Come cambierà la professione dell’educatore nei prossimi anni?

Una categoria professionale riguardante circa 150 mila lavoratori quella degli educatori e dei pedagogisti. Protagonisti di un importante proposta di legge che riconoscerebbe loro (se approvata in questa legislatura), una dignità professionale spesso dimenticata, inoltre secondo alcuni, determinerebbe il miglioramento dei servizi educativi a favore di bambini, anziani, disabili, carcerati e molte altre categorie di persone.

L’Italia, dopo anni di ritardo rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa, si avvia finalmente verso una regolamentazione  nell’universo  educativo ed assistenza alle fragilità. Per i non addetti ai lavori, questa proposta di legge potrebbe sembrare “futile” ma per i professionisti quali pedagogisti ed educatori, che uniscono nella loro figura professionale una commistione di intelligenza emotiva e passione per il proprio mestiere,  sarebbe invece una svolta storica poiché verrebbero disciplinate le loro professioni attraverso l’obbligatorietà della laurea.

Venerdì 5 maggio presso il CEIS di Modena, si è tenuto un importante convegno dal titolo “Come cambieranno le professioni educative nel futuro?”.

Vanna Iori
Vanna Iori

Il tema è stato introdotto dal professor Luca Balugani direttore e docente dell’Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione Giuseppe Toniolo ed approfondito nel dettaglio dalla promotrice di questa proposta di Legge, l’Onorevole Vanna Iori, che dal 2014 si batte per far riconoscere e regolamentare il lavoro degli operatori che agiscono in ambito scolastico, socio-sanitario, culturale, giudiziario, ambientale, sportivo, della genitorialità e famiglia.

Nel concreto però, cosa cambierà?

Per svolgere la professione di educatore sarà indispensabile essere laureati. Si avranno due figure professionali: l’educatore professionale socio-pedagogico, laureato in un corso di laurea della classe L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione) e l’educatore professionale socio-sanitario, laureato ad un corso di laurea classe L/SNT2 (professioni sanitarie della riabilitazione).

L’entrata in vigore del testo di Legge Iori, dopo le discussioni e l’approvazione in Senato, sarà accompagnata da una fase transitoria: non verranno licenziati gli educatori senza titolo di studio, così come psicologi ed assistenti sociali che attualmente occupano questa posizione lavorativa. La fase transitoria prevedrà che gli educatori senza laurea potranno completare la loro formazione attraverso un percorso intensivo, che prevede il superamento di 60 cfu presso Università, anche in modalità telematica. Potranno accedere al percorso per il conseguimento agevolato del titolo coloro che saranno in possesso di uno dei seguenti requisiti: diploma magistrale rilasciato entro il 2002; lavorare come educatore nelle amministrazioni pubbliche a seguito del superamento di un concorso pubblico; aver svolto attività di educatore per non meno di 3 anni anche non continuativi. L’attribuzione del titolo di educatore professionale socio-pedagogico è automatico per gli educatori con contratto a tempo indeterminato con almeno 50 anni di età e 10 anni (minimo) di servizio, oppure gli educatori con almeno 20 anni di servizio.

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L’onorevole Iori commenta a Note Modenesi “la proposta di legge 2656 è importante per gli educatori e pedagogisti poiché ad oggi, ancora, non è riconosciuta la competenza e professionalità di  molti professionisti del settore. Da vent’anni invece è istituita presso la facoltà di medicina (e riconosciuta) la laurea abilitante di educatore professionale socio sanitario, mentre l’educatore sociale non ha riconosciuto né il titolo abilitante né la stessa figura professionale, di conseguenza gli operatori che volessero anche lavorare all’estero, non vedrebbero riconoscersi nulla. Con questa legge vogliamo quindi qualificare e dare dignità professionale e scientifica a questa seconda categoria di lavoratori”.

Paradossalmente, in Italia, chiunque può quindi qualificarsi come educatore senza aver intrapreso un percorso formativo adeguato, operatori improvvisati e privi di preparazione oggettiva possono occuparsi di anziani, diversamente abili e minori con conseguenze pericolose che purtroppo ben conosciamo attraverso i fatti di cronaca. E’ quindi fondamentale una tutela ufficiale ed uno spiccato senso  di responsabilità nei confronti degli utenti in questione.

Il testo della legge Iori che disciplina e regolamenta la professione dell’educatore, non è amato da tutti i professionisti, in primis psicologi ed assistenti sociali, che sino alla sua entrata in vigore, potranno ricoprire il ruolo di educatore, in quanto in possesso di lauree equipollenti. La polemica che si protrae da qualche tempo, riguarda l’esclusività della Legge sugli educatori, che chiuderebbe ad assistenti sociali e psicologi una parte del mercato del lavoro. La maggior parte degli educatori laureati invece, rivendicano la propria professionalità, competenze e dignità lavorativa acquisite in anni di studi, appoggiando a pieno titolo la proposta di Legge Iori.

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Per quanto concerne invece il timore di alcuni educatori non laureati riguardo un eventuale licenziamento o sostituzione con figure professionali formate accademicamente, l’onorevole Iori conclude:l’educatore non laureato, non deve avere il timore di perdere il lavoro. Nessuno verrà licenziato o sostituito, per questo motivo. L’articolo 13 della Legge, prevede norme transitorie che tengono conto dell’anzianità di servizio. Per chi svolge questa professione da molti anni, non cambia nulla, poiché la loro esperienza è un titolo equipollente alla laurea in scienze dell’educazione. Per chi svolge questa professione invece da meno tempo, avrà la possibilità di acquisire in un solo anno, presso le università il titolo di educatore, venendogli riconosciuta l’esperienza e competenza pregressa. Inoltre, se un lavoratore non ha né il titolo né gli anni di esperienza ma è già assunto, non perde il posto. Ma se decidesse un giorno di cambiare ambito lavorativo o città, gli converrebbe fare l’anno integrativo (60 cfu) e successivamente sarebbe a tutti gli effetti Educatore Socio Pedagogico,  e potrebbe quindi andare a lavorare dove vuole

La riforma della scuola è proprio sbagliata?

Nel dibattito politico delle ultime settimane uno degli errori che vengono frequentemente imputati al PD, soprattutto a Renzi, fa riferimento alla nuova legge sulla buona scuola. Non avendo però trovato sui media argomentazioni convincenti al di fuori di alcuni slogan propri di qualche decennio fa, ho provato a parlarne con alcuni insegnanti impegnati direttamente nella scuola per cercare di capire le ragioni vere del dissenso. Per uno come me che per tutta la sua vita professionale e amministrativa si è trovato a discutere di sistema scolastico, di ordinamenti, di nuova didattica, di programmi e di linee d’indirizzo, di statale e paritario, di forti investimenti è stato sorprendente sentire che il dissenso riguardava invece altri aspetti; in particolare la valutazione, il precariato, il dirigente sceriffo, l’introduzione di troppe ore di formazione professionale obbligatoria in tutti gli istituti superiori, la scarsa retribuzione. Ora se veramente il dissenso verte su queste questioni mi sembra indispensabile aprire un confronto franco con gli insegnanti per chiarire se queste scelte sono realmente errori.

