Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

In italiano la parola “magone” significa “ventriglio di pollo”. È un lascito longobardo, viene dal tedesco “Magen” che, guardacaso, vuol dire “stomaco”. A Modena, invece, il magone è soprattutto una specie di spleen. È un nodo alla gola che diventa – appunto – peso sullo stomaco, provocato da disparati agenti esterni, fortemente soggettivi, spesso associati alla nostalgia. Non che Treccani sottovaluti questo significato: accanto ai ventrigli sfoggia infatti la seconda definizione di “accoramento, dispiacere”, una versione edulcorata che però non rende a pieno l’idea.

Tutti i modenesi hanno sperimentato il magone. A me, per esempio, fanno venire il magone quei posti che sono cresciuti con me e adesso non ci sono più.

Negli accaldati pomeriggi estivi dei 16 anni, passati a lasciar correre le ore sulle panchine di Sant’Agnese, a un certo punto veniva voglia di un gelato. Ed era molto gustoso dire a quel punto “Andiamo da Mattioli”. La frase scorreva, aveva un suo ritmo, scivolava su piccole allitterazioni. Ma Mattioli non è più Mattioli, pur essendo rimasta una gelateria. È Slurp, e “Andiamo da Slurp” risulta ostico, mi fa incespicare sull’ultima lettera perché mi viene in mente lo Slurm di Futurama. (Fra l’altro, programma cult di quegli stessi pomeriggi prima che venisse l’ora di andare a Santa e poi da Mattioli.)

Più avanti c’era Blockbuster, miniera di film in prestito e lenta morte degli stoici videonoleggi del centro. Nella fase dei 15 era la tappa obbligata del tardo pomeriggio, quella che avrebbe decretato il mood della serata. Non ho idea di cosa ci sia adesso, ma so che posso ricreare nella testa l’intera topografia del negozio, con quella bella parata di copertine horror sulla destra e una distesa di moquette a ovattare i passi.

Prima di entrare in centro, in Largo Garibaldi c’era il Pellini. Bar più che anonimo, con l’unico tocco chic riassunto in un angolo di soffitto dipinto a trompe l’oeil, nell’era dei 17 era stato eletto come bar dei pomeriggi d’autunno. Chissà poi perché. Grossi cappuccini con cioccolato e panna passavano sui tavoli, mentre MTV mandava a ripetizione i video del momento: “Per me è importante” dei Tiromancino, dove ci sono gli omini dei segnali stradali che prendono vita, e “Feel” di Robbie Williams, dove c’è lui a cavallo da qualche parte, in bianco e nero. E sulle tazze dei cappuccini c’era scritto da una parte “Dreams” e dall’altra “Conflicts”, in un maiuscolo bianco su sfondo pastello, ed era un riassunto perfetto di tutto.

Sui viali c’erano i chioschi dei viali. Il Lido Park era la scelta pop, siamo d’accordo, ma vogliamo mettere il coordinato bianco e rosso che gli dava quell’aria da gigantesco lecca-lecca vintage? Cosa mi significa El Paseo, la cui grafica tonda e verde fa a botte coi lampioncini bianchi fin de siècle? (Certo, sempre meglio del pendant coi pilastri transennati in cemento armato, questo è poco ma sicuro.)

Per sfangare la serata, la scelta ricadeva spesso sulla Vecchia Scarpa, chiusa qualche anno fa tra manifestazioni unanimi di cordoglio. Andare alla Vecchia Scarpa era un’esperienza a sé, significava mettersi in uno stato d’animo ben preciso. Per esempio, accettare di buon grado che le mani si attaccassero alla superficie appiccicosa dei tavoli in legno. Subire la zaffata di affumicato che ti rivestiva come un guanto appena varcata la soglia. Avere a disposizione una serie infinita di birre (ma poi andava a finire che sceglieva il Vecchio della Vecchia – in canotta e braghette bianche d’ordinanza – così in certi periodi ti beccavi solo la Lasko). Non chiedere mai (mai!) di abbassare la musica, perché “La musica va e viene”, e poi del resto era bella musica. Non chiedere mai (mai e poi mai!) la selezione di infusi, pena l’ira funesta: la scelta doveva avvenire a scatola chiusa fidandosi delle sibilline 3 F, “Fiori, Foglie o Frutti”. E ancora, ordinare in estate la brocca di sangria con la selezione di polentine e pop corn fiappi, in inverno il vino novello con le castagne di San Martino, e la sera della Vigilia un cocktail anni ’70, in barba alla Messa di mezzanotte. Infine, andare a fare la pipì e accettare il fatto che sul soffitto sopra di te pendessero due chiappe modellate in cartapesta come una spada di Damocle. Un minuto di silenzio per la Vecchia, soppiantata da un moderno “Bar à Vin” di prossima apertura.

