Consigli utili per salvare il mondo

lombrosoSalvati dai Maya, ma non da noi stessi? Non servono profezie per sapere che l’uomo si sta costruendo da solo la fine del mondo.

Luca Lombroso, meteorologo dell’Osservatorio Geofisico di Modena e volto noto della tv grazie a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, presenta nel suo ultimo libro (“Apocalypse now? Clima, ambiente, cataclismi. Possiamo salvare il mondo. Ora”, edito da Artestampa) alcune ricette per rallentare il declino ambientale e rendere più sostenibile la società. Basteranno?

Da più parti si sente dire che stiamo esaurendo in fretta le nostre risorse. È vero? Quanto è peggiorata la situazione rispetto al passato e quali sono le prospettive future?

Si, é vero. Le risorse del pianeta terra, che non è ovviamente illimitato, sono limitate e molte sono in via di esaurimento. La crisi economica é stata almeno in parte innescata anche da questo, in particolare da quelle energetiche. La nostra fortuna é che le risorse non finisco di colpo. Il petrolio, per esempio, non finisce come se si chiudesse un rubinetto. Quasi tutte seguono una curva, detta curva di Hubbert (dal nome di un geologo americano che la ipotizzò negli anni 1950), a campana: per un po’ di tempo la produzione cresce rispondendo alla domanda di crescita economica, energetica e di consumi, poi raggiungono un picco e da qui inizia un declino lento ma inesorabile. Questo da un lato ci da’ tempo per prepararci, ma dall’altro è un fenomeno subdolo ed inesorabile. Le prospettive future sono quindi di un mondo con meno risorse ed energia a disposizione, ma con più abitanti e fame di energia. È un esperimento nuovo e unico nella storia dell’umanità di cui noi siamo cavie.

Come evitare l’apocalisse prospettata dal titolo del suo libro? Quali buone pratiche possono essere adottate nella vita di tutti i giorni?

Diciamo che più che soluzioni ci sono processi da seguire e regole da rispettare ad ogni costo. In sintesi dobbiamo licenziare i combustibili fossili, assumere fonti rinnovabili, tutelare i diritti delle foreste e non buttare via niente. Ci sono tante buone pratiche al proposito, ma non c’è la soluzione magica e soprattutto le azioni individuali sono un punto di partenza e non di arrivo. Occorre molto di più, soprattutto da parte di governi, industrie e pubbliche amministrazioni che spesso con un gesto o un’opera vanificano milioni di piccole buone azioni.

Un ufficio, ad esempio, cosa può fare per essere più sostenibile?

Tanto si può fare ed è proprio qui che bisogna intervenire. Diciamo che, oltre a quello che è ovvio come fonti rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, riduzione e riciclo rifiuti, bisogna uscire dall’idea stessa di crescita economica e dei consumi. Insomma la green economy va bene come passaggio verso una blu economy.

E le amministrazioni quali provvedimenti dovrebbero prendere per diminuire l’inquinamento?

Sono due i filoni principali di intervento: riqualificazione energetica degli edifici esistenti al posto di costruire del nuovo e mobilità sostenibile vera, con più mezzi pubblici e uso della bicicletta e meno auto. Per far questo però occorrerebbe anche agire al contrario di ciò che si fa, decentralizzando i servizi vicino all’utenza, con meno grandi centri commerciali, compreso lo stop alle aperture domenicali, anche per ragioni ambientali e di salute.

Parlando di Modena, qual è lo stato dell’aria?

Pessimo. Viviamo in una delle zone più inquinate del mondo e la qualità dell’aria invece di migliorare negli ultimi anni è peggiorata. Occorrono provvedimenti seri, strutturali e a vasto raggio. Nel mio libro faccio proprio alcune proposte con una apposita carta di intenti. Noto con piacere che alcune cose, come il limite a 30 km/h in centro, sono state fatte, ma non mi sembra che stiamo ancora andando nella giusta direzione, perché manca la visione d’insieme.

Quale effetto ha un’aria come quella modenese sui cittadini?

Per farla breve, perdiamo tre anni di aspettativa di vita. E i costi sanitari in Italia sono dell’ordine di una manovra finanziaria.

Nel libro si parla anche di terremoto.