Partiamo dalla valutazione. In tutte le società moderne è prevista una valutazione dei risultati sia nel pubblico sia nel privato in quanto lo si ritiene lo strumento più idoneo ad aiutare gli operatori a migliorare le loro prestazioni e quindi a rispondere meglio alle richieste degli utenti. I vari sistemi di valutazione riconoscono giustamente le modalità della scelta alla responsabilità dei singoli istituti in base ai propri obiettivi previsti. Se mai si tratta di decidere assieme al sindacato locale il livello di corrispondenza del premio di produttività.

Passiamo al precariato. Di fronte all’incredibile groviglio di graduatorie, frutto di insensati provvedimenti degli ultimi decenni, la nuova legge ha stabilito di prevedere una speciale sanatoria di tutte le varie situazioni, partendo con l’immissione in ruolo di centomila docenti. Poi, guardando al futuro, ha previsto un nuovo sistema organico con procedure prestabilite, chiare e regolate nel tempo, da emanare con decreto legislativo su parere del parlamento. I futuri docenti accederanno a un contratto triennale retribuito di formazione, di tirocinio e di progressivo inserimento nella funzione docente. Per merito principalmente dell’on. Ghizzoni questo provvedimento è in fase di approvazione definitiva in questi giorni. Con tanti saluti al precariato nella scuola.

E veniamo al dirigente sceriffo. Nessuna istituzione democratica può funzionare bene senza una dirigenza autorevole. Tanto meno la scuola, dove per il dirigente oltre a una eccellente competenza didattica è indispensabile una buona professionalità manageriale, dal momento che oggi la scuola opera sempre più strettamente col territorio e con le altre istituzioni. Il dirigente scolastico va selezionato quindi con un percorso adeguato e con contratto a termine. Ma è evidente che deve poter “governare” l’istituto.

Molto discussa risulta poi l’introduzione nei singoli piani di studio degli studenti di un cospicuo numero di ore di formazione professionale per tutti gli studenti delle superiori. È l’unico modo di coniugare i due fondamentali concetti propri della scuola, cioè la conoscenza e la competenza. La complessità del lavoro attuale dipende fondamentalmente dalla fusione di queste due capacità come hanno dimostrato in concreto le democrazie più avanzate. La disoccupazione giovanile oggi si vince non con il solo sapere ma principalmente con il sapere e il saper fare.

Il video del maggio 2015 in cui Matteo Renzi spiegava la riforma “La Buona Scuola”.
Il video del maggio 2015 in cui Matteo Renzi spiegava la riforma “La Buona Scuola”.

L’ultima osservazione la voglio fare sul complesso “tempo scuola”, quello degli insegnanti e quello degli studenti. Premesso che il tempo scuola annuo (circa 1000 ore) degli studenti in Italia è fra i più alti d’Europa, va preso atto che a partire dalla scuola secondaria in tutti i paesi sviluppati le ore settimanali degli studenti si attestano sulle 30 per cui appare logico non prolungarlo senza incrociare forti resistenze non solo organizzative ma anche sociali e di costume. Ma è pur vero che le trenta ore settimanali risultano assolutamente insufficienti per molte delle numerose discipline previste dagli ordinamenti. Nessuno pensa seriamente che due ore settimanali bastino per avere risultati accettabili. Né va dimenticato che ormai nella stragrande maggioranza dei casi le famiglie chiedono di poter usufruire per i propri figli di diverse attività culturali e sportive che la scuola nelle sue 30 ore non può offrire. Io credo che sia giunto il momento di definire le discipline fondamentali offerte prioritariamente dalla scuola, lasciando ad altre agenzie educative pubbliche e private il compito di completare il concetto di “education”. So bene che solo proporre di escludere anche una sola disciplina dal piano di studi significa esporsi al linciaggio generale per cui tutti i tentativi in questo senso sono falliti lasciando però sempre maggiore spazio a chi denuncia che i ragazzi escono dalla scuola senza una base sufficiente per affrontare il mondo del lavoro. Magari addebitando il modesto risultato agli insegnanti. Ne deriva che il tempo di lavoro dei docenti va molto oltre le ore frontali di classe, il famoso orario cattedra. Il loro è un vero e proprio tempo pieno e come tale va remunerato come accade per tutti gli altri professionisti. Dalla qualità dell’insegnamento dipendono non solo lo sviluppo culturale e civile del paese ma anche lo sviluppo economico.

Queste sono le principali modifiche introdotte dalla legge sulla buona scuola. Ora mi riesce difficile capire quali errori contenga questa legge. Ancora una volta, come capitò alla legge Berlinguer nel 2003, si attacca il provvedimento non per il suo contenuto ma per ragioni politiche. Non a caso in occasione del referendum del 4 dicembre scorso la propaganda per il NO portava regolarmente nel dibattito la contrarietà alla legge sulla scuola, questione che nulla aveva a che fare con il quesito referendario. Come spesso accade nella politica italiana, di fronte ad ogni provvedimento legislativo le forze di opposizione (esterne ed interne) si oppongono pregiudizialmente con l’obiettivo di far cadere il governo e non, come sarebbe giusto, per migliorare il provvedimento in questione. Io penso che in democrazia il muro contro muro pregiudiziale vada sempre a danno del paese. Le critiche contro la buona scuola, se mai, andrebbero fatte perché i cambiamenti contenuti nel provvedimento sono andati nella direzione giusta ma sono forse troppo timidi rispetto alle richieste di una società moderna, europea e globale.

Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

In italiano la parola “magone” significa “ventriglio di pollo”. È un lascito longobardo, viene dal tedesco “Magen” che, guardacaso, vuol dire “stomaco”. A Modena, invece, il magone è soprattutto una specie di spleen. È un nodo alla gola che diventa – appunto – peso sullo stomaco, provocato da disparati agenti esterni, fortemente soggettivi, spesso associati alla nostalgia. Non che Treccani sottovaluti questo significato: accanto ai ventrigli sfoggia infatti la seconda definizione di “accoramento, dispiacere”, una versione edulcorata che però non rende a pieno l’idea.

Tutti i modenesi hanno sperimentato il magone. A me, per esempio, fanno venire il magone quei posti che sono cresciuti con me e adesso non ci sono più.

Negli accaldati pomeriggi estivi dei 16 anni, passati a lasciar correre le ore sulle panchine di Sant’Agnese, a un certo punto veniva voglia di un gelato. Ed era molto gustoso dire a quel punto “Andiamo da Mattioli”. La frase scorreva, aveva un suo ritmo, scivolava su piccole allitterazioni. Ma Mattioli non è più Mattioli, pur essendo rimasta una gelateria. È Slurp, e “Andiamo da Slurp” risulta ostico, mi fa incespicare sull’ultima lettera perché mi viene in mente lo Slurm di Futurama. (Fra l’altro, programma cult di quegli stessi pomeriggi prima che venisse l’ora di andare a Santa e poi da Mattioli.)

Più avanti c’era Blockbuster, miniera di film in prestito e lenta morte degli stoici videonoleggi del centro. Nella fase dei 15 era la tappa obbligata del tardo pomeriggio, quella che avrebbe decretato il mood della serata. Non ho idea di cosa ci sia adesso, ma so che posso ricreare nella testa l’intera topografia del negozio, con quella bella parata di copertine horror sulla destra e una distesa di moquette a ovattare i passi.

