Maturità 2017: tra gaffe da cabaret, sound check ed elicotteri in volo

«Maturità, t’avessi preso prima
Le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero»
(Antonello Venditti,
Notte prima degli esami)

Chiedere a qualcuno cosa ricorda del suo esame di maturità è sempre un’esperienza mistica. C’è anche chi lo sogna ancora, o sogna di non averlo passato e di doverlo sostenere di nuovo. Dopotutto, è la prima grande occasione per dimostrare a se stessi e agli altri quanto si vale, raccogliendo i frutti di cinque anni di studi. È un momento catartico – quasi un rito d’iniziazione – in cui si dà l’addio a scuola e adolescenza (non rendendosene conto fino in fondo), per lanciarsi in nuove avventure: il lavoro, l’università o il mitico anno sabbatico. La maturità del 2017, bisogna essere sinceri, non è nata proprio sotto una buona stella con la gaffe di ortografia sul sito del Miur che ha fatto ridere tutta la tribù: «Traccie prove scritte». Un banale refuso. Ma il web e il tempo reale non perdonano: dopo la moltitudine di condivisioni sui social, il ministero ha dovuto subito fare ammenda: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».
Eppure, a quanto pare, non è stata l’unica gaffe cabarettistica che quest’anno è arrivata dal ministero. Ho incontrato Antonella Battilani, professoressa di Discipline Grafiche all’Istituto Superiore d’Arte “A. Venturi”, per passare in rassegna le calde giornate dell’esame di quest’anno, vissuto ‘in trincea’ fra esplosivi sound check e fragorosi elicotteri.

Tre giorni di tour de force
Il caldo prosegue assillante, anche dopo la maturità. La prof è già seduta in uno dei pochi ritagli di ombra di cui può godere il bar dove ci siamo dati appuntamento. Appoggiamo i fogli della seconda prova sul tavolino in legno e iniziamo a passarlo in rassegna. Il tema prevedeva la progettazione di una collana di libri di testo per il liceo artistico – con focus su tre materie a scelta dello studente – oltre allo studio e alla realizzazione di materiale promozionale, un catalogo di 36 pagine e tre loghi.
«Già il titolo», mi fa notare, «è autoreferenziale: siamo al liceo artistico, e cosa ti fanno progettare? Una collana di libri di testo per il liceo artistico. La cover di per sé è un bellissimo tema di grafica editoriale. L’unico picco creativo era scegliere le materie e interpretarle con tre stili diversi. Quindi: tre cover con tre pensieri progettuali forti e tre linguaggi espressivi avrebbero già costituito un esame completo. Ci si poteva fermare lì, no? Per noi docenti sarebbe stato più che sufficiente per dare le valutazioni. E invece no…».

maturità-2017-prova-liceo-artistico Infatti, i vari problemi sono sorti – secondo la professoressa – per le altre e numerose richieste inserite nella prova. Scorro il testo, e mi saltano all’occhio le parole «folder di 36 pagine». Alzo lo sguardo, e chiedo delucidazioni.
«Il folder di 36 pagine, in realtà, non può esistere», risponde. «Il folder – dall’inglese to fold, “piegare” – è qualcosa che si piega o, al massimo, una cartellina. Quello che al ministero immaginavano è un catalogo, forse. Noi abbiamo deciso di fare realizzare agli studenti tre doppie pagine in cui evidenziare copertina, quarta di copertina, l’introduzione e una doppia interna per vedere come è stata strutturata la gabbia. Con questa richiesta, insomma, siamo entrati nel delirio».
Ma non è finita. Nelle ultime righe del primo foglio leggo: «In prima di copertina: autore, titolo, nome della disciplina a cui si riferisce, logo dell’editore, nome o logo della collana; in quarta di copertina: un testo di presentazione del volume di 300 battute, indicazione per testi accessori come IBAN, prezzo, box […]» eccetera.
IBAN? Ma l’IBAN non è forse l’International Bank Account Number?
«Questa è la vera chicca», mi dice la prof ridendo di gusto. «Pensa che io in aula, il testo, l’avevo letto giusto. Lectio facilior, si suol dire. Solo qualche minuto dopo è arrivata la presidente facendomi notare che era stato scritto davvero IBAN anziché ISBN. L’altra ‘perdita di tempo’, oltre al folder, sono stati i loghi: il logo de “Le Guide” in primis più altri due. In tre giorni, con quaranta gradi, uno ‘schiavismo’ totale».

Scene di ordinaria surrealtà
«La classe più piccola è stata messa nell’aula più grande, e quella più grande nell’aula più piccola. Allora, per evitare che gli studenti stessero male, li abbiamo disposti su due aule. I ventilatori non bastavano, neanche quelli acquistati da noi docenti». L’unico modo per fare entrare il poco ossigeno rimasto, in un’aria densa come vapore nebulizzato, era quello di aprire ancora di più le finestre.
Ed è con il sorriso che la prof mi racconta come hanno fatto: «Il vicepreside, con atto eroico, è entrato in aula munito di bastone di legno con cucchiaino in punta rigirato ed è riuscito ad aprire una parte delle finestre basculanti». Una sorta di opera d’arte dadaista incastonata per errore in Amarcord.
Ma i primi giorni della maturità non è stato solo il caldo a creare disagi a studenti e insegnanti: prima il sound check del concertone di Vasco e poi gli elicotteri sono stati altri elementi di disturbo in una situazione già soavemente in bilico.
«Pensa che uno dei miei studenti, anziché scrivere ‘Saperi in Espansione’ nell’headline della locandina, ha scritto ‘Sapori in Espansione’: aveva fame – in testa probabilmente aveva il gnocco fritto – ma l’abbiamo perdonato. Oltretutto, ha realizzato un lavoro davvero stupendo».
Mentre parliamo, arrivano due suoi studenti. Neanche a farlo apposta. Contenti e orgogliosi, con in mano il book fresco di stampa che presenteranno all’orale.
Chiedo anche a loro un parere sulla prova di progettazione. «È stata stimolante». Non sembrano sconvolti, né dall’IBAN né dal folder di 36 pagine.
«Vedi? Basta presentare e spiegare nel modo giusto le cose ai propri studenti», sottolinea la prof. «Quello che a loro dico sempre, come lezione di vita, è: “Trovate il modo di divertirvi in qualunque cosa facciate”».
I due ragazzi si siedono al tavolo accanto al nostro, continuando a parlare di grafica con inesauribile passione.
«Comunque, se il trend nelle tracce di maturità è questo», conclude la docente, «mi aspetto che l’anno prossimo chiederanno ai ragazzi di progettare la grafica per delle coppette di gelato. Speriamo di no».

 

L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

Poco prima di intervistare Marianna Sautto sul tema dell’amore a distanza, avevo ascoltato alla radio una canzone che entrerà probabilmente nella top ten dei tormentoni estivi. Una canzone che, sia nel ritmo sia nelle riprese “effetto Studio Uno” del videoclip, strizza simpaticamente l’occhiolino agli anni Sessanta. Il titolo è L’esercito del selfie, e con un’elevata probabilità tutti – volenti o nolenti – a breve la canticchieremo. Il ritornello – «Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa […]» – ironizza sul fatto che oggi moltissime persone preferiscano comunicare e condividere le proprie esperienze sui canali social, dimenticandosi di quanto sia importante – specialmente in coppia – vedersi, sfiorarsi viversi. Ecco, conoscendo più da vicino la storia d’amore di Marianna, quel ritmo giocoso ha lasciato spazio a riflessioni più profonde, legate ai temi della distanza e del lavoro. Quasi da due anni, infatti, ogni venerdì da Modena prende l’aereo e va a Londra per raggiungere l’uomo che ama. Ed è proprio in situazioni come la sua che ci si accorge che – nonostante Facebook, Skype, Whatsapp e Facetime – la lontananza resta ancora una barriera.

MariannaIn un articolo pubblicato di recente su Internazionale, lo scrittore Alain de Botton parla degli aspetti positivi del vivere a distanza. Vorrei quindi un tuo parere, visto che è una situazione che vivi molto da vicino.
«Per me, di positivo, c’è poco. Credo questo dipenda anche dall’età in cui uno vive una relazione a distanza. Magari i ventenni o i trentenni la vivrebbero certamente meglio. Alla mia età [quasi 39 a settembre], ci sono aspetti che ti mancano davvero tanto. Mi manca, in primis, la quotidianità nel rapporto. Ho già avuto convivenze, quindi so cosa vuol dire vivere assieme il quotidiano».

Alain de Botton sostiene che uno degli aspetti positivi della distanza sia la comunicazione, cosa che a molte coppie oggi pare mancare. Chi ama da lontano deve raccontare, descrivere, analizzare diversi aspetti…
«È vero, ma dipende anche dalle persone. Io per esempio ho bisogno del contatto fisico con la persona che amo. Con i ritmi di oggi però è anche difficile trovare il tempo per concentrare tutto in una telefonata. E comunque tra me e lui c’è sempre in mezzo un barriera, un filtro. Se volevi intervistarmi per avere conferma degli aspetti positivi, non sono proprio la persona giusta [ride]».