A un certo punto, per molti di noi il sabato pomeriggio ha significato La Tenda in Piazza Matteotti. A partire dalle ore 16:00, schitarrate e colpi di batteria prendevano a pulsare dentro al grande tendone da circo. Si stava bene seduti a terra ad ascoltare “rock alternativo” un po’ stonato, eppure live – dal vivo, e vivo – suonato dalle band under 18 che vivevano il loro quarto d’ora di celebrità. Fuori, intanto, c’era chi imparava a fare il giocoliere con tre palline plasticose e piene di sabbia.

Sul vestiario, due tappe fondamentali si sono vaporizzate nel nulla. Gli alternativi che sognavano la Montagnola di Bologna andavano a comprare le borchie da Marengo in Piazza Mazzini, che aveva i bracciali in pelle con gli spunzoni, le collane con le sfere argentate (come Dexter Holland degli Offspring) e una certa varietà di piercing e toppe e articoli di giornale su Renato Zero appesi al muro. Poi, seguiva la tappa da Seta Cotta, in Corso Canalchiaro, il cui proprietario sembrava un Apache e vendeva roba figa che sapeva un po’ di scalmito, regno di jeans vintage, felpone dai colori sgargianti, magliette demodé e camicioni hippie.

Piccola concessione al tempo delle scuole medie, per fare un salto ancora più indietro nei secoli verso la fine dei grandiosi anni ’90: il negozio della Onyx poco prima di Largo Sant’Agostino. C’è stato un tempo terribile in cui andavano di moda accessori allucinanti come le zeppe, le borsone a tracolla, le magliette attillate con le maniche scure e un personaggio un po’ gangsta disegnato sul davanti, i pantaloni di acetato… Dalla Onyx c’era senz’altro la risposta a tutti i possibili desideri tamarri e a tutti i regali con budget ristretto.

Infine, che riposino in pace i negozi i musica in successione cadenzata sulla Via Emilia. Freetime, da dove provengono le mie prime cassette. Ricordi Media Store, che aveva una marcia in più: le colonnine con le cuffie per ascoltare i dischi in uscita. (Anche qui potrei ritrovare la sezione hard rock a occhi chiusi, facendo lo slalom fra i profumi e i rossetti di Sephora). E poi Fangareggi, l’ultimo pilastro a crollare sotto l’incedere dei negozi di telefonia mobile, prezioso rivenditore di biglietti per concerti e magliette di gruppi. Qui, il mio primo acquisto dopo il pensionamento della lira: “Elettrodomestico” dei Punkreas per la modica cifra di 7,50 euro.

Il tempo passa, Modena cambia, ma il magone resta. Lunga vita ai ventrigli di pollo, lunga vita al magone!

Quando andavamo alla Casa delle Cento Finestre

Siamo stati tutti pischelli. E da pischelli il mondo era nostro, specie se era la calda estate del 2003, si avevano 17 anni e un gruppetto variegato di persone con cui ammazzare le giornate. La landa afosa del modenese aveva ben poco svago refrigeratore da offrire, tanto da rendere interessante anche la puntata delle 15.00 di Dawson’s Creek, in onda dopo Futurama, pur di non dover uscire di casa e liquefarsi. Anche le panchine nella piazzetta di S.Agnese avevano perso il loro appeal e le incursioni serali alla buonanima del Lido Park 100f06lasciavano larghe chiazze di sudore sulla schiena. Prima erano state sostituite dall’umidità del Red Lion al Parco Amendola, dove gli sfattoni giocavano a freesbee e si beveva birra in bicchieri di plastica. Poi, da una macchia di verde selvatico vicino ai binari del treno, dopo Saliceto sul Panaro e un viottolo al buio tra ghiaia e sterpi: un trainspotting in salsa modenese, a base di birrette, coche calde e gelato in vaschetta scioltosi già lungo il percorso, a raccontarci – data la location – storie di paura alla Urban Legends.

L’idea era nata lì, tra racconti di serial killer con la mano uncinata e l’odor di sisso della prima campagna, ma giaceva nei nostri ricordi di bambini più o meno inconsciamente. Perché non andare a esplorare la Casa delle Cento Finestre sulla Via Vignolese?

100f07Quando sei pischello il degrado è affascinante e le case abbandonate ancor di più, specie se, a quanto si diceva, ammantate di leggende e infestate dai fantasmi: inutile negarlo, la casa abbandonata è un grande topos narrativo e la sua perlustrazione è un fondamentale rito di iniziazione. Chissà, forse lo è ancora.