Prima di entrare in centro, in Largo Garibaldi c’era il Pellini. Bar più che anonimo, con l’unico tocco chic riassunto in un angolo di soffitto dipinto a trompe l’oeil, nell’era dei 17 era stato eletto come bar dei pomeriggi d’autunno. Chissà poi perché. Grossi cappuccini con cioccolato e panna passavano sui tavoli, mentre MTV mandava a ripetizione i video del momento: “Per me è importante” dei Tiromancino, dove ci sono gli omini dei segnali stradali che prendono vita, e “Feel” di Robbie Williams, dove c’è lui a cavallo da qualche parte, in bianco e nero. E sulle tazze dei cappuccini c’era scritto da una parte “Dreams” e dall’altra “Conflicts”, in un maiuscolo bianco su sfondo pastello, ed era un riassunto perfetto di tutto.

Sui viali c’erano i chioschi dei viali. Il Lido Park era la scelta pop, siamo d’accordo, ma vogliamo mettere il coordinato bianco e rosso che gli dava quell’aria da gigantesco lecca-lecca vintage? Cosa mi significa El Paseo, la cui grafica tonda e verde fa a botte coi lampioncini bianchi fin de siècle? (Certo, sempre meglio del pendant coi pilastri transennati in cemento armato, questo è poco ma sicuro.)

Per sfangare la serata, la scelta ricadeva spesso sulla Vecchia Scarpa, chiusa qualche anno fa tra manifestazioni unanimi di cordoglio. Andare alla Vecchia Scarpa era un’esperienza a sé, significava mettersi in uno stato d’animo ben preciso. Per esempio, accettare di buon grado che le mani si attaccassero alla superficie appiccicosa dei tavoli in legno. Subire la zaffata di affumicato che ti rivestiva come un guanto appena varcata la soglia. Avere a disposizione una serie infinita di birre (ma poi andava a finire che sceglieva il Vecchio della Vecchia – in canotta e braghette bianche d’ordinanza – così in certi periodi ti beccavi solo la Lasko). Non chiedere mai (mai!) di abbassare la musica, perché “La musica va e viene”, e poi del resto era bella musica. Non chiedere mai (mai e poi mai!) la selezione di infusi, pena l’ira funesta: la scelta doveva avvenire a scatola chiusa fidandosi delle sibilline 3 F, “Fiori, Foglie o Frutti”. E ancora, ordinare in estate la brocca di sangria con la selezione di polentine e pop corn fiappi, in inverno il vino novello con le castagne di San Martino, e la sera della Vigilia un cocktail anni ’70, in barba alla Messa di mezzanotte. Infine, andare a fare la pipì e accettare il fatto che sul soffitto sopra di te pendessero due chiappe modellate in cartapesta come una spada di Damocle. Un minuto di silenzio per la Vecchia, soppiantata da un moderno “Bar à Vin” di prossima apertura.

A un certo punto, per molti di noi il sabato pomeriggio ha significato La Tenda in Piazza Matteotti. A partire dalle ore 16:00, schitarrate e colpi di batteria prendevano a pulsare dentro al grande tendone da circo. Si stava bene seduti a terra ad ascoltare “rock alternativo” un po’ stonato, eppure live – dal vivo, e vivo – suonato dalle band under 18 che vivevano il loro quarto d’ora di celebrità. Fuori, intanto, c’era chi imparava a fare il giocoliere con tre palline plasticose e piene di sabbia.

Sul vestiario, due tappe fondamentali si sono vaporizzate nel nulla. Gli alternativi che sognavano la Montagnola di Bologna andavano a comprare le borchie da Marengo in Piazza Mazzini, che aveva i bracciali in pelle con gli spunzoni, le collane con le sfere argentate (come Dexter Holland degli Offspring) e una certa varietà di piercing e toppe e articoli di giornale su Renato Zero appesi al muro. Poi, seguiva la tappa da Seta Cotta, in Corso Canalchiaro, il cui proprietario sembrava un Apache e vendeva roba figa che sapeva un po’ di scalmito, regno di jeans vintage, felpone dai colori sgargianti, magliette demodé e camicioni hippie.

Piccola concessione al tempo delle scuole medie, per fare un salto ancora più indietro nei secoli verso la fine dei grandiosi anni ’90: il negozio della Onyx poco prima di Largo Sant’Agostino. C’è stato un tempo terribile in cui andavano di moda accessori allucinanti come le zeppe, le borsone a tracolla, le magliette attillate con le maniche scure e un personaggio un po’ gangsta disegnato sul davanti, i pantaloni di acetato… Dalla Onyx c’era senz’altro la risposta a tutti i possibili desideri tamarri e a tutti i regali con budget ristretto.

Infine, che riposino in pace i negozi i musica in successione cadenzata sulla Via Emilia. Freetime, da dove provengono le mie prime cassette. Ricordi Media Store, che aveva una marcia in più: le colonnine con le cuffie per ascoltare i dischi in uscita. (Anche qui potrei ritrovare la sezione hard rock a occhi chiusi, facendo lo slalom fra i profumi e i rossetti di Sephora). E poi Fangareggi, l’ultimo pilastro a crollare sotto l’incedere dei negozi di telefonia mobile, prezioso rivenditore di biglietti per concerti e magliette di gruppi. Qui, il mio primo acquisto dopo il pensionamento della lira: “Elettrodomestico” dei Punkreas per la modica cifra di 7,50 euro.

Il tempo passa, Modena cambia, ma il magone resta. Lunga vita ai ventrigli di pollo, lunga vita al magone!

Nel Far West dei social servono nuove regole?

I proprietari delle piattaforme sono degli intoccabili, oppure no? E sono responsabili oppure possono continuare a trincerarsi dietro il dogma della “neutralità della rete”, invocato nella fattispecie per rigettare il proprio committment morale rispetto ad alcuni dei contenuti che vengono veicolati dai social media e dai social network. Adesso, un caso giudiziario – come da tradizione tipicamente statunitense – potrebbe non unicamente “fare giurisprudenza”, ma anche segnare una svolta rispetto a uno dei nodi più rilevanti della cyberpolitica di questa nostra epoca.

L’antefatto – rivelato da Fox News – è che le famiglie di tre (Tevin Crosby, Javier Jorge-Reyes e Juan Ramon Guerrero) delle 49 vittime della strage avvenuta lo scorso 12 giugno in un locale di Orlando, in Florida, hanno deciso di citare in giudizio alcune megacorporation dell’high tech (Twitter, Facebook e Google) per avere dato «supporto materiale» all’Isis, contribuendo così alla radicalizzazione dell’assassino Omar Mateen. Il punto, secondo i familiari, è che grazie agli account presenti sui social media la propaganda fondamentalista ha potuto effettuare un “salto di qualità” nel reclutamento della sua manovalanza stragista e intensificare il fund-raising. E le motivazioni con cui è stata depositata la denuncia si spingono sino ad affermare, in buona sostanza, che senza i social l’Isis e il terrorismo islamista non avrebbero assunto le dimensioni e i connotati di mostruosa pericolosità che oggi presentano. L’azione giudiziaria impugnerebbe una clausola del “Communications Decency Act” del 1996 che ha tutelato finora i social media dalla responsabilità per i contenuti postati, ma potrebbe venire “scardinato” per le violazioni collegate alla facoltà, mediante algoritmi sofisticati, di inserire pubblicità tarate sugli utenti, finendo quindi, per condividere con le organizzazioni terroristiche gli introiti pubblicitari e quindi contribuendo, “in maniera oggettiva”, a finanziarne le azioni.