Sì, affronto il tema con riflessioni sulla preparazione per affrontare le catastrofi, sulle leggende da terremoto e catastrofi, su “percezione politica e scientifica” ed infine, soprattutto, sulle proposte per ricostruire per il futuro in vista dei cambiamenti climatici.

Il sisma dà la possibilità di ripartire da zero. Come costruire per non sprecare l’occasione data dal drammatico evento?

Evitando di rifare gli errori del passato e di dimenticare troppo in fretta che viviamo in zona sismica e a rischio climatico. Questo significa ricostruire antisismico e anti cambiamenti climatici.

Fonti immagini: Ribarnica e ParcoAppennino.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 4

Dopo la “salita in campo” di Mario Monti, il PD come si sta preparando alle elezioni politiche e ad un eventuale governo del paese? E’ questa l’ultima riflessione che abbiamo chiesto ai quattro candidati democratici di Modena che hanno partecipato alle primarie dello scorso dicembre. Qui le prime risposte sulla “legge che vorrei” e su quella “che vorrei eliminare”. Qui le idee su come rendere più eque le retribuzioni in Italia.

 

Quali alleanze devono (o possono) essere fatte dal PD, dopo l’entrata in politica del premier “tecnico”? 

Stefano Vaccari

Monti ha svolto il compito per cui è stato chiamato a governare in una situazione di grave crisi del nostro paese. Sicuramente la sua figura ha fatto sì che il nostro Paese ritrovasse la dignità politica che merita in Europa e nel mondo. Dignità e credibilità gravemente compromessa dal Governo Berlusconi. Francamente il suo rigore e profilo professionale avrebbe tratto giovamento solo restando sopra le parti nella competizione elettorale.

Detto questo la posizione del PD è chiara e saldamente ancorata nel centro sinistra, a partire dalla condivisione avuta con SEL e i Socialisti alla vigilia delle Primarie. Diventa molto importante, in questa fase, saper ascoltare il Paese, i cittadini e dare voce al bisogno di discontinuità e di partecipazione. Eventuali nuove alleanze saranno la conseguenza di scelte di programma condivise e di una visione chiara sul futuro del Paese

Matteo Richetti

La “salita in campo” o la discesa a seconda di come uno la vede, restituisce senza dubbio chiarezza rispetto ai blocchi elettorali che si confronteranno alle elezioni. Ma credo che anche se il PD dovesse ottenere con la coalizione con la quale si presenta la vittoria completa sia alla Camera che al Senato, cosa che ovviamente auspico, sarà inevitabile confrontarsi con l’ex-presidente del Consiglio. La messa in sicurezza del Paese e soprattutto il suo rilancio che è il vero tema della prossima legislatura, ha bisogno di un contributo di grande responsabilità e serietà da parte di tutti.

Giuditta Pini

Scegliendo di candidarsi alle elezioni Monti ha perso il ruolo super partes e di terzietà che aveva caratterizzato la sua figura e il suo governo. La posizione del Partito democratico non è cambiata. Ci candidiamo a governare insieme alla coalizione Italia Bene Comune.

Maria Cecilia Guerra

La coalizione che si sta formando attorno a Monti rappresenta l’espressione di un centrodestra molto più responsabile rispetto a quello che conoscevamo, capitanato da Berlusconi e Bossi, e che per un ampio periodo ha incluso Casini e Fini. La divisione nel fronte del centrodestra, fra chi sta con Berlusconi e i più moderati che stanno con Monti, rappresenta indubbiamente un miglioramento del quadro politico del nostro paese. Non credo sia possibile né auspicabile un’alleanza preventiva né con Monti né con altre forze esterne al PD, o meglio alla coalizione di centrosinistra, che punta ovviamente ad avere la maggioranza attorno al proprio progetto politico. Diverso sarà il discorso dopo le elezioni quando, in ragione dei risultati elettorali, saranno anche noti i pesi che le forze politiche potranno esercitare nella contrattazione. Certamente la formazione che fa capo a Monti potrebbe costituire l’interlocutore principale con cui aprire un dialogo, dopo le elezioni, su temi cruciali per il futuro del paese e che per questo possano e debbano, per essere meglio accettati dai cittadini, raccogliere un consenso anche all’esterno della coalizione di centrosinistra.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 3

Tra slogan, programmi e promesse, non sempre i cittadini si sentono coinvolti nelle campagne elettorali in vista delle elezioni politiche. Dopo aver chiesto ai candidati modenesi del Pd, vincitori delle primarie, di proporre almeno una nuova legge di cui l’Italia ha bisogno e quale “vecchia” legge vorrebbe, invece, vedere abrogata, guardiamo “dentro le tasche delle persone”.

