Via Emilia per Easy Rider

Lunga lunga, dritta dritta. Un segno forte all’interno di un territorio che dal mare sfuma nel viavai frenetico di Milano, all’ombra della cinta di ciò che resta delle mura spagnole, proprio di fronte all’imponente Porta Romana (che, poverina, è un gioiello dell’architettura incastonato fra un grattacielo interminabile, elegantissimi palazzi e il rigido magma delle strade tutt’attorno). La via Emilia è una vera e propria “certezza” per chi è nato e cresciuto in città come Modena, Reggio o Parma. Sì, perché in qualunque città percorsa da quell’asse viario ti trovi, se su una targa o un cartello leggi le parole «via Emilia», hai la certezza matematica di essere in centro. E che almeno, stando lì nei paraggi, non avrai bisogno di consultare Google Maps. O vai verso Rimini, o verso Milano. Impossibile sbagliarsi.
Oggi la via Emilia, se si può, la si evita. «Ma ci vai dalla via Emilia?», ti chiederà sempre e comunque ogni conoscente non appena gli confessi che hai pensato di intraprendere un viaggio sulla SS9.

Cover_DueRuoteUn po’ la stessa perplessità che ha avuto Cristian Lancellotti, direttore di “Dueruote”, quando il direttore Iniziative Speciali del “Cucchiaio d’Argento”, Stefano Caffarri, gli ha proposto «di sposare, motocilisticamente parlando, il progetto di questa guida»: La via Emilia in moto: 10 tappe per 329 km. Le strade alternative, dove mangiare, dove dormire e cosa vedere. Una perplessità legittima, spiega Lancellotti nell’editoriale della guida, dato che «la via Emilia percorsa in moto è quanto di più noioso si possa pensare: traffico, strade dritte e piatte e paesaggi tutto sommato monotoni». Poi, però, si è fidato di Caffarri e della sua «strana luce negli occhi», oltre che del «ghigno di chi ha in mano carte pesanti, di chi non aspetta altro che qualcuno stia al gioco per farle vedere a tutti».
Et voilà: ecco come è nata questa guida alternativa, dedicata in primis ai motociclisti, ma anche ad altri flâneur contemporanei, desiderosi di vivere nuove e inattese esperienze. Insomma, a tutti quelli che sono convinti che l’emozione non stia tanto nella meta, ma nel viaggio. Uno dei modi migliori per celebrare la via Emilia che quest’anno festeggia i suoi primi 2.200 anni (e non li dimostra).

motociclicisti

Hic sunt Galli!
In età repubblicana, oltre gli Appennini, c’erano le Gallie. Terra di barbari, in sostanza. Nella Gallia Cisalpina vivevano le tribù dei Boi, che mal sopportavano l’idea di sottomettersi alla forza conquistatrice dell’Urbe. La miglior macchina da guerra, per i Romani, divenne la Strada: è sulle vie di comunicazione infatti che le legioni potevano organizzarsi al meglio. Il console Marco Emilio Lepido guidò la costruzione della via Emilia, un dardo che tagliava la pianura incuneandosi fra paludi e acquitrini. Incredibile ma vero (anche pensando a recenti e assai meno felici esempi di opere viarie): il collegamento fu completato in poco più di due anni, dal 189 al 187 a.C.
Oggi quella strada è sicuramente più evanescente: nei centri storici la sua presenza è ancora viva, tangibile; nelle campagne, invece, può scomparire all’ombra di filari di pioppi dritti come fiammiferi e piccole tangenziali ne deviano spesso il percorso (per forza: attraversare Romagna-Emilia-Lombardia solcando l’antica via romana è da pazzi. Ma come dice Il cappellaio-Depp in Alice attraverso lo specchio: «Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti»).
La via Emilia, a un certo punto, attraversa il Po. Da lì, inizia lentamente a sfrangiarsi: l’ultima Casa Cantoniera, l’ultimo punto di sosta dell’antica strada, si trova a Melegnano. Possiamo poi viverne il tragitto solo con l’immaginazione. Idealmente, la via Emilia cede il passo ai primi tentacoli della metropoli arrestandosi alla rotonda su cui campeggia Porta Romana bella.
«Porta Romana bella, Porta Romana
è già passato un anno da quella sera
un bacio dato in fretta
sotto un portone […]».

