro. Soprattutto ho trovato anche qui dedizione e voglia di migliorare”. Ma non è solo una considerazione monotona e incantata. “Bisogna essere consapevoli della complessità della società e dei conflitti che essa nasconde. Io ho affrontato il mio incarico con la tensione costante di avere di fronte una sfida difficile. L’amministrazione della cosa pubblica non è un’azienda da mandare avanti, il sindaco non è un amministratore delegato e gli assessori dei manager. Non può prevalere la strategia aziendale della sopraffazione per ottenere dei risultati in concorrenza. L’obiettivo è servire tutti gli interessi, in una esasperante ricerca dell’equilibrio e della decisione che soddisfi. Anche se non è sempre possibile, ma non deve mai smettere il tentativo di provarci.”

Poi però è arrivato un momento in cui l’incarico è terminato prima della sua scadenza naturale
“Il mio lavoro è cresciuto in questo periodo e mi ha messo davanti ad una scelta. Gestire due agende così fitte non sarebbe stato possibile né responsabile. Ho voluto continuare lo stesso rapporto di correttezza che fin dall’inizio abbiamo avuto io e il sindaco. Muzzarelli ha una passione straordinaria, mi ha dato molto politicamente e si è comportato con me sempre in modo chiaro e corretto. Abbiamo avuto i nostri scambi di vedute, ma è anche nato un rapporto personale, come ha detto lui stesso il giorno delle miei dimissioni. Così ho voluto essere altrettanto chiaro e onesto.”

Rotella ci regala un’immagine di Modena davvero importante e, allo stesso tempo, molto impegnativa. Il riconoscimento di un tessuto sociale complesso e impegnato, con potenzialità e possibilità vive e operanti è un livello da mantenere per vivere ogni cambiamento e ogni decisione. “Amministrare una città è raccogliere una sfida con problemi di elevata complessità e con obiettivi e soluzioni che devono raccogliere il più possibile ognuna di queste realtà. L’amministratore lavora per difendere tutti, non tiene una parte contro un’altra e si pone degli obiettivi razionali, con il valore più alto possibile.”

Se Modena è davvero un contesto così ricco ogni occasione persa o fallita per litigiosità sarà doppiamente pesante per tutta la città.

Come cambierà la professione dell’educatore nei prossimi anni?

Una categoria professionale riguardante circa 150 mila lavoratori quella degli educatori e dei pedagogisti. Protagonisti di un importante proposta di legge che riconoscerebbe loro (se approvata in questa legislatura), una dignità professionale spesso dimenticata, inoltre secondo alcuni, determinerebbe il miglioramento dei servizi educativi a favore di bambini, anziani, disabili, carcerati e molte altre categorie di persone.

L’Italia, dopo anni di ritardo rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa, si avvia finalmente verso una regolamentazione  nell’universo  educativo ed assistenza alle fragilità. Per i non addetti ai lavori, questa proposta di legge potrebbe sembrare “futile” ma per i professionisti quali pedagogisti ed educatori, che uniscono nella loro figura professionale una commistione di intelligenza emotiva e passione per il proprio mestiere,  sarebbe invece una svolta storica poiché verrebbero disciplinate le loro professioni attraverso l’obbligatorietà della laurea.

Venerdì 5 maggio presso il CEIS di Modena, si è tenuto un importante convegno dal titolo “Come cambieranno le professioni educative nel futuro?”.

Vanna Iori
Vanna Iori

Il tema è stato introdotto dal professor Luca Balugani direttore e docente dell’Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione Giuseppe Toniolo ed approfondito nel dettaglio dalla promotrice di questa proposta di Legge, l’Onorevole Vanna Iori, che dal 2014 si batte per far riconoscere e regolamentare il lavoro degli operatori che agiscono in ambito scolastico, socio-sanitario, culturale, giudiziario, ambientale, sportivo, della genitorialità e famiglia.

Nel concreto però, cosa cambierà?