turkleLa sentenza che ne deriverà, come sostengono i giuristi e gli specialisti, potrebbe avere un esito dirompente, perché sino a oggi, come noto, i giudici si sono mostrati molto dubbiosi e titubanti rispetto all’attribuzione ai social di una qualche forma di responsabilità rispetto ai contenuti che ospitano e pubblicano. Un certo paradosso – ma sempre di intricati e apparenti “paradossi postmoderni” si tratta – se si pensa a quanto sostiene in un suo libro importante, intitolato “La conversazione necessaria” (e pubblicato da poco in Italia da Einaudi), Sherry Turkle, considerata una delle maggiori studiose delle conseguenze sociali delle tecnologie digitali. La sociologa afferma che i social sottraggono spazio alla discussione e al dibattito reale tra le persone. Ma, al contempo, conducono all’azione altri individui – un passaggio all’atto che, spesso, segue strade di radicalizzazione e, come in questo caso, conduce alla follia stragista. E questa notizia si apparenta, per molti versi, al recentissimo dibattito esploso in Germania sull’opportunità di imporre a Facebook una serie di regole, un’opinione che sembra accomunare la “grande coalizione” al governo.

Il tema riguarda i post razzisti, di incitamento all’odio e le “bufale” e false notizie che recano pregiudizio alle persone: l’esecutivo tedesco pare orientato a chiedere alla piattaforma di Mark Zuckerberg un ufficio legale aperto in permanenza che possa intervenire costantemente per rimuovere e censurare i contenuti offensivi e lesivi della dignità; e, in caso contrario, Fb verrà sanzionato con multe cospicue. Queste iniziative evidenziano tutto il loro carattere “pionieristico” (e anche la fatica nel trovare richieste di risarcimento all’altezza della posta in gioco…), mostrando quanto il dilagare dei social sia avvenuto in un clima di “nuovissima frontiera” – e, quindi, anche di “far west”. E ci dicono che troppo tempo è passato, e troppi fatti gravi sono avvenuti, senza che i padroni della Silicon Valley abbiano mai minimamente risposto delle “esternalità negative” (evidenti, e da loro ben conosciute) delle – certo, fantastiche – innovazioni e creazioni tecnologiche. Pensiamo, e speriamo, che stia giungendo il momento in cui smetteranno di nascondersi dietro un dito (e di venire tutelati da Stati troppo compiacenti e accondiscendenti).

In copertina: un’immagine di Ray Che (Licenza CC).

La seconda rivoluzione americana

Le recentissime elezioni presidenziali statunitensi presentano tratti “rivoluzionari”? Si tratta di un interrogativo che vale decisamente la pena porsi, al netto del fatto che Donald Trump ha preso oltre 1 milione voti popolari in meno di Hillary Clinton, beneficiato da un sistema elettorale con elementi piuttosto “barocchi” e farraginosi, un dato quindi che non dovrebbe essere trascurato nel dibattito pubblico. Ma quella del tycoon e imprenditore edile newyorkese rappresenta giustappunto la “rivoluzionaria” elezione alla presidenza degli Stati Uniti di un non politico di professione che aveva contro di sé l’establishment del Partito repubblicano, poi letteralmente sbaragliato.

Trump appare come il presidente dell’affermazione trionfale della disintermediazione, ottenuta all’insegna di uno stile comunicativo (e argomentativo) quintessenzialmente populistico, che non a caso scatena la golosità dei leader e partiti nostrani e internazionali che al vasto e frastagliato ombrello del populismo si richiamano. “The Donald” ha terremotato i partiti americani, “portando al potere” e dando voce (e un’ugola urlante e strepitante…) a una maggioranza silenziosa che lui stesso denomina, in maniera alquanto significativa, “movimento” – un’espressione che palesa tutta la sua dimensione antipartitica (e identifica una prototipica manifestazione dello spirito dei tempi). Trump costituisce, difatti, l’esito – fortissimo, ben al di là delle consapevolezze di numerosi gruppi dirigenti (politici, mediatici e culturali) progressisti – dell’introduzione di nuove fratture che stanno riscrivendo le caratteristiche e le fondamenta dei sistemi politici liberal-rappresentativi occidentali.

Al posto della divaricazione e contrapposizione sinistra-destra (secondo la derivazione fondativa post-Rivoluzione francese e post-Illuminismo), con Trump troviamo l’applicazione della disintermediazione alla politica e al campaigning elettorale (che in questo riprende e reinventa vari tratti del reaganismo, anche dal punto di vista delle piattaforme di politica economica). E ritroviamo quel nuovo (e decisivo) cleavage (sfaldamento) che il politologo svizzero Hanspeter Kriesi ha codificato in termini di “perdenti” contro “vincenti” dei processi di mondializzazione economico-finanziaria (winners and losers of globalization), come pure quello tra le forze di sistema e quelle anti-establishment (che infatti assumono la doppia cifra di singoli leaders e uomini politici-antipolitici e di “movimenti” che si identificano nel loro messaggio e nella loro proposta anziché nelle organizzazioni politiche e negli istituti della democrazia rappresentativa).

Nuove tendenze verosimilmente destinate a riscrivere nel profondo (e, in certi casi, in maniera inquietante) l’offerta politica di questi nostri anni, che si affiancano a dinamiche politiche ampiamente consolidate, e divenute via via strutturali a partire dall’inizio degli anni Settanta del Novecento: la personalizzazione (di cui il trumpismo è l’ultimo, esagitato, capitolo) e la mediatizzazione: ovviamente non quella veicolata da vari mezzi di comunicazione mainstream (e con marcate componenti liberal) della East e della West Coast, ma quella, comunque generalista, di Fox news e di vari circuiti radiofonici ampiamente ascoltati nella Deep America, insieme al web, perfetto terreno di coltura delle subculture del complottismo e del cospirazionismo che, in maniera complessiva, tanto hanno contribuito alla radicalizzazione dell’elettorato di destra (dagli evangelici ai “Tea party”) statunitense e alla disgregazione del paradigma del politicamente corretto. Quest’ultimo l’altra grande vittima della rivoluzione politica trumpista, le cui promesse acchiappavoti andranno attentamente osservate al vaglio della realtà e alla prova dei fatti.

Fonte immagine di copertina: Gage Skidmore (Licenza CC).

La crisi della rappresentanza genera mostri

L’“affaire Foodora” come cartina di tornasole dei nuovi conflitti (per usare un’espressione un po’ vetero e d’antan) tra capitale e lavoro.
Il mese scorso, i rider che fanno le consegne di cibo a Milano e Torino hanno deciso di incrociare le braccia, e di smettere di pedalare, per protestare contro una serie di condizioni contrattuali durissime (pagamento a cottimo – e tremendamente basso –, assenza di copertura sugli infortuni e i guasti al mezzo di trasporto-mezzo di produzione). In buona sostanza, il rischio di impresa scaricato in toto su questi “fattorini postmoderni”, i quali, per giunta, si sono sentiti dire dai manager italiani del colosso tecnologico del food delivery che si tratta di un lavoro per amanti della bicicletta e delle “scampagnate all’aria aperta” (aria non particolarmente pulita, peraltro…) sulle due ruote in città.