(E comunque noi non eravamo nativi digitali, al massimo avevamo l’adsl a casa e il nokia 33.10 in tasca).

Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com
Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com

Qualche pomeriggio dopo partimmo in avanscoperta, una piccola torcia ciascuno e un paio di macchine fotografiche, freschi dei consigli di amici navigati e fratelli maggiori. Entrare sul retro, scavalcare la finestra a sinistra (“non quella a destra perché se no finite in un buco”), non salire sul ballatoio sopra la sala principale. E soprattutto andarci di giorno, perché di notte la Casa era notoriamente frequentata da deficienti pseudo-satanisti.

Sapevamo che tirava già aria di ristrutturazione. La Casa sarebbe presto stata destinata a uffici o forse ad abitazioni, e da una parte ci piangeva un po’ il cuore poiché il mondo era nostro e in quel modo la Casa non sarebbe stata più – in un certo senso – nostra. Non 100f01sapevamo che il suo vero nome era Villa Buonafonte, né che fosse stata costruita all’inizio del Settecento e che appartenesse in origine alla famiglia Bentivoglio, la quale l’aveva venduta alla Cassa di Risparmio nel 1980. Non sapevamo nemmeno che in passato aveva ospitato duchi, arciduchi e duchesse; eravamo soltanto a conoscenza delle “voci di corridoio”, mischiatesi col tempo ad altre leggende: persone murate vive, morti improvvise, finestre che compaiono e scompaiono. Si diceva che, contandole, non sarebbe mai risultato lo stesso numero.

100f02(Personalmente ne ho contate 98, poi ho ricontato ed erano diventate 103, ma la matematica non è mai stata il mio forte).

Dopo la conta di rito entrammo, spingendoci a vicenda attraverso la finestra “buona”, e ritrovandoci dentro. Mi ricordo il piano di sotto allagato. Mi ricordo la grande sala poligonale e il ballatoio dove non bisognava salire da cui filtrava una luce verdognola, le scritte sui muri a deturpare resti di affreschi e vetri sbeccati, forse un tempo colorati. Poi, un corridoio decorato che si apriva in una successione di sale, e nessuno che volesse chiudere la fila. Le scale per salire, ricamate dalle ragnatele, e le stanze vuote con accessi murati e controsoffitti crollati. Mi ricordo la dependance accessibile, con i resti di quella che doveva essere una cappella per pregare, una decorazione in stucco aperta su di noi come un fantasma alato e una scarpa da ginnastica all’ingresso. Prima di andare via, senza avere incontrato nessuno, ectoplasma o 100f03essere in carne e ossa, abbiamo fatto la cosa più ardita della nostra spedizione: accendere una decina di lumini mezzi consumati sparsi nella sala poligonale e disporli in forma di croce, per spaventare i successivi visitatori. Probabilmente si sono spenti nel tempo in cui abbiamo raggiunto la strada, dopo esserci fatti una foto di gruppo liberatrice davanti alla Casa, tutti sani e salvi, il sole un po’ più basso all’orizzonte.

La morale della storia è che, seppur con incoscienza, se non vai a caccia di fantasmi a 17 anni poi non ci vai più. Inoltre, per rivedere gli interni della Casa (ristrutturata) a distanza di dodici anni dovrei comprarmici un appartamento o farmi assumere in uno degli uffici che vi si sono insediati.
Dal canto mio invece, in un certo senso cerco ancora fantasmi e ogni mattina riapro gli occhi in un’altra città, ma comunque vada la certezza è una: a Modena d’estate c’è ancora un caldo porco.

(fotografie di Francesco Cerofolini, 2003)

Viaggio colorato tra i portici di Modena

Modena non è mai stata una delle tappe principali dei viaggiatori del passato. Quelli dei Grand Tour, per intenderci. Quelli che venivano in Italia per completare la propria formazione intellettuale, artistica, umana o spirituale, a seconda dei casi. L’Emilia-Romagna, in generale, era vissuta in queste occasioni come un luogo di passaggio per raggiungere le varie Venezia, Firenze, Roma, attraversata via terra o via acqua e ritenuta pure noiosa poiché piatta e monotona.

Nell’ottobre 1786, Johann Wolfgang Goethe nel corso del suo viaggio in Italia in direzione sud fa tappa veloce a Ferrara, Cento e Bologna, città, questa, di cui ammira i portici poiché le persone possono passeggiarvi al riparo dal sole o dal maltempo. Non passa da Modena, ma la scorge in lontananza dall’alto della Torre degli Asinelli. A fine aprile 2014, invece, François ed Elsa, due giovani alsaziani che stanno viaggiando verso l’India in bicicletta (adesso sono in Iran) attraversano l’Emilia-Romagna per andare da Pistoia a Venezia. Come Goethe, fanno tappa a Bologna e Ferrara, sottolineando lo scarso interesse del panorama, tralasciando “la Cathedrale de Modène“, ma annotando la gradevole presenza dei portici arancioni che punteggiano le strade del capoluogo emiliano.

