Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Quando Facebook diventa una palestra narrativa

landi1Marco Landi, classe 1982, vive a Formigine, ed è laureato in economia e marketing aziendale. Fa il suo mestiere per pagare le spese che abbiamo tutti, poi prende chitarra e macchina fotografica e si rivela per ciò che è davvero, un artista. Dal suo profilo Facebook tantissimi “amici” diventano testimoni dei suoi concerti e di alcune mostre fotografiche. Negli ultimi 3 anni chi conosce Marco è diventato testimone anche di un dramma: il coma cerebrale della madre Cristina. Facebook è così diventato uno spazio come un altro su cui riversare malessere, angoscia, domande e nuove consapevolezze. Scrivere si è rivelato essere una necessità fisica ed emotiva, ancora più impellente dopo le frequenti visite alla madre.

Oggi ci sono libri che nascono da Facebook. Come vogliamo schierarci? Ricordo che dieci anni fa, forse di più, venivano dati alla stampa i primi libri nati dai blog. Non si sapeva cosa pensarne. A volte vinceva lo scetticismo verso le “fredde innovazioni tecnologiche”. E prendeva il sopravvento una perplessità che forse era solo invidia: “ma insomma… uno che scrive i propri sfoghi personali sul computer non si può dire che sia uno scrittore!”.

landi2Come e quando è avvenuta la metamorfosi dei tuoi racconti da post su facebook a un libro, “Vivace/Grave”, edizioni Terra Marique dove abbini racconti e fotografie?
Come e quando, chiedi… Beh, sicuramente nel momento in cui ho sentito la necessità, sempre più impellente, di chiudere il cerchio. Un social network mi stava “stretto”. Era come un’esigenza imprescindibile di imprimere l’accaduto, e tutto le emozioni che esso ha suscitato, su carta o su qualcosa che fosse, almeno all’apparenza, più “immortale”. Toccare con mano e avere nella facciata a fianco del racconto la foto che volevo abbinare era sicuramente più espressivo e comunicativo.

Non tutti i racconti narrano vicende relative al tuo dramma, alcuni sembrano delirare senza scopo, come per evadere completamente dalla razionalità. Cosa rappresentano questi racconti? Hai detto bene. Un’evasione in parte. Trasmettere consapevolezza degli stati d’animo estremi raggiungibili in situazioni logoranti come quella che ho vissuto. Sì, sottolineo nuovamente quello che dici tu; un delirio alienante.

Ora che puoi osservare con più distacco ciò che è accaduto, puoi tentare di spiegare come hai vissuto il rapporto con i tuoi lettori su Facebook? Beh, Io lo definirei un collaudo; un testare il terreno. Capire reazioni. Ho avuto modo di affrontare i più colorati feedback e fiutare se il mio lavoro sarebbe poFacetuto essere, post pubblicazione, effettivamente “fuori dalla massa” e discorde. Insomma, uno di quei rari libri che, terminata la lettura, rimarrà tatuato nel cuore e nella mente.

Le reazioni dei tuoi “amici” di facebook” sono state quindi determinanti nella decisione di pubblicare il libro? Se non ci fosse stato facebook avresti cercato il rapporto con il pubblico in un altro modo? Assolutamente sì. Il lavoro meritava di essere fatto, e fb o non fb, prima o dopo, la pubblicazione o qualsiasi altra tipologia di rapporto con il pubblico sarebbe stata inevitabile! D’altronde prima dei cellulari o dei social, libri di spessore o altre opere lodevoli avevano trovato il modo di spiccare, no?!

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Piccola enciclopedia degli amici emigrati

Mi sento stretta, con poche vie d’uscita (e strette pure quelle), senza spazio per aprire le ali e portarmi in una zona con più aria. Cosa faccio? Vado via.

Andarevia è un verbo accattivante, quasi irresistibile, contagioso. S’attacca a ogni giovane. La scommessa è trovare il modo giusto per “andarevia” con profitto.
Ognuno di noi ha una collezione di amici “andativia” degna di un documentario sull’emigrazione dei giovani italiani. Vi metto a disposizione i miei.

