Eccellenze (mis)conosciute

Una piccola esperienza che, come spesso capita, fa capire un po’ di cose. A margine del ‘compleanno’ dell’agenzia di comunicazione in cui lavoro e di cui sono socio (si è parlato di etica dell’impresa e di responsabilità sociale, magari a breve ne scrivo qualcosa), passo del tempo con un professore dell’università di Siviglia invitato a parlare. Andiamo in giro, pranziamo e ceniamo insieme, insomma per un paio di giorni si gode le bellezze di Modena (il centro storico, ma anche il Museo Ferrari di Maranello e il Mef in città) e, naturalmente, le nostre prelibatezze. Le nostre, per così dire, eccellenze. Ebbene, solo due annotazioni. La prima è la più significativa: per lui Lambrusco non era il nome di un vino (che, tra l’altro, è proprio delle nostre parti no?) ma come dire ‘vino’ in italiano. In Spagna, in Andalusia, il Lambrusco è per distacco il vino straniero più consumato, ma non se ne conosce l’origine, se non il Paese, l’Italia.

Seconda spigolatura: raccontando che oltre al Lambrusco a Modena ci sono tante altre eccellenze (i salumi, lo zampone, i vari piatti come i tortellini e via discorrendo fino al Parmigiano Reggiano che ha quel nome ma viene prodotto anche a Modena) il prof fa una domanda, chiaramente provocatoria “quindi l’aceto balsamico di Modena non sarà veramente di Modena se avete già tante specialità”. “Sì professore, anche l’aceto balsamico è una specialità davvero di Modena”.

Come a dire: siamo pieni di eccellenze enogastronomiche, ma forse abbiamo ancora qualcosa da imparare. O, meglio, da far conoscere.

Fonte immagine di copertina: Idee viaggi.

Un voto informato e responsabile

Il 25 maggio siamo chiamati al voto per le elezioni Europee e, molti di noi, anche per le amministrative. Si tratta di un passaggio importante, se non decisivo, per il governo dell’Unione Europea e per quello delle nostre città e dei nostri paesi. Vogliamo riprendere alcuni temi che, come Azione Cattolica, ci stanno a cuore e che consegniamo agli elettori e ai candidati. Innanzitutto vogliamo riaffermare che la politica è passione per il bene comune e che il bene comune è, appunto, bene di tutti. La Dottrina Sociale della Chiesa ci dice con chiarezza che tutte le persone devono trarre vantaggio dal bene comune e che, al tempo stesso, tutti sono chiamati a concorrervi, sia chi assume una diretta responsabilità, esercitando la funzione politica, sia chi è chiamato, attraverso il voto, a partecipare alla vita democratica del Paese. Non si tratta di un esercizio di stile, ma di sostanza e lo vediamo bene oggi, in un tempo in cui la crisi rende sempre più arduo per troppi il godere di una vita dignitosa, spesso a causa della mancanza del lavoro.

Un secondo punto, altrettanto decisivo, è quello educativo: chi si impegna nella gestione della cosa pubblica ha, anche, una funzione propriamente educativa, esponendosi ad un ruolo di ‘esempio’. Perciò è davvero importante, oggi più che mai, richiamare alla coerenza dei comportamenti e alla sobrietà: di vita, di gesti e di parole, perché una società migliore non si costruisce con la contumelia, l’insulto, la calunnia e nemmeno con comportamenti opachi, come ha richiamato con forza il segretario della Cei, mons. Galantino, parlando recentemente dei rischi del ‘voto di scambio’ anche per chi fa parte della comunità cristiana. Allo stesso tempo come associazione di laici impegnati nella vita della Chiesa e delle nostre città, invitiamo i rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, sindacati, ad essere «corresponsabili della gioia», rendendosi in prima persona disponibili a partecipare alla costruzione di un futuro migliore. A coloro che hanno la possibilità di incidere sulla vita delle persone, attraverso le responsabilità pubbliche a cui sono chiamati, chiediamo con chiarezza di uscire dal cono d’ombra dell’autoreferenzialità, scrollandosi di dosso il torpore creato da anni di privilegi e immobilismo. Li invitiamo, in definitiva, a rimettere al centro la persona nella sua concretezza.