Per svolgere la professione di educatore sarà indispensabile essere laureati. Si avranno due figure professionali: l’educatore professionale socio-pedagogico, laureato in un corso di laurea della classe L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione) e l’educatore professionale socio-sanitario, laureato ad un corso di laurea classe L/SNT2 (professioni sanitarie della riabilitazione).

L’entrata in vigore del testo di Legge Iori, dopo le discussioni e l’approvazione in Senato, sarà accompagnata da una fase transitoria: non verranno licenziati gli educatori senza titolo di studio, così come psicologi ed assistenti sociali che attualmente occupano questa posizione lavorativa. La fase transitoria prevedrà che gli educatori senza laurea potranno completare la loro formazione attraverso un percorso intensivo, che prevede il superamento di 60 cfu presso Università, anche in modalità telematica. Potranno accedere al percorso per il conseguimento agevolato del titolo coloro che saranno in possesso di uno dei seguenti requisiti: diploma magistrale rilasciato entro il 2002; lavorare come educatore nelle amministrazioni pubbliche a seguito del superamento di un concorso pubblico; aver svolto attività di educatore per non meno di 3 anni anche non continuativi. L’attribuzione del titolo di educatore professionale socio-pedagogico è automatico per gli educatori con contratto a tempo indeterminato con almeno 50 anni di età e 10 anni (minimo) di servizio, oppure gli educatori con almeno 20 anni di servizio.

2

L’onorevole Iori commenta a Note Modenesi “la proposta di legge 2656 è importante per gli educatori e pedagogisti poiché ad oggi, ancora, non è riconosciuta la competenza e professionalità di  molti professionisti del settore. Da vent’anni invece è istituita presso la facoltà di medicina (e riconosciuta) la laurea abilitante di educatore professionale socio sanitario, mentre l’educatore sociale non ha riconosciuto né il titolo abilitante né la stessa figura professionale, di conseguenza gli operatori che volessero anche lavorare all’estero, non vedrebbero riconoscersi nulla. Con questa legge vogliamo quindi qualificare e dare dignità professionale e scientifica a questa seconda categoria di lavoratori”.

Paradossalmente, in Italia, chiunque può quindi qualificarsi come educatore senza aver intrapreso un percorso formativo adeguato, operatori improvvisati e privi di preparazione oggettiva possono occuparsi di anziani, diversamente abili e minori con conseguenze pericolose che purtroppo ben conosciamo attraverso i fatti di cronaca. E’ quindi fondamentale una tutela ufficiale ed uno spiccato senso  di responsabilità nei confronti degli utenti in questione.

Il testo della legge Iori che disciplina e regolamenta la professione dell’educatore, non è amato da tutti i professionisti, in primis psicologi ed assistenti sociali, che sino alla sua entrata in vigore, potranno ricoprire il ruolo di educatore, in quanto in possesso di lauree equipollenti. La polemica che si protrae da qualche tempo, riguarda l’esclusività della Legge sugli educatori, che chiuderebbe ad assistenti sociali e psicologi una parte del mercato del lavoro. La maggior parte degli educatori laureati invece, rivendicano la propria professionalità, competenze e dignità lavorativa acquisite in anni di studi, appoggiando a pieno titolo la proposta di Legge Iori.

4

Per quanto concerne invece il timore di alcuni educatori non laureati riguardo un eventuale licenziamento o sostituzione con figure professionali formate accademicamente, l’onorevole Iori conclude:l’educatore non laureato, non deve avere il timore di perdere il lavoro. Nessuno verrà licenziato o sostituito, per questo motivo. L’articolo 13 della Legge, prevede norme transitorie che tengono conto dell’anzianità di servizio. Per chi svolge questa professione da molti anni, non cambia nulla, poiché la loro esperienza è un titolo equipollente alla laurea in scienze dell’educazione. Per chi svolge questa professione invece da meno tempo, avrà la possibilità di acquisire in un solo anno, presso le università il titolo di educatore, venendogli riconosciuta l’esperienza e competenza pregressa. Inoltre, se un lavoratore non ha né il titolo né gli anni di esperienza ma è già assunto, non perde il posto. Ma se decidesse un giorno di cambiare ambito lavorativo o città, gli converrebbe fare l’anno integrativo (60 cfu) e successivamente sarebbe a tutti gli effetti Educatore Socio Pedagogico,  e potrebbe quindi andare a lavorare dove vuole

