Giro in quel buio che abbiamo dentro

I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere ma dell’oscurità e del silenzio.
(Marcel Proust)

Sandro Campani – classe 1974, da Montefiorino – ama i capolavori di David Lynch e ha un legame fortissimo con le cose che abitano il paesaggio in cui viviamo. Molto spesso, l’incanto del suo fare letteratura avviene proprio nella minuziosa descrizione di un luogo, o di creature che come ombre popolano i boschi profumati di resina e rugiada: proprio da lì, dalle entità concrete, i personaggi – e di conseguenza il lettore – vengono proiettati in un altrove, che seduce e spaventa al tempo stesso. Dopo “E’ dolcissimo non appartenerti più” (2005), “Nel paese del Magnano” (2010) e “La terra nera” (2013), domani 31 gennaio 2017 esce pubblicato da Einaudi il suo ultimo libro “Il giro del miele“.

giromieleÈ la storia di Davide, un ragazzo di montagna semplice e tormentato, nel quale il padre falegname non ha voluto riporre abbastanza fiducia. Più che del figlio, il burbero genitore, si fida di Giampiero, suo collaboratore di sempre, al quale lascerà l’attività. In una notte nera e gonfia di tempesta, Davide bussa alla porta di Giampiero. Quell’incontro, che dà il la alla narrazione, era però già stato annunciato da una visione del tutto inaspettata. Facendo idealmente due passi sulle morbide colline dell’Appennino, abbiamo parlato del nuovo libro, divagando di tanto in tanto e amabilmente fra le sue passioni e i ricordi legati alla Modena in cui ha studiato.

Il giro del miele esce il 31 gennaio, il giorno dedicato a San Geminiano. Pensi sia un segno del destino?
No, sinceramente non ci ho mai pensato [ride]. Non ho un legame così profondo con la tradizione modenese cittadina, pur avendo studiato a Modena: una città che ho sempre abitato un po’ da “spiantato”, da persona che non vedeva l’ora di tornare su.

Ci sono però dei luoghi di Modena che sono “tuoi”?
Senz’altro il Venturi, la scuola che ho frequentato. Di Modena mi piace molto l’aspetto decadente, un po’ “squallido”: la stazione delle corriere, il Novi Sad dell’epoca, i viali dietro l’Accademia… Mi piace la sua allure malinconica: la città mi mette comunque un senso di oppressione addosso abbastanza forte. Alla fine mi piacciono i posti a cui sono legato: il Condor, perché ci andavo a ballare, l’Oasis di Sassuolo… a cui è ispirata la discoteca dove lavora il protagonista del libro.

Chi è il protagonista?
Davide è il classico ragazzotto di montagna poco avvezzo a parlare e ai discorsi. Ѐ un timido (le nonne lo chiamerebbero «bravo figliolo»), un po’ impacciato, grande e grosso. Per una serie di vicissitudini si trova a fare il buttafuori in un locale, in una maniera che io ho cercato di gestire in modo molto pulito, rispettando i personaggi. Perché prima di tutto bisogna portare rispetto ai propri personaggi e a quello che si racconta; quindi, volutamente, mai calcando eccessivamente sugli aspetti sensazionalistici. Davide arriva a una degenerazione morale che non riesce a governare e distrugge la storia con Silvia, il suo grande amore. Cerco di avere un punto di vista rispettoso e laterale rispetto agli eventi che racconto.

Sandro Campani
Sandro Campani

In un certo senso rispetti la privacy dei tuoi personaggi…
Sì, ma rispetto anche il lettore proprio perché io, da lettore, forse mi scoccerei nel vedere che qualcuno mi sta tentando di abbindolare con degli effettacci da quattro soldi. Amo scavare nel mio personaggio, cercando di mantenere sfaccettate e piene di spunti le sue azioni. Non mi accontento dello stereotipo, o almeno cerco. Questa vuole essere un’avvertenza per chi leggerà il libro: Davide non diventa un mostro, arriva ‘semplicemente’ a contatto con una parte di sé che non riesce a gestire.

Parliamo del titolo, che mi suona un po’ come uno scherzo del destino. Il miele, così dolce, si pone quindi come contrasto netto con la sua esistenza?
Su questo elemento ci abbiamo “giocato”: è uno dei motivi per cui l’abbiamo scelto. Innanzitutto suo padre, uomo biblicamente burbero, è un falegname e costruisce arnie per gli agricoltori. Quando lascia la falegnameria al proprio aiutante Giampiero (da cui il protagonista, di fatto, è stato cresciuto), Davide pensa di lanciarsi in un’attività sua e sceglie proprio l’apicoltura, anche perché conosceva già il mestiere. Il contrasto tra la dolcezza del nettare delle api – che s’invera anche nel rapporto con la moglie Silvia – e la sua vita, sempre più triste e angosciante, funziona. Poi c’è anche da dire che un titolo così mi suonava bene: ricorda un po’ La casa in collina di Pavese o Il taglio del bosco di Cassola. Sono titoli che contengono parole legate al lavoro, conservando un forte legame con la terra. Mi piace il contatto con le cose…

Il «giro» ricorda anche l’idea della fortuna che gira, o Il giro di vite
Certo, ma potrebbe anche rappresentare il gesto che si compie nel mescolare il miele. Ѐ un titolo evocativo, ma interpretabile, e fatto di parole concrete. Vedi: abbiamo già scovato assieme altre interpretazioni! In qualche modo gli spiriti e i fantasmi in quello che faccio hanno sempre una loro parte, quindi non è un’associazione d’idee del tutto peregrina.

A chi ti ispiri?
Essendo abbastanza fanatico dei film di David Lynch, mi piace moltissimo lavorare sulla descrizione degli oggetti reali in una maniera simile alla sua, o come facevano i pittori fiamminghi, attenti ai minimi dettagli.

FiginoTipo le nature morte, quindi. Mi viene in mente quel famosissimo dipinto di Ambrogio Figino, una delle prime nature morte della storia, in cui l’osservatore focalizzandosi sull’oggetto viene poi catapultato altrove.
Sì, esatto. Ma non caricandolo di una valenza allegorica, attenzione! Non utilizzo oggetti per significare un concetto astratto. Per me descrivere l’oggetto significa entrare così a fondo nel reale, con una concentrazione puntigliosa e precisa, da “stabilire un contatto” con elementi o entità che trascendono l’oggetto stesso.

Un esempio nel Giro del miele?
Nel libro c’è l’incontro tra la sorella di Davide e una lince (anch’io ne ho incontrata una, ma nessuno mi credeva all’inizio…). Lei è in macchina, di notte. L’animale le attraversa la strada come un fulmine. E lei trasfigura questa visione in una chiave quasi mistica: pensa di avere un passeggero in macchina, che non è uno spirito ma solo una presenza. Così, sentendosi “guidata”, inizia a viaggiare ripercorrendo i luoghi che hanno a che fare col padre defunto. Il passaggio della lince si ricollega, nell’ottica di lei, allo spirito del genitore. In realtà nel libro sono più, volutamente, “opaco”…

… perché ognuno possa dare una propria interpretazione.
Esatto. Come quando Lynch inquadra gli angoli o le porte buie. Non m’importa mostrare quello che c’è nel buio, m’importa che chi mi legge provi una certa sensazione. Se sei un autore serio devi sapere che, ogni volta che prendi in prestito dalla natura qualcosa, questo “qualcosa” si porta dietro tutta una storia fatta di simboli e collegamenti.

Cosa rappresenta la lince?
Quando Davide arriva a casa di Giampiero dice di averla vista, quella lince. Anche lui la tratta come messaggero di qualcosa. Quando ho capito che fra i due personaggi era necessario si instaurasse un rapporto più profondo – doveva esserci un fatto di cui i due erano all’oscuro -, sono andato a documentarmi sulle varie simbologie legate alla lince, animale individualista e avvezzo a muoversi da solo, e ho scoperto che rappresenta una sorta di custode dei segreti. Vedi che tutto torna?

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Un’altra cosa: ci sono personaggi che hai davvero conosciuto e che hai poi inserito nel libro? Tipo l’Ida, la moglie di Giampiero…
Ѐ difficile che ispiri un personaggio inventato a una persona che conosco davvero. Di solito procedo così: parto da un’immagine, un luogo, un’idea… l’idea è come un seme, e inizia a fare le radici. Pian piano capisci che su quella cosa vuoi lavorare anche per quattro anni della tua vita e farci un romanzo. Io “pesco” dalla mia vita, o di altri, elementi che posso utilizzare, rielaborati, per metterli dentro a un personaggio che ho inventato.

Un po’ come una tavolozza di colori?
Più che una tavolozza, un serbatoio. Il personaggio in prima battuta è inventato, poi attingo alla mia esperienza reale o a quella di persone realmente esistenti per costruirlo e riempirlo di elementi realistici.

Parliamo della montagna, in un certo senso il tuo “ambiente”.  Qualche anno fa una signora che lavora a Zocca mi disse: «Guarda, dalla montagna o si scappa o ci si resta per sempre». Condividi?
Frase molto vera… chi ci vuole restare per sempre sa che dovrà fare grossi sacrifici. Ѐ complicato avere un lavoro se non ti inventi qualcosa. In particolar modo per un giovane: la condizione d’essere spiantato, te la tieni addosso. Adesso vivo a metà, nella bassa collina, in un piccolo paese ma non troppo distante dalla città, dove ci sono i daini e i lupi… e va bene così.

Montebabbio Castellarano
Veduta di Montebabbio, frazione di Castellarano. Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo «luogo ameno»?
Scrivo a casa al computer, in una stanza, quella in cui non dormo e in cui non mangio. Meno male che l’hanno inventato: cancello e riscrivo la stessa frase anche una ventina di volte! Prendo ovviamente valanghe di appunti scritti, ma anche appunti vocali sul telefono, che poi trascrivo. Ma se devo scrivere la pagina, lo faccio direttamente al computer.

Il giro del miele è anche il tuo primo romanzo con Einaudi… Come ci sei arrivato?
Quelli di Einaudi mi seguivano da un po’, e sono molto seri. Quando ho concluso Il giro del miele, l’ho inviato tramite l’agente in casa editrice e hanno deciso di crederci. Ero felicissimo! Visti gli autori con i quali sono cresciuto, l’Einaudi è il massimo della vita. Non c’è autore che adori che non sia nel loro catalogo. Facendo assieme a loro l’editing sul testo e ragionando su tutto quello che sta attorno al testo (il titolo, la copertina, la quarta, ecc.) mi sono trovato molto bene.

Una nota di colore?
Per il personaggio del buttafuori mi sono avvalso della consulenza di «Morris», Giulio Golfarelli, che è stato buttafuori in tanti locali storici della provincia. In un certo giro, a Modena, si sa chi è Morris!

In copertina: Badlands (Canossa, RE). Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti. 

 

Teatro ability: in scena la spontaneità delle emozioni

L’Arte nelle sue molteplici forme, può diventare un fondamentale strumento di integrazione ed inclusione attraverso la sua essenza espressiva, accogliendo la “diversità” come “normalità” facendo cadere ogni barriera e pregiudizio sociale, entrando nel profondo della dimensione umana.

Un progetto importante quello realizzato dalla Compagnia Twinkly, che accosta uno straordinario binomio, teatro e abilità differenti, un laboratorio teatrale con libero accesso e spazio produttivo in grado di offrire l’opportunità di esprimere il proprio diritto alla creatività e all’esercizio delle proprie potenzialità, permettere a ragazzi con abilità differenti e “normodotati” di lavorare insieme, partecipare, confrontarsi esponendosi attraverso l’arte ed il linguaggio teatrale. Ragazzi che nella loro toccante semplicità, hanno davvero molto da insegnare.

Fin dal 2008, la compagnia Twinkly dà vita a teatro ability all’interno della Scuola d’Arte Talentho e dell’area educativa della Cooperativa Sociale il Girasole di Modena. La compagnia Twinkly (attori e ballerini) è composta da Laura, Simona, Francesca, Lucia, Viviana, Eugenio, Davide, Gaetano, Sebastiano, Marco e Barbara.

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Il 29 settembre ed il 13 ottobre la Compagnia Teatrale è andata in scena con uno spettacolo dall’alto valore qualitativo ed umano “Amore e Psiche”, presso il Teatro Troisi di Nonantola e l’Auditorium Spira Mirabilis di Formigine, due date nate con l’obiettivo di raccogliere fondi per il terribile sisma avvenuto il 24 agosto nel centro Italia. L’incasso di entrambe le serate è stato interamente devoluto alla Croce Rossa Italiana, destinato al Comune di Amatrice.