Marco faceva il giornalista a Modena, dopo essersi laureato in lettere ha deciso di fare un’esperienza all’estero. Ha trovato lavoro in Svizzera come cameriere, paga minima (ma la paga per un apprendista in Svizzera compete con quella di un professionista in Italia). Da cameriere è diventato cuoco (perché il sangue italiano non mente), poi ha deciso di prendersi una pausa di riflessione ed è tornato in Italia in bicicletta dopo aver girato un po’ di Europa. Ora è capocuoco di un ristorante in Germania perché si è fidanzato con una tedesca incontrata in bici.

Giovanni faceva l’elettricista a Modena. Il lavoro era poco e non annunciava di aumentare, così ha pensato di andarsene finchè era giovane e poteva scommettere su sé stesso. Anche lui ha preso un treno per la Svizzera. Anche lassù, nel cantone tedesco, fa l’elettricista. Guadagna molto ma ritiene di lavorare troppo e ha la ragazza in Italia che pensa “vado o non vado? Vado o non vado?” E ora che la Svizzera ha messo un tetto all’ingresso di lavoratori dall’Unione Europea, cosa ne sarà di loro?

Paolo ha scelto la Russia. Aveva appena finito le scuole superiori e non sapeva cosa farsene di se stesso qui. Si è iscritto a un corso base di russo dopo aver ascoltato la storia dell’amica di un’amica che aveva fatto la cameriera in Russia con grande profitto. È partito con uno zaino e dopo un paio di settimane lavorava in un ristorante abbastanza lussuoso. Ottime mance. Ho incontrato Paolo qualche sera fa in palestra: “non sapevo fossi tornato!!”, “non vedo l’ora di ripartire”.

Liliana faceva la fotografa a Modena. Questa città le stava stretta e così si è trasferita a Bologna dal fidanzato. Bologna le è stata stretta dopo un anno e si è trasferita alle Canarie con il marito. Hanno gestito un ristorante, preparando piatti della tradizione emiliana, per un anno; poi le cose sono cambiate. Ora sono disoccupati ma non programmano comunque di rientrare in Italia. Quando scende la sera, il sole tramonta su una spiaggia da cartolina e Liliana scatta una foto.

liliana medici

(Immagine in evidenza: photo credit pamhule via photopin cc)

Sbarco in Turchia

Quest’estate ho raggiunto la Turchia per conoscerla un po’. Banalmente, ho iniziato dalla capitale Istanbul.
Una volta scesa dal traghetto mi trovo nel quartiere Sultanahmet, zona Fatih. Sono circa le 21.00, i negozi e i ristoranti danno il meglio di sé per attirare centinaia di turisti affamati di consumo. Voglio trovare il mio B&B per appoggiare lo zaino e prendere atto che sono arrivata in una zona dell’Europa di cui non so niente.

Orientarsi fra il chiasso di luci e colori è impossibile. Il mio ragazzo vuole affidarsi a una mappa, io preferisco entrare nel primo negozio e mettermi nelle mani di una persona locale che possa consigliarmi la direzione giusta. Quando viaggio adoro chiedere. Per qualunque cosa. Abbasso le guide, le cartine, le recensioni soprattutto! Una città è piena di esseri umani il cui punto di vista vale tanto quanto quello di chi, per mestiere, lo mette a disposizione del grande pubblico!

Al Cafè Grande, una pasticceria tipica che dispone di alcuni tavolini ai piani superiori, conosco Rekabi, un giovane uomo dai tipici lineamenti turchi e con gli occhi azzurri. Li ricordo bene, erano sereni e simpatici. In un inglese sputacchiato gli chiedo come possiamo raggiungere il nostro B&B. Rexabi mi risponde in italiano. Ha vissuto in Emilia Romagna per 13 anni ed è sposato con una parmense.

Che ci fai qui? Perché tornare in Turchia dopo aver vissuto in Italia tanto tempo?

“Sono qui perché in Italia ho lottato tanto per lavorare ma ho quasi sempre vissuto in povertà. Ho fatto il muratore e poi sono stato dipendente di una ditta metalmeccanica, ma come molti altri, dopo alcuni anni ho perso il lavoro a causa della crisi. Ho anche aperto una Pizzeria/Kebab ma andare avanti era durissima e nell’investimento ho perso tutti i soldi che avevo da parte. Le spese erano troppe. Ho dovuto chiudere.”

E tua moglie?

Ha lavorato nella stessa gelateria per 15 anni, poi il negozio ha chiuso. A quel punto io ho cercato di riallacciare i contatti con il mio Paese perché gli amici mi riferivano che tirava un’aria nuova, di crescita e benessere. Ho trovato lavoro in poco tempo. Tra un mese mia moglie mi raggiungerà. Sono felice di essere tornato. Qui, nella parte europea della Turchia, adesso si vive molto meglio che in Italia.