Quando “semplificare” significa ridurre le garanzie (dei più deboli)

“Scandaloso e vergognoso”.
“Strumento a discapito dei diritti”.
Si potrebbe riassumere così il commento sul decreto Minniti-Orlando degli operatori modenesi che a vario titolo lavorano con i profughi e che nella stragrande maggioranza hanno contestato l’ultima misura presa dal Governo italiano in materia di procedure di riconoscimento dello status di profugo.

Il decreto, convertito nella Legge 46 del 13/04/2017, porta il nome del ministro dell’interno Marco Minniti e del ministro della giustizia Andrea Orlando e contiene “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. Si capisce, quindi, già dal titolo l’obiettivo principale della legge, che ha 4 contenuti prioritari: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti.

Elisabetta Vandelli
Elisabetta Vandelli

Secondo le dichiarazioni degli stessi ministri, il decreto nasce dall’esigenza del governo di accelerare le procedure per l’esame dei ricorsi sulle domande d’asilo, che nell’ultimo anno sono aumentati e hanno intasato i tribunali. A questo proposito sono state create 26 sezioni speciali, cioè tribunali di primo grado specializzati, con giudici dedicati. “Già questa misura è un’anomalia nel sistema giudiziario italiano, che porterà ad un isolamento culturale – ci spiega Elisabetta Vandelli, di Avvocati di strada di Modena e membro del comitato scientifico del Festival della Migrazione – Questi tribunali speciali non sono dedicati ad una materia, come ad esempio i tribunali del lavoro, ma ad una categoria di persone, i migranti, in particolare i migranti più poveri, perché sono questi coloro che arrivano nelle nostre coste e cercano un riconoscimento legale, senza avere i mezzi di sussistenza.” Isolare questa tipologia di persone ha già un’indicazione molto precisa. Inoltre, si nega al profugo il ricorso in appello, rimandando alla Cassazione l’ultimo verdetto per coloro che vogliono ricorrere contro il diniego, che è espresso, fra l’altro, nella maggior parte dei casi. “La Cassazione non entra nel merito della domanda e della risposta, ma esamina solamente i difetti di procedura. In questo modo le spese saranno maggiori per i richiedenti, che avranno bisogno di avvocati specializzati nella materia e rischiano, comunque, di attendere più a lungo l’ultima sentenza.”

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Prima di arrivare all’eventuale secondo grado c’è, ovviamente, la domanda iniziale, che richiede l’esame del giudice. Con gli sbarchi degli ultimi tempi le domande sono aumentate e i tempi si sono allungati. La durata dei procedimenti di primo grado è in media di sei mesi. Per velocizzare ulteriormente questa procedura l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito con un rito camerale senza udienza, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Il profugo, quindi, non andrà davanti al giudice e aspetterà la risposta; potrà essere chiamato per chiarimenti, ma non ha la garanzia e perderà ogni possibilità di essere direttamente coinvolto nella spiegazione della propria storia e nell’avanzamento delle proprie richieste. Inoltre “il decreto è un provvedimento d’urgenza, – continua l’avvocato Vandelli -che viene emanato, appunto, per materie che necessitano di risposte veloci a nuovi problemi, evitando il passaggio parlamentare o riducendolo moltissimo, con il risultato di non affrontare in modo strutturale e programmato la materia da normare”.