Note Modenesi ha incontrato i registi dello spettacolo Chiara Gatti e Valerio Boni che ci hanno raccontano come nasce questo progetto teatrale: “l’idea di Amore e Psiche nasce circa 4 anni fa, prendendo ispirazione dall’omonimo libro di Apuleio – commenta Valerio Boni –  così io e Chiara abbiamo cominciato a ragionare su quali potevano essere temi significativi da poter affrontare con i ragazzi all’interno di uno spettacolo (dopo due spettacoli che per quasi dieci anni ci hanno portato grandissime soddisfazioni Petruska e Personaggi in cerca d’autore. Il nostro nuovo progetto si ispira ad una tanto semplice quanto significativa domanda: che cos’è l’amore? Partendo da questo semplice quanto complesso interrogativo, abbiamo ragionato in maniera condivisa con i Twinkly, su quale fosse il significato primario delle differenti forme d’amore, abbiamo dato degli stimoli per capire che cosa veniva recepito da loro ed il risultato è stato incredibile, perché sono venuti fuori dei messaggi bellissimi, pensieri toccanti, frasi profonde riguardo il loro concetto di amore… e queste suggestioni le abbiamo inserirete all’interno dello spettacolo, sotto forma di battute, personaggi e situazioni, attraverso il coordinamento mio e di Chiara. E’ stato un lavoro importante, che ha coinvolto tutto di gruppo. Successivamente al terribile terremoto del 24 agosto abbiamo deciso di replicare lo spettacolo Amore e Psiche a Nonantola e Formigine, con l’intento di raccogliere fondi da devolvere alle popolazioni colpite dal sisma, ed i ragazzi sono stati entusiasti di poter dare il loro contributo fatto di lavoro e fatica (fisica e mentale), per una causa così importante. E’ un messaggio molto positivo. Molti di loro all’inizio di questo percorso – continua Valerio – non parlavano, si bloccavano o si vergognavano, altri di loro parlavano ma non si capivano. Un lavoro ed un impegno costante che li ha coinvolti settimana dopo settimana, e questo sforzo, lo hanno  “ceduto” a chi è stato più sfortunato di loro, alle persone terremotate di Amatrice. Quello che mi lasciano questi ragazzi è sempre straordinario. Ogni venerdì noi facciamo lezione con i ragazzi e quando capita qualche festa, ponte o lo stacco del periodo estivo, senti davvero che ti manca qualcosa, un pezzo della tua vita.  Quello che mi lasciano questi ragazzi è sempre unico e straordinario”.

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Di seguito i doverosi commenti degli undici bravissimi protagonisti di Amore e Psiche:

Marco: io interpreto il fioraio, e mi piace molto recitare, ho scoperto un’arte che non conoscevo.

Viviana: il teatro è sempre stata la mia vita, nello spettacolo sono moglie e mamma, alle prese con l’organizzazione del matrimonio di mia figlia, e mi piace molto la parte che interpreto.

Francesca: io sono la cuoca, mi piace molto recitare e mi riempie di gioia.

Barbara: mi piace recitare, andare a teatro e quando il pubblico applaude, mi piace andare a scuola e giocare.

Eugenio: mi piace molto recitare in Amore e Psiche è diventata per me una passione immensa, siamo davvero bravi e capaci, dimostriamo il nostro valore personale al pubblico, facciamo venire fuori il meglio. Per fare in modo che sia uno spettacolo fantastico bisogna concentrarsi al massimo ed essere coinvolti da entrambe le parti, sia gli attori che il pubblico, perché è uno scambio di emozioni. Il teatro è un ambiente pieno di arte e di magia.

Sebastiano: mi piace molto recitare è una bella sensazione.

Davide: è per me recitare è una cosa innata, una passione molto forte. Nello spettacolo interpreto un padre un po’ “depresso” poiché la sua figlia adorata ha deciso di sposarsi.

Laura: io preferisco di più ballare, ma nello spettacolo recito oltre che danzare.

Simona: mi piace molto recitare, ed al talento io ci tengo molto, mi riempie di felicità e il mio cuore è pieno di gioia quando sono sul palcoscenico. Alcune volte mi blocco, e mi aiutano Valerio, Chiara e Zara che ci sostengono.

Lucia: nello spettacolo sono la cameriera Assunta. Mi piace molto molto recitare e non voglio mai scendere dal palco.

Gaetano: sono quattordici anni che faccio parte della compagnia Twinkly, e sono stato io a chiedere che fosse aperto questo corso di recitazione per noi, perché mi aiuta a stimolare il mio cuore, la mia gioia e mi aiuta stimolare la mia memoria visiva per imparare le battute, perché quando vado sul palco sennò mi blocco. La recitazione è la mia vita e spero di portare avanti questa passione per gli anni futuri. Io ringrazio chi ci aiuta sempre come la Chiara, Valerio,  Zara, Antonio e Antimo.

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L’esperienza teatrale ha permesso quindi ai ragazzi di raggiungere una maggiore consapevolezza dell’azione teatrale, tanto da poter gestire autonomamente la scena. Non uno spettacolo con attori diversamente abili, ma sul quel palco semplicemente ATTORI che creano con il pubblico un’atmosfera magica, in cui tutti collaborano al progetto.

I ragazzi attraverso il teatro sviluppano ed esternano idee, pensieri, suggestioni dando vita alla loro creatività ed utilizzando la propria esperienza, la propria quotidianità, la loro cultura. Inoltre il  Teatro Ability ha una forte valenza sociale, non solo per i ragazzi in scena, ma anche per le loro straordinarie famiglie, per i registi, per gli educatori, per la scuola d’arte Talentho, per la cooperativa sociale, per gli psicologi… un percorso in divenire che sta facendo maturare e crescere diversi soggetti, provando a fare concepire una cultura teatrale non più vissuta come un evento eccezionale ma come un’opportunità culturale quotidiana.

Chiara Gatti, con Valerio Boni regista, ci confida – “noi siamo molto orgogliosi di aver creato questo progetto teatrale, Amore e Psiche è una storia autentica nata da noi registi e direttamente dai ragazzi protagonisti in scena. Un lavoro in team, perché quando si è una squadra si può arrivare a raggiungere qualsiasi obiettivo. E’ meraviglioso quando i ragazzi sul palco non seguono il copione ma improvvisano, significa che hanno raggiunto una consapevolezza tale da capire quello che stanno facendo e cosa stanno dicendo, ed il pubblico apprezza molto i Twinkly non tanto per il progetto in sé, ma perché sono veramente bravi… dei veri artisti. Può essere molto terapeutico dal punto di vista educativo-sociale far prendere parte ad un progetto teatrale persone diversamente abili, alcuni ragazzi che hanno cominciato questo corso non parlavano o facevano fatica ad esprimere le loro emozioni, successivamente invece hanno avuto una trasformazione positiva incredibile. I ragazzi hanno un’energia positiva ed una carica che è assolutamente impossibile abbattersi – conclude Chiara – ed umanamene mi lasciano la genuinità e la semplicità delle cose. Vivono le stesse esperienze che viviamo noi ma senza malizia, senza invidia. Un mondo semplice e spontaneo… senza cattiverie”.

Immagini di Gianluca Malavolta.

 

Settembre è tempo di … Fantacalcio! Mogli, compagne e fidanzate in subbuglio

Tra fine agosto e le prime due settimane di settembre prende vita, ed in pochi giorni si consuma, un mercato davvero speciale. Non sono in vendita pietre preziose, opere d’arte o titoli azionari, in gioco c’è qualcosa di molto più importante: i calciatori della Serie A (e non solo).

Abbiamo assistito a calcoli, strategie, riunioni nei bar ed online, aste pubbliche ed offerte per comprare i giocatori, il tutto per la “gioia” di mogli, fidanzate, amanti…

Questo e molto altro è l’incredibile mondo del FantaCalcio, popolare gioco consistente nell’organizzare e gestire squadre virtuali formate da calciatori reali, una passione nata a metà degli anni Novanta, spesso iniziata tra i banchi di scuola e poi diventata vero e proprio “lavoro”, dando una risposta concreta ai 28 milioni di italiani, meglio noti come “FantaAllenatori”. Quello che stupisce è il numero di appassionati coinvolti, che in questi giorni, dopo aver studiato per oltre un mese i movimenti di mercato, cercano di aggiudicarsi il campione capace di fare almeno 20 goal e presentare una rosa di 25 giocatori che faranno vincere il Campionato alla propria squadra.

REDAZIONE FCL

Tre modenesi Eddy, Aldo e Piero, da qualche tempo hanno aperto un profilo Twitter, oggi molto seguito dal mondo del web, riguardo l’argomento.  “Alla fine di  maggio – spiega Eddy Bisonti, uno dei componenti del gruppo –  presi dallo sconforto per la fine del Campionato con ancora davanti 3 mesi di attesa, abbiamo aperto un profilo twitter @FantaCalcioLink ed iniziato a dare consigli ai Fanta Allenatori. In poco tempo, abbiamo cominciato ad interagire con i giocatori della Serie A e con i conduttori delle trasmissioni televisive nazionali. Le nuove tecnologie oltre a velocizzare tutti i passaggi, offrono la possibilità di coinvolgere diversi amici che negli anni si sono trasferiti fuori Modena. Il fantacampionato si conclude solitamente in concomitanza con l’ultima giornata della Serie A, la squadra che ha fatto più punti vince. I punti si conteggiano consultando le pagelle che escono sui quotidiani sportivi al lunedì”. Nel corso degli anni le regole del FantaCalcio sono rimaste invariate: si consegna una rosa composta da 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti, 6 attaccanti. Il tutto può avvenire trovandosi di persona, partecipando all’asta in cui si rilancia su ogni singolo calciatore, oppure inserendo online la propria rosa in busta chiusa. Chi offre di più per un certo giocatore, se lo aggiudica. Aldo Ravetto Presidente e moderatore della SgrausiLig sostiene “il gruppo di Fanta Allenatori della nostra Lega è cresciuto al punto da dover creare la Serie A e la Serie B, per ottimizzare il numero di calciatori disponibili sul mercato, ogni Serie può avere al massimo 10 squadre. A fine anno le ultime 2 della Serie A scendono in B e le prime due della B vengono promosse”.

“Questi per noi sono giorni caldissimi – continua Piero Garelli – se si sbaglia la campagna acquisti si compromette tutto il Campionato e per chi è in Serie A si rischia addirittura la retrocessione. Vorrei dire due parole sulla figura del Presidente di Lega che da sempre per noi è Aldo Ravetto soprannominiamo Tavez, senza un bravo Presidente non si farebbe il fantacalcio. Organizza e detta le regole. Nei momenti di crisi tiene in riga i Presidenti più esagitati. Lo mettiamo sempre in discussione, ma ovviamente non lo abbiamo mai cambiato, la verità è che nessun altro ha voglia di prendersi quest’incombenza. In questo periodo le nostre famiglie sono sottoposte ad una grande pressione (ovviamente si scherza), ma se mentre fate la spesa vi capiterà di vedere una lei indaffarata a fare la spesa ed un lui immerso nel suo telefono ad imprecare non si sa bene con chi… ecco sappiate che probabilmente avete avvistato un Fanta Allenatore!”

SILENZIO STAMPA

I tre amici continuano: “Per la precisione uno così noi lo definiamo il Compulsivo, durante il Campionato schiera la formazione già il martedì, poi la aggiusta altre 10 volte prima di togliere all’ultimo minuto l’attaccante che puntualmente poi fa goal… ma essendo in panchina non conta.  Durante la fase d’Asta da il peggio di se, rilancia, taglia giocatori, apre nuove posizioni, chiede di fare scambi fino all’ultimo minuto quasi cercasse di placare l’ansia da prestazione.

L’Imbruttito invece ha una sola ragione di vita, il fantacalcio.  Decisamente fuori controllo,  non riesce a controllare le emozioni. Ogni domenica, ogni partita per lui è come si svolgesse la finale dei mondiali. Se un suo giocatore segna, esulta togliendosi la maglia anche al Cinema con la fidanzata. Se invece dovesse capitare l’irreparabile ovvero perdere la partita per appena mezzo punto, si sprecherebbero le imprecazioni da bollino rosso. Ha lasciato una fidanzata perché diceva che portava sfortuna. Bandito da molte Chiese della Città.

Il Malfidato, è quello che chiede consigli a tutti, documentatissimo, in contatto con giornalisti ed addetti ai lavori, prima di fare un offerta consulta e ruba tempo prezioso ai Presidenti veterani che sfiniti cercano di dargli conforto, … ma fa sempre il contrario di quello che gli si dice.

Lo Statistico, avversario pericolosissimo, temuto da tutti i Fanta Allenatori per la sua grande pragmaticità. Miscela esplosiva fatta di conoscenza dei giocatori e loro numeri, tutti i numeri, presenze, goal, assist, ammonizioni, valore di mercato, media voto ponderata, etc. Segue ogni partita, dal Torneo di Viareggio al Trofeo TIM. Il giorno dell’Asta, si presenta con il suo rigoroso tabellone ontenete i 500 giocatori che sta seguendo.

Quello che se ne fa almeno 2, detto 30 Denari, non gli basta litigare o tentare la sorte in una Lega, ogni anno sente l’esigenza di iscriversi ad almeno un altro Campionato. Solitamente è così incasinato che non si ricorda se un giocatore l’ha schierato o l’ha lasciato in panchina. Quando qualche giocatore segna non sa neppure se esultare o imprecare.

Il Trafficante, questa figura riesce ad esprimersi al meglio solo in caso di “Asta a Busta chiusa”. All’apertura delle Buste, si apre il “mercato di riparazione” ed in quella fase (non essendoci un limite di giocatori acquistabili), lui compra di tutto! Può addirittura averne 40 attirando su di se le ire dei Presidenti che hanno interi reparti scoperti.

L’uomo del TAR o anche detto La Tassa, ogni anno alla fine del mercato chiede di cambiare il Regolamento, di modificare il metodo di offerta, di rivedere le tempistiche per aprire e chiudere le fasi di compra vendita,  di inserire il modificatore, di concedere solo due cambi per partita, etc…

Tra i Mister, una figura divertente è il Talent Scout, ogni anno si svena per l’acquisto di giovani che si spera gli regaleranno qualche soddisfazione ma soprattutto il poter dire “ve lo avevo detto”. Quest’anno grosse cifre spese per Fofana, Sallai, Dioussè, Almeida, Mitrita e Petagna.