E invece credo di sì, perché un po’ la penso come te. Mettiamola così: farò la banderuola tra gli aspetti positivi del vivere a distanza e quelli negativi.
«La mia relazione è da sempre fondata sulla distanza e sui posti che non mi appartengono: lui è romano, io vivo a Formigine. Ci siamo conosciuti in Sicilia, al mare, e in tre giorni ci siamo innamorati. Inizialmente abbiamo fatto un periodo fra Modena e Roma, poi lui si è trasferito a Londra. Ci vediamo praticamente tutti i weekend. Questi spostamenti hanno un costo, e notevole. Quindi la relazione è anche economicamente difficile da sostenere. Siamo d’accordo che la distanza non potrà durare ancora per molto».

Il vostro progetto è quello di ricongiungervi?
«È tutto molto complicato. Lui è nella “fase calda” della sua carriera e vuole conquistare una certa posizione dal punto di vista lavorativo. Ha in progetto di spostarsi ancora, ma certamente non di tornare in Italia. Quello che all’estero puoi ottenere a livello lavorativo – e non parlo solo dell’aspetto economico – in Italia non puoi averlo. Purtroppo».

Immagino lui abbia fatto questa scelta perché era una proposta che non si poteva rifiutare…
«Era una buona proposta, sì. Probabilmente, sarò io che mi dovrò spostare: anche se non so ancora dove andrò. Ci siamo posti come limite un anno: in quel momento decideremo. Stare insieme un giorno e mezzo rende tutto falsato: è come vivere in una realtà virtuale, compressa, costruita. Smetto di lavorare il venerdì pomeriggio, prendo l’aereo e vado a Londra per ritornare la domenica sera o a volte il lunedì mattina. La situazione che stiamo vivendo, insomma, è stancante anche da un punto di vista fisico. O sono in ufficio o sono in aereo».

marianna2È più facile gestirla, secondo te, con gli strumenti che si hanno a disposizione adesso? La vostra stessa situazione, quindici anni fa, come sarebbe evoluta?
«Probabilmente non l’avrei presa in considerazione. Per come la vivo ora, credo sarebbe stata insopportabile. Già adesso per me non è abbastanza, nonostante le possibilità di contatto che ci offre la tecnologia».

È triste pensare al fatto che abbiate dovuto accettare questo compromesso in parte a causa di una situazione lavorativa terribile in cui tuttora versa l’Italia.
«Assolutamente sì. Lui ama Roma, la sua città, ma ha dovuto scegliere Londra per un lavoro che qui non avrebbe mai potuto avere. Fra l’altro, c’è un altro problema connesso a questo argomento: io sono figlia unica, e il fatto di dover cambiare vita a quasi quarant’anni sarà molto difficile. Sono un sostegno per la mia famiglia, dato che mio padre è rimasto senza lavoro. La mia famiglia è sempre stata benestante, ma purtroppo mio padre lavorava nell’edilizia…».

Credo che un paese come l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile di una situazione come la vostra.
«Hai presente le frasi che senti dire spesso in TV e che non immagini potrebbero mai entrare a far parte della tua esistenza? Ora la dico a me stessa: “non pensavo saremmo arrivati a questi livelli”. La nostra situazione sta diventando davvero complicata. Non voglio lanciare alcun j’accuse, né perdermi in ragionamenti di politica sociale, ma così è».

Torno un attimo all’argomento dell’amore a distanza. Avete vissuto inizialmente la vostra relazione tra Modena e Roma, ora vi barcamenate tra Modena e Londra. Immagino sia stata da subito una sfida. Ma – si sa – le sfide si accettano solo se il sentimento è potente.
«Sì, ci siamo conosciuti nell’estate del 2014. Poi, dopo circa sei mesi, il mio compagno è andato nel Regno Unito. A Londra ho conosciuto una realtà che avevo solo intravisto, e mi sono resa conto di quanto sia limitata la vita qui. L’aspetto positivo è questo: quando deciderò di spostarmi, sceglierò una città che mi possa dare tanto. Mi dovrò reinventare a 39 anni, ma ci sono paesi che possono rendere questo salto molto più “indolore”. Se uno a quarant’anni da Londra venisse qui, che lavoro potrebbe fare? La relazione a distanza mi ha sconvolto l’esistenza, perché mi ha fornito una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Un lato positivo della distanza – vedi?! – alla fine l’abbiamo trovato».

Vivi all’ombra della Big Ben Tower da due anni solo nel weekend, ma immagino ti senta a casa ormai, anche solo per poche ore. Qual è il tuo luogo di Londra?
«Mi vengono subito in mente alcuni posti, legati al rito della colazione: la colazione per me è uno dei momenti più intimi del vivere una relazione. Il rito del nostro breakfast ha luogo nella Nappy Valley (il “quartiere dei pannolini”): o andiamo in un caffè italiano che fa torte buonissime o da Gail’s. Ogni tanto, ci concediamo una colazione ipercalorica british style».

Nappy Valley?
«È un quartiere curato, grazioso, in cui vivono molte coppie giovani (e abbastanza ricche) con figli».

Come ti senti oggi?
«È come vivere due vite parallele: quando il mio compagno mi raggiunge a Magreta, passa dalla megalopoli alla sinuosa campagna emiliana. Siamo sempre o su un treno o su un aereo o su una metropolitana. A Londra mi sono creata alcuni punti di riferimento, perché ho l’esigenza inconscia di vivere la quotidianità per non sentirmi sempre in viaggio, o in prestito. All’inizio tutto era nuovo, andare là era solo un bel viaggio. A pochi passi da London Eye, lungo il Tamigi, c’è una bancarella di libri usati a cui sono molto legata: il primo libro che ho acquistato è stata la prima edizione di un Harry Potter. Torno sempre lì, per cercare altri libri del maghetto: è l’ennesimo rito, l’ennesimo momento nostro che ci lega nei weekend britannici. La verità, però, è che ci metterei la firma ad averlo qui».

Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

unione-campanari-modenesi-san-francesco-modena-intervista

Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
«
A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

modena-chiesa-san-francesco-campanile-vista

I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

Alla ricerca di piccoli capolavori di tipografia urbana

Opere d’arte dove non te l’aspetteresti. Piccoli capolavori di tipografia urbana come perle sparse all’interno del tessuto delle città. Per vederle non si deve pagare un biglietto: basta, di tanto in tanto, alzare lo sguardo con lo stupore e la voglia di esplorare che hanno i bambini. E ci si renderà conto di meraviglie spesso ignorate, incastonate fra architravi o all’interno di lunette, talvolta impreziosite da un sottile strato di foglia d’oro, il più delle volte sbiadite o graffiate. Stiamo parlando di insegne. La particolarità di questi caratteri tipografici risiede nella loro eclettica varietà: difficile, se non impossibile, scovarne due identiche. L’unica cosa che le accomuna è il fatto che sono frutto di esperienza, creatività e perizia tecnica di grandi artigiani. Dal 27 maggio di quest’anno Francesco Ceccarelli e Lia Roncaglia – rispettivamente presidente e graphic designer di Bunker – gestiscono la pagina Facebook “Lettering da Modena”, un variopinto luogo virtuale dove catalogare, mostrare e mappare le insegne più interessanti di Modena. Il loro impegno s’inscrive in un progetto ad ampio respiro che raccoglie le esperienze di varie città italiane – Lettering da, appunto – ideato da Silvia Virgillo. Una nuova prospettiva, da cui ammirare la città.

insegna-lanastile-modena-lettering-da

Vi chiederei innanzitutto com’è nato il progetto “Lettering da Modena”. È sorto in concomitanza della nuova edizione del libro L’Italia insegna di James Clough?
F: In un certo senso mi stai chiedendo se sia nato prima l’uovo o la gallina [sorride]. In quanto soci e art director di Lazy Dog Press, abbiamo avuto l’occasione di progettare il libro che indaga oltre vent’anni di ricerca di James. Lui ama tutto ciò che noi italiani generalmente critichiamo: il fatto che, per esempio, non ci sia un’immagine coordinata all’interno delle città italiane per James è motivo di profondo interesse. Anche perché nel Regno Unito i caratteri tipografici utilizzati per insegne o steli commemorative sono praticamente tutti identici. Dalla follia italiana si generano la genialità e la varietà in diversi campi, non solo quello del lettering.

Il fatto che poi voi abbiate iniziato a seguire il progetto “Lettering da Modena”, ora anche su Facebook, è stato una diretta conseguenza della pubblicazione del libro di Clough?
L: È stata una fortunata concomitanza di eventi. Silvia Virgillo è colei che ha ideato e creato il progetto “Lettering da”, che è il collettore delle varie esperienze di lettering sparse sul territorio nazionale. Questo progetto nasce a Torino, in modo assolutamente spontaneo.
F: Esatto: noi stavamo lavorando al libro, Silvia aveva dato il la al suo progetto, l’attenzione alle insegne andava crescendo indipendentemente da noi e così sono nate le varie pagine Facebook. Chiedere la licenza di aprire “Lettering da Modena” è stata una naturale conseguenza. Oltre a queste pagine, fra l’altro, ne stanno nascendo tante altre.