Vogliamo ribadire che chi fa politica anche a partire dal suo essere cristiano lo fa rispondendo a una autentica vocazione. Per questo le comunità, noi per primi, sentiamo il dovere di stare vicino a chi, a partire da una coscienza retta e formata, impegna se stesso nell’alto servizio della politica, in quella che Paolo VI definì ‘alta forma di carità’. Sentiamo il dovere di pregare per chi accetta questo compito e di rimanere al loro fianco per sostenerli; perchè per chi fa politica il rischio dell’autoreferenzialità è sempre in agguato, va fuggito con determinazione e anche con l’aiuto di chi, nella comunità, può continuare ad offrire un confronto e un dialogo, anche nell’esercizio della correzione fraterna. In questo contesto sarà allora forte, ma responsabile, la richiesta di serietà nell’esercizio del compito  politico e di coerenza e gratuità nell’impegno. Infine un appello perché chi si impegna lo faccia a partire anche dal criterio del tempo: non è opportuno, né saggio, che le persone impegnate in politica rimangano per troppi anni in uno stesso ruolo: il limite di mandati, che come associazione abbiamo nello Statuto, è bene sia applicato anche a tutti i ruoli di responsabilità amministrativa e nelle istituzioni, come antidoto nei confronti dei rischi di sentirsi troppo importanti e come stimolo a formare, crescere e sostenere, nuove generazioni di persone impegnate direttamente per il bene comune nel servizio politico. Il rischio, concreto e tangibile, è che chi si affaccia a questo mondo lo faccia sulla base della ricerca del profitto personale e senza una adeguata formazione.

A noi l’impegno ad esercitare il diritto – dovere del voto in modo consapevole e responsabile.

Il consiglio diocesano di Azione Cattolica

 

Avanti con coraggio!

Queste parole che papa Francesco ha rivolto all’Azione Cattolica in occasione della festa dell’Immacolata dell’8 dicembre scorso, sono quelle che abbiamo scelto come Ac di Modena-Nonantola per l’assemblea di domenica 16 febbraio. Un’assemblea importante, perché (come a ogni scadenza di tre anni) i delegati sono chiamati a eleggere il nuovo Consiglio diocesano che, a sua volta, sceglierà tre nomi da sottoporre al vescovo Antonio per il nuovo presidente diocesano, mentre poi lo stesso Consiglio eleggerà la presidenza con i responsabili di adulti, giovani e Acr.
Nuovo presidente perché, dopo due mandati, non potrò essere rinnovato in questa carica (un criterio molto sano che l’Ac si è dato e che permette il ricambio di persone e di idee e impedisce di legarsi troppo a un ruolo, per quanto di servizio stiamo parlando). Sono stati sei anni molto intensi e belli, ricchi di grazia e di volti, di amicizia e di incontri, anche di fatiche (certo!) ma superate con la passione per il Vangelo, per la Chiesa e per questa associazione così straordinaria che è l’Azione Cattolica.

Ma ci saranno ancora altri impegni, altri incontri, altri volti, altre fatiche: mica si può smettere! Alla fine restano due parole soltanto: grazie (al Signore e a tutti, per tutto) e perdono (per gli errori, le mancate attenzioni, le pigrizie).

Caro Ministro, torni in Congo

Caro ministro Cecile Kyenge, caro primo ministro Enrico Letta…
Questa non è una lettera, ma forse anche sì. Conosciamo bene la situazione delle 26 famiglie italiane che sono bloccate in Congo in attesa del visto di uscita dal Paese per i loro figli. Sappiamo che il Congo ha deciso, dal 25 settembre, di sospendere le adozioni per valutare su alcune irregolarità (che comunque non sono state riscontrate nei confronti dell’Italia). Famiglie italiane, già, figli e genitori sono nostri connazionali e come tali vanno trattati, so bene che voi non avete bisogno di questa precisazione, ma dato che conosco la situazione delle famiglie adottive è bene sottolinearlo.

La sostanza è che ci sono 26 famiglie italiane in Congo (famiglie, non coppie: i bambini sono già a tutti gli effetti, per la legislazione congolese, figli dei genitori adottivi) e molte altre, molte di più, sono in Italia con i propri bambini già dichiarati figli loro ma non possono partire per andare a prenderli (per chi volesse saperne di più, leggete qui). Beh, sappiamo anche che una recente telefonata tra il primo ministro Letta e l’omologo congolese sembra aver sbloccato la situazione (speriamo sia vero), però…

Caro ministro Kyenge, so bene che sto per scrivere una provocazione ma… non è possibile tornare in Congo, a Kinshasa, e aspettare lì che le famiglie partano per l’Italia? E, nel frattempo, lavorare anche in loco per sbloccare le altre situazioni ancora ferme? E’ una provocazione, certo, ma non facciamo in modo che, passato il Natale, ci dimentichiamo di questi bimbi, di queste mamme e di questi papà.