Infine altra figura che non può mancare è il Fomentatore, ovvero un soggetto  che pare messo li apposta per stuzzicare i più irascibili e non dare tregua neppure ai più tranquilli. Lui gode dell’incazzatura altrui. Insinua, mette in dubbio, fa accapigliare i Mister spacciando Bidoni per fuoriclasse. Di calcio non ne sa palesemente nulla, ma fa pesare come fossero macigni quei tre punti guadagnati esclusivamente per fortuna o perché l’avversario era in 10”.

Garelli

“Questi alcuni personaggi che rendono così divertente questa passione”  – conclude Eddy Bisonti  – “ognuno con la sua caratteristica, ognuno alla ricerca del colpaccio, ognuno consapevole del fatto che per quanto si studi o si cerchi di schierare la formazione più performante, nel Fanta Calcio c’è solo un elemento capace di farti vincere il Campionato e si chiama FORTUNA! Invitiamo mogli e fidanzate a portare pazienza ancora una settimana, poi tutto si svolgerà in modo decisamente meno invasivo”.

Le simpatiche testimonianze raccolte di Bisonti, Ravetto e Garelli hanno fatto luce su questo gioco spesso sconosciuto ai più (in primis alla sottoscritta fan scatenata di Barbie),  facendoci comprendere cosa significhi per molti “ragazzi cresciuti”  giocare ancora al FantaCalcio.  Probabilmente è anche un modo per rimanere ancorati alla spensieratezza dell’adolescenza, ai ricordi sbiaditi delle ore passate al campetto polveroso, alle ginocchia sbucciate, allo scambio figurine dei calciatori…restare in contatto, non perdendo di vista un elemento prezioso e sincero, l’Amicizia.

Settant’anni di Unità

La Festa dell’Unità di Modena che si aprirà tra due giorni a Ponte Alto – il 24 agosto alle 19 – compie quest’anno esattamente settant’anni. L’età giusta per andare in pensione? Assolutamente no. Lo dicono i numeri che testimoniano un successo immutato negli anni, e lo conferma anche Raffaele Caterino, autore del volume “La città nella città. Cronache e storie dalle Feste de l’Unità di Modena 1946-2016“, edito dalla Fondazione Modena cittanellacitta2007 e realizzato proprio per celebrare questi sette decenni di storia di un evento che si intreccia indissolubilmente non solo con quella del partito che da sempre la promuove, ma anche con quella della città che la ospita. Il libro è una ricostruzione puntigliosa e accurata della lunga strada percorsa dal dopoguerra ad oggi, dalle prime feste di una sola giornata che si svolgevano in pieno centro storico fino al gigantismo – temporale e spaziale – che caratterizza l’attuale kermesse di Ponte Alto. Dal canto suo, il giovane ricercatore autore del saggio può essere a buon titolo considerato come uno dei massimi esperti sull’argomento “festa dell’Unità di Modena” per la quale nutre una passione che va al di là dell’interesse culturale e storiografico. Non solo perché a questa aveva già dedicato la propria tesi di laurea, ma anche per i suoi ormai celebri diorami – di cui abbiamo raccontato in passato – riproduzioni in scala, realizzate con colla, forbici e cartoncini colorati della festa che fin da bambino Caterino con pazienza certosina “monta e smonta” ogni anno in concomitanza con l’apertura e la chiusura della festa “vera”. In questa lunga chiacchierata con lui, ci siamo fatti raccontare non solo del passato ampiamente trattato nel suo saggio, ma anche della situazione del presente e delle prospettive future di questo appuntamento che richiama centinaia di migliaia di modenesi, e non solo.

L'archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.
L’archivio personale che Raffaele Caterino ha costruito negli anni sulla Festa.

Dai plastici in cartoncino alla copertina cartonata de “La città nella città”. Mi racconti la genesi del tuo lavoro? Ti è stato commissionato o l’idea di partenza è tua e hai successivamente trovato nella Fondazione Modena 2007 l’editore disposto a pubblicarlo?

Allora in primis, io qui, come mi è capitato di dire in altre occasioni, cercherei di slegare il discorso plastici (che ti ringrazio della tua definizione “favolosi”), tant’è che in una prima ipotesi si ventilava un loro inserimento nel libro ma, come vedrà il lettore, non vi è traccia alcuna dei modellini. Questo perché in questi mesi mi si è sempre riconosciuto nella persona che fa i diorami delle feste. Non che mi dispiaccia, ma in questo caso proprio perché questo lavoro ha una genesi di ricerca e di “fatica” abbastanza lunga, lo vedo come un qualcosa che possa distogliere l’attenzione da quello che ritengo un argomento così interessante e molto più complesso di quello che sembra, come appunto la “città rossa”. Da qui avrai già intuito che il lavoro è partito da me, senza una idea precisa di cosa fare dopo, ma semplicemente la voglia di scoprire come erano le feste del passato, quelle di quando ero piccolo e che ricordavo a malapena e poi la curiosità mi ha spinto ad andare indietro fino al 1946.

Questa ricerca parte nel settembre del 2011, e mi ricordo che la prima festa che comincia ad analizzare è stata la nazionale del ’90, per poi andare indietro e consultare l’archivio del PCI di Modena dell’Istituto Storico e poi quello fotografico. Di seguito, con maggiori difficoltà di reperimento sono tornato agli anni ’90 e ho cominciato a ricostruire gli anni post Bolognina. Esiste al momento solo l’archivio del PDS, quindi fino al ’97 (e in più il primo anno dei DS, il ’98), quindi per questi anni è stato facile. Per il dopo è stato più complesso, e mi sono rivolto alla Fondazione Modena 2007 e ad alcuni circoli, o persone, che detenevano appunto materiali più recenti. Per quelli che vanno dal 2004 in poi invece li avevo già tenuti io in un piccolo archivio personale che avevo cominciato a costruire, dove poi ci sono anche molte feste più piccole, altre feste nazionali in Italia e quelle di Reggio e Bologna. Questa ricerca fu poi la base per lavorare alla mia tesi di laurea di due anni fa, che si era incentrata sulla festa in relazione ai cambiamenti politici (PCI- PDS , PDS-DS, DS-PD). Da questa io e l’Istituto storico abbiamo cominciato a pensare prima ad una mostra e poi ad un libro, che potesse uscire quest’anno, appunto per il settantesimo. Qui la fondazione si è mostrata molto interessata e insieme abbiamo messo insieme il progetto che poi abbiamo realizzato, il libro e la mostra allestita nella festa di quest’anno.

Ancora un'immagine dell'archivio di Caterino
Ancora un’immagine dell’archivio di Caterino

Ripercorrendo le suddivisioni contenute nel volume, possiamo sintetizzare le varie tappe evolutive che hanno caratterizzato la festa dal 1946 ad oggi?

Provo a cercare di delineare delle tappe, anche se non è semplicissimo. Le prime feste sono quelle del dopoguerra, piccole, brevi ma molto scenografiche, con le grandi sfilate che coinvolgevano la città, il centro storico, la cittadinanza. Con gli anni ’50 la festa comincia ad assumere un aspetto più simile a quello che conosciamo, sistemandosi in Piazza d’Armi (oggi il Novi Sad) fino al 1978 (eccetto il ’77, festa nazionale all’autodromo). Ed è appunto con l’arrivo all’autodromo, prima col ’77 e poi stabilmente dal ’79 fino al 1987, che la festa “esplode”, cioè diventa gigante, seguendo poi un trend nazionale, e si specializza, cerca temi sempre diversi, originali, nuovi, azzardati, coraggiosi, al contrario degli anni precedenti. Con gli anni ’90 siamo di fronte a un ridimensionamento progressivo (ricordando che dal ’90 al 2002 Modena ospita la festa nazionale 5 volte) fino ad arrivare a quello che vediamo oggi.

A distanza di così tanto tempo dalla sua nascita, la Festa dell’Unità resta un imprescindibile appuntamento di massa per la città, tanto da essere tentati di paragonarla, “come radicamento e tradizione, al Palio di Siena o al Festival di Sanremo”. Se questo è vero dal punto di vista genericamente “culturale”, in che misura oggi la Festa conserva la connotazione politica delle origini?

La festa in qualche modo fa parte del “paesaggio”, dove bene o male quasi tutti ci passano, proprio per il suo carattere popolare. Logicamente non è più la festa dei giardini pubblici del ’46. E’ stata condizionata dalla modernità, dai nuovi bisogni e dalle mode, tendenze, abitudini. Una volta si mangiava nei tavoli all’aperto sull’erba, oggi si cerca di creare condizioni confortevoli, scenografiche, quasi ricreando dei veri e propri locali. Quella di oggi è una versione ingrandita e aggiornata della vecchia festa. Non c’erano i balli latini, non c’era l’autosalone, ma non vuol dire che nelle prime feste non ci fossero zone commerciali, come lo spazio per i giovani o lo svago. Anzi, semplicemente si è rinnovato, adattato quello che c’era, seguendo l’andamento dei tempi e della società, e magari facendo conoscere cose nuove, sapori nuovi, musiche nuove a chi non le conosceva. La festa era ed è anche questo. Contrariamente a quello che si può pensare, lo spazio per il dibattito politico col tempo è aumentato. Nelle prime feste non c’erano certamente tanti dibattiti, anzi spesso c’era solo un comizio di un dirigente nazionale e basta. Con il progressivo allungamento della sua durata il programma politico culturale si è ampliato moltissimo. Sulla partecipazione il discorso è diverso. Le grandi masse (del partito di massa in una società di massa) oggi non ci sono più, il modo di partecipare alla politica è indubbiamente cambiato, quando si partecipa.

La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.
La città che si sposta nella città. Dove si sono tenute negli anni le varie edizioni delle feste.

Anche se nel corso degli ultimi anni si è assistito a una sua progressiva “privatizzazione”, almeno rispetto alla gestione delle varie attività – quelle della ristorazione in testa – il lavoro delle migliaia di volontari che ne permettono la realizzazione è ancora assolutamente imprescindibile. E tuttavia è impossibile negare che queste persone appartengono – per la maggioranza – sia dal punto di vista anagrafico (parliamo per lo più di pensionati) che della cultura politica, a un passato che trova chiaramente le sue radici nella militanza nel PCI. Per quella che è la tua conoscenza, ritieni sia in corso un ricambio generazionale? In che misura? Come vedi il futuro della festa dal punto di vista organizzativo? Davvero possiamo pensare che tra dieci anni sia ancora tutto in mano ai volontari?

In un primo momento (ma anche oggi) l’intervento dei privati era necessario per permettere quell’ampliamento dell’offerta, che prevedeva il coinvolgimento di alcuni ambiti dove i volontari non erano preparati (penso alle cucine estere per esempio). Certo è che il numero dei volontari è progressivamente calato, anche se il problema di trovare persone è sempre esistito. Tra dieci anni farei fatica a immaginare ad una inversione di tendenza: le cose non possono che proseguire su questa strada. Molte delle defezioni attuali derivano da una situazione burrascosa interna nel partito a livello nazionale. Vero è che la festa tende a unire, a superare le divisioni, per il suo radicamento fortissimo, perché è un pezzo di storia con la quale anche un partito che sta cambiando deve fare i conti. Leggo spesso di persone che dicono che questo è sbagliato, c’è chi addirittura ha definito la festa come una casa “propria”. Ecco dire queste cose fa capire che delle feste si sa ancora pochino, le feste non sono una casa di qualcuno, devono essere quel crocevia di confronto, uno spazio aperto come una città che deve accogliere e confrontarsi. Chiudersi e quindi snaturare la vera natura della festa può mettere a rischio qualcosa di grande.

Uno dei favolosi diorami di Caterino
Uno dei favolosi diorami di Caterino

La festa conserva fortissimi gli aspetti legati al divertimento, alla socializzazione, all’intrattenimento. Ma è ancora un appuntamento anche politico? L’impressione netta è che negli ultimi anni, a parte alcune star del mondo della politica – il Renzi del pienone del 2013, un evergreen come Bersani – gli eventi politici siano disertati dal grande pubblico. Quanto incide la crisi generale della politica rispetto alle mutazioni che sta vivendo questo appuntamento storico?

La festa deve rimanere un luogo, oltre che di divertimento, di degustazione, di socialità, anche di cultura e di politica. Modena devo dire che a livello culturale fa sempre un grande lavoro, organizzando ogni anno una serie di rassegne culturali e mostre significative, cosa non scontata e non frequente. La politica, come dicevo prima, ha visto un ridimensionamento della partecipazione notevole. Passiamo dai 700mila di Berlinguer nel ’77, 150 mila di Occhetto nel ’90 alle 10mila di Renzi nel 2013. Se si fa caso anche nei festival nazionali, già da qualche anno i comizi finali non si fanno più nelle grandi arene ma in spazio più piccoli. E questo trend non si può invertire se si diffonde l’idea che la festa deve essere casa esclusivamente “di qualcuno”. Se abbiamo delle sale dibattiti, queste devono ospitare dibattiti, non conferenze. Anche “fisicamente” visto che il libro parla diffusamente di morfologia della festa, lo spazio dedicato alla politica deve essere coraggiosamente evidente, aperto, accessibile dal passaggio dei visitatori, in modo che volendo o no, per i dibattiti ci passi.

Il pannello della Festa di quest'anno
Il pannello della Festa di quest’anno

Parlando di brand, termine usato da Renzi nel 2014 per restituire l’antico nome alla Festa dopo la parentesi “Democratica”, pensi che le persone associno ancora in maniera indissolubile questo evento al partito che la promuove o il marchio “Festa dell’Unità” è ormai più forte del partito stesso tanto da potersene tranquillamente – in linea del tutto teorica – affrancare in futuro annacquando – se non eliminando – sempre più la proposta politica?