 

Come ha recentemente spiegato la Banca d’Italia in un suo bollettino, la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco detiene il 45,9% della ricchezza complessiva. A suo parere, quali misure il Parlamento potrebbe adottare nei prossimi mesi per rendere più equo il sistema della redistribuzione dei redditi?

 

Matteo Richetti 

Far crescere l’economia per re-distribuire reddito. Sono tue temi centrali che bisogna tenere insieme. Anche i dati che voi citate testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati, ma l’Italia in modo particolare. hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite. Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. Bisogna intervenire con una riforma fiscale progressiva e redistributiva che faccia giustizia dell’evasione fiscale perché il primo problema e agire sull’ammontare della ricchezza reale e non solo quella di chi la denuncia. Bisogna contribuire a stimolare la crescita attraverso l’abbassamento delle tasse sugli investimenti produttivi e sul lavoro e attuare una riforma fiscale redistributiva. Più ricchezza, più giustizia sociale.

 

Stefano Vaccari

Il PD sta elaborando e proponendo politiche improntate ad una maggiore equità, che facciano comprendere l’importanza di prelevare risorse da chi ha di più, attraverso una tassazione progressiva e più incisiva sui redditi alti. Serve ridistribuire in maniera equa la pressione fiscale alleggerendo le famiglie più  povere e le imprese che investono e assumono. Lo sforzo che i cittadini di tutta Italia stanno facendo rischia di allargare drasticamente la forbice tra la fascia di popolazione ricca e quella povera, rischiando di lasciare sempre più ai margini della società quella parte che si attestava nella fascia media di reddito. Su questo occorre un cambio di passo netto.

 

Maria Cecilia Guerra

La redistribuzione dei redditi può essere migliorata intervenendo sia sul lato delle entrate che su quello delle spese. Per quanto riguarda il sistema fiscale si deve pensare ad una rimodulazione del prelievo fiscale che sposti l’onere dai lavoratori e dalle imprese verso la ricchezza e che sia più progressivo. Un sistema che porti i proventi di una seria lotta all’evasione in diminuzione della pressione fiscale per i non evasori. Per quanto riguarda la spesa bisognerebbe introdurre misure di contrasto della povertà assoluta di tipo universale, che siano però accompagnate anche da politiche attive di reinserimento sociale. In questa direzione già muove la sperimentazione della nuova social card che ho progettato nel mio periodo al governo, ma che ancora non so se sarà attuata viste le resistenze del ministro dell’Economia. Bisogna poi ricordare che è provato che i servizi pubblici, in particolare istruzione e sanità, sono particolarmente efficaci nella redistribuzione del reddito. Quindi penso che un elemento fondamentale per garantire una più equa distribuzione delle risorse sia sostenere il carattere universalistico e la qualità di questi servizi.

 

Giuditta Pini

Sicuramente è necessario combattere in modo serio e continuativo l’evasione fiscale e la criminalità organizzata. Poi bisognerà, in un’ottica europea, tassare le rendite finanziarie e  cominciare a tagliare le tasse sui consumi per tassare le rendite.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 2