Vedo che sulla pagina Facebook state seguendo regole editoriali ben precise: ogni foto pubblicata viene accompagnata a un testo estremamente ‘essenziale’: il simbolo # (l’hashtag) e una numerazione progressiva. Il focus è dunque sull’immagine.
L: L’idea è quella di costruire un archivio digitale capace anche di mappare la posizione di queste insegne: numerare le immagini e dare loro una collocazione geografica all’interno della trama urbana. Questo è il nostro obiettivo.
F: Una volta esaurite le insegne all’interno della cerchia urbana, potremo anche allargare il raggio d’azione alla provincia. Per ora, ci focalizziamo su Modena. Da typo-nerd quali siamo, di alcune insegne particolarmente interessanti estrapoliamo il tracciato vettoriale in modo da averne una ricostruzione grafica che potrà poi essere utilizzata per progetti futuri, quali pubblicazioni o mostre.

lettering-da-modena-francesco-ceccarelli-lia-roncaglia

Trovo anche molto interessante il fatto che in questo modo si conserva la memoria di queste insegne, grazie al social più utilizzato al mondo: Facebook. Mettiamo che una di queste insegne storiche venga eliminata da una nuova – e poco assennata – gestione: voi ne avreste lo schema grafico, lo scheletro. Volendo, potrebbe essere anche riprodotta. Un po’ come essere in possesso della pianta di un edificio demolito…
F: Esattamente. Sul sito abbiamo messo le fotografie di poco più di una dozzina di insegne, di cui una già non esiste più: una splendida insegna composta da lettere geometriche annidate sotto i portici accanto a piazza Mazzini. Ora non ne resta che l’ombra sull’intonaco. Perché avviene questo? James direbbe che manca la coscienza del valore di questi ‘oggetti’. A meno che non siano incastonate nell’edificio, è complicato conservarle…
L: Come quella del cinema Splendor: essendo parte dell’architettura, è stata restaurata assieme all’edificio.
F: In Canalchiaro, invece, ci sono insegne che sono state mantenute: una di queste è il ‘memoriale’ di una macelleria che non esiste più.

Il mattone tende ad avere un valore diverso rispetto al neon, purtroppo.
F: A Milano ci sono negozi che vendono solo insegne storiche.
L: È chiaro che sta nascendo una moda attorno alle insegne di un tempo, sì.

Leggi anche: Raccontare Modena attraverso le sue insegne commerciali.

È già capitato che qualcuno vi ringraziasse per aver pubblicato la sua insegna?
F: Con la nascita di “Robinson”, l’inserto domenicale di “Repubblica”, James cura una sezione dedicata proprio alle insegne non contenute nel libro. Noi gli abbiamo inviato, fra le tante, la fotografia dell’insegna della torrefazione storica a pochi passi dal mercato Albinelli: la proprietaria è stata contentissima di vedere la propria insegna lì, immortalata sulla pagina di un giornale, esposta con orgoglio in vetrina assieme ai liquori e altre goloserie.
L: È già capitato che qualcuno ci scrivesse per mandarci le fotografie di alcune insegne.

farmacia

Questa esperienza costringe le persone ad alzare lo sguardo, non restando chine sullo smartphone.
F: Sì, è un invito a guardare altrove. Ora parliamo di insegne, ma la tipografia della città riguarda anche altri dettagli urbani: dai tombini alle iscrizioni.

Qual è il discrimine fra l’insegna da fotografare e quella che non ha un intrinseco valore storico?
L: Alcune sono falsi storici, quindi rifacimenti che vogliono scimmiottare qualcosa di storico. Sono citazioni, possono avere un legame interessante col passato, però le tecniche sono diverse.
F: Devono essere artigianali, fatte a mano. Un’insegna realizzata col prespaziato non ha lo stesso valore. Lo stesso discorso può essere fatta per un’insegna stampata sul plexiglas e retroilluminata. Una al neon invece è molto più interessante: la sagomatura del neon è un’arte che sta sparendo. Le insegne che possiedono un valore artistico sono state pensate, progettate e realizzate. Nel libro L’Italia insegna si parla inoltre degli ultimi due pittori di insegne: uno romano e l’altro genovese. Ma le tematiche legate al lettering urbano, per fortuna, stanno ispirando tanti giovani convinti nel riprendere in mano questo antico mestiere. Questo tema ci è molto caro.
L: C’è un forte ritorno all’artigianato, si sta dando nuovo valore al “fatto a mano”.

Qual è per voi l’insegna più bella?
L: Quella di Telesforo Fini: è ricchissima e davvero ben conservata.
F: Un’altra cosa interessante è trovare in basso a destra o a sinistra di un’insegna – come quella di Fini o quella della Torrefazione Caffè – la firma della vetreria che la realizzò. Si tratta di un elemento storico molto interessante. Alcune di queste vetrerie esistono ancora, fra l’altro.

Vi è mai capitato di girare l’angolo e trovare un’insegna che ancora non conoscevate?
In Corso Canalchiaro, poco prima di Piazzale San Francesco, hanno tolto qualche mese fa la copertura della lunetta di un negozio. Con mio grande stupore è comparsa l’iscrizione su vetro “Barbiere”. A breve la fotograferemo. Il lato interessante è che è comparsa così, per caso. Come un reperto archeologico.

Exodus, viaggio nel dramma del popolo Siriano

“…chi governa allora? Il denaro. Come governa?

Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai”

Riccardo Cristiano – Siria, Ultimo genocidio –

001Sabato scorso è andato in scena presso il Teatro Tenda di Modena, EXODUS, spettacolo teatrale a cura del regista Salvatore Molinaro in cui si è raccontato in maniera profonda e riflessiva il dramma delle popolazioni siriane e la fuga disperata dalle proprie case con ogni mezzo, in ogni condizione, verso un futuro incerto. La rassegnazione dei padri, delle madri. La speranza che vive e brucia ancora, nonostante tutto negli occhi dei bambini, il futuro di un popolo a cui non è rimasto nulla.

I protagonisti di questo spettacolo i ragazzi del Laboratorio Teatrale della Comunità Orione di Magreta Abdullah Yasir, Khalil Abbas Bhatti, Shakeel Abbas Bhatti, Antonio Bonavita, Anna Cesaro, Aziz Fatih, Mohsan Malik, Valentina Maloku, Hicham Sadiri, Ahsan Shabbir hanno commosso il pubblico, in un viaggio di disperazione e speranza attraverso il teatro, poesia e parole, così straordinariamente toccanti.

Note Modenesi ha incontrato il regista e gli attori.

Il regista e attore Salvatore Molinaro
Il regista e attore Salvatore Molinaro

Salvatore Molinaro, come nasce Exodus e la necessità di raccontare il dramma delle popolazioni siriane?
“Avevo voglia di creare uno spettacolo che raccontasse il dramma dei migranti, in fuga dalle più disparate parti del mondo a causa di guerre, dittature sanguinarie, o semplicemente in cerca di un futuro diverso. Nella Comunità Orione ci sono tanti di loro, ma nessun Siriano. Paradossalmente è stata proprio “l’assenza” dei Siriani a convincermi a raccontare la loro storia, la storia di un popolo martoriato da 6 anni di conflitto, un popolo in fuga. I Siriani come rappresentanti di tutti i migranti, quindi anche dei ragazzi presenti in Comunità. Le parole di Exodus, sono tutte parole vere. Escludendo la parte poetica del lavoro, il resto è un minuzioso collage di storie vere, legate perfettamente a costruire un racconto disperato, doloroso, mai pietoso però, sempre dignitoso e speranzoso”.

Quanto è importante coinvolgere i ragazzi in un progetto di così alto spessore sociale?
“Credo che sia importante coinvolgere i ragazzi in qualunque progetto culturale. In passato abbiamo realizzato con il laboratorio, diverse rappresentazioni, quasi tutte commedie molto leggere. Lo scopo era quello di divertirsi e far divertire. Con Exodus, abbiamo fatto il salto in un mondo diverso e i ragazzi hanno potuto saggiare il lato drammatico del fare teatro. Credo che questo salto, questo cambio di direzione li abbia fatti crescere molto non come attori, ma come persone”.

Cosa lasciano a Lei regista, umanamente e professionalmente i ragazzi a fine spettacolo?
“Bella domanda. Ormai con molti dei ragazzi, alcuni dei quali sono con me da tanti anni, si è creato anche un rapporto di amicizia. Altri vanno via, nuovi ne arrivano, ogni anno si riparte con visi sconosciuti e alcuni punti fermi, e si ricomincia. Le difficoltà sono tante: la lingua, la comprensione del testo, tenerli sempre attivi e concentrati, ma alla fine, quando li vedi sul palco, quando senti l’applauso del pubblico, pensi soltanto che tutta l’energia che hai messo in campo per portare in scena lo spettacolo è niente in confronto a ciò che ti ritorna umanamente. Hai solo voglia di continuare!”