La festa de l’unità (io lo scrivo ancora così, anche se mi dicono che è roba da vecchi, io dico che è storia, e chi la ignora sbaglia) è un marchio (brand lo facciamo dire a chi inglesizza tutto, pure le leggi) ben riconoscibile, che ha le proprie gambe e che ha dimostrato di sopravvivere a 4 partiti e al tentativo di cambiare il nome della festa. Il rischio che diventi sempre più una fiera esiste, e in alcune realtà è più che un rischio. In Emilia tutto sommato riesce a mantenere una natura “mista” che conserva ancora la coesistenza di tutto quel mondo che la festa vuole rappresentare. L’impegno deve essere quello, ricordiamoci che la festa è proprio la vetrina del partito e di una certa politica. Se il partito è il negozio, il proprietario cosa fa? La vetrina la cura e la rende attraente mostrando il meglio di sé, o la trascura? Cosa succede se la vetrina non attrae? Il cliente non entra, e se non entra non ti conosce. La festa è questo, mostrare la tua sostanza, politica compresa, affinché chiunque, ripeto chiunque, possa venire e confrontarsi.

Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l'Unità del 1957, tenutosi nell'attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.
Comizio di Chiusura di Palmiro Togliatti alla Festa Nazionale de l’Unità del 1957, tenutosi nell’attuale Piazza Tien An Men domenica 15 settembre.

La festa di quest’anno arriva in un periodo di grande difficoltà del PD, segnato da profonde divisioni interne – sul referendum costituzionale, sulla figura del premier/segretario, e altro ancora – tanto da invitare la segreteria provinciale a un richiamo unitario: “l’Unità moltiplica (la democrazia, la legalità, i diritti, ecc. ecc.)”. Eppure non è il primo passaggio epocale, come racconti chiaramente nel libro, che viene “assorbito e rielaborato” attraverso la Festa. Pensi che questo appuntamento possa ancora svolgere una simile funzione fondamentale? Quanto la festa riesce ancora a “fare politica” e non solo tortellini?

Come dicevo prima la festa è forse ormai l’unica cosa che tutto sommato unisce sotto un simbolo, che non è detto sia quello del partito, ma il simbolo è l’avvenimento festa in sé e la sua storia. Il Pd è in un momento complicato, il referendum non sta facilitando la situazione e io non sono molto ottimista per il futuro, vedo discussioni e divisioni molto profonde che non mi fanno immaginare delle riconciliazioni così semplici. Ma non sono mai uno molto ottimista. La festa potrebbe e dovrebbe ricoprire questo ruolo ma porsi come festa del sì, aiuta? Torno col pensiero al ’90, l’ultima festa nazionale del PCI che si tiene proprio qui a Modena. Quella festa si poneva proprio come una festa che dovesse essere al di sopra del si o del no alla “cosa”, ma doveva essere il luogo dell’elaborazione politica. E allora perché oggi non fare delle feste un laboratorio di confronto tra il sì e il no? E addirittura, come partito di maggioranza, perché non usare le feste come laboratorio politico, come luogo di incontro con le persone e di confronto con esse, elaborando poi i risultati di questo confronto e farne uso per la propria attività politica e di governo? Un partito che ha un radicamento così capillare, la fortuna di incontrare centinaia di migliaia di persone ogni anno, perché non la sfrutta adeguatamente? La festa come piazza dove poter dire la propria… magari succede che la politica torni ad esser partecipata. Forse varrebbe la pena sperimentare. La storia della festa è piena di esperimenti coraggiosi e anche fortunati.

In generale, sei fiducioso per il futuro? La Festa della “Città nella città” scriverà ancora la storia dell’altra città, di Modena?

La festa non solo costruisce la sua storia (e per fortuna ogni tanto si ferma a rifletterci su, come in questo caso, come nel 2005 o come nel 1985) ma ha fatto anche un pezzo di storia della città di Modena, ha contribuito a ridisegnare alcuni spazi. Grazie alla festa da Modena non sono solo passati i politici ma anche artisti e cantanti di fama internazionale dando vita a concerti memorabili. Non so se nel futuro sarà ancora così, non sarà facile. Ma osare e sperimentare come dicevo prima, aiuterebbe.

mostra_citta

Il libro sarà in vendita dall’apertura della Festa il 24 agosto. Parallelamente, è stata allestita una mostra promossa da Fondazione Modena 2007 e Istituto Storico di Modena, curata da Raffaele Caterino, Metella Montanari e Claudio Silingardi, dedicata ai 70 anni di Festa de l’Unità di Modena, alla storia della sua realizzazione e dello spirito di quanti, negli anni, hanno contribuito a renderla parte integrante del panorama politico e culturale della città. In esposizione, 170 foto suddivise in 5 nuclei tematici di 10 pannelli ciascuno.

In copertina: Festa dell’Unità nell’area industriale di Modena Nord, 1990.

 

Tango, la passione che cambia la vita

…e coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica.
Friedrich Nietzsche

Il tango è arte, poesia, connessione. Uno stile di vita, un modo di percepire l’esistente. L’essenza di una relazione paritaria, tra un uomo ed una donna.

Zygmunt Bauman definisce l’attuale realtà contemporanea “società liquida” caratterizzata dalla discontinuità e legami virtuali non più in grado di perpetuare relazioni umane durature, attratta da connessioni revocabili in qualsiasi momento. La “decadenza” di tali rapporti fa scaturire in molte persone la necessità di provare ancora emozioni reali che nel tango, ritrova. Attrazione, divertimento, rifiuto, nostalgia, narcisismo, conquista, autonomia, è questo che rende il tango una danza appassionante ed imprevedibile, complessa ed allo stesso tempo piacevole. Un effettivo concentrato di vita.

Gli sguardi si incrociano, restano uniti. La mirada è il primo passo di questa sconosciuta intesa. Spesso non sai nulla della persona con cui ballerai, ma pochi istanti dopo ne conoscerai l’abbraccio, il temperamento, l’essenza. Percepirai le corde più intime della sua natura attraverso una danza, che ha oltre un secolo di storia, dichiarata dall’Unesco nel 2009 patrimonio dell’Umanità.

Milonga al Mala Yunta
Milonga al Mala Yunta

A Modena la percentuale di tangueros iscritti alle diverse scuole cittadine è in forte aumento. Abbiamo domandato ad alcuni modenesi presenti alla storica milonga settimanale del Circolo arci Mala Yunta, cosa li ha spinti ad iniziare a ballare questa danza, se bisogna avere attitudini particolari per praticarla e perché il tango affascina così tante persone nel mondo. Secondo Monica Penoni, Presidente del Mala Yunta i tangueri sono in aumento: “Modena sta puntando molto sull’alto livello qualitativo del tango, attraverso l’insegnamento da parte di maestri molto competenti il numero degli iscritti cresce in modo esponenziale ogni anno e le persone che frequentano i nostri corsi partono da un’età di 20/25 anni sino ad oltre ottant’anni. Siamo orgogliosi di ammettere che alle milonghe modenesi partecipano spesso tangheri di altre città o regioni che riconoscono la bravura dei nostri ballerini. Noi del Mala Yunta, insieme allo storico Circolo

Al centro Monica Penoni Presidente del Mala Yunta, insieme a Silvia Galetti (a sinistra) di T'aMO Tango e Milva Gavioli del Gardel (a destra)
Al centro Monica Penoni Presidente del Mala Yunta, insieme a Silvia Galetti (a sinistra) di T’aMO Tango e Milva Gavioli del Gardel (a destra)

Gardel e T’aMO Tango, facciamo parte dell’Union Civica che realizza grandi eventi di tango per solidarietà raccogliendo fondi per Emergency o altre realtà, ovviamente promulgando la cultura tanguera in città e provincia e la nostra missione comune è quella di portare avanti una tradizione storica di “buon tango”. Purtroppo però stiamo anche notando ballerini o presunti tali (che ballano da uno o due anni) improvvisarsi maestri di tango… è quindi fondamentale fare la differenza assoluta perché Insegnanti o Maestri non si diventa in breve tempo ma successivamente ad percorso elevatissimo di scuole, lavoro, studio, impegno, formazione e Buenos Aires”. Monica Penoni conclude – “il tango è vita al 100%, conoscerai le risorse ed i limiti della tua persona, ti metterai in gioco umanamente fidandoti dell’altro, entrerai in armonia e sintonia attraverso un abbraccio, uno scambio di emozioni senza eguali in quei dieci minuti di tanda e ciò che ti circonda, in quel momento, non conta”.

Nicola è agricoltore e balla da 7 anni  “all’inizio del mio percorso non mi piaceva molto la musica a dir la verità, certamente non era quello che io avevo percepito del tango dalla televisione. Passati i primi tempi un po’ noiosi, il tango ti entra nella pelle ed hai voglia di ascoltarlo e ballarlo. Ci sono aspetti sociali molto importanti nel tango che ti permettono di conoscere persone diverse ed uscire così dalla propria timidezza, confrontarsi con l’altra parte, saper ascoltare, mettere da parte il proprio ego e continuamente mettersi in gioco. Si può imparare molto da questa danza e dalla musica, molto dipende dall’umiltà delle persone e dalla loro capacità di mettersi alla prova. Tanti miei conoscenti che approdano al tango arrivano da corsi di balli caraibici ed una volta scoperta questa danza non lo lasciano più, mentre la situazione contraria è davvero difficile che avvenga… il tango è magico, capita di ballare con persone totalmente sconosciute ed avere un’intesa perfetta”.

003_tangueriNel tango argentino la coppia comunica attraverso il corpo, scambiandosi costantemente sensazioni ed emozioni: l’evoluzione del ballo non è codificata, ma cambia di volta in volta, secondo la sensibilità e l’estro dei ballerini. Se si frequenta per la prima volta una milonga si resterà colpiti dal fatto che ogni coppia si muove in maniera decisamente diversa. L’abbraccio è un contatto profondo ed una conversazione non verbale, anche perché durante il ballo non si parla. Sono coinvolti quattro dei cinque sensi; il tatto, l’udito, la vista e l’olfatto e ci si sceglie attraverso gli occhi. Le melodie del tango sono ricche di coloriture musicali, stili interpretativi, commistioni strumentali e la poetica dei testi totalmente dinamica capovolgerà da un brano all’altro le sensazioni ed emozioni dei ballerini, favorendo un portamento ed uno stile sempre diverso, così come i suoi principali e storici interpreti musicali: Canaro, Di Sarli, Pugliese, De Caro, D’Arienzo, Piazzolla etc. Il tango è caratterizzato da tre ritmi diversi ai quali corrispondono altrettante distinte tipologie di ballo: Il Tango, la Milonga e il Tango Vals (Vals criollo). Musicalmente il Tango ha un tempo di 4/4 o 2/4, come la Milonga. Il Tango Vals che, come tutti i valzer, ha un tempo di 3/4, viene ballato su 4 battute.

Letizia, insegnante di storia e filosofia balla da quindici anni e ci confida  “mi sono avvicinata al tango perché rispetto agli altri balli di coppia ha due caratteristiche molto affini alla mia natura: passione e disciplina. Sono molto contenta di aver imparato a ballare perché con il tango ho scoperto un lato di me che non conoscevo, una femminilità nascosta che volevo sopprimere… addirittura alla milonga ho messo i tacchi per la prima volta. Oggi tra le persone credo ci siano tante occasioni di comunicazione, ma non di relazione ed il tango è relazione, dialogo. A me fa molto piacere che a questa danza si stiano avvicinando molti giovani, quando io ho cominciato l’età anagrafica dei tangueri era sicuramente più alta, ma forse anche i ragazzi attualmente hanno necessità di relazioni e non solo comunicazioni virtuali”.

tangueri, foto di Vincenzo Cerati
tangueri, foto di Vincenzo Cerati

Claudio agente commerciale, non aveva intenzione di avvicinarsi al tango perché già ballava la salsa da otto anni “ho conosciuto il tango per la prima volta dodici anni fa quasi per sbaglio, trascinato ad un corso da una mia amica… poi i miei piani sono stati completamente stravolti. Nel tango c’è un coinvolgimento mentale diverso rispetto ai caraibici, unisce la testa ed il cuore, con una partecipazione attiva unica. Devi lavorare in primis su te stesso, insegnare al tuo corpo ad approcciarsi ad un’altra persona, i passi sono solo una conseguenza del lavoro fatto su di te ed è questo, che lo rende un ballo diverso da tutti gli altri. Non siamo abituati ad avere un contatto attraverso l’abbraccio, con una persona che non conosciamo. Il tango può anche essere la prova del nove per una coppia nella vita: se c’è una piccola crepa il tango te la apre, oppure la richiude e i partners tornano più uniti di prima. Nella società attuale chi balla il tango percepisce le persone, non le maschere, perché fa venir fuori l’essenza di te stesso”.