Credi che anche tua moglie troverà lavoro?

Certo che sì. Il mio capo ha una catena di pasticcerie, ristoranti e alberghi. Passerà poco tempo prima che lei trovi una collocazione. Vivremo qui e finalmente potremo fare progetti, senza paura di fare investimenti sbagliati e dover ricominciare da capo ogni volta.
In Italia ancora non vi siete accorti del grande progresso che sta interessando la Turchia. Qui c’è crescita e ogni anno questo diventa più evidente.
Tra pochi anni saranno gli italiani a emigrare per cercare lavoro qui. Non si è ancora sparsa la voce ma io lo vedo.”

(immagine in evidenza: photo credit: puthoOr photOgraphy via photopin cc)

Per fare tutto ci vuole un seme

Se hai una pianta di pomodori è molto probabile che qualche frutto, o anche solo uno, bello rosso, profumato, maturo, cadrà dalla pianta, rotolerà al suolo, lì marcirà e donerà alla terra ciò che di più prezioso ha da offrire: i suoi semi, vita in potenza. Questi semi, secondo una proposta di legge che la Commissione Europea sta prendendo in esame in questi mesi, sarebbero illegali. La “Plant Reproductive Material Law” impedirebbe di coltivare, riprodurre e commerciare semi di ortaggi che non siano certificati da un nuovo ente europeo denominato “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”.

La proposta di legge sarebbe nata dalla volontà di garantire ai consumatori di vegetali una maggiore tutela per la loro salute, estendendo il controllo sulle sementi. Naturalmente questo scenario è stato avversato da molti agricoltori, con il sostegno di scienziati che si occupano di biodiversità. In effetti il pensiero che ogni operatore agricolo debba registrare (a pagamento) le proprie sementi a un’anagrafe europea (sperando che i prodotti rispondano a precise caratteristiche certificate) desta preoccupazione. Che ne sarà della consuetudine dei contadini di conservare i semi un anno per l’altro o scambiarseli fra di loro? Per non parlare dei costi di registrazione e di acquisto, spesso inaffrontabili per i piccoli agricoltori. Non si starà aprendo la strada a una sempre maggiore omologazione e impoverimento di tutti i prodotti?

Vandana Shiva, nota attivista e scienziata indiana ha affrontato il tema dal punto di vista del pericolo per la biodiversità e per la sovranità dei popoli (vedi qui). Secondo la vice presidente di Slow Food i semi  non devono essere brevettati per tutelare i consumatori ma, al contrario devono essere tutelati da ogni forma di controllo come quella prevista dalla “Plant Reproductive Material Law” che fa soltanto il gioco delle grandi multinazionali, le quali pretenderebbero di “possedere la vita”. Le sementi industriali della grande distribuzione, passate attraverso rigide selezioni o mutazioni genetiche, offrono una grande produttività ma devono essere riacquistate anno dopo anno poiché sono programmate per dare il massimo solo nella prima semina. Le sementi tradizionali invece, quelle che i nostri nonni si sono tramandati conservandole di anno in anno, sono sempre in potenza, come natura comanda! Utilizzando sementi tradizionali, inoltre, si scongiura il rischio che un solo parassita spazzi via il raccolto di interi Paesi caratterizzati dalle monoculture.
Ma se una legge deciderà che anche le sementi tradizionali dovranno superare rigidi controlli ed essere riacquistate ogni anno per essere legali, come ci metteremo al riparo dai rischi delle monoculture e dall’oppressione delle multinazionali? Come potremo sentirci ancora padroni del nostro raccolto e in comunione con la natura?
In realtà, lo scenario proposto dalla “Plant Reproductive Material Law” non è minaccioso come le considerazioni fatte fin’ora farebbero supporre. Per il momento infatti la legge è lontana dal costituire un attacco diretto contro gli orti fai da te e i piccoli agricoltori, per il fatto che il provvedimento non è applicabile a chi produce a scopo di consumo personale, a organizzazioni di volontariato e a piccoli produttori con meno di 10 impiegati… e si sta lavorando ad altre deroghe, meno male!