Giorgio Dell'Amico
Giorgio Dell’Amico

“Ma qual è poi l’emergenza di cui stiamo parlando? – si chiede Giorgio Dell’Amico, operatore della cooperativa Caleidos e coordinatore provinciale del progetto di accoglienza straordinaria presso la Prefettura di Modena – L’emergenza è un terremoto, l’arrivo dei profughi è iniziato in modo quantitativamente più rilevante dal 2011 e non accenna a fermarsi. Le previsioni sul medio periodo dicono solo di numeri in aumento, che poi non sono ancora così elevati, perché stiamo parlando di un milione di profughi in un continente di 500 milioni di abitanti, mediamente agiati, come l’Europa. La vera emergenza profughi è in Uganda, ad esempio, dove ci sono più di due milioni di rifugiati e dei campi di accoglienza che sono sotto ogni limite di garanzia dei diritti fondamentali. A Modena e provincia ci sono 1200 profughi e altri arriveranno. Caleidos, che non è l’unico soggetto che lavora nell’accoglienza dei migranti, sta faticando a trovare gli alloggi dove metterli e gli operatori che li devono seguire. Abbiamo 80 educatori, 35 mediatori, 20 insegnanti e una trentina fra tirocinanti e altre persone variamente impegnate. Ma non saranno sufficienti per affrontare i nuovi arrivi, già annunciati dalle prefetture. Dov’è quindi l’urgenza se sono almeno 6 anni che siamo in questa situazione e ne avremo chissà quanti davanti?”.

Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info
Numero rifugiati per 1000 abitanti. Fonte: lavoce.info

L’accorata analisi di Dell’Amico è tragicamente realistica. Anche perché i profughi che sbarcano in Europa non abbandonano il proprio Paese solo a causa della guerra, ma anche per la negazione dei loro diritti fondamentali, per governi che opprimono delle etnie o delle minoranze o a causa di situazioni economiche e di sfruttamento del lavoro, causate anche dalle politiche estere dei paesi europei. “Queste persone non avranno facilmente il riconoscimento di rifugiato, i criteri di valutazione già ora non c’entrano con la loro realtà. In Italia gli ingressi per lavoro sono fermi dal 2007, la conversione del permesso non è possibile. Il decreto, ora legge dello Stato, ha formalizzato una procedura di diniego, che creerà un numero altissimo di cosiddetti clandestini, che non potremo rimpatriare, perché non ci sono risorse né strumenti per farlo. Questa è una gestione miope”. “Fra l’altro – precisa Elisabetta Vandelli – già lo status di clandestino è una forma giuridica discutibile, introdotta dalla Bossi-Fini, che criminalizza l’intera persona e non solo la sua situazione. Questo decreto riguarderà anche quegli stranieri che oggi hanno un permesso di soggiorno e che potrebbero perderlo, perché perdono il lavoro, diventando “clandestini”, secondo la Bossi-Fini, se non lo ritroveranno entro un anno. Insomma sta generando una situazione che non affrontiamo nemmeno”.

Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)
Photo credit: UN Women Gallery UN Women Humanitarian Work with Refugees in Cameroon via photopin (license)

Lavorare, quindi, nell’accoglienza dei profughi sarà ancora più difficile. Lo spiega bene Dell’Amico, che ci racconta della tensione crescente fra gli stranieri, che già si aspettano nuove difficoltà, che faciliteranno l’insuccesso della loro ricerca ad una vita dignitosa. Il diniego, infatti, rilasciato con questa procedura che già alcuni contestano anche nella sua costituzionalità, genera persone senza meta, quindi facile preda della manodopera del lavoro nero, della criminalità organizzata; persone esasperate che saranno ancor più tentate a compiere azioni illegali per sopravvivere, facendo aumentare il senso di insicurezza e l’ostilità. “Io dico che questa situazione radicalizzerà le posizioni e vediamo bene cosa genera l’integralismo”, chiosa Dell’Amico.

