Un fisco più equo a misura di famiglia

Nei giorni scorsi sono stare rese pubbliche diverse statistiche sull’ammontare dell’evasione fiscale che varia da 100 a 200 miliardi in base alle diverse fonti.

Se questo dato fosse vero anche solo in parte, la prima mossa da fare sarebbe quella di iniziare a recuperarne il più possibile per guardare al futuro economico e sociale dell’Italia con uno spirito diverso. Ma al momento non siamo un paese normale: non sappiamo se questo dato è veritiero, da che cosa è determinato e soprattutto da chi.

altan2Per avvicinarsi ad una maggiore equità fiscale la seconda mossa sarebbe quella di considerare il reddito familiare equivalente e non più quello individuale. L’equivalente sta a significare che si possono confrontare i redditi familiari considerando la numerosità dei componenti. Ciò muterebbe la rappresentazione della distribuzione del reddito fra le famiglie italiane rispetto alla quale sarebbe possibie aumentare il numero degli scaglioni e rimodulare la curva della progressività a favore dei redditi medio bassi. Il compito più arduo è quello di individuare il valore dell’imposta massima che mentre crea entrate per lo stato non deve deprimere la volontà di pagare le tasse ovvero non deve sostenere la tendenza all’evasione. Tale tendenza può essere contrastata se si introduce un sistema di detrazioni che renda conveniente al consumatore finale una denuncia dei redditi veritiera.
In estrema sintesi questo è quanto viene scritto nei principali manuali e soprattutto è quello che suggerisce l’esperienza. Ma allora perché non viene fatto?

Prendiamo il caso dell’imposizione fiscale su base familiare. Innanzitutto si argomenta che la Costituzione italiana, che pone a fondamento del sistema fiscale la capacità contributiva e il principio di progressività, rimanda al principio dell’equità orizzontale cioè ad un trattamento fiscale uguale per i contribuenti che sono uguali dal punto di vista economico e sociale. Tuttavia è innegabile che, in base a questo stesso principio, la condizione di ogni individuo è correlata a quella del nucleo familiare di appartenenza. Pertanto due famiglie con le medesime situazioni di reddito, numero di componenti e loro età e condizione, dovrebbero avere il medesimo livello di imposte avendo la medesima capacità contributiva. 10.000 euro prodotti da una famiglia di due componenti hanno un valore diverso se prodotti da una famiglia di 3 o 4 componenti.

Una seconda obiezione all’imposta familiare rimanda al fatto che essa comporti un minor gettito fiscale e che le famiglie con i redditi più elevati beneficino di tale situazione. Ciò è possibile se la struttura degli scaglioni e il loro grado di progressività sono strutturati in modo tale da premiare il livelli di reddito più elevati. E’ quindi possibile agire su di essi ponendosi l’obiettivo di tutelare i redditi familiari più bassi per poi proseguire con i redditi familiari medi.
Una terza obiezione fa leva sul fatto che l’imposta di tipo familiare deprimerebbe l’accesso al lavoro da parte delle donne. Chi scrive ha invece il sospetto che nella situazione italiana siano al momento ben altri i fattori di contrasto all’autonomia economica delle donne quali, ad esempio, lo scarso utilizzo del part time, la sistematica minor retribuzione, le discriminazioni nella carriera. Esiste poi il problema degli incapienti per i quali l’incapienza potrebbe trasformarsi in una imposta negativa sul reddito cioè in un intervento economico diretto sulle famiglie in tale situazione di disagio.

In sintesi una significativa diminuzione dell’imposta diretta, in particolare a favore delle famiglie con redditi bassi e medi oltre che a tradursi in un miglioramento dell’equità orizzontale, si può trasformare in un impulso per la crescita economica incentivando la domanda interna da parte dei gruppi sociali con una maggiore propensione al consumo. In ogni caso si tratterebbe di una scelta a favore delle famiglie in quanto fornirebbe un quadro certo rispetto alle scelte di risparmio o di consumo o di investimento che inevitabilmente le famiglie stesse sono chiamate a fare nel presente e sul futuro.
L’obiettivo finale è quello di eliminare gradualmente l’implicita imposta sulla famiglia attualmente presente in Italia che rende conveniente non “tenere famiglia”.

Nomination da oscar

Nei giorni che hanno preceduto la Pasqua i giornali locali e quelli nazionali hanno riportato le nomine in grandi aziende a partecipazione pubblica.