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Chi l’avrebbe mai detto che, a un occhio esterno, i portici potessero risultare così esotici? E i modenesi, cosa ne pensano? “I portici sono la testimonianza dello spirito geloso, misterioso, segreto della vecchia Modena popolare e ducale, popolare e patrizia. Portici sensibili come l’antro a spirale di una grossa conchiglia, da cui giunge il rombo continuo di una mareggiata, di un lontano tifone”. Questo è Dario Zanasi in “Modena mio paese”, anno 1968. Antonio Delfini, invece, descrive il portico modenese come una “magica terrazza sull’orizzonte” da cui fare scomparire la città immaginando al suo posto filari di alberi e fieni ammucchiati, acquitrini e neri barconi (da “Il ricordo della basca”, 1938).

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Non sono che due esempi, ma indicano un fatto: i portici di Modena non sono solo un luogo, sono uno stato dell’anima. E tra l’altro, non sono solo arancioni, ma anche verdi, rosa, gialli, rossi e color tortora. Dato che nessuno è profeta in patria viene da chiedersi: ma qualche viaggiatore del passato se n’è accorto? Certo che sì.

Il francese André Maurel, all’inizio del secolo scorso, dedica alle città minori d’Italia un viaggio e un libro, “Petites villes d’Italie”, edito a Parigi nel 1910. Il capitolo su Modena si intitola poeticamente “Dalla mia barca leggera”, poiché Maurel arriva nella nostra città dopo un tratto di strada via fiume. E’ l’alba. E’ solo. E l’unico movimento che lo circonda così tanto da stordirlo è quello dei nostri portici.

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“Questo sogno è decisamente delizioso, non svegliatemi! Da solo, qui? Che ebbrezza! Ma non sono io ad essere ebbro, è la città stessa, o almeno lo è questa via che freme davanti a me. Portici, solo portici, a sinistra, a destra, in fondo, all’angolo, uno dietro l’altro, dappertutto portici che hanno l’aria di giocare ad “abbracciate chi volete”. Vestiti di giallo e di rosso, si contorcono e sollevano le gonne, ma in modo così casto da non poter scorgere nulla sotto. Si incurvano, fanno giravolte, si avvolgono senza che se ne possa indovinare la fine. Più si avanza, più si allungano in volute, in anelli da serpente. Portoni e negozi si nascondono sotto la loro ombra, e ciò che rivelerebbe un po’ di vita in queste vie deserte, resta invisibile. Tutto questo, abbagliante nelle sue tonalità ocra e cremisi, va, viene, riparte, ritorna, offrendo all’occhio nient’altro che curve, flessioni di seta albicocca, fragola o mela di ottima fattura.”

A distanza di più di un secolo, in quelle giornate in cui c’è una certa luce e poca gente in giro, se alziamo la testa dal nostro smartphone o dalla punta delle nostre scarpe, si può rivivere esattamente la stessa sensazione.

E cadevano le bombe

modenaatreepocheNel 1844 il Conte Luigi Forni e il Marchese Cesare Campori si dilettarono a scrivere un libretto molto particolare intitolato “Modena a tre epoche”. La trama è semplice: attraverso gli occhi di un viaggiatore nel tempo viene raccontata la città come appare nel 1744, nel 1844 e infine in un avveniristico 1944. Più precisamente, maggio 1944.

Nella Modena del futuro – per noi quella di 70 anni fa -, il protagonista ne vede delle belle. Ci sono gallerie sotterranee da cui escono convogli sferraglianti che collegano la città alla campagna, mentre le vie sono ricoperte da un panno di feltro impermeabile che rende più agevole la circolazione su strada. In Piazza Grande ci sono seggiolini ornati di fiori profumati, sul bastione di S.Francesco troneggia una piramide, lungo le vie sono disseminati archi trionfali dedicati agli Este e spicca la statua in bronzo di un rinoceronte.

L’Oriente spopola: tutti vestono all’orientale e le case che guardano i monti sono costruite alla cinese. Le altre sono in ferro fuso, prive di fondamenta, e possono essere spostate per sfuggire ai vicini molesti. Tutti i portici sono stati eliminati tranne due. Il Portico del Palazzo Civico è rivestito di alabastro e chiuso da vetrate, mentre il Portico del Collegio è diventato un grande bazar dove, nella sontuosa Reggia del The, si sorseggiano bevande cinesi, turche e settentrionali, poiché il caffè non è più di moda.