002 fotografo Francesco Sani
Mohsan Malik, uno dei protagonisti dello spettacolo commenta riguardo le tragedie che stanno vivendo le popolazioni siriane “per me il mondo sta andando a rotoli e portare in scena Exodus significa far aprire gli occhi alle persone su quello che accade in Siria, di come le persone non hanno più rispetto nel genere umano, di come non hanno rispetto per le religioni degli altri”.

Exodus è un progetto che commuove e fa riflettere. Le sofferenze che questa guerra porta con sé, non possono essere dimenticate o ignorate da noi “spettatori” poiché i morti, i dispersi, le vittime innocenti, gli sfollati in patria e all’estero, sono troppi ed abbiamo quindi il dovere morale ed umano di reagire, di credere ancora nei valori del rispetto, convivenza ed accoglienza umana… e soprattutto ascoltare la voce di chi ha il diritto alla libertà, all’autodeterminazione ed alla dignità, senza alcuna discriminazione etnica o religiosa. Pace, libertà e giustizia per il popolo siriano.

Foto di Francesco Sani.

Come cambierà la professione dell’educatore nei prossimi anni?

Una categoria professionale riguardante circa 150 mila lavoratori quella degli educatori e dei pedagogisti. Protagonisti di un importante proposta di legge che riconoscerebbe loro (se approvata in questa legislatura), una dignità professionale spesso dimenticata, inoltre secondo alcuni, determinerebbe il miglioramento dei servizi educativi a favore di bambini, anziani, disabili, carcerati e molte altre categorie di persone.

L’Italia, dopo anni di ritardo rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa, si avvia finalmente verso una regolamentazione  nell’universo  educativo ed assistenza alle fragilità. Per i non addetti ai lavori, questa proposta di legge potrebbe sembrare “futile” ma per i professionisti quali pedagogisti ed educatori, che uniscono nella loro figura professionale una commistione di intelligenza emotiva e passione per il proprio mestiere,  sarebbe invece una svolta storica poiché verrebbero disciplinate le loro professioni attraverso l’obbligatorietà della laurea.

Venerdì 5 maggio presso il CEIS di Modena, si è tenuto un importante convegno dal titolo “Come cambieranno le professioni educative nel futuro?”.

Vanna Iori
Vanna Iori

Il tema è stato introdotto dal professor Luca Balugani direttore e docente dell’Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione Giuseppe Toniolo ed approfondito nel dettaglio dalla promotrice di questa proposta di Legge, l’Onorevole Vanna Iori, che dal 2014 si batte per far riconoscere e regolamentare il lavoro degli operatori che agiscono in ambito scolastico, socio-sanitario, culturale, giudiziario, ambientale, sportivo, della genitorialità e famiglia.

Nel concreto però, cosa cambierà?

Per svolgere la professione di educatore sarà indispensabile essere laureati. Si avranno due figure professionali: l’educatore professionale socio-pedagogico, laureato in un corso di laurea della classe L-19 (Scienze dell’educazione e della formazione) e l’educatore professionale socio-sanitario, laureato ad un corso di laurea classe L/SNT2 (professioni sanitarie della riabilitazione).

L’entrata in vigore del testo di Legge Iori, dopo le discussioni e l’approvazione in Senato, sarà accompagnata da una fase transitoria: non verranno licenziati gli educatori senza titolo di studio, così come psicologi ed assistenti sociali che attualmente occupano questa posizione lavorativa. La fase transitoria prevedrà che gli educatori senza laurea potranno completare la loro formazione attraverso un percorso intensivo, che prevede il superamento di 60 cfu presso Università, anche in modalità telematica. Potranno accedere al percorso per il conseguimento agevolato del titolo coloro che saranno in possesso di uno dei seguenti requisiti: diploma magistrale rilasciato entro il 2002; lavorare come educatore nelle amministrazioni pubbliche a seguito del superamento di un concorso pubblico; aver svolto attività di educatore per non meno di 3 anni anche non continuativi. L’attribuzione del titolo di educatore professionale socio-pedagogico è automatico per gli educatori con contratto a tempo indeterminato con almeno 50 anni di età e 10 anni (minimo) di servizio, oppure gli educatori con almeno 20 anni di servizio.

2

L’onorevole Iori commenta a Note Modenesi “la proposta di legge 2656 è importante per gli educatori e pedagogisti poiché ad oggi, ancora, non è riconosciuta la competenza e professionalità di  molti professionisti del settore. Da vent’anni invece è istituita presso la facoltà di medicina (e riconosciuta) la laurea abilitante di educatore professionale socio sanitario, mentre l’educatore sociale non ha riconosciuto né il titolo abilitante né la stessa figura professionale, di conseguenza gli operatori che volessero anche lavorare all’estero, non vedrebbero riconoscersi nulla. Con questa legge vogliamo quindi qualificare e dare dignità professionale e scientifica a questa seconda categoria di lavoratori”.

Paradossalmente, in Italia, chiunque può quindi qualificarsi come educatore senza aver intrapreso un percorso formativo adeguato, operatori improvvisati e privi di preparazione oggettiva possono occuparsi di anziani, diversamente abili e minori con conseguenze pericolose che purtroppo ben conosciamo attraverso i fatti di cronaca. E’ quindi fondamentale una tutela ufficiale ed uno spiccato senso  di responsabilità nei confronti degli utenti in questione.

Il testo della legge Iori che disciplina e regolamenta la professione dell’educatore, non è amato da tutti i professionisti, in primis psicologi ed assistenti sociali, che sino alla sua entrata in vigore, potranno ricoprire il ruolo di educatore, in quanto in possesso di lauree equipollenti. La polemica che si protrae da qualche tempo, riguarda l’esclusività della Legge sugli educatori, che chiuderebbe ad assistenti sociali e psicologi una parte del mercato del lavoro. La maggior parte degli educatori laureati invece, rivendicano la propria professionalità, competenze e dignità lavorativa acquisite in anni di studi, appoggiando a pieno titolo la proposta di Legge Iori.

4

Per quanto concerne invece il timore di alcuni educatori non laureati riguardo un eventuale licenziamento o sostituzione con figure professionali formate accademicamente, l’onorevole Iori conclude:l’educatore non laureato, non deve avere il timore di perdere il lavoro. Nessuno verrà licenziato o sostituito, per questo motivo. L’articolo 13 della Legge, prevede norme transitorie che tengono conto dell’anzianità di servizio. Per chi svolge questa professione da molti anni, non cambia nulla, poiché la loro esperienza è un titolo equipollente alla laurea in scienze dell’educazione. Per chi svolge questa professione invece da meno tempo, avrà la possibilità di acquisire in un solo anno, presso le università il titolo di educatore, venendogli riconosciuta l’esperienza e competenza pregressa. Inoltre, se un lavoratore non ha né il titolo né gli anni di esperienza ma è già assunto, non perde il posto. Ma se decidesse un giorno di cambiare ambito lavorativo o città, gli converrebbe fare l’anno integrativo (60 cfu) e successivamente sarebbe a tutti gli effetti Educatore Socio Pedagogico,  e potrebbe quindi andare a lavorare dove vuole

Guarda come Dondolo!

A quanto pare, Modena non sarà più associata solo alla buona cucina, ai motori, alla strepitosa tradizione lirica o alle figurine. Nella città della Ghirlandina, infatti, è appena nata la nuova casa editrice civica “Il Dondolo”, diretta da Beppe Cottafavi. Più che una casa editrice, una vera e propria factory – per dirla con Andy Warhol – e dunque centro nevralgico fatto di cultura e divertimento, attorno al quale ruotano i nomi di grandi autori, illustratori e  creativi. Gli ebook del Dondolo sono pubblicati su MLOL – Media Library Online – che ne è il distributore: scaricarli è gratis. La scelta del nome, ça va sans dire, non è casuale: Il Dondolo (Rocking Chair) venne infatti progettato a metà dei rutilanti anni Settanta dagli architetti modenesi Franca Stagi e Cesare Leonardi, e fu una delle superstar alla mostra “Italy: The New Domestic Landscape”, che ebbe luogo nella Grande Mela nel 1972. Si tratta di uno splendido esempio di design: una seduta pensata per accogliere il gesto del “dondolare”, quasi un punto di contatto fra il progettare ludico di Achille Castiglioni e il “Futurismo” hi-tech di Zaha Hadid. Proprio a partire da questo capolavoro, ho iniziato a parlare con Cottafavi della nuova casa editrice made in Modena.