Le cronache giornalistiche si sono concentrate soprattutto sull’ammontare complessivo degli emolumenti percepiti dai nominati giudicandoli sproporzionati rispetto alla media dei salari soprattutto se contestualizzati in un periodo perdurante di crisi.
Chi scrive vorrebbe spostare l’attenzione anche su altri aspetti.

Innanzitutto varrebbe la pena chiedersi quali sono le performance che queste persone hanno conseguito o che ci si attende da loro. Poi se l’ammontare degli stipendi è commisurato non solo ai risultati ma anche alle responsabilità e ai rischi che queste comportano.

Esiste poi un secondo aspetto direttamente collegato al primo che riguarda il cumulo degli incarichi correlato al tema delle performance e soprattutto a quello della democrazia economica. Nemico giurato della democrazia economica è il monopolio senza nessuna distinzione tra pubblico e privato. In altri termini non ci può essere democrazia se il potere di decisione si concentra nelle mani di una stessa persona che siede in più consigli di amministrazione.

E’ facile intuire che a questo punto gli interessi prevalenti saranno quelli del singolo a scapito di quelli della comunità con buona pace della democrazia e dei risultati economici.

Sempre a proposito di democrazia economica viene da chiedersi perché in Italia è scarsamente diffusa l’esperienza delle società ad azionariato diffuso (public company o government-owned corporation) soprattutto nei settori delle cosiddette ex-municipalizzate che spesso operano in regime di monopolio.

In questi casi se gli azionisti fossero in larga misura anche gli utenti l’equilibrio degli interessi in gioco, quindi il potere di scelta, si sposterebbe al livello di chi da una parte vuole ottenere il servizio migliore al prezzo più conveniente (gli utenti) e dall’altra di chi vorrebbe veder valorizzate al meglio le azioni possedute (gli azionisti). Questa fattispecie di conflitto di interessi si sposterebbe democraticamente a livello di consumatore/risparmiatore cioè di coloro che pagano la bolletta o il biglietto a patto che le informazioni sulla gestione dell’impresa siano le più trasparenti e tempestive possibili.

La fogna delle parole

Un’altra parola, forse la più usata al mondo, viene mandata al macero per non dire… nel gabinetto. La parola è amore e il giorno di San Valentino è nato “Innamorati dell’italia”: il partito dell’amore partorito da Silvio Berlusconi. L’ennesima parola viene svuotata del suo significato originale per averne uno nuovo ad uso e consumo del grande tubo digerente italico.

Non è certamente la prima volta che accade. Solo per citarne alcune si iniziò con “Italia” (Forza Italia) strappandola alla Destra, poi con “libertà” (Popolo delle Libertà) strappandola a tutti coloro che avevano vissuto la resistenza, senza dimenticare le parole di origine religiosa: “unto”, “santo”, “martire”, “sacrificio” ecc. Forse non riuscirà a modificare geneticamente la parola “equità” in quanto è già stato anticipato da Equitalia. Ben magra consolazione.

No, ma l’amore no. Forse è capitato un po’ a tutti di giocarci sopra, di utilizzarla talvolta puerilmente per ottenere un sì fortemente voluto. Ma così no, non si può. Anche perché il gioco, è facile da intuire, sarà quello far precipitare tutti gli altri nel partito dell’odio. Che poi sono quelli che non amano il grande capo ovvero quanti non la pensano come lui.
D’ora in avanti non potremo più utilizzare questa parola. La cosa che fa aumentare la dissenteria in chi scrive è che c’è già qualcuno disposto a comperarla.

Il Governo val bene due euro

Forse ci è capitato di sentire l’espressione “Parigi val bene una messa” che significa che vale la pena sacrificarsi per ottenere uno scopo alto. Si dice che, nel 1594 dopo una sanguinosa guerra, Enrico di Navarra abiurò il calvinismo per il cattolicesimo pur di conquistare Parigi. Prima di farsi cattolico pronunciò appunto la celebre frase perché disposto a rinunciare alla sua religione pur di conquistare il Regno di Francia.

Per venire ai giorni nostri è sufficiente ricordare che ci sono stati circa 3 milioni di partecipanti alle ultime primarie del PD e poco prima 10 milioni di elettori per lo stesso partito. L’obiettivo in entrambi i casi era quello di conferire solidità e intraprendenza non solo al governo del partito di maggioranza relativa ma anche a quello del paese. Il dubbio che ora si pone è se queste aspettative sono state tradite oppure no. Se i rappresentanti sanno ancora rappresentare i desideri dei rappresentati. In attesa che il tempo faccia il mestiere di galantuomo e ci riveli l’(in)concludenza della sceneggiatura, sembra di poter dire che dietro le quinte si stia giocando una partita tra due gruppi di interessi ovviamente economici certamente dai contorni sfumati.