Foto di Vincenzo Cerati
Foto di Vincenzo Cerati

Questo viaggio nell’accettazione del proprio ruolo porta ad avere bisogno dell’incontro con l’altro, come completamento. L’uomo accetta il proprio ruolo maschile e conduce al servizio di lei, mentre la donna crea ed accetta la sua femminilità lasciandosi guidare dall’uomo. Una relazione in tutto e per tutto alla pari. La psicologa e psicoterapeuta modenese Dania Barbieri, tanguera ed insegnate di “TangoTerapia” formatasi con Federico Trossero psichiatra-psicoanalista argentino ideatore e promotore di tale terapia, sostiene “In Italia la TangoTerapia è una possibilità psicoterapeutica utilizzata anche nella riabilitazione dei pazienti oncologici sia nel periodo attivo delle cure, sia nella fase di follow up. L’efficacia della stessa terapia è stata dimostrata in pazienti con patologie neurologiche e cardiologiche, in persone affette da salute mentale e persone con disabilità, dimostrando benefici significativi. La TangoTerapia utilizza gli strumenti tipici del tango quale la  musica, i codici, la filosofia, la cultura e promuove un’esperienza emozionale attraverso l’elaborazione delle dimensioni sensoriali, percettive, e cognitive la cui integrazione aiuta la capacità di comprensione delle persone e supporta una maggiore connessione individuale e sociale. L’ho sperimentata su di me in prima persona come “allieva” e successivamente come conduttrice di gruppo, insieme a Veronica Lorenzoni dell’asd Puro tango di Bologna insegnante di tango e assistente in Tangoterapia, ho condotto un’esperienza di Tangoterapia a favore dei pazienti del DHO di Carpi. Ogni incontro era un’esperienza di un paio d’ore dove abbiamo una prima parte di riscaldamento corporeo necessaria per riprendere il contatto con la propria dimensione, successivamente si praticano delle esperienze corporee utilizzando il tango come musica, codici, movimenti  scoprendo le proprie risorse, i limiti, le emozioni. La persona rifletterà su alcuni aspetti mai focalizzati sino a quel momento elaborando l’emozione con valenza trasformativa, accettandola, e riflettendo su di sé. Il tango può essere decisamente terapeutico perché può tirare fuori emozioni e sensazioni sopite. Per quanto concerne il rapporto di coppia, quello che ho potuto constatare sia durante le milonghe che in TangoTerapia, è che il tango può arrivare ad unire ancora di più due partners o allontanarli con effetto dirompente. In milonga si balla con altre persone quindi attraverso il contatto fisico potresti scoprire un’intesa con un altro/a ballerino/a che non hai con il tuo compagno/a di vita e tutto ciò potrebbe allontanare ancora di più due persone già in crisi. Al contrario ho conosciuto coppie che hanno cominciato a ballare questa danza per ritrovare un’unione perduta attraverso un progetto comune e tutto questo li ha riavvicinati molto”.

Milonga a Modena est. Foto di Vincenzo Cerati.
Milonga a Modena est. Foto di Vincenzo Cerati.

In una società in cui tutto è effimero, il tango si ripropone diffondendosi in Europa, Stati Uniti e Giappone, con la sua struggente passionalità e rinnovata attualità. E’ nelle feste popolari a Buenos Aires di fine ‘800 che tutto è cominciato, frutto di una creazione ibrida che ha coinvolto tre continenti, Europa, America ed Africa nascendo dalla tradizione popolare, sintesi di poesia, musica e danza, sviluppando tematiche strettamente legate alla nostalgia, all’amore, alla patria, ma anche al divertimento, al bere ed al barrio. Un’emozione dalle tante facce che ha stimolato libri, spettacoli teatrali e cinema costruendo un recipiente ricco di metafore e racconti.

Perché però il tango ha avuto ed ha ancora oggi una popolarità mondiale, qual è il segreto del suo successo? Forse è semplicemente un istante di incontro, conoscenza, evasione e passione. Oggi tutto il tempo passato online rende ancora più attraente una pratica fondata sul corpo a corpo, sulla connessione che non ha nulla di “sessuale”: l’obiettivo non è godere del contatto, ma generare una forma ballando. E’ una realtà accessibile a tutti poiché ha mantenuto l’istanza popolare e, fortunatamente, in milonga non contano le stratificazioni di casta legate al guadagno o ruolo professionale.

In copertina: I piedi parlano n° 5. Uno scatto di TangOblivion in Licenza CC.

Se vuoi un Amico, porta a casa un Asino

Puoi conoscere il cuore di un uomo già dal modo in cui egli tratta gli animali.
(Immanuel Kant)

 

Da tempo è scientificamente provato che trascorrere del tempo con gli animali, migliora le funzioni cognitive e le relazioni sociali tra gli uomini. Alcune specie animali vengono scelte quali fondamentali aiutanti di medici, educatori e psicologi, come parte integrante nella terapia. Da giugno 2015 La Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha recepito l’accordo Stato – Regioni sulla pet-therapy (ossia gli interventi assistiti con gli animali) che definisce tipo di interventi, composizione dell’equipe multidisciplinare, requisiti dei luoghi dove effettuarla, quali strutture sanitarie, non sanitarie o  domicilio e la verifica sull’efficacia dei risultati. Tra le priorità, la formazione degli operatori e l’idoneità e benessere degli amici a quattro zampe, evitando dunque modalità coercitive, assecondando i loro bisogni e verificando che l’attività non diventi per gli animali in questione  una fonte di stress. Gli animali indicati nel provvedimento “specie domestiche in grado di instaurare relazioni sociali con l’uomo” sono il cane, gatto, cavallo, coniglio, ed asino. È indubbio che tra uomo ed animale si instauri quasi sempre un rapporto basato sulla comunicazione non verbale, sullo scambio affettivo, sulla sicurezza, sul sentirsi importanti per un altro essere vivente, sulla vicinanza e possibilità di prendersi cura di loro. Alcuni studi scientifici a riguardo hanno constatato che gli asini sono i “co-terapisti” più completi, la loro naturale lentezza e docilità li rende adatti all’interazione con anziani, disabili e bambini.

asinelli sulla collina dell'Azienda Agricola Montebaducco

Un luogo dove certamente gli asinelli non mancano vicino casa nostra, è l’azienda agrituristica Montebaducco ubicata in una tranquilla e verde zona collinare di Quattro Castella (RE), considerato l’allevamento più grande d’Europa con oltre 700 esemplari d’asini di diverse razze. Il proprietario Davide Borghi ci confida “noi alleviamo principalmente asini, oltre ad avere anche muli, polli, conigli, cani e gatti. Siamo fattoria didattica meta di famiglie, bambini, scolaresche, persone che hanno voglia di conoscere gli animali e rimanere all’aria aperta. È per noi un piacere spiegare ai ragazzi cosa mangia un asinello, far vedere come vive, dare la possibilità di accarezzarli, per i bambini è un occasione anche di salire in sella, insomma una vera e propria attività educativa per far comprendere alle persone che vengono da noi cosa realmente avviene in un’azienda agricola. Noi siamo anche produttori di un antico alimento ossia il latte d’asina, per eccellenza molto particolare, simile al latte umano perché ha un elevato contenuto di lisozima, enzima naturale dotato di proprietà battericida e di proprietà rinforzanti il sistema immunitario della pelle, indicato anche per persone con intolleranze al latte vaccino”.

Giuliano Agrari, invece è un fotografo di Casinalbo con una grandissima passione: un amore incondizionato per gli asini. A differenza della stragrande maggioranza di persone che prova questo affetto per cani o gatti, il sig. Agrari è talmente appassionato di questo animale che ne ha comprati tre, ha preso in affitto uno spazio in campagna e li mantiene ed accudisce ogni giorno prima e dopo il lavoro. Non ci sono domeniche, vacanze o ferie per lui, perché Billy, Maya e Teo lo reclamano.

Maya e Teo a Casinalbo

Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia:

“Sin da ragazzo ho sempre avuto una vera passione per gli animali, ed ho sempre dato la precedenza a loro  in quanto dipendono da noi per mangiare e per essere accuditi come si deve. Nel 2008 alcuni miei parenti una domenica dopo pranzo, ci hanno condotti a visitare un luogo molto speciale nel Reggiano, un agriturismo dove c’è un allevamento di asini a Montebaducco di Quattro Castella. Non potevo credere a quello che stavo vedendo, oltre 700 asinelli sparsi per le colline dell’agriturismo, razze e taglie diverse, piccoli e grandi, chiari e scuri… il mio cuore è esploso di felicità, ricordo che quel giorno non sarei più voluto rientrare a casa!

Se si ha la possibilità di stare a contatto con l’asino, di viverlo qualche giorno, di apprezzare il suo carattere sensibile ed intelligente, non lo si dimentica più.  E’ un animale molto dolce, affidabile, docile, ti cerca, vuole essere accarezzato ed è un gran lavoratore. Bisogna sfatare il falso mito che l’asino non capisce, è testardo e non fa il suo dovere… tutte falsità, se l’asino si ferma c’è sempre un motivo: perché ha fame, perché troppo carico, o perché il padrone non gli ha fatto fare una sosta, quindi è stanco.

Billy
Billy

Tornando alla mia esperienza, dopo quella speciale domenica a Montebaducco, il tempo passava, il lavoro incalzava, la famiglia, i nipoti, la vita di tutti i giorni procedeva con la solita routine, ma nella mia mente continuavo a ripensare a questi bellissimi asinelli. Un giorno per caso, ho conosciuto una persona che aveva un somarello, lo aveva comprato…per farci lo stracotto d’asino. Ho chiesto al padrone se potevo vederlo, così nei giorni seguenti ho fatto di tutto per poter trovare il tempo di andarlo a trovare. Lo pulivo, gli facevo fare qualche giretto nel recinto, gli portavo le carote ed alla fine ho chiesto a questo signore se me lo vendeva. Affare fatto, l’asinello era diventato mio!

Ho avuto il permesso da un mio parente di usufruire di uno spazio di sua proprietà dove poter tenere Billy (battezzato da me così), e la felicità è stata grande, perché oltre allo spazio dove tenerlo, Billy non sarebbe mai diventato uno stracotto. Pochissimo tempo dopo mi è arrivata voce da un conoscente, che un altro asino sarebbe stato macellato di li a poco, ed anche questa volta non ho resistito ed ho comprato anche questo, il secondo somarello più piccolo rispetto a Billy, chiamandolo Teo. Nel frattempo mi sono documentato moltissimo sul “mondo degli asini”, ho letto numerose pubblicazioni perché volevo essere preparato a 360 gradi su questo straordinario animale. Successivamente il veterinario dei mie asinelli mi ha comunicato che alcuni nomadi avevano necessità di vendere un’asinella, la sono andata a vedere (era tenuta purtroppo in una condizione non ottimale) e l’ho comprata subito. Così a Billy e Teo si è aggiunta Maya.

Giuliano e Teo alla festa a tema western
Giuliano e Teo alla festa a tema western

Ad un tratto possedevo tre bellissimi asini, a cui volevo un bene infinito, con i loro movimenti spiritosi, il loro bisogno di carezze e di giocare, riuscivano sempre a farmi sorridere. Dopo qualche tempo ho voluto portare i miei asinelli a Casinalbo vicino al mio negozio, ho preso in affitto uno spazio recintato molto bello in campagna, così ho potuto dedicare loro molta più attenzione ed accudirli maggiormente prima e dopo il lavoro. Hanno tutti e tre un caratterino ben definito, Teo è il più giocherellone, tante volte mentre sto lavorando dentro al recinto mi rovescia la carriola apposta e scappa, Maya è la più dolce e tranquilla, Billy è il più vivace e lo porto spesso con me a fare dei giri, e lo faccio spesso cavalcare dalla mia nipotina. Con il passaparola le persone hanno cominciato a venire a vedere gli asinelli, molti bambini, famiglie, scuole materne, sono tutti molto interessati a conoscere questo animale così dolce, buono ed intelligente. I bimbi li accarezzano, danno loro l’erba o le carote da mangiare, li faccio cavalcare (con me ovviamente presente a tenere le briglie dell’asinello)  e sono chiamato spesso a portarli a feste o sagre di paese. Durante questi eventi tantissime persone chiedono informazioni, vogliono toccarli, fanno molti complimenti, i bimbi impazziscono di felicità se possono spazzolarli. L’ultima festa per bambini dove sono stato chiamato ed ho portato Maya e Teo era a tema Far West, in cui anch’io ho dovuto travestirmi da cow boy ed interpretare il cercatore d’oro poiché spesso questi personaggi del vecchio west, avevano asini e non cavalli. Maya e Teo invece erano come sempre in assoluto i beniamini di tutti i bambini.

L’agosto scorso invece ho portato con me Billy sul Monte Cusna a fare un giretto a 2120 metri, ben 4 ore e mezzo di tragitto, lui andava più spedito di me anche se voleva spesso fermarsi per mangiare tutta quell’erbetta fresca. Arrivati sulla cima le persone presenti non potevano credere che l’asinello avesse fatto tutta quella strada in salita, diventando Billy anche in questa occasione il soggetto principale di tutte le loro fotografie… ed io? Totalmente ignorato da tutti, come sempre!!!

In copertina, Billy e Giuliano sul Cusna.

 

Presto in tavola ci ritroveremo Lambrusco spagnolo?

Lo scorso novembre Paolo De Castro, ex ministro dell’agricoltura ed attualmente coordinatore della commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, ha reso noto che “Tutti i vini che prendono il nome dal vitigno, come Lambrusco, Vermentino e in parte anche il Sangiovese, rischiano di essere tolti dalla lista dei vini protetti nell’Unione europea in quanto la Commissione europea vorrebbe sostanzialmente liberalizzarli”.

A tali preoccupanti parole hanno fatto seguito numerose proteste degli oltre undicimila produttori modenesi e reggiani, che insieme alle imprese vinificatorie negli ultimi decenni hanno investito molto per proteggere la denominazione di origine. In Spagna, alcuni produttori hanno già tentato di registrare all’ufficio brevetti governativo, “Oficina española de Patentes y Marcas”, i marchi Lambrusco Antico Casato e Lambrusco Emilia Canottieri ma dopo le serrate proteste partite dal Consorzio del Lambrusco, tali registrazioni per adesso, non sono avvenute.