Tra una fetta di salame e un calice di lambrusco
«Da quello che mi risulta», spiega Cottafavi, «l’identità del formato di questa casa editrice è il primo al mondo. Credo che sia la prima volta che una casa editrice abbia queste tre caratteristiche: digitale, civica e autarchica. Per partecipare al progetto, infatti, bisogna essere di Modena: il progetto è gratuito e autarchico. In questo, c’è ontologicamente un segno dell’unicità di questa città». Poi, indica il palazzo prospiciente il suo balcone con sguardo rivolto ai ricordi. «Siamo nel posto giusto, su questa terrazza, perché lo studio di Cesare Leonardi, dove è stato disegnato il Dondolo, si trovava proprio in quella casa là. La stessa casa, tra l’altro, dove viveva Enzo Ferrari. Ѐ un punto d’osservazione interessante, insomma. Conosco Cesare da quando ero ragazzo perché, mentre facevo l’università, dopo aver studiato, andavo da Cesare Leonardi e Franca Stagi: era un posto molto accogliente, in cui si potevano fare alti e meravigliosi discorsi sbevazzando lambrusco e sfettolando salame. Sto parlando della metà degli anni Settanta: e sul Dondolo, mi ci stravaccavo! Ci siamo sempre divertiti assieme. Ho sempre amato molto Cesare per la sua testa libera e anarchica, come penso di avere io, e un pessimo carattere. Nonostante i nostri reciproci cattivi caratteri, è da tutta la vita che siamo amici e ci vogliamo bene. Io penso che Cesare sia un genio in varie discipline, dal design all’architettura degli alberi, fino alla fotografia. Ѐ stato sciaguratamente dimenticato, anche per il cattivo carattere. Modena in questi ultimi anni dal punto di vista urbanistico e architettonico ha dato veramente il peggio: avendo avuto un genio dell’architettura, nessuno degli amministratori ha mai tirato su il telefono per chiedergli un parere. Questo ci dà la misura della discrasia fra le energie intellettuali che ci sono in una città e la loro amministrazione».

Poi, lo sguardo va al futuro. «Ora, dell’amministrazione te ne parlerò anche bene. La mia idea è stata appoggiata con grande accoglienza da parte del comune e delle biblioteche di Modena. Ho voluto quel segno e quel titolo come emblema dell’intelligenza e del saper fare dei modenesi, e penso che sia un ottimo brand per presentarci sulla rete. Ne parlerò anche sabato 22 aprile a Milano a “Tempo di Libri”. Credo si possa parlare di Modena in termini eccellenti anche senza parlare di cucina, di motori, di do di petto o figurine. Del resto, Modena ha una grande tradizione di scrittori, giornalisti, filosofi e politologi. L’idea del Dondolo è proprio quella di trovare un laboratorio e un punto d’incontro per fare dondolare le idee di tutte le menti dei geminiani illustri».
«Come ti venuta questa idea?», gli chiedo.
«Per caso, mentre facevo un’intervista».

La cinquina vincente
Gli autori dei primi ebook pubblicati dal Dondolo sono tre «venerati maestri» – Berselli, Siti e Santagata – e due giovani autori: Calabrese e Bellei.
«Alessandro Calabrese, finalista l’anno scorso al Premio Calvino col suo romanzo T-Trinz. Bastardi al Grandemilia», commenta l’editore, «è un giovane di grandi qualità: il suo romanzo è molto interessante perché innovativo dal punto di vista della struttura narrativa. Nella sua vita, ha visto più serie TV di quanto libri abbia letto. E questo gli ha giovato moltissimo. È proprio grazie a questa sua caratteristica che è riuscito a costruire un romanzo con una struttura narratologica molto innovativa, fatta di una sintassi completamente frammentata e tante storie che filano in parallelo: i medesimi codici narrativi delle serie TV. Lui fa bene anche una cosa che pochi autori sanno fare bene: scrivere i dialoghi. Il romanzo è ambientato in un luogo che racconta il degrado post-industriale dell’Emilia: la zona ex AMCM. Mentre il romanzo di Elena Bellei, Oriele e la fabbrica del tabacco, è invece ambientato nell’ex manifattura tabacchi. In qualche modo, attraverso questa scelta, mi interessava anche indicare spazi del disastro urbanistico contemporaneo. Sono due luoghi simbolici e semiotici rispetto alla vita contemporanea di Modena».

dondolo_Quindi, gli domando come vengono scelti i nuovi autori da pubblicare sul Dondolo. Dopotutto, siamo nell’era del self publishing in cui, a detta di molti, tutti possono scrivere. Ma la sua è una casa editrice “vecchio stampo”, giustamente, e infatti mi risponde: «Il mio compito – da direttore editoriale – è scegliere, decidere e marchiare col mio brand o con la mia firma un lavoro. È lo stesso compito che spetta al Ct della nazionale di calcio: c’è chi verrà scelto e chi no. Quelli scelti sono contenti, qualcun altro s’incazzerà anche, e dovrà impegnarsi per essere scelto. Con questa cinquina voglio esemplificare qual è lo spirito delle mie scelte».

Dall’Autobus al Dondolo: nuovi orizzonti
Tutto (ri)torna: infatti Cottafavi, negli anni Settanta, aveva già vissuto un’esperienza in stile Factory di Warhol.
«Quand’ero ragazzo, ho avuto dall’allora assessore alla cultura, Dino Motta, l’incarico di fare un mensile di informazione culturale: Autobus. Per l’occasione Motta ebbe l’intuizione geniale di chiamare Massimo Dolcini, che realizzò per questo giornalino un disegno e una gabbia meravigliosi. Lì nacque una nidiata di grafici straordinari, tra cui Tugliozzi, Ognibene, Partesotti e Goldoni. Anche in quegli anni, sotto l’egida del comune, si era creata una fucina di creativi davvero interessante… insomma: ho fatto l’Autobus, adesso volentieri faccio il Dondolo!».
Ma non è finita qui. Infatti per i prossimi mesi sono già in cantiere nuove iniziative, pronte a dondolare nel perimetro della neonata casa editrice civica.
«Ho potuto innescare con questa idea un circolo virtuoso per cui ho coinvolto il dream team degli artisti modenesi che mi hanno fatto le copertine. Poi ne saranno ingaggiati altri ovviamente: Menfredini, Guerzoni, Della Casa, Battilani e non solo. Tutto il giro degli artisti modenesi sarà coinvolto: ne nascerà poi una mostra. Oltre al supporto del comune e delle biblioteche, presidio fondamentale, i partner sono stati Giulio Blasi con la straordinaria piattaforma MLOL [a questo link, potete leggere la sua intervista] –  il target potenziale si aggira quindi attorno ai milioni di lettori – e Sartoria Comunicazione, che mi ha fatto una splendida grafica anni Settanta. Ecco cosa vuol dire casa editrice civica: download di ebook gratuito e lavoro di squadra. Il Dondolo è una factory: lavoriamo assieme, divertendoci. Ci mancherebbe che non ci divertissimo…».

 

“Stando in libreria è inutile girare il mondo: è lui che gira attorno a te”

«[…] meritiamo un’altra vita
più giusta e libera se vuoi
nata sotto il segno
nata sotto il segno dei pesci.»
(Antonello Venditti,
Sotto il segno dei pesci)

Dopo aver fatto la classica vasca lungo la via Emilia in direzione Sant’Agostino, alla Muratori, ci siamo passati davanti tutti. Lasciandosi alle spalle la silenziosa e imperturbabile Ghirlandina, superato lo spazio quasi metafisico di piazza Matteotti, ci si imbatte nella statua del Muratori che, col capo leggermente reclinato, osserva. Proprio lì, di fronte alla libreria a lui dedicata, piccolo grande fulcro di cultura di una Modena che fu. La libreria in cui Franco Rossi, amatissimo libraio di svariate generazioni di geminiani, ha esercitato la professione con dedizione e infinito amore. Vendere libri, infatti, era solo una parte del suo lavoro: il signor Franco regalava anche consigli e aneddoti ai suoi clienti. Sapeva alla perfezione quale sarebbe stato il libro preferito di ognuno. In un certo senso ti leggeva dentro, ti ascoltava, poi spariva per qualche secondo nello stretto retrobottega e tornava con quel libro, che neppure tu sapevi ti avrebbe coinvolto così tanto.
Oggi, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, la Muratori è destinata a chiudere. Il 30 giugno di quest’anno, un altro tassello della vecchia Modena lascerà un vuoto nel centro cittadino e nei cuori di chi ha sempre varcato la soglia della libreria.
Sono entrato nuovamente in quel piccolo grande spazio che profuma di carta e cultura, per incontrare Ivana, titolare e sorella di Franco, e Lisa, la storica collaboratrice del «signore dei libri».