(photo credit: Monica’s Dad via photopin cc)

Dacci oggi il nostro curriculum quotidiano

La disoccupazione giovanile nel nostro Paese ha ‘sfondato’ quota 40% (40,1% per la precisione). Il dato, inquietante e assai preoccupante, è facilmente riscontrabile: chi non conosce qualche giovane che non lavora o che lavoricchia soltanto, in attesa di trovare qualcosa di meglio?

Nel piccolo dell’agenzia in cui lavoro questo dato emerge con chiarezza da qualche tempo attraverso il flusso dei curricola in arrivo nei modi più disparati (la posta elettronica nella stragrande maggioranza dei casi, ma non manca chi porta il proprio curriculum a mano e, nel 2013!, chi lo spedisce via fax, indicando naturalmente anche l’indirizzo mail nei propri contatti). Fino a diciamo un paio d’anni fa i curricola arrivavano in coincidenza con le tesi di laurea, in particolare degli studenti in Scienze della Comunicazione. Qualche, raro, curriculum arrivava anche da altri canali (in genere persone che lavoravano ma che intendevano cambiare posto o chi si sarebbe trasferito di lì a poco dalle nostre parti). Da un paio d’anni e fino a inizio 2013 il flusso si è via via intensificato. Prima da persone fuori zona (‘disponibili a spostarsi’, naturalmente), poi man mano anche da chi il lavoro ce l’aveva, ma l’ha perduto. Questo fenomeno, alimentato da persone giovani ma non giovanissime, è cresciuto al ritmo di circa un curriculum alla settimana fino alla scorsa primavera. L’aumento, costante e da persone con un livello professionale sempre più alto, è cresciuto e dalla ripresa a pieno regime dopo l’estate (diciamo dal 20 di agosto a questa parte) arriva praticamente un curriculum al giorno. Persone che hanno alle spalle esperienza, un portfolio ricco e vario, capacità indiscutibili. Che lavoravano e non lo fanno più o che hanno diminuito in modo evidente il lavoro. Molti i curricola arrivati anche per contatto personale o per il tramite di amici e parenti.

Un segno, piccolo ma purtroppo inequivocabile, che le statistiche sulla disoccupazione purtroppo non mentono.

Ma servono davvero?

Scuola, meno una (settimana). Orde di genitori affollano negozi specializzati, librerie e centri commerciali per acquistare nell’ordine: libri scolastici, quaderni, quadernoni, penne cancellabili, matite, temperamatite, gomme, astucci, zaini, colori, calcolatrici e gli immancabili diari (quest’anno i must sono Violetta per le ragazze, mentre i maschietti si dividono tra seguaci di Iron Man e dell’intramontabile Uomo Ragno). Ma, soprattutto, questi sono i giorni della corsa a finire i compiti delle vacanze. In quasi tutte le famiglie si comincia l’estate con un buon proposito: quest’anno i compiti li iniziamo subito, così non ci riduciamo all’ultimo minuto. Tutto rigorosamente al plurale, perché i compiti delle vacanze (specie quando si parla di bambini e ragazzi delle elementari) riguardano tanto gli studenti quanto i genitori. Ma, per l’appunto, si finisce sempre per ridursi all’ultimo minuto, alle due settimane di settembre che precedono il via dell’anno scolastico e che richiedono uno sforzo supplementare: si torna al lavoro, o comunque si intensificano i ritmi lavorativi e di vita, e al tempo stesso si fanno corse spesso non premiate dal successo per concludere i compiti. Tralasciamo, per un attimo, l’effettiva utilità di questa attività per prendere in considerazione un altro aspetto dello stesso tema: i compiti, una volta consegnati, saranno poi corretti o accadrà che, come è esperienza comune di tanti, si farà solo una sommaria verifica degli stessi? E chi non ha fatto i compiti subirà una punizione inevitabile o evitabile?

Si dirà, probabilmente a ragione, che fare i compiti tiene in allenamento e darà l’opportunità di ripartire con più speditezza al ritorno in classe, ma ci sono anche non pochi insegnanti che, al contrario, spiegano che i compiti delle vacanze, per essere efficaci, è meglio svolgerli in modo giocoso e, di conseguenza, devono essere presi con moderazione.