Da una parte c’è chi affida il proprio utile al treno della politica: sono coloro che fanno dipendere la propria redditività dalla rendita di posizione nell’apparato politico e amministrativo, negli enti di secondo e terzo livello, nell’accesso ai finanziamenti pubblici, ecc.. Il secondo gruppo invece si affida al proprio lavoro, al rischio degli investimenti, all’incertezza dei mercati alla reciprocità delle relazioni piuttosto che alla logica dello scambio. Allora di fronte alla scena attuale non ci resta che augurarci laicamente “quello che devi fare fallo al più presto” (Gv. 13,27).

Pd, adesso cambi le liturgie

Circa 10 milioni di elettori alle ultime politiche, quasi 3 milioni di partecipanti alle primarie e quasi 300 mila iscritti. C’è una qualche correlazione tra questi numeri che riguardano la storia recente del PD? Proviamo a fare qualche ipotesi alla buona.

Il 33% degli elettori che non hanno la tessere del partito sono disponibili però ad un tesseramento leggero, ad una partecipazione mirata, ad un obiettivo semplice e circoscritto con un esito certo. Quali, appunto, i termini delle primarie. La quota di adesione al partito si assottiglia enormemente se si considerano i soli iscritti. La tessera esprime una appartenenza forte, la partecipazione è costante nel tempo, l’esito democratico della partecipazione talvolta appare incerto. Proviamo ad invertire il rapporto.

Un iscritto al PD riesce a mobilitare 10 elettori alle primarie e 33 elettori alle elezioni politiche. Circa. Questo è il livello della produttività elettorale del tesserato democrat. La questione che ora si pone è come aumentare la produttività del PD per arrivare, al netto del sistema elettorale, ad essere il principale partito italiano ovvero che raccoglie la maggioranza assoluta degli elettori.

Che cosa fa l’elettore delle primarie tra una consultazione e l’altra? Non sarebbe il caso di coinvolgerlo sempre in maniera leggera e mirata su questioni rilevanti? Oppure, detto in un altro modo, come fa la segreteria del partito, nazionale o locale non fa differenza, a rapportarsi non con gli iscritti ma con un canale importante di consenso rappresentato dall’elettore delle primarie? Se cambiamento deve esserci questo va spinto fino in fondo al punto di cambiare certe liturgie ma anche certe impermeabilità che ostacolano il confronto libero e democratico.

Emilia la virtuosa? Un tabù che balla

Non ci rimane che il Papa. Nei dibattiti pubblici ma anche nelle conversazioni private viene citato qualcosa che il Papa ha detto o ho fatto. E’ un modo, anche se passeggero, di provare a fare il punto, a dire qualcosa di sensato, a confermare o no le proprie tesi.
Nei giorni scorsi a proposito del fenomeno delle tangenti degli amministratori e cose simili, il Papa in una sua omelia quotidiana ha usato un’espressione molto forte pensando a chi è dedito a questa pratica: “dare da mangiare ai propri figli pane sporco”. Frase che si contrappone al comandamento di “portare il pane a casa con il lavoro onesto”. Nessuno di noi si sognerebbe lontanamente di dar da mangiare ai propri figli del pane sporco se non sull’orlo della fame. Ne va della loro salute o come dice sempre il Papa, il papà perderebbe la propria dignità.

La difesa, anche nel caso recente delle spese non a norma da parte dei consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna, si appella al fatto che così fanno tutti. Chi doveva controllare non ha controllato, chi era appena arrivato si è adeguato alle abitudini del posto, chi sapeva ha taciuto e non si è opposto. Allora è del tutto evidente che il giudizio che conta è solo quello che ogni singola persona dà di se stessa. Mente sapendo di mentire e si autoassolve sapendo di aver commesso un reato.

Purtroppo lo stesso discorso vale anche per chi non emette fattura, chi fa uno scontrino su tre, chi accetta un qualche compromesso sul lavoro pur di portare a casa lo stipendio.
A questo punto viene da chiedersi come ci hanno alimentato i nostri padri e le nostre madri, se ci hanno mai dato del pane sporco? Se, invece, abbiamo mangiato del buon pane cos’è che non sta funzionando? Quali responsabilità abbiamo noi oggi? Abbiamo, il prima persona plurale è d’obbligo, la consapevolezza di essere nella stessa barca ma soprattutto abbiamo l’umiltà di riconosce di aver fatto un errore/reato/peccato? Avremmo l’animo più leggero ma soprattutto potremmo provare a cambiare insieme. Che è più facile. Il resto è solo noia, direbbe il poeta.