Per fare chiarezza sulla situazione e per meglio comprendere quali siano i reali rischi che potrebbero impattare sul nostro territorio, abbiamo intervistato Ermi Bagni, direttore del Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi che ha spiegato a Note Modenesi cosa sta succedendo a Bruxelles sulla denominazione “Lambrusco”.

Dott. Bagni, la Commissione Europea potrebbe togliere dalla lista dei vini protetti quelli che non riportano nel nome un riferimento geografico, tra cui il nostro Lambrusco. Cosa comporterebbe, in termini economici e culturali, tale liberalizzazione e la legittima produzione in altri Paesi?

Ermi Bagni
Ermi Bagni

Dal maggio 2015 la Commissione DG Agri dell’Unione Europea è impegnata a rivedere il sistema delle attuali regole che governano il comparto, nel rispetto del principio dell’allineamento normativo tra comparti agricoli e con l’esigenza, nell’occasione, di renderlo più semplice e conforme alle aspettative dei produttori e dei consumatori. Nel corso di tali lavori si è via via manifestata l’intenzione della Commissione di stravolgere l’attuale quadro normativo che nulla ha a che fare con la semplificazione anzi, al contrario, si manifesta il fine non dichiarato di liberalizzare l’utilizzo dei vitigni indicati nell’allegato TAB XV, parte B), del Regolamento CE n. 607/2009, nel quale figura il Lambrusco. Dal 1° maggio 1970 con il riconoscimento delle DOC “Lambrusco di Sorbara”, “Lambrusco Salamino di Santa Croce”, “Lambrusco Grasparossa di Castelvetro”, tutte legate al nome di vitigno Lambrusco si è generata una costante crescita produttiva grazie all’impiego di importanti risorse economiche e professionali con un sensibile miglioramento del valore commerciale del Lambrusco che prima di tali scelte veniva quotato al pari del vino da tavola con scarsa soddisfazione per l’intero sistema produttivo.

Si può quindi affermare che i produttori hanno interpretato la Denominazione di Origine come un mezzo innovativo di programmazione economica del territorio in grado di elevare la qualità della produzione vitivinicola, dare visibilità internazionale ad una filiera che ha delle grandi potenzialità dal punto di vista imprenditoriale ma, soprattutto garantire il consumatore sull’origine del prodotto. Sul piano economico, la liberalizzazione del di vitigno Lambrusco, significa impoverire un territorio che da 45 anni ha fatto investimenti nelle attività produttive e in risorse umane e sfruttare l’appeal commerciale del vino italiano più esportato nel mondo secondo solo allo champagne. Sul piano giuridico/legale la Denominazione di Origine è riconosciuta proprietà intellettuale dello Stato membro dell’Unione Europea in quanto le produzioni vitivinicole di pregio e di creare Valore Aggiunto a beneficio dell’intera collettività: la liberalizzazione del nome di vitigno per designare vini varietali rappresenta quindi una violazione dei diritti umani acquisiti.

Cosa significa che i Vini in questione dovranno diventare Varietali e non più Territoriali?

Significa che ad esempio il Lambrusco può essere presentato al consumo senza il legame con la Denominazione di Origine in quanto sarà sufficiente dimostrare che è stato ottenuto da uve Lambrusco coltivate al di fuori dei territori da cui ha avuto origine, ha acquisito fama e diffusione commerciale.

Vitigno di Lambrusco
Vitigno di Lambrusco

Si susseguono nell’ultimo periodo quasi quotidianamente dalla Commissione Europea all’Agricoltura, notizie discordanti, riguardo talune garanzie di non liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dalle attuali zone di produzione. Cosa c’è di vero?

La notizia delle rassicurazioni fatte al Ministro Martina dal Commissario Hogan, non ha fermato l’azione del Ministro stesso e dei parlamentari italiani i quali hanno ribadito che l’attuale quadro normativo ha consentito il consolidamento e la valorizzazione delle produzioni DOP e IGP.

Per rafforzare tale motivazione i viticoltori hanno ribadito che il Lambrusco ancor prima di essere il nome di una famiglia di vitigni identifica un territorio definito dal quale ha avuto origine: lo sviluppo degli investimenti fondiari e tecnologici effettuati dalle nostre imprese in modo continuativo per oltre 45 anni, tutti finalizzati alla produzione di Lambrusco a Denominazione di Origine DOP e IGP hanno creato un valore aggiunto che si estrinseca nella capacità socio economica del territorio. La filiera vitivinicola del Lambrusco è supportata da una molteplicità di imprese: 8.000 aziende viticole, 20 cantine cooperative, 48 aziende vinicole, tutte caratterizzate da un’ampia base di operatori specializzati, un distretto manifatturiero in grado di sviluppare e diffondere commercialmente una produzione apprezzata sui mercati nazionali ed esteri in quanto il Lambrusco DOP e IGP da oltre 40 anni è il vino italiano più esportato nel mondo.

Quali azioni, politiche e non solo, si stanno intraprendendo per tutelare e salvaguardare le Denominazioni a rischio?

Fonte: Lore & Guille (Flickr: Lambrusco) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons
Fonte: Lore & Guille (Flickr: Lambrusco) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons
Il Ministro Martina e i parlamentari impegnati in sede comunitaria hanno ricevuto dai produttori e dalle imprese del comparto manifatturiero legato al LAMBRUSCO un fermo parere contrario alla proposta della Commissione Agricoltura dell’Unione Europea di modificare la normativa in vigore per autorizzare la produzione di vini varietali con il nome di vitigno Lambrusco il quale è legato alla tradizione e all’esclusività di un territorio che ha avuto la determinazione e la capacità di valorizzare un prodotto vitivinicolo non riproducibile al di fuori della zona dove lo stesso ha avuto origine e acquisito chiara fama. Ci sono tutti gli elementi – conclude Bagni – per un impegnativo confronto politico a Bruxelles.

 

Fonte immagine: "Il Resto del Carlino
Fonte immagine: “Il Resto del Carlino

Approfondendo la vicenda, abbiamo rilevato che un orizzonte differente invece si prospetta per il Pignoletto, due anni fa infatti un Sindaco creò un’omonima località geografica le cui colline si estendono dalla valle del fiume Secchia a quella del torrente Sillaro. Non più solo un vitigno, ma una specifica località nel Comune di Monteveglio. Il Sindaco Daniele Ruscigno nel 2013 ha così affermato “C’era il rischio concreto che il vino-simbolo dei nostri colli potesse essere prodotto in tutti i Paesi del mondo: dall’Australia alla Slovenia, dove vengono già segnalati impianti di Pignoletto. Così in sintonia con i rappresentanti dei produttori abbiamo ribadito e sottolineato la territorialità del nostro vino, perimentrando e segnalando i confini della località ad antica vocazione vinicola”. Dalla delibera comunale si legge “territorio compresa tra Pravazzano e Cà Nuova del Tenente, su via Volta, Piana-Cà Patrizia, su via Invernata, Cà De Fonsi, su via Campomaggiore, e Ghiaia, su via Pravazzano, dove da secoli si coltiva la vite che produce queste uve preziose”.

francobollo_PignolettoI produttori (ricordiamo che in Emilia-Romagna vengono prodotti più di un milione di ettolitri di Lambrusco per una produzione enologica a denominazione che vale oltre 500 milioni di euro ), continuano a ripetere che sul territorio abbiamo varietà di vite storicamente autoctone e faticano a comprendere perché il Lambrusco, che è uno dei vitigni più antichi d’Italia ed è prodotto solo nelle province di Modena e Reggio Emilia, debba diventare di tutti.

Il confronto sul destino del Lambrusco sta entrando nella fase decisiva, lo scorso 30 gennaio 2016 presso la Cantina Emilia Wine nel comune di Arceto, si è tenuto un importante incontro dal titolo “Lambrusco nel mondo. Una distintività da difendere, un distretto da valorizzare” in cui si è ampiamente discusso sul futuro del nostro vino, a cui hanno partecipato il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, Leana Pignedoli vicepresidente Commissione Agricoltura del Senato, Davide Frascari Presidente del Consorzio Tutela Vini Emilia; Paolo De Castro Commissione Agricoltura Parlamento Europeo, Alessio Mammi sindaco di Scandiano, Alberto Borghi sindaco di Bomporto, Simona Caselli Assessore Agricoltura Regione Emilia-Romagna.

E’ oggettivo a tutti che il lambrusco, vino legato alla nostra cultura e testimone prezioso d’identità radicata, sarebbe certamente diverso se trapiantato in altro luogo, poiché si perderebbero proprietà inconfondibili legate ai profumi e sapori emiliani. Auspichiamo dunque che la grande mobilitazione a cui stiamo assistendo, possa confermare e rafforzare i principi sanciti dalla normativa comunitaria sulla tutela delle Denominazioni di Origine, e venga quindi respinta la proposta di liberalizzare la menzione “Lambrusco” per la presentazione di vini varietali.

AGGIORNAMENTO: Tipicità, l’UE grazia il Lambrusco e in Emilia si festeggia. Annunciato il ritiro dell’atto che sganciava il nome del vino dal proprio territorio di origine, consentendo la produzione da quei vitigni anche il altrei paesi. Soddisfazione per la politica locale. Fonte: ModenaToday.

Immagine di copertina by Marco Carboni [GFDL or CC BY-SA 4.0-3.0-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons.

Adozioni in Italia, un labirinto tra burocrazia e business

In Italia si stima che i “figli di nessuno” siano 20 mila tra ragazzi, neonati e bambini ospitati presso istituti di accoglienza. Ma si tratta appunto di stime: un database comune nazionale non esiste. Come noto, da noi le coppie che intendono adottare devono affrontare un tour de force di anni. In teoria per evitare problematiche legate ad eventuali abusi dei minori. Giustissimo, ci mancherebbe. Ma se l’intenzione è ottima, in mezzo ci si infila come sempre in Italia una burocrazia lenta e nebulosa che induce i futuri genitori allo sfinimento. Demotivati e impauriti, molti decideranno di rinunciare in partenza all’adozione anziché affrontare una simile via crucis di coppia. Ingiusto e paradossale che tanti bambini in cerca di famiglia ed affetto e coppie pronte ad accoglierli ed amarli come figli naturali non possano incontrarsi. Per complicazioni burocratico-giudiziarie o, come vedremo tra poco, per precisi interessi economici.

Grazie alla legge 149 dal 2001 gli orfanotrofi non esistono più, sostituiti dalle cosiddette case-famiglia: cooperative, istituti religiosi o laici, comunità terapeutiche o educative, strutture riservate a minori che sono stati allontanati o non riconosciuti dai genitori naturali. Ogni bambino “costa” al proprio Comune una retta, che può variare dai 40 ai 400 euro al giorno (non esiste un tariffario di riferimento), erogati sino a quando il minore resta all’interno della struttura, con un giro d’affari pari o superiore al miliardo di euro l’anno. Il risultato di un’adozione o un affido ad una coppia, significa concretamente una retta in meno per la struttura ospitante. Solo un ragazzo su cinque viene assegnato ad una delle 10 mila famiglie che ne fanno richiesta nel nostro Paese. Uno dei dati più bassi di tutta Europa. E’ comunque doveroso ricordare che molti istituti di accoglienza sono strutture affidabili che svolgono ogni giorno un lavoro di oggettiva protezione nei confronti di minori in forte pregiudizio, ma la permanenza di un bambino va gestita con consapevolezza e deve rispondere ad un solo criterio: trovare il prima possibile una collocazione familiare.

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Photo credit: PSA: don’t try this at home via photopin (license)

Modena sono in tutto 19 le comunità residenziali che ospitano poco più di 100 tra bambini e ragazzi: 5 casa famiglia, 2 case per madri con bambini, 6 comunità educative che ospitano minori generalmente sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, 6 comunità o gruppi appartamento per l’alta autonomia, dove i ragazzi prossimi al raggiungimento della maggiore età sperimentano una responsabilità diretta nella convivenza e nel percorso di crescita affiancati da un educatore professionale.

Le comunità che accolgono minori presenti nel nostro territorio sono tutte autorizzate in base ad una specifica normativa regionale che prevede, in relazione alle tipologie di strutture, precisi parametri edilizi, organizzativi e di personale. Il Comune rilascia l’autorizzazione al funzionamento e presiede i compiti di verifica e controllo circa la permanenza dei requisiti. Periodicamente presso le strutture vengono effettuati sopralluoghi su mandato della Procura minorile e in collaborazione con la Polizia municipale. L’inserimento in comunità è attivato solo quando non è possibile l’inserimento in una famiglia affidataria, solitamente per i bambini più grandi, e tenendo conto delle caratteristiche e dello stato di salute del minore, oltre che della gravità delle circostanze che ne hanno fatto disporre dal Tribunale l’allontanamento dalla famiglia.

L’amministrazione comunale ha poi attivi diversi contratti con soggetti gestori presenti sul territorio; il dirigente competente può stipulare contratti con i gestori per l’acquisto di pacchetti di posti qualora sia più conveniente rispetto al singolo posto. I soggetti con cui l’amministrazione ha in essere contratti sono generalmente cooperative sociali, fondazioni, istituti religiosi e aziende pubbliche di servizi. Le rette delle strutture variano notevolmente a seconda dei servizi offerti e dei rapporti operatori/minori; in quanto oltre 80% della retta è costituito da costi del personale. A titolo esemplificativo, e non esaustivo, le rette delle comunità che il Comune utilizza sono le seguenti: per le comunità famigliari si attestano intorno ai 60/80 euro al giorno , per le comunità per l’autonomia intorno ai 55/70 euro al giorno, per le comunità educative dai 80 ai 130 euro al giorno (per minori con particolari esigenze terapeutiche è prevista un ulteriore quota aggiuntiva a carico della Asl, quindi Regione).