Nata sotto il segno dei Pesci
Inizio a conversare con Ivana, accanto alla scrivania dove stava sempre anche Franco. «Mio fratello aprì il 3 marzo del 1958: il 3 marzo 2017 la Libreria Muratori ha compiuto 59 anni», sottolinea la titolare. Pour parler, le faccio notare che la Muratori è nata sotto il segno dei Pesci. «Peccato! Non le ha portato fortuna. Anzi, no: è giusto. Il Pesci è un segno romantico e fantasioso, e Franco è stato uno degli ultimi Romantici. C’era una frase che nostro nonno gli ripeteva sempre: “È inutile che tu giri il mondo. Stando in libreria è il mondo che gira attorno a te”.
È innegabile: nelle librerie di una volta s’instaurava un rapporto stretto coi clienti, un rapporto di amicizia e complicità. Se ne conoscevano i gusti, le passioni, gli interessi. «La libreria indipendente è una cosa, le altre il più delle volte sono solo magazzini di libri. Ovviamente, hanno le ultime novità; ma un certo tipo di ricerca non te la fanno», mi dice Ivana. «Se viene qualcuno a chiederci un libro non presente nel ‘circuito normale’ degli editori, glielo mandiamo a prendere. Il nostro servizio non è freddo e anomalo, da computer a computer. Altrove, dopo aver solo guardato sullo schermo, ti direbbero “No, non c’è”. La nostra clientela ci può richiedere anche dei testi che sono a Londra, di difficile reperibilità. Noi, quei testi, li troviamo».
Nella Muratori sono più i fuori catalogo delle nuove pubblicazioni. Il dato è davvero singolare: anche perché Franco, in oltre cinquant’anni di attività, non ha mai fatto un reso. «Mio fratello, piuttosto che convertire i libri in lire o euro, preferiva tenerli. Di là abbiamo un magazzino pieno di fuori catalogo. Spesso gli dicevo: “Franco, ma cosa ce ne facciamo di tutti questi libri?”; e lui mi rispondeva: “Ti danno forse fastidio? Allora lasciamoli lì!”».

Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi
Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi

Il magazzino: memoria del luogo, luogo della memoria
Qualche minuto dopo Ivana m’invita a dare un’occhiata al magazzino, dove ora la maggior parte dei libri viene svenduta a soli 3 euro al pezzo. Vecchie edizioni ancora custodite all’interno del cellophane, come antiche sculture, stanno lì in attesa che qualcuno le porti a casa per farle rivivere e per amarle nuovamente, come faceva Franco.
«In questo magazzino lui ha messo dentro i libri dal primo all’ultimo: li conosceva uno a uno e veniva spesso a trovarli. Mio fratello era la memoria storica di questo luogo. Se non riuscirò a venderli, verranno mandati al macero. Molti libri che avevo in magazzino sono stati acquistati da un libraio di Milano: il titolare di un’antica libreria meneghina, bellissima. Ma sai, Milano è diversa. C’è un movimento di persone non paragonabile con Modena. Purtroppo devo dirlo: grazie alle politiche commerciali adottate negli ultimi anni dal Comune, da Corso Duomo a qui, abbiamo una via Emilia di “serie B”. La gente arriva sì in Corso Duomo, ma non va oltre. Un tempo la via Emilia era il cuore pulsante del commercio modenese, era il salotto. Cosa vengono a vedere adesso? La stessa Piazzetta Muratori è una chicca: ma anche questo spazio non è per nulla valorizzato. Guarda la statua di Ludovico Antonio: neanche un lumino gli danno».
Camminando fra gli scaffali, Ivana, come in un flashback, ricorda il passato: «Forse erano altri tempi: c’erano il Museo, l’Ospedale Sant’Agostino: tutti professionisti, medici, direttori di clinica… la clientela era ben diversa. E oggi purtroppo i giovani non s’interessano più alla storia o alla filosofia. Questa libreria era l’immagine di mio fratello. Ma negli ultimi periodi anche lui era molto demoralizzato. Qui dentro ci sono 59 anni di storia. Ora, svendo quasi ogni libro per liberare il magazzino. A malincuore, soprattutto in memoria di mio fratello, sono costretta a chiudere. Lo pensava anche lui, ma non ne aveva il coraggio perché questo era il suo parto. Chiudere, per lui, sarebbe stato come uccidere un figlio».

Il magazzino della libreria
Il magazzino della libreria

Una modenese a Berlino
A un certo punto fa capolino, a sorpresa, una cliente storica della Muratori, una modenese che lavora a Berlino ormai da anni. Con stupore e infinita tristezza entra in magazzino esclamando: «Mi viene da piangere!».
A quel punto Ivana la guarda e le dice: «Ma perché non vi mettete assieme – due o tre ragazzi giovani – e non continuate a farla vivere?».
«Vivo a Berlino da più di vent’anni ed è da tanto che non venivo qui. Sto male nel vedere la libreria così…».
Perdendosi fra un testo e l’altro (spunta anche un dizionario di lingua magiara), alla cliente viene in mente un aneddoto legato al libraio: «A questo posto ero affezionata. Mi ricordo ancora una volta in cui ero venuta a prendere un libro di Jean-Pierre Vernant e Franco mi disse: “Be’ adesso posso dirti un segreto: sono andato a pescare tanti anni con Vernant”. Sono rimasta di sasso. Quindi a Modena non rimarrà più una libreria».
La giovane donna è alla ricerca di testi di autori greci, e inizia quindi a sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di tragedie di Sofocle.
«Guarda qui», esclama Ivana; «addirittura dei vecchi trattati di medicina. Qualche giorno fa è passato un anestesista che, appena ha visto il libro su cui aveva studiato, ha voluto acquistarlo». È proprio vero, quindi: certi libri diventano parte integrante della nostra vita, e da quei libri non riusciremo a separarci. Uscendo dal magazzino noto una stampa che raffigura Modena. La titolare aggiunge sommessamente: «Prima eravamo in due, e ci sostenevamo. Adesso da sola non ce la faccio: non ho la sua preparazione. Stava qui coi suoi clienti a parlare di storia e filosofia per ore. Era il vero geminiano: Diceva sempre: “Io devo vedere la Ghirlandina: già se vado a Castelfranco Emilia canto Terra Straniera!“».


La nostra intervista a Franco Rossi, esattamente due anni fa.

Il futuro delle librerie
Secondo un’indagine AIE pubblicata a dicembre 2016 in concomitanza della chiusura di “Più libri più liberi”, sarebbero 13 milioni gli italiani che vivono in città prive di una libreria. Ma il dato più preoccupante è la stretta correlazione fra l’assenza di librerie e gli indici di lettura: in sostanza, l’assenza di librerie fa sì che le persone leggano sempre meno. Questo il parere di Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio Studi AIE. E secondo Ivana, le librerie stanno tendendo a una crescente computerizzazione dei processi: «Il libraio è quello che ti invoglia anche a scegliere il tuo prossimo libro. Il futuro delle librerie sarà automatizzato e impersonale. O sai quello che vuoi, o niente».
La presenza di Franco all’interno della Muratori è ancora palpabile: sfogliando alcune foto assieme alla sorella lo si vede accanto ai più grandi autori del panorama editoriale italiano: da Pansa a Casati Modignani, da De Crescenzo a Montanelli e non solo. Da un plico di fogli spuntano anche una dedica di Giulio Andreotti e una di Alberto Bevilacqua.
«Una volta Franco citò a Spadolini un suo libro», racconta la sorella. «E il giornalista gli rispose: “È stato uno dei miei primi: pensi che non lo trovo più”. Franco si fermò un attimo, andò di là e tornò dicendo: “È questo?”. Lo stesso Spadolini fu sconvolto nel vedere proprio quel libro. E Franco, sorridendo, gliene fece omaggio».

dedica-alberto-bevilacqua-franco-rossi-modena
La dedica di Alberto Bevilacqua

La via della poesia educa a una vita più autentica

«Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia, avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy […]» (Eugenio Montale, Intervista immaginaria)

Molti storici, riferendosi all’età contemporanea, parlano di «ibridazione» o «contaminazione» fra le arti. Se con le Avanguardie, nate dalle ceneri del Romanticismo ottocentesco, l’arte è uscita dalla cornice per conquistare nuovi spazi, nella seconda metà del secolo scorso le arti hanno iniziato a contaminarsi l’una con l’altra anelando al superamento dei confini che il mezzo (la tela, il marmo, il foglio di carta, il pentagramma…), in un certo senso, aveva loro imposto.
Negli abissi di questo contesto si muove la modenese Alessia Natillo, pianista e musicoterapeuta, che ha da poco pubblicato con A.CAR. il suo primo libro di poesie: Embrione selvatico. Il libro raccoglie componimenti che possono essere letti come veri e propri fogli d’album: melodie che si cristallizzano in parole, liriche che conservano il ritmo e il colore dei sentimenti. Contaminazione fra i linguaggi artistici significa proprio questo: scambio fluido e continuo fra mondi “diversi”, in questo caso fra musica e poesia. Che s’incontrano nei misteriosi recessi dell’inconscio.

Come hai vissuto la pubblicazione del tuo primo libro di poesie?
Emozionata e incredula nel vedere concretizzare la realizzazione del mio primo libro! Nella mia vita la poesia si è imposta. Mi ha  aiutato a comunicare in maniera più esplicita e a concedermi un po’ più di spazio. Certo: sono presenti i non detti e molto viene lasciato all’interpretazione. Proprio per queste caratteristiche hanno assunto la forma di «veicoli di emozioni»… E se queste emozioni raggiungono i lettori, il poeta ha raggiunto la sua meta.