(Immagine in evidenza: elaborazione grafica da : Red Communist party)

Pastorale per singoli o famiglie?

Durante lo svolgersi dell’ultima settimana sociale sul tema “Famiglia, speranza e futuro per la società italiana” mi sono chiesto: come mai nonostante si stia battendo il chiodo sull’importanza della famiglia, la stragrande maggioranza delle politiche vanno nella direzione opposta e le numerose e ragionevoli proposte del cosiddetto mondo cattolico non trovano un adeguato riconoscimento? Le possibili risposte, se si vuole estremizzate, sono due: o le proposte non sono così efficaci e convincenti oppure non c’è il sufficiente rigore nel perseguire tali obiettivi. Direi un po’ l’una e un po’ l’altra anche se la seconda ipotesi risulta di maggiore peso.

Senza nulla togliere alle numerose e meritevoli iniziative che a livello locale sono realizzate dalla comunità ecclesiale direttamente o tramite sue strutture e che sono state presentate nel corso dei gruppi di lavoro, sorge il dubbio che il concordato, la linea gotica dei valori non negoziabili, il facile compromesso con le amministrazioni pubbliche sulle esigenze immediate delle comunità parrocchiali abbiano di fatto diluito la determinazione nel perseguire il pieno e reale riconoscimento della famiglia.
Il problema del rigore, inteso soprattutto come coerenza tra obiettivi e mezzi, non riguarda solo chi temporaneamente ha un ruolo politico o amministrativo, sarebbe troppo facile buttare la palla nel campo della inefficacia della politica, ma anche per non dire soprattutto le nostre comunità locali.

I tempi delle parrocchie tengono conto dei tempi di vita delle famiglie? La pastorale è prevalentemente una pastorale per singoli soggetti o per famiglie? La costituzione di piccole comunità di famiglie sono sostenute quali espressione di un laicato adulto nella fede e nelle competenze o sono ostacolate per lo stesso identico motivo?
Come hanno dimostrato lucidamente le Acli di Brescia per l’accesso ai servizi o per ricevere benefici economici spesso conviene essere single piuttosto che sposati. A questo punto, anche solo per protesta civica, a chi è sposato converrebbe chiedere la separazione civile con ulteriore peggioramento dei conti pubblici, ma con un sensibile miglioramento di quelli familiari.

(photo credit: Louish Pixel via photopin cc)

Lo stile dei duellanti

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Di questi giorni di perenne campagna elettorale va segnalato favorevolmente il confronto tra Lucia Bursi e Giuseppe Schena che competono per la carica di segretario provinciale del PD.
Di solito il confronto fra politici, quello mediato dalla televisione, ci riporta una conflittualità fatta di offese personali, di ripicche puerili, di ricatti per nulla mascherati. Il contenuto delle proposte diventa strumentale al conflitto guerreggiato. In questi casi il politico di turno gioca tutta la propria identità sulla propria idea/proposta politica pertanto lo scontro diventa totale come quando due bambini si mettono a litigare per un giocattolo anche rotto e dopo due secondi quel giocattolo non interessa più a nessuno dei due e iniziano a litigare per qualcos’altro. Cambia l’oggetto del contendere ma la modalità rimane identica.

Dobbiamo invece ringraziare Lucia e Giuseppe per il loro operare calmo, mite e per nulla altisonante. In questo possono essere stati di aiuto la comune esperienza di amministratori e il fatto che la loro disponibilità a candidarsi assomiglia di più ad una risposta ad una chiamata di un raggruppamento politico che ad una autocandidatura. E’ evidente che esistono differenze sostanziali tra i due sindaci che dipendono dalla loro storia, dagli ambienti che frequentano, dalle caratteristiche personali e che contraddistingueranno la nuova segreteria; tuttavia hanno messo in circolo uno stile di fare politica di cui si erano perse le tracce e di cui invece ne abbiamo massimamente bisogno.

Nel video, l’intervista doppia a Schena e Bursi.