Photo credit: Cousins via photopin (license)
Photo credit: Cousins via photopin (license)
Cristina Franceschini
Cristina Franceschini

Abbiamo intervistato l’avvocato veronese (ma laureata all’Unimore) Cristina Franceschini, Presidente dell’associazione Finalmente Liberi Onlus”, per capire insieme la situazione adozioni ed affidi in Italia e lo scandalo da loro denunciato, relativo a 211 giudici minorili onorari, che attualmente hanno rapporti professionali ed economici con le “case-famiglia”. Come fanno tali giudici onorari minorili a decidere in modo imparziale se tenere o meno i bambini nelle strutture di accoglienza, se hanno interessi in questi stessi istituti? Una circolare del Csm ha stabilito nuovi criteri d’incompatibilità.

L’avvocato Franceschini commenta a Note Modenesi:“è un dato di fatto che i bambini ospiti delle strutture di accoglienza, vi rimangono per tempi biblici. Anche negli affidamenti temporanei, dove il tempo massimo di permanenza dovrebbe essere 24 mesi, in realtà vengono prorogati anche per 3 o 4 anni. Stiamo parlando di migliaia di bambini, gli ultimi dati aggiornati dal garante dell’infanzia stimano circa 20 mila minori nelle comunità, ma manca il dato relativo agli affidamenti familiari che nei report precedenti ufficiali del Governo si aggirava attorno ai 15 mila. Oggi invece si può ipotizzare addirittura siano arrivati a 40 mila gli affidamenti di minori, fuori famiglia”.

“Le rette pagate dai Comune alle strutture che ospitano i bambini – continua l’avvocato – possono variare molto, le più modeste si aggirano attorno ai 40 euro al giorno le più onerose oltre 400, quindi il Comune (e per alcune comunità terapeutiche anche la ASL della Regione di appartenenza) paga la retta alla struttura di accoglienza del minore. L’istituto però non presenta all’ente né un progetto puntuale con l’indicazione specifica delle varie spese che verranno anche in linea di massima impiegate sulla base del progetto generale del servizio sociale affidatario, né una rendicontazione finale che attesti le attività effettivamente sostenute ed i relativi costi”.

“Non sappiamo quindi, a retta erogata ed in vista del successivo accantonamento per l’ulteriore periodo, come siano stati investiti effettivamente nel dettaglio tutti quei soldi. Se è rimasta liquidità (che in quel caso dovrebbe esser per legge reinvestita nella cooperativa e non spartita tra i soci), o se siano stati investiti tutti per il bambino in questione. Per quanto riguarda le verifiche, le strutture dovrebbero essere soggette a controlli in base alle varie normative riservate alle Regioni, almeno ogni 6 mesi. Però questo non sempre avviene per mancanza di risorse di personale o risorse economiche. Spesso tali controlli avvengono su segnalazione, allora si attiva la procura ed i funzionari del ministero e pare, su segnalazione pervenutami da ex collocati in comunità oggi rientrati, che a volte il personale sapesse il giorno dell’ ispezione in anticipo e vi si adeguasse per tempo”.

Photo credit: The future via photopin (license)

Prosegue Franceschini: “io mi occupo prevalentemente di diritto di famiglia, in particolare di minori, quindi vengo molto spesso a contatto con realtà in cui i ragazzi sono già provati psicologicamente, per grave inadeguatezza familiare o perché vittime di maltrattamento e abusi. E’ giusto che gli stessi vengano, in assenza di parenti entro il quarto grado come previsto dalla legge, portati nelle case famiglia ove possano esser quindi seguiti adeguatamente, aiutati e protetti per poi essere pronti per l’affido o l’adozione, ma ci sono anche non pochi minori che invece vengono allontanati per motivi che potrebbero esser superati con percorsi alternativi alla comunità, senza il trauma dell’allontanamento coatto dai loro affetti. Anche nel caso di conflittualità dei genitori il bambino ha desiderio di tornare a casa da papà e mamma o da uno dei due, non cerca protezione nella comunità e quindi il danno in questi casi è enorme e con effetti permanenti”.

“Il consiglio superiore della magistratura – conclude – aveva già nel 2010 emanato una circolare che vietava a coloro che volessero assumere la nomina di giudice onorario, di avere una carica rappresentativa all’interno di strutture dedicate all’accoglienza di minori. In realtà però molti giudici onorari risultavano incompatibili, perché non avrebbero potuto operare come giudici onorari nei tribunali e come collaboratori delle case famiglia (presidenti, soci fondatori, psicologi, educatori). Sull’onda di numerose segnalazioni che l’associazione “Finalmente Liberi Onlus” da due anni sta effettuando (raccolte anche da varie interrogazioni parlamentari), il Csm il 26 ottobre 2015 ha emanato una nuova circolare in base alla quale ha previsto che non possono essere giudici onorari chi lavora a qualsiasi titolo presso le tali strutture, con procedimento esteso anche ai parenti entro il secondo grado, e gli affini di primo grado, convivente o coniuge del giudice onorario minorile”.

“Un segnale forte che indica, almeno come linea di massima, controlli più serrati. Tale circolare riguarda le nomine per il triennio 2017-2019 ma è già operativa per le relative candidature e per quelle di rinnovo di chi già esercita attualmente. Adesso anche il genitore di un bambino coinvolto nelle case famiglia, potrà almeno contare – salvo i casi dei soliti furbi – sul fatto che il anche il giudice onorario, componente del collegio giudicante e ritenuto qualificato per l’ascolto del minore e per le udienze di audizione dei genitori con ruolo fondamentale per i Tribunale per i minorenni, sia totalmente ed assolutamente terzo, come previsto dalla legge e in regola con le norme previste dal loro organo superiore, ossia il Csm”.

Immagine di copertina, photo credit: Dia Disappointed via photopin (license)

Come commemorare tutti i giorni Paolo Borsellino

La sera del 19 luglio 1992 l’Italia apprende incredula, ancora una volta dopo quel tragico 23 maggio dello stesso anno, un’agghiacciante notizia al tg della sera. Il magistrato antimafia Paolo Borsellino è stato ucciso in un’esplosione in via D’Amelio a Palermo, insieme agli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Eddie Walter Cosina e Vincenzo Fabio Li Muli. Lo Stato italiano impotente.

Nei mesi precedenti alla strage, Paolo Borsellino utilizzava due agende: una di colore grigio ed una di colore rosso. La prima era un normale diario in cui il magistrato annotava gli impegni, le spese e gli spostamenti. L’agenda di colore rosso, ricevuta in dono dall’Arma dei Carabinieri, era invece utilizzata per appuntare pensieri e riflessioni, specialmente dopo la morte del suo collega ed amico fraterno Giovanni Falcone. Da quella agenda Paolo Borsellino non si separava mai, nemmeno il 19 luglio 1992. I familiari del giudice sostengono di aver visto quel giorno il loro caro riporre l’oggetto, come sempre, nella sua borsa. Dopo l’esplosione di via D’Amelio fu rinvenuta intatta la valigetta del giudice, ma nessuna traccia dell’agenda rossa. Chi l’ha fatta prontamente sparire? Quali nomi aveva annotato Borsellino su quell’agenda?

Fonte immagine: LaLaPa.
Fonte immagine: LaLaPa.

Nel 1992 avevo solo 9 anni, ma ricordo che la notizia dell’uccisione di quei magistrati a Palermo, città che avevo già visitato 2 volte, mi aveva terribilmente inquietata. L’estate successiva insieme ai miei genitori tornammo in Sicilia in vacanza, andammo anche a Palermo. Non riesco a spiegare a parole quello che provai osservando i luoghi delle stragi, Capaci e via D’Amelio… forse compresi realmente per la prima volta in vita mia il significato del “male”. Ingenuamente poi fui sollevata quando mi dissero che il “cattivo” (Totò Riina) era da poco stato catturato. Oggi a distanza di molti anni, tornando da adulta in quei luoghi, sono profondamente commossa pensando al sacrificio fatto da quelle persone, uccise nelle stragi. Spesso li ricordiamo solo nei giorni tragici in cui li abbiamo persi apparentemente, dimenticando che il loro esempio deve essere vivo nelle nostre azioni quotidiane. I loro insegnamenti continuano a vivere nei cuori delle persone oneste, le loro idee camminano sulle nostre gambe.

Il 19 gennaio 2016, sarebbe stato il settantaseiesimo compleanno del magistrato, e proprio in questa data, si è tenuta una serata importante a Formigine, in ricordo del giudice ucciso dalla mafia, a cura del Movimento Agende Rosse di Modena – gruppo Mauro Rostagno – cha ha voluto commemorare l’uomo ed il magistrato nel giorno del suo compleanno, ricordandone la vita ed il lavoro. Durante la serata si sono succeduti filmati, letture, stralci di interviste, ed il contributo del professor Enzo Guidotto, presidente dell’ “Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”, membro del “Gruppo di lavoro finalizzato a promuovere iniziative ed attività volte a sostenere la cultura della legalità tra i giovani” del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, presidente onorario dell’associazione “Ossermafia Italia – Uniti in memoria di Paolo e Agnese Borsellino”, creata dai familiari e da parenti del magistrato e della moglie. Il professor Guidotto ha ricordato con episodi molto toccanti e personali Paolo Borsellino uomo, amico, padre e marito, prima che magistrato antimafia.

Sara Donatelli e Vincenzo Guidotto
Sara Donatelli e Vincenzo Guidotto

Abbiamo intervistato Sara Donatelli, referente del Movimento Agende Rosse – gruppo Mauro Rostagno – di Modena e provincia, per capire meglio quanto è importante promuovere la cultura della legalità e la lotta contro la mafia, in una città come Modena.

Cosa significa oggi, far parte delle Agende Rosse a Modena e quanto è importante promuovere la cultura della legalità, nella nostra città?

Il nostro gruppo esiste attivamente sul territorio da circa due anni, il Movimento Agende Rosse nasce grazie a Salvatore Borsellino nel 2009 che scelto come simbolo della nostra lotta, la famosa agenda rossa che scomparì misteriosamente durante l’attentato di via D’Amelio il 19 luglio 1992, simbolo attraverso il quale noi chiediamo attraverso le Istituzioni di fare luce su quanto realmente avvenne riguardo le stragi dove persero la vita Borsellino, Falcone e le rispettive scorte. Essere Agende Rosse a Modena è molto difficile, paradossalmente, più complicato qui che al sud. La Sicilia è una terra che ha visto tanti morti ammazzati dalla mafia, ha visto il sangue, le lotte vere. L’Emilia Romagna non è pronta ad accettare che anche qui la mafia esiste da più di 30 anni, è diversa perché non uccide e toglie il respiro pian piano, ma è mafia comunque. Promuovere la cultura della legalità è fondamentale a Modena e in tutto il resto d’Italia e deve partire dalle scuole, noi proviamo a farci sentire presso le medie inferiori e superiori, per far capire ai ragazzi che il futuro sono loro, la legalità è nelle loro mani, spigandogli che non è qualcosa di astratto bensì di concreto, che passa attraverso la vita di tutti i giorni, in base alle scelte che si fanno quotidianamente, solo così i bambini ed i ragazzi faranno della legalità il loro bene primario e saranno adulti migliori.

Modena qualche mese fa ha consegnato la cittadinanza onoraria ad Antonino Di Matteo, magistrato in prima linea nella lotta contro la mafia. Oltre a questo atto simbolico, cosa dovrebbe fare la politica modenese, per sostenere il suo lavoro e quello degli altri magistrati antimafia?

Aver dato la cittadinanza onoraria simbolica a Di Matteo è stato un gesto importantissimo, però non basta, poiché nel momento in cui un cittadino della propria città viene minacciato di morte, bisogna farsi avanti e manifestare in piazza, mantenere alta e costante l’attenzione… cosa che a mio parere non viene fatta. Ovviamente la città di Modena, come tutte, ha i suoi problemi locali ed è giusto che la classe politica modenese se ne occupi, ma nel momento in cui la città sceglie di “prendersi cura” del magistrato Di Matteo scegliendo di consegnare a lui la cittadinanza onoraria, deve anche seguire quelli che sono gli accadimenti che avvengono a Palermo. Nel concreto, ad esempio, si possono aiutare le associazioni che si occupano di antimafia a farsi conoscere sul territorio, creare sinergie, dare loro degli spazi non a pagamento per parlare di lotta alla mafia, poiché molte associazioni non prendono sovvenzioni dallo Stato, quindi sarebbe un ottimo segnale da parte della politica modenese venirci incontro, e soprattutto mantenersi sempre coerenti.

Borsellino vive 2

Formigine, luogo dove si è tenuto l’evento dedicato a Paolo Borsellino, è tra i comuni sottoscrittori della “Carta di Avviso Pubblico”. Il 21 gennaio in Consiglio Comunale l’Assessore Regionale alla legalità Massimo Mezzetti illustrerà in anteprima a livello provinciale, la proposta di legge regionale relativa al Testo Unico sulla legalità. Trovate utile, la sottoscrizione di tali carte di buoni intenti, o sono altri gli strumenti che rendono effettiva l’affermazione della legalità?