Casa cantoniera lungo la via Emilia
Casa cantoniera lungo la via Emilia

Il lato A: storia e gastronomia
Per viverla appieno on the road, la guida di “Dueruote” è davvero un ottimo compagno di viaggio, da portare con sé in un’avventura quasi situazionista, a tratti felliniana. Felliniana sì, perché il viaggio nella guida inizia proprio da Rimini, l’antica Ariminum: da zona di insediamenti preistorici a terra degli Umbri e poi dei Galli, fino ad arrivare alla mitica movida – trascinante e un po’ cialtrona – che ogni estate respira salsedine e profumo di fragranti piadine. Il viaggio inizia con le spalle al mare, verso il profondo nord. Oltre all’itinerario collegato al drittone della via Emilia, all’interno della guida compaiono spesso e molto volentieri altri golosi suggerimenti: ricette, cosa comprare, cosa bere, dove mangiare e rapidi focus incentrati su percorsi alternativi (dopotutto, il tragitto è immaginato per essere percorso in moto). Infatti, il bello di questo viaggio sta anche nel perdersi fra le morbide colline del Sangiovese, la rupe di San Leo, l’itinerario Enzo Ferrari e il Frignano, per sconfinare nelle terre che furono dei Da Canossa, famiglia cui appartenevano Bonifacio “il Tiranno” e l’impavida Matilde. Senza temere di fare un po’ di sano spoiler, la via Emilia, a un certo punto, attraversa anche Modena (o Mutina, come l’avrebbe chiamata Emilio Lepido).
Marco Tullio Cicerone, lo spauracchio di tutti quelli che hanno frequentato il liceo classico, ne aveva un’ottima opinione: nelle Filippiche la definì firmissima ac splendidissima (“molto sicura e meravigliosa”). E se lo diceva lui…
Nella guida di “Dueruote”, Modena viene presentata come un vero e proprio gioiellino, da scoprire fra una passeggiata all’ombra del Duomo, patrimonio Unesco, caldi effluvi di tortellini e brodo di cappone («quello con “gli occhi”», come lo chiamavano le nonne), visite al MEF e il ricordo indelebile di Big Luciano.
La guida poi prosegue con Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Fidenza, Fiorenzuola, doppia Milano, e si conclude poeticamente, suggerendo un ultimo tour sui confini di Quel ramo del lago di Como.

Porta Romana
Porta Romana

Il lato B: notturno
La via Emilia è come una catenina d’argento, alla quale vengono appesi di tanto in tanto monili e pietre preziose: quelli, sono i centri delle città con il loro contrappunto di portici e palazzi rosa porcellino, giallo terrigno o arancione. Già: ma fra un centro e l’altro cosa c’è? Quando la luce più grande di tutte sta per spegnersi e la notte comincia ad ammantare di blu intenso e striature violacee la pianura, la via Emilia dà tutta un’altra impressione a chi la percorre. I casolari abbandonati, le fabbriche dismesse, i grandi ristoranti anni Settanta dimenticati, le chiese pericolanti si fanno lugubri e silenziosi. A meno che non ci sia uno di quei nebbioni che «si tagliano col coltello»: in quel caso, non si vede proprio un bel niente. Vedi solo le tue mani sul volante, la strada scorrere sotto di te e il vapore bianco della nebbia fagocitare ogni cosa.

Casolari abbandonati
Casolari abbandonati

Quando viaggi di notte lungo la via Emilia, tutto si trasforma: la percezione dello spazio, del tempo e forse della vita. Se di giorno infatti è il traffico asfissiante a riempire la striscia di asfalto che collega Rimini alle porte di Milano, di notte le poche macchine che ci sono – non tutte – vanno piano piano, forse per accostare accanto a una delle pensiline del bus dove sostano, passeggiando avanti e indietro, signorine in zeppe e minigonna. Per non parlare dei perimetri delle fabbriche o delle concessionarie prospicienti la via Emilia che, dopo mezzanotte, si tramutano in azzeccatissimi set per un film di Romero. Nei tratti per nulla illuminati, poi, ci si rende conto di quante sfumature abbia il nero: il cielo scuro, la strada leggermente più chiara e le chiazze nero petrolio che sullo sfondo assumono le forme di casacce o folti ippocastani. Talvolta, quando guidi col finestrino abbassato, ti arrivano pure zaffate pungenti di cipolla e peperoni (in moto, non ne parliamo: l’intenistà aumenta): giri lo sguardo e ti trovi un chioschetto di paninari in cui andare a «far fondo» dopo una notte di bagordi in discoteca. Questa è l’altra faccia dell’asse viario che compie 2.200 anni: la via Emilia degli alberghi a ore, dei locali notturni, delle atmosfere lugubri, delle strutture dismesse e della trasgressione, se vogliamo. Di questo, ovviamente, non parla “Dueruote”. Ma, da modenese, mi sarei sentito in colpa nel raccontare solo un volto della strada che tutti odiamo e amiamo. Per scoprirne altri segreti o affascinanti scorci, non ci resta che partire.