A tal punto, visto che il troppo stroppia, da avere indotto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti a ordinare un’ispezione negli uffici della multinazionale tedesca. Una sorta di drammatico ritorno all’indietro (per citare un riferimento di immediata, tragica, suggestione: l’ottocentesca e fumosissima Londra dickensiana), e a un lavoro che non viene ricompensato nel modo dovuto – come accade anche in vari (e sempre più numerosi) settori – a dispetto di una certa (troppo) trionfalistica retorica sulle sorti magnifiche e progressive della sharing economy (che in questa, come in altre situazioni, non condivide in verità alcunché, a partire ovviamente dai profitti). In un contesto nel quale le nuove forme di indigenza colpiscono in modo particolarmente virulento proprio i giovani, come ha appena certificato il Rapporto sulla povertà 2016 della Caritas.

Foodora e le sue rivali nel campo della consegna del cibo a domicilio coincidono con uno dei settori fondamentali della gig economy (l’“economia dei lavoretti”), fondata su un’idea di estrema flessibilità per il lavoratore e per il consumatore consentita dalle applicazioni dello smartphone (gig economy, difatti, vale quasi come un sinonimo di app economy). Purissimo job on call (lavoro a chiamata), nel quale l’opportunità di scelta e la velocità di servizio a vantaggio dei consumatori finiscono per ricadere pesantemente sulle spalle (in questo caso, anche letteralmente, sulle gambe) dei lavoratori, mentre a massimizzare i benefici è l’esigua minoranza degli ex startupper che, evidentemente, si ispirano a una filosofia d’impresa che ben poco ha di moderno, e molto invece di antico. E i soggetti deboli di questo conflitto ricorrono a loro volta a un’arma antica del mondo del lavoro, lo sciopero, e lo fanno – ed è questo un altro elemento chiave di questa vicenda – spontaneamente e in assenza di un’organizzazione collettiva di riferimento.

A risultare palese – in questo come in alcuni altri casi – infatti è la debolezza dei sindacati rispetto alla rappresentanza delle giovani generazioni alle prese con la metamorfosi post-postfordista del lavoro; un aspetto problematico e critico sul quale varrebbe la pena fare delle riflessioni specialmente in terre come queste, che avevano visto lo sviluppo e il consolidamento del modello emiliano anche in virtù del buon funzionamento dei meccanismi sindacali e, più in generale, rappresentativi dell’universo lavorativo.
La solitudine dell’individuo postmoderno descritta da Zygmunt Bauman e da altri studiosi, infatti, viene anche (e assai significativamente) dai cambiamenti occorsi nel mondo del lavoro, e dal fatto che nell’epoca liquida i corpi intermedi sono stati piegati dalla spinta poderosa della disintermediazione, un processo ambivalente che ha generato positività, ma presenta anche forti criticità. Perché, appunto, anche di qui passa, e in maniera massiccia, la crisi della rappresentanza politica e sociale, e si misura l’importanza per la stabilità e l’equilibrio della società di quei corpi intermedi che i processi di disintermediazione hanno ultimamente (e drammaticamente) messo in crisi.

Fonte immagine di copertina: Startupitalia.

Teatro ability: in scena la spontaneità delle emozioni

L’Arte nelle sue molteplici forme, può diventare un fondamentale strumento di integrazione ed inclusione attraverso la sua essenza espressiva, accogliendo la “diversità” come “normalità” facendo cadere ogni barriera e pregiudizio sociale, entrando nel profondo della dimensione umana.

Un progetto importante quello realizzato dalla Compagnia Twinkly, che accosta uno straordinario binomio, teatro e abilità differenti, un laboratorio teatrale con libero accesso e spazio produttivo in grado di offrire l’opportunità di esprimere il proprio diritto alla creatività e all’esercizio delle proprie potenzialità, permettere a ragazzi con abilità differenti e “normodotati” di lavorare insieme, partecipare, confrontarsi esponendosi attraverso l’arte ed il linguaggio teatrale. Ragazzi che nella loro toccante semplicità, hanno davvero molto da insegnare.

Fin dal 2008, la compagnia Twinkly dà vita a teatro ability all’interno della Scuola d’Arte Talentho e dell’area educativa della Cooperativa Sociale il Girasole di Modena. La compagnia Twinkly (attori e ballerini) è composta da Laura, Simona, Francesca, Lucia, Viviana, Eugenio, Davide, Gaetano, Sebastiano, Marco e Barbara.

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Il 29 settembre ed il 13 ottobre la Compagnia Teatrale è andata in scena con uno spettacolo dall’alto valore qualitativo ed umano “Amore e Psiche”, presso il Teatro Troisi di Nonantola e l’Auditorium Spira Mirabilis di Formigine, due date nate con l’obiettivo di raccogliere fondi per il terribile sisma avvenuto il 24 agosto nel centro Italia. L’incasso di entrambe le serate è stato interamente devoluto alla Croce Rossa Italiana, destinato al Comune di Amatrice.

Note Modenesi ha incontrato i registi dello spettacolo Chiara Gatti e Valerio Boni che ci hanno raccontano come nasce questo progetto teatrale: “l’idea di Amore e Psiche nasce circa 4 anni fa, prendendo ispirazione dall’omonimo libro di Apuleio – commenta Valerio Boni –  così io e Chiara abbiamo cominciato a ragionare su quali potevano essere temi significativi da poter affrontare con i ragazzi all’interno di uno spettacolo (dopo due spettacoli che per quasi dieci anni ci hanno portato grandissime soddisfazioni Petruska e Personaggi in cerca d’autore. Il nostro nuovo progetto si ispira ad una tanto semplice quanto significativa domanda: che cos’è l’amore? Partendo da questo semplice quanto complesso interrogativo, abbiamo ragionato in maniera condivisa con i Twinkly, su quale fosse il significato primario delle differenti forme d’amore, abbiamo dato degli stimoli per capire che cosa veniva recepito da loro ed il risultato è stato incredibile, perché sono venuti fuori dei messaggi bellissimi, pensieri toccanti, frasi profonde riguardo il loro concetto di amore… e queste suggestioni le abbiamo inserirete all’interno dello spettacolo, sotto forma di battute, personaggi e situazioni, attraverso il coordinamento mio e di Chiara. E’ stato un lavoro importante, che ha coinvolto tutto di gruppo. Successivamente al terribile terremoto del 24 agosto abbiamo deciso di replicare lo spettacolo Amore e Psiche a Nonantola e Formigine, con l’intento di raccogliere fondi da devolvere alle popolazioni colpite dal sisma, ed i ragazzi sono stati entusiasti di poter dare il loro contributo fatto di lavoro e fatica (fisica e mentale), per una causa così importante. E’ un messaggio molto positivo. Molti di loro all’inizio di questo percorso – continua Valerio – non parlavano, si bloccavano o si vergognavano, altri di loro parlavano ma non si capivano. Un lavoro ed un impegno costante che li ha coinvolti settimana dopo settimana, e questo sforzo, lo hanno  “ceduto” a chi è stato più sfortunato di loro, alle persone terremotate di Amatrice. Quello che mi lasciano questi ragazzi è sempre straordinario. Ogni venerdì noi facciamo lezione con i ragazzi e quando capita qualche festa, ponte o lo stacco del periodo estivo, senti davvero che ti manca qualcosa, un pezzo della tua vita.  Quello che mi lasciano questi ragazzi è sempre unico e straordinario”.