La Legge 46 ha anche la classica “ciliegina sulla torta”. La costituzione di nuovi centri di permanenza. C’è la questione di dove mettere i richiedenti che attendono risposta al riconoscimento del loro status. Il decreto istituisce i Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) e avranno un totale di 1.600 posti, suddivisi in 20 sedi, una per Regione. “La legge prevede che siano di massino 100 unità, lontani dai centri abitati, con i giorni di permanenza obbligatoria aumentati. Ancora una volta l’impostazione è “noi” e “loro”; e nelle carceri oggi ci sono più garanzie” La fotografia è ancora dell’avvocato Elisabetta Vandelli, che ben conosce questa realtà: “Già in passato si è visto il fallimento di questi centri. Oggi li si vuole mettere lontani dalle città, così da allontanare visivamente il problema, impedire l’integrazione, aumentare le tensioni e l’esasperazione dei trattenuti, che intensificheranno azioni di protesta, anche violenta o di autolesionismo. Facile immaginare che aumenterà la tensione sociale e ancora l’insicurezza generale”.

Il tema dei profughi richiederebbe ancora molte altre riflessioni: diritti civili, integrazione, accoglienza, disparità, sfruttamento, politica estera, economia colonialista, sicurezza, rispetto delle leggi e dei costumi sono i principali capitoli di un tragico copione che sta avvolgendo l’Europa e il mondo occidentale, solo perché in Asia e in Africa i campi profughi stanno già esplodendo di miseria e disperazione. Quello che è chiaro è che ad oggi mancano interpreti autorevoli e lungimiranti, che possano fornire agli altri protagonisti della scena una parte dignitosa e garantita. E questo è negato sia agli attori europei che agli extra europei. Il decreto Minniti-Orlando ha evidenziato in poche righe moltissime di queste mancanze.

Immagine di copertina, photo credit: mitchell haindfield another brick in the wall via photopin (license)

I Citytrees puliranno l’aria inquinatissima delle nostre città?

Dopo Oslo, Dresda, Honk Hong e diverse altre città, anche Modena avrà presto i suoi “alberi cittadini”. Da lunedì prossimo, 8 maggio, verranno installati anche da noi dei “Citytrees” – sei in in tutto – pannelli biotecnologici con tecnologia IoT (acronimo dell’inglese Internet of things) nati con l’obiettivo di “mangiare” lo smog in ambito urbano, filtrandolo e abbattendolo: impresa quanto mai indispensabile in pianura padana, notoriamente tra le aree più inquinate d’Europa (leggi: “L’inquinamento dell’aria non è un’emergenza, è una costante“). Si tratta in pratica di un pannello verde all’interno del quale sono piantati del muschio e altre piante particolari che agiscono positivamente sulla qualità dell’aria. I sei pannelli saranno collocati in alcune strade a forte percorrenza di Modena, nell’ambito di un progetto “City Tree Scaler” promosso e finanziato da Climate-Kic, “una comunità dell’innovazione” con sede a Londra (ma con “filiali” in varie città europee, tra cui Bologna) che riunisce più di 180 soggetti pubblici e privati – tra università, enti di ricerca, imprese e amministrazioni – organizzati in 12 hubs presenti in 10 paesi europei. Nata nel 2010, Climate-Kic ha tra i propri obiettivi diffondere la conoscenza, promuovere l’innovazione nella sfida ai cambiamenti climatici e favorire la creazione di una società “zerocarbon”.

citytree

Il primo pannello sarà collocato in viale Verdi, all’altezza della fermata dell’autobus più vicina a via Emilia est. I tecnici del settore Ambiente e Mobilità del Comune di Modena stanno effettuando i sopralluoghi per individuare le altre postazioni idonee, alcune a ridosso del centro storico, dove nei prossimi giorni saranno collocati gli altri citytrees. Il pannello “City tree”, vincitore di vari premi, è ideato e realizzato dalla start up tedesca Green city solutions con l’obiettivo di effettuare una sperimentazione sull’efficacia di filtri verdi biotecnologici (i Citytrees appunto) nel ridurre l’inquinamento atmosferico in ambiente urbano e diminuire gli effetti dell’isola di calore. Secondo quanto dichiarano gli ideatori – spiega il sito Startup Italia – “nei pressi dell’installazione (circa 50 metri) si viene a creare una sorta di area libera dallo smog. City Tree rappresenta dunque la soluzione ideale per le amministrazioni urbane interessate a offrire nuovi spazi sostenibili, a costi accessibili. Una combinazione unica di Internet of Things e piante. La tecnologia infatti è dotata di wi-fi, schermi digitali e sistemi di monitoraggio”.