Quali sono poeti che ami e a cui ami ispirarti?
Da Emily Dickinson, poetessa di enorme potenza sensitiva mentale e metafisica fino a Montale, dal linguaggio poetico perfetto ed essenziale. Dall’incontestabile genialità di Shakespeare a Charles Bukowski, esponente estremo del postmodernismo fino a Prévert, che non solo usava mezzi comuni – mi riferisco, per esempio, all’immagine visiva e verbale – ma condivideva l’immagine di un mondo e molti altri.

In alcuni dei tuoi componimenti sono presenti riflessioni legate all’universo femminile. In Fauci placide scrivi, riferendoti a una donna: «Abusa di egoismo e accordi. / E giace». È per caso una critica a come in alcuni contesti viene considerato il cosiddetto «sesso debole»?
I miei scritti  vogliono solo descrivere verità. Raccontare l’incredibile universo rosa o atteggiamenti di presunta superiorità blu può solo circoscrivere il quotidiano collettivo ricco di insoddisfatti, inappagati e infausti alla ricerca di letizia.

Natillo01Arriviamo al titolo della raccolta: Embrione selvatico. Cosa rappresenta? Ricordi la prima poesia che hai scritto, o la situazione che ti ha “costretto” a prendere carta e penna per dare forma ai tuoi pensieri?
Il titolo Embrione Selvatico nasce dalla mia primissima poesia scritta vent’anni fa. Questa voleva descrivere il genere umano partendo da un lavoro di scoperta e consapevolezza dell’io virando con incoscienza verso la più difficile delle consegne: l’abilità esistenziale. Scrivere mi ha aiutata a improvvisare, analizzare e cambiare le prospettive, educandomi a una vita più autentica.

Ermetica, futurista, lirica, cinematografica, rock, sinfonica, surrealista. Quale aggettivo sceglieresti per definire la tua arte? 
Ermetica e lirica, credo. La voglia di fare poesia è una conseguenza del mio modo di vivere e di cogliere le verità nascoste. Apprendo in profondità vere suggestioni facendo emergere, nelle pagine, quella razionalità, talvolta sospesa, come strumento di interpretazione insostituibile. Il libro infatti raccoglie e custodisce una vasta gamma di immagini e argomenti diversi fra loro, ma anche contemporaneamente riuniti e collegati, e spesso in preda all’agonia di una gioia artificiale, che irrompe anche laddove non sorge il sole. La mia esagerata passione per la musica ha fatto sì che gli scritti acquisissero musicalità attraverso una composizione lirica poco convenzionale e un ritmo salmodiante. Dopotutto, io nasco come musicista e musicoterapeuta.

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo luogo?
Non esiste per me un’isola dove estraniarmi. Se uno vuole scrivere deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta e scavare a fondo. Ogni contesto circoscritto alla mia quotidianità dà spazio alla mia urgenza. È innegabile che io parta sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. Che poi trascrivo su fogli sparsi, scontrini e pubblicità.

Natillo02Stando alla tradizione, due sono – fondamentalmente – le categorie di poeta: c’è chi soppesa metrica e rime con rigore matematico, e chi si lascia travolgere dalle onde della creatività. Anna Marchesini, per esempio, diceva che i personaggi che scriveva le sono «sempre scappati come la pipì». Tu da che parte stai?
Entrambe le posizioni ritengo abbiano un valore collettivo. A loro modo rappresentano un tentativo di evasione fondata sulla centralità indiscussa dell’io, sul valore dell’esperienza soggettiva, sul ricorso spontaneo al sublime. Si possono conservare solide basi nella tradizione del Novecento segnati da una  lirica di impostazione romantica. Il mio confine non vuole essere né riformista né rivoluzionario ma responsabile di una ermetica varietà poetica e di ricerca stilistica. Non due tradizioni, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione.

C’è un luogo di Modena che ti ispira più di ogni altro? Un luogo in cui ti fermeresti, per comporre altre poesie?
Villa Ombrosa, parco dietro “La Punta” di via Vignolese: abbandonato, silenzioso ma di grande impatto. Langue abbandonato tra erbacce e insetti ma custodisce un silenzio dai mille suoni e dai mille volti. Un parco che rappresenta la mia infanzia e che convoglia le mie sensazioni. Dentro giace la storica villa del ‘700 appartenuta a Muratori: dimenticata, vandalizzata e occupata nel corso degli anni, diventerà la sede della Casa delle Donne. È previsto il recupero degli elementi architettonici e decorativi settecenteschi, che renderanno ancora più magico lo spazio.

Dove ti sta portando il tuo nuovo libro? Mi parlavi anche di appuntamenti a Milano, oltre al recente Buk Festival…
Dopo l’inaspettato successo di Buk presenterò il mio libro un po’ in tutta Italia, avendo incuriosito situazioni e realtà artistiche. Il mio futuro vedrà anche il debutto a maggio della prima nazionale dell’Unicità del caos, monologo teatrale scritto e diretto da me con in scena l’attrice Stefania Delia Carnevali. Descriverà la vita di Leonarda di Lilla Bio, una donna di circa quarant’anni che denuncerà quella che è divenuta la malattia del secolo, ovvero l’internet-dipendenza. L’ossessione clinica e i rischi smuoveranno in lei la necessità di allontanarsi da quel rifugio divenuto essenziale, ma privo di autonomia. Oltre al teatro, un romanzo dal titolo Finalmente lunedì – che ho iniziato da poco – incentrato sulla vita di mio padre, morto un mese fa di leucemia. Dal coraggio con cui è stata affrontata una terapia sperimentale, sapendo che tutto era irreversibilmente reale, fino al bacio dell’addio. In qualche modo dovrò “esorcizzare” altri miei progetti, perché credo che lo scambio metta in discussione. Aggiungo anche che bisogna saper gestire con generosità e amore l’Ovvio anche se spesso un sorriso può aiutarci a superare tutto.

Natillo03Anni fa (e nel cuore della notte…), quando collaboravamo al TeTe, avevamo conosciuto una poetessa di strada che ci raccontò la triste storia di una zanzara in pochissime versi da lei composti. Abbiamo riso e ci ha commossi. Te la ricordi?
La nostra condivisa genuina voglia di evadere nel cuore della notte ci ha portato al costretto e indotto incontro con colei che, pur di venderci una copia del libro, avrebbe recitato a memoria la Divina Commedia. La ricordo esuberante, insolente e presuntuosa ma incredibilmente vera,  autentica. Ci ha donato gioia ed emozioni attraverso le sua impenetrabile enigmaticità. Circondata da mistero, ignorava le nostre domande dirottando risposte spesso fatte di dittonghi.  Strabiliante!

Nell’era digitale ha ancora senso scrivere poesie e pubblicarle su carta?
Ogni cambiamento ha costituito un passo avanti nella civiltà e tutto fa pensare che anche l’avvento dell’ebook faccia parte di questo progresso. Così come si è passati, nel corso del tempo, dalle iscrizioni su pietra ai papiri e poi alla carta, dal lavoro manuale alla stampa, da una fruizione elitaria alla diffusione di massa. Ma sono fermamente convinta che il digitale non possa sostituire il cartaceo. L’ebook mette comodamente a disposizione il contenuto ma  l’importanza del libro risiede nella sua fisicità, nel fatto che porta addosso i nostri segni. Può essere toccato, annusato, sottolineato, stropicciato e  riposto. Ha un valore estetico che non può essere riprodotto.

In copertina: rielaborazione da Pixabay

Emilib, a Modena la biblioteca (digitale) diventa sempre più bella

Dal 30 gennaio 2017, nei poli bibliotecari delle città di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, MLOL (MediaLibraryOnLine) – il primo network italiano di biblioteche pubbliche per il prestito digitale – ha cambiato faccia (e struttura) evolvendosi in Emilib. Una nuova interfaccia appunto, ma soprattutto un sistema innovativo che ragiona in modo trasversale fra le varie referenze presenti a catalogo, con una logica a «scaffali aperti». Ne ho parlato con l’imprenditore Giulio Blasi, inventore di MLOL che mi ha spiegato le nuove funzionalità pensate per l’utente, nella nuova versione, letteralmente distante solo un click dall’ebook che vorrà leggere o dalla cartina storica che vorrà consultare.
Una nuova sfida, in perfetta sintonia con i dati registrati dal mercato. Stando a uno degli ultimi report dell’AIE, infatti, la lettura da dispositivi digitali è in netta crescita: nel 2016, il 10% della popolazione dichiarava di leggere da dispositivi digitali; solo l’anno precedente era l’8,9% e nel 2012 scendeva all’1,7%.

Giulio Blasi
Giulio Blasi

Cos’è MLOL?
MLOL nella versione che qui prende il nome di Emilib è una piattaforma nuova che abbiamo sviluppato e che andiamo ad applicare in tutta Italia e a tutti i nostri clienti, in modo gratuito. È un’evoluzione che nel tempo faremo per tutti quanti. Ci sono moltissime novità tecniche. Modena – assieme a Reggio Emilia, Parma e Piacenza – è dove questo nuovo modello è stato applicato per la prima volta.