Prosegue il nostro viaggio per conoscere idee e programmi dei quattro candidati al Parlamento, vincitori delle primarie del Pd del 30 dicembre 2012. Dopo aver scoperto di quale “nuova” legge vorrebbero farsi promotori una volta eletti, ecco un’altra domanda.
Da neo-parlamentare, quale legge vorrebbe vedere abrogata?
 Giuditta Pini  
Giuditta Pini
La legge 40 sulla fecondazione assistita, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione e quella Fini- Giovanardi sulle droghe leggere. Leggi ingiuste che non hanno portato nessun vantaggio alla cittadinanza, ma hanno esasperato il clima in tutta Italia.
Matteo RichettiMatteo Richetti
Tutte le leggi che hanno allargato le maglie sulla lotta contro le illegalità e la corruzione: la legge che depenalizza il falso in bilancio, le leggi ad personam. Accompagnate dall’introduzione di strumenti fondamentali nella lotta alla corruzione e alle mafie. Siamo l’unico paese in Europa a non prevedere come reato il reinvestimento di capitale illecitamente percepito da parte dell’autore del primo illecito. L’incriminazione dell’autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca. Va inoltre modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter).
Stefano Vaccari
Stefano Vaccari 
Sono diverse le ingiustizie causate da una cattiva legislazione: legge elettorale, IMU, conflitto di interessi… priorità di revisione di cui sentiremo parlare a lungo in questa campagna. Se devo però concentrare la mia attenzione su un tema, lo farei sulla disciplina del Patto di Stabilità. Non è in discussione lo spirito e gli obiettivi di rigore, ma deve emergere la necessità di una revisione critica di tale impianto. E’ ormai insostenibile un meccanismo che ha imbrigliato gli enti locali depotenziandone la possibilità di realizzare investimenti, pur avendone la capacità economica, soprattutto in campo ambientale e sociale.
Maria Cecilia Guerra
Maria Cecilia Guerra 
Una delle leggi che vorrei vedere abrogata subito e sostituta con una nuova è la legge elettorale. Si tratta infatti di una legge che altera profondamente le regole della democrazia. Non solo perché impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti, ma anche perché, soprattutto per le regole che riguardano il Senato, permette che si determinino maggioranze diverse fra le due camere e contribuisce ad alimentare quella instabilità politica che il nostro paese, specialmente in questo momento, non si può permettere. Prevedendo un premio di maggioranza regionale molto forte, questa legge elettorale consegna un potere eccessivo a partiti che, come la Lega, siano fortemente radicati nelle regioni più popolose, come la Lombardia (non a caso la legge è stata inventata da Calderoli). È la legge elettorale che ha fatto convergere nuovamente, in questi giorni, gli interessi di Lega e Pdl, e che ha fatto si, nel 2006, che Prodi potesse contare al Senato solo su di una maggioranza risicata di voti. L’esperienza ci dice che la legge elettorale va cambiata all’inizio della legislatura. Alla fine risulta impossibile che non prevalgono gli interessi specifici sull’interesse generale.

Domani toccheremo con i politici le questioni che toccano direttamente i cittadini: i redditi.

Leggi la prima puntata.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse?

Fatte le primarie. Presentati simboli e liste. Parte ora ufficialmente la (strana) campagna elettorale. Poco più di un mese a disposizione dei politici per cercare di convincere soprattutto i delusi ad andare a votare. Ai candidati del PD – certamente eletti in Parlamento – abbiamo posto quattro domande: due sul futuro impegno alla Camera e al Senato; sul welfare in Italia; sulle alleanze in casa Dem. Vi proponiamo le loro risposte in quattro puntate.

 

Una volta eletta/o, quale nuova legge vorrebbe proporre in Parlamento? A quale proposta di legge vorrebbe lavorare direttamente?

Maria Cecilia GuerraMaria Cecilia Guerra

Una delle proposte a cui mi sono dedicata e su cui mi piacerebbe continuare a lavorare è la riforma degli interventi a favore delle persone non autosufficienti. Ritengo infatti che la non autosufficienza sia una delle emergenze del paese. In particolare penso che sia importante procedere ad una maggiore integrazione fra gli interventi sanitari e quelli legati alla assistenza personale, intesa come aiuto a compiere gli atti della vita quotidiana (alzarsi, lavarsi, ecc.). Sicuramente in Emilia-Romagna la risposta a questo problema è oggi molto più avanzata che in altre parti del paese. Ma credo che ogni cittadino non autosufficiente dovrebbe avere la garanzia di essere preso in carico dal sistema pubblico: una volta valutata la sua condizione sociosanitaria, dovrebbe essere indirizzato, sulla base di un progetto personalizzato e di un budget coerente con il suo grado di non autosufficienza, a un percorso di assistenza che privilegi la domiciliaritá. In questo modo si garantirebbe ad un tempo una maggiore qualità della vita delle persone non autosufficienti e un miglior utilizzo delle risorse attualmente spese in ricoveri ospedalieri inappropriati o in ricoveri in Rsa resi necessari dalla mancanza di sostegno alle famiglie, che sarebbero pure disposte ad assicurare assistenza ai loro cari.

Giuditta Pini

Giuditta Pini

Per prima cosa è necessario trovare e mettere in sicurezza le risorse per la ricostruzione dell’area del cratere. In secondo luogo mi piacerebbe lavorare a una proposta di legge sui diritti civili delle coppie di fatto.