Il Comune di Modena si è proposto come partner per la sperimentazione attraverso l’Agenzia per l’energia e lo sviluppo sostenibile (Aess) di cui è socio fondatore e che è a sua volta affiliata a Climate-Kic. Il progetto prevede una campagna sperimentale di monitoraggio degli effetti sulla qualità dell’aria e sulla riduzione dei gas serra prodotti dall’installazione di sei Citytrees in strade a “effetto canyon” (lunghe, strette e intensamente trafficate, come viale Verdi) o caratterizzate da alti flussi di traffico dell’area urbana di Modena. I pannelli sono strutture autoportanti lunghi 3 metri, alti 4 e profondi 60 centimetri che supportano specifiche colture di muschio e piante vascolari che “divorano” polveri sottili (Pm10), biossido di azoto e ozono producendo, secondo i risultati dei test di laboratorio effettuati finora, lo stesso effetto di 275 alberi ma utilizzando meno dell’1 per cento di spazio. Secondo gli sviluppatori questo enorme filtro vegetale è in grado di rimuovere dall’aria circostante 240 tonnellate di CO2.

Secondo Green City Solutions, un solo Citytree svolge la funzione di 275 alberi
Secondo Green City Solutions, un solo Citytree svolge la funzione di 275 alberi

La campagna durerà fino alla fine del 2018 e le misurazioni saranno effettuate dai ricercatori di Isac-Cnr dell’Area della ricerca Cnr Bologna e Lecce con il coordinamento di Proambiente, consorzio di ricerca di Bologna applicata e sviluppo tecnologico formato da Cnr, università di Ferrara e aziende private che è partner del progetto.

Tutto bene quindi? Certo! Si tratta di un esperimento di notevolissimo interesse, ci mancherebbe. E tuttavia, avverte il meteorologo Luca Lombroso commentando l’iniziativa sul suo profilo Facebook, “sicuramente piantare alberi e aumentare il verde è un’ottima cosa, ma non illudiamoci di risolvere i problemi con scappatoie tecnologiche. Ricordo un numerino, per compensare le emissioni di un’auto, circa 1-2 tonnellate all’anno, servirebbe non un albero ma un ettaro (circa) di foresta tropicale e circa il doppio alle medie latitudini. Non credo poi servano pannelli biotecnologici, basterebbe tenere bene il verde esistente e meglio ancora aumentarlo, mentre la vera soluzione, la sappiamo, è ridurre le auto in circolazione a vantaggio di mobilità sostenibile e spostamenti a piedi e bicicletta, coibentare meglio tutti gli edifici, nuovi ed esistenti, produrre energia elettrica solo da fonti rinnovabili, ridurre la quantità di rifiuti, migliorare la gestione agricola e soprattutto degli allevamenti”.

Insomma, il messaggio è chiaro, Lombroso segnala un pericolo tipico di quest’era di grande sviluppo tecnico: ossia la convinzione di potere disinteressarci fino all’ultimo istante dei pericoli del riscaldamento globale perché tanto – sul filo di lana – la tecnologia sarà in grado di trovare la soluzione a qualsiasi problema salvando, se non la capra (la terra), almeno i cavoli (noi umani). Una follia. “Ricordo – conclude Lombroso – che in base a uno studio pubblicato su Science per rispettare gli accordi di Parigi dal 2020/2021 non dovrebbero più essere vendute auto a motore termico e dal 2030 dovrebbero sparire tutte dalla circolazione per far posto a veicoli elettrici (ma meno di oggi, e ricaricati a rinnovabili). In poche parole dire: CIAO FOSSILI”.

In copertina: un city tree installato a Jena, in Germania (Fonte immagine: Magazine MN).