«È possibile conciliare riposo con apprendimento? È possibile utilizzare il gioco come strumento per imparare divertendosi o ripassare, senza faticare, concetti imparati in modo più formale a scuola? Io penso di sì». Le parole sono di una dirigente scolastica modenese, Stefania Bigi, e sono prese dal suo blog. «Se ci pensiamo bene, la scuola è il lavoro dei bambini. (…) Allora anche gli alunni hanno diritto alle ferie, intese come periodo di riposo durante il quale occuparsi di attività diverse dal lavoro, come gioco, ozio, divertimento. (…) Certo questo diritto deve coniugarsi con l’esigenza di non dimenticare quanto appreso durante l’anno scolastico, perciò le vacanze non possono trasformarsi in un lungo periodo di inattività cerebrale, e, con un po’ d’astuzia, possono diventare un momento di piacevole esercizio mentale, in cui imparare e ripassare divertendosi».

Una attività che richiede, sicuramente, una ancor più assidua presenza dell’adulto, che si mette in gioco in prima persona, ma del resto anche far fare i compiti ai propri figli è comunque impegnativo (non solo durante le vacanze, in verità, ma spesso anche nel corso dell’anno scolastico. Pensate a quanto tempo si spende, tra sabato e domenica, per questa attività…). Insomma, i compiti delle vacanze servono davvero? E uguali per tutti? E la loro correzione porterà benefici futuri per l’allievo e la classe? Domande che resteranno probabilmente senza una risposta e che i genitori si porranno nuovamente il prossimo giugno. Quando ci si darà il proposito di fare subito i compiti per non arrivare a doversi ridurre all’ultima settimana prima dell’inizio della scuola. Sarà davvero così?

(dal numero 31 di Nostro Tempo)

Burocrazia “raffinata”

C’è burocrazia e burocrazia. C’è una burocrazia “trasandata”, di chi ha poca voglia e zero stimoli, c’è una burocrazia “rigida”, di chi non vuole sentire ragioni se non la propria, c’è una burocrazia “ad assetto variabile”, di chi cambia orari e giorni affiggendo un A4 davanti a una porta… Difficile, molto di più, trovare una burocrazia “amica” o semplicemente “equa”, ma forse nemmeno impossibile. E poi c’è la burocrazia “raffinata”, nel senso di distillata, pura, quasi allo “stato brado”.

Un pigro venerdì mattina al sole e all’umido della pianura padana. Ingresso di uno sportello Siae (Senonchè Indaffarati Entrate Adagio). Intanto, nonostante ci sia il biglietto da ritirare e che più o meno tutti lo ritirino, non si va a numero ma a “naso” o, per meglio dire, a memoria («Sono arrivato prima o dopo di lei?» «Mi pare prima, passi pure»). Poi ci sono gli sportelli e gli impiegati.
Sgomberiamo subito la voglia di fare di tutta l’erba un fascio: la persona con cui ho avuto a che fare è stata squisita, cortese, efficiente, rapida. Ma in generale ti trovi immerso nelle scartoffie, con il conoscente dell’impiegato che passa avanti («Ma non toccava a quell’altro?» «No guardi, ho già tutto pronto quindi faccio prima lui»), con quello che impiega più di un’ora (più di un’ora?!? Ma stanno organizzando il tour mondiale di Springsteen?) per fare una pratica aggirandosi tra le carte, e così via.
I diritti d’autore vanno pagati, certo, risulta difficile capire, ad esempio, perché vadano pagati anche quando l’autore non è iscritto all’ente ma ha iscritto le canzoni giusto per evitare di aggirare la legge. Già, la legge, la burocrazia e le carte. E le file a cui, rassegnati, tutti ci sottoponiamo senza lamentarci più di tanto e che, fateci caso, alimentano i blog. («Sei alla Siae? Ah, ma allora chissà quanto ci metterai…»).

Undici bastano?

Molti di noi hanno già passato da tempo gli undici anni. Una veloce rinfrescatina: prima media (scuola nuova, amici in parte nuovi), ancora affascinati da videogiochi e cartoni animati, ma già proiettati verso i nuovi media, Facebook o le serie tv da adolescenti. Il pallone (o il diario segreto) come confidente, i migliori amici (mai meno di una dozzina) e quelli che “mi stanno su”.

cresima

Undici anni è anche, nella stragrande maggioranza dei casi, l’anno della cresima, il sacramento della confermazione. Quello che fa entrare nel mondo “adulto”. Al tempo stesso si è ancora ragazzini e ragazzine, con la testa piena di sogni e di paure, di fantasia e di insicurezza. Il tempo delle cresime, in molte parrocchie, è arrivato e per molti ragazzi e ragazze questa celebrazione rimarrà per molto tempo (salvo qualche matrimonio o funerale) l’ultimo approccio con la Chiesa. Molte famiglie tengono ancora a far concludere il ciclo dei sacramenti, ma poi non si pensa di proseguire nel cammino e non spingono più i ragazzi a partecipare alla vita del gruppo e della comunità.