Matteo Richetti

Matteo Richetti

Credo che sia imprescindibile cercare di liberare risorse dalla spesa pubblica per sostenere le famiglie e le imprese. Pertanto vorrei poter lavorare a progetti di legge di riordino della spesa pubblica, definizione dei livelli retributivi nella pubblica amministrazione e di razionalizzazione degli Enti non fatta secondo le esigenze degli Enti, ma secondo le esigenze dei servizi che vengono erogati.

 

 
Stefano VaccariStefano Vaccari

Potrà sembrare una risposta ovvia, ma se sarò eletto lo sarò nelle liste del Pd, e l’agenda politica sarà in primo luogo dettata dal programma del mio partito. Credo però che l’impegno di tutti, me compreso, dovrà essere orientato nella direzione di dare risposte concrete alla grave crisi economica e sociale che colpisce duramente famiglie e imprese. In poche parole occorre liberare risorse per concentrarle sulle politiche per lo sviluppo (sostenibile), la crescita, il reddito. Serve una nuova politica pubblica su energia e ambiente, capace di avvicinare il Paese all’Europa, incentivando imprese e cittadini su inquinamento e recupero, punendo gli sprechi e i comportamenti non virtuosi.

Detto questo, per l’area colpita dal sisma occorre un ulteriore sforzo per dare risposte sul fronte fiscale e della copertura totale dei danni subiti da imprese e cittadini. Dobbiamo dare gambe e sangue alla ricostruzione sostenibile anche delle comunità.

Credo infine che ci sia la concreta possibilità di costruire finalmente una “lobby positiva” in Parlamento con le personalità che saranno elette, che affronti il tema di una legge quadro sullo sport.

 

 

Povertà: tamponare non basta

Intervista a Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena: “L’ente locale deve creare azioni strutturali per dare impulso all’occupazione”.

 

I dati pubblicati da Note Modenesi descrivono una realtà dove anche a Modena aumenta in modo significativo la quota di poveri, o nuovi poveri. Non è una novità, ma leggere di tante famiglie che tirano avanti con 800 euro al mese, pur avendo uno o più figli, affitti e bollette da pagare, suscita un certo stupore.

Assessore Maletti, che cosa ne pensa?

La vera novità è che a partire dal 2008 sono cadute nella fascia della povertà famiglie e singole persone che fino ad allora erano autosufficienti dal punto di vista economico. Fino al 2008, cioè, i poveri delle nostre città erano essenzialmente le persone che vivevano quella situazione a causa di patologie o altri problemi: dalla non autosufficienza alla disabilità, dalla tossicodipendenza all’alcolismo, fino ai senza tetto o, comunque, a persone e famiglie che uscivano dagli standard.

 

E oggi, invece?

Oggi è diverso. Oggi i poveri sono come gli altri, sono come noi… Solo più vulnerabili e a volte non ce la fanno da soli. Sono circa 1.300 le famiglie in condizioni di disagio che hanno ottenuto contributi economici nell’ultimo anno dal Comune di Modena, la metà con minori a carico. E gli stranieri sono solo poco più di un terzo, quasi tutti con minori, verso i quali l’assistenza è obbligatoria per legge. Gli aiuti riguardano in particolare il mantenimento di casa e utenze. Oltre al sostengo dei minori, naturalmente.

 

Sono quindi vittime della crisi economica?

La crisi economica e occupazionale ha colpito subito i più giovani ma poi negli ultimi due anni si è allargata ad altre fasce della popolazione e per il 2013 le prospettive per il nostro territorio sono ancora preoccupanti rispetto ai dati sulla disoccupazione e della cassa integrazione, per esempio. E non sappiamo se ci sarà copertura.

 

Solo un problema di mancanza di lavoro, quindi?

Quello è il dato principale che rende vulnerabili, appunto, molte famiglie. Un altro elemento è  l’aumento del costo della vita. Un’inflazione del 3 per cento nel 2012 significa dover spendere di più per pagare le bollette e i generi di maggiore consumo proprio nel momento in cui in casa entra di meno perché, magari, un familiare ha perso il lavoro o è in cassa integrazione.

 

In questi casi come interviene l’ente locale? Cosa fanno i servizi sociali?