L’insopprimibile tentazione di consumare, consumare tutto

Tra le correnti architettoniche, artistiche e urbanistiche tipicamente italiane ce ne sono alcune al momento poco studiate dagli accademici ma che trovano spazio (è proprio di questo che parliamo) tra i più attenti osservatori. Correnti ironiche eppure serissime come il venutomalismo, che riguarda soprattutto statue e in particolare quelle raffiguranti santi, l’incompiutismo, di cui è celebre lo stile siciliano, e molte altre appena scoperte o ancora da scoprire.

Diceva Beckett che le arti sono “un tentativo di riempire gli spazi vuoti”. Chissà se il drammaturgo irlandese si è mai interessato di pianificazione territoriale. In effetti c’è una tendenza italica non ancora classificata, ma che conosciamo tutti benissimo, che di “riempire gli spazi vuoti” ne ha fatto un’arte e un business. Qualcosa che ricorda molto l’horror vacui, quella locuzione latina che significa “terrore del vuoto” usata nell’arte per descrivere la tendenza decorativa a riempire l’intera superficie, senza lasciare spazi vuoti, in maniera un po’ ossessiva e opprimente. Guardare le regioni italiane dall’alto dà questa l’impressione.

mappa1

Il territorio è considerato da imprese e amministrazioni comunali come un gigantesco album da colorare. Ci sono i centri urbani, le strade, le aree industriali, e poi – soprattutto al nord e in particolare nella pianura padana – piccoli rettangoli vuoti, ovvero campi, coltivati e non, prati, vigne, spazi naturali e agricoli, in attesa di essere riempiti. E’ il fenomeno conosciuto come consumo di suolo. Ovvero: quando da uno spazio non artificiale si passa a uno spazio artificiale, cioè qualcosa di costruito. Così la campagna scompare, spesso con conseguenze drammatiche legate al dissesto idrogeologico, e lo spazio vuoto diminuisce sempre di più.

I dati dicono che in Emilia Romagna tra il 1975 ad oggi il territorio urbanizzato è più che raddoppiato, con oltre 100.000 ettari di campagna consumata. Non solo nelle aree extraurbane, ormai sempre più mangiucchiate dall’espansione urbanistica e industriale, ma anche in quelle urbane, dove anche i più piccoli spazi vuoti rimasti tra un edificio e l’altro fanno gola a imprese e amministrazioni. Centri commerciali, ampliamenti di imprese esistenti, aree residenziali, strade che magari non servono: c’è un po’ di tutto.

Sia il più recente dossier di Legambiente sul consumo di suolo in Emilia Romagna, sia il rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) del 2016 fotografano una situazione in cui il consumo delle aree agricole è rallentato rispetto agli anni precedenti, ma è sempre in costante aumento. 35 ettari al giorno consumati in Italia, secondo l’Ispra: un dato preoccupante in particolare nei territori a rischio sismico o idrogeologico, cioè quasi tutta l’Italia, Emilia Romagna compresa. Lo stesso rapporto segnalava come nel 2015 nella maggioranza delle regioni italiane è stato superata la percentuale del 5% di suolo consumato. Lombardia e Veneto erano al primo posto, con oltre il 10% ed Emilia Romagna poco dopo, con valori tra il 7 e il 10%.

mappa2

Se poi si guarda caso per caso, ci si rende conto non solo della portata del fenomeno, ma anche delle sue caratteristiche più paradossali. Si tratta spesso di progetti considerati inutili e costosi da molti, quasi sempre mal visti dai residenti, dalle conseguenze a volte imprevedibili, a volte invece prevedibili e preoccupanti.

Vediamo qualche esempio modenese preso dal recente dossier di Legambiente. Uno è quello che riguarda il Comparto di via Morane: 198.546 mq di superficie destinata a 550 nuovi alloggi, con caratteristiche che hanno suscitato non poche perplessità tra gli architetti e tra i residenti del quartiere Morane. Niente marciapiedi, parcheggi interrati, case costruite tra le curve e un probabile aumento dell’inquinamento acustico. Questo in una città dove ci sono oltre 5mila case sfitte, per non parlare degli edifici abbandonati e delle opere incompiute potenzialmente riqualificabili.