Il catalogo, quindi, si amplia?
Certamente, si amplia in varie forme. La cooperazione analogica fra le varie biblioteche esiste già ed è di fondamentale importanza. Nel polo milanese, per esempio, se prenoti un libro in un comune te lo consegnano fisicamente nella biblioteca di un altro. Il prestito interbibliotecario però ha un costo enorme. Invece, la cooperazione digitale non ha alcun costo: due biblioteche possono cooperare anche in poli opposti del mondo, con notevoli vantaggi economici: se si deve comprare un libro, lo si compra una volta sola, e non due. Invece di replicare gli acquisti, si può moltiplicare il numero di titoli accessibili.

Da dove proviene il catalogo? Ogni quanto viene aggiornato?
Il catalogo è un mix. Alcuni metadati provengono da Informazioni Editoriali, altri invece direttamente dagli editori. Siamo connessi in tempo reale: ogni 24 ore aggiorniamo l’intero catalogo.

Qual è l’architettura del nuovo portale?
Abbiamo due servizi che sono per le biblioteche e che le biblioteche forniscono gratuitamente agli utenti: MLOL (di cui un esempio è Emilib), e MLOL Scuola, un servizio specifico, con una struttura e regole leggermente differenti, che diamo alle scuole italiane. Poi ci sono due siti che vanno direttamente agli utenti: MLOL Plus e Open MLOL. MLOL Plus è un servizio a pagamento – il 65% dei ricavi va alle biblioteche – ed è limitato alla consultazione degli ebook. Open MLOL invece è un portale completamente gratuito, in cui tutti possono accedere e registrarsi senza pagare nulla.

Quali sono gli utenti-tipo di MLOL Plus?
Il servizio si rivolge fondamentalmente a tre tipologie di utente. La prima comprende quegli utenti che hanno la tessera della biblioteca in un luogo dove c’è MLOL, ma hanno bisogno di più ebook di quelli che la biblioteca gli offre. Poi ci sono le persone che in Italia vivono dove non c’è MLOL e quindi, attraverso questo sistema, noi riusciamo a rendere vantaggioso per le biblioteche offrire il servizio agli utenti fuori territorio. Infine, gli italiani all’estero: possono prendere in prestito tutte le novità editoriali come se avessero una biblioteca a pochi passi.

Disponibili anche le versioni in pdf di moltissimi quotidiani e riviste, italiani e stranieri
Disponibili anche le versioni in pdf di moltissime riviste e quotidiani, italiani e stranieri

MLOL Scuola, invece, com’è organizzata?
È un servizio limitato alle biblioteche scolastiche. Il problema delle biblioteche scolastiche è che, oltre ad avere fondi limitati, hanno poco spazio: con queste premesse, riescono a comprare pochissime novità editoriali all’anno. Le biblioteche digitali consentono agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie un accesso a tutta la produzione libraria corrente, con livelli di spesa per scuola dell’ordine delle centinaia di euro l’anno. La questione cambia quindi radicalmente. Fra l’altro, sono tantissime le scuole che stanno aderendo al servizio.

Come funziona il prestito di un ebook?
Ci sono svariate modalità. Da un lato abbiamo il modello “libro fisico”: one copy one user. Il libro va in prestito a un utente alla volta. Se arriva un secondo utente, il libro può essere prenotato. All’opposto di questo modello ce n’è un altro che non dà alcuna limitazione, ma la biblioteca ha dei costi per ogni prestito. Se i fondi ci sono, e quindi se l’editore viene compensato per il servizio, non c’è un limite al numero dei lettori ‘in contemporanea’ di un libro.

Sul vostro blog leggo anche: «Nuove modalità di ricerca e metadati arricchiti». Mi metto ora nei panni dell’utente. Entrando all’interno di questo nuovo portale, che tipo ricerche si possono fare?
I metadati dal nostro punto di vista, usando una metafora, sono come gli scaffali aperti. Nelle biblioteche tradizionali, gli scaffali erano in un certo senso chiusi: se sapevi quello che stavi cercando con precisione, lo trovavi. Altrimenti, nulla. Immaginiamo che uno non sappia cosa sta cercando: gli “scaffali aperti” distinguono i thriller dai gialli, i fantasy per ragazzi dai fantasy per adulti e così via. Per noi i metadati sono questo. Quello che abbiamo fatto è stato arricchire tutta questa sezione attraverso il sistema di filtri presente sulla parte sinistra della schermata. È stato applicato sia alla collezione commerciale MLOL, sia per quella “open”.

È anche stato previsto un sistema di monitoraggio del comportamento in tempo reale dell’utente?
Certo: stiamo anche lavorando moltissimo sugli analytics, il “tempo reale” del sito. Questo ha già portato a un traguardo importante, nonostante sia solo all’inizio: l’ordinamento dei risultati per popolarità. Prima avevamo diverse top list, adesso abbiamo la top list del catalogo integrale, che funziona in modo “trasversale”. A qualunque livello di generalità, si può sviluppare un ordinamento per popolarità: è possibile dunque sapere cosa viene più preso in prestito su MLOL. Questo riguarda tutte le tipologie multimediali: dalla musica alle gallerie iconografiche. Volendo, si può impostare la top list dei titoli che contengono nel titolo la parola amore, per esempio.

Anche tanti portali di ecommerce si stanno orientando in un’ottica trasversale nelle ricerche interne del sito. Se qualche anno fa, principalmente, le ricerche venivano fatte solo per categoria merceologica, oggi l’utente può interrogare l’intero catalogo. Digitando Anna Karenina, troverà non solo libri, ma anche film.
Con una differenza sostanziale, però. I sistemi di e-commerce, giustamente, hanno come obiettivo l’ottimizzazione della vendita: ordinamento per popolarità significa ordinamento per acquisto. Nel nostro caso è una logica di prestito e consultazione. È possibile utilizzare utilmente delle tecnologie del marketing digitale anche per le biblioteche, laddove quindi non si deve vendere nulla? La nostra risposta è assolutamente sì!

La pagina di accesso a Emilib
La pagina di accesso a Emilib

Un esempio?
Se un e-commerce ha il problema di massimizzare le vendite delle scorte di magazzino, una biblioteca potrebbe avere come esigenza quella di massimizzare il prestito delle opere disponibili in quel momento.

Sempre nell’ottica di una maggiore soddisfazione del fruitore, ovviamente.
Esatto. Non deve prenotare, non deve aspettare eccetera. Un altro ‘classico’ tema delle biblioteche è questo: fare l’80% dei prestiti con il 20% del catalogo. Un altro obiettivo di ottimizzazione potrebbe essere quello di allungare la “coda” dei titoli consultati. Questi sono tutti esempi di obiettivi non commerciali che una struttura pubblica, o qualsiasi struttura che non ha obiettivi di e-commerce, può mettere in piedi. Per noi la faccenda dell’ordinamento per popolarità e quindi il monitoraggio in tempo reale di quello che succede è il primo passo per una serie di servizi che implementeremo nel corso dell’anno. E sono resi possibili proprio da questa nuova piattaforma su cui ci muoviamo.

Si parla anche di 560.000 risorse ad accesso libero…
Certo, si possono prendere in prestito senza limiti. Puoi prenderle tutte e 560.000 lo stesso giorno. Su quel tipo di contenuto non c’è nessun tipo di limitazione né costi per la biblioteca. Alle risorse “open” si può accedere direttamente, anche senza fare il login. Col login, chiaramente si hanno dei servizi in più, tipo “Invia MLOL Reader”: in questo modo viene inviata anche l’applicazione di lettura. La collezione open per noi è importantissima. Ne coordina la struttura Andrea Zanni.

Uno potrebbe chiedere: come mai quelle 560.000 sono ad accesso libero, mentre le altre no?
L’accesso al file, ovviamente, va regolato. A volte non è semplice spiegarlo alle persone. Se si desse la possibilità a 10.000 utenti di accedere contemporaneamente allo stesso libro di un certo editore, quell’editore sparirebbe dalla faccia della terra nel giro di poche ore. Questi sono alcuni dei paradossi del digitale…

Una delle specificità del vostro lavoro è quindi la gestione dei rapporti con gli editori, giusto?
Noi lavoriamo con una tipologia di licenza assolutamente specifica con gli editori. Dobbiamo contrattare con loro modalità precise di interazione fra utenti e libro, costi e spese e via dicendo.

Alcuni anni fa si sentiva spesso dire: «Carta addio!». E ci si aspettava che l’ebook avrebbe soppiantato il buon caro libro cartaceo. Ultimamente, sta aumentando invece la consapevolezza che sono proprio due oggetti diversi.
Io non ho mai creduto nell’ipotesi di sostituzione geometrica del cartaceo. Quello che è decisivo non è tanto il formato, ma il modo produzione. Il libro è comunque digitale, in quanto la carta è un output del digitale stesso, tanto quanto l’ebook. Il digitale non è interessante tanto come nuovo formato o supporto, ma come modalità utilizzata per produrre il documento, in senso lato. L’ebook ha molto successo fra i lettori forti, e non è assolutamente vero che i giovani siano più propensi alla lettura dell’ebook. Il problema non è il supporto quindi, ma la forma-libro.