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Di seguito i doverosi commenti degli undici bravissimi protagonisti di Amore e Psiche:

Marco: io interpreto il fioraio, e mi piace molto recitare, ho scoperto un’arte che non conoscevo.

Viviana: il teatro è sempre stata la mia vita, nello spettacolo sono moglie e mamma, alle prese con l’organizzazione del matrimonio di mia figlia, e mi piace molto la parte che interpreto.

Francesca: io sono la cuoca, mi piace molto recitare e mi riempie di gioia.

Barbara: mi piace recitare, andare a teatro e quando il pubblico applaude, mi piace andare a scuola e giocare.

Eugenio: mi piace molto recitare in Amore e Psiche è diventata per me una passione immensa, siamo davvero bravi e capaci, dimostriamo il nostro valore personale al pubblico, facciamo venire fuori il meglio. Per fare in modo che sia uno spettacolo fantastico bisogna concentrarsi al massimo ed essere coinvolti da entrambe le parti, sia gli attori che il pubblico, perché è uno scambio di emozioni. Il teatro è un ambiente pieno di arte e di magia.

Sebastiano: mi piace molto recitare è una bella sensazione.

Davide: è per me recitare è una cosa innata, una passione molto forte. Nello spettacolo interpreto un padre un po’ “depresso” poiché la sua figlia adorata ha deciso di sposarsi.

Laura: io preferisco di più ballare, ma nello spettacolo recito oltre che danzare.

Simona: mi piace molto recitare, ed al talento io ci tengo molto, mi riempie di felicità e il mio cuore è pieno di gioia quando sono sul palcoscenico. Alcune volte mi blocco, e mi aiutano Valerio, Chiara e Zara che ci sostengono.

Lucia: nello spettacolo sono la cameriera Assunta. Mi piace molto molto recitare e non voglio mai scendere dal palco.

Gaetano: sono quattordici anni che faccio parte della compagnia Twinkly, e sono stato io a chiedere che fosse aperto questo corso di recitazione per noi, perché mi aiuta a stimolare il mio cuore, la mia gioia e mi aiuta stimolare la mia memoria visiva per imparare le battute, perché quando vado sul palco sennò mi blocco. La recitazione è la mia vita e spero di portare avanti questa passione per gli anni futuri. Io ringrazio chi ci aiuta sempre come la Chiara, Valerio,  Zara, Antonio e Antimo.

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L’esperienza teatrale ha permesso quindi ai ragazzi di raggiungere una maggiore consapevolezza dell’azione teatrale, tanto da poter gestire autonomamente la scena. Non uno spettacolo con attori diversamente abili, ma sul quel palco semplicemente ATTORI che creano con il pubblico un’atmosfera magica, in cui tutti collaborano al progetto.

I ragazzi attraverso il teatro sviluppano ed esternano idee, pensieri, suggestioni dando vita alla loro creatività ed utilizzando la propria esperienza, la propria quotidianità, la loro cultura. Inoltre il  Teatro Ability ha una forte valenza sociale, non solo per i ragazzi in scena, ma anche per le loro straordinarie famiglie, per i registi, per gli educatori, per la scuola d’arte Talentho, per la cooperativa sociale, per gli psicologi… un percorso in divenire che sta facendo maturare e crescere diversi soggetti, provando a fare concepire una cultura teatrale non più vissuta come un evento eccezionale ma come un’opportunità culturale quotidiana.

Chiara Gatti, con Valerio Boni regista, ci confida – “noi siamo molto orgogliosi di aver creato questo progetto teatrale, Amore e Psiche è una storia autentica nata da noi registi e direttamente dai ragazzi protagonisti in scena. Un lavoro in team, perché quando si è una squadra si può arrivare a raggiungere qualsiasi obiettivo. E’ meraviglioso quando i ragazzi sul palco non seguono il copione ma improvvisano, significa che hanno raggiunto una consapevolezza tale da capire quello che stanno facendo e cosa stanno dicendo, ed il pubblico apprezza molto i Twinkly non tanto per il progetto in sé, ma perché sono veramente bravi… dei veri artisti. Può essere molto terapeutico dal punto di vista educativo-sociale far prendere parte ad un progetto teatrale persone diversamente abili, alcuni ragazzi che hanno cominciato questo corso non parlavano o facevano fatica ad esprimere le loro emozioni, successivamente invece hanno avuto una trasformazione positiva incredibile. I ragazzi hanno un’energia positiva ed una carica che è assolutamente impossibile abbattersi – conclude Chiara – ed umanamene mi lasciano la genuinità e la semplicità delle cose. Vivono le stesse esperienze che viviamo noi ma senza malizia, senza invidia. Un mondo semplice e spontaneo… senza cattiverie”.

Immagini di Gianluca Malavolta.

 

La lunga marcia del M5S

Il Movimento 5 Stelle rappresenta un vero laboratorio di postpolitica per gli osservatori (oltre che uno “scoppiettante” produttore di colpi di scena per chi racconta le cronache della nostra politica). In buona sostanza, un’ulteriore conferma del carattere sempre speciale – e, appunto, “laboratoriale” – del nostro Paese dal punto di vista delle sperimentazioni politiche.

In questa fase il M5S sta vivendo una tensione – che non si risolve – tra la sua natura di “movimento” (il dna originario, quello fluido, liquidissimo e magmatico che rimanda alla sua nascita nell’ambiente del web) e l’evoluzione de facto in un partito. Per intenderci, un partito (chiaramente non in un’accezione novecentesca) lo è, ma l’ideologia e la retorica pentastellate del “non partito” vietano di dichiararlo tale, mentre al contempo – ulteriore paradosso postmoderno – si moltiplicano appunto le sue sedi fisiche, proprio quelle che altre formazioni continuano a dismettere. Una specie di “incarnazione” del movimento che rivendica la “sovranità” del popolo della rete e la primogenitura del virtuale, la quale rivela, una volta di più, quanto la sempre annunciata (e costantemente rimandata) rivoluzione pentastellata, oltre che afflitta da qualche “schizofrenia” e contraddizione, si trovi (necessariamente e realisticamente) a dover fare i conti con i medesimi problemi ed esigenze di un qualunque partito.

Così, la forza politica con la maggiore carica antisistemica ha scelto di riproporre il paradigma di partito che è andato per la maggiore dopo la crisi sistemica di Tangentopoli, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Ovvero, il partito personale: lo era alle sue origini, quando la power couple formata da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo concepì in vitro questo ircocervo politico-organizzativo destinato a straordinario successo. E, ancor più, lo si rivela ora. Grillo ha evidentemente deciso di chiudere l’annunciata stagione del «passo di lato» e di «tornare a tempo pieno», che per lui, impareggiabile “animale da palcoscenico”, significa rimettersi letteralmente al centro della scena. Meglio, vuol dire occuparla totalmente, dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio, e senza neppure l’ombra di un comprimario.