Ma è il caso anche di farsi qualche domanda sui motivi di questi “abbandoni di massa”. Non è che, a volte e magari giusto pensando ai casi più difficili ‘a quelli che tanto non gliene importa niente’, sono gli stessi catechisti ad accompagnare (inconsapevolmente, certo) i ragazzi alla porta? Non sono le stesse comunità a disinteressarsi dei “ragazzi della cresima” e alle loro famiglie? Non è giusto, a undici anni, non essere ancora nel pieno della
maturità anche cristiana e quindi non sarebbe necessario continuare a chiamare i ragazzi alla vita del gruppo ancora per molto tempo e non “abbandonarli” alla prima occasione proprio perché “tanto si capiva che non gli interessava”? E se non verranno, comunque, si saranno sentiti accettati e ricercati in quanto “amati dal Signore” e di conseguenza dai cristiani e magari torneranno ad avere un rapporto più stretto con Gesù attraverso la sua Chiesa, ben sapendo che noi siamo degli umili seminatori e che tempi e modi del raccolto li decide il Signore.

La Cresima è una tappa del cammino di fede, l’ultimo sacramento dell’iniziazione cristiana ma non l’ultimo passo come troppo spesso accade. La chiave di tutto, mi pare, è quanto vogliamo bene ai ragazzi che ci vengono affidati per l’iniziazione alla fede, quanto li teniamo vicini al cuore e quanto lo facciamo gratuitamente, al di là di quanto ci viene dato in cambio. Un esame di coscienza da parte di tutta la comunità cristiana per le volte che non abbiamo guardato a questi ragazzi con lo sguardo sorridente e accogliente, forse è davvero il caso di farlo.

 

Ex voto

bp21

Non c’è da preoccuparsi troppo per le elezioni anticipate dopo quelle del 24 e 25 febbraio. Tra convocazioni, elezioni dei presidenti, consultazioni, incarichi esplorativi, incontri, direzioni, bancarotte di banche, affossamenti (e salvataggi) di stati, autocandidature, futuri ministri e ministranti, declassamenti di rating, ondulazioni dello spread, riunioni in streaming e altre parole inglesi dal significato oscuro, si tornerà a votare alla scadenza naturale del mandato.

 

 

“Vi voglio tanto bene”

Argentina's Jorge Bergoglio, elected Pope Francis I (C) appears at the window of St Peter's Basilica's balcony after being elected the 266th pope of the Roman Catholic Church on March 13, 2013 at the Vatican.  AFP PHOTO / VINCENZO PINTOUna piccola e insignificante “puntura” a margine dell’inizio di pontificato di Francesco, “vescovo di Roma” e Papa che sta compiendo gesti di grandissima potenza e di altrettanto grande umanità. Ma non sono questi che vorrei mettere in luce, perché sono evidenti e stanno facendo innamorare tanti del Papa che viene “dalla fine del mondo”, quanto un’attenzione avuta per una categoria ultimamente non troppo stimata.
«Un ringraziamento speciale rivolgo a voi per il qualificato servizio dei giorni scorsi». E ancora «Vi voglio tanto bene. Penso al vostro lavoro e vi auguro di lavorare con serenità e con frutti, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa». A chi ha rivolto queste parole il Papa argentino?

A una categoria bistrattata, non sempre a torto per carità, quella dei giornalisti.
Già qualcuno potrà dire “Beh, usare la parola lavoro per i giornalisti è un po’ eccessivo”, e del resto il vecchio adagio “faccio il giornalista, sempre meglio che lavorare” è sempre di moda. Ma addirittura «Vi voglio tanto bene»! Un Papa che si rivolge così ai giornalisti, a tutti i giornalisti che hanno seguito i lavori del Conclave e che poi li benedirà con l’attenzione di ricordare come tra tutti i presenti vi fossero non cristiani e non credenti, ha sicuramente un cuore grande.
E da “mezzo giornalista” anche per questo merita davvero il grazie e ben più di una preghiera.