La realtà che conosciamo è ben diversa e 70 anni fa cadevano le bombe. Il 13 maggio 1944 Modena viene bombardata e agli angoli di strada non ci sono marmi o cineserie, bensì macerie. L’immagine della Reggia del The scompare in quella delle ultime colonne del Portico del Collegio collassate su loro stesse, così come i seggiolini fioriti di Piazza Grande lasciano posto alla nota ferita aperta sulla fiancata del Duomo. Noi, viaggiatori del futuro nel nostro presente, dobbiamo ricordarci di questo passato, come e perché ci siamo arrivati, come e perché siamo andati oltre. I poveri Luigi Forni e Cesare Campori non potevano saperlo e così affidarono al futuro 1944 le migliori speranze, riposte nella conclusione.

“S’er ella migliorata la condizione degli uomini? A me parve che sì. A mano a mano che si perdevano le tracce de’ guasti morali, dopo tanti tentativi riusciti a male, tanti sistemi trovati erronei, chiaro apparve agli uomini che solo colla tranquillità , colla virtù, coll’attività poteva sperarsi felice la vita. La cresciuta attività, i commerci, la facilità di trasportarsi d’uno in altro luogo per terra, per acqua e fino per aria affratellavano gli uomini dei diversi paesi e rendevano più agevole il conseguimento dei comodi della vita”.

L’attualità, a volte, va letta con gli occhi del passato.

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Fotografia tratta da Giovanni Moschi, “Modena com’era”, Guiglia Editore, 1993, p. 291

2084. Capisco come, ma non capisco perché

Immaginate se in un paese come il nostro, tutto a un tratto, non ci fossero più libri, scrittori, poeti, librerie, biblioteche e case editrici. Nemmeno fumetti e fumetterie. Pensate se all’improvviso sparissero tutte le opere d’arte da tutti i palazzi e i musei in cui sono conservate, e con esse anche i luoghi che le conservano. Nessuna mostra, nessuna galleria d’arte avrebbe più senso e così gli artisti di oggi: sparirebbero anche loro. Pensate alla recitazione, diventata di punto in bianco superflua. Niente più attori, siano essi di cinema o di teatro. E di conseguenza, niente più sale cinematografiche né teatri, ingombranti fossili d’archeologia industriale. Poi la musica: svaniti nel nulla tutti gli strumenti musicali, i più comuni e i più strani, e con loro anche chi li suona. E gli archivi pieni di filze polverose che custodiscono la nostra memoria? Dissolti irreversibilmente, in un batter d’occhio.

Finalmente ci siamo arrivati. È giusto così, d’altronde erano tutte cose superflue. Non si potevano mangiare. Non servivano a curare i mali del corpo. Non restituivano un guadagno immediato. Erano soltanto passatempi per ricchi fannulloni scansafatiche che pretendevano ci si nutrisse con la poesia e ci si guarisse con la pittura, che giocavano a fare gli attori e i musicisti, che si nascondevano dietro l’assurdo pretesto dell’estro creativo e della cultura umanistica. Nient’altro che sedicenti curatori d’anime, moderni ciarlatani.

Tutte le anticaglie del passato, poi, è giusto che restino nel passato; è quello il loro posto. Cosa ce ne saremmo fatti noi adesso, nel presente? Ingombravano le strade, impedivano il progresso. Tutti quei libri ammassati e quei documenti vecchi e stantii producevano solo polvere, occupavano spazio e facevano starnutire. E comunque, la storia che dicevano di rappresentare era troppo lunga, vecchia e noiosa per essere di qualche aiuto nel mondo di oggi, così dinamico e flessibile che il futuro è una sorpresa ogni giorno.

Adesso siamo un paese senza cinema, teatri e musei: passatempi anacronistici e superati, adatti a minoranze strane che se ne faranno una ragione. Siamo un paese senza più scrittori, artisti, attori e musicisti: imparassero una volta per tutte qual è il vero lavoro e andassero a timbrare un cartellino. E anche tutti quegli inutili intermediari, quella selva di umanisti e operatori culturali che hanno intasato le università, imparassero quali sono le cose che contano, quelle davvero difficili, quelle che servono.

Con pazienza e dedizione abbiamo eliminato tutto questo. Ce l’abbiamo fatta, finalmente. Ora è più facile. Anche se ci sentiamo disperatamente soli.

(Immagine in evidenza. photo credit: David Blackwell. via photopin cc)