Anche se sono proposte utili ed importanti, tutto questo non basta. Io sono cresciuta in Sicilia, ed impari a riconoscere l’odore di mafia, la puzza, ho gli anticorpi dentro di me. Qui gli anticorpi non ci sono, ed il modo per prevenire tutto questo non è una legge o un’iniziativa che proviene “dall’alto”. Chi ha il compito di gestire a livello politico le questioni riguardo la mafia, deve togliersi la cravatta, scendere in piazza, deve metterci la faccia, essere coerente e tempestivo con le proprie azioni. Basta comunicati stampa anonimi in cui quando si parla di lotta alla mafia si usano parole svuotate di senso, noi abbiamo bisogno di persone che abbiano un ruolo attivo all’interno della politica e che vengano in piazza con noi, purtroppo questo ancora oggi non avviene.

Cosa significa chiedere verità e giustizia, riguardo l’uccisione di Borsellino?

Bisogna accettare l’idea che l’uccisione di Paolo Borsellino non è stato un omicidio di mafia, bensì un omicidio di Stato. Accettare l’idea che lo Stato ha avuto, purtroppo, una parte molto attiva nelle stragi di entrambi i magistrati. E’ importante mantenere alta l’attenzione sul processo che sta avvenendo a Caltanissetta, capire quale è stato il ruolo dei servizi segreti, rendersi conto che Borsellino dopo il 23 maggio sapeva che il prossimo ad essere ucciso sarebbe stato lui… quindi la domanda che noi ci facciamo è perché non è stato protetto? Perché coloro che potevano tutelarlo non hanno agito in tempo? Probabilmente perché c’era proprio la volontà di isolarlo. Cercare la verità per noi è fondamentale… una verità che forse già sappiamo, ma che anche lo Stato deve riconoscere ed ammettere le proprie colpe, cosa che ad oggi non sta avvenendo.

“Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri.”

Paolo Borsellino

La magia semplice del Natale tra le vie del borgo

Quest’anno con l’avvicinarsi delle festività natalizie, si riapre il dibattito dei favorevoli o contrari riguardo la realizzazione del presepe, soprattutto nelle scuole materne, elementari ed asili nido. Alcuni dirigenti scolastici (non parliamo di un solo episodio) da nord a sud Italia, hanno deciso di non far realizzare il presepe a scuola, recite natalizie rappresentanti la natività o canti tradizionali, per non urtare la sensibilità degli alunni di culture e religioni diverse. C’è chi ha sostituito i canti religiosi con filastrocche di Gianni Rodari, ed altri rimpiazzeranno la tradizionale Festa Natalizia con la Festa d’Inverno. Molte le prese di posizione contrarie, politiche e non solo, in merito a tali decisioni poiché per tante persone i simboli del Natale rappresentano la nostra cultura, che è alla base delle nostre radici e tradizioni, il presepe può addirittura significare un mezzo di integrazione e condivisione, e tramettere messaggi universali quali l’accoglienza e la pace. Non festeggiare il Natale nelle scuole, significa anche non poter sfruttare appieno un momento di creatività, collaborazione e condivisione di tutti i bambini/alunni.

Il nostro Paese in un momento storico così delicato ha oggettivamente necessità di valori in cui credere quali la fratellanza e la solidarietà, oggi un po’ sbiaditi dal tempo. Chi ha deciso di non abbandonare le proprie radici natalizie è Frassineti, piccola frazione di Pavullo nel Frignano, Modena. Domenica 13 dicembre è stata inaugurata, per il quinto anno consecutivo, una mostra di presepi, alberi e ghirlande assolutamente unica ed originale denominata “Natale nel Borgo”. Queste bellissime opere natalizie si trovano lungo le strade e le vie di Frassineti, con la possibilità di ammirarle sino al 10 gennaio 2016. Quello che colpisce maggiormente è l’attenzione e cura dei dettagli, nulla è lasciato al caso nella straordinaria scenografia di questo borgo. Una frazione intera si mobilita, ogni famiglia lavora per realizzare al meglio le proprie opere natalizie con i materiali più vari: sughero, terracotta, plastica, stoffa, legno, cera, ferro, materiali riciclati. Gli oggetti artigianali sono ubicati ovunque, all’interno di cortili, giardini, panchine, porticati, siepi… realizzazioni uniche, installazioni piccole o monumentali, raffigurazioni tradizionali o creazioni contemporanee. Atmosfere incantate.

Il gruppo di canti tradizionali LEPLIOMA durante il concerto
Il gruppo di canti tradizionali LEPLIOMA durante il concerto

Eravamo presenti all’inaugurazione della mostra per catturare le sensazioni dei visitatori, intervistare gli organizzatori, assistere al concerto del gruppo LEPLIOMA (di cui fa parte Lele Chiodi, personaggio storico della musica popolare italiana, che negli anni ’70 costituisce il gruppo “I Viulàn”. Chiodi ha collaborato agli ultimi due lavori discografici di Francesco Guccini partecipando alle sue tourneé come sua seconda voce), goderci le opere ed immergerci totalmente nel magico spirito del Natale.

Marco Venturelli, abitante di Frassineti ed uno degli organizzatori di Natale nel Borgo commenta a Note Modenesi “questa idea parte qualche anno fa, poco alla volta, abbiamo deciso di realizzare dei presepi facendo partecipare attivamente tutti gli abitanti del borgo, ma anche nostri amici di frazioni vicine, di Pavullo, di Modena o Bologna. Inizialmente il tema era la natività, poi successivamente siamo passati alle ghirlande, gli alberi, i decori coinvolgendo l’intera frazione in un’unica grande mostra artistica. Tutto questo è curato dal circolo culturale e parrocchia di Frassineti, di cui facciamo parte, c’è una direzione artistica e scenografica dei nostri eventi curata da una ragazza che si chiama Norma (sia il Natale che la nostra sagra di Frassineti, la prima settimana di luglio). La mostra sarà aperta sino al 10 gennaio 2016. Per l’epifania alle 12.30, organizzeremo un pranzo presso il nostro circolo, aperto a tutti, e come ogni anno il ricavato sarà devoluto in beneficienza ed aiuteremo, persone in difficoltà economiche della nostra comunità di Pavullo, poiché purtroppo con la crisi non c’è bisogno di andare troppo lontano per aiutare gli altri. Per quello che riguarda la discussione di eliminare in molte scuole le festività natalizie legate alla natività, io credo sia inutile voler cambiare la cultura e le tradizioni di un paese, io sono cattolico, sono stato battezzato, festeggio il Natale e faccio il presepe, perché sono nato in un paese cattolico, se fossi nato al Cairo molto probabilmente sarei musulmano e non avrei festeggiato, quindi la cultura e la religione spesso va di pari passo con il luogo in cui viviamo e cresciamo. Per me abbandonare la propria cultura e tradizioni, è un po’ come andare contro le proprie origini”.

La piazza principale Frassineti.
La piazza principale di Frassineti.

Marcella, di Pavullo “è già il terzo anno che vengo con la mia famiglia a Frassineti a visitare questo borgo bellissimo, davvero un luogo che diventa un’opera d’arte nel periodo di Natale. Molto originale. Ogni dettaglio non è lasciato al caso, ci sono tanti presepi, ghirlande, decori colorati, realizzati con molti materiali diversi, tante belle luci colorate, complimenti alla creatività degli organizzatori. Questo borgo fa percepire tantissimo il vero spirito del natale. E al giorno d’oggi ce n’è tanto bisogno”.

Marica Palladini, abitante di Frassineti “è il quinto anno che portiamo avanti tutti insieme questa tradizione, partita da alcuni abitanti e poi hanno deciso di aderire praticamente quasi tutti, poiché è un’attività che riunisce le famiglie in un unico progetto comune, realizzare presepi e decorazioni per le vie del nostro borgo, con la voglia di mantenere ben salde le nostre tradizioni e radici.

Alessandro, di Modena “non conoscevo questa bella iniziativa, mi hanno portato qui i miei genitori. Io abito a Modena e devo essere sincero, quello che ho trovato a Frassineti è stato davvero un bel regalo. Giù noi siamo tutti immersi nei nostri pensieri, impegni che a malapena riusciamo ad accorgerci che il 25 dicembre sta arrivando. In tanti non vedono l’ora che passino le feste natalizie. Quest’anno però, forse anche in risposta agli eventi accaduti a Parigi, sin da fine novembre ho notato uno sbocciare di lampadine colorate. Anche noi, solitamente aspettavamo l’8 dicembre per gli addobbi, ma quest’anno già il sabato prima era tutto pronto, albero, presepe e luci. Mio papà ci teneva molto a sentire cantare lo storico gruppo “Leplioma” che si sono esibiti con le canzoni tradizionali natalizie, poi adesso bere qui il vin brulè, mangiare i ciacci, i borlenghi tutto offerto dagli abitanti del borgo…una generosità ed un calore di altri tempi. Il 24 dicembre voglio portare su anche mia moglie perché un’esperienza come questa va assolutamente condivisa”.

Rita Ricci, abitante di Frassineti “a noi piace molto festeggiare il natale, accogliere le persone che vengono sempre molto volentieri a vedere il nostro borgo allestito a festa, ci teniamo alle nostre tradizioni.

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Paolo, di Formigine “è fondamentale rispettare le proprie radici, perché ognuno deve essere se stesso con gli altri, e per questo non deve annullarsi, ma portare con se i propri valori e condividerli con il prossimo, altrimenti si avrebbe l’incontro di due nulla…e zero più zero fa zero. Ci vuole una base di valori comuni, ad esempio l’umanità, a parte questo aspetto il resto è solo ricchezza. Più tradizioni diverse ci sono, meglio è. In questo borgo, i suoi abitanti raccontano la propria storia, attraverso questi bellissimi presepi, decorazioni, ghirlande. Frassineti è un luogo che ci ha dato tanto, in quanto dal 1974 noi abbiamo comprato un podere qui, e sono quarant’anni che noi scout della Valcinghiana veniamo in questo luogo, diventando parte della comunità. Questo borgo è speciale, perché c’è una disponibilità, accoglienza ed attenzione incredibile. Ci tengono alle tradizioni, perché questa è la festa dell’intera comunità. Come ogni anno, noi ci teniamo che sia presente a Frassineti anche il nostro presepe della Valcinghiana”.

Gli eventi in calendario a Frassineti per le festività vedranno il 24 dicembre, la messa della viglia di Natale alle 22.15 e successivamente dolci, vin brulè per tutti, con l’arrivo di Babbo Natale. Venerdì 1 Gennaio 2016 ci sarà il 5° Concerto di Capodanno alle ore 17,00 a cura del coro interparrocchiale dal titolo “Un Nuovo Giorno” a seguire borlenghi, dolci e vin brulè. Per l’epifania invece, ci sarà un pranzo ed ricavato sarà devoluto in beneficenza. Per tutti i bambini arriverà la befana sulla sua scopa. Tutti gli eventi sono a cura della Parrocchia e del Circolo Frassineti. Anche in questa edizione, come gli anni precedenti, sono attesi molti visitatori che apprezzeranno certamente la meticolosità, con la quale ogni piccolo particolare è stato curato da questa straordinaria e solidale comunità.

L’ultimo commento è di Dario, un signore speciale di Milano, ma nativo di Pavullo “questo è il secondo anno che vengo in questo borgo. Oggi vivo a Milano, appena finita la guerra mi sono trasferito là, a servizio di una famiglia benestante del nord Italia, però le mie radici le ho qui a Pavullo, adesso che sono anziano il natale lo passo qui. Quando l’anno scorso mio cugino mi ha detto che mi avrebbe fatto rivivere i ricordi del passato non pensavo di ritrovarmi di colpo catapultato dentro ad una cartolina che anche nei miei ricordi più cari, era ormai sbiadita. Nel dopoguerra la vita era dura, io, mio fratello ed i miei cugini facevamo il presepe in una cassetta della frutta, il bue, l’asinello, la Madonna, San Giuseppe e tutti i personaggi del nostro Presepio erano fatti intagliando pezzetti di corteccia o vecchi tappi di sughero presi in cantina. Ricordo ancora che avevamo costruito anche un bel carretto colorato e le ruote le avevamo fatte utilizzando un rocchetto di legno, di quelli su cui si avvolgeva lo spago, che ci aveva dato la nostra cara nonna Anna. Era un presepio semplice, ma era proprio nella povertà dei materiali e nella voglia di farlo ogni anno sempre più bello, che si poteva toccare la magia del Natale, ogni pezzo che aggiungevamo aveva una sua storia. Ecco, ritornando in questo borghetto ho ritrovato quella genuinità che oggi purtroppo si è un po’ persa. Vede, camminando per le strade di Frassineti, illuminate solo dalle candele e dai ceppi accesi, viene spontaneo quando si incrocia qualcuno, di salutarlo, anche se non lo si conosce, provi, vedrà che non scherzo. E’ bello vedere che ci sono persone che in questi anni hanno lavorato per ridare vita alle tradizioni, per dare la possibilità ai tanti bimbi che oggi sono qui all’aria aperta, e non in un centro commerciale, di vedere che cosa dovrebbe essere davvero il Natale. Calore umano, semplicità e voglia di stare insieme”.

Seguendo il consiglio di Dario, piacevolmente colpita da quello che avevo appena ascoltato, ho cominciato a salutare le persone sconosciute che incontravo lungo il mio cammino di scoperta e contemplazione di questo luogo speciale… un gesto semplice, andato forse perduto, ma che ogni tanto dovremmo ricordarci di fare, per nutrire lo spirito ed il cuore.