Oggi i servizi sociali possono e devono “tamponare” il problema, non hanno la possibilità di risolverlo. Ecco allora gli interventi per garantire la casa, in particolare gli alloggi in affitto con strumenti diversi per le diverse esigenze (dagli alloggi Erp all’Agenzia casa, fino ai contributi per sostenere il pagamento del canone ed evitare gli sfratti) e poi gli aiuti economici per evitare i distacchi delle utenze e le agevolazioni sulle tariffe per una spesa complessiva di circa otto milioni di euro. Insieme alle Caritas parrocchiale e alle altre associazioni, poi, si interviene anche con aiuti in generi alimentari. Sono circa 500 le famiglie con bisogni di questo tipo che sono state individuate nell’ultimo anno, ma spesso si vergognano a chiedere aiuto. Questa fragilità è una situazione a cui non sono abituate.

 

Quindi il Comune può solo “tamponare” il problema?

No, sarebbe un errore. L’ente locale deve andare oltre e nel 2013 sono necessarie azioni strutturali che contribuiscano a dare impulso all’occupazione. Ci sono infrastrutture strategiche, come lo scalo merci di Marzaglia, che possono attrarre investitori sul nostro territorio in grado di creare posti di lavoro, oltre a non fare scappare imprese che già operano qui. E poi c’è l’ambito della formazione da sviluppare ulteriormente per garantire al mercato le professionalità necessarie sia rispetto a operai specializzati o tecnici sia rispetto ai percorsi universitari. Modena, inoltre, deve affiancare ai settori caratteristici del suo sviluppo economico (come la metalmeccanica, il tessile, il manifatturiero in genere) anche nuovi ambiti, in particolare nella green economy. Una sua applicazione nell’edilizia, per esempio, con incentivazioni per la riqualificazione della città potrebbe garantire ottimi risultati occupazionali e risparmi energetici e ambientali. Inoltre è necessario proseguire con politiche volte a favorire percorsi per inserimenti lavorativi incentivando anche le imprese che fanno assunzioni.

Il disagio della democrazia

Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. Intervista al politologo ed editorialista Carlo Galli.

 

Il Governo Monti, pur collocandosi temporalmente durante un processo di svilimento del concetto e del ruolo delle classi dirigenti e dell’’aristocrazia’ del Paese, riscuote tassi di fiducia piuttosto elevati, anche a fronte di un sempre più vistoso distacco di buona parte della popolazione dalla politica. A Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, abbiamo chiesto innanzitutto se questo può essere interpretato come un segno di rilancio del ruolo delle élite nella gestione del Paese e se esiste una qualche continuità nella prassi di affidare il governo in situazioni di emergenza economica a un tecnico come è stato Ciampi e come è Monti (pur nelle rispettive differenze), e la tendenza storica della società italiana a cercare ‘l’uomo forte’ in grado di risolvere una situazione di emergenza.

Il fatto che in passato le élite italiane abbiano abdicato al proprio ruolo direttivo (non certo al privilegio sociale ed economico) lasciando le redini del potere nelle mani di un demagogo populista come Silvio Berlusconi, ha fatto sì che l’Italia sia arrivata vicina al disastro e, come spesso è successo nella storia del nostro Paese, le élite, anche se solo all’ultimo minuto, hanno saputo trovare l’energia per tentare di frenare il treno in corsa. Oggi le élite si trovano in una condizione analoga a quella dei governi che sono succeduti alla fine del regime fascista nel 1943, governi di notabili senza una copertura politico-elettorale ma con la copertura di tutti i partiti al fine di gestire un’emergenza. Dietro al Governo Monti c’è l’impegno di tutte le élite, dalla Chiesa cattolica a Confindustria al sistema delle banche. La spiegazione dell’esistenza stessa del Governo Monti risiede nella debolezza dei partiti che ha fatto sì che fosse indispensabile ricorrere a queste ‘riserve’ delle Repubblica che sono le élite, e chiedere poi ai partiti di ‘essere così cortesi’ da assecondare ciò che le élite decidono.