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Grillo in versione “iper-robespierrista” ha decretato l’abolizione del direttorio e ha ricondotto (e ridotto) i “suoi” cittadini-parlamentari al ruolo di portavoce – peraltro un po’ afoni e “senza voce”, visti i suoi continui tweet in cui li invita caldamente a non rilasciare dichiarazioni su “quer pasticciaccio brutto” della giunta romana. Insomma – e lo ha detto a chiare lettere – il capo è solo lui; certo, si tratta del riconoscimento del mero dato di fatto che senza di lui il Movimento 5 Stelle non ci sarebbe e i consensi risulterebbero molti meno, come pure di una misura per mettere il silenziatore alle tensioni interne, che, a occhio, verranno “curate” sempre di più anche a colpi di sanzioni disciplinari e sospensioni, non a caso al centro del nuovo statuto in votazione (o “non statuto”, come si dice da quelle parti) che sta suscitando molti mugugni e mal di pancia tra i parlamentari pentastellati.

Nel movimento dell’uno vale uno c’è, dunque, Uno – l’«elevato», come si è autodefinito nella kermesse palermitana di “Italia 5 Stelle”, corrispondente nei fatti, per il “non partito” che rigetta ogni formalizzazione, a un congresso – che vale più di tutti gli altri. Decisamente di più. Una leadership assoluta che in scienza politica si chiama, giustappunto, “partito personale”. E l’ennesimo paradosso postmoderno (ma non troppo…) di questo movimento-partito. Come il fatto – con cui i competitor dovrebbero seriamente fare i conti – che una forza “antisistema” si rivela fondamentalmente single-issue, che in questo caso è quella del rifiuto dell’establishment e delle classi dirigenti. E, quindi, ottiene consenso anche se le sue performance amministrative risultano deludenti e discutibili (in primis, a Roma), come testimoniano giustappunto praticamente tutti i sondaggi, nel momento in cui scriviamo, attestanti il gradimento stabile o in crescita per i grillini.

Immagini: un comizio a Piacenza di Beppe Grillo nel 2012.

Settembre è tempo di … Fantacalcio! Mogli, compagne e fidanzate in subbuglio

Tra fine agosto e le prime due settimane di settembre prende vita, ed in pochi giorni si consuma, un mercato davvero speciale. Non sono in vendita pietre preziose, opere d’arte o titoli azionari, in gioco c’è qualcosa di molto più importante: i calciatori della Serie A (e non solo).

Abbiamo assistito a calcoli, strategie, riunioni nei bar ed online, aste pubbliche ed offerte per comprare i giocatori, il tutto per la “gioia” di mogli, fidanzate, amanti…

Questo e molto altro è l’incredibile mondo del FantaCalcio, popolare gioco consistente nell’organizzare e gestire squadre virtuali formate da calciatori reali, una passione nata a metà degli anni Novanta, spesso iniziata tra i banchi di scuola e poi diventata vero e proprio “lavoro”, dando una risposta concreta ai 28 milioni di italiani, meglio noti come “FantaAllenatori”. Quello che stupisce è il numero di appassionati coinvolti, che in questi giorni, dopo aver studiato per oltre un mese i movimenti di mercato, cercano di aggiudicarsi il campione capace di fare almeno 20 goal e presentare una rosa di 25 giocatori che faranno vincere il Campionato alla propria squadra.

REDAZIONE FCL

Tre modenesi Eddy, Aldo e Piero, da qualche tempo hanno aperto un profilo Twitter, oggi molto seguito dal mondo del web, riguardo l’argomento.  “Alla fine di  maggio – spiega Eddy Bisonti, uno dei componenti del gruppo –  presi dallo sconforto per la fine del Campionato con ancora davanti 3 mesi di attesa, abbiamo aperto un profilo twitter @FantaCalcioLink ed iniziato a dare consigli ai Fanta Allenatori. In poco tempo, abbiamo cominciato ad interagire con i giocatori della Serie A e con i conduttori delle trasmissioni televisive nazionali. Le nuove tecnologie oltre a velocizzare tutti i passaggi, offrono la possibilità di coinvolgere diversi amici che negli anni si sono trasferiti fuori Modena. Il fantacampionato si conclude solitamente in concomitanza con l’ultima giornata della Serie A, la squadra che ha fatto più punti vince. I punti si conteggiano consultando le pagelle che escono sui quotidiani sportivi al lunedì”. Nel corso degli anni le regole del FantaCalcio sono rimaste invariate: si consegna una rosa composta da 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti, 6 attaccanti. Il tutto può avvenire trovandosi di persona, partecipando all’asta in cui si rilancia su ogni singolo calciatore, oppure inserendo online la propria rosa in busta chiusa. Chi offre di più per un certo giocatore, se lo aggiudica. Aldo Ravetto Presidente e moderatore della SgrausiLig sostiene “il gruppo di Fanta Allenatori della nostra Lega è cresciuto al punto da dover creare la Serie A e la Serie B, per ottimizzare il numero di calciatori disponibili sul mercato, ogni Serie può avere al massimo 10 squadre. A fine anno le ultime 2 della Serie A scendono in B e le prime due della B vengono promosse”.

“Questi per noi sono giorni caldissimi – continua Piero Garelli – se si sbaglia la campagna acquisti si compromette tutto il Campionato e per chi è in Serie A si rischia addirittura la retrocessione. Vorrei dire due parole sulla figura del Presidente di Lega che da sempre per noi è Aldo Ravetto soprannominiamo Tavez, senza un bravo Presidente non si farebbe il fantacalcio. Organizza e detta le regole. Nei momenti di crisi tiene in riga i Presidenti più esagitati. Lo mettiamo sempre in discussione, ma ovviamente non lo abbiamo mai cambiato, la verità è che nessun altro ha voglia di prendersi quest’incombenza. In questo periodo le nostre famiglie sono sottoposte ad una grande pressione (ovviamente si scherza), ma se mentre fate la spesa vi capiterà di vedere una lei indaffarata a fare la spesa ed un lui immerso nel suo telefono ad imprecare non si sa bene con chi… ecco sappiate che probabilmente avete avvistato un Fanta Allenatore!”

SILENZIO STAMPA

I tre amici continuano: “Per la precisione uno così noi lo definiamo il Compulsivo, durante il Campionato schiera la formazione già il martedì, poi la aggiusta altre 10 volte prima di togliere all’ultimo minuto l’attaccante che puntualmente poi fa goal… ma essendo in panchina non conta.  Durante la fase d’Asta da il peggio di se, rilancia, taglia giocatori, apre nuove posizioni, chiede di fare scambi fino all’ultimo minuto quasi cercasse di placare l’ansia da prestazione.

L’Imbruttito invece ha una sola ragione di vita, il fantacalcio.  Decisamente fuori controllo,  non riesce a controllare le emozioni. Ogni domenica, ogni partita per lui è come si svolgesse la finale dei mondiali. Se un suo giocatore segna, esulta togliendosi la maglia anche al Cinema con la fidanzata. Se invece dovesse capitare l’irreparabile ovvero perdere la partita per appena mezzo punto, si sprecherebbero le imprecazioni da bollino rosso. Ha lasciato una fidanzata perché diceva che portava sfortuna. Bandito da molte Chiese della Città.

Il Malfidato, è quello che chiede consigli a tutti, documentatissimo, in contatto con giornalisti ed addetti ai lavori, prima di fare un offerta consulta e ruba tempo prezioso ai Presidenti veterani che sfiniti cercano di dargli conforto, … ma fa sempre il contrario di quello che gli si dice.