A volte poi il cemento chiama altro cemento. Un esempio significativo è quello che riguarda l’espansione di Spezzano, nel comune di Fiorano Modenese. Siamo nel famoso distretto ceramico, area già caratterizzata da un eccessivo consumo del suolo nei decenni passati. Nella frazione di Spezzano è previsto un “consumo di suolo che genera altro consumo di suolo” spiega Legambiente, attraverso il meccanismo della compensazione. Ovvero, l’iniziativa di espansione privata porta con sé, come contributo alla città, la realizzazione di opere pubbliche. Cioè il privato consuma suolo per i propri interessi, ma la città ha in cambio un consumo di suolo che è di tutti (ad esempio con scuole, parchi o ospedali). Se apparentemente è un vantaggio per la collettività, di fatto c’è un doppio consumo di suolo che si sarebbe potuto evitare.

GE_Spezzano

Nel caso di Spezzano sparirebbero 7 ettari di zona agricola (“una delle poche aree agricole di pianura sfuggite alla imponente cementificazione dei decenni passati” si legge nel dossier) e altri 6 ettari di campagna. Per il paradossale ma apparentemente sensato meccanismo di “compensazione”, a questa espansione industriale si aggiunge il consumo di suolo per l’edificazione di opere pubbliche, che vedranno prediligere “il consumo di ulteriore suolo vergine, rispetto la volontà di riqualificare il patrimonio pubblico esistente”.

Nel comprensorio ceramico infatti sono tante le aree dismesse da aziende ormai chiuse. Per capirci, parliamo di costruire capannoni nuovi in un’area dove ci sono capannoni abbandonati. E nello spazio che rimane, costruire opere pubbliche “per la collettività”. Così facendo, “si sfrutta il consumo di suolo ad opera di privati per alimentare altro consumo di suolo per opere pubbliche”.

Tra gli altri interventi che riguardano il modenese ci sono l’Autostrada Cispadana, la Bretella Autostradale Campogalliano – Sassuolo, l’area residenziale di via Santa Caterina (4mila mq, 22 palazzine). Tutti interventi evitabili, secondo l’associazione ambientalista, che è molta critica anche nei riguardi della proposta di legge urbanistica regionale, sottolineando come è molto alto – per non dire certo – il rischio che si superi senza problemi quel limite del 3% di consumo di suolo previsto dalla giunta Bonaccini.

E dunque cosa bisognerebbe fare, secondo gli ambientalisti e i sostenitori di uno sviluppo sostenibile? Non costruire più nulla, fermare lo sviluppo, danneggiare l’economia, tornare a vivere nelle caverne e cibarsi di bacche? Non esattamente. Anzi, secondo elaborazioni piuttosto attendibili, è proprio il consumo di suolo che, alla lunga, oltre a modificare il territorio in modi a volte irreversibili, danneggia l’economia. Perché ha dei costi occulti spesso difficilmente prevedibili e calcolabili. A parte la nostalgia per il bel paesaggio di campagna di una volta, la cementificazione porta con sè delle spese enormi di cui raramente sentiamo parlare le amministrazioni.

Secondo l’Ispra l’impatto economico del consumo di suolo in Italia è stato stimato “attraverso la contabilizzazione dei costi associati alla perdita dei servizi ecosistemici connessi”, tra i i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro all’anno, pari a 36.000 – 55.000 € per ogni ettaro di suolo consumato. Il rapporto precisa subito dopo che “si tratta con tutta evidenza di una sottostima”. Quali sono questi costi viene spiegato in maniera molto dettagliata nel rapporto, difficilmente riassumibile, per cui rimandiamo alla lettura del capitolo dedicato all’argomento (capitolo 52, pagina 117, Impatto del consumo di suolo in Italia).

Vedi anche:

Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.