Viene comunque da chiedersi se sia davvero necessario ancora una volta, andare contro la natura, stabilendo regole, standard e omologazioni, – che il movente sia la tutela dei consumatori o delle multinazionali, siamo davvero sicuri di voler mettere alla prova la Terra? Gli unici che ci potranno rimettere siamo noi.

Per approfondimenti puoi vedere qui:

http://www.nexusedizioni.it/ambiente-e-salute/tag/agenzia-delle-varieta-vegetali-europee/
http://www.youthunitedpress.com/plant-reproductive-material-law-la-fine-dellagricoltura-fai-da-te-o-lennesimo-caso-di-disinformazione/

(photo credit: rogiro via photopin cc)

Jinn e la verità sotto il mallo, un racconto di bellezza

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Jinn durante la sua performance di Gombolo

“Questo è un albero di noci? Ma come può essere così grande?”
Jinn si porta le mani alla bocca per tenere a freno un’espressione di stupore totale, immenso e felice, che ho visto compiersi ormai decine di volte sul volto dai lineamenti asiatici.

Questa ragazza delicata ed entusiasta è nata e ha sempre vissuto in Malesia, in una regione molto industrializzata. Io l’ho conosciuta a Gombola di Polinago. Camminava per l’antico Borgo del minuscolo paesino, -quando non era dentro la Chiesa a ripassare i suoi passi di danza-, e osservava ogni dettaglio naturale e architettonico, attorno a sé. Osservava, e semplicemente… non ci poteva credere: non solo a quanto era grande il Noce, ma anche alle caratteristiche fisiche del mallo che proteggeva il frutto, all’aspetto dell’albero della prugna, alla pace che può esserci in un posto durante le prime ore del pomeriggio, al sapore delle carrube, al fatto che si può mangiare pane tutti i giorni (non come le diceva la nonna; che il pane fa male alla pelle).

Jinn incide il mallo della noce con l’unghia e ne rivela il guscio coriaceo. Infila il frutto in tasca e, commossa, mi dice che lo porterà a casa per farlo vedere agli amici.

“Nel Paese in cui vivo non ci sono gli alberi da frutto e così me li sono sempre immaginati, a partire dall’aspetto, dalla consistenza e dalle sensazioni che mi davano i frutti stessi!” mi spiega Jinn con quella sua aria trasognata. Fin dall’infanzia si è creata una personale mitologia della natura, immaginandola a seconda di ciò che i suoi sensi di artista corporea le suggerivano.

E io penso a quanto sia disumano essere gli inquilini di una natura che si può solo intuire. Mi viene in mente il Mito della Caverna di Platone; chi vive nelle città molto industrializzate è come se potesse vedere solo le proiezioni falsate della natura.

Jinn mi racconta che è felice di aver vinto la borsa di studio per partecipare a Dancewoods Festival, la quale le ha consentito di venire in Italia, perché con questa opportunità ha imparato ben più di alcune nozioni di danza: “è valsa la pena venire qui anche solo per vedere che un altro modo di vivere è possibile. Dove sto io c’è un altissimo tasso di suicidi a causa dello stress. Le persone lavorano tutto il giorno, dormono pochissimo, la loro vita è votata alla produttività. Anche i bambini sono stressati e si ammalano per questo”.

È bello pensare che ora, in Malesia, Jinn pensa ai paesaggi del nostro Appennino per evadere dalle situazioni di maggiore stress che la sua quotidianità le impone. Le nostre montagne che sono qui, vicine e disponibili e scontate, per una ragazza che vive dall’altra parte del mondo sono un’idea di verità e di benessere profondo.

La disumanità si vede dall’uovo

Vivere in campagna per un periodo della propria vita a mio parere dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Si imparano tantissime cose che dovrebbero essere ovvie per noi come lo erano per i nostri genitori e nonni.

Per esprimere meglio questo concetto e non fare la figura della no-global/estremista/mi-curo-solo-con-le-erbe/non-mangio-animali-morti… racconterò una conversazione avuta con una carissima amica biologa a proposito del ciclo di riproduzione delle galline.

Amica: Quindi sei andata a vivere in campagna? Bella scelta! Hai anche gli animali?

coppiaspecchioIo: Sì certo, ho le galline, le oche….

A: Ma le galline fanno le uova?

Io: Sì, e anche le oche fanno le uova!

A: Bellissimo! Ma quante al giorno?