Il parcheggio del Mac2
Il parcheggio del Mac2

L’immagine di copertina è tratta dalla guida “Via Emilia in moto” in edicola con Due Ruote di maggio 2017.

In mostra a Milano l’«amore perduto» del duca Francesco I d’Este

Così come nella mitologia greca la bellissima Elena, sposa di Menelao, fu oggetto di contesa e origine della famosissima guerra di Troia (arrivata anche sul grande schermo con l’hollywoodiano Troy), allo stesso modo ci fu un dipinto, superbo concentrato di devozione e sfolgorante bellezza, che piacque da morire al duca di Modena e Reggio Francesco I d’Este (1610-1658), il quale decise di farlo suo. Si racconta che Francesco I amasse stupire i suoi ospiti mostrandolo come seducente trofeo, dopo aver sollevato con gesto teatrale il drappeggio scuro dietro cui lo teneva celato.

Correggio, Adorazione dei pastori
Correggio, Adorazione dei pastori

L’Adorazione dei pastori di Correggio – conosciuta anche come «La notte» – dal 1530 si trovava nella cappella di Alberto Pratonieri nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia. «Moltissimi pittori hanno voluto imitare quest’opera sublime con fare che un solo oggetto illumini tutti gli altri […]», scrisse nell’Ottocento Luigi Pungileoni in Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio (Stamperia Ducale, Parma 1817-21). Il dipinto è sensazionale: nel fulcro della scena Gesù neonato emana una luce bianca e ultraterrena, abbacinante. Mentre i tre personaggi sulla sinistra ne sono quasi accecati, Maria lo contempla con infinito amore materno. Sullo sfondo, un paesaggio grigiazzurro come le tetre sere d’inverno e in alto, sulla sinistra, un gruppo di angeli incastonato nell’umida morbidezza di una nuvola. Sin dai primi anni, per la modernità del soggetto e la dolcezza della composizione, l’Adorazione iniziò ad avere una fortuna incredibile, a tal punto da diventare oggetto del desiderio anche di Diego Velázquez che, in qualità di agente del re di Spagna, era in cerca di capolavori per il suo sovrano.

Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d'Este
Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d’Este

Nella notte del 1° maggio 1640, in gran segreto, Francesco I riuscì finalmente a impossessarsi dell’ambitissima «preda», non dando alcun peso né alle proteste del parroco né tantomeno a quelle dei cittadini. Il vuoto lasciato nella chiesa reggiana fu poi colmato da una copia dell’Adorazione realizzata da Jean Boulanger, pittore di corte del duca.
Ma si sa, la fortuna è una ruota che gira. E infatti, circa un secolo dopo, Francesco III d’Este (1698-1780) si vide costretto a vendere oltre novanta capolavori della sua galleria a Federico Augusto II elettore di Sassonia. A una condizione, però: il compratore, stando a una clausola presente nel contratto, avrebbe dovuto pagare di tasca sua la copia della Notte di Correggio, che venne commissionata al pittore veneziano Giuseppe Nogari. Probabilmente, solo un pittore veneto sarebbe riuscito a ricreare l’incanto di luce che scivola sull’epidermide dei personaggi realizzato da Antonio Allegri.
E a quanto pare, anche la copia ebbe un notevole successo. Qualche tempo dopo, Napoleone in persona decise di impossessarsene e di portarla a Parigi, dove finì per adornare la cappella privata dello zio cardinale Joseph Fesch.

Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori
Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori

Il dipinto del Nogari tornò poi a Modena (oggi si può ammirare alla Galleria Estense), mentre l’Adorazione di Correggio è tuttora conservata alla Gemäldegalerie di Dresda.
La copia di Nogari è stata scelta per la mostra “Rubens e la nascita del Barocco” allestita a Palazzo Reale a Milano assieme ad altre due Adorazioni dei pastori: una di Pietro da Cortona (1626) e l’altra realizzata dallo stesso Rubens (1608), che senz’altro si ispirò al conteso capolavoro di Correggio.
L’occasione perfetta, insomma, per concedersi un weekend fuori porta nel capoluogo lombardo e lasciarsi sedurre dal dipinto che fece innamorare i potenti del passato.

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)