Lucius Quinctius Cincinnatus se ci sei batti un colpo

Pensando alla storia recente del PD, e non potrebbe essere altrimenti data la sua giovane età, mi viene da pensare a Cincinnato.
Una certa storiografia racconta che Cincinnato fu chiamato per ben due volte a fare il dittatore nella Roma del 400 a.C. strappandolo dal lavoro dei campi quale ultima speranza per l’autorità del popolo romano. Cincinnato viene, appunto, ricordato quale esempio di buona direzione, di servizio al bene pubblico e di modestia. Lo stesso Dante lo cita per ben due volte nel Paradiso.
Un certo spirito di quel tempo lo ritroviamo ancora oggi nel popolo italico quando ripone la speranza che un sol uomo possa risolvergli i problemi del vivere quotidiano: Presidente delle Repubblica, Presidente del Consiglio, Segretario del Partito, solo per citare i casi più noti.
Ma le cose stanno veramente così? Per dare una strategia politica al PD sarà sufficiente dotarsi di un nuovo segretario? Ad onore del vero i Segretari del PD son durati, in media, veramente poco ma non per modestia e nemmeno perché hanno raggiunto l’obiettivo.
Da più parti si annuncia o si desidera la riorganizzazione/rifondazione del PD e si chiede a gran voce che democraticamente sia eletto un nuovo segretario giovane, forte, bello, simpatico e, perché no, donna. A dire il vero Cincinnato, si dice, aveva circa ottantanni quando venne chiamato a fare il dittatore, faceva l’agricoltore nonostante fosse dotato di cultura politica.

Fuori di metafora. Al Pd serve una leadership piuttosto che un leader anche se questo la può rappresentare, possibilmente al meglio, basata su un gruppo di persone che si relazionano fra di loro e con gli altri partiti animati da una sana amicizia civica. Il programma e il simbolo devono essere un tutt’uno con la leadership. Ma mi viene un dubbio. Come possiamo fidarci di coloro che in un sol boccone si sono mangiati presidenza della repubblica e segreteria del partito. Ancora oggi non è dato sapere chi ha remato contro anzi tutti gli interessati negano di averlo fatto. E questo è un buon motivo per trovare nuovi candidati al più presto. Forse il nuovo Cincinnato democratico va ricercato in un campo fuori dal recinto dell’attuale partito.

Primarie, un sondaggio poco scientifico e poco democratico

Le primarie sono un sondaggio poco scientifico e poco democratico.
Il candidato che vince le primarie è poi quello che ha la maggiore probabilità di vincere anche le elezioni? Per decidere il loro leader o per individuare candidati a sindaco o ad altro, i partiti hanno bisogno delle primarie?
Chi scrive risponde negativamente ad entrambe le domande. Le primarie, in qualsiasi forma si facciano, sono l’espressione delle delega dei partiti all’opinione (doxa) del proprio ruolo di progettazione politica.
Con le primarie ci si affida all’opinione di un raggruppamento preselezionato di cittadini, che in ultima istanza è quella che conta, ma la rappresentatività del campione nelle primarie è meno scientifica di quella di un sondaggio sempre che l’obiettivo sia quello di raggiungere la maggioranza del consenso elettorale.
Detto in altri termini bisognerebbe che il voto/opinione per essere veramente democratico fosse libero, informato e il più ampio possibile. Nella maggior parte dei casi, però, non è così. E’ innegabile l’esistenza sotto diverse forme più o meno aggraziate del cosiddetto voto di scambio o di interesse o del voto estetico cioè di quella particolare scelta che considera se il candidato è simpatico o antipatico, bello o brutto, elegante o rozzo.
La questione che ora si pone riguarda i modi e il tempo che i partiti dedicano alla formazione dell’opinione pubblica. Quella che oggi è veicolata dai mass media appare più funzionale a coltivare l’applauso delle proprie tifoserie.

Per concludere: innanzitutto una classe dirigente che si consideri tale non si pone la questione del candidato all’ultimo secondo e non l’affida a delle primarie/sondaggio più o meno scientifiche; secondo, il contatto diretto con le persone per conoscerne i sentimenti, i problemi, le opinioni deve essere un bisogno vitale del politico al quale deve essere dedicato il tempo necessario; terzo, lo stesso tempo dedicato alla relazione calda (integrata casomai a quella virtuale) deve essere destinato a fornire le informazioni necessarie in una relazione di fiducia affinché le persone si formino una propria opinione consapevole e informata; quarto, le primarie banalizzano i temi ed estremizzano i rapporti fra le persone che da semplici competitori passano a nemici per la vita con il relativo stuolo di tifosi più o meno fedeli; quinto, l’individuazione del candidato, ad esempio, a sindaco non è un fatto “privato” interno ai partiti ma dovrebbe essere il frutto di una relazione di reciprocità della classe dirigente con il cosiddetto mondo esterno senza escludere nessuno anzi provando ad essere i più inclusivi possibili almeno fino al 51%.