Lo Statistico, avversario pericolosissimo, temuto da tutti i Fanta Allenatori per la sua grande pragmaticità. Miscela esplosiva fatta di conoscenza dei giocatori e loro numeri, tutti i numeri, presenze, goal, assist, ammonizioni, valore di mercato, media voto ponderata, etc. Segue ogni partita, dal Torneo di Viareggio al Trofeo TIM. Il giorno dell’Asta, si presenta con il suo rigoroso tabellone ontenete i 500 giocatori che sta seguendo.

Quello che se ne fa almeno 2, detto 30 Denari, non gli basta litigare o tentare la sorte in una Lega, ogni anno sente l’esigenza di iscriversi ad almeno un altro Campionato. Solitamente è così incasinato che non si ricorda se un giocatore l’ha schierato o l’ha lasciato in panchina. Quando qualche giocatore segna non sa neppure se esultare o imprecare.

Il Trafficante, questa figura riesce ad esprimersi al meglio solo in caso di “Asta a Busta chiusa”. All’apertura delle Buste, si apre il “mercato di riparazione” ed in quella fase (non essendoci un limite di giocatori acquistabili), lui compra di tutto! Può addirittura averne 40 attirando su di se le ire dei Presidenti che hanno interi reparti scoperti.

L’uomo del TAR o anche detto La Tassa, ogni anno alla fine del mercato chiede di cambiare il Regolamento, di modificare il metodo di offerta, di rivedere le tempistiche per aprire e chiudere le fasi di compra vendita,  di inserire il modificatore, di concedere solo due cambi per partita, etc…

Tra i Mister, una figura divertente è il Talent Scout, ogni anno si svena per l’acquisto di giovani che si spera gli regaleranno qualche soddisfazione ma soprattutto il poter dire “ve lo avevo detto”. Quest’anno grosse cifre spese per Fofana, Sallai, Dioussè, Almeida, Mitrita e Petagna.

Infine altra figura che non può mancare è il Fomentatore, ovvero un soggetto  che pare messo li apposta per stuzzicare i più irascibili e non dare tregua neppure ai più tranquilli. Lui gode dell’incazzatura altrui. Insinua, mette in dubbio, fa accapigliare i Mister spacciando Bidoni per fuoriclasse. Di calcio non ne sa palesemente nulla, ma fa pesare come fossero macigni quei tre punti guadagnati esclusivamente per fortuna o perché l’avversario era in 10”.

Garelli

“Questi alcuni personaggi che rendono così divertente questa passione”  – conclude Eddy Bisonti  – “ognuno con la sua caratteristica, ognuno alla ricerca del colpaccio, ognuno consapevole del fatto che per quanto si studi o si cerchi di schierare la formazione più performante, nel Fanta Calcio c’è solo un elemento capace di farti vincere il Campionato e si chiama FORTUNA! Invitiamo mogli e fidanzate a portare pazienza ancora una settimana, poi tutto si svolgerà in modo decisamente meno invasivo”.

Le simpatiche testimonianze raccolte di Bisonti, Ravetto e Garelli hanno fatto luce su questo gioco spesso sconosciuto ai più (in primis alla sottoscritta fan scatenata di Barbie),  facendoci comprendere cosa significhi per molti “ragazzi cresciuti”  giocare ancora al FantaCalcio.  Probabilmente è anche un modo per rimanere ancorati alla spensieratezza dell’adolescenza, ai ricordi sbiaditi delle ore passate al campetto polveroso, alle ginocchia sbucciate, allo scambio figurine dei calciatori…restare in contatto, non perdendo di vista un elemento prezioso e sincero, l’Amicizia.

Ombrellone e social media

Gli italiani vanno in vacanza tutti insieme. Effetti positivi e negativi a parte, è un dato di fatto: i nostri social media ne subiscono pesantemente il contraccolpo. Immagini di acqua cristallina e tagliolini allo scoglio iniziano ad invadere le nostre bacheche. Seguiti da qualche punta di esotismo, che spazia dai templi maya ai geyser islandesi. In men che non si dica, i Google Ad iniziano a perseguitarci anche loro, con proposte di hotel ed escursioni in barca. In fondo ce lo siamo cercato, attivando la geolocalizzazione del nostro smartphone. Ma c’è anche un lato positivo: anticipano un nostro bisogno. I brand investono milioni di dollari in campagne web per raggiungere i propri consumatori, rispondendo semplicemente a una nostra – latente o meno – richiesta.

 

Chiara Ferragni blogger
Chiara Ferragni blogger

Blogger e influencer ne hanno fatto un mestiere. I marchi pagano le personalità pubbliche per comparire con i loro prodotti da sempre, ma oggi questo fenomeno ha preso una piega incontrollata. Dalla crema solare alle ciabatte, all’olio per capelli e agli hotel: non è più possibile distinguere dove vi sia un rapporto di collaborazione tra marchio e testimonial e dove invece il tutto risulti casuale. Proprio per questo motivo, in questi caldi giorni di estate ben affollati di foto con creme solari e bikini griffati, la Federal Trade Commission negli Stati Uniti si è espressa in favore di una regolamentazione di questo fenomeno. Sembra che d’ora in poi far seguire il post dai tipici tag #ad, #sp, #sponsored non sarà più sufficiente. Effettivamente, la pubblicità ingannevole è sempre stata bandita e in questo caso il confine si fa davvero sottile.

Mariano Di Vaio blogger
Mariano Di Vaio blogger

Tutto questo rischia di far sembrare meno spontanea la relazione tra influencer e brand, ma penso che potremo farcene una ragione. Anche se è innegabile che la bandiera de “Al primo posto l’informazione!” ci sembri proprio retrograda e antiquata. Come pensiamo sia possibile inserire in un tweet di 140 caratteri anche la relazione commerciale con il brand? Lo stesso vale per Snapchat (o Stories di Instagram) dove i video durano pochi secondi: vi immaginate se fashion blogger come Chiara Ferragni dovessero impiegarli per dire “Prima dell’utilizzo leggere il foglietto illustrativo”?! Spesso i consumatori non arrivano neanche a leggere fino in fondo la descrizione di un post, ma si soffermano solo all’immagine. Alcuni blogger si sono sempre difesi dicendo che sono loro a scegliere i prodotti che più li rappresentano e, dall’altra parte, i brand minimizzano il tutto assoggettando il fenomeno alle stesse dinamiche del product placement.

Christelle Lim blogger
Christelle Lim blogger

Insomma, il succo è sempre quello: il mondo sta cambiando velocemente e la legislazione non sta al passo. L’elefante che insegue la formica di nuovo sui nostri schermi, anche in questo caso è corretto parlare di un vero e proprio formicaio. In attesa di sapere se mai e poi mai anche all’Europa interesserà occuparsi di queste dinamiche, godiamoci il meritatissimo ombrellone e, perché no, qualche sano selfie regolamentare. Chissà che a settembre tutto questo non ci sia sembrato solo un miraggio!

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PS. Vi lascio con una raccomandazione: le foto dove vi fotografate la punta dei piedi in riva al mare sono out, definitivamente superate. Cambiate soggetto. E se proprio non potete trattenervi, occhio al pedicure!