Élite, che fino a ieri si era disinteressata di politica lasciando il governo nelle mani di Berlusconi, preoccupandosi soltanto di vedere garantiti i propri privilegi e che ora, presa dal panico per i propri interessi e anche per quelli della nazione, si sforza di riportare il Paese in carreggiata. Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. La crisi dei partiti non nasce solo da questo livello sistemico – cioè dal fatto che i partiti sono costretti a formare coalizioni eterogenee – ma anche dal fatto che i partiti godono di un universale, diffuso, solidissimo discredito presso i cittadini, alimentato dalla continua quantità di scandali continuamente emergenti che li ha delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica.

Dire che Monti è ‘l’uomo forte’ non è corretto, perché lui è stato chiamato a governare, non si è autoimposto, e vuole mettere in campo unicamente le sue capacità tecnico-operative che non hanno niente a che vedere con le capacità politiche.

Se è vero che l’indignazione può essere considerata come segno di attenzione e di presenza della società civile, è anche vero che essa, nella maggior parte delle volte, sfocia semplicemente in rabbia fine a se stessa. Cosa si è rotto? Se prima erano i partiti a canalizzare la rabbia della gente trasformandola in forza sociale, ora chi ci pensa?

I cittadini in un regime democratico non dovrebbero aver bisogno di essere ‘arrabbiati’ ma dovrebbero poter constatare che i loro problemi, bisogni e richieste vengono prese in seria considerazione da chi governa. Alla luce di questo, quando c’è una rabbia socialmente diffusa che si traduce in un distacco dei cittadini dalla politica ufficiale, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte un vero problema. Questo distacco oggi esiste ed è tangibile perché i partiti sono completamente delegittimati e anche perché i cittadini hanno visto che abbiamo perso vent’anni da quando è cominciato Tangentopoli senza che sia stato fatto un passo avanti in nessuna direzione (tranne l’ingresso dell’Italia nell’euro, con tutte le conseguenze, negative e positive, che ciò ha comportato). E’ ormai chiara la percezione che nella fase di crisi del capitalismo nella quale siamo entrati si richiedono sacrifici continui in previsione di benefici e miglioramenti che in realtà sono assolutamente incerti. Di qui una rabbia e un’aggressività contro i partiti che i cittadini dovrebbero in parte rivolgere verso se stessi: ricordiamoci che gran parte della colpa di quello che sta capitando oggi è di Berlusconi il quale però non ha mai fatto un colpo di Stato; ha sempre regolarmente vinto le elezioni perché gli italiani hanno creduto in lui.

Oggi la democrazia è intesa come luogo dei diritti più che dei doveri: secondo Lei è anche per questo che il dibattito pubblico e politico, a qualsiasi livello considerato, è in realtà una semplice espressione delle pretese delle parti in gioco che sembrano non riuscire mai a trovare una sintesi nel senso di un interesse generale?

La qualità della nostra democrazia è pessima perché noi intendiamo la democrazia come l’avere solo dei diritti e quanto più questi diritti sono infondati, tanto più trovano ascolto. I cittadini e i politici dovrebbero essere sempre richiamati alla dimensione del dovere, che va al di là del proprio interesse particolare, e a pensare in termini di compatibilità sistemiche, di bene comune. Le democrazie occidentali sono un coacervo di interessi, in cui la lotta per la sopravvivenza emerge nella sua brutalità. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare: non tutti siamo ugualmente peccatori davanti al bene comune, non tutti siamo dimentichi allo stesso modo dell’interesse generale del Paese.

Gli accadimenti legati alla situazione economica e politica del Paese hanno creato un grande scontento e risentimento nei confronti dei partiti. Non trova che proprio la frammentazione degli interessi e delle condizioni di vita richiedano un qualche tipo di composizione attraverso un rilancio di forme associative proprio come i partiti?

Gli interessi di un Paese complesso come l’Italia sono infiniti e divergenti: se ci si limita a fare rappresentanza degli interessi promettendo a ciascuno che i suoi interessi non verranno mai toccati, si paralizza il Paese, e vincerebbero sempre e solo i poteri forti. Fare politica significa interpretare una realtà sociale, capirne le dinamiche di sviluppo per poi proporre soluzioni ai problemi. Ci sono sempre almeno due modi per risolvere un problema politico e i partiti devono essere capaci di offrire soluzioni differenziate e alternative ai problemi della società. Far politica vuole dire farsi carico di una proposta di visione generale di un assetto della società ma oggi i partiti non hanno questa capacità, ed è anche per questo che la gente non ha fiducia in loro, e li considera un investimento a perdere.

Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.