Io: Beh, al massimo ne fanno uno al giorno! Pensa che nella pancia della gallina deve formarsi un uovo così bello e perfetto col guscio e tutto… quanti vuoi che se ne formino in 24 ore? Le oche invece depongono ogni due giorni. E comunque non tutto l’anno!

A: Ah! Però non sono fecondate, vero?

Io: Sì lo sono, perché ho sia la gallina che il gallo.

A: No no Linda, le uova di gallina che si mangiano non sono fecondate, te lo posso assicurare. Non si possono mangiare! Infatti quelle che compri al supermercato non sono fecondate. Altrimenti mangeresti il pulcino.

Credo di potermi fermare qui. Nella realtà la conversazione è andata avanti perché riscontravo molte difficoltà a spiegare come funziona il ciclo riproduttivo della gallina, a cominciare dal fatto che, solitamente in primavera, essa ricomincia a fare le uova dopo la lunga pausa invernale. Poi le viene “la febbre” e si mette a covare. Il calore innescherà un processo che porterà alla formazione e sviluppo del feto. Nasceranno i pulcini e lei non deporrà finché non saranno cresciuti. E comunque se hai UN gallo e UNA gallina in salute, puoi stare certo che le uova saranno feconde!
Davanti all’ingenuo e sincero stupore della mia amica ho dovuto spiegare, non senza difficoltà, che le uova che mangiamo e quelle da cui nascono i pulcini… sono le stesse! E che le galline “in batteria” chiaramente non hanno mai visto un galletto nella loro vita quindi sì… depongono uova non feconde, quelle che poi compriamo al supermercato!

Ecco, quello che mi spaventa di questa storia, è il distacco sempre maggiore da aspetti della natura che sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Compriamo prodotti al supermercato come se nascessero lì e non fossero frutti di una macchina elaboratissima e a disposizione di tutti che si chiama natura.

Il distacco dalla natura è il distacco da noi stessi, cioè dall’umanità. Se continueremo ad allontanarci così velocemente dall’umanità…. meriteremo di estinguerci perché finiremo per essere, nei confronti della natura, soltanto un agente esterno e inquinante.

Giro giro tondo, casca il mondo, tutti giù per terra

Credo che sia venuto il momento di raccontare cosa può succedere a una comune cittadina divisa fra lavoro e attività casalinghe, se un giorno accetta di fare la custode di una casa di campagna abbandonata, per salvarsi dalle spese di affitti e tasse sulla casa…

La mia avventura, che da quasi due anni è la mia quotidianità, inizia proprio così: incapace di mantenermi autonomamente fuori dal nido genitoriale prendo la decisione (assieme al mio ragazzo) di accettare la proposta di un signore in cerca di custodi per la sua grande casa coloniale abbandonata nelle campagne castelvetresi.
DSC_0864Dopo numerosi sopralluoghi caratterizzati da un misto di entusiasmo scatenato e avvilimento paralizzante (c’era tanto lavoro da fare prima di poter vivere in quel posto) abbiamo trovato il coraggio di cominciare i lavori. E in qualche modo ora quello è il nostro nido. Ci viviamo in 8: Io, il mio ragazzo, Brina il gatto, Branca-Menta il cane, Bruce e Vida le oche, Brodo e Bhrama le galline.
Oggi sono una persona diversa da quando quasi due anni fa ho fatto quella scelta, dettata dalle difficoltà economiche.
Essere alle prese con una casa scricchiolante, con un pezzo di terra che risponde a “misteriose” leggi cosiddette “della natura” e a qualche animaletto che, se ben curato, rende la vita più simpatica e complicata, mi ha regalato una nuova prospettiva su una serie di cose.

In questo blog vorrei mettere a disposizione dei lettori, il piacere di ri-scoprire delle ovvietà quasi genetiche che abbiamo dimenticato perché abituati a vivere in un ambiente super-accessoriato al fine di proteggerci dalla natura.
Sto imparando che sono rari i momenti in cui davvero dobbiamo proteggerci da essa. Sono più comuni le occasioni per trarne energia. Sto imparando che l’inesorabile discesa in cui ci sta facendo cadere la crisi economica ci farà toccare il fondo… un fondo fertile perché fatto di terra.
Beh, dare una gran culata per terra è ciò che di meglio può accaderci perché la nostra è una terra piena di risorse, proprio quelle risorse su cui i nostri avi hanno costruito le basi per fondare il mondo in cui viviamo ora.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.

(è un augurio, non un destino terribile).